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Fuochi di Paglia

Archbishop Vincenzo Paglia, left, and Archbishop of Philadelphia Charles Chaput cheer during a ceremony marking the opening of the World Meeting of Families, Tuesday, Sept. 22, 2015, in Philadelphia. Organizers describe the conference that blends prayer, religious instruction and faith-themed lectures as the world's largest gathering of Catholic families. (AP Photo/Matt Rourke)

La nomina da parte del ministro della Salute Roberto Speranza di un altissimo prelato vaticano a presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana” non è solo l’ennesimo omaggio istituzionale alla Chiesa cattolica. Conoscendo il mondo “dell’assistenza sanitaria” dall’interno, per averci a lungo lavorato come tecnico, ritengo siano possibili altre, e più preoccupanti, chiavi di lettura. Vediamo quali e perché.

Monsignor Vincenzo Paglia non è un prete qualsiasi ma è il gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, è il presidente della Pontificia accademia per la vita, è il consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio e altro ancora. Inevitabilmente il pensiero corre a temi roventi come il fine vita, l’aborto, la contraccezione, il ruolo delle donne e molte altre questioni di questo genere.
È oltremodo strano che una commissione tecnica del massimo livello istituzionale non sia presieduta dal ministro o, per lui, da uno dei suoi direttori generali.

È inconcepibile che la guida sia stata data a un non tecnico, a un arcivescovo che ricopre incarichi importanti in istituzioni di uno Stato straniero, insomma a un ambasciatore del papa. Il presidente di una commissione ha sempre, e particolarmente in questo caso, una nevralgica funzione di salvaguardia dei valori istituzionali nazionali di unità, coerenza e integrità del Sistema sanitario nazionale sia rispetto alle forze centrifughe delle Regioni, sia di bilanciamento degli interessi del privato, sia di rispetto di principi etici e laicità. E questo porta con sé inconfutabili, invalicabili e volutamente ignorati incompatibilità e conflitti di interesse. Conflitti materiali (gli accreditamenti supermilionari delle strutture sanitarie del Vaticano con le Regioni) e conflitti etici (l’ottica palesemente di parte su temi delicatissimi).

Troppo accorto il ministero per ipotizzare una leggerezza o un errore. La cosa ha quindi anche un preciso valore simbolico; un messaggio? Si dirà che Paglia porta l’esperienza solidaristica della comunità di sant’Egidio; ma tecnicamente è sconcertante anche solo ipotizzare un modello di solidarismo volontario, privato, non sanitario e sovra istituzionale come nuovo modello di sanità territoriale pubblica. E poi, sulla base di quali evidenze scientifiche?

L’epidemia di Covid 19 ha messo in evidenza la debolezza strutturale della sanità territoriale, cui da molto tempo urge una necessaria e radicale ri-progettazione. Un processo lungo, complesso ma, soprattutto, trasparente e con due unici attori: ministero della Salute e Regioni; tutti gli altri sono utili ma solo per supporto tecnico e condivisione. È questa da sempre la prima regola del gioco. Viene il sospetto che per aggirare questi ostacoli fosse stato meglio parlare genericamente “solo” di ri-progettazione dell’assistenza agli anziani. Sembrano cose diverse ma in realtà sono la stessa cosa perché l’assistenza agli anziani ed alle malattie croniche è quasi tutta sul territorio.

Il ministero della Salute inoltre non ha inserito nella commissione i rappresentanti regionali, dando loro tutte le motivazioni per una profonda irritazione. L’assistenza territoriale avviene infatti a casa loro, con i loro soldi e alcune regioni hanno – senza tema di smentita – le maggiori competenze concrete sul tema. Chiaramente è un atto voluto.

Ma non basta: la commissione dovrà…

L’articolo prosegue su Left del 2-8 ottobre 2020

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Decretano insicurezza

Mentre Salvini si prepara a montare il suo circo per l’udienza preliminare del suo processo in cui viene accusato di sequestro di persona aggravato a Catania, chiamando a raccolta tutti i suoi scherani che le proveranno tutte per trasformarlo in vittima come hanno imparato dal loro antico padrone Berlusconi, il governo Conte dovrebbe finalmente abolire i decreti Sicurezza che proprio il leader leghista ha lasciato come eredità e che da più di un anno rimangono lì impuniti.

