La proposta di far pagare la crisi “anche agli statali”, per poi ovviamente arrivare ai pensionati, è un’idea che non meriterebbe neppure commento.
Tanto è evidentemente demagogica, e irrazionale.
Al di là infatti di ogni malpancismo e invidia sociale verso lavoratori innegabilmente un pizzico meno esposti di altri, è del tutto chiaro che ogni ragionamento razionale ci suggerisce che dovremmo invece discutere dell’esatto contrario.
Dovremmo discutere, proprio ora e per fronteggiare la crisi, di potenziare lo Stato e i servizi pubblici.
Di dare finalmente uno stipendio europeo, ai nostri insegnanti, visto anche le prestazioni che chiediamo loro con la didattica a distanza, di investire finalmente in un sistema scolastico all’avanguardia, di stabilizzare in organico almeno altri duecentomila docenti, per avere finalmente classi da 15 alunni e non da 25.
Di investire nella ricerca, nel diritto allo studio, di far tornare con incentivi i “cervelli” che sono dovuti andare all’estero.
Di incrementare l’organico di medici e infermieri.
Di fare finalmente un rinnovo del contratto del Pubblico impiego con cifre decenti, dopo oltre dieci anni di blocco sostanziale.
Di superare le esternalizzazioni e il precariato anche nel settore pubblico.
Di ripristinare l’aggiornamento pieno al costo della vita delle pensioni fino a duemila euro.
Questo ci dice la ragione.
Però la ragione ci dice anche che va affrontata, da sinistra, anche la guerra tra poveri che rischia di innescarsi, se non tuteliamo, oltre al sistema pubblico, gli altri settori del lavoro.
Non possiamo non dircelo: in un Paese che funziona si sarebbe, a marzo, il dieci marzo, fatto arrivare ventimila euro via bonifico, direttamente sul conto corrente, a fondo perduto, senza se e senza ma, a tutti i titolari delle piccole attività , fino a trecentomila euro di fatturato, operanti nei settori colpiti dal lockdown: bar, ristorazione, turismo, cultura, spettacolo, tassisti, parrucchieri.
Subito, a fondo perduto, senza se, senza ma, e senza dubbi, lamenti e sospiri, nemmeno da sinistra
Perchè così fa uno Stato di fronte ad un’emergenza e così reclama e pretende dal proprio Governo una sinistra che ha una visione politica , che ha un minimo di lucidità.
Una sinistra e un governo lucidi, non consentono la guerra tra gli ultimi e i penultimi, ma nemmeno tra i terzultimi e i quartultimi.
È una tristezza vedere sui social insegnanti contro baristi, parrucchieri contro pensionati.
È una tristezza e una pena, e soprattutto è pericoloso e inquietante: è il segno di una sinistra che non c’è, che non ha pensiero, che non ha visione.
Che non sa unire il lavoro, contro la speculazione, il grande capitale e gli sfruttatori.
Aver abbandonato partite iva e ceto medio ha creato l’humus per la guerra agli statali, ai lavoratori pubblici in generale, e domani ai pensionati.
È la normale reazione.
Non siamo capaci di chiedere un centesimo ai quaranta miliardari che incrementano del 30% le loro ricchezze tra aprile e luglio speculando sulla crisi, ma sappiamo fare tante battute spiritose sulle pasticcerie che non fanno gli scontrini.
Che rivoluzionari.
L’attacco al lavoro pubblico è esattamente quello che dobbiamo aspettarci, se abbandoniamo i non garantiti, i precari, i lavoratori del privato, le partite iva, i piccoli imprenditori e i commercianti.
È la conseguenza di un Governo – e di una sinistra che lo sostiene con ben poco spirito critico – che ha dato 600 euro anche ai notai, che ha eliminato l’irap anche per le imprese con duecento milioni di fatturato (su richiesta di italia viva), che non ha avuto il coraggio di togliere il miliardo e mezzo in più di spese militari stanziato nel 2020 rispetto al 2019, che non ha toccato i 20 miliardi annui di sussidi statali a gas, carbone e petrolio, che non aumenta la progressività del prelievo sui redditi sopra i centomila euro, che non tocca i patrimoni milionari.
