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Svolta a destra e più potere al Nord, ecco cosa ci aspetta dopo il taglio del Parlamento

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 22-09-2020 Roma, Italia Politica Welfare Index PMI Nella foto: Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte interviene alla premiazione Welfare Index PMI Photo Mauro Scrobogna /LaPresse September 22, 2020  Rome, Italy Politics PMI Welfare Index In the photo: The Prime Minister Giuseppe Conte speaks at the PMI Welfare Index award ceremony

Dopo la vittoria del Sì al Referendum quali scenari socio-politici si possono aprire nel nostro Paese? Ripartiamo dai numeri.

Come l’Istituto Cattaneo aveva già evidenziato nella settimana antecedente l’appuntamento referendario, la vittoria del Sì abbinata ad una legge elettorale proporzionale al 3% o al 5%, porterebbe la destra avanti in tutte e due le Camere. La Fondazione Einaudi dal suo canto evidenziava come, con la vittoria del Sì al referendum, con soli 267 deputati e 134 senatori si potrebbe «cambiare la Costituzione in ogni sua parte, senza possibilità per i cittadini di esprimersi con un successivo referendum». Ora dopo la vittoria del Sì l’Istituto Cattaneo non solo conferma che con il “Germanicum” (proporzionale con soglia di sbarramento al 5%), governerebbe la destra, ma ci informa anche che sulla base degli ultimi sondaggi il M5s sarebbe il partito che perde più seggi sia in assoluto che in percentuale: alla Camera da 199 a 73 e al Senato da 95 a 38.

Contemporaneamente uno studio Youtrend indica che a superare la soglia del 5%, sempre sulla base degli ultimi sondaggi disponibili, sarebbero soltanto la Lega (25,2%), il Pd (20,2%), il M5s (15,8%), FdI (15%) e FI (7,1%). La maggioranza andrebbe al centrodestra con 227 seggi su 400. La distribuzione dei seggi così risultante porta alla dispersione del 16,7% del voto per le formazioni che non supererebbero la soglia del 5%. Questo non solo determinerebbe una crisi di rappresentanza e di democrazia, ma nei fatti costituirebbero un premio di maggioranza per il centro destra che balzerebbe dal 47,3% dei voti al 56,8% dei seggi.

Siamo perciò, come ampiamente illustrato nei mesi passati da più voci, al passaggio da una Repubblica basata sulla rappresentanza espressa dal voto popolare ad una Repubblica oligarchica, dove il voto popolare rappresenta solo una componente non fondamentale. Il prossimo passaggio, dopo accurata preparazione mediatica dei soliti corifei, sarà quello ad una Repubblica presidenziale, si andrà così a completare uno degli ultimi tasselli che mancano per la piena realizzazione del piano piduista di “rinascita nazionale”.

In questo quadro già di per sé sconfortante si aggiunge il ruolo sempre più egemone e verticistico della Conferenza Stato-Regioni, che da fonti stampa potrebbe vedere un cambio alla guida: dal Presidente dell’Emilia-Romagna Bonaccini a quello del Veneto Zaia. Zaia ha smentito, evidentemente è più che garantito negli interessi delle regioni del Nord da Bonaccini, ma è chiaro la Conferenza Stato-Regioni è ormai sempre più in conflitto col governo nazionale, come si è visto ampiamente non solo durante tutta la fase d’emergenza Covid, ma anche ultimamente con la vicenda della riapertura al pubblico delle attività sportive. A tal proposito è doveroso rimarcare che è già stata calendarizzata alla Commissione Affari costituzionali del Senato l’introduzione di una supremacy clause all’art. 117 della Costituzione, per la potestà legislativa e la costituzionalizzazione del sistema delle Conferenze.

Per il Sud una eventuale staffetta Bonaccini-Zaia poco cambierebbe essendo ambedue campioni della “secessione dei ricchi” – ossia dei progetti di autonomia regionale differenziata – che da tempo marciano sul binario unico ed esclusivo dei soli interessi delle loro regioni e del Nord, pronti a drenare il più possibile dei fondi del Recovery fund in arrivo dall’Europa. Fondi che secondo le indicazioni europee dovrebbero, per una quota di circa il 70%, essere utilizzati per iniziare a colmare il divario Nord-Sud. Zingaretti pochi giorni fa in una intervista al Mattino ha però già iniziato la sottrazione, indicando nel 34% (cioè semplicemente la percentuale della popolazione, quindi nulla in più del semplice riparto dovuto) i fondi da destinare al Mezzogiorno, ma è prevedibile che anche una parte di questi saranno in qualche modo drenati a vantaggio delle regioni più ricche, come la Storia insegna. Non va infatti dimenticato che la Conferenza Stato-Regioni è la sede in cui progressivamente è maturato, grazie anche all’ignavia del ceto politico meridionale, il divario Nord-Sud.

Una volta investiti, o se preferite in gran parte sperperati in mille rivoli come già si profila all’orizzonte, i miliardi in arrivo dall’Europa, ci ritroveremo con il Parlamento indebolito nella sua funzione di equa rappresentanza, anche territoriale, dell’elettorato soprattutto al Senato, i Presidenti di Regione arroccati ognuno a difesa dei propri interessi, il realizzarsi definitivo del progetto di autonomia differenziata, una crisi di rappresentanza democratica che renderà sempre più turbolenti i rapporti di forza all’interno del Paese e genererà insoddisfazione e una disaffezione verso la politica nella fetta dell’elettorato non rappresentata, un governo sempre più autoritario, poco attento ai bisogni delle classi popolari ed in perenne conflitto con la Conferenza Stato-Regioni che diverrà nei fatti una terza camera para-legislativa e una Costituzione stravolta da ogni nuova maggioranza.

La scintilla che potrebbe far esplodere questa polveriera sarà il Sud sempre più immiserito e che vede, come da dati Eurostat della scorsa settimana, Campania prima, Sicilia seconda e Calabria ottava fra le regioni europee con la maggior parte della popolazione a rischio povertà. È quindi facilmente constatabile come, al momento, l’Italia proceda a marce forzate verso la balcanizzazione del Paese, oramai è solo questione di tempo.

