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Lo Ius Soldi

Il calciatore del Barcellona Luis Suarez, l’avrete sentito ieri sicuramente, aveva bisogno della cittadinanza italiana per brigare il suo trasferimento a un’altra squadra e per facilitare la propria carriera. Aveva la parentela giusta ma avrebbe dovuto sostenere l’esame di italiano. Si presenta all’Università per Stranieri di Perugia e ovviamente è un trionfo.

Peccato che secondo la Procura di Perugia l’esame sia stato concordato e addirittura il voto finale fosse stato stabilito prima ancora di sostenere l’esame. Dalle carte dell’inchiesta si legge che «quello non spiaccica ‘na parola, coniuga i verbi all’infinito, ma te pare che lo bocciamo», si dicono i professori, anche perché dicono sempre loro «con 10 milioni a stagione di stipendio, non glieli puoi far saltare perché non ha il B1». Sui social i professori si sono fotografati tutti sorridenti con il celebre studente.

E dov’è lo scandalo?, direte voi. Semplice. In Italia per prendere la cittadinanza ci vogliono fino a quattro anni, normalmente. Merito, neanche a dirlo, anche del decreto sicurezza del fu Salvini che ha allungato da due a quattro anni i tempi del procedimento. Suarez in 15 giorni ha fatto quello che una persona normale riesce, se riesce, a fare in quattro anni con pratiche molto macchinose che spesso richiedono l’ausilio perfino di un avvocato.

Scrive una professoressa: «In qualità di docente di italiano L2 conosco le lungaggini burocratiche, legate alla richiesta della cittadinanza, le quali inducono spesso molti stranieri a evitare di farne richiesta; fatto salvo il caso di taluni che pare godano di corsie preferenziali».

Poi c’è l’esame: quello di Suarez è durato qualche decina di minuti. Un mostro, in pratica. Scrive Gavin Jones, corrispondente Reuters in Italia che l’ha sostenuto: «Leggo che #Suarez ha ottenuto il certificato B1 di conoscenza dell’italiano ieri in mezz’ora. Per caso anch’io ho dato lo stesso esame ieri (per ottenere la cittadinanza). Dura 2 ore e 45’. Farlo in mezz’ora è impossibile – anche per Dante, ma sicuramente per Suarez».

E quindi cosa è successo con Suarez? Semplice: l’attaccante del Barcellona ha ottenuto lo Ius Soldi, ovvero un diritto che, come troppo spesso accade, non viene attribuito per merito ma per interesse economico. E non capita solo agli stranieri, e non capita solo nelle questioni di cittadinanza. E sarebbe interessante aprire un dibattito sulla ricchezza (e la notorietà) che unge i gangli della burocrazia. Siamo sempre lì. Siamo sempre qui.

Buon mercoledì.

(la geniale definizione di Ius Soldi è di Matteo Grandi)

E insomma galleggiano

Primo dato, appariscente e importante: questo refrain che gli italiani non vedessero l’ora di andare a votare per prendere a calci i partiti del governo e per incoronare la destra di Salvini e di Meloni è una bufala pazzesca. Nei giorni scorsi qualcuno, Salvini in testa, sognava e sparlava di una vittoria clamorosa e invece quel turbine sovranista che latra sui social, sui giornali e in televisione è solo un ruttino. Matteo Salvini ha voluto trasformare questo voto in un voto nazionale e ha sbagliato. A proposito: la Lega stravince in Veneto ma la lista di Zaia stravince relegando la lista ufficiale del partito a percentuali per niente eclatanti. Per intendersi: ha stravinto Zaia, più della Lega e presto farà valere il suo peso politico anche sul resto del partito. Il centrodestra galleggia.

Il Partito Democratico tiene, vince in Toscana e si afferma come partito, vince in Puglia con candidato che non voleva nessuno (Emiliano) e stravince in Campania con De Luca (ma quella è una vittoria di De Luca). Zingaretti ha rischiato ma è riuscito a rimanere in piedi. C’è da dire che nessuno dei candidati è un “suo” uomo. Ora chissà se riuscirà a fare il segretario e a governare con decisionismo il partito. Si rimane in attesa, come sempre. Una notazione: Zingaretti in conferenza stampa è riuscito a proporsi come rappresentante di chi ha votato Sì e anche di chi ha votato No al referendum, come se con un po’ di retorica si potesse tenere i piedi in tutte le scarpe. Il Pd galleggia.

Il Movimento 5 Stelle si sa che avrebbe deluso e infatti Di Maio corre in conferenza stampa intestandosi la vittoria del referendum e poi lascia agli altri l’incombenza di analizzare i deludenti risultati delle regionali. Ora si giocherà la battaglia interna nei prossimi Stati Generali e lì si capirà di più. Insomma il M5S galleggia.

Matteo Renzi si è tolto la soddisfazione di esistere solo per fare perdere il centrosinistra e non ci è riuscito. Incassa un risultato patetico ma non se ne renderà conto. Sono anni che non riesce a fare i conti con la realtà. E quindi galleggerà continuando a pestare i piedi.

