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Libere di essere e di pensare

La creatività delle donne

Quando ammiriamo l’arte rupestre che risale agli albori della storia dell’umanità nelle grotte francesi o ad Altamira in Spagna siamo colpiti da una grande emozione e non solo perché la mano che l’ha creata è antica di migliaia di secoli, ma per l’idea, ormai confermata da più studiosi, che a creare tale meraviglia fossero delle donne. Ho sempre pensato che alcuni degli animali dipinti non fossero solo la riproduzione della figura osservata dal vero, ma esprimessero un’immagine dell’artista. Quel susseguirsi di musi di cavalli tutti diversi non era solo un tentativo di prospettiva, ma esprimeva il movimento di un solo animale e voleva raccontarci di un cambiamento interno, di un divenire che è proprio dell’essere umano. Si percepisce in quelle opere una grande libertà e vitalità nonostante la durezza della vita nell’era glaciale. Ma cosa è successo alla creatività delle donne nei secoli?

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Esse agli albori dell’umanità riuscirono ad esprimere con le immagini il loro mondo interno, ma nei secoli recenti troviamo solo tracce della loro fantasia e libera espressione. Come ricorda Eva Cantarella né la cultura greca, né quella romana, né quella cristiana riconoscono alle donne il diritto al Lògos, la parola; è un privilegio solo degli uomini che hanno capacità razionali di pensiero mentre le donne ne sono prive per la loro naturale vicinanza al mondo irrazionale, quello degli affetti, delle immagini e dei movimenti senza parole. Il ruolo delle donne è stato, nel periodo del predominio della razionalità maschile, solo quello di moglie e madre. Alle donne era precluso lo studio e quando l’accesso alla cultura era concesso, nelle classi sociali più abbienti, veniva utilizzato a scopo di intrattenimento, in un contesto nel quale alla donna era riservata una funzione del tutto decorativa. La filosofa, matematica e astronoma Ipazia paga con la vita il suo amore per la scienza e, in epoche più recenti, alla fine del settecento la matematica Sophie Germain deve lottare contro i genitori ed assumere un’identità maschile per studiare matematica (è lei che pone le basi per la teoria dell’elasticità); agli inizi del Novecento Maria Montessori entra in contrasto con la famiglia perché si interessa di matematica, di biologia e si iscrive a medicina; Rosalind Franklin agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso frequenta Cambridge, ma non ottiene un titolo di studio perché non sono previste lauree per donne. Eppure il suo contributo scientifico è essenziale per la scoperta del Dna.

Agli inizi del secolo scorso Freud affermava che le donne non erano biologicamente adatte al pensiero creativo. Ancora nel 2005 il rettore di Harward, Lawrence Henry Summers, affermava che le donne sono «biologicamente svantaggiate» perché non hanno le stesse qualità innate dei maschi. Ancora per tutto il Novecento le donne hanno scarsissimo accesso all’istruzione di base e all’istruzione superiore. Solo negli ultimi decenni, per la prima volta nella storia, e non solo nei Paesi sviluppati, secondo i dati dell’Unesco, l’educazione secondaria e terziaria delle donne eguaglia e supera spesso il livello di educazione maschile. È una rivoluzione silenziosa, che cambia logiche e costumi consolidati. È una discontinuità con il passato, è un cambio di paradigma, un mutamento rapido e irreversibile che consolidandosi potrebbe portare ad una radicale trasformazione culturale e sociale. Il mutamento è molto più rapido della percezione che si ha di esso sia da parte delle donne che degli uomini i quali non sempre sono capaci di acquisire gli strumenti interiori per gestirlo. Gli uomini dovranno aprire gli occhi sull’identità umana delle donne e sull’oppressione e annullamento che la cultura ha operato su di esse per secoli, e le donne non dovranno percorrere stereotipi culturali per la mancanza di coraggio di essere libere e di pensare e immaginare con la propria mente un modo nuovo di rapportarsi agli uomini. Questo cambiamento culturale darà la possibilità alle donne di fare emergere la loro creatività, ma modificherà anche quella maschile non più condizionata dall’annullamento delle donne.

 

Per colpire davvero le élite vanno riformati i partiti

Foto Cecilia Fabiano/LaPresse 13 Settembre 2020 Roma (Italia) Cronaca Manifestazione per il No al referendum sul taglio dei parlamentari. Nella Foto: la manifestazione in piazza santi apostoli Photo Cecilia Fabiano/LaPresse September 13 , 2020 Rome (Italy) News Demonstration for support the No at the referendum for choose if cut the parliamentarians seats. In the pic : the demonstration in Santi Apostoli squeare

Il fronte del No al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari avanza di giorno in giorno, parallelamente alla sempre più vasta informazione che, a fatica, è riuscita a fare breccia nell’opinione pubblica, evidenziando gli altissimi costi democratici di una riforma tutt’altro che semplice e puntuale. La mortificazione del pluralismo politico, della rappresentanza delle minoranze, più in generale, delle “periferie” geografiche e sociali del Paese sovrastano i risparmi irrisori sventolati dai proponenti.

