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Non solo violenza di genere, c’è anche un nemico invisibile per le donne curde del Rojava

Nei territori della Federazione Democratica della Siria del Nord e dell’Est (Rojava) le organizzazioni femminili il 10 novembre hanno presentato a Qamislo le attività in programma per celebrare la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Il processo rivoluzionario si fonda sulla liberazione delle donne perché soltanto affrontando e abbattendo la prima forma di colonizzazione, di sfruttamento e schiavitù emersa nel corso dell’evoluzione della storia dell’essere umano, può compiersi la trasformazione radicale della società verso quella che Ocalan ha chiamato “Modernità Democratica”. Una democrazia dal basso che viene costruita dalla popolazione quotidianamente, in cui le donne con impegno e consapevolezza si auto-organizzano in associazioni, cooperative, organizzazioni territoriali sui temi della salute, dell’economia, dell’ecologia, dell’autodifesa, tutte riunite in Kongra Star, associazione di associazioni. Kongra Star ha lanciato a livello internazionale la campagna di raccolta firme per rendere più intensa la solidarietà tra le donne contro l’occupazione e il genocidio, campagna che terminerà il 25 novembre (per sostenerla qui). Il genocidio è espressione della mentalità nazionalista che non può accettare, per definizione, la molteplicità delle presenze culturali, linguistiche e religiose della società e il femminicidio è lo strumento che viene utilizzato per sopprimere le diversità e distruggere la società.

Nel corso del mese di novembre le associazioni di donne organizzeranno workshop e incontri di formazione sui temi del matrimonio nell’infanzia, sulla parità di genere, sull’aumento della violenza con la pandemia da Covid-19 e sulla partecipazione alle scelte politiche. Nessuna donna è lasciata indietro perché la società democratica ha bisogno di tutte le sfumature e soltanto se c’è una partecipazione diffusa può realizzarsi l’utopia concreta dell’autogoverno e della vita libera insieme.

Foto dalla pagina FB “Jinwar – Free Women’s Village Rojava”

Free life together
Jinwar è l’eco-villaggio delle donne, auto-costruito con mattoni di terra cruda riappropriandosi del sapere ancestrale delle donne a cui la Dea Cosmica trasmise l’arte della modellazione della creta. A Jinwar le donne imparano a liberarsi dai legami di subalternità fisica, psicologica ed emotiva dei maschi con un processo di conoscenza, consapevolezza e pratica di vita insieme seguendo Jineolojî. La Jineolojî, definita come scienza dalla prospettiva delle donne, nasce da più di 40 anni di lotta del movimento delle donne curde. È considerata la scienza della società democratica perché Jineolojî coniuga teoria e prassi affinché si realizzi una società ecologica in cui comunitariamente sono gestiti i beni comuni, l’economia, la salute, la formazione, l’autodifesa.
Jinwar è stato inaugurato il 25 novembre 2018 ed è aperto a tutte le donne, senza distinzione di religione, lingua, cultura, che abbiano bisogno di essere accolte. Nel villaggio vivono donne arabe, curde, yezide, alcune sono vedove di martiri per la liberazione, altre si sono allontanate dal marito o dalla famiglia a causa delle continue violenze subite, altre ancora perché desiderano formarsi, imparare, acquisire un approccio olistico ai problemi e partecipare ad una esperienza collettiva da portare successivamente nella società. La comunità vive collettivamente fuori dalla logica del mercato, in connessione con i ritmi naturali, recuperano i saperi dell’agricoltura tradizionale e si rendono autosufficienti. Le donne a Jinwar cercano nel passato remoto le radici di una relazione ecologica con il mondo naturale, consapevoli di custodire alcune reminiscenze della civiltà neolitica della Mesopotamia nelle usanze popolari trasmesse di madre in figlia e non ancora completamente sradicate dalla modernità capitalista.

Gli edifici si articolano intorno a forme geometriche elementari che simbolicamente richiamano la Dea Cosmica come il triangolo e il cerchio. La spiritualità per millenni è stata interna alla natura, un lunghissimo periodo in cui le comunità umane svilupparono società ecologiche con al centro la cura per il gruppo, il benessere della collettività e il sostegno reciproco. A Jinwar le donne rendono attuale questa visione olistica del mondo e delle relazioni umane senza escludere la tecnologia che viene valutata rispetto all’ecosistema complessivo. Per esempio il progetto di autosufficienza energetica è in parte realizzato con l’allestimento di una serie di pannelli fotovoltaici sul tetto dell’Accademia delle donne.

Foto dalla pagina FB “Jinwar – Free Women’s Village Rojava”

Sifa Jin
La cura del corpo come riappropriazione del primo territorio da difendere è un principio di Jinwar che trova espressione nel centro di Medicina naturale Sifa Jin, che è stato inaugurato nella settimana dell’8 marzo di quest’anno. Il centro è aperto anche alle donne e famiglie dei villaggi vicini (gli uomini adulti sono visitati soltanto se anziani o se gravemente malati e impossibilitati a raggiungere il più vicino ospedale). Le donne con Sifa Jin hanno l’obiettivo di riappropriarsi della conoscenza olistica del corpo avvicinandosi ad una epistemologia ancestrale, condivisa con i pueblos originarios, che si prenda cura dei corpi e del territorio. In cerchio condividono i saperi del passato riconciliandosi con la natura, entrano in contatto con i suoi cicli per produrre olii essenziali, unguenti e tisane. La formazione avviene in modo formale e informale, per esempio i dialoghi durante la raccolta delle erbe sono scambi di saperi e approfondimento.

Dalla sua apertura circa mille donne si sono recate a Sifa Jin ed è molto positivo che questo presidio sia stato aperto poco prima della diffusione anche in Rojava del virus Covid-19 perché anche le famiglie che vivono vicino sono state informate e hanno avuto una formazione sulla regole da seguire per il contenimento, oltre a ricevere le necessarie cure. Per potenziare la presenza sul territorio del presidio sanitario il collettivo di Jinwar ha attivato un progetto per l’acquisto di un’ambulanza. In Italia Cisda (coordinamento donne afgane) e Rete Jin hanno organizzato una campagna di raccolta fondi.