Ci si domanda a questo punto come possono muoversi le formazioni di sinistra per contrastare questa deriva destabilizzante. La prima domanda da porsi è: c’è nel Paese una base elettorale per ripartire da sinistra? Sicuramente sì, a partire da una parte di quell’elettorato – più del 30% – che ha votato No al referendum a difesa della Costituzione e senza dimenticare gli spunti positivi forniti dalle recenti esperienze aggregative unitarie in Toscana o in Campania con “Terra”. Comunque la si pensi è importante rilanciare da subito ipotesi aggregative che pongano l’accento oltre sui temi a tutti noi cari a sinistra – fra i quali quelli del lavoro e dell’ambiente – anche sulla situazione del Mezzogiorno, nei fatti senza rappresentanza in questo nuovo panorama politico, come detto, e sulla necessità di una presenza e visione meridionalista progressista unitaria nei programmi per poter fornire risposte puntuali ai territori. Con la consapevolezza che con uno sbarramento al 5% per Camera e Senato, uniti a quelli molto alti presenti in alcune regioni e allo stravolgimento della Costituzione, la strada unitaria diventa un’esigenza per tutti, o almeno per chi non intende confluire nel Pd o fare opera di mera testimonianza.

Sarà però indispensabile abbandonare da subito la coazione a ripetere gli errori del passato, ricercare nuove modalità aggregative e d’azione per non venire percepiti nell’immaginario collettivo come soggetto vintage o autocontemplativo; non ci sarebbe errore peggiore e definitivo.

Cow boys del nucleare

Non vi è dubbio che nei suoi quattro anni di mandato presidenziale Donald Trump abbia esasperato oltre ogni limite il rischio di una guerra nucleare. Forse è opportuno fare una semplice lista per coloro che non si occupano di armamenti nucleari. A partire dalla Nuclear Posture Review del gennaio 2018, che stabiliva lo sviluppo di nuove testate nucleari di piccola potenza, “più utilizzabili”, e ampliava le circostanze in cui potranno essere usate, abbassando così la soglia per il loro uso. È seguito il ritiro unilaterale e ingiustificato degli Usa dallo storico accordo con l’Iran sul nucleare (Jcpoa): il cosiddetto, pomposamente, “Accordo del secolo” per il Medio Oriente stringe l’accerchiamento attorno all’Iran ed esaspera il rischio che Teheran riprenda progetti nucleari militari. Nell’autunno del 2018 Trump ha unilateralmente disdetto lo storico trattato “Inf” (Intermediate Nuclear Forces) che nel 1987 aveva risolto la crisi degli euromissili e inaugurato il processo di riduzione degli armamenti nucleari. Un accordo che rimaneva uno dei pilastri del pur carente regime di non-proliferazione nucleare.

Nel giugno scorso l’amministrazione Usa ha annunciato ufficialmente la volontà di recedere dal trattato “Cieli aperti” (Open Skies Treaty) che consente voli disarmati di controllo per garantire fiducia e trasparenza. Permane poi il grave disaccordo con la Russia e la Cina su come condurre negoziati per limitare la militarizzazione dello spazio esterno, le difese antimissile e la cyberwar. Considerando il “peso” degli Stati Uniti il mondo sta in pratica andando verso una situazione nucleare senza regole. Intanto la voce della spesa per le armi nucleari ha acquistato un rilievo sempre più smisurato nel budget militare del Pentagono. Rispetto al 2019 la stima degli stanziamenti prevede un aumento del 20-30% (e saranno crescenti fino al 2025) tanto che persino alcuni militari esprimono il timore che ciò possa cannibalizzare il potere militare convenzionale degli Stati Uniti. Nel febbraio 2021 si estingueranno i termini di validità del trattato Nuovo Start del 2010, l’ultimo ad essere sopravvissuto alla carneficina operata dal cow boy nucleare: nessuno sembra in grado di prevedere che cosa succederà. A tutto questo va aggiunto che la modernizzazione delle testate nucleari è solo un aspetto e potrebbe non essere il più grave. La nuova classe di sommergibili nucleari costerà 130 miliardi di dollari, gli incerti costi dei nuovi missili nucleari intercontinentali potrebbero lievitare fino a 150 mld e ciascuna unità del bombardiere B2 Spirit costerà quasi 800 milioni di dollari. Per non parlare degli investimenti nella cyber war, l’intelligenza artificiale ed altre piacevolezze. Questo è in estrema sintesi il quadro agghiacciante dello spericolato approssimarsi dell’abisso nucleare al quale Trump sembra volerci trascinare. Detto questo però corre l’obbligo di…

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A proposito di Dana

Lo scorso 17 settembre all’alba a Bussoleno, in Valsusa, è stata arrestata nella sua abitazione Dana Lauriola attualmente nel carcere Le Vallette di Torino per scontare una pena detentiva di due anni, a seguito di una condanna definitiva per “violenza privata” e “interruzione aggravata di servizio di pubblica necessità” per un’azione dimostrativa pacifica realizzata il 3 marzo 2012 sull’autostrada Torino-Bardonecchia, all’altezza del casello di Avigliana, alla quale parteciparono attivisti del movimento No Tav, in protesta contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità.

Cosa ha fatto Dana? Era il 3 marzo 2012 e la tensione in Val di Susa era altissima per l’incidente occorso a un attivista, Luca Abbà, inseguito da un poliziotto e folgorato su un traliccio. Vengono organizzate manifestazioni di protesta e di solidarietà e tra queste circa 300 manifestanti si sono diretti a Avigliana, dice la sentenza del tribunale: «occupando l’area del casello, rendendo inefficienti gli impianti di videosorveglianza e bloccando con nastro adesivo le sbarre di pedaggio in modo da consentire il passaggio continuo dei veicoli in transito». Dana, dice sempre la sentenza «ponendosi alla testa dei manifestanti, con l’utilizzo di un megafono intimava agli automobilisti di transitare ai caselli senza pagare il pedaggio indicando le ragioni della protesta» (così la sentenza 28 marzo 2017 del Tribunale di Torino che ha quantificato in 777 euro il danno patrimoniale riportato dalla società concessionaria dell’autostrada per mancata riscossione dei pedaggi).