Intanto per il taglio dei parlamentari stravince il Sì ma verrebbe da chiedersi chi rappresenti quel 30% di No. Ora tutti ci promettono che faranno le riforme. Restiamo in attesa di sapere quali siano le idee. Insomma, galleggiamo anche noi.

Buon martedì.

Regionali e referendum, cosa ci dice il voto

Un doppio voto che conferma le previsioni e fotografa lo stato in cui siamo. Si allargano le destre alle regionali. C’è una resistenza, assai “variegata” politicamente che “difende” dalle destre un simbolo come la Toscana e due punti importanti come Puglia e Campania. Vince un referendum populista sostanzialmente di destra ma con una buona resistenza costituzionale e di sinistra.

Ma stiamo alle regionali: 3 a 3, più la Val d’Aosta, dove la Lega diventa prima partito. Questo è l’esito. Ma siccome non è calcio questo voto regionale va riflettuto per capire di cosa è figlio e dove porterà.

In prima sintesi possiamo dire che le destre confermano e allargano il loro strapotere in Veneto e Liguria (dove Toti cresce assai dal turno precedente) non lasciando scampo ad avversari del centrosinistra. Anche quando si presentano con candidati di buon profilo come in Veneto. E con il supporto in Liguria dell’unico accordo tra Pd e Cinquestelle e tutto lo schieramento governativo unito (con la defezione dei renziani). Con il candidato Sansa, con il suo no al referendum, appoggiato anche a sinistra.

Le destre invece sono competitive ovunque tranne che contro De Luca in Campania.

Il Pd (più ancora del centrosinistra) perde una regione storica come le Marche. Dove i Cinquestelle hanno corso in proprio. E che dunque va a fare compagnia all’Umbria.

Il renziano Giani va alla fine abbastanza largo in Toscana. Anche qui senza grillini. E idem un uomo che ha un profilo proprio come Emiliano in Puglia, deprivato di renziani e grillini. Qui le destre sono fermate. Ma fino a quando e per fare che è tutto da vedere.

I Cinquestelle sono ovunque ben lontani dal voto politico. Si può anzi parlare di un vero tracollo.

In Veneto e Toscana vanno male. In Liguria l’accordo col Pd non serve. In Campania, Puglia e, meno, Marche stanno ancora intorno alle due cifre.

Ma i grillini portano a casa il referendum che hanno posto al centro dei loro commenti di vittoria. Commenti che, tra le righe, riaprono lo scontro sulla leadership e le scelte politiche.

Riassumendo destre che si allargano e sono competitive ovunque. Pd che non inverte il declino elettorale e politico, ma che rilancia sul che fare del governo.

Un referendum populista e di destra che verrà rivendicato dai grillini per sé, dal Pd per “fare le riforme” e dalle destre per chiedere voto anticipato e presidenzialismo. E che potrebbe rafforzare il governo come minarlo.

Si è votato (anche con una buona affluenza) col Covid. In una data anomala. Con l’anomalia di una sovrapposizione col referendum costituzionale. Con un quadro dei “poteri” molto “mosso” dove l’unica certezza è la dipendenza da Bruxelles.

Soprattutto, e dovrebbe essere questo il tema centrale di analisi e riflessioni, si è votato in mezzo ad una crisi economica e sociale senza precedenti ma preceduta da molti anni che l’hanno incubata prima che il Covid facesse da detonatore.

L’abbinata tra elezioni regionali e referendum, assolutamente impropria, ha consentito però di ragionare sulla deformazione della rappresentanza e delle stesse istituzioni a cui si è giunti e su dove si vorrebbe arrivare.

Le rappresentanze regionali italiane sono state decurtate oltre ogni limite. Elette per altro con leggi assurde che accentrano il potere su “governatori” ed escludono la rappresentanza. Campagne elettorali degradate all’insegna del “vota per me perché lui è peggio”. Uno spettacolo non bello a cui seguono le gesta dei “governatori” che si esibiscono in “qui comando io”.

Tagliare ora Camera e Senato va nella stessa direzione di amputare le istituzioni per completare l’amputazione della politica e consegnarle al demiurgo presidente del Consiglio di turno. Tanto c’è il pilota automatico.

In questo tipo di Regioni, così ridotte, arriva il voto del 20/21. Con le destre che crescono, si consolidano, avanzano. E le “resistenze” di diverso conio del centrosinistra.

Che impatto avrà questo risultato?

Le destre hanno “usato” le regionali per logorare il governo.

Zingaretti ha cercato di cavalcare il tema della barriera contro le destre del rapporto con i Cinquestelle come chiave di un nuovo bipolarismo. Con risultati che amplifica per rilanciare la “stagione riformatrice” ma che vanno visti al dunque data la frammentazione del quadro. Difficile che De Luca, Giani ed Emiliano si facciano “gestire” da lui. E le scelte del governo sono tutte da vedere.