La diffusione di Covid-19 sta avanzando anche in Rojava, l’ultimo bollettino relativo a ottobre evidenzia il raddoppio dei casi in un solo mese, i posti letto attrezzati sono meno di 60 per una popolazione di circa un milione di persone. La situazione già critica potrebbe peggiorare notevolmente con l’arrivo dell’inverno. La Mezzaluna Rossa segnala la mancanza di ventilatori, kit per fare i test e i dispositivi di protezione personali. L’embargo continua a gravare sulla popolazione nonostante la pandemia. Per arginare la rapida diffusione dell’epidemia la regione dell’Eufrate, compresa la città di Kobanê, è sotto coprifuoco dal 15 novembre per due settimane. La Turchia continua ad attaccare e costruisce nuove postazioni nei pressi di Dirbêsiyê.
Ma la rivoluzione delle donne non si ferma e ora più che mai ha bisogno della solidarietà attiva della società civile internazionale.

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L’autrice: Fabiana Cioni è dottoranda IUAV Università di Venezia

Cambiamo il Titolo quinto per salvare la sanità pubblica

Il taglio del Parlamento, purtroppo confermato dal referendum del 20/21 settembre, ha conseguenze sul funzionamento delle istituzioni del nostro Paese, prima ancora che siano approvate ulteriore modifiche costituzionali e forse le anticipa.
È il frutto avvelenato del taglio del Parlamento, che è stato archiviato in fretta dopo il voto, mettendo la sordina alle promesse fatte, a partire dalla nuova legge elettorale.

La ragione è politica. Il taglio ha dato un duro colpo al ruolo e al prestigio del Parlamento, che erano già in caduta libera per inadeguatezza del suo funzionamento e per l’incapacità di rappresentare le ansie e le speranze delle elettrici e degli elettori, perché la scelta degli eletti non è in mano ai cittadini ma ai capi dei partiti, che sono decisivi nel meccanismo elettorale che controlla le candidature e decide chi sarà eletto.
Un Parlamento con componenti non rappresentativi degli elettori è debole di per sé e il potere è concentrato nelle mani dei pochi decisori e il suo lavoro è scandito dai governi. Governi che usano a dismisura i decreti legge, che dovrebbero essere usati solo per ragioni di necessità ed urgenza e non è così. Governi che si affidano al voto di fiducia su maximendamenti con centinaia di commi per sciogliere con la “forza” le differenze e le contraddizioni nella stessa maggioranza, bloccando il confronto parlamentare, con il risultato che molte decisioni entreranno in vigore con ritardo e forse mai, perché hanno bisogno di un numero spropositato di decreti attuativi.
Tempi lunghi ed incertezza attuativa sono le conseguenze.

Questa coartazione del Parlamento provoca il ribaltamento del rapporto dei ruoli tra Parlamento e governo, a favore di quest’ultimo, che da controllato diventa nei fatti il vero dominus dell’attività legislativa.
Inoltre il Parlamento non è in grado di essere il rappresentante della pluralità dei punti di vista, delle condizioni sociali e territoriali, perché per un confronto occorre conoscenza e tempo e la possibilità di modificare i provvedimenti. La società così non ha chi la rappresenta. Di fatto l’élite dirigente ha un rapporto diretto, senza mediazioni, con l’opinione pubblica. Al di là del rispetto della forma la…

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L’autore: Alfiero Grandi, vice presidente del Comitato per il No al taglio dei parlamentari promosso dal Coordinamento per la Democrazia costituzionale, è autore del libro La democrazia non è scontata. No al taglio dei parlamentari, edito da Left

L’articolo prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

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Quale vaccino contro il Covid-19

JAKARTA, INDONESIA - AUGUST 27: A boy walks in front of a coronavirus (COVID-19) mural at Bukit Duri in Jakarta, Indonesia on August 27, 2020. (Photo by Anton Raharjo/Anadolu Agency via Getty Images)

La pandemia da Covid-19 si sovrappone alle altre emergenze/epidemie sanitarie  che sono in costante aumento e che sono in stretta relazione con il livello socio-economico delle popolazioni (malattie croniche, obesità, diabete, intossicazioni da inquinanti ambientali, tumori, ecc.). Stiamo perciò assistendo una «sindemia» in cui, per limitare il danno causato dal Sars-Cov-2, non sarà sufficiente una soluzione puramente biomedica.

D’altra parte, nella speranza di stabilire una convivenza più sostenibile con il nuovo ospite (un virus probabilmente venuto per restare), oltre al distanziamento sociale e all’uso delle mascherine, la via praticabile resta quella di un vaccino sicuro, efficace nel prevenire le infezioni, a basso costo e disponibile per tutti.

Come abbiamo più volte scritto su queste pagine appena il Sars-Cov-2 è stato caratterizzato, laboratori di molti Paesi del mondo hanno iniziato una formidabile attività di ricerca e sviluppo tecnologico, mai vista prima nella storia umana e che ha visto il moltiplicarsi di piattaforme tecnologiche, alcune molto innovative. Non è un caso che i vaccini che sono in fase più avanzata si basino su queste nuove strategie.

Mentre siamo alle prese con una violenta seconda ondata della pandemia, una serie di notizie hanno sollevato l’umore generale: come era stato anticipato da Left il 23 ottobre, il 9 novembre Pfizer (multinazionale Usa) e BioNTech (società di biotecnologie tedesca) hanno annunciato la conclusione della sperimentazione clinica di Fase 3 del loro vaccino che sembra essere efficace oltre il 90%; l’11 novembre il Fondo russo per gli investimenti ha annunciato che il vaccino russo, noto come Sputnik V, è efficace al 92%; il 16 novembre Moderna (azienda biotecnologica Usa) ha comunicato che il loro candidato vaccinale potrebbe essere efficace quasi al 95%. Queste informazioni sono state fornite in conferenze stampa e non (ancora) in riviste scientifiche peer-reviewed. Gli scienziati hanno messo in guardia dall’esultanza fino a quando non saranno disponibili dati conclusivi sulla sicurezza e sull’efficacia a lungo termine per non generare false aspettative e disaffezione con conseguente rifiuto delle persone a sottoporsi alla vaccinazione. Nessuno di questi tre vaccini ha ancora ricevuto l’approvazione dalle autorità regolatorie (per l’Europa l’Ema, European medicines agency, per gli Usa la Fda, Food and drug administration) ma entro alcune settimane le aziende coinvolte potrebbero disporre dei dati necessari per richiedere l’“autorizzazione di emergenza” per l’utilizzo dei vari vaccini.

