Home Blog Pagina 470

La solitudine dei centri antiviolenza

La pandemia ha fatto irruzione nelle nostre vite e provocato inaspettati cambiamenti a ogni latitudine e in tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Fra gli effetti registrati in Italia, nel primo semestre 2020, colpisce la diminuzione del 19% degli omicidi volontari (rispetto allo stesso periodo del 2019). Sembrerebbe una buona notizia, se non fosse che i femminicidi e la violenza maschile contro le donne sono aumentati, quale diretta conseguenza del confinamento obbligatorio dentro le mura domestiche imposto dal lockdown.

Cristina Rubagotti è la Presidente del Centro Antiviolenza CADOM – Centro Aiuto Donne Maltrattate di Monza. Conosce bene le storie delle donne che in questi anni si sono rivolte al centro e in questi mesi ha potuto osservare le conseguenze della pandemia. «Lo scorso anno ricevevamo circa 7 contatti di donne al mese mentre in questi mesi sono stati circa 12 di media. Quasi il 50% in più. Il motivo per cui sono aumentati i casi si riferisce al fatto che nella vita normale una persona trascorre fuori casa gran parte della giornata mentre con il lockdown essendo obbligati a stare a casa tutto il giorno, quello che sembrava un piccolo conflitto diventa enorme e degenera».

Le parole di Cristina trovano conferma nei dati delle chiamate al 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking: durante il lockdown, dopo un iniziale crollo, le chiamate tra marzo e giugno sono più che raddoppiate raggiungendo quota 15.280 (+119,6% rispetto al 2019).
Riorganizzandosi per continuare a fornire i propri servizi, nel rispetto delle norme di sicurezza, i Centri Antiviolenza e le case rifugio non hanno mai smesso di essere al fianco delle donne. In Lombardia, ad esempio, c’è stata una forte riduzione dello staff dovuta sia all’età medio-alta delle volontarie sia alla malattia e messa in isolamento delle operatrici ma tutte hanno continuato a dare supporto alle donne. In molti casi i turni di lavoro sono diventati estenuanti – come nel caso della provincia di Cremona, che ha esteso la propria reperibilità h24 con risorse umane ridotte del 50%.

A evidenziarlo è l’indagine svolta da ActionAid e contenuta nel rapporto «Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia», che monitora i fondi statali previsti dalla Legge 119/2013 (la cosiddetta legge sul femminicidio) e l’attuazione del Piano antiviolenza 2017-2020.
«L’epidemia ci ha dato lezioni che non dobbiamo dimenticare, prima tra tutte il ruolo essenziale dei CAV e delle case rifugio nel sostegno territoriale alle donne, che hanno dimostrato una grande capacità di adattamento nel reinventare un modello di intervento rapido che funziona solo con supporti adeguati. È necessario uscire dalla logica emergenziale per creare un sistema forte e duraturo, che funzioni bene in tempi ordinari e molto bene in tempi straordinari» spiega Elisa Visconti, Responsabile dei Programmi di ActionAid.

Il Piano nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017-2020 avrebbe dovuto porre le basi per un sistema antiviolenza nazionale in grado di contrastare a più livelli la violenza contro le donne.

Del Piano antiviolenza 2017-2020 ActionAid ha rilevato che solo il 10% dei fondi 2019, nonostante la pandemia, sono arrivati ai Centri Antiviolenza. In tempi Covid, per rispondere ai nuovi bisogni delle strutture di accoglienza, la Ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti il 2 aprile 2020 ha firmato un decreto di procedura accelerata per il trasferimento delle risorse per il 2019 prevedendo la possibilità di usare i fondi destinati al Piano per coprire le spese dell’emergenza sanitaria. Nonostante l’urgenza, a distanza di 6 mesi dall’incasso delle risorse, solo 5 Regioni hanno erogato i fondi: Abruzzo, Friuli Venezia-Giulia, Lombardia, Molise e Veneto.
Non va purtroppo meglio con i fondi degli anni precedenti. Al 15 ottobre 2020 solamente il 72% delle risorse per il 2015-2016 è stato liquidato dalle Regioni, il 62% di quelle del 2017 e il 39% per il 2018. «Nonostante le Regioni negli ultimi tre anni abbiano fatto qualche passo, i fondi ci mettono ancora dai 10 ai 12 mesi per arrivare» avverte Isabella Orfano, esperta del programma Diritti delle donne di ActionAid e curatrice del rapporto.

Chiara Gravina è legale del centro contro la violenza sulle donne Roberta Lanzino, il CAV più anziano presente in Calabria e per molti anni anche l’unico. «Il Centro lavora in sinergia con le forze dell’ordine che ci riconoscono come punto di riferimento (…). La struttura accoglie circa 100/120 donne all’anno ma i finanziamenti pubblici (regionali e statali) sono sufficienti a malapena a coprire i costi vivi come le utenze, la retribuzione della segreteria e delle consulenze esterne. La situazione che viviamo è anche legata al fatto che i finanziamenti pubblici sono sempre ritardo, discontinui, insufficienti e non sono destinati a finanziare attività di prevenzione e di empowerment socio-economico».