È la conseguenza di una sinistra (anche radicale) che ha perduto mesi a chiaccherare di Mes e recovery fund, come scusa per fare solo una polemica di retroguardia tra europeismo ed euroscetticismo, senza guardarsi in casa, senza affrontare la propria incapacità di recuperare le risorse dove sono concentrate, dove strabuzzano, dove si ammassano in modo indecoroso.
Vogliamo parlare dei profitti di questi mesi di Google e Amazon?
Ce ne sarebbe per rifare d’oro bar e pizzerie, abolire le tasse ai parrucchieri, raddoppiare gli insegnanti nelle scuole e le pensioni ai settantenni.
Una sinistra che non sa unire chi lavora, chi la mattina si alza alle sette, o anche alle sei, che sia per andare ad insegnare a scuola o ad aprire il bandone di un bar, indicando i veri avversari negli speculatori e negli sfruttatori, è una sinistra che non ha ragione di essere.
Che può solo fare buonismo benpensante.
E che finisce per forza di cose ad avere come unico orizzonte morale la santa crociata dei laureati e dei competenti, contro i negazionisti e gli antivaccinisti, e come unico obiettivo di conflitto sociale il bruciare sui roghi chi sbaglia i congiuntivi, perchè altro non vuole e non è capace di fare.
Se continuiamo così temo che l’unica cosa che ci rimane è sperare di avere contro sempre avversari non troppo presentabili come Trump o la Ceccardi in Toscana.
E forse da questo punto di vista potremmo anche essere accontentati.
Se la sinistra rimane questa, la destra è destinata ad andare ben oltre Trump e la Ceccardi.
Molto, molto oltre.
Potenziamo i servizi pubblici, invece di attaccare gli statali

San Raffaele, visite Covid a pagamento? Peggio di come sembra

Ha fatto molto discutere ieri la notizia che il San Raffaele di Milano ha un vero e proprio servizio, a pagamento, per i pazienti positivi al Covid-19 in isolamento a casa. Il costo di una visita specialistica a domicilio è di 450 euro, mentre per un più semplice e immediato consulto video o telefonico da parte del medico il costo è di 90 euro. 90 euro per un consulto telefonico, avete letto bene.
Ha centrato il punto il consigliere regionale Matteo Piloni che dice: «Sei positivo al Covid e in isolamento? Le Usca non funzionano come dovrebbero? Tranquilli, ci pensa il privato. Se Ats o il vostro medico non vi chiamano o non rispondono, ci pensa il San Raffaele. Con un consulto video o telefonico a 90 euro e, se il medico lo riterrà, con 450 euro per un servizio di diagnostica a domicilio. Il pubblico arranca e il privato ingrassa».
Vale la pena rileggere anche quello che disse Alberto Zangrillo, primario guarda caso proprio al San Raffaele: «È indubbio che la diga del terrorismo ha ceduto e le persone sono disorientate e spaventate. Il malato va seguito a domicilio dall’esordio della prima sintomatologia». La frase, di per sé giusta, risulta un po’ risibile se detta da chi il Covid questa estate lo giudicava “clinicamente morto”, da quello del “sono tutti asintomatici” e dallo stesso che lavora nell’ospedale che lucra proprio sulla paura.
Per inciso l’Ospedale San Raffaele fa parte del Gruppo San Donato, sì sì proprio quello dove lavora Angelino Alfano e dove lavora Roberto Maroni. Incredibile, vero?