Cui prodest? Non certo a chi pagherebbe con il suo “silenziamento politico” il mirabolante risparmio di un caffè al giorno per abitante. Non certo al Parlamento, il cui migliore funzionamento, a ranghi ridotti del 36,51%, sembra più una favola della buonanotte che un’effettiva garanzia di maggiore rapidità dei lavori parlamentari, o della qualità della produzione legislativa e, men che meno, della rappresentanza. Tutti assiomi non dimostrati e non pervenuti. Così come le garanzie che dovrebbero arrivare dalla nuova legge elettorale, appena licenziata in bozza dalla commissione Affari costituzionali, e calibrata, ancora una volta, su “liste bloccate” senza alcuna garanzia di partecipazione democratica dei cittadini e dei territori nella scelta di candidati e probabili eletti. Un metodo verticistico, che è e rimane saldamente nelle mani delle segreterie nazionali o, per quanto riguarda il M5s, di procedure telematiche a dir poco opache e non verificabili dagli elettori. Un meccanismo di cooptazione al ribasso in cui la fedeltà al capo è…

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Disperanza

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 24 Agosto 2020 Amatrice (Italia) Cronaca : Viaggiatori alla stazione Termini Nella Foto: viaggiatori con bagagli Photo Cecilia Fabiano/LaPresse August 24 , 2020 Amatrice (Italy) News: Travelers in Termini Station In the pic : travelers with baggage

È il primo treno della mattina, sul binario più lontano con il marciapiede più dentro la notte che dentro la stazione. Non è nemmeno la mattina come viene comunemente pensata, vissuta, raccontata, è la coda della notte, manca intorno qualsiasi segnale di risveglio, ci sono solo luci del sonno, i rumori consueti del buio, dell’alba nemmeno parlarne, i passeggeri di quel treno sembrano provare senso di colpa nell’attraversare la città in quell’ora innaturale, camminano certi di non incrociare nessuno, si grattano e si stropicciano come se fossero soli perché sono soli, una fila indiana di soli che hanno stretto un patto: qualcuno deve avere notato che a quell’ora non ci siano ancora le energie per le cortesie e insieme hanno deciso di limitarsi all’igiene minima, a un buongiorno solo se scappa e di evitare di incespicare uno sull’altro. Nel primo treno della mattina, quello che porta nello stomaco del centro produttivo, i passeggeri sprofondano nei sedili lasciandosi prendere da uno svenimento vigile e morsicano ogni minuto di inedia per risputarlo come riposo, ci provano tutti i giorni ma non riescono mai.

Non ho potuto frequentare molto i treni della mattina, anzi nemmeno quelli del pomeriggio, vivere sotto scorta mi ha disinfettato dalla quotidianità rinchiuso in un bolla di vetro e mentre mi proteggevo non mi accorgevo di prosciugarmi. Quando ho deciso di riannodare il filo con la normalità salire sui vagoni che portano nel ventre della chioccia del fatturato italiano mi ha fatto sentire ignorante e stupido, tagliato fuori dal mondo che mi illudevo di raccontare. Non mi colpisce l’odore di guarnizione e nemmeno il caldo da falò di pneumatici, mi colpiscono le mani. Le mani dei pendolari primi stringono gli zaini come per strozzarli, passano tra i capelli come spazzole senza denti, sfogliano telefoni, si addormentano schiacciate tra le teste e i finestrini, penzolano mentre decidono dove sedersi e poi finalmente  svengono in grembo. Aleggia su quel treno un sentimento che non esiste nel vocabolario, un andare da qualche parte a fare qualcosa senza nessun intento, una schiera di gente che non si sposta ma si fa spostare, un’insoddisfazione generale nell’avere avuto poco tempo, troppo poco tempo, tra il viaggio di ritorno che è stato ieri sera tardi e questa ripartenza che è partita troppo presto, un’umanità compressa a vivere nelle pause del lavoro straziata dalla stanchezza che intorbidisce il tempo, quello che sarebbe libero e invece non è libero dalla stanchezza distrutta. Se il sonno sveglio avesse una forma, se il sonno sveglio fosse un quadro, sarebbe quella gente slogata sui sedili come gli orologi molli di Dalì. La colonna sonora è l’impiastricciamento dei movimenti e delle parole, è il silenzio greve che diventa cappa. 

(da Disperanza, il mio ultimo libro, in libreria da ieri)

Svetlana Aleksievic: «Lukashenko ha dichiarato guerra alla sua gente»

Da oltre un mese in Bielorussia – dopo delle elezioni-farsa che hanno confermato alla presidenza Alexander Lukashenko per la sesta volta consecutiva – è in corso una dura battaglia di tutto un popolo per conquistare la democrazia. Una battaglia che ha avuto già tante vittime, cinque persone uccise mentre manifestavano pacificamente e altre centinaia arrestate e torturate nelle caserme. Una straordinaria mobilitazione che ha visto in prima fila le donne di diverse generazioni. Donne come Svetlana Tikhanovskaya, la candidata di bandiera dell’opposizione ora costretta all’esilio in Lituania. O come Marya Kolesnikova, la portavoce di Victor Babariko, uno dei candidati arrestati prima del voto, sequestrata dai servizi segreti e ora accusata di aver inteso organizzare un golpe, ma soprattutto le migliaia di donne che nei giorni duri di ferragosto, quando la violenza dei reparti speciali sembrava inghiottire tutto, con le loro “catene della solidarietà” hanno dimostrato quanto questo popolo mite sia anche forte e dignitoso proprio soprattutto in quella sua parte che qualcuno osa ancora chiamare “sesso debole”. Tra tutte queste donne bielorusse che sono in prima fila nella lotta contro il regime c’è anche Svetlana Aleksievic (Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, La guerra non ha un volto di donna), una signora di 72 anni, premio Nobel per la letteratura, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Con gli arresti di Maxim Znak e Marya Kolesnikova lei è rimasta l’unico membro del Consiglio di coordinamento dell’opposizione in libertà. Le pesa? Ha paura?
Paura no, c’è un po’ di solitudine. Non c’è più nessuno dei miei amici, sono tutti in prigione o espulsi all’estero. E io sono una donna anziana e malata. Si tratta di una situazione paradossale: il Paese è stato rapito, i suoi migliori figli vengono rapiti o arrestati. Ma non fa nulla, ne verranno centinaia di altri. Non è stato il Comitato di coordinamento a ribellarsi al regime di Lukashenko. È tutto il nostro Paese che si è ribellato.