Oggi, alle soglie del nuovo Piano Nazionale Antiviolenza, l’analisi di ActionAid sul Piano 2017-2020 ha mostrato la sua incompletezza: le risorse effettivamente impegnate non sono sufficienti a coprire le azioni programmate ma ancor più grave è la poca trasparenza che non consente di verificare se esse siano state realmente spese.

Diventa quindi sempre più evidente la solitudine dei Centri Antiviolenza che su tutto il territorio nazionale continuano a essere la mano amica per tante donne. Ed è sempre più necessario che l’Italia si doti di un sistema di prevenzione e protezione pienamente funzionante, come chiesto di recente anche dal Consiglio d’Europa.

Violenza sulle donne, un dramma che ci riguarda tutti

Foto Valerio Portelli/LaPresse 23-11-2019 Roma, Italia Corteo Nazionale Non Una Di Meno Cronaca Nella foto: Corteo Nazionale Non Una Di Meno Photo Valerio Portelli/LaPresse 23 November 2019 Rome, Italy National Demonstration of Non Una Di Meno News In the pic: National Demonstration of Non Una Di Meno

Con l’arrivo della pandemia da Coronavirus le nostre vite hanno subito cambiamenti radicali in quasi tutti i modi e ovunque, poiché in tutto il mondo ci sono state limitazioni di diritti fondamentali dell’individuo per contenere la diffusione del virus. Con i lockdown e l’inizio dell’isolamento, sono cominciati ad aumentare le segnalazioni di tutte le forme di violenza contro donne in particolare quelle che interessano direttamente la violenza domestica. Per ricordare la giornata odierna vogliamo affrontare alcuni aspetti essenziali che dovrebbero riguardare le attività di prevenzione. Partiamo da un assioma. La violenza contro le donne è argomento che riguarda ciascuno di noi. Dovremmo riflettere su come riuscire a prevenire e a rallentare quest’ondata di crimini.

Il primo aspetto, e credo il più importante, è quello dell’ascolto. Quando una donna condivide la sua storia di violenza, fa il primo passo per spezzare il ciclo degli abusi, per cui, sta a tutti noi darle lo spazio sicuro di cui ha bisogno per parlare con tranquillità e fiducia ed essere ascoltata. Non dimentichiamoci che quando si discute di casi di violenza sessuale, i vestiti, l’apparenza e la sessualità di una vittima sono irrilevanti. Occorre concentrarsi sull’autore del reato che spesso chiama la vittima in causa incolpandola d’istigazione quasi come se spettasse alle donne evitare situazioni che potrebbero essere viste come “pericolose” dagli standard tradizionali (tipo indossare una minigonna o un vestito attillato). Il primo grave errore che si commette nell’ascolto di una vittima di violenza è di dire “perché non è fuggita?”. La vittima invece va ascoltata, creduta e supportata moralmente e psicologicamente. Un altro aspetto molto importante in questo contesto è l’esempio che diamo alle giovani generazioni. Con i nostri figli occorre parlare dei ruoli di genere delle caratteristiche e dei rapporti tra uomini e donne. È necessario incoraggiare e far comprendere loro l’importanza della cultura dell’accettazione e del confronto.

Chi è vittima di violenza oltre a vedere punito l’autore del reato, ha necessità di servizi essenziali, dal supporto psicologico sino alle attività di consulenza e alle case rifugio per vittime di violenze. Questo ancor di più durante la pandemia di coronavirus. I governi dovrebbero colmare le lacune di finanziamento per affrontare la violenza contro donne, garantire che i servizi essenziali per le sopravvissute alla violenza siano mantenuti durante questa crisi, attuare misure di prevenzione e investire nella raccolta dei dati necessari per adattare e migliorare i servizi salvavita per le vittime. Nella mia esperienza di studio e di ricerca sui crimini violenti ho riscontrato spesso come si tenti di offuscare il confine sul consenso sessuale, attribuendo la colpa alle vittime e quasi scusando l’autore del reato. Quando si tratta di consenso, non ci sono linee sfocate. Un no è un no! Voglio ricordare al lettore che esistono molte forme di abuso e tutte possono avere gravi effetti fisici ed emotivi. Occorre dare immediatamente sicurezza e sostegno senza mai tentare di stemperare i fatti.

La violenza contro le donne è tra le violazioni più gravi dei diritti umani che si perpetua da secoli. Le vittime hanno bisogno di solidarietà e ascolto e non di persuasione a desistere e magari a non denunciare. La cultura dello stupro spesso si forma nell’ambiente sociale e consente di normalizzare e giustificare la violenza sessuale, alimentata dalle persistenti disuguaglianze di genere e dagli atteggiamenti riguardo al genere e alla sessualità. La violenza può assumere molte forme, comprese le molestie sessuali sul posto di lavoro e nei luoghi pubblici. Credo che per combattere efficacemente la violenza di genere, dobbiamo comprendere a fondo il problema. La raccolta di dati pertinenti al fenomeno è fondamentale per attuare misure di prevenzione efficaci e riuscire fornire ai sopravvissuti il ​​giusto supporto. Un dato inaccettabile e gravissimo che va denunciato con forza è che quasi l’80% delle vittime di violenza ha denunciato almeno una volta in suo aggressore! Occorrerà impegnarsi tutti ciascuno nel suo campo per vincere l’attuale immobilismo che, direttamente o indirettamente, ci rende tutti complici di una strage silenziosa ma quotidiana.