Per capire sempre del Gruppo San Donato conviene anche rileggersi una nota del consigliere regionale in Lombardia del M5S Fumagalli che l’8 agosto scrisse: «In data 5 agosto, la Giunta Regionale (con la delibera 3518 dall’anonimo oggetto: (‘Determinazioni in ordine alla gestione del servizio sanitario e sociosanitario per l’esercizio 2020-1°provvedimento’) stabilisce di farsi carico del 50% dei costi del rinnovo contrattuale della sanità privata con interventi relativi alle tariffe e ai budget nei limiti delle risorse disponibili. Questo significa (come già segnalato sul sito di Business Insider Italia) che, ad esempio, un ospedale come il San Donato che nel 2019 ha fatto un fatturato di 170 milioni di euro con un utile netto di quasi 34 milioni di euro, riceverà dei fondi extra per pagare i propri dipendenti. 5 milioni di euro solo per i mesi restanti del 2020. Se Regione Lombardia ha così a cuore i dipendenti degli Ospedali privati, perché non impone a questi imprenditori (il San Donato è guidato da Angelino Alfano) di applicare il Ccnl della sanità pubblica? Perché non impone di assumere i medici anziché tenerli a partita Iva? Il San Donato ha solo un medico assunto. Perché impegnarsi ad aumenti di tariffa e di budget nei confronti di chi fa già enormi utili per pagare i dipendenti? Non possono usare i margini che hanno per pagare i dipendenti e diminuire gli utili? Ma ai lavoratori delle cooperative che stanno nella sanità con uno sfruttamento enorme, i soldi dell’aumento di stipendio lo passa Regione Lombardia? No, perché in queste cooperative, non ci sono Alfano e Maroni a fare i presidenti».
Insomma, è molto peggio di come sembra.
Buon martedì.
Ve lo buco, ‘sto Natale

Che Paese straordinario che siamo. Ci dicono che non è il tempo di riflettere sugli errori compiuti (e guardate che trattandosi di sanità sono sopratutto delle regioni) perché vorrebbe dire mortificare i morti, ci propinano virologi che dicono cose opposte sui media, virologi assolutamente incauti nella comunicazione (per dirla in modo buono), ci fanno ascoltare le canzoni di quella diventata famosa perché in spiaggia disse che non ce n’è di Coviddi e intanto tutta la discussione si concentra sul Natale.
Badate bene: non si concentra sul Natale per il valore eventualmente religioso, ci si concentra sul fatto che il Natale forse sì o forse no lo possiamo passare con i parenti. E intanto muoiono 600 persone al giorno quasi. E il cenone di Natale occupa tutte le conversazioni. Che poi non hanno nemmeno il coraggio di dirci che il tema non è mica il Natale, no, no, figurati, non hanno mica il coraggio di dirci che devono lasciare una parentesi per i consumi, che vorrebbero trovare la formula algebrica per farci uscire solo giusto il tempo per riempire il carrello che non sia mai che si rimane fuori solo al costo di uno spritz, no, no, ci vogliono fare intendere che la preoccupazione sia tutta sentimentale come in una brutta sit-com sentimentale ce la buttano su parentele. Che poi anche sulle parentele ci sarebbe da discutere, poiché noi siamo un Paese in cui i congiunti sentimentali sono quelli certificati, decine di parenti ma guai a voler vedere qualcuno a cui confessiamo tutti i nostri peccati da anni ma che ha la sfortuna di non essere descritto da un Decreto.
Intanto c’è chi strappa uno stipendio da fame, se ci riesce, c’è chi si ammala e non riesce a farsi curare e c’è chi muore. Mentre si parla di Natale senza avere il coraggio di fare un cenno all’economia. Una lunga, interminabile, paternale. Che strano Paese che siamo, che Paese incredibile: il presidente del consiglio introduce il Natale con una lettera improponibile di un bambino e ieri un giornalista del Corriere della Sera parla addirittura di “dittatura”, scrive proprio così Pierluigi Battista e chi gli risponde su Twitter? Il portavoce di Conte che per certificare l’esistenza del bambino posta un video di Barbara D’Urso.