Da fuori un cittadino potrebbe pensare che non ci sia occasione migliore per rivendicare una “discontinuità” rispetto alla politica leghista (ve lo ricordate, vero, Conte che prometteva discontinuità?) e per affermare senza remore la propria diversità in tema di diritti e invece accade (piuttosto sottovoce, almeno questo) tutto il contrario. L’abolizione dei decreti sicurezza infligge talmente tanta insicurezza in alcune compagini di governo che si è pensato di fare passare le regionali per non dare “un assist a Salvini”, dicevano così le voci in Parlamento. Come si possa fare un favore a un avversario abolendo un suo errore è un mistero ma evidentemente a qualcuno quei decreti piacciono parecchio, anche se si vergogna di dirlo.

Il 27 settembre il premier Conte ha annunciato l’abolizione dei decreti sicurezza «nel primo consiglio dei ministri utile» (è la formula che si ripete da mesi) e l’accordo (vale la pena ricordarselo) era stato firmato davanti alla ministra dell’Interno Lamorgese alla fine di luglio da tutti i rappresentanti della maggioranza. Alla fine di luglio, eh. Siamo a ottobre è proprio ieri, udite udite, esce l’ultimo intoppo: il Pd accusa il Movimento 5 stelle di non volere la reintroduzione della protezione umanitaria che una parte dei grillini riterrebbe inaccettabile (la protezione umanitaria, eh) e ieri sera il deputato grillino Francesco Berto (confermando di fatto il retroscena) su Twitter ha scritto: «Contrariamente a quanto affermato dal Pd, la reintroduzione della protezione umanitaria non era prevista nelle bozze dei dl Sicurezza e immigrazione. Siamo sempre aperti al confronto, ma non si facciano forzature sulla verità e su temi così delicati per il Paese».

E quindi? Quindi siamo daccapo. Un punto però è certo: l’abolizione dei decreti Sicurezza di Salvini ha decretato la più evidente insicurezza di un governo che sul tema sta facendo tutto nel modo peggiore possibile ottenendo addirittura il risultato di riuscire a scontentare tutti, sia i buonisti che i cattivisti.

Perché bisognerebbe avere il coraggio di appoggiare le decisioni che si prendono e togliersi una volta per tutte quell’espressione di fastidio come quelle coppie che stanno insieme e non si sopportano più. Anche perché fare un favore a Salvini proprio mentre quello crolla nei sondaggi sembra proprio un regalo eccessivo. Non dico di fare qualcosa di sinistra ma almeno un po’ di coraggio, dai, per favore, su. Un po’ di sicurezza.

Buon giovedì.

Troppo Covid? Licenziato

a man in isolation because of a virus

Mentre si è scatenata la caccia dei furbi del reddito di cittadinanza, opera utilissima per sparare nel mucchio contro le povertà che in questo Paese continuano a essere viste come una colpa da condannare e mica un problema sociale da risolvere continuano a rimanere taciute le pratiche dei furbetti dell’imprenditoria italiana che in tempo di Covid continua ad approfittarne per fare ciò che non potrebbe fare, in nome dell’emergenza. Lucrare sulla pandemia è un atto di cui si continua a parlare poco, troppo poco.

Una storia arriva da Casalpusterlengo, nel lodigiano, proprio a pochi chilometri da Codogno, zona rossa da cui è cominciato tutto. Lui si chiama Fabrizio Franchini, ha 60 anni e da 33 anni lavora dietro al bancone dei freschi di un supermercato, uno di quelli che ci inonda di pubblicità che raccontano i clienti come una grande famiglia. Il 21 febbraio l’Italia piomba nell’incubo Covid e Fabrizio Franchini racconta che ancora pochi clienti usavano la mascherina e i guanti, eravamo nel periodo in cui mancava ancora la consapevolezza. Otto giorni dopo il paziente 1 Fabrizio si ammala: tosse, febbre dolori e poi la fatica a respirare.