Vincenzo Musacchio, giurista, è professore di diritto penale. Associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra

Uomini che ammazzano donne

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 26 Giugno 2020 Roma (Italia) Cronaca Manifestazione di Non Una Di Meno per i diritti delle donne dopo il lockdown Nella Foto :le manifestanti in piazza dell’Esquilino durante la performance i panni sporchi si lavano in piazza Photo Cecilia Fabiano/LaPresse June 26 , 2020 Rome (Italy) News Demonstration for women’s right after the lockdown of the we too Italian movement In the pic : the protesters performing washing dirty clothes in the square

I numeri emergono dal VII Rapporto Eures sul femminicidio in Italia. Nei primi dieci mesi del 2020 sono 91 le vittime di femminicidio. Qualcuno oggi strumentalmente vi dirà che sono meno delle 99 donne dello scorso anno ma in realtà sono diminuite le vittime femminili della criminalità comune (da 14 a 3 nel periodo gennaio-ottobre 2020) mentre risulta sostanzialmente stabile il numero dei femminici di familiari (da 85 a 81) e, all’interno di questi, il numero dei femminici di di coppia (56 in entrambi i periodi); in aumento (da 0 a 4) anche le donne uccise nel contesto di vicinato. Per dirla facile facile: nel 2020 l’incidenza del contesto familiare è dell’89%, superando l’85,8% dell’anno scorso.

La coppia continua a rappresentare il contesto relazionale più a rischio per le donne, con 1.628 vittime tra le coniugi, partner, amanti o ex partner negli ultimi 20 anni (pari al 66,2% dei femminici di familiari e al 48,7% del totale delle donne uccise) e 56 negli ultimi dieci mesi (pari al 69,1% dei femminici di familiari e a ben il 61,5% del totale delle donne uccise). Gli autori sono “per definizione” nella quasi totalità dei casi uomini (94%), con valori che nel corso dei singoli anni oscillano tra il 90% e il 95%. Le misure restrittive imposte dall’emergenza pandemica hanno fortemente modificato i profili di rischio del fenomeno: osservando i dati relativi ai femminicidi familiari consumati nei primi dieci mesi di quest’anno si rileva come il rapporto di convivenza, già prevalente nel 2019 (presente per il 57,6% delle vittime), raggiunga il 67,5% attestandosi addirittura all’80,8% nel trimestre del dpcm Chiudi Italia. Quando, tra marzo e giugno, ben 21 delle 26 vittime di femminicidio in famiglia convivevano con il proprio assassino.

L’omicidio però è spesso solo l’atto finale di una violenza che si consuma. Il femminicidio all’interno della coppia è spesso soltanto il culmine di una serie di violenze pregresse: violenze psicologiche (20%), violenze fisiche (17,7%), stalking (13,3%) e violenze note a terzi (11,1%). Violenze però denunciate solo nel 4,4% dei casi.

Poi c’è la violenza delle parole, sì anche quella. Nel suo rapporto Barometro dell’odio Amnesty International ha analizzato i commenti sui social. Le donne continuano a essere vittime di una società profondamente maschilista e sessista, nei luoghi pubblici, all’interno delle mura domestiche e anche sul web. Guardando al dibattito in modo ampio, su oltre 42.000 post e tweet analizzati, più di 1 su 10 (il 14%) è offensivo, discriminatorio o hate speech. Di questi il 18% rappresenta un attacco personale a un influencer, uomo o donna, tra quelli osservati; nel caso delle influencer, tale incidenza sale al 22%. Un terzo di questi ultimi commenti è sessista e si concretizza in attacchi contro i diritti di genere, la sessualità, il diritto d’espressione. Comuni gli insulti di carattere “morale” che bollano la donna come immorale o “prostituta”, che la classificano per il modo di vestire o per la sua vita sentimentale. A partire dalla presa di posizione di queste donne contro la discriminazione di genere, a favore del diritto all’aborto, o alla parità tra i sessi o alla libera espressione delle proprie scelte sessuali.

Scrive Amnesty: «In sostanza, si aggredisce la donna che si presenta come autonoma e libera nelle proprie scelte, o perché la stessa si esprime a favore della altre categorie fatte oggetto d’odio, come accade con migranti e musulmani. Una vera e propria catena di montaggio dell’odio, che mette insieme idee, comportamenti, identità, scelte che rappresentano i diritti e le libertà delle persone, per farle oggetto di pubblico ludibrio e di discriminazione violenta».

Buona giornata contro la violenza sulle donne. Con i numeri in mano.

Buon mercoledì.

Violenza sulle donne, lo stereotipo sessista c’è anche in commissariato e in tribunale

Foto LaPresse - Claudio Furlan 11/04/2017 Milano ( IT ) Presidio della rete milanese 'Non una di meno' per denunciare l'inadeguatezza delle modalita' processuali e la mancanza di preparazione di giudici nel tutelare le vittime dei reati di violenza

Il mese scorso la corte di Strasburgo ha comunicato al governo italiano le considerazioni sulle iniziative assunte in materia di violenza di genere a seguito della sentenza di condanna “Talpis contro Italia” del 2017 da cui emerge che la violenza nei confronti delle donne è un fenomeno ancora poco perseguito e che la risposta giudiziaria è inadeguata.