E lì ho pensato che tutto era compiuto, che il cerchio si era chiuso, che stiamo a posto così. Mentre De Luca in sottofondo chiede un giorno “tutto chiuso” e il giorno dopo “tutto aperto”. In attesa del Natale. Buona fortuna a noi.
Buon lunedì.
I califfati regionali e la Repubblica dissolta

Hanno creato il caos, come avevamo previsto. La cosiddetta autonomia differenziata dissolve la Repubblica. Sintomi gravi. Posso citare la gustosa bizzarria del presidente provinciale di Bolzano Kompatscher che, il 29 ottobre, si diceva convinto di doversi allineare per il lockdown soft con Germania ed Austria. Su posizioni opposte, Travaglio propone l’abolizione delle Regioni; l’abolizione, cioè, dell’articolo 5 della Costituzione. Sintomi di un caos crescente, per l’appunto. La Costituzione va rispettata. L’articolo 5 recita: «la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali…».
La pandemia è una cartina al tornasole. Ha evidenziato che le pulsioni secessioniste contraddicono l’equilibrio democratico dell’articolo 5, attaccando frontalmente la Repubblica e lo Stato sociale fondato sui diritti universali alla sanità pubblica, al lavoro, ai saperi, all’ambiente. I presidenti di Regione si azzuffano intorno alla collocazione cromatica del loro territorio, utilizzando la pessima riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 per esercitare pulsioni demagogiche. Le Regioni diventano califfati, in lotta per interessi e consensi personali. Stanno diventando sempre più baracconi burocratici che tolgono l’ossigeno alle autonomie comunali e alla democrazia di prossimità, le quali sono fondamentali per collegare le pratiche di mutualismo, solidarietà, conflitti sociali, di fronte ad una diseguaglianza sociale che quotidianamente cresce.
Sul piano anche istituzionale, infatti, l’autonomia differenziata rende pratica permanente la concertazione tra esecutivi, liddove le responsabilità di direzione sembrano non esistere più, svaniscono nella nebulosa confusa di comitati, cabine di regia, commissariamenti. Mentre il presidente del Consiglio abbonda nel varo di atti amministrativi, di Dpcm, nei quali manca ogni ispirazione progettuale. In più, peraltro, delegittimano, in un sol colpo, Parlamento, presidente della Repubblica, Corte Costituzionale. La drammaticità della seconda fase del contagio e la crescente crisi sociale consiglierebbero profonde revisioni degli errori fatti. E invece si va avanti a fari spenti contro il muro. È incredibile la proposta del governo, incalzato da Fontana, Zaia, Bonaccini, ecc., di portare, entro dicembre, l’autonomia differenziata all’approvazione in Parlamento in un collegato alla legge di bilancio. Sappiamo, tra l’altro, che la legge di bilancio, da anni, viene approvata con l’apposizione del voto di fiducia. Rischiamo di giungere al paradosso che la…
Gherardo Colombo: Salvare la scuola per salvare l’Italia

Noto per aver condotto celebri inchieste su corruzione, crimine organizzato e mafia, Gherardo Colombo nel 2007 ha lasciato la magistratura e ha scelto di dedicare il proprio tempo a incontrare i ragazzi nelle scuole per parlare loro della Costituzione, dei diritti e delle regole, un lavoro che svolge con alcuni amici con cui ha fondato l’associazione Sulleregole. Il suo ultimo libro Anche per giocare servono le regole (Chiarelettere) è una dichiarazione d’amore alla nostra Costituzione. Nel volume viene messa in luce tutta la sua forza, non solo per quanto riguarda i diritti sanciti, ma anche per la sua capacità di adeguarsi ai cambiamenti della società nel tempo.
Gherardo Colombo, notiamo che troppo spesso Costituzione viene erroneamente ritenuta da politici e cittadini come un insieme di norme antiquate e bisognose di modifiche. Scarsa conoscenza o una scusa per eliminare garanzie?