Dana Lauriola viene condannata a due anni di carcere. È incensurata per cui si presume che, avendo partecipato a una manifestazione pacifica, possa, come sempre succede, accedere a misure alternative. Qui si entra nell’assurdo. Le vengono negate misure alternative per la mancata presa di distanza di Dana dal Movimento No Tav (pur in un quadro di revisione critica «delle modalità con le quali porre in essere la lotta per le finalità indicate») e il luogo della sua abitazione, prossimo all’epicentro dell’opposizione alla linea ferroviaria Torino-Lione). In sostanza a Dana vengono contestati i suoi ideali politici e il luogo in cui abita. Una cosa mostruosa. Quando ho letto la sentenza mi sono detto che sicuramente i difensori della libertà, quelli che scrivono tutti i giorni sulle proteste in giro per il mondo, si sarebbero preoccupati anche di Dana. Niente.

Amnesty International dice: «Esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere. L’arresto di Dana è emblematico del clima di criminalizzazione del diritto alla libertà d’espressione e di manifestazione non violenta, garantiti dalla Costituzione e da diversi meccanismi internazionali. È urgente che le autorità riconsiderino la richiesta di misure alternative alla detenzione e liberino immediatamente Dana Lauriola, arrestata ingiustamente per aver esercitato il suo diritto alla libera espressione e a manifestare pacificamente».

Non lo sentite tutto questo silenzio intorno?

Buon venerdì.

La pace di Abramo con il pugno di ferro

WASHINGTON, USA - SEPTEMBER 15: (----EDITORIAL USE ONLY â MANDATORY CREDIT - "THE WHITE HOUSE / ANDREA HANKS / HANDOUT" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS----) U.S. President Donald Trump (2nd R), Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu (2nd L), UAE Foreign Minister Abdullah bin Zayed Al Nahyan (R) and Bahrain Foreign Minister Abdullatif bin Rashid Al Zayani (L) attend a signing ceremony for the agreements on "normalization of relations" reached between Israel, the United Arab Emirates (UAE) and Bahrain at the White House in Washington, United States on September 15, 2020. (Photo by The White House / Andrea Hanks / Handout/Anadolu Agency via Getty Images)

«È l’alba di un nuovo Medio Oriente, siamo qui per cambiare il corso della storia. È un giorno molto importante per il mondo e per la pace». Era raggiante a metà mese il presidente statunitense Donald Trump mentre, a fianco del premier israeliano Netanyahu e dei ministri degli esteri emiratino al-Nahyan e bahrenita al-Zayan, annunciava alla Casa Bianca la firma degli Accordi di Abramo. Una intesa importante con cui Tel Aviv normalizza i rapporti diplomatici anche con Abu Dhabi e Manama. Trump, per una volta, ha ragione: questa duplice firma segna la nascita di un nuovo ordine regionale in cui le monarchie arabe sunnite riconoscono Israele come prezioso alleato contro il «nemico» comune iraniano.

Israele sorride perché sa che ormai, a seguire emiratini e bahreniti, ci sono altri ex rivali arabi (si parla di Oman, Marocco e Sudan). Non ridono invece le vittime, i palestinesi, a cui le strette di mano alla Casa Bianca riportano alle mente quella più famosa avvenuta il 13 settembre 1993 tra l’allora premier israeliano Rabin e il loro leader Arafat. A Washington allora si suggellavano così gli Accordi di Oslo che promettevano un futuro di libertà per i palestinesi in cambio di sicurezza per Israele. Perniciose illusioni come la storia ha mostrato: dopo 27 anni la Palestina ha ottenuto solo riconoscimenti sulla carta da organizzazioni e agenzie internazionali, restando però sul terreno spezzettata in bantustan isolati. A meno che non si intenda Stato quello fantoccio presentato a gennaio da Trump con il suo “Accordo del Secolo” che regala a Tel Aviv ampie porzioni della Cisgiordania e fa sì che Gaza resti una prigione a cielo aperto per i suoi 2 milioni di abitanti.

Nella pax statunitense e israeliana i diritti dei palestinesi non contano nulla, sebbene una serie di risoluzioni internazionali diano a questi ultimi ragione. Emirati e Bahrain non hanno neanche osato chiedere come precondizione per ogni riconoscimento d’Israele il ritiro di quest’ultima dai territori che occupa. Il presidente Usa può così giustamente incassare con gioia il suo “successo” geopolitico, da sempre coltivato anche dai democratici. Ma il «nuovo Medio Oriente» di stampo americano non è solo una sua idea, ma un piano nato con…

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Corsa all’oro

An image of Democratic presidential candidate Joe Biden is seen on a TV as US President Donald Trump speaks to reporters onboard Air Force One after a campaign rally in Mosinee, Wisconsin on September 17, 2020. (Photo by MANDEL NGAN / AFP) (Photo by MANDEL NGAN/AFP via Getty Images)