Sui territori si sono mosse dinamiche figlie di quel processo di smottamento istituzionale e politico che richiamavo.

Molti Presidenti, quasi tutti, si muovono in proprio. Vale sia per il centrosinistra che per il centrodestra. Per De Luca, Giani, Zaia, Toti ma anche per gli altri. In primis Bonaccini.

Questo perché c’è un quadro politico stabile nelle “dipendenze” ma instabile negli “esecutori”.

Stabile non significa certo. Cosa succederà in Europa tra l’extra spesa di oggi e il permanere dell’impianto di liberismo e austerity?

E in Italia Draghi è una risorsa (un po’ stanca, come detto da Conte) o l’alternativa proprio a Conte garante e playmaker dell’asse Pd Cinquestelle?

E che ne sarà tra i grillini dell’asse strategico Pd Cinquestelle dopo il doppio voto, vincente sul referendum e mancato e comunque non buono alle regionali?

Poi c’è un grande agitarsi dei presidenti regionali tra cui qualcuno appare ambire molto.

E ci sono troppe trasversalità, soprattutto nell’area padana, come si è visto ancora da ultimo con lo strappo sulla riapertura degli stadi con Bonaccini a dare il primo colpo e Zaia e Fontana a rispondere subito.

Ma questo vale anche per il Mes, l’autonomia differenziata, il taglio delle tasse alle imprese, le grandi opere e molto altro. E c’è la riforma elettorale.

Sarebbe bene che questo gran lavorio del potere trovasse di riscontro un diverso progetto sociale e democratico. Che valga per i territori, il Paese, l’Europa.

Il 30% di no al referendum sono l’inizio di una riscossa di sinistra costituzionale in un referendum con una buona partecipazione al voto che conferma l’importanza di questa battaglia voluta e fatta.

Nelle regionali le liste di alternativa di sinistra hanno avuto risultati che sono minimi. Ma anche le confluenze “coraggiose” non sono servite in Liguria e Veneto. Non si esce tranquilli da questo voto. Si conferma che c’è da dare una risposta nuova e diversa al Covid e ai 30 anni liberisti che lo hanno preceduto. E questo va fatto da subito.

«Come godo»

Manlio Germano era un profilo fake, esistente su Facebook, che vomitava insulti razzisti, odio, rancore, bile e tutte quelle altre schifezze sui social. Se ne stava tranquillo nella sua bolla a rimestare nella merda finché un giorno ha esagerato ed è stato notato: in fondo, se ci pensate, lo fanno proprio per quello, per creare rumore, per guadagnarsi un seguito che non sarebbero capaci di avere esprimendo idee proprie che non siano violenza.

Manlio Germano aveva riportato la foto dei fratelli Bianchi (in carcere con l’accusa di avere ucciso Willy Monteiro Duarte) definendoli “eroi” e apostrofando Willy come “scimpanzé”. “Come godo”, aveva anche scritto. Quando il suo post è diventato virale (perché per fortuna l’indignazione scova la feccia che rimane sotto traccia e la fa venire a galla) il nostro coraggiosissimo Manlio Germano (che ovviamente non è il suo vero nome) aveva addirittura annunciato querela (per cosa poi? Per essere uno schifoso? Si voleva costituire?) e come al solito aveva scritto che non era stato lui a scrivere quel messaggio ma dei suoi amici, “per fare uno scherzo”. Sono sempre così: quando vengono beccati i leoni da tastiera diventano pecorelle.

La Polizia postale ha individuato il proprietario di quel profilo, un 23enne definito “esperto informatico”, che mascherava le tracce della navigazione, convinto che sarebbe stato impossibile rintracciarlo. E invece l’hanno rintracciato e hanno bussato alla porta dell’hotel in cui si trovava. Ora rischia fino a 8 anni di carcere.

La storia (triste) ci insegna due cose: innanzitutto che le parole contano, sul web o al bar, e delle parole che si pronunciano bisogna prendersi la responsabilità ma ci insegna anche che esistono tutti gli strumenti per punire i colpevoli senza bisogno delle fantasticherie di qualche politico che di tanto in tanto si inventa qualche proposta per normare un luogo in cui vigono già le normali leggi. E insegna anche che “gli esperti informatici” alla fine sono meno esperti di quello che pensano.

Buon lunedì.

Se il patrimonio culturale irrita i sovranisti

Fra ritardi, incomprensioni e polemiche, il lunghissimo iter parlamentare sulla ratifica della Convenzione di Faro, si è concluso. La Camera dei deputati l’ha approvata definitivamente il 23 settembre. Si tratta, come noto, della Convenzione quadro emanata dal Consiglio d’Europa sul valore sociale del patrimonio culturale.