Le donne non hanno accesso alla giustizia. Eppure questi ultimi cinquanta anni, grazie al movimento delle donne, sono stati caratterizzati da importanti mutamenti legislativi e passi in avanti che hanno segnato la storia del nostro Paese sul tema dei diritti e libertà delle donne in particolare nella relazione uomo donna: da un sistema che fino al 1963 legittimava lo ius corrigendi del marito sulla moglie, che prevedeva la potestà genitoriale e la patria potestà abolita solo nel 1975 e che legittimava il delitto d’onore abolito nel 1981, che considerava il reato di violenza sessuale quale crimine contro la moralità e non contro la persona fino al 1996, da un processo che di fatto trasformava la vittima in imputata, siamo arrivati oggi, a costruire un impianto di strumenti giuridici che considerano la violenza maschile contro le donne una violazione dei diritti umani (Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia nel 2014) nonché riconoscono la persona offesa da questi crimini meritevole di attenzione e di protezione (Direttiva dell’Unione europea sui diritti della vittima). Da ultimo la legge n.69/del 2019 (Codice rosso) ha apportato in attuazione delle leggi internazionali, ulteriori modifiche al codice penale e al codice di procedura penale, a garanzia della tutela dei diritti e delle libertà delle donne che decidono di ribellarsi alla violenza maschile e denunciano il crimine subito.

Senz’altro il nostro ordinamento attualmente si presenta idoneo a reprimere il fenomeno, integrato dalle fonti internazionali e di diritto europeo direttamente applicabili nel nostro Paese in base all’obbligo di interpretazione conforme ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione così come ribadito anche dalla sentenza di Cassazione a sezioni unite del gennaio 2016. Un sistema adeguato a proteggere le vittime e a prevenire quell’escalation della violenza di cui l’uccisione della donna rappresenta l’apice. Il femminicidio infatti è l’estremo atto punitivo ideato e programmato nel contesto di una azione maltrattante o persecutoria commessa dal partner o ex partner.
Parlo di un sistema astrattamente idoneo a contrastare il fenomeno, perché il nodo problematico è la non attuazione delle leggi perché compromessa dalla diffusione di stereotipi e pregiudizi sessisti contro le donne anche in sede giudiziaria che occultano i fatti di violenza, ne minimizzano la…

*-*

L’autrice: L’avvocata M. Teresa Manente è responsabile dell’Ufficio legale dell’Associazione Differenza Donna

L’articolo prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Violenza sulle donne, quando anche l’informazione è colpevole

Foto LaPresse - Claudio Furlan 11/04/2017 Milano ( IT ) Presidio della rete milanese 'Non una di meno' per denunciare l'inadeguatezza delle modalita' processuali e la mancanza di preparazione di giudici nel tutelare le vittime dei reati di violenza

A pochi giorni dal 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, l’Italia registra una serie impressionante di femminicidi, stupri e violenze per mano maschile: tra i casi più recenti ed eclatanti la strage di Carignano dove un uomo decide di sterminare moglie, figlioletti e cane, nonché gli stupri violenti, reificanti dell’imprenditore di successo. L’orrore di questi crimini, tuttavia, viene sistematicamente attutito, omesso, rarefatto dalla narrazione sulla stampa. Si compie così quella che potremmo definire una vittimizzazione terziaria delle donne, laddove la primaria è l’atto violento che le colpisce, la secondaria è quella nella quale vengono esposte a giudizio per la loro condotta. La terziaria attiene invece alla mancata giustizia nei loro confronti. Sia nei tribunali, sia, come proponiamo nelle nostre ricerche, nei media.

Alle donne vittime di violenza è difficile che venga immediatamente riconosciuta comprensione, empatia, giustizia. Devono combattere perché la realtà della violenza subìta venga messa in luce e il percorso si rivela sempre accidentato, incerto e faticoso. Contro di loro verrà messo in atto un potentissimo processo di omissione della realtà, che di fatto da un lato favorisce i colpevoli e dall’altra getta sospetto sulle vittime. Nascondendo i primi alla vista e alla percezione e lasciando per contro in piena luce le donne e i loro comportamenti che verranno passati al microscopio. Sulla stampa. Nelle questure. Nei tribunali. La chiamiamo terziaria perché se la secondaria tende ad esporre la donna come potenzialmente corresponsabile della violenza subita («voleva lasciarlo», «era ubriaca», «aveva un amante…») con la terziaria si completa l’opera omettendo di specificare il colpevole, o attenuandone l’atteggiamento, la volontà, il carattere («era tanto una brava persona», «un gigante buono», «un uomo mite, tutto casa e lavoro…»). Una vera e propria chiamata di correo su base semantica.