Le elezioni presidenziali statunitensi del 2020 che si terranno il 3 novembre saranno decisive sotto molti aspetti. Per prima cosa, saranno un referendum sulla presidenza del repubblicano Donald Trump. Quattro anni del tycoon alla Casa Bianca hanno cambiato il volto degli States e, in una certa misura, del mondo. Avremmo avuto Jair Bolsonaro come presidente in Brasile, Boris Johnson primo ministro in Gran Bretagna e Matteo Salvini vicepremier e ministro degli Interni in Italia se nel 2016 Hillary Clinton fosse riuscita a conquistare sufficienti Grandi elettori per arrivare alla Casa Bianca? Il voto popolare l’aveva ottenuto: i repubblicani non lo vincono dal 2004 (secondo mandato di George W. Bush, con due guerre in corso e la lotta al terrorismo in atto). Per la magica macchina elettorale statunitense, però, convincere gli elettori non basta: bisogna conquistare 270 Grandi elettori per arrivare alla Casa Bianca.
I democratici erano partiti con oltre venti candidati alle primarie del partito, dal magnate della finanza Mike Bloomberg al socialista Bernie Sanders. Alla fine, complice anche l’accelerazione delle primarie a causa dello scoppiare della pandemia di coronavirus, la scelta è caduta sul moderato Joe Biden, ex vicepresidente di Barack Obama. Un candidato che per i canoni europei potremmo considerare di centro-sinistra che ha scelto di avere al suo fianco come vicepresidente Kamala Harris, senatrice afroamericana della California. Eppure, all’inizio delle votazioni per le primarie Bernie Sanders sembrava essere in una posizione competitiva, pur avendo contro una larga fetta del Partito democratico. «Già nella campagna elettorale del 2016, d’altronde, c’era stata un’opposizione radicale interna ai dem in merito alla candidatura di Sanders» spiega a Left il professor Alessandro Portelli, già docente di letteratura angloamericana all’Università La Sapienza. «Quattro anni fa la campagna di Sanders aveva dimostrato come negli Stati Uniti sia presente una forte domanda di cambiamento, con la possibilità di prendere voti anche da persone che poi hanno votato Trump, perché al pari di Trump ma con molta più onestà e concretezza riconosceva il malessere, il disagio di gran parte del mondo del lavoro statunitense», continua Portelli. «Purtroppo, i Dem hanno rinunciato definitivamente ad interessarsi al mondo del lavoro dagli anni 70, perdendo quella che era la loro base sociale iniziale» spiega. «Biden è una persona dignitosa e rispettabile, ma rappresenta precisamente tutto quel mondo che è stato rigettato da chi ha votato Trump. Rappresenta un ritorno alla normalità che tutto era meno che normale» conclude Portelli.
Una delle grandi incognite di queste elezioni presidenziali 2020 riguarda proprio gli elettori di Sanders: come si comporteranno, trovandosi di fronte come candidato democratico un uomo di 78 anni bianco, cattolico e eterosessuale? «La mia impressione è che l’elettorato di Sanders abbia compreso la portata di questa elezione e non sia intenzionato a voltare le spalle a Biden» dice a Left Lorenzo Costaguta, lecturer in Us History alla University of Bristol. «C’è un clima molto diverso rispetto al 2016, quando la nomina di Hillary Clinton aveva spinto molti elettori democratici di sinistra a disertare le urne. Allora venivamo da otto anni di presidenza Obama mentre adesso, dopo quattro anni di presidenza Trump, devastanti sotto il profilo dei diritti civili, della tenuta sociale del Paese e del rispetto delle istituzioni repubblicane, sottovalutare l’importanza di andare a votare è diventato molto più difficile, se non impossibile», continua.
Una nuova variabile è costituita dal ritorno alla ribalta del Movement for a People’s party, un possibile terzo partito, di sinistra, in campo. Per capire di cosa si tratta, occorre fare un passo indietro. «La storia della sinistra socialista americana è la storia di un’alternanza tra periodi in cui il movimento cerca di costruire un suo partito o formazione indipendente e periodi in cui invece il movimento cerca spostare il Partito democratico verso le proprie posizioni – ricorda Costaguta . Ora siamo a una giuntura interessante. Da una parte abbiamo politici progressisti molto popolari che stanno facendo un lavoro estremamente fruttuoso nello scalare posizioni di potere all’interno del Partito democratico. Dall’altra, abbiamo il riproporsi di tensioni scissioniste di chi non si accontenta di quanto si può fare all’interno del Partito democratico e punta a obiettivi più ambiziosi». Proprio come i promotori del Movement for a People’s party, evoluzione di un movimento nato dopo la sconfitta di Sanders del 2016, che a fine agosto ha tenuto la sua prima convention nazionale. Questo esperimento politico – spiega ancora Costaguta – «richiama una delle pagine più fraintese della storia della sinistra americana. Negli Stati Uniti i primi ad essere definiti “populisti” erano proprio i membri del People’s party, un partito di fine Ottocento sostanzialmente socialdemocratico, per lo più interrazziale, antimonopolista, radicato al sud tra i lavoratori agricoli ma che cercava un’alleanza con i lavoratori industriali del nord, difensore dei diritti degli individui di fronte al capitalismo rapace e fuori controllo post-Guerra Civile», modello da cui trae ispirazione l’attuale omonimo movimento.
«I suoi obiettivi parrebbero essere il 2022 e il 2024. L’esistenza del Movement for a People’s party segna una frattura nell’universo progressista americano, certo, ma non vedo il 2020 come un’elezione in cui Joe Biden debba temere molto da loro» conclude Costaguta.
Temi fondamentali per queste elezioni presidenziali saranno la questione razziale, tornata al centro dell’attenzione dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto, e la rinascita del Black lives matter. Ma come influiranno sul voto di novembre e perché quel movimento di protesta riguarda tutti noi, anche dall’altra parte dell’oceano? Ne ha parlato con Left il professor Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti d’America all’Università di Padova. «Black lives matter, sorto nel 2013, non riuscì ad…

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L’ombra lunga del populismo

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 21-01-2020 Roma Politica Nicola Zingaretti ospite a Porta a Porta Nella foto Nicola Zingaretti Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 21-01-2020 Rome (Italy) Politic Nicola Zingaretti guest for "Porta a Porta" In the pic Nicola Zingaretti