Fabrizio chiama l’ambulanza, passano 24 ore, poi corre al Pronto Soccorso di Crema, si sottopone al tampone e infine il risultato: Covid. Inizia il percorso di molti malati: ospedale, poi isolamento a casa, tutto in attesa del tampone finalmente negativo. Arriviamo ad aprile: finalmente il tampone è negativo ma i malesseri continuano, ancora controlli, gli dicono di mettersi in contatto con il medico del lavoro. Intanto, proprio a causa del Covid, Fabrizio finisce ancora ricoverato in ospedale: miocardite acuta. Gli viene prolungata la malattia fino al 12 ottobre ma lo scorso 18 settembre gli arriva una lettera dal suo datore di lavoro: licenziato. A La Stampa dice: «Sono devastato. Questo è un incubo in cui ho trascinato la mia famiglia. Per altri sei anni devo pagare il mutuo. Mia moglie lavora in una mensa scolastica e speriamo che non chiudano anche quella». L’azienda dice che Fabrizio abbia superato i 180 giorni di malattia permessi da contratto: che probabilmente si sia ammalato proprio sul luogo di lavoro e che il decreto Cura Italia dica chiaramente che il Covid non possa essere conteggiato nel periodo di comporto sembra non interessare.

C’è un altro aspetto interessante nella vicenda: da tempo il datore di lavoro “spingeva” Fabrizio a una pensione anticipata perché il suo era un contratto “pesante”. Lui aveva sempre rifiutato. Il Covid c’è riuscito. E la sua è solo una delle tante storie dei furbetti che hanno lucrato su licenziamenti, su cassa integrazione e sulla pandemia come occasione per snellire con poco rispetto dei diritti. Eppure è un tema enorme, qualcosa che meriterebbe anche una certa attenzione da certa politica. Oppure viene troppo comodo, come sempre, prendersela con i furbetti da pochi spicci. È più comodo, funziona.

Buon mercoledì.

Chi votava il clan Di Silvio?

C’è una sentenza che è sparita dai giornali e dai telegiornali ma è piuttosto interessante: l’altro ieri la Corte d’Appello di Roma ha confermato ciò che disse la Direzione distrettuale antimafia romana e ciò che scrisse a Roma lo scorso anno la giudice per l’udienza preliminare Annalisa Marzano: il clan Di Silvio, che quattro anni fa si occupò della campagna elettorale a Latina e a Terracina è un clan mafioso. La Squadra Mobile arrestò 25 persone tra esponenti di primo piano e picciotti del clan e nove imputati, tra cui tre figli del presunto boss Armando Di Silvio, hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato: 74 anni di carcere in primo grado, ridotti a 50 in appello.

Ma qui viene il bello: nell’inchiesta “Alba Pontina” sono state descritte attività di estorsioni, prestiti usurai, intestazioni fittizie di beni, traffici di droga ed episodi di corruzione elettorale e proprio tra gli episodi di corruzione elettorale si legge che il cosiddetto clan dei Di Silvio di Campo Boario, avrebbe fatto affari nelle campagne elettorali, con l’attacchinaggio di manifesti per la Lega e comprando anche voti.

Chi hanno votato?

Secondo la sentenza di primo grado Latina è una città “strategica negli affari illeciti”, dove la collettività sarebbe “assoggettata all’egemonia dell’associazione che è indubbiamente di tipo mafioso”, e l’associazione mafiosa sarebbe stata “capace di controllare il territorio anche influenzando il voto della comunità locale”, con “una straordinaria forza intimidatrice, che ha assoggettato intere categorie di professionisti e di imprenditori locali”.

Ora Salvini è impegnato a fare la vittima sacrificale per il suo prossimo processo, quello in cui si illude di avere difeso “la Patria” non si capisce bene da chi, ma la domanda al leader leghista è una e semplice: per chi votavano i Di Silvio? E che ne dice? Siamo curiosi.

Buon martedì.

Un errore madornale

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 10-07-2019 Roma Politica Relazione annuale Inps Nella foto Pasquale Tridico (pres. Inps), Luigi Di Maio Photo Roberto Monaldo / LaPresse 10-07-2019 Rome (Italy) Inps annual report In the pic Pasquale Tridico, Luigi Di Maio

Il caso dello stipendio raddoppiato del presidente Inps, Pasquale Tridico non può essere considerata semplicemente una “svista” derubricata come un incidente di percorso e non un enorme errore della maggioranza in un delicato momento politico. Che Conte dica che non sapeva e che Di Maio ora prometta accertamenti è troppo poco per pensare che tutto si dissolva nel giro di poche ore.