I risultati sono comunque incoraggianti e confermano la…

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L’autrice: La biotecnologa Rosella Franconi è ricercatrice presso un ente pubblico. Con il fisico Angelo Baracca ha pubblicato il libro Cuba: medicina, scienza e rivoluzione, 1959-2014. Perché il servizio sanitario e la scienza sono all’avanguardia (Zambon ed.)

L’articolo prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

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Breaking news: 2020 is great again

A woman, accompanied by a child, looks over as an airline crew wearing full personal protective equipment against COVID-19 walks through the international terminal at Los Angeles International Airport in Los Angeles on Tuesday, Nov. 17, 2020. (Keith Birmingham/The Orange County Register via AP)

Il 2020 è stato per molti versi un anno senza precedenti. Mano a mano che ci avviciniamo al suo termine, compaiono ovunque sui social meme che hanno tutti in comune l’espressione di un sentimento di inquietudine rispetto a quello che ci attende allo scoccare della mezzanotte e dell’inizio di un nuovo anno, compreso uno che preannuncia proprio che alle 23:59 del 31.12.2020 seguiranno le 00:00 del 01.13.2020, come se l’incubo non dovesse mai finire; corpi e volti in attesa a cauta distanza da una porta socchiusa; un’onda gigantesca che rappresenta il 2020 seguita da una ancor più enorme che porta la scritta 2021, ecc. C’è anche chi ha definito la seconda onda di Covid come uno “tsunami” rispetto alla prima ondata. In mezzo a tutte queste immagini e quest’atmosfera apocalittica, il risultato delle elezioni nordamericane, che ci hanno tenuti col fiato sospeso per quella che è sembrata un’interminabile settimana, ha marcato una discontinuità insperata, come se potessimo ritornare tutti finalmente a respirare.

La sensazione è davvero quella che si sia aperta una nuova era storica sul finire di un anno che è stato percepito globalmente come un anno disastroso. Eppure, l’inizio della storia è, come accade spesso, da ricercare un po’ più indietro del determinato punto prefissato, e che per la maggior parte di noi coincide con lo scorso marzo. Dall’altra parte dell’oceano, infatti, la coltre fitta e cupa era scesa sulle istituzioni democratiche statunitensi e sul popolo Usa, che si era espresso in maggioranza contro colui che sarebbe poi diventato presidente (il sistema elettorale americano prevede la possibilità che il candidato che vince al voto popolare possa comunque non ottenere la presidenza), ben quattro anni fa. Chi si trovava a New York quattro anni fa durante le precedenti elezioni si ricorderà infatti che nello spazio di una manciata di minuti il mondo si è capovolto. A chi beveva ad Harlem contemplando in tranquillità l’arrivo di risultati che sembravano tutti seguire la rotta prestabilita è bastata una breve camminata su per la collina di Morningside Heights per ritrovare colleghi e amici in una inquietante e bizzarra istantanea di pizze e bicchieri di birra sospesi nell’aria (segno dei preparativi di una festa precedente poi mai avvenuta o rimasta in sospeso per quattro anni), facce attonite, un silenzio spettrale ed una sostanziale immobilità. Non occorreva tornare a rivolgere lo sguardo verso lo schermo per capire che il mondo si era appena capovolto. Quella notte il tempo si è fermato per un momento. E il mattino dopo New York ha conosciuto per la prima volta il suono del silenzio.

È dunque importante riflettere su quello che significa questo risultato sul finire di un anno così drammatico, al termine di quattro anni di presidenza Trump. È importante soprattutto perché, indipendentemente da quello che sarà il futuro di un paese spaccato in due, e del governo di un partito che ha al suo interno forze e correnti eterogenee, il popolo statunitense si è espresso, non solo alle urne, non solo tramite voto postale, ma anche nelle piazze e nelle strade, che dall’est all’ovest di un paese sterminato, hanno risuonato spontaneamente insieme (i video girati dai piani alti dei grattacieli newyorkesi in cui tutta la città risuona all’unisono tolgono il fiato), quasi a voler riprendere quella festa interrotta quattro anni fa.

È importante perché questa improvvisata versione statunitense di una Festa della Liberazione dà speranza e potrebbe ispirare chi agirà nel futuro politico italiano e internazionale. Nel tempo sospeso fra il rosso e il blu dell’interminabile “Election Day”, “Election Night”, “Election Night Continued”, e infine “Election Week” si confrontavano infatti due risposte opposte, una al suo termine, l’altra al suo inizio, a tre sfide globali che ci riguardano tutti: la pandemia covid 19 e le conseguenti emergenza sanitaria e crisi economica, da un lato, e, dall’altro, le lotte sociali contro il razzismo sistemico e il cambiamento climatico.

Un paese che era, e resta certo, spaccato in due, un paese dalle coste blu e dall’interno rosso, un paese delle periferie contro i centri cittadini, del nord contro il sud, fatte salve le inattese sorprese (una fra tutte, la Georgia), dei trumpisti che votano ai seggi senza maschera e dei dem che hanno votato per posta (lo spot CNN suona “This is a mask. This is not a political statement. It’s a mask. Please wear a mask. #FactsFirst”), dei lavoratori che votano per Trump, di Trump sconfitto che non si vuole tale e che dice che è lui a rappresentare i lavoratori e non i dem, e tuttavia “un paese di possibilità”, ci dice il neoeletto Presidente Joe Biden.