«È pericoloso il taglio del numero dei parlamentari senza legge elettorale, aveva detto Zingaretti, prima di orientare il Partito democratico per il Sì al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre (dopo che i parlamentari Pd avevano votato tre volte No).
E dopo la vittoria del Sì il segretario ha aggiunto: «Ora si apre il cantiere delle riforme che dovrà andare avanti speditamente. Il Pd farà di tutto anche per rappresentare i tanti cittadini e cittadine che hanno votato No, molte di quelle preoccupazioni le sentivamo e le sentiamo nostre, dalla difesa delle istituzioni democratiche, ad una piena rappresentanza territoriale e di genere, alla necessità di promuovere una legge elettorale».
Quel 30 per cento di voti per il No, alimentato da tanti giovani, non può essere ignorato in democrazia.
Ora che il danno è stato fatto, dunque, si faccia subito una legge elettorale proporzionale – ora più essenziale che mai – restituendo ai cittadini anche il diritto di poter scegliere da chi essere rappresentati; diritto che ci è stato scippato nel 2005 con l’imposizione delle liste bloccate e i candidati scelti dai capi partito.
L’onda dell’anti parlamentarismo populista, dopo due anni di silenzio assoluto – specie sulle ragioni del No – del servizio pubblico e dei media mainstream (che si sono svegliati all’ultimo minuto) si è rivelata forte, soprattutto nelle aree più depresse del Paese, nelle periferie, al Sud, là dove è più esteso il malessere sociale e più basso il livello di istruzione. È un segnale da non sottovalutare, anche per il futuro. Questa sconfitta dei valori democratici e della rappresentanza è anche frutto delle profonde disuguaglianze che attraversano l’Italia e a cui non è stata data risposta.
Ora il Pd di Zingaretti canta vittoria per aver tenuto in Puglia, in Campania e in Toscana con la riconferma dei presidenti Emiliano e De Luca e la vittoria di Giani. Ma anche se Salvini ha fallito l’obiettivo di espugnare la storica roccaforte rossa Toscana (così come aveva fallito in Emilia Romagna), se il centrosinistra non torna a fare un vero lavoro sul territorio, se non riesce a dare risposte concrete, solidali, inclusive ai problemi di chi, anche per effetto della pandemia, sta attraversando una grave crisi, e a chi ha perso il lavoro, sarà difficile che possa continuare a lungo ad arginare l’onda populista. La candidata della Lega in Toscana Susanna Ceccardi è arrivata al 40 per cento e Salvini già annuncia di voler andare fabbrica per fabbrica e in tutti i luoghi di crisi a portare il verbo sovranista strumentalizzando il crescente disagio sociale continuando a fare dei migranti un capro espiatorio.
Rafforzato dal risultato di queste elezioni ora il governo Conte batta un colpo abolendo finalmente i decreti sicurezza di Salvini. Il centrosinistra smetta di inseguire le destre sul loro terreno e promuova lo ius soli.
Il populismo sovranista non è affatto sconfitto come dimostra il plebiscito in Veneto per il leghista Zaia che ora vuole incassare l’autonomia differenziata. L’avanzata di uomini forti e soli al comando non ha subito battute di arresto, come dimostra anche il caso di De Luca in Campania.
È una deriva che va studiata in profondità in Italia e nel mondo per poterla combattere. Anche per questo abbiamo deciso di dedicare la storia di copertina alle presidenziali Usa, raccontando, con l’aiuto di politologi, americanisti e autorevoli giornalisti come Gary Younge perché l’appuntamento del 3 novembre ci riguarda da vicino. Intervistato da Leonardo Filippi, il giornalista del Guardian e autore di Un altro giorno di morte in America invita a guardare Trump «non come un’astrazione statunitense» ma come «parte di un continuum nell’ascesa di sgargianti populisti di destra indifferenti ai principi democratici». Ascesa, chiosa Younge, «che è iniziata in realtà con Berlusconi». Per questo (ma non solo) con Left andiamo negli Usa, per capire cosa sta accadendo nella società americana dove la pandemia ha pesato soprattutto sugli afroamericani e sugli strati sociali più poveri, dove la violenza razzista della polizia colpisce i neri ogni giorno mentre cresce la rivolta. Quale ideologia alimenta il privilegio bianco? Quali interessi ci sono dietro lo slogan “America first”? Qual è il ruolo dei suprematisti e degli integralisti religiosi che sostengono Trump volendone la rielezione? Come si stanno sviluppando i nuovi movimenti per la giustizia sociale e la rete di Black lives matter? Quali conseguenze avrà l’accordo di Abramo che lega Usa monarchie assolute arabe e Israele puntando a disegnare un Medio Oriente di stampo americano che calpesta i diritti delle popolazioni civili dallo Yemen alla Palestina? Quale ruolo vorrebbe imporre Trump all’Europa nel suo crescente scontro con la Cina? Quali conseguenze avrebbe la sua rielezione viste le sue politiche negazioniste rispetto al climate change e alla pandemia? E quali conseguenze avrebbe la sua folle corsa agli armamenti che ci obbliga, in quando parte della Nato, ad custodire ordigni nucleari sul nostro territorio? E soprattutto come liberarsi dalle pretese egemoniche di una “democrazia” a stelle e strisce che sempre più rivela un volto malato, razzista e distruttivo?

L’editoriale è tratto da Left del 25 settembre – 1 ottobre 2020

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Immigrazione e diritto d’asilo, nessuna svolta ma un compromesso all’europea

Lo aveva annunciato giorni fa ora è stato messo nero su bianco. Il “Patto sull’immigrazione e l’asilo” presentato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Layen, è un documento di 36 pagine con cui si dichiara l’ambizioso progetto di operare una svolta radicale in materia.

Il testo, su cui erano già uscite numerose anticipazioni, è complesso ma ad una prima lettura non segna reali e strutturali discontinuità col passato. È frutto dei differenti interessi che ci sono fra i Paesi più esposti all’arrivo di migranti soprattutto via mare, come Italia, Grecia e Malta, e Paesi refrattari a qualsiasi coinvolgimento come il Gruppo Visegrad, i Paesi scandinavi, l’Austria. È dunque come ammesso dallo stesso vicepresidente della Commissione, Margaritis Schinas, «un compromesso».

Ci sono senza dubbio aspetti positivi che non vanno sottovalutati come l’impegno, anche mediante ulteriori risorse economiche, di veder garantito il salvataggio in mare non come un optional ma come un dovere che dovrà essere garantito dalle istituzioni europee. Ma poi?