Credo non ci sia una risposta univoca. Penso che tanti cittadini, ma anche persone che svolgono funzioni istituzionali, non conoscano la Costituzione. Poi ci sono persone che la conoscono e non la amano e ci sono poi quelli che la condividono. Una parte della cittadinanza che non conosce la Costituzione secondo me non sarebbe comunque d’accordo con i suoi principi perché la nostra è una società piuttosto verticale che tende alla gerarchia ed è quindi diversa dalla società orizzontale prevista dalla Costituzione. C’è un po’ tutto questo, ma il nostro è sicuramente un Paese in cui la Costituzione fa fatica.
Lei sta provando a risolvere questo problema incontrando i ragazzi nelle scuole dove parla loro della Costituzione, delle regole e dei diritti, un lavoro importante per aiutare lo sviluppo di un pensiero critico. A proposito delle regole, lei dice che dovrebbero essere percepite non come qualcosa di astratto ed imposto, ma come il frutto di una scelta personale dettata dallo stare in rapporto con gli altri.
Le regole dovrebbero nascere da una condivisione il più possibile generale, è quello che è successo per la Costituzione che è stata fatta da persone elette dalla cittadinanza. Dico sempre ai ragazzi che è necessaria la…

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE
La psichiatra Lo Cascio: Creativi nelle difficoltà, la forza degli adolescenti

Dottoressa Lo Cascio, eravamo nelle prime settimane di pandemia quando lei scrisse su Left che «l’adolescenza è un periodo in cui tutto è plastico e in trasformazione, ma è anche la fascia di età in cui vi è l’insorgenza del 75% delle patologie mentali». Come sappiamo, una parte degli studenti non ha potuto avere accesso nemmeno alla Dad. Che impatto rischia di produrre il non poter frequentare la scuola in una fase evolutiva così delicata?
È indubbio che per gli adolescenti la chiusura della scuola e il distanziamento sociale che ne deriva, rappresentino una sfida insidiosa. Molti hanno dovuto saltare riti di passaggio fondamentali, ad esempio i viaggi di istruzione, e si trovano a fare i conti con un futuro nebuloso. Prevedere l’impatto che questa pandemia avrà sulla salute mentale dei ragazzi è un’impresa ardua e ci vorranno anni per comprenderne a pieno la portata. Va detto che negli adolescenti c’è una grandissima capacità di reagire e di trovare soluzioni creative alle difficoltà. Questa crisi può permettere loro di misurarsi con la loro identità, per quanto in formazione, e può anche accadere che si favorisca un processo di crescita. È chiaro che questo sarà tanto più delicato quanto più ci sposteremo dai ragazzi più grandi, che possono contare già su un bagaglio di esperienze, a quelli più piccolini, magari in fase puberale, per i quali è necessaria una maggiore attenzione.
C’è qualcosa in particolare che ha notato in questo periodo?
Il pensiero di non poter continuare il percorso scolastico si sta accompagnando a forti sentimenti di tristezza nei ragazzi con i quali ho modo di lavorare. Dopo il precedente lockdown avevo osservato una nuova e inaspettata consapevolezza dell’importanza della scuola. Volevano tornare a scuola, avevano capito quanto fosse significativo stare con i compagni per confrontarsi e mettersi in gioco. È stato sorprendente vedere quanto i ragazzi con difficoltà scolastiche si siano impegnanti con vigore nell’affrontare l’esame di maturità per finire il ciclo scolastico nel migliore dei modi. A settembre c’è stato a un grande entusiasmo all’idea della ripresa e questi primi due mesi, per quanto complessi, hanno fatto capire quanto fosse una loro conquista e un loro diritto, niente affatto scontato. C’era l’idea di lottare per ripartire insieme, insegnanti, alunni, personale scolastico e genitori, per questa avventura. Tutte cose che probabilmente non avevano mai capito fino in fondo. Il rischio di questa nuova interruzione è quello di…

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE
Dentro il vaccino di Pechino

Nell’ottobre del 2016, con una dichiarazione pubblica assai audace il presidente Xi Jinping annunciava la “Healthy China” (HC 2030), una programmazione sanitaria che, oltre ad affermare che la salute è un presupposto per ogni futuro sviluppo economico e sociale, stabiliva una strategia nazionale fissando obiettivi precisi e coinvolgendo tutti gli attori responsabili, cittadini compresi. Il documento evidenziava subito la necessità di sostenere la sanità pubblica non perdendo di vista le aree del Paese rimaste indietro nello sviluppo economico, ma anche di investire nella ricerca, nella sperimentazione e nell’innovazione. Per questo non bisogna stupirsi che la pandemia di Sars-cov-2 dalla quale il mondo è ancora travolto, appaia ormai quasi superata in Cina. Infatti, da una prospettiva politica, la capacità nell’affrontare l’emergenza ha avuto dimensioni sia nazionali che internazionali con una eco enorme.