Un paese che ha dato prova di un impegno civico diffuso e di quella che qui come oltreoceano abbiamo imparato a definire resilienza. La resilienza di cui il popolo americano ha dato prova nel corso degli ultimi quattro anni e dei picchi drammatici di contagi e morti dell’ultimo anno (nonché del tasso di disoccupazione), con le annesse immagini raccapriccianti dei camion carichi di corpi coperti dai lenzuoli ospedalieri, delle fosse comuni a Hart Island, dei morti che non avevano avuto accesso alle cure ospedaliere perché sprovvisti di assicurazione sanitaria, fenomeno che ha coinvolto in particolare le minoranze, e di un presidente che si ostinava a non indossare la mascherina e a chiedere se non fosse possibile iniettare disinfettanti. Chi ha avuto occasione di conoscere, apprezzare e disprezzare questo paese, non potrà che condividere l’idea che l’America torni ad essere l’America solo ora. Non è dunque un caso che Biden utilizzi una retorica covidiana quando afferma che “questo è il tempo per guarire in America”, che questo è il tempo per curare “l’anima dell’America” (qui sembra quasi di ascoltare una versione a stelle e strisce della teoria della “cura dell’anima” del filosofo ceco Jan Patočka di cui abbiamo avuto modo di occuparci nel nostro precedente intervento per Fondazione Feltrinelli).

Good evening” “Good evening” “Good evening” è l’apertura del primo discorso alla nazione della neoeletta vicepresidente Kamala Harris, prima donna, prima donna afroamericana, prima donna di origini asiatiche, e prima figlia di immigrati a occupare la carica di Vicepresidente degli Stati Uniti. «La prima, ma non l’ultima», dice lei, rivolgendosi alle giovani ragazze che non dovranno più temere che determinate strade siano loro precluse e ricordando le «donne nere, asiatiche, bianche, ispaniche, nativo americane, che nel corso della storia di questo paese hanno aperto la strada per questo momento, si sono sacrificate per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia» (altro tema, quello del sacrificio per la libertà, molto caro a Patočka, così come quello della “solidarietà degli scossi” al fronte, che sembra riecheggiare nelle parole finali del discorso di Biden: «Smettere di vedere i nostri oppositori come nemici»). Questa vittoria, quantomeno a livello simbolico, rappresenta un segnale, soprattutto se la si inscrive nella cornice di anni di lotta per la giustizia razziale delle comunità afroamericane e del movimento Black Lives Matter, la cui portata si estende ben oltre il continente americano, e che ha avuto risonanza globale all’indomani della morte di George Floyd e degli 8 minuti e 46 secondi di silenzio osservati nelle piazze di tutto il mondo durante i flash mob “I can’t breath”.

Come preannunciava il tweet di Greta Thunberg «Every election is a climate election», fra le grandi sfide transnazionali dell’era attuale che erano in gioco durante le elezioni americane, c’era anche quella climatica. Un altro tema sostanziale delle politiche di Joe Biden è in effetti il ritorno della tutela ambientale globale al centro dell’agenda politica americana. L’accordo di Parigi sul clima, che nel 2015 ha riunito le istituzioni e le città più importanti del mondo attorno alla decisione di limitare le temperature medie globali, fu siglato da Barack Obama con l’obiettivo di consolidare la leadership americana attraverso il cosiddetto “soft power”. L’accordo traccia un nuovo percorso mondiale verso il contenimento del cambiamento climatico e una progressiva transizione ecologica del sistema produttivo. Gli accordi di Parigi sono stati una risposta istituzionale alle emergenti e sempre più pressanti mobilitazioni giovanili in tutto il mondo, culminate nelle marce globali del Fridays for Future, in cui centinaia di migliaia di giovani e studenti si danno appuntamento nelle piazze mondiali per rimettere al centro del dibattito politico la lotta al cambiamento climatico. Con il suo «Make America great again» Donald Trump ha ribaltato l’accordo del predecessore, guardando maggiormente all’economia tradizionale americana e ai lavoratori della Rust Belt dove, nella sfida con Clinton, aveva ottenuto decisivi risultati elettorali. Il passo indietro degli Usa nell’accordo di Parigi ha frenato e indebolito le politiche di tutela ambientale, riscaldato l’anima delle mobilitazioni internazionali e costretto i democratici a riprendere con più insistenza un tema sentito come fondamentale per il futuro del mondo. Ora Joe Biden ha l’opportunità di riprendere in mano gli accordi di Parigi e proseguire la strada battuta da Barack Obama. Sarà importante per Biden ristabilire un clima di fiducia con le grandi mobilitazioni studentesche di quest’epoca, e dimostrare che gli Usa e l’Europa possono riprendere un cammino insieme verso una nuova concezione della lotta ai cambiamenti climatici e per la transizione ecologica.

Le tre grandi sfide di oggi, quella climatica, quella della giustizia razziale e sociale, e quella delle migrazioni erano dunque al centro di un’elezione storica che ha visto una partecipazione popolare senza precedenti, nonostante il covid, e che ha marcato una rottura netta rispetto all’era precedente, aprendo dunque un nuovo ciclo. Indipendentemente da quelli che saranno le delusioni e i successi delle future politiche di Joe Biden e Kamala Harris, il popolo americano si è espresso col voto e nelle strade, in favore della salvaguardia delle istituzioni democratiche, della tolleranza, della libertà e della giustizia. I movimenti sociali, il mondo culturale, le minoranze, i giovani, le donne, sono scesi nelle strade dell’intero paese, in quello che è stato il più grande festeggiamento spontaneo della storia degli Stati Uniti, una lezione di rappresentanza democratica e partecipazione politica che dovrà valere anche per l’Europa e per l’Italia.

Illustrazione di Gianluca Costantini per Agora Europe

La questione della migrazione in particolare si trova ora di fronte a un triplice momento spartiacque, a livello globale, europeo e nazionale, in considerazione della discussione, rispettivamente, dei due Global Compact per la migrazione (OIM) e per i rifugiati (UNHCR), del Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, e del Disegno di legge C. 2727, ovvero la “conversione del decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, recante disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale” di cui la I Commissione della Camera ha avviato l’esame il 29 ottobre scorso.