Un fenomeno né nuovo, né accidentale, né sporadico, come mette in luce la ricerca Step, Stereotipo e pregiudizio: per un cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nel racconto dei media condotta dall’Università della Tuscia in partnership con Differenza donna e con il supporto del Dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri. La ricerca si è basata sull’analisi della…

*-*

L’autrice: Flaminia Saccà, responsabile scientifica del progetto Step, è professoressa ordinaria di Sociologia dei fenomeni politici all’Università degli Studi della Tuscia (Viterbo)

L’articolo prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Violenza sulle donne, un crimine senza frontiere

Illustrazione di Federica Giglio per Sputnink
  • Stati Uniti

Gli Stati Uniti si sono liberati di Trump, un presidente sessista il quale, nella sua infinita barbarie, ha sostenuto che le donne vanno prese «per la vagina». Biden, il nuovo presidente, dopo essere riuscito a sgusciare dalle accuse di sessismo, resta un uomo a cui la prossemica di rispetto verso le donne evidentemente non è stata insegnata. La violenza maschile negli Stati Uniti resta un problema grave e ogni giorno vengono uccise molte donne dai loro partner. Le violenze, anche per la incontrollata diffusione di armi, determinano circa 10mila uccisioni in ambiente domestico ogni 5 anni. Il patriarcato negli Stati Uniti rimane la causa fondamentale delle violenze degli uomini sulle donne. Qui tra le molteplici e variegate forme di oppressione violenta contro le donne, si registra anche il patriarcato cristiano, un’ideologia religiosa integralista a cui aderiscono in troppi. Secondo questa ideologia l’uomo è il sovrano assoluto perché «le donne che detengono cariche autoritarie, che si tratti di affari, chiesa, famiglia, legge o politica, sono uno dei segni distintivi di una società maledetta da Dio». Il patriarcato negli Stati Uniti, comunque, è trasversale e ne sono protagonisti anche uomini che, per quanto non religiosi, ne hanno assimilato e interiorizzato le devianze. L’unica speranza di riscatto è affidata alle donne. Durante l’ultima campagna elettorale i movimenti femministi statunitensi hanno indetto ben 425 manifestazioni contro Trump, e Biden deve anche a loro la sua elezione.

  • Cina

Pechino ha sviluppato modalità di repressione femminile tanto feroci quanto sofisticate. La storia della repressione femminile ha radici antiche ed è la risultante di un potere maschile violento e crudele, oltre l’immaginabile. Ancora oggi si registrano pratiche di femminicidio infantile quando non è possibile praticare aborti selettivi se il feto è femmina. Le donne cinesi che si ribellano alle pratiche diffuse di violenza e sopruso, vengono accusate di disturbare l’ordine pubblico e vengono internate in lager che le autorità cercano di far passare come centri di rieducazione. Nei centri di rieducazione vengono sistematicamente stuprate, vengono sterilizzate senza consenso, vengono legate a letti di contenzione, subiscono torture come la torsione e l’elettroshock. Vengono costrette a lavorare senza sosta e se non rispettano le consegne, vengono massacrate di botte. La violenza istituzionale determina una violenza equivalente nelle mura domestiche. La violenza domestica è stata considerata legittima fino al 2016, quando finalmente è stata adottata una legge che la vietava. Durante la pandemia le organizzazioni umanitarie che operano in sostegno delle donne cinesi, hanno registrato un numero triplicato di richieste di aiuto per violenze subite, e una impennata si è registrata anche nel numero dei femminicidi. Fortunatamente in Cina è consentito divorziare e dopo la prima ondata di pandemia, si sono registrati poco meno di 5 milioni di divorzi, unica soluzione ad una violenza individuale domestica più che tollerata da una cultura che esprime contro le donne una violenza istituzionale bestiale.

  • Argentina

La convivenza forzata provocata dal Covid-19 in Argentina ha fatto registrare un aumento impressionante di femminicidi. La violenza domestica ripete sempre gli stessi percorsi: donne massacrate di botte, uccise a coltellate davanti ai figli, persino una bambina di due anni impiccata dal padre per fare del male alla madre. L’Argentina sta vivendo la sua quarta stagione del femminismo e il collettivo Ni Una Menos in questi giorni ha registrato una importante vittoria contro l’aborto clandestino, infatti martedì 17 novembre, il presidente Alberto Fernández ha presentato al Congresso un disegno di legge per legalizzare l’interruzione volontaria della gravidanza, mantenendo una promessa elettorale che le donne argentine avevano apprezzato votandolo.

  • Polonia

La repressione contro le donne in Polonia ha la legittimazione della chiesa cattolica, la stessa chiesa cattolica che protegge gli stupratori seriali clericali. Ogni anno in Polonia vengono uccise circa 500 donne ma lo Stato si rifiuta di includere i femminicidi nella qualificazione dell’omicidio di genere. La Polonia ha anche dichiarato di voler recedere dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere. La recente sentenza della Corte Costituzionale che nega l’aborto anche in caso di malformazione del feto, ha determinato proteste di piazza che si protraggono ormai da giorni. Le donne polacche sono decise a non cedere e contro la loro legittima rivendicazione, si è inserito a gamba tesa anche il Monarca vaticano con un assist al governo repressivo, tentando di delegittimare la protesta di piazza. Il Monarca vaticano, come è noto, si presta sempre ad intromettersi nelle questioni che attengono ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne, ma si astiene rigorosamente dall’abrogare le direttive che danno protezione giudiziaria ai suoi preti pedofili. Il giorno in cui si asterrà dall’intromettersi nei diritti sessuali femminili, sarà sempre troppo tardi.