Aperta alla firma dei vari Paesi del Consiglio nel 2005, la Convenzione è entrata in vigore nel 2011 a livello sovranazionale, e da allora ogni Stato membro può ratificarla, inserendola nel proprio ordinamento. Sul piano culturale, Faro (è il nome della cittadina portoghese dove è stata presentata la Convenzione ndr) è diventata una sorta di punto di riferimento per l’affermazione in particolare del principio della partecipazione non solo passiva al patrimonio culturale e quindi della sua democratizzazione, attraverso un approccio bottom up. In questa direzione il documento rappresenta l’espressione di un vero e proprio cambiamento di paradigma nelle politiche di accesso al patrimonio culturale: mentre, cioè, le Convenzioni precedenti (ad es. Granada,1985 e Malta, 1992) si fondavano sul principio dei diritti del patrimonio, ribadendone la necessità di salvaguardia in quanto portatore di valori intrinsecamente posseduti – estetici o storici – con quella di Faro si afferma che ciò che importa soprattutto è l’uso sociale del patrimonio stesso, che va quindi protetto soprattutto in quanto utile a perseguire funzioni di coesione e inclusione sociale, e in generale per il raggiungimento di una migliore qualità della vita collettiva.

L’heritage boom che ha caratterizzato l’inizio del millennio, connesso, come noto, all’esplosione del turismo di massa a livello mondiale, ha sancito la definitiva globalizzazione del concetto di patrimonio culturale, ma ha prodotto, allo stesso tempo, anche una richiesta di partecipazione sempre più pressante sia da parte di chi è portatore di altre visioni del patrimonio, in particolare le popolazioni non occidentali, e, più in generale, da parte di chi non fa parte della ristretta cerchia degli addetti al settore (storici dell’arte e dell’architettura, archeologi, curatori e responsabili istituzionali).

Contemporaneamente all’allargamento della platea dei fruitori di patrimonio culturale, insomma, è cresciuta anche la spinta ad un maggior coinvolgimento nella loro gestione: la parola d’ordine è ormai, da almeno un paio di decenni, “partecipazione”.

La Convenzione di Faro costituisce l’evoluzione istituzionale di questa spinta politica e culturale, mentre dal punto di vista storico, la sua genesi fu il conflitto, nel cuore dell’Europa, fra i Paesi della ex Jugoslavia, durante il quale il patrimonio culturale – dal ponte di Mostar alla biblioteca di Sarajevo – divenne ostaggio e strumento di contrapposizione etnica: da qui la necessità  di ribadire come, al contrario, il patrimonio debba e possa essere invece strumento di costruzione di pace e di coesione sociale.

Il documento di Faro si fonda quindi sul diritto al patrimonio (articolo 1), che viene inserito fra i diritti fondamentali dell’individuo e quindi ricollegato direttamente – per la prima volta – alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e nello specifico all’articolo 27 sulla libera partecipazione alla vita culturale e al godimento delle arti.

L’ambito del patrimonio culturale comprende anche l’ambiente (art. 2) e può essere definito, trasmesso, sostenuto  dalle così  dette heritage communities (infelicemente tradotto, nella versione italiana, con “comunità di eredità”), espressione che in un certo senso si oppone a quella heritage community intesa come comunità degli esperti e decisori sull’uso del patrimonio, allargandola a comprendere qualsiasi «insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale».

Nella parte terza della Convenzione, più specificamente dedicata al tema della partecipazione del pubblico e della responsabilità condivisa, si ribadisce come il diritto alla partecipazione si fondi sul principio democratico di uguaglianza e si sottolinea la necessità della promozione a forme di partecipazione al patrimonio non più solo passive, ma relative anche ai processi identificazione e gestione del patrimonio stesso e fondate sulla conoscenza delle esigenze e degli interessi delle comunità. Solo se i soggetti e le comunità da passive consumatrici diventeranno produttrici attive di patrimonio, quest’ultimo potrà diventare uno strumento di coesione e di convivenza pacifica.

Nonostante gli apprezzamenti del mondo della cultura, in particolare nostrana, il cammino della Convenzione è stato tutt’altro che facile e i principi che veicola stentano ad essere accettati a livello di legislazioni nazionali: a 15 anni dalla sua emanazione, solo 19 su 47 Paesi del Consiglio d’Europa  l’hanno ratificata. E se restringiamo il campo ai Paesi Ue, ci accorgiamo che al di là del nucleo compatto dei Paesi della ex Jugoslavia, nessuno dei Paesi fondatori l’ha ratificata e molti membri (fra i quali Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Grecia, Polonia, Irlanda, Danimarca, Svezia) non l’hanno neppure firmata.

Una delle ragioni di questo sostanziale stallo può essere senz’altro rintracciata in una indeterminatezza complessiva presente nel testo. A partire dalla stessa definizione del patrimonio culturale che si allarga a tal punto (articolo 2) da non avere più limiti di forma e manifestazione – materiale o immateriale – né di tempo o di proprietà, mentre rimane volutamente escluso ogni riferimento alla materialità. Il patrimonio, ampliandosi a comprendere qualsiasi cosa, diventa indefinito, ma se tutto diventa patrimonio, ne risulta quasi impossibile la tutela (proteggere tutto vuol dire proteggere nulla).