Il presidente dell’Inps, sulla cui gestione ci sarebbe più di qualcosa da ridire a partire dall’attacco hacker al sito che poi non c’è mai stato, ha ottenuto un aumento di stipendio (che Repubblica definisce anche retroattivo ma su questo Tridico ha smentito) in piena estate un decreto interministeriale che porta la firma della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo (che vigila istituzionalmente sull’Inps) e quella del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Una decisione che ha interessato anche gli altri compensi dei consiglieri e quelli dell’intero consiglio di amministrazione dell’Inail (compreso il presidente Bettoni).

Il tema non è tanto lo stipendio di Tridico (il suo predecessore Boeri guadagnava 103mila euro mentre Tridico è fermo a quota 62mila) ma ciò che turba, e non poco, è che Tridico, uomo da sempre vicino al Movimento 5 Stelle, è stato ricompensato in un momento sciagurato, mentre il Paese annaspa in un mare di cassa integrazione e con tanti lavoratori ancora in attesa e proprio l’Inps ne dovrebbe saper qualcosa. E pure sulla giustificazione che il blitz sia stato fatto ad agosto perché l’istituto ha compiuto dei tagli significativi risulta piuttosto risibile poiché i revisori la pensano diversamente.

Il problema è che se tu riduci la politica a una mera questione di costi (ed è il giochetto che si è utilizzato durante la campagna del referendum) poi trovi sempre uno più puro che ti epura e ora sarebbe curioso cosa ne dice Di Maio (visto che era lui ministro quando partì la proposta). Quello stesso Di Maio che ora promette di “chiedere chiarimenti”.

Perché a forza di coltivare populismo poi di populismo si muore. Evidentemente.

Buon lunedì.

Susanna Nicchiarelli: Eleanor Marx, una vita straordinaria

Dopo Cosmonauta e Nico, Susanna Nicchiarelli scrive e dirige Miss Marx, incentrato sulla figlia più giovane di Karl Marx. Film in costume anticonvenzionale, che ne conferma l’originalità nel panorama del cinema italiano, Miss Marx è stato presentato all’ultima Mostra internazionale del cinema di Venezia.

Come nasce l’idea di un film in costume sul personaggio di Eleanor Marx?
Mi interessava raccontare la storia di una rivoluzionaria, che fa parte della generazione che alla fine dell’Ottocento si è dedicata ad una serie di battaglie sulle quali poi si fondano tanti principi e tante libertà che abbiamo oggi e per le quali dobbiamo ancora lottare. Lì si gettano le basi del pensiero di sinistra e le aspirazioni ad una società più giusta, e si afferma l’idea che si può lottare per ottenerla. A me piaceva raccontare quell’epoca, che sembra lontana, ma che in realtà è molto vicina a noi. Stiamo parlando di coloro che hanno fondato i sindacati, i primi partiti socialisti, hanno inventato il concetto stesso di internazionalismo ed hanno promosso un principio di solidarietà tra classi e Paesi diversi. Il personaggio di Eleanor fa parte di questa onda. L’epoca mi affascinava, e al tempo stesso se c’è una cosa che mi dà fastidio è che quando si fanno i film storici o sono celebrativi o retorici, mentre la vita dei rivoluzionari si cimenta con delusioni personali, affetti, relazioni e l’indagine su questo versante mette in luce la complessità del rapporto tra teoria e prassi. Dal punto di vista teorico, razionale, si hanno delle bellissime idee, ma dal punto di vista pratico si ha difficoltà a metterle in atto. Eleanor Marx è una donna impegnata politicamente, impiega gli strumenti del pensiero paterno per affrontare la questione dello sfruttamento delle masse lavoratrici, delle donne e dei bambini; mette in evidenza il parallelismo tra la condizione di oppressione del proletariato da parte del capitale e la condizione delle donne nella relazione con l’uomo, insomma utilizza la lettura paterna della storia e del conflitto di classe, per parlare della condizione femminile, ma nella vita personale non è in grado di tradurre il pensiero in prassi. Inizialmente il femminismo è un movimento borghese per il…

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Quella coppa è nera, non è meglio cambiarla?