  • Italia

Nel nostro Paese i femminicidi e le violenze domestiche che «durante il lockdown sono triplicati», non fanno più notizia anche perché la politica in Italia la fa la cronaca nera che dipinge le vittime come artefici del proprio infausto destino, colpevolizzate di fronte a poveri uomini sedotti e abbandonati. In questo scempio, l’Italia attraversa la questione dei diritti femminili con un dibattito su ruoli, identità e categorie da ripensare per superare divisioni e incoerenze. Essere cisgender (sesso e identità di genere coincidono) o transgender (sesso e identità di genere non coincidono), è una contrapposizione che non tiene conto di un altro qualificante elemento che è l’orientamento sessuale, all’interno del quale le specificità biologiche se per alcune persone possono ritenersi superate in favore di una specificità culturale e di superamento del dato biologico (mestruazioni, vagina) per altre invece costituiscono un dato imprescindibile a cui si sono legate lotte di affermazione che non possono essere taciute e ritenute superate. In entrambe le tesi ci sono vissuti ed esperienze che meritano prima di tutto di essere ascoltate, comprese, e non respinte in nome di una pretesa superiorità ideologica dell’una sull’altra. Se la vagina è entrata a pieno titolo nelle strutture simboliche delle lotte di affermazione, delle eterosessuali ma anche e soprattutto delle lesbiche, non può essere celata, nascosta e, in sintesi, negata da chi pretende che si elimini dal dibattito politico, per consentire che all’identità sessuale si sovrapponga d’emblée la sola identità di genere, intesa come identità psicologica e culturale. E’ assolutamente legittimo prescindere dalla identità biologica, soprattutto se a questa si lega con determinismo un ruolo sociale e funzioni riproduttive, intese come orribilmente ineluttabili e non consapevolmente scelte. E’ però altrettanto legittimo non prescinderne, e soprattutto nessuno può imporre ad un altro essere umano cosa sia giusto o cosa non lo sia in termini di identità sessuale, di identità di genere e di orientamento sessuale. Solo le religioni hanno la prerogativa di criminalizzare le teorie diverse dalla propria. All’interno dei dibattiti culturali sull’emancipazione, sulla non discriminazione e sull’affermazione dei diritti, il confronto su posizioni femministe diverse non deve portare necessariamente ad una sintesi. Posizioni differenti possono e devono coesistere con l’unico imperativo categorico per tutte del rispetto e della non discriminazione. Ad una donna, cis o trans, deve essere consentito di auto-qualificare la propria categoria e la propria teoria di riferimento, senza esclusioni, senza che a nessuna venga imposto di aderire ad una definizione piuttosto che un’altra. Rivendicare il primato della propria teoria può comportare la compressione del personale vissuto dalle altre, e già questa è una forzatura. Negare un termine significa negare identità, e negare la differenza sessuale significa negare identità sessuale a chi invece ha legato alla propria condizione biologica il proprio vissuto politico di affermazione e non necessariamente le proprie caratteristiche biologiche, espresse o potenziali. L’affermazione di una posizione non significa necessariamente negarne un’altra. Eppure chi vuole imporre l’identità di genere e il superamento della identità sessuale tout court compie una coercizione, come pure chi vuole imporre l’identità sessuale come prioritaria rispetto all’identità di genere, compie comunque una coercizione. Le teorie non vanno imposte, ma vanno declinate in modo da renderle naturalmente condivisibili, e se ci sono posizioni inconciliabili, significa che si dovrà accettare un dualismo, il pensiero unico di per sé non è grandemente democratico. Dovranno coesistere posizioni differenti senza che l’una ostracizzi l’altra. Ciò che deve valere è il rispetto che trova il suo vaglio nella non discriminazione, sempre.

Del resto la giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne si celebra per fronteggiare una oppressione verso cis, trans, etero e lesbiche, accomunate dallo stesso nemico comune, il patriarcato, che si afferma con la violenza istituzionale, la violenza economica, la violenza sanitaria, la violenza fisica, e che colpisce tutte, comunque. La fine della pandemia potrebbe riservare una società destrutturata e in quel caso le alternative sono due. Da una parte si ricostruisce il tessuto sociale ed economico con un socialismo libertario che rispetti differenze e identità. Dall’altra c’è la prevaricazione e la negazione di ogni diritto, con l’affermazione della violenza quale cifra dell’autoritarismo capitalista patriarcale. L’auspicio è che un fronte femminista internazionale compatto, pur nelle sue declinazioni intersezionale e della differenza, possa celebrare questo 25 novembre nella consapevolezza di essere determinante per decidere il futuro post pandemia, in senso socialista e libertario.