Allo stesso modo, il concetto di heritage community, non volendo assumere connotazioni né etniche, né territoriali, né di cittadinanza, rischia, anche in questo caso, la vaghezza: qualsiasi gruppo che dichiari un qualche interesse per un determinato patrimonio, anche autodefinito come tale, ha diritto, in buona sostanza, ad essere interpretato come una heritage community.

Alla luce di queste considerazioni, non stupisce che una delle critiche più ripetute che hanno colpito l’impianto del documento, è che per voler essere politically correct la Convenzione abbia perso in efficacia e chiarezza.  E che questo sia stato l’obiettivo cui sacrificare un testo più coraggioso e definito è stato ribadito in numerose dichiarazioni ufficiali che sottolineano come, per il suo carattere di framework Convention, il documento di Faro non abbia funzioni regolatorie dirette e, in buona sostanza, «it suggests rather than imposes». Ai tentativi di limitarne l’impatto sui diversi ordinamenti legislativi dei Paesi membri, riducendone la portata, sostanzialmente, ad un documento di “buoni principi”, si è del resto allineato anche il governo italiano, che pure ne sostiene ora la ratifica.

Nel presentare, a maggio, alla Camera, il provvedimento, la relatrice di maggioranza Marta Grande ha sottolineato, ad esempio, che «non vi sono allo stato ragioni per ritenere che il vigente Codice dei beni culturali e del paesaggio possa essere intaccato dalla ratifica della Convenzione». E nella stessa direzione, nel passaggio al Senato che ne aveva approvato la ratifica a ottobre 2019, nella legge di ratifica era stata inserita, all’articolo 2, la seguente precisazione: «Dall’applicazione della Convenzione … non possono derivare limitazioni rispetto ai livelli di tutela, fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale garantiti dalla Costituzione e dalla vigente legislazione in materia».

L’emendamento era stato non per caso fortemente voluto dalla Lega che ha fatto del contrasto alla Convenzione una delle sue (poche) battaglie in ambito culturale. Se può apparire strano quest’attaccamento al patrimonio culturale da parte di un partito che ha spesso contrastato, ad esempio, l’autonomia di azione delle Soprintendenze, la vera partita ideologica che la Lega, cui si sono uniti nel frattempo anche i rappresentanti di Fratelli d’Italia, sta giocando, si fonda sull’opposizione, a tutto campo, ai principi del multiculturalismo cui senza dubbio la Convenzione si ispira nel momento in cui affida alle heritage communities, espressione di qualsivoglia tradizione culturale e portatrici di esigenze potenzialmente divergenti, la definizione del patrimonio, auspicandone una gestione condivisa. Nell’esprimere la loro opposizione alla ratifica, i deputati  di Lega e FdI, al grido di “Giù le mani dal nostro patrimonio artistico e culturale!” hanno definito, non per caso, la Convenzione come una «potentissima arma geo-culturale».

Da questo punto di vista, i partiti sovranisti hanno compreso, molto più di quel non abbiano fatto altre forze politiche, come il patrimonio culturale sia tutt’altro che “neutrale” e abbia, al contrario, uno straordinario valore politico perché espressione delle esigenze e delle istanze del presente e come tale può divenire fonte di conflitto laddove tali esigenze sono portatrici di storie, tradizioni, culture diverse. Così come era accaduto nella guerra balcanica.

Consapevoli della necessità di un approccio più radicale, in gran parte dell’Europa il concetto di multiculturalismo espresso nella Convenzione di Faro appare oggi insufficiente perché inteso come semplice accettazione dell’eterogeneo e ci si avvia piuttosto a pratiche di interculturalità o transculturalità in grado di affrontare non solo l’incontro, ma lo scontro e di superare quella retorica della “diversità come ricchezza” rivelatosi inutile nella gestione del conflicted o dissonant heritage.

Al contrario di quanto affermato dagli esponenti sovranisti, insomma, ciò di cui il nostro patrimonio culturale avrebbe urgente bisogno, è proprio di un’applicazione radicale ed estensiva della Convenzione in grado di esprimerne il carattere geneticamente transculturale sviluppandone le potenzialità inclusive. Ma per raggiungere questi obiettivi che implicano una partecipazione allargata non solo all’accesso, ma anche alla gestione del patrimonio, è l’intero sistema istituzionale che dovrebbe essere ripensato.

Insomma, lungi dall’essere solo, come sembra, un passaggio parlamentare “cosmetico”, la ratifica della Convenzione di Faro è un’occasione imperdibile per aggiornare le nostre pratiche di uso del patrimonio culturale secondo  una visione meno asfittica e provinciale.