Foto Gian Mattia D'Alberto - LaPresse 12-09-2020 Venezia Spettacolo 77. Mostra Internazionale d’arte cinematografica Premiazioni Venezia 77 nella foto: Pierfrancesco Favino, coppa Volpi Ph Gian Mattia D'Alberto - LaPresse 2020-09-12 Venice 77th Venice Filmfestival Venezia 77 awards in the photo: Pierfrancesco Favino, coppa Volpi, best actor

La Coppa Volpi, anzi, la prestigiosa Coppa Volpi è uno dei riconoscimenti più ambiti da parte degli attori che sfilano annualmente sul red carpet della Mostra internazionale del cinema di Venezia. E ci mancherebbe: in buona sostanza, con il Prix d’interprétation di Cannes e con l’Orso d’argento di Berlino, questo premio è il più ambito per un attore, Oscar hollywoodiano escluso. Quest’anno, la suddetta coppa veneziana è andata a Pierfrancesco Favino, vale a dire, uno degli attori che meglio ci rappresentano anche sullo scenario internazionale. Orbene, dato a Favino quel che è di Favino, passiamo proprio alla Coppa Volpi, anzi, alla prestigiosa Coppa Volpi.

E siccome, non è possibile – come è risaputo – fare una buona frittata senza rompere le uova, ci prendiamo l’ingrata incombenza (e, probabilmente, qualche strale “cinematografaro” e non) di rompere queste uova, per fare la buona frittata. Fuor di metafora, sgravare la Mostra da un gravame che si porta dietro dal 1935, vale a dire dalla terza edizione di un festival concepito dalla mente di Giuseppe Volpi e partorito da un regime che nel cinema vedeva (giustamente) un formidabile veicolo di propaganda: vale a dire il premio al miglior attore.

L’incombenza è quella di spiegare perché quel riconoscimento – proprio a causa di quel nome – così prestigioso non sia, fermo restando intatto il valore dei tanti attori che nelle varie edizioni, compresa la recente, siano stati giustamente premiati. Uova che rompiamo in un tempo in cui si sta – finalmente – facendo i conti con strade, piazze, statue dedicate anche a criminali della Storia (uno su tutti, Nino Bixio). Per non dire delle cittadinanze onorarie a Mussolini (che – scandalosamente – permane anche in quella Salò che riverbera la Rsi). Cittadinanze che – nonostante, come c’informa quell’intellettuale di Fausto Leali da Nuvolento, già cantore di “Angeli Negri”, il duce abbia fatto “anche cose buone” (favoletta smentita dal prezioso libro di Francesco Filippi e da una sua intervista proprio a questa testata) – portano discredito a tutte le municipalità che le mantengono. Tutto ciò premesso, proseguiamo con la frittata. Si comincia dalla nascita di Giuseppe Volpi, che – come dicono i poeti – vede la luce in una famiglia borghese veneziana. Soprassediamo su gioventù spensierata e più matrimoni, per arrivare a un…

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Suad Amiry: Un amore spezzato dalla Nakba

Palestinians walk past a mural on the occasion of the 69th anniversary of the "Nakba" or "catastrophe" in Arabic in reference to the establishment in 1948 of the state of Israel, in Gaza city on May 15, 2017. Nakba" means in Arabic "catastrophe" in reference to the birth of the state of Israel 68-years-ago in British-mandate Palestine, which led to the displacement of hundreds of thousands of Palestinians who either fled or were driven out of their homes during the 1948 war over Israel's creation. The key symbolises the homes left by Palestinians in 1948. (Photo by Majdi Fathi/NurPhoto via Getty Images)

È singolare e umoristico il titolo dell’ultimo libro della scrittrice e attivista palestinese Suad Amiry, Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea (Mondadori). Con lei, in Italia per il Festivaletteratura di Mantova, abbiamo parlato del romanzo, una storia d’amore tra due adolescenti segnata dalla Nakba, ma anche dell’attuale situazione della Palestina e dell’accordo tra Israele ed Emirati arabi.
Nei tuoi libri c’è spesso ironia dentro la tragedia. Come usi in questo romanzo l’arma dell’ironia?
Umorismo è per definizione qualcosa che non ha senso o non rientra nella logica. Per me l’unico modo di trattare la storia della Palestina è mostrare l’assurdità dell’occupazione israeliana. Per esempio, in questo nuovo libro c’è un capitolo intitolato “Grande crimine e piccolo crimine”. Qui c’è una scena (dalla Nakba del 1948) nella quale racconto di Israele che ha occupato la città di Jaffa e tutti i villaggi intorno. Ha cacciato la popolazione palestinese fuori dalle sue case, giardini, negozi e scuole. Mentre l’intero Paese è saccheggiato dalle milizie ebraiche, c’è chi indaga sulla macellazione di una “mucca ebrea”. La mucca è stata rubata e macellata da profughi palestinesi affamati che da settimane vivevano nei campi aspettando di tornare a casa. Quale scena è più kafkiana di questa? Ecco, questo è il mio modo di usare umorismo e ironia per far vedere l’assurdità di una situazione.