Qual è il programma del Consiglio di coordinamento?
Il nostro programma è molto semplice e di transizione. Il Consiglio di coordinamento dell’opposizione è favorevole allo svolgimento di nuove elezioni presidenziali in Bielorussia, al rilascio di prigionieri politici e all’indagine sui crimini dell’attuale governo. Il presidente Alexander Lukashenko ha paragonato il consiglio ai “centoneri” (formazione di estrema destra russa dell’inizi del XX secolo, nda), e recentemente ha definito le nostre proposte «un disastro per la nazione» e ha sottolineato che non avrebbe aperto un confronto con i suoi membri. E così è stato…

Quindi non stavate ordendo alcun colpo di Stato…
Voglio ripetere qui quello che dico continuamente. Non stavamo preparando nessuno colpo di Stato. Volevamo solo evitare una pericolosa scissione nel nostro Paese. Volevamo che iniziasse un dialogo nella società. Lukashenko dice che non parlerà con “la piazza”, ma “la piazza” è composta da centinaia di migliaia di persone. Non si tratta di nessuna “piazza” è semplicemente gente che si mobilita ogni domenica e tutti i giorni. Gente che non ha paura di manifestare portando con sé i bambini, perché crede nella vittoria. E voglio ripetere ancora questa cosa che ho già detto tante volte in questi giorni: bielorussi, sono orgogliosa di voi, di quello che state facendo.

Perché secondo lei Lukashenko procede in una repressione così spietata?
Secondo me, le autorità hanno dichiarato guerra alla loro gente. Vedo la società radicalizzarsi davanti ai miei occhi. Perché il modo in cui si comporta la polizia antisommossa non lo potevo nemmeno immaginare … Avevamo visto che succedeva in altri Paesi, cosa è successo quando la popolazione nera d’America si è ribellata. Ma da noi ancora non si era vista una cosa del genere.

Lei è sicura che Lukashenko abbia perso le elezioni contro Svetlana Tikhanovskaya? C’è qualcuno che ancora ne dubita.
Assolutamente sicura. E so da dove viene questa sicurezza non solo mia. Nessuno vede intorno a sé qualcuno che ama Lukashenko. E dopo tutto quello che sta succedendo nelle nostre strade, come puoi credere in questa persona? Inoltre come bielorussi sottolineiamo sempre una cosa: siamo gente mite, non vogliamo uccidere nessuno. E quando vedo la rabbia quasi disumana e satanica con cui i reparti antisommossa stanno agendo nel nostro Paese, trovo difficile credere che siano dei bielorussi. Mi sembra che dei ragazzi bielorussi non possano picchiare le loro madri e le loro sorelle in questo modo.

Come valuta la partenza di Svetlana Tikhanovskaya dalla Bielorussia alla Lituania?
Sono

L’intervista alla Nobel per la letteratura prosegue su Left del 18-24 settembre

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Indebolire il Parlamento significa togliere voce ai cittadini

Foto Cecilia Fabiano/LaPresse 13 Settembre 2020 Roma (Italia) Cronaca Manifestazione per il No al referendum sul taglio dei parlamentari. Nella Foto: la manifestazione in piazza santi apostoli Photo Cecilia Fabiano/LaPresse September 13 , 2020 Rome (Italy) News Demonstration for support the No at the referendum for choose if cut the parliamentarians seats. In the pic : the demonstration in Santi Apostoli squeare

Quello del 20 settembre 2020, l’anno della pandemia e del centocinquantesimo anniversario della Breccia di Porta Pia, è il quarto referendum che, in venti anni (2001-2006-2016-2020), chiama i cittadini a votare per modificare la giovane Costituzione della altrettanto giovane Repubblica italiana. Poco più di 70 anni fa c’era ancora la Monarchia e vigeva lo Statuto Albertino.

È notorio che anche la semplice modifica di una virgola ad una legge potrebbe comportare conseguenze di varia natura. Cambiare la Costituzione, che è la Legge delle leggi scritta in particolari momenti della Storia di una Nazione, è una cosa seria. I cittadini, in occasione del referendum, non dovrebbero lavarsene le mani come Ponzio Pilato. E non dovrebbero decidere sbrigativamente assecondando le proprie o le altrui passioni, emozioni, simpatie e antipatie del momento.

In proposito, viene subito in mente il metodo suggerito da Luigi Einaudi: “Conoscere, discutere e deliberare”. La citazione appare opportuna anche perché Einaudi è stato uno dei Padri costituenti, è stato eletto a svolgere il compito di Presidente della Repubblica ed è stato definito “esemplare custode” della Costituzione. Ecco perché, anche alla luce delle esperienze e dei risultati caratterizzanti i tre referendum che hanno preceduto quello del 20 settembre, prima di votare bisognerebbe tenere presente:

1) l’esistenza, nel contenuto della proposta di riforma costituzionale, di un ampliamento o di un restringimento dei diritti e delle libertà del singolo cittadino chiamato a votare Sì o No;

2) i motivi e le finalità visibili e sottostanti che abbiano indotto l’attuale Parlamento a formulare le proposte di modifiche costituzionali;

3) quali e quanti siano gli interessi a modificare la Costituzione da parte dei governanti di turno che, per come ci ha insegnato Calamandrei, dovrebbero essere impegnati a governare rimanendo lontani dai processi di formazione della volontà del Parlamento in materia costituzionale;

4) le conseguenze delle modifiche relativamente alla possibilità che la riforma oggetto di referendum possa essere destinata (o preordinata) a dare la stura ad altre successive modifiche costituzionali con esiti del tutto incerti al momento in cui il cittadino viene chiamato a rispondere con un semplice Sì o con un semplice No;

5) il filo rosso (o multicolore) del “potere” che congiunge i 4 referendum, “potere” inteso come “concentrazione del potere” in contrasto col diritto del cittadino alla “partecipazione”;

6) l’esistenza della libertà di coscienza, ai sensi dell’art. 67 della Costituzione, nella determinazione della volontà dei singoli parlamentari che hanno posto in essere le modifiche costituzionali atteso che in Italia, specialmente dal Porcellum in poi, molti parlamentari non sono stati scelti dai cittadini, ma dai loro capi partito e atteso che in Italia non è stato attuato l’art. 49 della Costituzione che prevede il “metodo democratico” nella formazione della volontà dei partiti.