Per affrontare queste sfide insieme al pubblico italiano ed internazionale, Agora Europe lancia la nuova serie di podcast e interviste video “Otherside//Europe” sul tema dell’acqua come frontiera, e in particolare su migrazioni, salvataggio in mare, ambiente, protezione dell’oceano, inquinamento delle plastiche, per offrire delle visioni dell’Europa da oltremare e oltreoceano. Il progetto è coordinato da Agora Europe, in collaborazione con Columbia University (Alliance Program e Committee on Forced Migration), Maastricht University, Fondation Maison des Sciences de l’Homme e Club Maritime Hendaye Txingudi; immagini di Gianluca Costantini e musiche di Giovanni Briganti. Il lancio avverrà questa settimana sul sito dell’associazione agoraeurope.eu, sui social @agoraeurope e sul canale You Tube “Agora Europe”, nonché sulle piattaforme online di tutti i partner coinvolti. Dal mondo universitario europeo e d’oltreoceano, parteciperanno Etienne Balibar, Sandro Mezzadra, Daniel Inerrarity, Souleymane Bachir Diagne; tra i navigatori oceanici, Giovanni Soldini e Ambrogio Beccaria; tra le organizzazioni governative e non governative, Salvamento Maritimo, Salvamento Maritimo Humanitario-Aita Mari, Mediterranea, Open Arms, Sea-Eye, Sea-Watch, Amel, Baobab e EuroMed Rights; fra i parlamentari e gli europarlamentari, gli On. Rossella Muroni, Erasmo Palazzotto, Massimo Ungaro, Pietro Bartolo, Brando Benifei e Pierfrancesco Majorino.

Calabria, lottare contro il virus a mani nude

COSENZA, ITALY - NOVEMBER 04: People protest for the decision to include Calabria in the red zone on November 04, 2020 in Cosenza, Italy. In Italy, the new DPCM wanted by the Giuseppe Conte government to deal with the new phase of COVID-19 contagion, prepares the creation of three zones: yellow, orange and red, depending on the health risks and the numbers of infected people for each region, differentiating in this way the limitations on circulation and on the activities allowed up to the partial lockdown. Among the regions included in the red zone, also Calabria with a total number of 4,244 COVID-19 positive patients and a daily increase of 358 new cases. (Photo by Ivan Romano/Getty Images)

Se la pandemia ha messo in ginocchio l’intera Penisola, in Calabria essa ha anche scoperchiato e sta facendo esplodere una pentola che ribolliva da troppo tempo ed era ben nota agli abitanti della regione: quella di un’assistenza sanitaria generalmente inaffidabile ed a livelli da quarto mondo. Ora, la seconda ondata del coronavirus ha rivelato anche ai non calabresi la disastrosa realtà di questa sanità, subissata dai debiti ed incapace di far fronte all’ordinaria amministrazione. E le recenti, tristi vicende documentate dagli organi d’informazione nazionali sembrano solo la punta d’un enorme iceberg alla deriva.

Ecco perché, in questa regione, la paura e la solitudine dei cittadini posti di fronte ad un nemico invisibile come il Covid sono diverse che altrove: più forti ed impotenti, perché i calabresi – a prescindere dalla pandemia – non hanno più alcun dubbio sul fatto che il loro diritto alla salute sia stato ridotto a carta straccia. Visto che, durante il primo lockdown, quando era forte il terrore che gli ospedali non potessero reggere l’eventuale urto pandemico, anziché correre ai ripari, la dirigenza regionale ha cercato di cavalcare la casualità di averlo scampato, inventandosi slogan di cattivo gusto che asserivano che «in Calabria l’unico pericolo è quello di ingrassare».

In tutto il Mezzogiorno, secondo l’Annuario statistico del Sistema sanitario nazionale del ministero della Salute, i valori medi Lea (gli indicatori di erogazione dei Livelli essenziali di assistenza, una misura indiretta degli esiti del Sistema sanitario) sono da tempo sistematicamente più bassi (spesso sotto la soglia dell’accettabilità predefinita), e negli ultimi anni in sostanziale stasi, mentre in quasi tutte le regioni del Centro-Nord risultano in miglioramento. In Calabria, le insufficienze storiche della macchina socio-sanitaria, a partire da quella della Protezione civile, e le troppe leggerezze dimostrate nella (mancata) prevenzione della “seconda ondata” del coronavirus sono ormai ben note ovunque e divenute proverbiali. Per tali deficienze – e non tanto per il numero dei contagi, che comunque stanno decisamente aumentando – la regione è stata dichiarata “zona rossa” e la sua situazione si presenta oggi, per tanti aspetti, più drammatica che altrove. La nomina del romagnolo Giuseppe Zuccatelli a commissario della Sanità regionale – succeduto al generale Cotticelli dell’ormai celebre intervista alla trasmissione tv Titolo V, che non sapeva che il Piano Covid l’avrebbe dovuto redigere lui stesso – alla luce delle…

Carlo Spartaco Capogreco è professore di Storia contemporanea all’Università della Calabria

L’intervista prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

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La ‘ndrangheta, appunto

Foto LaPresse - Mourad Balti Touati 24/11/2018 Milano (Ita) - Arco della Pace Cronaca Fiaccolata per ricordare Lea Garofalo la testimone di giustizia vittima della 'ndrangheta, partenza dall'Arco della Pace per arrivare ai giardini di viale montello Nella foto: la fiaccolata per Lea Garofalo

Si è riusciti a parlare per giorni, settimane, di Calabria senza mai pronunciarla. Non so se avete notato ma le mafie sono scomparse dal dibattito pubblico come se fossero qualcosa di non rilevante in tempo di pandemia (mentre per loro è un momento ghiottissimo) e ora se ne torna a parlare a bomba per l’arresto del presidente del Consiglio regionale calabrese Domenico Tallini, per gli amici Mimmo.

Ora sarà il processo a decidere, noi siamo e restiamo garantisti, ma la parabola di Tallini è interessante perché stiamo parlando di uno che era finito nell’elenco degli impresentabili formulato dalla Commissione antimafia guidata da Nicola Morra. Proprio Morra aveva messo in guardia la presidente Jole Santelli nell’affidare compiti di responsabilità a chi era rinviato a giudizio per diversi profili di corruzione. L’hanno nominato presidente del Consiglio regionale, per dire.