Nella presentazione Margaritis Schinas ha descritto il nuovo patto come «un palazzo di tre piani», in cui «al primo piano c’è la dimensione esterna, molto forte e che prevede ulteriori accordi con i paesi di origine e di transito. La finalità è aiutarli ad aiutare le persone nei loro paesi di origine», ha detto Schinas. Al «secondo piano» della casa ci sarà «un solido sistema di screening alla frontiera esterna con una nuova guardia di frontiera e costiera europea, con molto più personale, imbarcazioni e strumentazione». Tutti le procedure di identificazione saranno rafforzate per orientare le persone attraverso il percorso che devono affrontare. «Questo – ha osservato Schinas – per evitare la confusione dell’attuale sistema o meglio ‘non sistema’ che ci governa». E infine il «piano superiore» dell’edificio, presentato come un «meccanismo rigoroso ma giusto di solidarietà» che introduce per i profughi arrivati in Europa un sistema di «ritorni sponsorizzati».

Il meccanismo pensato è complesso e di difficile attuazione. Non potendo imporre l’obbligatorietà per i Paesi UE di accettare la redistribuzione dei richiedenti asilo, si ripropongono con alcune variazioni le antiche e fallite ricette. In primis un rapporto di maggior ricatto con i Paesi di emigrazione e di transito. L’UE si impegna a sostenere quelli che firmeranno accordi più stringenti per la riammissione, (dal vero e proprio sostegno economico a percorsi selezionati per progetti Erasmus per studenti a cui verrà permesso di entrare in Europa). Se questi accordi non si realizzeranno o se peggio ancora i Paesi in questione non collaboreranno per controllare le frontiere, ci sarà meno sostegno e questo incentiverà le persone provenienti dai Paesi più in crisi a tentare ugualmente la fuga.

Il secondo pilastro, più che piano, prevede poi di rendere più efficace lo screening alla frontiera di chi è appena arrivato. Identificazione da realizzare entro 5 giorni e definizione in tempi ristretti (al massimo 12 settimane) per capire se il richiedente ha diritto o meno a restare in Europa Con un pragmatismo a dir poco sospetto, si parte dal presupposto che solo il 20% di chi arriva avrà diritto a protezione, per gli altri solo il rimpatrio, volontario assistito o coattivo.

Il periodo in attesa, che inevitabilmente si allungherà – ammesso e non concesso che per un impianto sovranazionale vengano definite anche le autorità giuridiche a cui poter appellarsi per il ricorso – come si svolgerà?

Numerosi accenni nel documento, che dovrà comunque essere discusso prima nel Consiglio (quindi fra i 27 governi) e poi nel Parlamento Europeo, lasciano pensare che verranno intensificate le pratiche e le giustificazioni di trattenimento dei richiedenti asilo, che si vorrebbero veder uniformate nei tempi e nei modi in tutto il continente.

Si prevede un potenziamento di Frontex, della Guardia di frontiera e costiera europea, che dovrebbero essere strutturate su un modello nuovo, con risorse e poteri maggiori. Del resto saranno sempre i funzionari di Frontex che nel piano, la cui durata è di almeno 5 anni, ad avere in fin dei conti pieni poteri anche nei singoli Paesi secondo la proposta della Commissione.

Una volta giunti in Europa – anche gli hotspot galleggianti verranno considerati territorio europeo – si avvieranno le pratiche e, fatti salvi i soggetti più vulnerabili (minori non accompagnati, minori di 12 anni con le famiglie, donne a rischio di sfruttamento sessuale), il massimo sforzo verrà prodotto per i rimpatri.

Coloro che verranno considerati, nel Paese di approdo, come aventi diritto alla protezione, potranno essere ricollocati nei Paesi disponibili, ovviamente non avranno alcun valore né peso le volontà delle persone.

Per i paesi indisponibili ad accettare rifugiati si proporrà di farsi carico attraverso una «sponsorship», della spesa dei rimpatri. E qui il meccanismo sembra rasentare l’assurdo. Gli «irregolari» (considerati migranti economici in base al Paese di provenienza), dovranno restare 8 mesi nel Paese in cui sono approdati. Se trascorsi gli 8 mesi i «Paesi refrattari» non avranno provveduto a realizzare i rimpatri, si vedranno recapitare sul proprio territorio gli «irregolari» e a questo punto toccherà direttamente a loro occuparsi di rimandarli a casa.

Ovvio pensare che per queste persone (termine che si dimentica troppo spesso) o verrà determinato un lungo trattenimento in strutture come i Cpr o si eclisseranno per evitare il rimpatrio.

Nessun ricollocamento obbligatorio, come annunciato giorni addietro, né sembrano prospettarsi sanzioni per chi non si uniforma alle misure previste.

Si parla in maniera anche retorica, di vincoli di solidarietà, si chiede uno sforzo comune, ma di fatto si annulla totalmente – e nel testo è scritto chiaramente – la proposta di modifica al Regolamento Dublino elaborata 4 anni fa. Questa viene semplicemente superata dal nuovo meccanismo che in teoria rende superato il regolamento, in pratica, per non scontentare nessuno, fonda il proprio impatto sui rimpatri più che sull’accoglienza nei diversi Paesi. Eppure nella stessa introduzione la Commissione ha ben presente che la presenza di migranti irregolari (economici o richiedenti asilo) è ben lontana dal periodo critico del 2015/16 , irrilevante dal punto di vista percentuale rispetto al numero di abitanti in Ue, di scarso impatto per quanto riguarda la sicurezza, la criminalità, la concorrenza sul mercato del lavoro.

Per la commissaria Johansson, la gestione della migrazione «non consiste nel trovare una soluzione perfetta, ma una soluzione accettabile per tutti», e aggiunge: «Immagino che nessuno stato membro dirà che questa è una proposta perfetta, ma spero che i 27 diranno che è un approccio equilibrato su cui vale la pena lavorare».

Ma a Vienna e Praga questo non basta. Si tratta del primo segnale di chiusura che potrebbe portare a rendere ancora più insignificanti le tante pagine e le tante dichiarazioni di questi giorni.