Tuttavia la a linea ufficiale seguita dal Partito è sempre stata quella secondo cui «la piena vittoria» sarebbe dipesa dalla creazione di un vaccino. Questo messaggio chiaro è da subito apparso combinato alla retorica comunemente adottata dal Pcc: l’inquadramento cognitivo basato sul tempo, le cui scansioni vengono utilizzate per sviluppare una narrativa favorevole mentre si smussano angoli e dettagli poco favorevoli. Così, lo scorso settembre, durante una cerimonia commemorativa per le vittime del Covid, Xi Jinping definiva anche le tappe temporali attraverso le quali la Cina aveva vinto: «Un mese o giù di lì per contenere inizialmente (il virus) … circa due mesi per mantenere i nuovi casi domestici giornalieri entro una sola cifra» e «circa tre mesi per ottenere risultati decisivi nella battaglia per Wuhan e tutto l’Hubei».
Nonostante la nuova fiammata di contagio della scorse settimane, nella città portuale di Qingdao, peraltro immediatamente circoscritta, la linea ufficiale di Pechino è che il Paese ha già ottenuto un «successo strategico» nell’abbattere il virus. C’è del vero in questo: le misure di controllo proattive e rigorose hanno ricevuto elogi significativi anche dall’Organizzazione mondiale della sanità. Così, uscita dalla fase di emergenza la Cina è entrata in una fase di normalizzazione della prevenzione e del controllo di cui il vaccino deve rappresentare il naturale esito. È notizia degli ultimi giorni che…
*-*
L’autrice: Daniela Caruso è docente di Studi sulla Cina presso l’Università internazionale della Pace-Onu di Roma

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE
Aveva 6 mesi, avete dormito?

Aveva sei mesi. A sei mesi hai una vita davanti, dopo il mare e a sei mesi sei anche ghiotto per farci un articolo di giornale. Ma il naufragio avvenuto l’altro ieri a circa 30 miglia a nord delle coste libiche di Sabratha ha fatto “poca” notizia. Sono subito diventati numeri. Accade così: se non ci sono corpi da fotografare e cadaveri tra i bagnanti la notizia scuote poco poco, interessa agli addetti del settore, dicono così. A proposito che sanno “gli addetti del settore” di 6 persone morte tra cui un bambino di sei mesi? Chi sono gli “addetti del settore”? Le persone, mica solo quelle di buone volontà, la morte di un bambino annegato è un peso anche per le persone di cattiva volontà, gli auguro di sentirlo, gli auguro di non riuscire a disfarsene appena farà capolino.
Si chiamava Joseph e veniva dalla Guinea. Una volta scriverne il nome almeno faceva un certo effetto. Ora nemmeno quello. Scivolano anche i nomi, scivolano le storie, scivola tutto in fondo al mare. Joseph era con più di 100 persone su un gommone stracarico, talmente stracarico, che ha ceduto il pianale. Un abisso che si apre sotto il pavimento. Visto da un aereo di Frontex sono stati salvati dalla nave di Open Arms, le Ong cattive, quelle che l’altro ieri ne hanno salvati 111 che stavano aggrappati ai galleggianti come ci si aggrappa al ciglio di un burrone, con quella paura che è talmente densa da diventare puzza. Voi le avete mai sentite le persone quando puzzano per la paura? È un odore rancido che non si riesce a staccare di dosso.