Parliamo di un politico che è sulla scena da 40 anni (a proposito del rinnovamento sempre professato e mai praticato) che esce dalle grinfie del vecchio Udeur e si ricicla, come molti altri, in Forza Italia. Le accuse raccontano che «in qualità di assessore regionale fino al 2014 e quindi candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale del 2014, e successivamente quale consigliere regionale», Tallini «forniva un contributo concreto, specifico e volontario per la conservazione o il rafforzamento delle capacità operative dell’associazione», si legge nell’ordinanza che ha portato all’arresto del presidente del Consiglio regionale. «In cambio del sostegno elettorale promesso ed attuato da parte del sodalizio», secondo l’accusa il politico di Forza Italia ha garantito alla cosca «le condizioni per l’avvio prima e l’effettivo esercizio poi dell’attività imprenditoriale della distribuzione all’ingrosso dei prodotti farmaceutici».

Tallini, è scritto sempre nell’ordinanza, è intervenuto per «agevolare e accelerare l’iter burocratico per il rilascio di necessarie autorizzazioni nella realizzazione del Consorzio Farma Italia e della società Farmaeko Srl». Inoltre, «imponeva l’assunzione e l’ingresso, quale consigliere, del proprio figlio Giuseppe, così da contribuire all’evoluzione dell’attività imprenditoriale del Consorzio farmaceutico, fornendo il suo contributo, nonché le sue competenze e le sue conoscenze anche nel procacciamento di farmacie da consorziare». In tal modo, si legge ancora nell’ordinanza, «rafforzava la capacità operativa del sodalizio nel controllo di attività economiche sul territorio, incrementando la percezione delle capacità di condizionamento e correlativamente di intimidazione del sodalizio, accrescendo la capacità operativa e il prestigio sociale e criminale».

«Insomma… l’investimento è per voi… mica lo facciamo per noi… no? Fino a mo’ ci abbiamo solo rimesso…però nonostante tutto… anche gratis… Mi devi spiegare meglio com’è impostato tutto il ragionamento», diceva a Domenico Scozzafava, «un formidabile portatore di voti» per il politico di Forza Italia finito ai domiciliari, ma anche uno «’ndranghetista fino al midollo», secondo la magistratura.

Ora al di là del profilo processuale rimane però un punto sostanziale: vogliamo occuparci di mafie, mica solo in Calabria? Vogliamo che ritornino nell’agenda della politica? O si aspettano sempre gli arresti, sempre. Anche perché le mafie intanto in questa disperazione stanno prosperando come non mai. E sarebbe il caso di accorgersene prima che ce lo dica la magistratura.

Buon venerdì.

Vaccino bene comune e diritti dei migranti, questioni di umanità

Ne abbiamo sentite di tutte. E non solo da adepti della setta complottista QAnon che straparlano di dittatura sanitaria perché il Covid, a loro dire, non esiste. Non solo da esponenti della gerarchia ecclesiastica che dai microfoni di Radio Maria dicono che il Covid è opera del demonio. Ma anche da consulenti di istituzioni pubbliche come l’esperto del governatore Emiliano che in un’audizione in commissione Affari costituzionali alla Camera ha propagandato come rimedio miracoloso per sconfiggere la pandemia un ciondolo magico «progettato in Israele». E colpisce ancor più il fatto gravissimo di un professore di scuola superiore di Jesi che, sfidando l’emergenza sanitaria, ha invitato i suoi studenti a formare un assembramento in centro.

La propaganda negazionista offre apparentemente soluzioni facili per problemi complessi, è criminale ignoranza, è pazza fuga dal rapporto con la realtà. E irresponsabilmente le destre ci speculano. E c’è chi, cinicamente, sfrutta la paura e la fragilità di una popolazione stressata dalla pandemia per fare business. In questa storia di copertina torniamo a fare un serrato lavoro di debunking di molte pericolose bufale propalate anche dai media mainstream. Si va da chi pubblicizza come rimedio anti-Covid la lattoferrina a chi vende vaccini antinfluenzali omeopatici. Parliamo di truffe belle e buone. E se i nostri lettori certamente non ci cascano, essendo colti e informati, è pur vero che in questo momento viviamo nell’incertezza, dovendo convivere con un virus per il quale non c’è ancora una cura e non c’è ancora un vaccino preventivo. Nella valanga di informazioni o pseudo tali che ci inondano ogni giorno non è facile individuare boe sicure di informazione e autorevoli. Per questo occorre una rigorosissima selezione delle fonti, cautela, verifica delle notizie, evitando con ogni cura la scorciatoia del facile entusiasmo o peggio ancora del sensazionalismo. Se è vero che oggi siamo davanti a quello che l’accademico dei lincei Guido Forni definisce un salto di paradigma poiché non c’è più la prospettiva di un solo vaccino ma di decine di vaccini, è altrettanto vero che ancora non sappiamo quando e come saranno a disposizione per la più ampia popolazione.

Per fare chiarezza e tracciare un quadro scientificamente corretto e informato sulle ultimissime novità abbiamo chiesto alla ricercatrice Rossella Franconi un approfondimento. E in attesa di poter avere vaccini e cure efficaci, quali trattamenti sono più utili contro il Covid-19? Si parla molto, per esempio, di una possibile terapia specifica a base di anticorpi monoclonali; viene indicata come fra le più promettenti. In questo caso abbiamo chiesto ad un autorevole farmacologo e divulgatore scientifico come il professor Silvio Garattini che ha passato la vita a fare ricerca e smascherare truffe (come Stamina e la stessa omeopatia). Sulla terapia monoclonale, avverte il professore, non abbiamo ancora i dati per poter giudicare. Si tratta però di una terapia già usata in altri ambiti diffusa di fatti nei soli Paesi più ricchi. E torna la solita cruciale domanda: Una volta provate la validità scientifica di un farmaco, l’efficacia e la sicurezza come garantire che tutti i malati possano avervi accesso? Sul vaccino, come del resto sui trattamenti anti-Covid, c’è un giro di interessi come raramente se ne sono visti nella storia. Come far sì che il brevetto non renda il vaccino fuori dalla portata dei Paesi più poveri? È una questione di giustizia, di diritti, di democrazia, è una questione di umanità. In una parola è la centrale questione politica.