A detta dell’organizzazione Oxfan, in un commento a caldo, «per raggiungere un consenso, la Commissione ha ceduto alle pressioni dei governi europei il cui unico obiettivo è ridurre il numero di beneficiari di protezione internazionale nel continente»,

Inevitabile poi, per molti attivisti, che si arrivi a realizzare ancora più strutture di detenzione e di maltrattamento dei richiedenti asilo in cui si riprodurranno situazioni come nell’hotspot di Moria in Grecia. Non a caso il Patto è stato presentato a seguito del rogo che ha raso al suolo il campo dell’isola di Lesbos. Proprio mentre Ursula Von der Layen, rilasciava interviste di lancio del patto, spiegava come, al posto di Moria verrà realizzata una tendopoli in una ex base militare, terribilmente simile a quello in cui vivevano ammassate 12500 persone.

Centri di accoglienza che diventano di fatto di detenzione, a Lesbos come a Lampedusa, potrebbero rappresentare il futuro che si prospetta

Netto il commento di Matteo Villa dell’ISPI Research Fellow – Programma Migrazioni: «A cinque anni dalla crisi dei rifugiati siriani, e a tre da quando anche verso l’Italia i flussi sono crollati tornando ai livelli pre-crisi, le distanze tra i paesi UE su come rispondere alla sfida delle migrazioni restano incolmabili. Proprio per questo anche il pacchetto di riforme proposto oggi dalla Commissione, pur di venire incontro alle esigenze di tutti, non soddisfa nessuno. In un’Europa in cui manca solidarietà, l’unico punto su cui tutti concordano è la riduzione degli arrivi irregolari. Con le buone (sviluppo) o le cattive (controlli e rimpatri). Riforme? Forse. Ma in piena continuità con le scelte del passato recente».

E poi ci saranno i tempi di attuazione anche delle parti migliori del Patto, organizzazione, realizzazione degli spazi per lo screening, costruzione di reali meccanismi di protezione e ricollocazione.

E manca totalmente la sola proposta che poteva segnare discontinuità, la definizione di canali di ingresso regolari in Europa per trovare lavoro, al limite temporanei ma per ricerca occupazione.

Un patto che pone limiti ai sovranisti che già sono insorti ma che di fatto lascerà chi arriva e chi parte, nella stessa identica solitudine.

Quel trenta per cento da cui ripartire

A view of the hemicycle inside Italy's Lower Chamber Montecitorio Palace, in Rome, Wednesday, Sept. 16, 2020. Italians will vote in a national referendum next Sept. 20 and 21 to say if they want to reduce from 630 to 400 in the Chamber of Deputies and from 315 to 200 in the Senate the number of representatives. (AP Photo/Andrew Medichini)

Dove eravamo rimasti? Volevano il plebiscito postdemocratico contro il Parlamento. Abbiamo ridotto i danni, grazie anche all’impegno di Left. Dovremo analizzare bene i flussi dei voti che mentre scrivo ancora non ho (ma certo allarma il risultato del No per la sua fragilità nelle periferie e nel Sud ove, evidentemente, il malessere sociale ha incontrato il qualunquismo storico delle destre e la campagna “anticasta” del M5s). Abbiamo perso. Ma abbiamo seminato intelligenza critica e rinnovato la discussione, da decenni accantonata, sulla centralità del Parlamento. Ben scavato, vecchia talpa. Anche perché abbiamo ricostruito una rete di comitati territoriali, radicali e plurali, che dovremo alimentare (anche come rivista) per la discussione sul nuovo impianto istituzionale. Partendo da un orizzonte comune: l’aspetto sociale della Costituzione, la connessione tra lotte democratiche e lotte sociali. Contrastando, già da domani, i danni certi che derivano dal taglio lineare del Parlamento: la riduzione della rappresentanza politica e sociale, con l’azzeramento delle minoranze; e l’evanescenza della territorialità, che si trasforma in oligarchia. Temo che l’esito probabile delle controriforme (penso alla micidiale riforma del Titolo V del 2001 così come dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio) sia il rafforzarsi della tendenza presidenzialista. Del resto le vittorie di Zaia, De Luca, ecc. non indicano una propensione al “caudillismo”? Un popolo sfruttato, spaesato, disorientato si affida, in assenza di partiti di massa, all’uomo “solo al comando” , che frantuma progetti, ideologie, punti di vista. Una forma inedita di neocentrismo. Il Pd ha alimentato questa desertificazione democratica. Ora, di fronte ad un…

L’articolo prosegue su Left del 25 settembre – 1 ottobre 2020

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SOMMARIO

Solidali a respingere

European Commission President Ursula von der Leyen gives a statement at the European Commission headquarters in Brussels, Wednesday, Sept. 23, 2020. (Stephanie Lecocq/Pool Photo via AP)

C’era grande attesa per il il nuovo Patto europeo per le migrazioni e l’asilo, il Migration pact che ieri Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione europea, ha presentato in pompa magna. C’era anche molta attesa visto che proprio la presidente nei giorni scorsi aveva annunciato il superamento del Regolamento di Dublino che da tempo rende iniquo l’approccio degli Stati europei nei confronti delle migrazioni.

La presidente ha parlato di “un nuovo inizio” (che è una frase che qui in Italia risuona con l’odore stantio dei decreti sicurezza che continuano a rimanere in vigore) parlando di “solidarietà europea”. In cosa consiste?

Rimane il principio del Paese di primo ingresso che dovrà svolgere tutte le pratiche burocratiche e sanitarie. Dice l’Europa che però nel giro di pochi giorni saranno prese “veloci decisioni di asilo e di rimpatrio”, con l’intento di velocizzare l’esame delle domande d’asilo. Diventa difficile pensare che la ricerca di rapidità non comprima ulteriormente i diritti che già spesso vengono calpestati. Ma tant’è.