Articoli su articoli, editoriali su editoriali sui processi (giusti) a un ex ministro che ha lasciato persone a bordo di una nave militare italiana e chi processa chi per un bambino di 6 mesi rinsecchito dal mare? Chi è il colpevole? Chi sono i colpevoli? Dov’è la giusta indignazione? Perché si continua a morire ma non si continua più a raccontare con la stessa virulenza di prima? È una cosa che non mi fa dormire la notte.
A proposito: voi che avete responsabilità sul Mediterraneo e che lasciate intoccabile l’inferno libico avete dormito in queste ultime due notti? Vi siete riposati tra i guanciali del virus che ammorba anche tutto il resto rendendo soffici le tragedie? Siete soddisfatti che sia passato il cattivismo solo perché è cambiata l’aria? Perché il mare continua a uccidere. Annega e se li mangia. E uccide.
Siate maledetti.
Buon venerdì.
Tecnologia al servizio della collettività

La tecnologia è uno dei determinanti del futuro dell’umanità, allo stesso livello di importanza delle questioni ambientali, geopolitiche, economiche e socio-politiche. È sufficiente pensare a energia, trasporti, difesa, medicina e digitale per capire che è così.
La tecnologia dovrebbe essere, quindi, incessantemente al centro di una discussione pubblica ampia e approfondita, dalle scuole e università al Parlamento, dai partiti politici ai media. Per identificare bisogni, per stabilire priorità, per favorire la ricerca di soluzioni, per saggiare le conseguenze economiche, sociali e culturali delle varie opzioni, per decidere se, quando e in quale forma mettere in campo una determinata tecnologia, per capire come assicurare tecnologie utili per la collettività. Insomma, per riflettere politicamente sulla tecnologia.
Sarebbe logico che ciò capitasse, soprattutto in democrazia. Tuttavia in generale non capita. Non che si parli poco di tecnologia: se ne parla e anche molto. Ma sono riflessioni in larga parte frammentate in ambiti disciplinari e comunicativi sconnessi tra loro. Come nella parabola buddista, monaci ciechi toccano un elefante, ma solo la coda, una zampa, una zanna, la proboscide. Nessuno tocca altre parti del corpo dell’elefante e quindi nessuno arriva a capire di avere a che fare con un tutto, con, appunto, un elefante.
Quindi sui media si celebra (o critica) l’ultimo modello di smartphone o si paventa – da almeno sessant’anni – la fine del lavoro, i tecnici pensano a rendere più efficienti le tecnologie esistenti a prescindere dalle conseguenze di tale aumento di efficienza, i filosofi si interrogano su quanto la tecnica sia più o meno fuori controllo (o, all’opposto, via per realizzare il paradiso in terra), gli economisti si occupano di come favorire e far fruttare l’“innovazione”, e così via per silos. Silos che tendono a polarizzarsi in “apocalittici” e “integrati”, in entusiasti e pessimisti, ma conservando tutti la tendenza a dare per scontata una premessa fondamentale, ovvero, che la tecnologia capiti. E che di conseguenza in fondo non ci sia bisogno di una riflessione ampia sulla tecnologia: per gli entusiasti perché tanto ogni evoluzione tecnologica è per definizione un progresso, per i pessimisti perché tanto ormai la tecnica è fuori controllo e “solo un dio ci potrà salvare”. Quindi, perché mai fare la fatica di riflettere sulla tecnologia in maniera interdisciplinare, e – soprattutto – perché mai riflettere politicamente sulla tecnologia?