*** Articolo aggiornato il 23 settembre alle ore 16.15 ***

Gabriella Nobile: La lotta al razzismo inizia a scuola

Se vince lui ci rimandano in Africa? Chiese Amelie spaventata. Era il 2018 e la piccola, per strada, era stata aggredita dalle parole minacciose di un simpatizzante della Lega.
Ferita e preoccupata, la madre adottiva Gabriella Nobile scrisse una rovente lettera aperta a Matteo Salvini. Da quel post, diventato virale, nel 2018 è nata l’associazione Mamme per la pelle che si batte contro ogni forma di discriminazione e per il 3 ottobre lancia una manifestazione per chiedere a gran voce una, non più rimandabile, legge sulla cittadinanza. Quello non fu e non è stato l’unico episodio, purtroppo. Gabriella Nobile ne racconta molti altri nel libro I miei figli spiegati a un razzista, edito da Feltrinelli con la prefazione di Liliana Segre, di cui si parlerà il 26 settembre ai Dialoghi di Trani. Sono storie di razzismo a volte palese altre volte più nascosto, ma non per questo meno pericoloso. C’è Jasmine che si avvicina a delle caramelle e il cassiere la fulmina dicendo che è già una ladra. C’è Aaron che viene sbattuto fuori dall’autobus che lo porta a scuola. C’è Amir, perquisito in stazione perché «potrebbe essere uno spacciatore». Ma c’è anche – ed è forse la storia più scioccante – la vicenda di uno studente liceale insultato da una docente razzista; aggredito «da una persona che dovrebbe tutelare i ragazzi e insegnare loro che siamo tutti uguali», commenta Nobile.

Gabriella, che il razzismo trovi spazi nella scuola è la cosa più inaccettabile?
È proprio così. La scuola è fondamentale. Abbiamo delle eccellenze, esempi di inclusione, di empatia e di voglia di essere insieme. Ma in generale c’è ancora tanto lavoro da fare, come del resto in ogni settore della società. Bisogna investire massicciamente in cultura e su quella antirazzista in particolare. Cominciando dall’affrontare a scuola il periodo coloniale, spiegando cosa hanno fatto i bianchi in Africa, come l’hanno depredata, razziata. Bisognerebbe approfondire questa parte di storia che non viene raccontata mai. Però siamo fiduciosi che le cose, a poco a poco, possano cambiare. I miei figli Fabien e Amelie erano molto contenti di tornare a…

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Ogni era ha il suo complotto planetario

Il 29 agosto, a Berlino, si sono radunate circa 18mila persone che negavano l’esistenza del Covid19 o contestavano le decisioni prese per contenerlo. Si sono visti complottisti di ogni sorta, sciechimichisti, seguaci di QAnon, oltre a no vax, omeopati ed estremisti di destra che, sventolando bandiere del Reich, hanno tentato di prendere d’assalto il Reichstag, sede del parlamento tedesco. Una settimana dopo, il 5 settembre, è toccato a Roma. Millecinquecento persone si sono trovate in piazza Bocca della Verità negando l’esistenza del Covid19, ostentando l’assenza di mascherine e gridando contro la “dittatura sanitaria” che sarebbe stata imposta dal governo. Ancora si sono visti no vax, nemici del 5G e i rappresentanti di Forza Nuova, organizzatori dell’evento, hanno parlato dal palco indicando in Trump e Putin gli amici dell’umanità e inveendo contro gli abituali obiettivi dei complottisti: il Nuovo Ordine Mondiale, Bill Gates, Hillary Clinton, Obama, Soros…
Certamente c’erano anche persone confuse o spaventate, che non avevano ben chiari i termini del problema. Ma nel caso dei più convinti, che cosa porta una persona a negare la verità? Ed è giusto chiamare queste persone “negazionisti”?

Chi nega lo sbarco sulla Luna, l’evoluzione, il riscaldamento globale, l’Olocausto e oggi il Covid19, talvolta vive in un mondo chiuso, dove la conclusione arriva prima dei fatti, e si illude a livelli diversi di essere un pensatore indipendente, un paladino della verità, senza mai accorgersi di avere abbracciato una fede che può resistere solo se non si incontrano mai i fatti o, se si incontrano, chiudendo gli occhi di fronte a essi. È evidente che ci troviamo di fronte a persone che hanno deciso di considerare le evidenze scientifiche un optional. Persone per le quali è più importante quello che si crede rispetto a quello che i fatti dimostrano (per approfondire v. anche Fargnoli su Left del 7 agosto 2020). Le teorie del complotto e i negazionismi, insomma, si possono inquadrare come uno dei modi che le persone hanno di spiegare la realtà di certi eventi, attribuendo significato a un mondo frammentato e caratterizzato dall’incertezza e riducendo in questo senso l’ansia.
Studi recenti sembrano confermare che…

Massimo Polidoro è direttore generale del Cicap Fest. Il suo ultimo libro dedicato ai complottismi è “Il mondo sottosopra” (Piemme)