La tragedia è la Nakba e la sorte che tocca ad una città meravigliosa come Jaffa a cui dedichi pagine molto coinvolgenti. Che cosa rappresenta per te Jaffa?
In quanto figlia di una famiglia di profughi cacciata di casa nel 1948, io sono cresciuta tra Amman e Damasco. Mentre Damasco è stata per me molto accessibile e presente, Jaffa è stata una città in absentia. Un luogo che ho dovuto immaginare e ricostruire dalle storie di mio padre, a distanza. Prima della Nakba nel 1948 (quando il 90 per cento degli abitanti palestinesi è stato cacciato dalle proprie case per creare lo Stato di Israele) Jaffa era la città palestinese più grande con una popolazione di centomila abitanti. I suoi fiorenti aranceti attiravano uomini di affari da Beirut, Aleppo e dall’Egitto. Era una tipica città portuale mediterranea: vibrante, animata ed aperta a tutti, tanto da essere chiamata umm il ghareeb, “la madre degli stranieri”. Jaffa rappresentava la…

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La scrittrice Suad Amiry parteciperà al Falastin festival, promosso dalla comunità palestinese di Roma e del Lazio in programma dall’1 al 4 ottobre dalle 17 presso i Giardini del Verano in Piazzale del Verano a Roma

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L’armata nera di Donald Trump

FILE - This Sept. 7, 2020 file photo shows the "Oregon for Trump 2020 Labor Day Cruise Rally" at Clackamas Community College in Oregon City, Ore. Gun ownership is a question that has dogged Christians for years, but conservative Christians are increasingly answering “yes.” (AP Photo/Michael Arellano)

L’accusa di brogli. La suggestione di non riconoscere l’esito del voto di novembre. Lo spettro, ieri sussurrato e oggi strillato sui social, di un’insurrezione armata. Con la pandemia e le tensioni razziali a gettare ombre sull’operato della Casa Bianca, Trump alza la posta. Davanti a cinquemila persone accalcate spalla a spalla e senza mascherine, il tycoon osa dire quello che nessun presidente uscente ha mai osato: «A novembre vinceremo il secondo mandato. E dopo, probabilmente, chiederemo anche il terzo». Poi, lancia un appello: «Dobbiamo salvare l’America da una sinistra radicale che la distruggerà». Pronti ad ascoltarlo e a saldarsi in un’inedita alleanza, la galassia dell’estrema destra e i negazionisti del Covid, decisi a contestare con ogni mezzo il risultato delle elezioni di novembre.
Si autodefiniscono Trumpenkriegers, «combattenti per Trump», con un chiaro riferimento alla terminologia nazista. Secondo il Csis – Center for strategic and international studies, questa parola non indica però un gruppo omogeneo con degli scopi definiti, quanto una comunanza d’intenti all’interno della frastagliata galassia dei suprematisti bianchi dove, oltre alla rinascita di organizzazioni storiche come il Ku Klux Klan, iniziano ad emergere nuovi gruppi.
Uno di questi è quello dei Bogaloo Bois, una rete che si pone il dichiarato obiettivo di scatenare la “seconda guerra civile americana”. Saliti all’onore delle cronache dopo l’irruzione armata nel parlamento del Michigan per protestare contro il lockdown, i Bogaloo sono stati anche protagonisti delle violenze nei moti di Minneapolis seguite alla morte di George Floyd. Riconoscerli, infatti, è facile: sulle mimetiche portano come stemma l’immagine di Pepe the frog, una rana antropomorfa diventata celebre per i meme su internet. La presenza di questo simbolo chiarisce anche l’anatomia del movimento. Nato su internet, diffonde i suoi messaggi razzisti grazie a immagini ironiche e si basa sull’attivismo di gruppi locali che si coordinano attraverso chat criptate.
Una struttura verticale non esiste, ma il collante identitario è chiaro: la resistenza a un governo tirannico e la difesa del diritto di possedere armi. Il tutto condito dalla vecchia retorica razzista sulla “sostituzione etnica”, più volte richiamata da Trump in occasione della stretta contro gli immigrati irregolari. I Bogaloo, però, non sono soli. Intorno al sito Breitbart News, definito «la piattaforma dell’estrema destra» da Steve Bannon nel 2016, gravitano una serie innumerevole di sigle che fanno dell’esplicito richiamo al suprematismo bianco e del sostegno a Donald Trump i propri tratti distintivi. Dal fascio littorio nel simbolo dei Patriot Front al “fight club” dei Proud Boys, banda che accetta solo uomini e glorifica la violenza da strada, fino a The Base, gruppo con forti legami con la Russia di Putin che arruola principalmente veterani di guerra e che, secondo l’Fbi, avrebbe già organizzato dei veri e propri campi di addestramento militare in America.
Ma il vero salto di qualità dell’estremismo sta avvenendo con QAnon, un gruppo capace di espandersi ben oltre i confini tradizionali dell’estrema destra. Più…