Come far capire, invece, che la tecnologia dovrebbe essere uno…
*-*
L’autore: Juan Carlos De Martin è professore ordinario al Politecnico di Torino, faculty associate all’Università di Harvard e co-curatore di Biennale Tecnologia che si svolge online fino al 15 novembre. Sta scrivendo un libro dal titolo: Dieci lezioni sulla tecnologia

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE
Un esercizio di intelligenza collettiva
L’Italia è un Paese fragile, ripetutamente colpito da terremoti, alluvioni, frane. È fragile per la natura del suo territorio ma diventa ancora più vulnerabile perché il costruito e le forme del nostro abitare continuano a non fare i conti con la realtà che ci circonda. Negli ultimi 50 anni il nostro Paese ha subito sei violenti terremoti, tre dei quali nell’ultimo decennio (Friuli Venezia Giulia nel 1976, Irpinia nel 1980, Marche e Umbria nel 1997, Abruzzo nel 2009, Emilia Romagna nel 2012, Centro Italia nel 2016) a cui si aggiungono gravi eventi alluvionali nelle città di Genova, Venezia e molte altre. Più di 10mila persone hanno perso la vita. Eppure il dolore non si trasforma in politiche pubbliche capaci di farci trovare più preparati ad affrontare nuovi eventi e ogni emergenza si affronta come se fosse sempre la prima volta. A fronte di questa fragilità cronica, l’Italia non si è mai dotata di un piano nazionale per la gestione del rischio da catastrofe legata ai fenomeni naturali e al verificarsi di ogni sisma si è sempre ricominciato da capo: ogni volta si è dovuto pensare ad una governance ad hoc, si è moltiplicata la produzione legislativa e regolamentare, ci si è affannati a trovare dal nulla le risorse economiche causando ritardi inaccettabili nella ricostruzione.
Basti ricordare che, a 11 anni dal sisma aquilano, una sola scuola è stata ricostruita e che ad oggi solo il 2% della ricostruzione di edifici privati nei territori colpiti dal sisma in Centro Italia del 2016-2017 è stata portata a termine. Su 2.613 edifici pubblici, solo 28 sono stati ricostruiti. Le conseguenze di questo approccio emergenziale alla gestione del rischio non riguarda solo la ricostruzione. Intere comunità hanno vissuto per anni nell’incertezza normativa, private della possibilità di partecipare al rilancio socio economico del loro territorio, lasciate senza posti di lavoro, in balia di infrastrutture inadeguate e di servizi non attrezzati a rispondere ai traumi subiti. Il risultato? Sfiducia nelle istituzioni, perdita economica, aumento esponenziale di patologie legate alla salute mentale. Le persone e le condizioni oggettive dei territori terremotati ci dicono che i nuovi «ostacoli al pieno sviluppo della persona umana» creati dal sisma sono tanto più alti quanto maggiori sono le disuguaglianze pre-esistenti tra gruppi e tra persone. Ci dicono anche che se l’equilibrio socio-economico precedente al sisma consentiva condizioni di benessere e di sviluppo, nella fase di ricostruzione si tenderà a ripristinare lo stesso equilibrio con tempestività (come accaduto in Emilia Romagna). Se invece l’equilibrio socio-economico pre-sisma teneva il territorio in una trappola di sotto-sviluppo (scarso sfruttamento del potenziale, scarsa quantità e qualità dei servizi, declino demografico), il sisma porterà il territorio verso un peggioramento della situazione. Il sisma, come ogni crisi, tende dunque ad amplificare le disuguaglianze di partenza. Di questo si deve tener conto quando si stabiliscono i diritti e si definisce l’azione pubblica.
Alla luce di tutto questo e dopo anni di presenza sui territori più fragili del Paese, ActionAid ha deciso di lanciare il 6 aprile 2019, in occasione della ricorrenza dei 10 anni dal terremoto aquilano, la campagna #SicuriPerDavvero con…
*-*
L’autrice: Elisa Visconti è capo dipartimento Programmi ActionAid Italia

OPPURE IN EDICOLA CON LEFT DAL 13 NOVEMBRE