*-*

L’autrice: Carla Corsetti è segretario nazionale di Democrazia atea e fa parte del coordinamento nazionale di Potere al popolo

A proposito di fiducia e di vaccini

Professor Andrea Crisanti, is seen in his lab at London's Imperial College, London, Wednesday June 11, 2008. In a cramped, humid laboratory in London, mosquitoes swarming in stacked, net-covered cages are being scrutinized for keys to controlling malaria. Scientists have genetically modified them, hoping to stop them from spreading the killer disease malaria. Faced with a losing battle against malaria, scientists are increasingly exploring new avenues that might have seemed far-fetched just a few years ago. "We don't have things we can rely on," said Andrea Crisanti, the malaria expert in charge of genetically modifying mosquitoes at London's Imperial College. "It's time to try something else." Malaria kills nearly three million people worldwide every year, mostly in sub-Saharan Africa. (AP Photo/Alastair Grant)

C’è, com’è normale che sia, un gran chiasso intorno ai vaccini anti Covid che stanno arrivando nei prossimi mesi in giro per il mondo. Nel numero di Left in edicola ne parliamo approfonditamente e proviamo a analizzare la situazione uscendo dagli steccati degli annunci e dei complotti (a proposito, è l’occasione buona per regalarsi e regalare un abbonamento, qui) e siamo in quel momento in cui i complottisti e i tifosi tireranno le bombe per minare la credibilità di ciò che accade. Un film già visto.

Nei giorni scorsi si è fatto molto chiasso su una presunta dichiarazione di Crisanti che avrebbe dichiarato di non volersi vaccinare subito, appena disponibile il vaccino, ma di preferire aspettare qualche tempo per esserne sicuro. Ammetto di essere rimasto piuttosto stupito della leggerezza della comunicazione (del resto si pone il solito tema dei medici che spesso hanno più di qualche falla come divulgatori) ma proprio ieri Crisanti ha voluto tornare sul tema e ha scritto parole che vale la pena leggere. In una sua lettera al Corriere della Sera puntualizza di volere «i dati di efficacia e di sicurezza» vengano «messi a disposizione della comunità scientifica» e «delle autorità che ne regolano la distribuzione». Crisanti fa notare, in effetti, le modalità di annuncio delle case di produzione che si sono concentrate sui proclami senza occuparsi «di condividere i dati con la comunità scientifica». «Se le aziende in questione – scrive Crisanti – sono in possesso di informazioni che giustificano annunci che possono apparire rivolti in particolare ai mercati finanziari, queste devono essere rese pubbliche anche in considerazione del fatto che la ricerca è stata finanziata con quattrini dei contribuenti»·

La credibilità e la fiducia è qualcosa che si costruisce operando con trasparenza. Sempre. In tutti i campi. Il fatto che si aspetti (giustamente) un vaccino come un popolo assetato aspetta la pioggia non può essere l’unica spinta per proporlo. E sui dati che devono essere pubblici si discute da mesi anche per quello che riguarda i contagi e le modalità del contagio, che ogni regione gestisce un po’ come gli pare. Su un tema come questo si dovrebbe limitare il più possibile la richiesta di atti di fiducia (e talvolta di fede) e giocare a carte scoperte. Sarebbe la risposta migliore e più solida contro negazionisti e altre corbellerie varie. È un filo sottile, la fiducia.

Buon martedì.

Per approfondire, Left del 20-26 novembre 2020

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Berlusconi, ancora, torna

Italian former Premier Silvio Berlusconi adjusts his face mask as he leaves the San Raffaele hospital in Milan, Italy, Monday, Sept. 14, 2020. Berlusconi had been hospitalized as a precaution to monitor his coronavirus infection after testing positive for COVID-19. (AP Photo/Luca Bruno)

Piccoli segnali di un riavvicinamento che continua a essere nell’aria: il provvedimento salva Mediaset è un emendamento confezionato su misura per l’azienda di Silvio Berlusconi, proprio come ai bei (brutti) tempi in cui l’azienda del leader di Forza Italia e il suo destino giudiziario erano il centro di tutta l’attività politica. L’ha firmata la senatrice del Pd Valeria Valente e poi quando è scoppiata la vicenda (poco, a dire la verità) il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli (badate bene, uno di quei grillini che Berlusconi lo vedevano come fumo negli occhi) ha dovuto ammettere di avere scritto lui la norma, anche se ha scaricato parte della “colpa” sul ministero dell’Economia guidato da Roberto Gualtieri. In sostanza lo scopo è quello di neutralizzare i voti di Vivendi, la holding azionista di Mediaset, per non disturbare la strategia aziendale della famiglia Berlusconi. Ben fatto.

Lui, Silvio, gioca a fare il moderato (e gli viene facile, di fianco a Meloni e Salvini) e punta all’empatia come ai vecchi tempi. Se notate nessuno ci dice che potrebbe essere “utile”, vorrebbero farci credere che sia diventato “inoffensivo” come se questo bastasse a cancellare tutti i disastri contro la democrazia che ci ha lasciato nei suoi anni di attivismo politico. È un moto basato su una sorta di “perdono” e che serve soprattutto ad avere i senatori che permettano di essere tranquilli con i numeri e aprire la trattativa sull’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Che nel bel mezzo dei morti, dei danni di certo populismo, della fame che attanaglia le persone, dell’incertezza, dei soldi che mancano per arrivare a fine mese, dei lavoratori che faticano a poter immaginare il proprio futuro, del paternalismo a quintali che ci viene riversato ogni giorno, si giochi per riavviarsi a Berlusconi curando gli interessi della sua azienda è qualcosa che avrebbe fatto strepitare gli strepitanti a lungo. Solo che in questo caso gli strepitanti sono suoi alleati e quindi si rimettono a cuccia mentre gli altri sono al governo. E Berlusconi, ancora, ritorna.