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Liberi come dei Merli Rossi

“Tutto lo stupore del mondo” è il titolo della nuova edizione di Per Appiam, il festival internazionale d’arte che si svolge negli spazi dell’ex Cartiera Latina a Roma, all’interno del Parco regionale dell’Appia antica. Giornate intense, vive, piene di dipinti, sculture, musica e poesie. Come si fa a raccogliere tutto lo stupore del mondo se non con le opere d’arte, quelle belle. Che siano dipinti, poesie, musica non importa. L’importante è che venga sempre fuori un’immagine, perché è quella che riesce a far emozionare. È il caso per esempio di “Vissi d’arte”, uno dei testi di Ragazzo indiano, il secondo album dei Merli Rossi: nasce come testo, sembra una poesia, poi con la musica è diventata un brano. “Vissi d’arte” va letta e va ascoltata. E l’occasione per ascoltarla è il concerto che i Merli Rossi terranno nella giornata conclusiva del festival il 20 settembre (ore 17.30).

La copertina di Ragazzo Indiano

Un live per portare ancora una volta in questa edizione tutto lo stupore del mondo con la loro musica, con le loro poesie. Prima poesie, poi diventate musica o prima musica e poi poesie, non importa, basta coglierne il suono. Forse proprio per quello che ci racconta Luciano Sacchetti, una delle voci del gruppo con Francesca Fagioli e Carlotta Mazzetta nonché autore di alcuni testi: «La musica risuona sempre diversamente in ognuno di noi. Ascoltare la musica è cercarsi. È un vissuto di pancia. C’è una risonanza interna rispetto a quello che si sta ascoltando». «Ogni pezzo ha un vissuto fortissimo e questo vissuto rispecchia quello che si viveva in quel momento. La scrittura coi Merli Rossi è collettiva, di condivisione, un lavoro fatto insieme. Tanto intenso, tanto profondo” concordano gli altri. Li abbiamo intervistati per conoscerli meglio.

«I Merli Rossi nascono nel 1997 come trio acustico. Due dei tre componenti originari, Francesca Fagioli, e Roberto Pezzuoli, chitarra, allargarono l’ensemble nel 1999 a quattro, aggiungendo il cantautore e chitarrista Stefano Frollano». Il gruppo nel tempo ha assunto varie fisionomie arrivando in alcuni periodi ad un numero di componenti abbastanza nutrito, fino ad undici. Oggi insieme a Fagioli, Mazzetta, Pezzuoli, Frollano e Sacchetti ci sono Francesco Venerucci al piano, Alessandro Mazzetta al basso e violoncello, e Riccardo Macrì alla batteria. Ciascun di loro ha alle spalle un background musicale diverso che…

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SOMMARIO

Libere di essere e di pensare – sommario

Acquista il libro

Introduzione
La creatività delle donne
di Maria Gabriella Gatti

*-*

Margherita Hack: Siamo sotto una morbida dittatura
di Federico Tulli

Trotula, il primo medico donna
di Pietro Greco

Elena Cattaneo, una scienziata (scomoda) in Senato
di Federico Tulli

Lise Meitner, la fisica che disse no all’atomica
di Pietro Greco

L’antropologia viva di Clara Gallini
di Annalina Ferrante

Zineb El-Rhazoui (Charlie Hebdo): Vivere senza nessun dio
di Simona Maggiorelli

Pinar Selek: Non ci faremo mettere a tacere
di Simona Maggiorelli

Ayse e le altre, la rivolta delle donne curde
di Marco Rovelli

Aleida Guevara: Cuba tra passato e futuro
di Gabriela Pereyra

Eva Cantarella: La violenza sulle donne ha radici culturali antiche
di Simona Maggiorelli

Cecilia Strada: La pace è un’attività e non un sacrificio
di Giulio Cavalli

Asli Erdogan: Nella mia Turchia non c’è libertà
di pensiero di Orlando Trinchi

Lidia Menapace: La nuova Resistenza deve essere culturale
di Donatella Coccoli

Malalai Joya: La mia vita clandestina
di Stefano Galieni

Marinete Silva: Hanno ucciso mia figlia Marielle Franco, non le sue idee
di Giuliano Granato e Alessandro Toti

Ilaria Cucchi: La mia lotta per Stefano. E perché non accada mai più
di Checchino Antonini

Tawakkol Karman: Sogno una nuova Primavera araba
di Antonella Napoli

Egidia Beretta Arrigoni: Cosa significa oggi “restiamo umani”
di Youssef Hassan Holgado

Carla Del Ponte: Chiediamo giustizia per le vittime in Siria
di Riccardo Michelucci

La terza vita di Jhumpa Lahiri
di Simona Maggiorelli

Carmen Yáñez e la dolce vendetta della poesia
di Gabriela Pereyra

Giovanna Marini e il canto popolare che ha fatto la storia
di Marco Rovelli

Khulud Khamis, essere donna in Palestina
di Chiara Cruciati

Taglio lineare dei parlamentari, una pericolosa scorciatoia

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 13 Settembre 2020 Roma (Italia) Cronaca : Manifestazione per il No al referendum sul taglio dei parlamentari Nella Foto: Susanna Camusso Photo Cecilia Fabiano/LaPresse September 13 , 2020 Rome (Italy) News: Demonstration for support the No at the referendum for choose if cut the parliamentarians seats In the pic : Susanna Camusso