Ormai sappiamo bene che la pandemia colpisce tutti, ma non tutti allo stesso modo. Le disuguaglianze sono diventate voragini durante questi lunghi mesi di emergenza sanitaria. E dal sud del mondo si continua a fuggire per cercare di salvarsi dalla fame, dalla povertà, dalle guerre. Denunciamo da tempo la violenza che colpisce donne e migranti spogliati della propria dignità e dei diritti universali da una politica basata solo sul calcolo, sui numeri, sulla convenienza in base alla quale stabilire il numero di ingressi.

Continua la strage e nulla sta facendo l’Europa per fermarla, come ci ricordano su questo numero le analisi di Stefano Galieni e del deputato europeo Pietro Bartolo. L’11 novembre l’inaccettabile morte di un bambino di sei mesi ha guadagnato le prime pagine come era già accaduto per il piccolo Alan Kurdi, ma “ha fatto notizia” solo per un giorno e su uno sguaiato giornale di destra c’è stato anche chi ha avuto l’ardire di additare le responsabilità della madre…

In quelle stesse ore ci sono stati oltre 90 morti in mare al largo della Libia come ha dichiarato Msf che ha raccolto a Sorman, sulla terraferma libica, le testimonianze di tre donne, «uniche sopravvissute» e in «stato di shock» per aver visto morire le persone amate fra le onde.

Le donne migranti pagano il prezzo più alto, sono loro a subire le peggiori violenze fisiche e psichiche. Il pensiero va a loro pubblicando un ampio speciale in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il lavoro da fare è ancora tantissimo sul piano concreto di dare assistenza e aiuto ma anche su quello della più ampia battaglia culturale contro la misoginia, contro la negazione e l’annullamento dell’identità delle donne che ancora avvelena la comunicazione dei media, la pubblicità, e perfino le aule di tribunale come denunciano qui la sociologa Flaminia Saccà, l’avvocato Teresa Manente di Differenza Donna, la giudice Melita Cavallo, la psichiatra Ludovica Costantino e l’attivista Lella Palladino di Di.Re. In questo 25 novembre 2020 ci ritroviamo a dover ancora una volta denunciare i passi avanti che non si sono fatti, mentre emergono nuovi agghiaccianti casi di femminicidio e si registra un drammatico aumento delle violenze fra le mura familiari, “favoriti” dal lockdown.

L’editoriale è tratto da Left del 20-26 novembre 2020

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SOMMARIO

Silvio Garattini: Vaccini e cure anti-Covid, tanti annunci pochi dati certi

«Non bisogna chiedere alla ricerca quello che non può dare. La scienza non può fare l’indovina. Può rispondere a delle domande solo se ha informazioni adatte e verificate. Invece di fronte al Sars-Cov-2 siamo diventati tutti virologi quando in realtà la virologia italiana non è che sia così tanto sviluppata. Se ognuno parlasse di quello che conosce sarebbe molto meglio. Il problema, al fondo, è che la ricerca non è considerata importante e nelle nostre scuole manca l’insegnamento della scienza come fonte di conoscenza, non si ha chiara l’importanza del metodo scientifico. La scienza è un’attività umana e in quanto tale commette errori. Però ha in sé la capacità di correggersi molto rapidamente. Ma quando in una società non c’è questo tipo di cultura capita che un governo spenda milioni per testare l’intruglio di Stamina in un ospedale pubblico senza ascoltare gli scienziati. Una cosa senza senso. Ora tutta questa confusione la scontiamo nella lotta contro l’epidemia».

Il prof. Garattini con alcuni ricercatori del “Mario Negri”

Abbiamo incontrato il professor Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano, per parlare dei trattamenti a disposizione dei pazienti Covid ed eventualmente sgombrare il campo da false o premature speranze di cura. Ma prima di entrare in medias res il farmacologo ha voluto fare la premessa che avete appena letto. Così è più semplice comprendere come mai abbiamo sentito qualche medico affermare in estate che il virus era «clinicamente morto» sebbene la comunità mondiale degli epidemiologi sostenesse che con l’autunno sarebbe arrivata una seconda ondata; e si può anche capire perché sin dal marzo scorso i nostri media e anche diversi “esperti” non si sono fatti lo scrupolo di esaltare le presunte doti taumaturgiche di farmaci pur in assenza di evidenze scientifiche. Tutti abbiamo sentito nominare l’idrossiclorochina, il remdesivir o la clorochina e, ultimo in ordine di tempo, addirittura un integratore come la lattoferrina che sarebbe in grado di bloccare il Covid (è stato detto anche in un servizio sul Tg3 Lazio!). «La realtà – precisa Garattini – è che a oggi non esiste una cura specifica per questa malattia e che per sconfiggerla serve ancora tanto tempo».

Professor Garattini a che punto siamo?
Dobbiamo dire che la maggior parte dei farmaci utilizzati all’inizio della pandemia pur con tutte le buone intenzioni si sono rivelati completamente inutili. E anzi molto spesso dannosi.

Ci faccia degli esempi…
Partirei dall’uso, che all’inizio è stato ampio, del ritonavir, un antiretrovirale impiegato nel trattamento dell’infezione del virus Hiv-Aids. Successivamente, studi fatti in modo adeguato hanno stabilito che non c’era nessuna efficacia. Oppure il remdesivir, antivirale utilizzato per la Sars e soprattutto per l’Ebola, è stato anche approvato dalla Food and drug administration statunitense ma i risultati dello studio più importante – il “Solidarity” effettuato dall’Organizzazione mondiale della sanità – hanno mostrato che purtroppo non c’è alcun effetto sulla mortalità da Covid. Uno studio appena pubblicato sul New England journal of medicine mostra che c’è un lieve miglioramento nella durata di permanenza in ospedale che si ridurrebbe in media di circa quattro giorni.

Nei primi mesi di epidemia si parlava molto di antimalarici come la clorochina e l’idrossiclorochina.
Esatto, e anche di un antibiotico come l’azitromicina. Hanno creato speranze, aspettative e a un certo punto hanno anche ottenuto l’approvazione da parte di autorità regolatorie. Ma poi gli studi clinici controllati hanno mostrato che non c’è nessuna efficacia. Anzi c’è una forte tossicità cardiovascolare. Lo stesso è accaduto per antinfiammatori come il tocilizumab. C’era l’idea che si dovesse interrompere una catena di risposte infiammatorie da parte dei mediatori chimici pro-infiammatori, pertanto il tocilizumab era stato pienamente utilizzato. Ma poi negli studi controllati si è rivelato inefficace.