In piena libertà di coscienza, come cittadino teso a rispettare entrambe le opinioni, quella a favore e quella contraria alle modifiche, ho provato a dare le risposte alle sei questioni che ho appena accennato. Mi rendo conto che ho posto alcune “domande retoriche” perché le relative risposte, se non completamente evidenti nella stessa domanda, mettono a nudo una vicenda da considerare in un contesto rivolto a cambiare, pezzo per pezzo, i connotati dell’architettura costituzionale disegnata dai Padri costituenti. Pertanto posso omettere di dilungarmi punto per punto sulle singole questioni e mi limiterò a sintetizzare gli aspetti più significativi della vicenda referendaria.

Il taglio di parlamentari, previsto nella proposta di riforma, non allarga né i diritti e né le libertà dei cittadini, come ha ben spiegato Massimo Villone, Presidente del Coordinamento per la Democrazia costituzionale e del Comitato del “no”. Villone parla di un «danno» alla rappresentatività dei cittadini nel Parlamento: «In Senato, con la riforma, solo due o tre forze politiche riuscirebbero ad avere propri eletti, lasciando senza voce percentuali molto significative del corpo elettorale. Tra l’altro diversificando la composizione tra Camera e Senato, perché alcune forze politiche riuscirebbero ad avere deputati, ma non senatori».

C’è da aggiungere che la riduzione del numero dei parlamentari pone il rapporto elettori-eletto molto lontano dai numeri indicati dai Padri costituenti. Domenico Gallo, dell’esecutivo dello stesso Coordinamento per la Democrazia costituzionale, ha spiegato con scrupolosa puntualità la questione dei numeri in riferimento al rapporto eletto-elettori ed ha concluso il suo studio affermando che: «Attualmente il rapporto fra abitanti e Parlamentari è di un seggio di deputato ogni 96.000 abitanti ed un seggio di senatore ogni 192.000 abitanti. Con la riforma avremo un deputato ogni 151.000 abitanti ed un senatore ogni 303.000 abitanti. Se si fa il raffronto fra il numero dei deputati e la popolazione negli Stati membri dell’Unione Europea, l’Italia, con un rapporto di 0,7 ogni centomila abitanti finisce all’ultimo posto, superando la Spagna, che prevede un seggio ogni 133.000 abitanti (0,8)».

Gallo, numeri alla mano, ha anche messo in evidenza il fatto che il voto dei cittadini non sarebbe di eguale peso nelle differenti regioni. Per esempio c’è la Calabria che, con popolazione doppia di quella del Trentino avrebbe lo stesso numero di parlamentari. Peraltro la riduzione crea una vera sproporzione tra peso politico del Parlamento, con numeri ridotti, e rappresentanti delle regioni in occasione della elezione del Presidente della Repubblica. La riforma favorirebbe l’allargamento e la “concentrazione” di potere in capo alle Regioni, che non sono il massimo della credibilità politico-istituzionale specialmente dopo la “errata” e improvvida riforma del Titolo V del 2001. Fu, quella riforma, oggetto del primo dei quattro referendum dell’ultimo ventennio. Prevalse il Sì e molti cittadini, me compreso, siamo pentiti di quel Sì ad una riforma che ha favorito le rivendicazioni di “accentramento” di poteri a livello delle Regioni. Le recenti vicende concernenti le rivendicazioni di più potere da parte delle Regioni attraverso la così detta “autonomia regionale differenziata”, corrispondono sostanzialmente agli obiettivi della “secessione” compresa nel progetto politico di un partito nato e nutrito con lo scopo di frantumare l’unità d’Italia realizzata 150 anni fa. L’unità dell’Italia è molto recente rispetto alle grandi nazioni europee.

Mi preme sottolineare che c’è un filo non rosso, ma multicolore, che collega la “tendenza” ad affievolire (se non indebolire) il potere di tutte le assemblee elettive (Parlamento, Consiglio regionale, Consiglio comunale) titolari del potere-funzione di indirizzo e di controllo nei confronti del governo, del governatore e del sindaco. Questa “tendenza” risulta chiara e dichiarata da molti “riformatori” che pretendono di realizzare un’architettura costituzionale sotto la guida del “Sindaco d’Italia”. Si tenga presente, al riguardo, che ai sindaci dei nostri tempi sono stati conferiti più poteri di quanto non ne avessero i podestà di epoca fascista. Il filo multicolore che congiunge i quattro referendum dell’ultimo ventennio non ha mai avuto il connotato dell’allargamento dei diritti e delle libertà dei cittadini. Ha una caratteristica precisa che si può definire con una locuzione: “Rivendicazione della concentrazione del potere”. È stata la rivendicazione della concentrazione del potere in capo alle Regioni la errata riforma del Titolo V (anno 2001). La medesima “rivendicazione” di una specie di “premierato assoluto” (più potere al governo) è stato il tentativo di riforma del 2006 ad opera del governo Berlusconi. Similmente il governo Renzi ha provato, tra l’altro, a sopprimere il Senato per sostituirlo con un Senato eletto dai consiglieri regionali e non direttamente dai cittadini. Per ragioni di sintesi non mi dilungo sui tentativi di riforma dei governi Berlusconi e Renzi che gli italiani hanno respinto con un No chiaro e forte.