“Una legge elettorale non si nega a nessuno” potrebbe essere la sintesi del dibattito politico istituzionale degli ultimi venti anni. Da un lato per la frequenza con cui si sono cambiate le leggi elettorali ed anche per la frequenza con cui la Corte costituzionale le ha giudicate e sanzionate; dall’altro per l’assenza di un’idea condivisa, o almeno significativamente maggioritaria, su come innovare il modello consolidando la centralità del Parlamento, il cuore del dettato costituzionale. Proprio questa assenza di orientamento condiviso ha prodotto ipotesi e poi leggi di riforma costituzionale implacabilmente bocciate nel voto referendario. La nostra storia recente dovrebbe da sola dire come sia quantomeno una tesi spericolata quella del “riduciamo oggi i numeri del Parlamento per fare, domani, le riforme”. La politica dei due tempi non funziona mai; vorrei dire anche: non caratterizza il riformismo. Chi è mosso da pulsioni antiparlamentari – e non sono pochi -, chi paragonava Parlamento e scatolette di tonno, chi esplicitamente rinnega la democrazia rappresentativa ovviamente attende solo di incassare il risultato referendario; anzi, critica chi ha promosso il referendum. A proposito di parola al popolo… Magari riproporranno spezzoni di fantasiose teorie di democrazia diretta, immagino con lo stesso spirito con cui, in questi anni, hanno ignorato l’esistenza delle leggi di iniziativa popolare depositate in Parlamento. Chi volesse cimentarsi con un’idea di riforma del bicameralismo, della composizione delle due Camere, del funzionamento dell’attività legislativa, non troverà in questa norma il tracciato, perché la scorciatoia del numero di parlamentari e senatori non affronterebbe il nodo delle diverse competenze tra potere centrale e delle Regioni, e non risolverebbe la progressiva crisi della politica che ha consegnato al governo, alla decretazione, una primaria funzione legislativa che la stessa definizione della nostra Repubblica assegna, invece, al Parlamento. Proprio dicendo no alle scorciatoie senza meta, si possono riproporre i termini necessari per avviare un processo positivo.

La pandemia – e il conseguente bisogno di fare scelte per salvaguardare il diritto costituzionale alla salute, scelte che hanno dato risultati importanti per cittadini e cittadine e per il Paese – ha anche suonato un doppio campanello d’allarme: sia sulla difficoltà di avere politiche univoche in tutto il Paese, condizione necessaria per parlare di diritti essenziali, sia sull’esercitare un ruolo del Parlamento che non fosse di mera approvazione dei decreti. La pandemia dovrebbe aver una buona volta archiviato il tema dell’autonomia differenziata, la richiesta di moltiplicare i terreni di disunità, di possibile disarticolazione dei diritti essenziali. La pandemia ci ha detto che proprio in una delle regioni “vogliose” di autonomia, la Lombardia, si pensava di guardare così “avanti” da non riuscire nemmeno a garantire i diritti derivanti dal sistema sanitario pubblico e nazionale. A proposito delle scorciatoie, quanto ci insegna… Nel, pur scarso, dibattito referendario c’è chi sottolinea molto che è solo una misura quantitativa, che quindi non determina una lesione qualitativa, che è un quesito puntuale, specifico, delimitato, come a dire: perché fate tanta confusione, è chiaro, semplice, innocuo.

Mi permetto di obiettare che la Costituzione non è un mosaico di norme a sé stanti, per cui basta che le tessere abbiano la stessa forma e tutto va a posto, ma un insieme coerente di norme che vanno lette e valutate in correlazione le une alle altre. Proprio perché la Costituzione è sovraordinata non si può “rattoppare” con una legge ordinaria, anche perché si renderebbe il dettato costituzionale dipendente e variabile in ragione delle singole temporanee maggioranze parlamentari. L’attenzione dei Costituenti fu questa: definire l’organicità delle norme ed anche vincoli e procedure per le modifiche. Certo, la lettera originale indicava la proporzionalità tra seggi e popolazione, tradotta nel 1963 in un numero che mantenendo il criterio di proporzionalità definiva i numeri rendendoli non più variabili. Proprio perché si manteneva coerenza e proporzionalità non si dovette ricorrere a leggi ordinarie di “riparazione”. Non è quindi sul numero in astratto che si concentra la scelta di votare No, ma sull’effetto, piccolo o grande non è rilevante, di indebolire la Costituzione. E non …

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L’autrice: Susanna Camusso è stata segretario generale della Cgil da novembre del 2010 a gennaio del 2019. Attualmente, sempre in Cgil, è responsabile nazionale per le politiche di genere

L’articolo prosegue su Left del 18-24 settembre

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