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Ultra destra contro la Ru486, si scoprono gli altarini

ROME, ITALY - JUNE 26: Women from the Non Una Di Meno collective return to the square after lockdown, to protest against rape and discrimination, on June 26, 2020 in Rome, Italy. In communications announcing the event the women announced: Now it is time to take back the streets, the visibility, the word they tried to take away from us. It is time to shout all our anger to announce that we do not accept that the reconstruction and cohabitation with Covid-19 will take place at the price of our exploitation, of the intensification of the sexual division of labor and racism. With attention and care for the health of all and everyone, on June 26th we return to the square in many cities.Faced with the consequences of this crisis and the new unbearable normality that it announces, we will not remain silent! Faced with the consequences of this crisis and the new unbearable normality that it announces, we will not remain silent! (Photo by Simona Granati - Corbis/Getty Images,)

L’aborto è un evento della vita riproduttiva delle donne. È un evento che può riguardare ogni donna, a qualunque età della sua vita fertile e di qualunque condizione sociale, quando sopraggiunga una gravidanza non prevista. Una gravidanza non prevista è quella non programmata, o che non si desidera portare avanti in quel momento della vita.
Dal quando, nel 1978, tale evento è stato legalizzato nel nostro Paese, viene praticato nelle strutture sanitarie previste dalla legge e dovrebbe svolgersi secondo le regole della buona pratica medica. La buona pratica si basa su standard di qualità e sicurezza. Questi standard derivano da evidenze, dalla letteratura e dalla organizzazione sanitaria.

Con queste premesse, riesce difficile comprendere il senso della proposta avanzata nei giorni scorsi da Maurizio Marrone, di Fratelli d’Italia, assessore – tra l’altro – alla Delegificazione e semplificazione dei percorsi amministrativi (bel paradosso!), di introdurre, una volta superata l’emergenza legata alla pandemia Sars Cov-2, delle “contro linee-guida” sull’aborto farmacologico, in contrasto con quelle approvate ad agosto dal ministero della Salute. Quelle linee guida che prevedono la possibilità della somministrazione della pillola abortiva Ru486 anche in regime di day-hospital o in ambulatorio collegato funzionalmente con l’ospedale. Indicazioni che fanno seguito al nuovo parere del Consiglio superiore di sanità, che aveva recepito la richiesta in tal senso da parte della maggiori società scientifiche italiane, quali la Sigo e l’Aogoi e delle associazioni impegnate da anni su questo argomento, sulla base dell’immensa letteratura scientifica esistente ormai da decenni su questa procedura. (v. Left del 21 agosto 2020). Sostenendo l’incompatibilità di tali indicazioni con la legge 194, l’assessore Marrone ha chiesto un parere legale all’Avvocatura regionale.

La reazione di Sivio Viale, ginecologo dell’ospedale Sant’Anna di Torino, il primo a sperimentare autonomamente l’aborto farmacologico in Italia, era stata netta: «Marrone, come al solito, non legge. È una cosa ridicola andare a scomodare l’avvocatura perché il Piemonte prescrive la Ru486 in day hospital già da anni. Io, personalmente, sono 10 anni che pratico aborti farmacologici e da sei lo faccio in day hospital, quindi senza ricovero. Marrone, invece, deve fare il suo gioco, deve comportarsi da conservatore anti-abortista, ma almeno si informasse. In Piemonte si…

*-*

Mirella Parachini è vice-segretario Associazione Luca Coscioni e co-fondatrice di Amica e conduce la trasmissione Il Maratoneta su Radio Radicale

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