Osservo, infine, che le attuali proposte di modifiche costituzionali sono state oggetto di un accordo di governo. Addirittura con un accordo che ha costretto (o indotto) a votare Sì alla riforma alcune forze politiche che, prima di entrare nell’attuale governo, avevano votato più volte No alla medesima riforma. La questione è gravissima perché si allinea ad una prassi contraria a diversi principi e a diverse caratteristiche della Costituzione, che è una Costituzione rigida, quindi non flessibile e non oggetto di cambiamenti con l’avvicendamento dei governi.

Oltre agli insegnamenti di Calamandrei, ci sono da ricordare le parole scritte in molte lingue, anche in lingua italiana, sulle vetrate dell’edificio dove è custodita la famosa e secolare Campana di Philadelphia che spiega come: «Un governo giusto si basa su una Costituzione scritta e non dipende dai capricci dei singoli governanti». Queste parole scritte nel luogo dove è nata la prima democrazia moderna e dove è stata concepita la Costituzione con quasi tre secoli di vita, dovrebbero fare arrossire di vergogna i governanti italiani che, da un ventennio, sottraggono al tempo del loro compito governativo tantissimo tempo in attività finalizzate al cambiamento della Costituzione.

Da quanto affermato da alcuni sostenitori del Sì, sembra emergere l’idea secondo cui ogni riforma dovrebbe essere valutata per quello che è e che appare al momento del voto referendario, senza eccessivi timori per le modifiche ulteriori che fossero necessarie a dare senso compiuto alla riforma oggetto del quesito referendario. Sta di fatto che gli stessi sostenitori del Sì, che sono forze di governo, preannunciano altre riforme costituzionali. Con ciò confermano di avere l’intenzione di aprire un infinito processo di cambiamenti il cui esito è del tutto incerto al momento in cui il cittadino si vede costretto a decidere con un semplice Sì o con un semplice No. Infatti, se l’attuale maggioranza governativa dovesse cadere, le preannunciate ulteriori modifiche finirebbero per avere caratteristiche imprevedibili. Al riguardo, mi pare doveroso citare la recente opinione espressa da un attento e raffinato analista politico, Rino Formica, secondo cui «Se passa il Sì passa l’avventura di modifiche costituzionali al vento di tutte le possibili maggioranze politiche. Chi ha la maggioranza politica cambia le leggi elettorali e la Costituzione a suo uso e consumo».

Concludo queste mie riflessioni ricordando la lunga notte della democrazia causata da leggi elettorali riconosciute incostituzionali dalla Corte costituzionale. Le sentenze della Corte sono intervenute grazie ai ricorsi presentati, in via giurisdizionale, da semplici cittadini impegnati a contrastare le ineffabili scelte di decisori politici che, in spregio all’etica della responsabilità, continuano ad imperversare sulla scena politica italiana.

Per i motivi sinteticamente esposti, considerato il mio errore del Sì alla “errata” riforma del Titolo V del 2001 e tenuto presente il mio coerente No ad entrambi i tentativi di riforma costituzionale dei governi Berlusconi e Renzi, rispettivamente nel 2006 e nel 2016, ritengo giusto votare No al referendum del 20 settembre 2020.


* Antonio Pileggi, avvocato, fa parte del Comitato per il No al taglio del Parlamento

Per approfondire, leggi Left del 18-24 settembre

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Giù le mani dalla democrazia

ROME, ITALY - SEPTEMBER 13: People hold signs as they participate in the Così No! (So NO ) demonstration on September 13, 2020 in Rome, Italy. The protest supports voting ‘NO’ on the constitutional referendum on 20 and 21 September which if voted ‘Yes’ would reduce the number of members of parliament. (Photo by Simona Granati - Corbis/Getty Images,)

La posta in gioco nel referendum costituzionale del 20-21 settembre prossimo, in sé, è poca cosa. Ed anche opinabile. Ma il referendum sarebbe potuto essere l’occasione per accendere finalmente i riflettori sul tema vero che sta all’origine del piccolo passo costituito dalla riduzione dei parlamentari. Ed è il tema del lunghissimo processo di consunzione della nostra democrazia. Invece il dibattito si è concentrato sul – tutto sommato – modesto sintomo, il taglio numerico prodotto dalla riforma costituzionale, sorvolando sulla malattia ingravescente che da decenni nessuno cura. Esiste un parallelismo non casuale con il processo, anch’esso in atto da decenni, di deperimento dei sistemi di welfare state. È stata definita “strategia dell’anoressia” e consiste nel condurre il welfare alla consunzione mantenendolo però in vita (cfr. Paolo Borioni, “La lezione del coronavirus: più welfare e più pubblico” su strisciarossa.it).

Da molto tempo le forze egemoniche neo-liberiste hanno capito che conveniva loro evitare di proporre frontalmente lo smantellamento dello Stato sociale, perché una posizione così netta non avrebbe mai ottenuto consensi maggioritari nei popoli europei. Così hanno agito molto più astutamente, affamando il welfare, riducendone i caratteri universalistici, orientandolo verso i “meritevoli” in un’ottica di precarizzazione complessiva della società.

Inoltre, la strategia dell’anoressia ha prodotto necessariamente lo scadimento della qualità dei servizi pubblici, dalla sanità, alla scuola, ai trasporti, inducendo l’opinione pubblica ad…

 *-*

L’autore: Luciano Belli Paci è avvocato civilista del Foro di Milano e fa parte del Circolo Rosselli

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La più bella del mondo

Contro la controriforma della Costituzione che prevede il taglio lineare del numero dei parlamentari ci battiamo da oltre un anno. Coerentemente con quella che è sempre stata la nostra storia di ferma opposizione ad ogni tentativo di manomettere la Carta invece di attuarla; avendo strenuamente lottato contro i tentativi messi in atto da Berlusconi nel 2006 e da Renzi nel 2016, entrambi respinti dalla volontà popolare attraverso il voto.

«Dagli anni Ottanta del secolo scorso si è andata coagulando una sorta di nuova ideologia italiana – nuova ma con radici antiche – che è antipartitica, antiparlamentare, anticostituzionale, tecnocratica, che tende alla demolizione del primato della politica, alla sua personalizzazione, alla disintermediazione e che esalta la mitologia del maggioritario per coltivare in realtà un progetto non dichiarato: quello di introdurre una rudimentale repubblica di tipo presidenziale, attraverso l’elezione diretta dell’esecutivo ma senza i pesi e contrappesi dei sistemi presidenziali classici», scrive l’avvocato Luciano Belli Paci in questo sfoglio. La Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza come è noto era nel mirino del piano eversivo “di rinascita” dell’Italia ordito dalla P2 di Licio Gelli, e più di recente era stata giudicata un ostacolo alle “riforme” dalla Banca d’affari J. P. Morgan perché giudicata troppo democratica e socialista. Ora l’ennesima spallata arriva, con la complicità del Pd, dal Movimento cinque stelle che della riduzione del numero dei parlamentari ha fatto una battaglia identitaria. L’obiettivo? Abbattere la democrazia rappresentativa e sostituirla con una sedicente democrazia diretta, nei fatti eterodiretta da una piattaforma privata denominata Rousseau. Questa è la brutale sintesi di quel che sta avvenendo proprio mentre siamo alle prese con una pandemia che ha acuito le disuguaglianze, mentre si annuncia un autunno durissimo di crisi economica e di licenziamenti.

Ridurre la rappresentanza in un momento simile è un’operazione politica irresponsabile e criminale. Tanto più perché compiuta per futili motivi, per un risparmio irrisorio, come ci ricorda l’incisivo e puntuale vademecum delle ragioni del No stilato da Leonardo Filippi, che conclude uno sfoglio di autorevoli interventi che, oltre a quello di Belli Paci, comprende quelli della costituzionalista Anna Falcone e della sindacalista ex segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ma anche l’appassionato intervento del diciassettenne Gabriele Bartolini, responsabile del movimento Giovani per la Costituzione. Ammesso e non concesso che risparmiare sulla democrazia sia un obiettivo da perseguire, lo si potrebbe ottenere riducendo lo stipendio dei parlamentari. Infinitamente di più si otterrebbe tagliando le miliardarie (in euro) spese militari, tagliando i miliardari privilegi della casta sacerdotale e della Chiesa, recuperando miliardi di evasione fiscale. Ma con tutta evidenza non c’è la volontà politica di farlo. Il Pd che per tre volte ha votato No a questa riforma in quarta lettura ha votato Sì, «per fedeltà al patto di governo», è stato esplicitamente detto, non per difesa di valori e ideali. Ma forse le cose non stanno proprio così. Un pericoloso obiettivo c’è anche se non dichiarato esplicitamente. Anche il maggior partito del centrosinistra, nato con una vocazione maggioritaria, intende aprire le porte al presidenzialismo, al governo dell’uomo solo al comando? Domanda provocatoria, ma non troppo. Sappiamo bene che – la riduzione della rappresentanza con l’esclusione di interi territori, la riduzione del pluralismo e la sparizione dei piccoli partiti (che non potrebbero più far sentire la loro voce nelle Commissioni), il mantenimento delle liste bloccate che promuovono solo i fedelissimi delle segreterie – portano in quella direzione, consegnando il Parlamento a un potere rigidamente oligarchico.

Le destre ci stanno lavorando da tempo e le proposte depositate da parlamentari di Fratelli d’Italia e della Lega, fra le quali quella per l’elezione diretta del Capo dello Stato, sono esplicite da questo punto di vista. Subalterni alla demagogia dell’antipolitica, a chi voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno (salvo poi puntare ad accaparrarsi i più alti scranni) il Pd si è fatto tappetino per questa riforma eversiva che rischia di essere il cavallo di Troia di altre nefande riforme a cominciare dal progetto di attuazione dell’autonomia differenziata (ribattezzata da Viesti «secessione dei ricchi») che cancellerebbe l’universalità dei diritti, producendo un’Italia a due velocità proprio mentre al contrario, come ha reso evidente l’emergenza sanitaria, il sistema sanitario pubblico nazionale andrebbe centralizzato e reso più forte, proprio quando andrebbero uniformemente potenziate la medicina territoriale e la prevenzione. Di fronte a questa prospettiva noi torniamo ad esprimere un fermo No su queste pagine e, soprattutto, attraverso il voto al Referendum del 20 e 21 settembre.

L’editoriale è tratto da Left del 18-24 settembre

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“Il Parlamento è inutile”

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 11-09-2020 Roma Politica Agenzia delle Dogane e dei Monopoli - Presentazione del Libro Blu 2019 Nella foto Beppe Grillo, Luigi Di Maio Photo Roberto Monaldo / LaPresse 11-09-2020 Rome (Italy) Customs and Monopoly Agency - Presentation of the 2019 Blue Book In the pic Beppe Grillo, Luigi Di Maio

7 giugno 2013. Beppe Grillo scriveva sul suo blog: “Il Parlamento ha ancora un senso? Va riformato, abolito? Una cosa è certa, oggi non serve praticamente a nulla. Il Parlamento, luogo centrale della nostra democrazia, è stato spossessato dal suo ruolo di voce dei cittadini. Emette sussurri, rantoli, gemiti come un corpo in agonia che sono raccolti da volenterosi giornalisti per il gossip quotidiano. Chi rappresenta ormai questo luogo? Deputati e senatori sono nominati dai dirigenti della “ditta” del pdmenoelle (così si dice la chiami Gargamella Bersani in privato) e di un condannato in secondo grado per evasione fiscale che altrove sarebbe in fuga in lidi lontani. I parlamentari nominati dai partiti non rappresentano nessun elettore, neppure sé stessi. Sono solo impiegati con un ottimo stipendio adibiti a pigiare bottoni a comando. Qualcuno, scelto tra i più fedeli, viene utilizzato alla bisogna per raccontare frottole in televisione su canali lottizzati”.

E poi: “Fare leggi è il suo compito, ma le leggi, al suo posto, le fa il Governo sotto forma di decreti a pioggia, quasi sempre approvati in aula. Il Governo, in teoria, ha il compito di governare, non di sostituirsi al Parlamento”.

“Il Parlamento potrebbe chiudere domani, nessuno se accorgerebbe. È un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica. O lo seppelliamo o lo rifondiamo. La scatola di tonno è vuota. Ripeto: la scatola di tonno è vuota”.

Poi, luglio 2018. Dice Grillo nel corso di una intervista rilasciata alla trasmissione americana Gzero Word: “Io penso –  ha proseguito – che potremmo scegliere una delle due camere del Parlamento casualmente, in maniera proporzionata per età, sesso, reddito, provenienza geografica sud/nord. Solo così l’assemblea potrebbe essere veramente rappresentativa del Paese”.

Sempre in quei giorni Davide Casaleggio in un’intervista a La Verità diceva: “Il Parlamento continuerebbe ad esistere con il suo primitivo e più alto compito: garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti. Ma tra qualche lustro è possibile che la sua esistenza non sia più necessaria nemmeno in questa sua forma. Anche perché c’è una democrazia diretta che è già una realtà grazie a Rousseau che per il momento è adottato solo dal M5s ma che potrebbe essere adottato in molti altri ambiti”. Per inciso: Rosseau è quella piattaforma che proprio ieri Casaleggio ha minacciato di chiudere, essendo una sua proprietà privata.

Ieri Grillo ha detto: “In Parlamento ci occupiamo di cose inutili, paradosso che le dittature funzionino meglio delle democrazie”.

Ora, ognuno la pensi come vuole, per carità, ma vi rassicurano queste parole che sono un certo impianto culturale che sta dietro al taglio dei parlamentari? Così, per sapere.

Buon giovedì.

Il processo sulla strage di Charlie Hebdo riapre il dibattito sul diritto alla blasfemia

A favore di numerose telecamere, usate dalle autorità francesi per raccogliere materiale che andrà a comporre archivi storici, è iniziato quello che gran parte dei giornali transalpini definiscono come un processo storico. Il 2 settembre si sono aperti i dibattimenti a Parigi per gli attentati contro la sede della rivista satirica Charlie Hebdo e il supermercato kosher Hyper Cacher del 7 gennaio 2015 nella capitale francese. Novanta media si sono accreditati per poter seguire il processo, tra cui ventinove stranieri, che garantiranno all’iter giuridico una risonanza internazionale. A cinque anni dai fatti, l’apertura del processo ha riaperto il dibattito sulla libertà di espressione.

La mattina del 7 gennaio 2015, i fratelli Chérif e Said Kouachi, armati di kalashnikov, si introdussero nella redazione del periodico francese. I due terroristi francesi uccisero dodici persone quella mattina, di cui otto redattori del giornale. La pubblicazione di alcune caricature del profeta Maometto aveva reso il settimanale un bersaglio dei jihadisti. L’8 gennaio, poi, un altro terrorista, Amedy Coulibaly – che era in precedenza entrato in contatto coi fratelli Kouachi – aprì il fuoco contro la polizia francese in strada, e il giorno successivo prese in ostaggio i clienti di un supermercato ebraico, l’Hyper Cacher, a Porte de Vincennes, in una zona ad est di Parigi, uccidendone cinque.

I tre autori delle stragi furono poi uccisi dalle forze speciali di polizia e gendarmeria. Sono loro, dunque, i grandi assenti di questo processo in cui quattordici persone saranno giudicate per diversi motivi: associazione a delinquere terrorista, appoggio logistico e complicità in omicidio terroristico. Un processo difficile. Le immagini e i video della sparatoria sono stati nuovamente proiettati. Sono state poi ascoltate in aula le testimonianze dei sopravvissuti alla strage, che hanno ripercorso quei momenti terribili.

In occasione dell’apertura del processo, Charlie Hebdo ha scelto di ripubblicare i disegni blasfemi, scatenando una forte reazione del mondo musulmano: in Pakistan sono scoppiate alcune manifestazioni di protesta, la Repubblica islamica dell’Iran ha condannato la nuova diffusione delle caricature bollandola come una “provocazione”, il Regno del Marocco ha deciso di vietare la pubblicazione del settimanale. Ma queste contromosse non hanno fermato il giornale. «Perché non ci inginocchieremo mai» ha affermato nel suo editoriale del 2 settembre scorso Laurent Sourisseau detto “Riss”, sopravvissuto della sparatoria e divenuto poi direttore del settimanale satirico.

Il diritto alla blasfemia in Francia esiste sin dalle leggi sulla libertà della stampa del 1881. Zineb El Rhazoui, scrittrice e giornalista di Charlie Hebdo tra il 2011 e il 2017, in un dialogo del 2015 con la direttrice di Left Simona Maggiorelli, chiarì: «Una cosa è criticare un dogma o decostruire una credenza, altra cosa è attaccare la persona. Quando critico anche aspramente l’Islam non voglio colpire le persone che si definiscono musulmane». In questo modo spiegando che il diritto alla blasfemia è la libertà di criticare la religione, e non le persone, i credenti. Al pari di quanto facciamo rispetto alle ideologie politiche, dobbiamo poter criticare e deridere la religione. Si tratta di un diritto indispensabile per permettere a ciascun cittadino di godere di una piena libertà di pensiero. Numerosi Paesi nel mondo, però, non riconoscono il diritto di blasfemia. Come l’Italia, in cui la bestemmia è considerata dall’articolo 724 del Codice penale come un illecito amministrativo: pur essendo stato depenalizzato il reato resta la possibilità di incorrere in una sanzione. A riprova di come l’Italia debba ancora lavorare molto per arrivare a garantire il pieno godimento della libertà di espressione ai propri cittadini.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha recentemente riaffermato l’importanza di questa libertà. Durante una conferenza stampa a Beirut, il primo settembre, ha dichiarato che «in Francia si possono criticare i governanti, un presidente, e si può essere blasfemi». Una libertà che, ha ribadito, è «collegata alla libertà di coscienza». Tuttavia, la società francese negli ultimi anni non sempre l’ha difesa fino in fondo. Ad inizio 2020, un’adolescente francese, Mila, ha dichiarato in una diretta Instagram: «Odio la religione, il Corano è una religione di odio. (…) La vostra religione è della merda». Le sue parole, diventate virali in rete, avevano fatto scoppiare un caso. La ministra della Giustizia francese è intervenuta sulla vicenda, affermando che: «L’offesa alla religione è ovviamente una violazione alla libertà di coscienza». Nonostante la blasfemia sia un diritto in Francia, dunque, la sua effettiva applicazione pare controversa e fragile. Un sondaggio dell’Ifop (Istituto francese dell’opinione pubblica) realizzato quest’anno dimostra che il 50% dei francesi non sono favorevoli al diritto di blasfemia.

In questo contesto, secondo il direttore “Riss” le riedizione delle vignette blasfeme di Charlie Hebdo è un modo per lottare contro «un’ideologia fascista che nutre le viscere della religione». Sul quotidiano francese Le Monde sessantanove personalità, tra cui Elisabeth Badinter, hanno detto “grazie” a Charlie Hebdo per la sua «bellissima lezione di coraggio» nella battaglia per la difesa della libertà di espressione.

Castra la Casta

Foto Valerio Portelli/LaPresse 08-10-2019 Roma, Italia Flash Mob M5s per taglio Parlamentari Politica Nella Foto: Flash Mob M5s per taglio Parlamentari con Luigi Di Maio Photo Valerio Portelli/LaPresse 08 October 2019 Rome,Italy Flash Mob M5s Party Politics In the pic: Flash Mob M5s Party on cutting the number of representatives in the country's upper and lower houses

Il governo del fare ha risolto tutti i nostri problemi. Finalmente. C’è voluto tempo ma hanno trovato finalmente la soluzione a tutti i nostri mali. Per risollevare il Paese bastava tagliare i parlamentari. E in effetti il risparmio è notevole e ora davvero le casse dello Stato possono stare tranquille: parliamo dello 0,0000258% del Pil nazionale. Su uno stipendio di mille euro da domani tutti avranno in tasca 2 euro e 58 centesimi in più. Si prevedono ingenti investimenti e un appuntito rilancio dei consumi e delle assunzioni. Era ora.

Certo ora rimane semplicemente da studiare una riforma elettorale che garantisca la rappresentatività di tutti i cittadini, di tutte le zone d’Italia. Bisogna semplicemente ridisegnare l’architettura parlamentare perché tutte le opinioni possano avere la possibilità di avere voce. Ma è una cosa da poco: questi hanno dimostrato di essere dei geni di leggi elettorali e di contrappesi democratici. Niente di cui preoccuparsi, quindi.

Poi ci sarebbe da capire come assicurare le pensioni a una generazione che le vede come una chimera, senza mandare in fallimento lo Stato. Ma ci penseremo con calma.

C’è da ristrutturare il mondo della scuola che chiede la carta igienica da casa. Ma con due euro in tasca in più per ognuno di noi vedrete che in giro si troverà qualche buona offerta.

Ci sarebbe da rimpinguare una sanità pubblica ormai allo sbando e senza abbastanza medici per coprire il fabbisogno futuro. Ma vuoi mettere la soddisfazione di ammalarti con il Parlamento dimezzato?

Ci sarebbe anche da discutere del fatto che di questo passo nel pianeta Terra non ci sarà più il clima per avere un Parlamento. Ma non ha senso inseguire gli allarmi della scienza. Dai, su.

Ci sarebbe anche un mondo del lavoro che diventa sempre più stretto, sempre più povero e sempre assassino. Ma non è elegante parlare di soldi, no.

Comunque abbiamo risparmiato 2 euro a testa. Per chi dice che l’importante è iniziare da qualche parte: vero, tipo dimezzare gli stipendi dei parlamentari, ad esempio solo per non citare corruzione, mafie, malaffare e evasione fiscale delle multinazionali, che diventa troppo complicato.

Solo che di questi argomenti non è il caso di parlarne ora che c’è in ballo il referendum. La soddisfazione di colpire la casta è un’occasione imperdibile, e chi ce lo dice? Loro, loro stessi. Come se ammettessero di essere in troppi troppo incapaci e chiedessero a noi di intervenire riducendo il coefficiente di probabilità che vengano eletti degli idioti. Qualcuno potrebbe sommessamente fare notare che dovrebbero essere loro, quelli che ci dicono sì, a occuparsi di selezione della classe dirigente. Ma è un discorso troppo lungo, troppo difficile, troppo da professoroni.

E allora via: un bel referendum per tagliare il Parlamento e al resto ci penseremo dopo. Un po’ come quelli che tolgono l’ascensore prima di avere pensato di costruire le scale. Ma vuoi mettere che risparmio, non avere l’ascensore.

Noi qui a Left abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza con un ebook che trovate qui.

Buon mercoledì.