E allora dov’è la solidarietà? È una solidarietà al contrario, la solita, dell’Europa che si chiude. Il vicepresidente della Commissione, Schinas, ha ripetuto più volte la definizione di “sponsorship sui rimpatri”. Spiega Schinas: «La nuova idea di sponsorizzazione dei rimpatri servirà a riequilibrare interessi concorrenti: non tutti gli Stati membri accetteranno la ricollocazione dei migranti con questo sistema offriamo un’alternativa percorribile: se non si decide di accogliere si può aiutare nel rimpatrio». In sostanza: se un Paese non vuole accogliere deve aiutare gli altri a rimpatriare. Una nuova solidarietà europea che li vede tutti uniti a respingere. Il piano è sempre lo stesso: solidali tra Stati a contenere gli arrivi e ancora più performanti nei respingimenti. I “ricollocamenti”, quelli che dovevano essere “automatici” dopo gli accordi di Malta e che sono rimasti lettera morta, continuano a rimanere un’utopia.

E un programma di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo? Niente. L’apertura di canali umanitari (e legali)? Niente. Interrompere la criminale cooperazione con la Libia? Niente. Collocamenti automatici? Niente. Sanzioni? Niente.

Siamo alle solite: una decisione a respiro cortissimo e una solidarietà che no, non ce la fa proprio a guardare a quelli che vengono dal mare.

Buon giovedì.

Pandemia di classismo, a Madrid il lockdown riguarda solo i poveri

People line up as they wait to receive a ration of donated food for people at risk of social exclusion by volunteers from Aluche neighborhood association, in Madrid, Spain, Saturday, May 16, 2020. Aluche Neighborhood association warn that the economic crisis caused by coronavirus has left many out of resources. Spain has been in lockdown to fight the coronavirus pandemic. (AP Photo/Manu Fernandez)

In questi giorni Madrid è la capitale europea dei contagi, le cifre inquietano, non accennano a diminuire, né a fermarsi. Dalla mezzanotte del 20 settembre e per i prossimi quattordici giorni 877mila persone – oltre un decimo dei 7 milioni e mezzo che abitano nell’area metropolitana – vivono un nuovo lockdown. È un confinamento arbitrario che colpisce solo la zona a sud della capitale, quella dove ci sono molte comunità di immigrati e dove risiedono le fasce della popolazione più povere. Sono tutti quartieri a basso reddito, quelli più colpiti dalla crisi sociale legata alla pandemia. L’idea balzana e classista è quella di contenere così i contagi che, in quelle periferie, hanno superato, nell’ultima settimana, i mille casi ogni centomila abitanti.

Rabbia, caos e confusione è stata la risposta dal primo giorno di quella che è stata definita dagli abitanti dei quartieri e dei comuni interessati una reclusione discriminatoria. Solo loro, infatti, sono sottoposti al rigido controllo della mobilità e possono uscire dalla zona dove vivono unicamente per andare a lavorare, per assistere a una convocazione in tribunale o per sbrigare formalità burocratiche e sanitarie. Al di fuori di questi casi possono spostarsi eclusivamente all’interno del quartiere, senza però entrare nei parchi, che sono stati chiusi, o incontrare più di sei persone. Da una parte i poliziotti in tenuta antisommossa a presidiare i varchi di entrata e uscita dei quartieri confinati e dall’altra gli striscioni che arredano le saracinesche dei locali chiusi: “Siamo quartieri non siamo ghetti”; “Confinati quando torniamo a casa dopo aver attraversato Madrid, in una metro affollata, per venire a pulire le tue strade, per accudire ai tuoi genitori vecchi e malati, per consegnarti il pranzo preparato dal ristorante o il pacchetto di Amazon dei tuoi acquisti online”; “Non siamo un virus, siamo un popolo”.

L’amministrazione regionale ha chiesto l’intervento dell’esercito e il consiglio comunale di Madrid ha fornito alla propria polizia le pistole taser che potranno essere utilizzate, contro chi infrange le regole, a partire da ottobre. Mentre nessuna misura è stata decisa nel campo della salute per contrastare davvero la diffusione dei contagi, per assumere altro personale sanitario nelle strutture pubbliche nuovamente in affanno.

È tutta la Spagna a fare i conti con una nuova e aggressiva diffusione del virus, chissà se è davvero quella seconda ondata che si teme, ma Madrid sembra una città fuori controllo. È il risultato della gestione di tutta la regione in mano alla destra con la presidente Ayuso e con Almeida, il sindaco della capitale, entrambi del Partito Popolare. La loro amministrazione ha sottovalutato le misure del primo stato d’allerta per la pandemia, ha lasciato che i negazionisti di Vox, fomentati da Miguel Bosé, manifestassero indisturbati nei quartieri bene della città, ha continuato a smembrare la sanità pubblica, soprattutto quella territoriale, ha preferito grandi strutture ospedaliere con personale sanitario insufficiente mentre finanziava le strutture private; scaricando la colpa dell’impennata di contagi a Madrid sullo “stile di vita dell’immigrazione”.

Di fronte alla situazione convulsa il presidente del governo Sánchez ha accettato di incontrare la presidente della regione di Madrid Ayuso, hanno parlato e trovato un accordo per un meccanismo di coordinamento, uno “spazio di cooperazione”, che però non vuol dire accettare le scelte del governo regionale delle destre da parte del governo progressista. «Il virus non capisce le ideologie», ha detto Sánchez per giustificare il dialogo con l’amministrazione di destra e facendo trapelare il desiderio di allargare il più possibile la maggioranza di appoggio al governo del Paese per far approvare senza intoppi, i prossimi mesi, la finanziaria.

Ma le misure adottate dalla presidente Ayuso restano legate alle “politiche classiste e razziste” con cui il governo della Comunità di Madrid sta affrontando questa seconda ondata della pandemia, come si legge in un manifesto scritto da chi risiede nelle zone bloccate dal lockdown. «Per i governi siamo la manodopera a basso costo di questa ‘città globale’, siamo il luogo dove si trova tutto ciò di cui la città ha bisogno, ma che non vuole vedere – impianti di trattamento delle acque reflue, inceneritori, industrie che hanno inquinato per decenni – poi siamo noi a essere confinati quando le cose non vanno bene». I quartieri delle 37 aree interessate si sentono isolati, stigmatizzati, ingiustamente accusati di irresponsabilità nei loro rapporti sociali e familiari, manifestano il loro rifiuto e chiedono un trattamento equo e non discriminatorio.