Quindi oggi cosa ci rimane?
Ci resta il…

L’intervista prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

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SOMMARIO

Lo voglio! Lo voglio!

Il rito natalizio è l’esempio migliore. Lo voglio! Lo voglio! Gridano tutti quelli che sperano con bambinesca responsabilità di potere chiudere gli occhi e che tutto si cancelli. Il rito ancestrale di poter invitare chi si vuole nella propria abitazione per partecipare a un pantagruelico banchetto continua a ripetersi. Nessuno che parli di Natale per senso di responsabilità. Ma accade un po’ per tutto. Voglio andare al bar!, grida qualcuno, oppure voglio andare al cinema!, ma badate bene non è mai un discorso che questi fanno su base di dati, di numeri o di previsioni. Ieri qualcuno in commento a un mio pezzo scriveva: “non permetterò che mi stravolgono la vita questi al governo!”, come se il virus non esistesse, come se le decisioni consequenziali al virus fossero colpa di chi le prende, di chi stringe.

C’è in giro un’irresponsabilità che fa spavento e noi continuiamo a trattarla come se fosse davvero una posizione politica. Il presidente Fontana in Lombardia  chiede di passare in zona arancione perché i dati secondo lui dimostrano che in futuro potrebbe andare bene; ed è la stessa irresponsabilità del presidente del Piemonte Cirio che chiede più “libertà”, nonostante la sua regione abbia un indice di positività del 24,64% sui casi testati e un altissimo tasso di ospedalizzazione. Sono 5.150 i malati Covid ricoverati in ospedale in Piemonte, 384 quelli per cui è necessario ricorrere alla terapia intensiva. Secondo i dati di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, in tutto il Piemonte i posti letto in rianimazione sono occupati al 61% da pazienti Covid, contro il 42% della media italiana. In area medica, invece, la percentuale sale al 92%, tra le più alte d’Italia.

L’intuizione di una certa parte politica (e di un folto gruppo di persone) è quella di recriminare come se il contesto non esistesse. Per questo molti negano il virus: facendo così possono almeno non apparire dei dissennati, se ci pensate. Non rendersi conto del contesto è un “liberi tutti” che torna comodo e utilissimo.

Diceva Marthin Luther King: «Nulla al mondo è più pericoloso che un’ignoranza sincera ed una stupidità coscienziosa».

Eppure il “Lo voglio! Lo voglio!” continua a proliferare. Intanto solo il 24% degli italiani, in un sondaggio Ipsos, dichiara di volersi vaccinare subito.

A posto così.

Buon giovedì.

Due, tre cose sul macabro balletto calabrese

Tre commissari nel giro di dieci giorni. Roba da fantascienza di quart’ordine, sembra un filmato horror di quelli con il pomodoro visibilissimo al posto del sangue, solo che qui ci si gioca la salute di una regione intera come la Calabria e ci si gioca la credibilità di un governo, anche se lassù fanno finta di niente.

Siamo partiti con il prode Cotticelli, l’ex generale dei Carabinieri che è riuscito nella mirabile impresa di umiliarsi in televisione intervistato da un giornalista, quasi come un ladro beccato con le mani nel sacco. Ha cominciato a balbettare discorsi sconclusionati e poi si è accorto seduta stante di dover essere lui a occuparsi del piano Covid. Un servizio in cui la sua segretaria e l’usciere del palazzo sono apparsi come degli scienziati nei confronti di quel commissario (così lautamente pagato) che sembrava essere invece passato lì per caso. Cotticelli è riuscito a fare ancora di più: si è immolato poi ospite da Giletti dicendo che era «in uno stato confusionale», forse era stato drogato e di non riconoscersi più. Uno schifo.

Poi arriva Zuccatelli. Una nomina lampo, non c’è che dire: giusto il tempo di essere nominato (ovviamente come “grande professionista” con la solita liturgia che accompagna ogni nomina politica, anche quando si tratta di amici di partito). Parte forte Zuccatelli, perfino Nicola Fratoianni di Leu ne contesta la nomina. Basta qualche minuto e ecco Zuccatelli in un bel video in cui ci dice che le mascherine «non servono a un cazzo» e che per ammalarci dobbiamo baciarci per almeno 15 minuti. Caos, figuraccia. Arriva il ministro Speranza che dice che Zuccatelli non si può giudicare da un video e che la sua esperienza è fuori discussione. Quindi uno pensa che rimarrà al suo posto. E invece si dimette e ci dice che gliel’ha chiesto Speranza. Quindi? C’è qualcosa di più di quel video che non sappiamo? Boh, niente di niente.

Infine in pompa magna viene nominato Eugenio Gaudio, che intanto ha a che fare con un’indagine della Procura di Catania probabilmente presto archiviata, e qualcuno dal governo parla di tandem con Gino Strada. Gino Strada li sbugiarda dicendo che non esiste alcun tandem. Ieri Gaudio ci dice che non può accettare perché, dice proprio così, sua moglie non vuole trasferirsi a Catanzaro. Ieri pomeriggio a Tagadà il ministro Boccia dice addirittura che non vero che il governo l’aveva nominato, che ci stava pensando, poi ci ripensa, balbetta che il ruolo del commissario straordinario per la sanità non sia un ruolo “importante”, poi ci ripensa, poi esce una nota stampa in cui si scopre che Gaudio si è dimesso senza nemmeno confrontarsi con il ministro Speranza. Niente di niente. Finisce così. Che poi Gaudio abbia accettato un ruolo così delicato senza avvisare a casa è una roba che farebbe ridere, se non facesse piangere.

A questo punto la domanda è una secca: ma il governo si rende conto di non essere in grado di nominare un commissario per la Calabria senza incorrere in figuracce? E poi: il governo si rende conto della delicatezza del ruolo soprattutto in questo momento? E poi: ma c’è qualcosa che non sappiamo?

Sullo sfondo, agitato come una reliquia, quel grande uomo che è Gino Strada e Emergency.

Che pena.

Buon mercoledì.