Buon lunedì.

Quei j’accuse di Robert Fisk contro l’Occidente

TIFF (Toronto International Film Festival Inc) documentario di Yung Chang

«Non ci viene davvero chiesto di combattere “il terrore mondiale”. Ci viene chiesto di combattere i nemici dell’America. Se significa catturare gli assassini dietro le atrocità di New York e Washington, pochi obietterebbero. Ma solleva una domanda sul perché quelle migliaia di innocenti sono più importanti – più meritevoli dei nostri sforzi e del nostro sangue – di altre migliaia di innocenti. E solleva una questione ancora più inquietante: se i crimini contro l’umanità commessi negli Stati Uniti l’11 settembre vadano soddisfatti con la giustizia o con assalti militari brutali volti ad allargare il potere politico americano in Medio Oriente».

sCosì scriveva Robert Fisk sul The Independent il 13 aprile 2014. Lo Stato Islamico, Frankenstein nato sulle ceneri di due Paesi falliti, Siria e Iraq, aveva già occupato l’anno prima Raqqa, città nord-orientale siriana, ma in pochi se n’erano accorti. Due mesi dopo avrebbe preso Mosul, seconda città irachena: il “califfato” diventava mostro noto a tutto il mondo. E in buona parte previsto da chi conosceva la regione, come Robert Fisk.
Corrispondente di guerra per eccellenza, Fisk ha trascorso 40 anni in giro per il Medio Oriente. Ha imparato l’arabo, ha pubblicato reportage bussole di professionalità ed etica giornalistica. Si è spento alla fine di ottobre a Dublino, tra i ricordi del suo giornale, il The Independent, di colleghi e colleghe, lettori e lettrici.

La ricerca spasmodica e curiosa di Fisk inizia nel 1976, quando si trasferisce a Beirut in una casa che manterrà fino alla morte. La guerra civile libanese era iniziata un anno prima. Da quella città, simbolo della ricchezza etnica e confessionale del Medio Oriente ma anche delle sue più cieche contraddizioni, Fisk muove i passi che lo porteranno a raccontare le tragedie di fine secolo, il massacro di Sabra e Shatila, la guerra tra Iraq e Iran, le due guerre del Golfo, l’operazione militare Usa in Afghanistan, l’ascesa di Al Qaeda e Isis, lo smantellamento di Siria e Iraq. Fu il primo a entrare nei campi profughi palestinesi di Beirut, trasformati in cimitero dai falangisti cristiani sotto gli occhi complici dell’esercito israeliano e a narrare la feroce camminata su cumuli di corpi in un reportage storico («Ce lo dissero le mosche», incipit indimenticabile). Il primo a raccontare il…

L’articolo prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Franco Arminio: Con le parole creo spazi di utopia

Franco Arminio è un poeta campano di Bisaccia, quella che ha chiamato Irpinia d’Oriente, ma anche un reporter lirico, documentarista, militante della sinistra etica, inventore di uno sguardo nuovo sull’Italia interna e interiore di cui ha molto scritto che ha chiamato “paesologia”, lavoro di letteratura fatti di libri memorabili come Viaggio nel cratere (Sironi), Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza), Terracarne (Mondadori) che è culminato in un happening en plein air nel paese di Aliano, in Basilicata, luogo di confino dove Carlo Levi scrisse Cristo si è fermato ad Eboli.

Da molti anni unisci la letteratura, la poesia ma anche il reportage, all’agire politico, soprattutto a Sud, dove sei stato anche candidato come sindaco del tuo paese, rinnovando la tradizione dei Dolci, degli Scotellaro, dei Levi, alla quale vuoi ricollegarti. C’è ancora spazio per un rapporto tra la cultura e la politica?
Non so, forse per me questo spazio non c’è, almeno a giudicare dai risultati. In ogni caso è uno spazio da cercare sempre ed è importante anche se è piccolo e sempre minacciato. Io forse sono una creatura impolitica, forse la politica non è un mio interesse profondo. E poi si tratta sempre di capire di cosa parliamo quando parliamo di politica. Se pensiamo a uno come De Luca direi che non c’è spazio per un dialogo con la cultura. Agli occhi di chi fa politica come la fa lui interessano solo i portatori di voti, interessano i medici, i farmacisti. Interessano quelli che hanno modi spicci, quelli che sono bravi a transitare da uno schieramento all’altro senza tanti scrupoli. Per me è un grande dolore che gente come Dolci, come Scotellaro, come Levi alla fine hanno pochissima attenzione. Se penso a un ministro come Speranza vedo subito che non ha nessuna vicinanza con la politica come la penso io. Siamo pieni di persone che sono protese unicamente a calibrare la loro carriera. Con queste persone la cultura gira a vuoto, il dialogo, se pure si accende, si spegne assai presto. E allora bisogna dialogare coi ragazzi, invitarli a tornare nell’Italia interna o a non lasciarla. So che può sembrare un invito velleitario, ma oggi dobbiamo anche dire cose che possono sembrare impraticabili. Forse la mia natura politica più autentica sta in questa carica utopica anche un poco infantile che da sempre mi porto dietro. Forse il mio contributo alla vita politica può essere solo questo di…

L’articolo prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO