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La classe dirigente sommersa

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 14 Settembre 2020 Roma (Italia) Cronaca : Primo giorno di scuola Nella Foto: il liceo Newton Photo Cecilia Fabiano/LaPresse September 14 , 2020 Roma (Italy) News: First day school In the pic : the Newton high school

Primo giorno di scuola in buona parte d’Italia. Fioccano i commenti, le interviste a volte un po’ leziose a genitori e ai ragazzi, si moltiplicano i racconti e accade che moltissime scuole in Italia, ancora una volta, si siano arrangiate e abbiano fatto i salti mortali per applicare regole incerte (e piuttosto contestabili) e protocolli che spesso rimangono lettera morta perché si scontrano con una realtà che è spesso molto diversa da quella discussa in certi ambienti ministeriali.

Però è stato il primo giorno di scuola e ieri, nell’aria, si respirava la speranza che la scuola riparta davvero, che un po’ di normalità possano godersela anche i nostri figli, quei giovani che per mesi sono scomparsi dal radar dell’informazione per tornarci solo qualche settimana nella veste degli untori.

Però il primo giorno di scuola ci racconta ancora una volta qualcosa che sembra difficile raccontare: gli insegnanti, gli operatori della scuola, chi si occupa degli spostamenti dei nostri ragazzi, chi si occupa della loro sicurezza (mica solo in tempi di pandemia) e chi si occupa della loro istruzione e della loro formazione culturale (non solo in tempo di pandemia) sono classe dirigente di questo Paese, nel seno pieno del termine, sono quelli che hanno la responsabilità di dettare la crescita sociale (e politica e economica) del Paese che verrà. E ieri, complice il coronavirus, ci si è accorti che un pezzo importante delle famiglie sta negli istituti scolastici, quei palazzotti spesso decadenti a cui si fa sempre troppo poco caso.

Ricordo quando uno dei miei figli andò al suo primo giorno di scuola, lo ricordo perfettamente. Ricordo l’arrivo all’istituto, era il periodo delle minacce, della paura e della scorta e ricordo quei minuti all’ingresso mentre lo tenevo per mano, Ricordo perfettamente che un collaboratore scolastico venne fuori, da me e lui e i carabinieri e prese per mano mio figlio per portare all’interno dell’istituto e mi ricordo di avere pensato che quell’uomo in quel momento era il più importante rappresentante dello Stato che interveniva nella mia vita, una responsabilità enorme. E avrei voluto dirglielo.

Il punto è questo e non vale solo per la scuola: ci ritroviamo nelle nostre funzioni e nelle nostre professioni a avere responsabilità da classe dirigente e non ce ne rendiamo conto, abbiamo un importante ruolo pubblico, ognuno nel suo mestiere e se ce ne assumessimo l’orgoglio e le responsabilità questo sarebbe un Paese sicuramente più solidale e più unito. E la smetteremmo di delegare, e vedremmo anche quanta orgogliosa responsabilità c’è intorno. Nonostante certa classe dirigente.

Buon martedì.

Tutte le insidie nascoste nella riforma costituzionale

Foto Cecilia Fabiano/LaPresse 13 Settembre 2020 Roma (Italia) Cronaca Manifestazione per il No al referendum sul taglio dei parlamentari. Nella Foto: la manifestazione in piazza santi apostoli Photo Cecilia Fabiano/LaPresse September 13 , 2020 Rome (Italy) News Demonstration for support the No at the referendum for choose if cut the parliamentarians seats. In the pic : the demonstration in Santi Apostoli squeare

L’avversione degli italiani per il Parlamento non è un fatto nuovo.
Già al tempo del dibattito per l’elaborazione della Costituzione il Costituente Giovanni Conti si rivolgeva ai colleghi evidenziando come: «Il popolo italiano disgraziatamente ha una sola abitudine circa il Parlamento: parlarne male».
Con queste parole, il tentativo era quello di convincere l’Assemblea Costituente a diminuire il numero dei componenti rispetto a quello del passato per «elevare il prestigio del Parlamento».
Le Assemblee numerose, si sosteneva, sono «dannose» al Paese giacché meno capaci ad attendere all’opera legislativa che le è demandata. Ma soprattutto, a differenza di una «Assemblea più snella», impongono un «alto costo».

Alla fine della seconda guerra mondiale con un Paese stremato e alla fame, da ricostruire, quest’ultimo argomento poteva risultare decisivo. Eppure non fu così.
Con dignità si criticò una simile argomentazione e, con questa, la volontà di considerare come un problema la diminuzione del numero dei componenti, problema che «non si sarebbe nemmeno dovuto porre» a fronte dell’esigenza di adeguare il numero dei suoi rappresentanti alla aumentata massa della popolazione.

Con umiltà e amarezza il presidente della Commissione per la Costituzione, il deputato Meuccio Ruini, riconoscendo che il loro lavoro, la loro Costituzione era «tutt’altro che perfetta», mostrandosi «piena di difetti», affermava anche risoluto che «sarebbe ora di smettere l’abitudine italiana di dir male di noi stessi» e tra applausi e condivisione dell’Assemblea costituente, osservando che molti studiosi stranieri guardavano con grande attenzione al loro lavoro, finiva con l’evidenziare come la loro Costituzione «malgrado le sue pecche» – e, direi, lo spirito fortemente critico che caratterizza il nostro popolo – si riveli alla fine «una cosa seria, non indegna del popolo italiano».

L’idea che il numero dei componenti un’assemblea dovesse essere «in certo senso proporzionato all’importanza che ha una nazione, sia dal punto di vista demografico, che da un punto di vista internazionale» riuscì così in ultimo a prevalere, trovandosi poco convincente l’idea che la diminuzione del numero dei componenti potesse portare maggiori vantaggi. La rappresentanza in adeguata proporzione alla popolazione fu ritenuto interesse “preminente” anche rispetto a un quadro economico tutt’altro che roseo. La riduzione del numero dei componenti parlamentare e con essa della rappresentanza di quel popolo che pure si voleva e si volle, all’art. 1 della Costituzione, «sovrano» fu inteso come un «atteggiamento antidemocratico»: venendo fuori da sistemi autoritari, si era ben consapevoli che «quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni» (Umberto Terracini).

Negli ultimi anni si è andato tuttavia riproponendo lo stesso dibattuto problema, rimettendosi in discussione la “grandezza” dell’organo parlamentare.
È tornata così con vigore quell’argomentazione del costo pure vista con sospetto dai nostri Padri Costituenti e con sorprendente celerità, nel giro di pochi mesi, si è approvata la legge costituzionale di modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari con il conseguente passaggio da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi. La finalità tuttavia non appare qui quella di aumentarne il prestigio, né di snellirne il lavoro, quanto piuttosto, a leggere le motivazioni espresse nella relazione illustrativa della proposta di legge, di risparmiare i costi della politica.
La votazione conseguita non già con una forte maggioranza (dei due terzi dei suoi componenti) ha consentito, per fortuna aggiungerei, di attivare il secondo step: la chiamata al popolo mediante referendum.

Non trattandosi di adottare una legge qualsiasi per la quale è sufficiente una maggioranza semplice, ma di “mettere mano” al patto costituzionale del popolo italiano, i nostri costituenti vollero “rafforzare” le garanzie a tutela del nostro sistema costituzionale democratico, faticosamente ideato (per ben due anni!), grazie alla previsione di tempi lunghi e vari passaggi che si è tradotta in una procedura aggravata, vale a dire: doppia votazione delle due Camere, a distanza non inferiore ai tre mesi, così da voler chiaramente “rallentare” il processo di revisione e agevolare un confronto più attento. Ma soprattutto si prevede una maggioranza “rafforzata”, a conferma di una volontà che deve essere forte dei rappresentanti del popolo, volontà che se non raggiunta può vedere, se attivato, l’intervento del popolo da sentire direttamente. Una procedura “voluta” più complessa dai nostri Costituenti giacché, secondo le parole pronunciate con commozione dal Costituente Umberto Terracini, a Costituzione appena approvata il 22 dicembre 1947, si tratta di apportare modifiche, in questo caso direi molto importante per una democrazia, al «solenne patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa lo affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore».

Così, come si diceva, in assenza di una forte volontà dei nostri rappresentanti, siamo noi chiamati il 20 e 21 settembre a decidere sulla riforma della costituzione nella parte in cui si vuole il “dimagrimento” dell’organo parlamentare. Dobbiamo tuttavia farlo, quali “custodi” con “severità” – ci chiedono i nostri Padri costituenti – e quindi con cognizione di causa.
Si tratta allora di valutare le ragioni che possano legittimare una modifica così rilevante oltre quelle di economia di spesa, ragioni certamente perseguibili anche in altro modo come ad esempio eliminando la diaria giornaliera per i deputati e i rimborsi spese per i senatori.
In un mondo dove il confronto con gli altri è sempre più stimolato, anche quando si guarda alla gestione emergenziale sanitaria da Covid, si può partire innanzitutto, quanto al dato numerico, dalla comparazione con altri Paesi.

In Europa l’Italia si presentava come il Paese, dopo il Regno Unito (con i suoi circa 1.432 parlamentari di cui solo 650 eletti democraticamente), con il maggior numero di parlamentari (ben 945 e senza contare i senatori a vita!) seguiti subito dopo dalla Francia (925) e dalla Germania (778, numero comprensivo anche dei componenti del Bundesrat, non proprio seconda Camera, difficilmente paragonabile al nostro Senato). Un numero particolarmente elevato considerato che l’Italia rispetto a Francia e Germania è il Paese meno popoloso.
Il taglio dei parlamentari sotto il profilo meramente numerico, può apparire allora corretto.
Sembra tuttavia forse eccessiva la riduzione di ben un terzo, soprattutto se si ponga attenzione al profilo del rapporto parlamentare/abitante.

Un primo punto da considerare è proprio allora la questione della proporzione fra abitanti ed eletti.
Se il numero dei rappresentanti prima della riforma si mostrava particolarmente alto, oggi è drasticamente peggiorato e con esso anche la proporzionale rappresentativa della popolazione: su una popolazione di circa 60 milioni di persone, al rapporto presente sino all’attuale riforma di un parlamentare ogni 63mila abitanti si sostituisce quello di ben un parlamentare ogni 100mila abitanti circa.
Eppure, prima della modifica avvenuta nel 1963, i nostri costituenti, preoccupati di garantire la rappresentanza e le minoranze, optarono per «un Deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila» e «un senatore ogni 200mila abitanti», ritenendosi poco opportuno, «in un regime democratico», la diminuzione del numero dei rappresentanti «perché a tutti deve esser dato il modo di far sentire la loro voce» laddove la restrizione di tale numero avrebbe potuto «far sorgere il sospetto di essere animati dal proposito di soffocare la volontà delle minoranze» (Vincenzo La Rocca).

Appare evidente quindi come sotto il profilo della proporzione e della rappresentanza avremmo una deminutio.
Altro aspetto che si può allora tenere in conto è quello legato all’efficienza legislativa che ne potrebbe uscire migliorata.
L’assemblea, dovendo fare i conti con un numero decisamente inferiore di componenti, potrebbe riuscire a svolgere più agevolmente la funzione legislativa che pure le spetta, non dovendosi così più ricorrere alla decretazione di urgenza – anche quando non strettamente “necessario” – e a discutibili questioni di fiducia, prassi consolidata in Italia ma in qualche modo in contraddizione con il dettato costituzionale (di cui all’art. 94, Cost. comma 4).
Tuttavia questo profilo della tecnica legislativa non sembra direttamente considerato e disciplinato dalla riforma che si limita invece a preoccuparsi della composizione e non già delle funzioni. L’efficienza legislativa non può essere considerata nemmeno conseguenza naturale della riduzione. Rendere più “snello” il Parlamento non vuol dire affatto “automatica” rinuncia a strumenti o metodi distorsivi. 
La riduzione del numero dei parlamentari può invece riguardare direttamente il rapporto tra organi costituzionali e il loro funzionamento.

La riforma costituzionale avrà infatti conseguenze inevitabili importanti soprattutto quanto alla nostra forma di governo parlamentare che vuole il presidente della Repubblica un organo super partes, chiamato a garantire la Costituzione e capace di mantenere gli equilibri in quanto non già espressione di alcuna forza politica.
Camera e Senato sono chiamati a riunirsi in seduta comune in molte occasioni importanti per il nostro ordinamento. Tra queste appunto la nomina del presidente della Repubblica ma soprattutto la sua eventuale messa in stato di accusa, pure disciplinato all’art. 90 della nostra Costituzione. In quest’ultimo caso, essendo sufficiente la maggioranza assoluta dei membri delle due Camere, basterà oggi, a riforma approvata, avere il parere favorevole di solo 301 parlamentari (in luogo dei precedenti 476), per farne affermare la responsabilità giuridica con successiva fase giurisdizionale innanzi alla Corte costituzionale. Non sembra così difficile che si possa consolidare una maggioranza che finisca con il porre il presidente della Repubblica in gravi condizioni di inferiorità, rispetto al presidente del Consiglio, gettandolo in uno stato di “perenne ricatto”.

Tutto questo e lo stravolgimento che ne deriva sarà peraltro matematicamente certo nel caso di adozione di una legge elettorale di tipo maggioritario che, per sua stessa logica, tende a favorire la formazione di una forte maggioranza certamente a vantaggio della “governabilità” ma a discapito della minoranza e quindi della pluralità.
Con un presidente espressione di una precisa maggioranza e non proprio del pluralismo politico, prigioniero di quella stessa maggioranza che finisce con il porlo sotto eterno scacco, ne risulterebbe vulnerata la stessa idea del presidente quale rappresentante “dell’unità nazionale” (art. 87 Cost.) nonché lesa la rappresentanza, quanto ai parlamentari, della “intera nazione” (art. 67 Cost.). È d’altronde proprio quest’ultimo aspetto – e non già la “governabilità” (termine mai utilizzato nella carta costituzionale e che tende a mortificare la qualità del confronto democratico) – chiaramente reclamato dai Costituenti, volendosi, per dirla con parole di Costantino Mortati, «sottrarre il deputato alla rappresentanza di interessi particolari», con la conseguenza che esso «non rappresenta il suo partito o la sua categoria, ma la Nazione nel suo insieme».

In questo quadro modificato si mostrerà perciò, per altro verso, più che auspicabile una legge elettorale proporzionale integrale se si vuole mantenere l’importanza dell’organo rappresentativo e la centralità del presidente della Repubblica, guardiano e garante della Costituzione, evitandosi, al contempo, di stravolgere la nostra forma di governo.
La vera insidia, in questo mutato assetto, sarà data quindi dalla combinazione della legge elettorale di tipo maggioritario ed eventuale stato di “condizionamento” del presidente della Repubblica.

Si dirà allora che i tempi sono cambiati, che la velocità nell’assunzione delle decisioni impone organi e procedure più efficaci e snelle. Questo può essere pure un altro argomento.
Ma se si rinuncia alla “rappresentanza” o comunque a una maggiore rappresentanza, per cui pure tante lotte sono state fatte in passato, allora perché non sostituire anche i pochi con uno?
C’è poi anche da chiedersi: se siamo al punto di oggi, con un sistema economico (per la verità non solo italiano) che vede sempre meno tutele e garanzie per i lavoratori, ponendoli in ginocchio, è proprio colpa di quei “tanti” presenti nel Parlamento, del pluralismo politico, o forse è vero proprio il contrario?

Svuotato di effettivi poteri decisionali, attraverso vari meccanismi che non hanno consentito una vera opposizione – quali questioni di fiducia, leggi elettorali che alterano la rappresentanza favorendo la “nomina” da parte dei partiti piuttosto che la “elezione” dei parlamentari – mi sembra che il Parlamento sia stato già sinora nelle mani di “pochi” che hanno assunto le decisioni che scontiamo oggi.
 Forse allora piuttosto che ai “numeri”, o almeno oltre a questi, sarebbe opportuno porre particolare attenzione proprio a questi meccanismi così che insieme a una rappresentanza “giusta” – intesa come equilibrata numericamente – e “buona” – considerata come qualità della preparazione della classe politica – si possa finalmente consentire anche un effettivo ed efficace funzionamento dell’organo rappresentativo.
 Forse i tempi sono finalmente maturi per avanzare verso una democrazia di “qualità” e, con questa, verso una vita di qualità della stessa comunità italiana.

Professoressa associata di Diritto pubblico, Università degli studi di Napoli, l’Orientale

Per un approfondimento sul referendum del 20 e 21 settembre scarica l’ebook di Left 

Una sfida storica per studenti e insegnanti

Diciamo la verità, non se ne può più di ascoltare e di leggere di scuola: nelle ultime settimane giornali e televisioni si riempiono di indicazioni vaghe e contraddittorie su come avverrà la riapertura, docenti riottosi a ricominciare e a sottoporsi ai test sierologici, banchi monoposto con o senza rotelle, mascherine indossate da seduti o camminanti… Il risultato prodotto è una gran confusione e uno stato di ansia che non giova affatto alla chiarezza e alla operatività di cui invece avremmo bisogno per p oter iniziare un anno che si prospetta niente affatto semplice.

L’unica nota positiva da rilevare è che ci voleva una pandemia mondiale per evidenziare i tagli e i danni che si sono abbattuti da vent’anni nel nostro Paese sulla scuola, tornata a essere finalmente un luogo da ripensare.
Adesso scopriamo che non abbiamo aule abbastanza capienti, che nelle classi ci stanno spesso trenta e più bambini/ragazzi, che l’età media dei professori è di cinquant’anni, che mancano insegnanti, che gli istituti onnicomprensivi sono degli edifici mastodontici con più di mille alunni, istituiti per risparmiare sui costi di gestione.

Come già ben sottolineato da Left del 28 agosto il Covid potrebbe rappresentare un’occasione di svolta e di rinnovamento: per ricollocare al centro dell’agenda politica la scuola e tutto il mondo che vi gravita intorno.
E invece sapete che cosa vi diciamo noi che a scuola ci lavoriamo e che la viviamo? Che non sappiamo ancora assolutamente nulla di quello che accadrà il 14 settembre! Poche e fortunate le scuole i cui dirigenti hanno fornito a famiglie e insegnanti un prospetto su come avverrà la riapertura. Non solo, ma in tutto questo parlar di scuola, a nessuno è venuto in mente che noi professori oltre al problema della “mascherina si” – “mascherina no”, abbiamo quello di come ripensare il nostro lavoro in termini di contenuti e di modalità espressive. Dobbiamo rinnovarci e anche recuperare tutto il tempo perduto. Basti pensare a quei bambini che tra l’inverno e la primavera scorsi stavano iniziando a leggere, a scrivere, a fare di calcolo. O a quei ragazzi che avevano iniziato una lingua straniera, il greco e il latino… Bisognerà rimboccarsi le maniche immediatamente e seriamente se non vogliamo avere una generazione con buchi enormi nella formazione di base (e non solo). È come se…

L’articolo prosegue su Left dell’11-17 settembre

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SOMMARIO

La disperazione è un fiume

Fiume Adda, nei pressi di Sondrio. C’è questa storia che è un romanzo da tenere sullo scaffale per tutto quello che ci racconta, una storia che sfugge ai giornali ma che è una fotografia, densissima, di come si fa piccolo l’uomo di fronte al dolore e di come manchino perfino le parole per raccontarlo.

Il primo settembre scorso sul quel tratto di fiume è annegata Hafsa, una ragazzina di quindici anni che stava attraversando il fiume per raggiungere una spiaggetta a nuoto insieme a alcuni amici. Le ricerche delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco si sono concluse da giorni, niente di fatto, nessun corpo è stato trovato. Chissà dov’è finito, con questa prepotenza del fiume, raccontano quelli che qui ci abitano da generazioni e che conoscono bene i pericoli di quell’acqua così infida. Hanno perfino svuotato il bacino di Ardenno ma della ragazza non c’è alcuna traccia.

Il padre di Hafsa quel maledetto primo settembre era in Marocco e da quando è tornato è tutti giorni lì, in riva al fiume. Arriva con la sua auto, parcheggia e cammina per ore, sul bordo e nell’acqua. L’immagine di lui che cammina controcorrente con l’acqua che gli arriva alla vita è la fotografia della disperanza che cerca sollievo anche solo decidendo di non arrendersi, perfino di fronte all’ineluttabile. È la sindone di un genitore che torna tutti i giorni a fare i conti con il suo dolore.

“Ho contattato i carabinieri per dire loro che io continuo a cercarla” ha detto il papà a La Provincia di Sondrio. “Devo ringraziare i ricercatori, che sicuramente hanno fatto un buon lavoro, ma non sono riusciti a trovare mia figlia. E io non posso smettere di cercarla. Mi sto dando da fare per trovarla e spero che ci sia qualcuno che con buona volontà voglia mettersi a disposizione per aiutarmi. Io mi avvicino al fiume, a volte ci entro anche, rimanendo vicino alla riva. So nuotare bene e non voglio correre rischi, ma spero di trovare Hafsa, che magari è incagliata da qualche parte. O spero di essere lì quando il fiume la restituirà. Non posso rimanere a casa ad aspettare”.

Si tuffa ogni giorno, nel suo dolore.

Buon lunedì.

Kurdistan Bella ciao

Info per acquistare e sommario

Vitalità e Resistenza, capacità di reagire a un attacco criminale che dura da molti anni e che Erdoğan nel 2019 ha rilanciato contro i curdi nel nord est della Siria con una “missione”dal nome falso e ipocrita: “Sorgente di pace”.
“Ramoscello di ulivo” si chiamava l’offensiva che aveva lanciato nel 2018 su Afrin, per sterminare le Unità di protezione popolare (Ypg). Insopportabile per il nazionalista integralista Erdoğan la lotta che il popolo curdo porta avanti in nome della democrazia, della libertà, della laicità, mettendo al centro l’emancipazione delle donne. Nonostante la mancanza di mezzi, le donne curde hanno scelto di non fuggire, di non abbattersi e si sono organizzate trasformando una drammatica situazione di guerra e di persecuzione in un’occasione di sviluppo e di difesa dei diritti delle minoranze.

Guerrigliere senza nessuna ideologia della guerra, lottano per un futuro di pace. Per un futuro democratico della Siria lottava Hevrin Khalaf, giovane attivista laica e progressista che è stata violentata e uccisa da miliziani jihadisti sodali di Erdoğan.

Il femminicidio è da sempre l’arma dei fondamentalisti religiosi, in ogni epoca e latitudine. Insopportabile per i clericofascisti che siano state proprio le donne a schierarsi in prima linea contro l’Isis. È storia antichissima l’odio dei religiosi verso le donne libere di essere e di pensare.
Hevrin è stata uccisa barbaramente come la filosofa Ipazia nel IV secolo ad Alessandria d’Egitto per mano dei parabolani del vescovo Cirillo.
Tutto è immobile, agghiacciante e immutabile nel mondo degli integralisti religiosi. E vorrebbero costringerci a essere come loro. Privi di umanità.

Ma non riusciranno a irretirci, non smetteremo di opporci con tutte le nostre forze a questa spietata aggressione compiuta in nome di Dio e del nazionalismo. Dobbiamo usare ogni mezzo diplomatico e di pressione per fermare anche questo lucido tentativo di annientamento della minoranza curda attuato da Erdoğan con le armi che gli forniscono le potenze mondiali e con operazioni di sostituzione etnica, trasferendo milioni di profughi siriani (“bloccati” in Turchia per via degli accordi miliardari con l’Unione europea) nelle regioni dove i curdi sperimentano un radicale progetto di autogoverno democratico, ecologista egualitario, di convivenza pacifica.

L’Europa e l’Italia smettano di fornire armi alla Turchia; smettano di finanziare Erdoğan per il suo lavoro sporco: controllare i flussi dei migranti. L’Italia non può restare nella Nato di cui fa parte questa Turchia. Non restiamo sordi alla voce delle donne curde che in una lettera aperta chiedono la fine dell’invasione e dell’occupazione della Turchia nella Siria del nord e l’istituzione di una no-fly zone per la protezione della popolazione; chiedono di garantire la condanna di tutti i criminali di guerra secondo il diritto internazionale, di fermare la vendita di armi in Turchia; chiedono inoltre sanzioni economiche e politiche contro la Turchia e di adottare una soluzione della crisi politica in Siria coinvolgendo la società civile.

La stampa internazionale le aveva chiamate eroine quando avevano combattuto l’Isis, salvo poi negare la loro identità politica e di donne che rivendicavano diritti universali. Oggi larga parte di quella stampa internazionale tace. Noi non abbiamo mai chiuso gli occhi, anche di recente denunciando l’attacco ad Afrin nel 2018 e dando costantemente voce ai curdi. Ora, dopo aver dedicato loro un dossier su Left del 4 ottobre, torniamo a denunciare la violenza di questo ennesimo crimine contro l’umanità e contro le donne in modo particolare. Lo ricordiamo in questo volume con intensi articoli di scrittori come Tahar Lamri, Marco Rovelli, come il curdo iracheno Bachtyar Ali e la poetessa curdo siriana Widad Nabi. E raccogliamo la voce di attiviste, giornaliste e scrittrici turche come Pinar Selek ed Ece Temelkuran che sono state costrette a cercare rifugio all’estero e voci autorevoli come quella del premio Nobel Orhan Pamuk.

Ma soprattutto attraverso la loro stessa voce, ripercorriamo la strada di donne curde che hanno sviluppato un movimento di liberazione, a partire dalla riflessione politica di Öcalan e della leader del Pkk Sakine Cansiz; che hanno messo in piedi “scuole” di formazione dal basso e centri anti violenza anche nei villaggi. Lottano contro l’oppressione turca e di altri regimi ma, oltre a fronteggiare attacchi esterni, lottano contro l’oppressione interna che viene dal patriarcato.

Tutte le donne devono combattere contro cinquemila anni di mentalità di dominio maschile, dicono le guerrigliere curde. Consapevoli dell’annullamento millenario che ci ha colpite, invitano tutte a organizzarsi, studiando, cercando una propria realizzazione anche nella sfera pubblica, partecipando attivamente alla vita politica. Molte di loro lavorano per un modello politico nuovo, strutturato in cantoni amministrati dal basso: consigli popolari, cooperative e organizzazioni caratterizzate dalla co-presidenza di un uomo e di una donna, puntando a una piena parità di genere ai vertici dell’economia, della politica, dell’educazione. Per questo i regimi vogliono fermarle, obbligandole a imbracciare le armi per difendersi, per impedire loro di realizzarsi, con creatività; per impedire loro di innescare una rivoluzione collettiva, non violenta e internazionale.

Basta un Sì per scippare il Sud

A man casts his ballot as a map of Italy is seen in background at a polling station in Rome, Sunday, Dec. 4, 2016.Italians are voting in a referendum on constitutional reforms that is being closely watched abroad to see if Italy is the next country to reject the political status quo. Premier Matteo Renzi has said he would resign if the reforms are rejected in Sunday’s vote, and opposition politicians have vowed to press for a new government if voters reject the proposed constitutional changes. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Il 20 e 21 settembre si voterà, oltre che per elezioni regionali e comunali in parecchie regioni e comuni, anche per il referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari – da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi – in tutta Italia. È un passaggio molto delicato per il futuro del nostro Paese.
Non ripeterò qui le motivazioni del No già espresse, sicuramente meglio di me, da eminenti costituzionalisti, non metterò l’accento sulla demagogia insita nel quesito e nemmeno sulle palesi inesattezze che i proponenti pongono alla base della richiesta e neppure sulla simulazione fatta dall’Istituto Cattaneo, e cioè che l’eventuale vittoria del Sì, abbinata ad una legge elettorale proporzionale al 3% o al 5%, porterebbe la destra avanti in tutte e due le Camere. Non insisterò sullo studio della Fondazione Einaudi che evidenzia come, con la vittoria del Sì al referendum, con soli 267 deputati e 134 senatori (che la destra potrebbe ottenere, come abbiamo detto) si potrebbe «cambiare la Costituzione in ogni sua parte, senza possibilità per i cittadini di esprimersi con un successivo referendum», ma vorrei toccare un argomento che quasi nessuno ha sottolineato e cioè come la vittoria del Sì al referendum potrebbe essere l’ultimo imbroglio, forse quello definitivo, per il Sud ed i suoi cittadini, aggravando ancor di più la mancanza di rappresentanza del Mezzogiorno in Parlamento e approfondendo la spaccatura già presente nel Paese.

Vediamo perché in pochi passi.
Primo. La densità di popolazione al Sud, parametro per l’assegnazione dei seggi alla Camera e al Senato, è più bassa del Nord, e, mentre la desertificazione demografica causata dall’emigrazione cresce di anno in anno, la conseguenza è che il Sud, in un Parlamento ridotto, avrebbe un peso politico minore dell’attuale.
Secondo. Sicilia e Sardegna avrebbero minori rappresentanti in termini percentuali al Senato rispetto alle altre Regioni a Statuto speciale.
Terzo. La Basilicata, così come l’Umbria, subirebbe il taglio maggiore al Senato, i rappresentanti passerebbero dagli attuali 7 a soli 3 (-57%) e qualsiasi partito sotto la percentuale del 20% dei voti non eleggerebbe alcun rappresentate, inoltre visto che il Senato è eletto su base regionale, la Sardegna finirebbe per avere un senatore ogni 328mila abitanti, mentre il Trentino-Alto Adige uno ogni 171mila, rendendo evidente la…

Natale Cuccurese è il presidente nazionale del Partito del Sud

L’articolo prosegue su Left dell’11-17 settembre

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SOMMARIO

La scuola degli altri. L’istruzione in Africa e Asia al tempo della pandemia

«Mi irrito quando lo devo chiamare marito, devo cucinare per i suoi amici, e di notte prego che non venga nella mia stanza». Amina (nome di fantasia) è una ragazza quattordicenne camerunense. Ad aprile è stata costretta a sposare un uomo di 47 anni. «Ero considerata un peso da mio padre, voleva che me ne andassi di casa il prima possibile. Per lui è il matrimonio la via verso il paradiso, non l’educazione». Inna (anche il suo nome è di fantasia) ha 16 anni ed è stata costretta a sposare un uomo di 55. Per Amina e Inna la scuola è definitivamente e ex abrupto scomparsa dalle loro vite. Una situazione che condividono con decine di migliaia di coetanee che vivono in diversi Paesi dell’Africa subsahariana, e che a causa della pandemia è ancora peggiorata specie per quanto riguarda l’abbandono scolastico o l’impossibilità di frequentare la scuola. È quel che emerge dall’ultimo report congiunto Oms-Unicef secondo il quale al 20 agosto solamente in sei Paesi subsahariani sono ricominciate le attività scolastiche a tempo pieno e meno di un terzo ripartiranno a settembre. Nella medesima regione, il Center for global development, con l’aiuto di 50 organizzazioni umanitarie locali, aveva calcolato ad aprile che il 78% delle minorenni era a rischio di violenza, mentre per il 49% c’era la prospettiva di essere obbligate al matrimonio con adulti. Stando alle attiviste di Amfed, un’organizzazione fondata da ragazze africane provenienti da Paesi poveri che hanno avuto difficoltà di accesso agli studi, il sillogismo è semplice: «Le scuole non riapriranno, quindi le ragazze (di cui solamente l’8% finisce il liceo, ndr), sono obbligate a sposarsi». «In questi momenti difficili – raccontano a Left – non possiamo permetterci di distrarci neanche un secondo». Il nostro obiettivo è di salvare le vite dei bambini». Anche nell’Africa centro-occidentale, regione più sviluppata secondo gli standard europei, le ragazze che sanno leggere dopo i 15 anni sono il 60% (contro il 73% dei ragazzi) e, in caso di crisi, sono sacrificate dalle famiglie per favorire i figli maschi.

Il rischio di un incremento della violenza di genere durante periodi di crisi trova riscontro nell’attuale pandemia. I dati non sono ancora disponibili, e non lo saranno per molto tempo. Per ovvie ragioni, la raccolta di questo genere di informazioni non è semplice, né veritiera in molti casi. Tuttavia, nella regione subsahariana c’è un precedente, la crisi di Ebola scoppiata nel 2015. Qui i dati ci sono, e non sono confortanti. Secondo la piattaforma “girlsnotbrides”, in Sierra Leone il 39% delle ragazze si sposa prima dei 18 anni, e nel medesimo paese, uno dei più colpiti dal suddetto virus, si stima che in seguito al coronavirus venti milioni di ragazze saranno esclusi dal sistema dell’istruzione, per sempre. Cinque anni fa vennero chiuse 100.000 scuole, e al momento della riapertura alle ragazze incinte – che avevano registrato un incremento del 65% – era stato precluso il rientro. Anche In Liberia, la percentuale di ragazze che non frequentavano la scuola è triplicata (dall’8 al 24%) nei mesi successivi all’Ebola. Il nesso tra impossibilità di andare a scuola e violenza di genere è del resto tragico. In Kenya, le scuole non riapriranno prima di gennaio 2021, e già a luglio il governo aveva avviato un’inchiesta per un aumento di casi di violenza di genere- una helpline a giugno ha ricevuto 1.108 chiamate, a fronte delle 86 a febbraio.

Spostiamo la lente su un altro continente, l’Asia, e anche qui la situazione non è rassicurante. In India, dove il Covid-19 ha avuto effetti devastanti, non è stata ancora stabilita una data precisa per la ripresa delle attività scolastiche. Nel paese guidato da Nerendra Mori, il 95% dei lavoratori appartiene all’economia informale (tradotto nessun accesso a protezione legale o sociale), e in molte aree – nella regione del Punjab stanno morendo tra le tre e le quattro persone al giorno -, la scuola è probabilmente l’ultimo dei problemi. Un sondaggio condotto su 24.000 ragazze tra i 15 e 19 anni in otto Paesi con reddito basso in Asia meridionale e Africa, ha svelato che il 49% rischia di interrompere definitivamente la carriera scolastica: proprio in India, 4.942 ragazze hanno affermato di essere cadute in povertà a causa del coronavirus, in Bangladesh 1.769 e in Nepal 1.568. In quest’ultimo paese, un’inchiesta condotta dall’organizzazione “Sisters & Sisters” ha svelato che all’89% delle ragazze intervistate in aree rurali, durante il lockdown era stato imposto di svolgere lavori domestici, a 11 su 152 di sposarsi. Per loro andare in aula era l’unico modo per evitare questo destino. «Molte famiglie hanno perso le parve forme di ricavo che gli permettevano di stare a galla» dice Ananda Paudel, responsabile del progetto Sisters & Sisters in Nepal. «La ripercussione di questo timore si scarica molto spesso sulle giovani donne».

Su Left abbiamo evidenziato a più riprese come l’isolamento abbia acuito diseguaglianze e messo a rischio le fasce meno tutelate della società: emarginati, immigrati, precari, donne e bambini. L’unica soluzione per tutelare le ultime due categorie, stante la sopracitata difficoltà nel raccogliere dati e dichiarazioni e l’assenza di uno strumento efficace di prevenzione della violenza, consiste probabilmente nella scuola. Ci possiamo allora rifare all’immagine del diritto alla salute messo sul piatto della bilancia dai vari governi nei momenti di difficoltà. Sull’altro piatto si alternano il diritto al lavoro, alla sicurezza e, come in questo caso, all’istruzione. Uno studio del World economic forum ritiene la chiusura delle scuole fino a gennaio 2021 la migliore politica da seguire in particolare per i Paesi a low income, al netto delle ripercussioni che ciò comporta per le ragazze. L’Unicef è di un altro avviso. «Se ponderiamo il danno che i bambini subiscono rimanendo fuori dalla scuola – dice Mohamed Malick M. Fall, direttrice regionale dell’Africa del sud-est – e seguiamo l’evidenza, non c’è dubbio che questi devono tornare in aula il più presto possibile».

Dichiarazione che implica una concezione della scuola non solo come luogo di apprendimento, ma come momento di incontro in cui si appianano le diseguaglianze, come opportunità di socializzare e condividere le proprie esperienze. Ecco, la scuola intesa in questo modo, per le ragazze provenienti da paesi poveri e entrati ancora più in crisi in seguito alla pandemia, rappresenta non un solo un medium per ottenere un lavoro redditizio, ma, in primo luogo, una meta da raggiungere. Superando ostacoli, pregiudizi e diseguaglianze, e oggi anche una pandemia.

L’inerzia intollerabile del governo italiano

People attend the funeral of Ebru Timtik, a human rights lawyer who died during a hunger strike in a Turkish prison to demand a fair trial for herself and colleagues, in Istanbul, Friday, Aug. 28, 2020. Timtik, 42, died in an Istanbul hospital late Thursday, the Progressive Lawyers' Association said. She had been fasting for 238 days.(AP Photo)

Ci sono dei numeri che hanno fatto il giro del mondo: 30, i chili di pelle ed ossa che pesava Ebru Timtik alla sua morte, e 238, i giorni di sciopero della fame all’esito dei quali il suo cuore ha cessato di battere. Ci sono sequenze di foto che resteranno per sempre impresse nella memoria collettiva, come prova della crudeltà del sultano: la foto del sorriso di una giovane donna in toga, piena di vita; la foto di una donna emaciata dallo sguardo risoluto, alla finestra, dietro alle sbarre che stringe con forza, quasi a poterle rompere con la sola forza della volontà;  la foto della sua bara, coperta dalla sua toga; la foto dei lacrimogeni lanciati dalla polizia al suo funerale. E poi c’è una voce, che per l’eternità condannerà. Si tratta di un video di Ebru Timtik nel quale, nel corridoio del tribunale, in toga, agitando le mani legate, urla: «Se un’avvocata muore, domanderà giustizia dalla sua tomba! Romperemo tutte le nostre catene, vogliamo libertà per gli avvocati, libertà di difendere i nostri assistiti, libertà!».

Questa sequenza di immagini, entrata nelle nostre case insieme alla notizia della morte di questa giovane avvocata turca, detenuta, in sciopero della fame per rivendicare un giusto processo e il diritto alla difesa dei propri assistiti, ha avuto un enorme impatto emotivo su tutti noi, ed in particolare sull’avvocatura italiana ed europea, che da mesi era impegnata nella campagna per la liberazione degli avvocati turchi detenuti. La notizia della morte di Ebru è entrata nella casa di tutte le persone insieme alla notizia delle mire espansionistiche di Erdoğan nel Mediterraneo, ha determinato la presa di coscienza collettiva della morte dello Stato di diritto in Turchia e delle reali ambizioni del sultano. Gli eventi che sono seguiti alla morte di Ebru, ed in particolare la liberazione del suo collega in sciopero della fame da 213 giorni, Aytac Unsal, negata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ma concessa temporaneamente dalle autorità turche in occasione della controversa visita del presidente della Cedu in Turchia, ha aperto per la comunità giuridica un…

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SOMMARIO

Bielorussia, un buco nero nella mappa dell’Europa

A woman holds a caricature of Belarus President Alexander Lukashenko during an opposition rally to protest the official presidential election results in Minsk, Belarus, Sunday, Sept. 6, 2020. Sunday's demonstration marked the beginning of the fifth week of daily protests calling for Belarusian President Alexander Lukashenko's resignation in the wake of allegedly manipulated elections. (AP Photo/TUT.by)

Il 4 settembre scorso il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha esortato la Turchia ad assicurare l’immediato rilascio dell’imprenditore e difensore dei diritti umani Mehmet Osman Kavala, detenuto e in attesa della prossima decisione della Corte costituzionale turca sul suo caso. Il Comitato si è espresso durante la sua ultima riunione periodica per esaminare l’attuazione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Erdoğan in questo caso non può far finta di nulla. Erano altri tempi, infatti, rispetto a quelli attuali, ma forse in pochi ricordano che la Turchia è tra i primi Paesi ad aver aderito al Consiglio d’Europa (CdE), l’organizzazione internazionale fondata il 5 maggio del 1949 a Londra con lo scopo di «promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa».

Ankara siglò il Trattato di Londra quattro mesi dopo, il 9 agosto 1949, e tutt’oggi insieme a Georgia, Armenia, Azerbaigian e Cipro è uno dei cinque Paesi del Consiglio (su 47) che non fanno parte dell’Europa geografica. A parte la Santa Sede c’è un solo Paese europeo che non fa parte del CdE e non per sua volontà. Il 12 marzo 1993 la Bielorussia ha presentato la sua candidatura che da allora è stata sempre respinta per l’assenza di democrazia, la violazione sistematica dei diritti umani e la vigenza della pena di morte. Da alcune settimane la capitale Minsk è scossa dalle proteste contro la nuova elezione di Lukashenko (al potere da 26 anni) e le poche notizie che filtrano dopo l’espulsione dei media stranieri, parlano di costante violazione dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

Ne parliamo con Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. «C’è un buco nella mappa europea in cui le nostre istituzioni non possono in alcun modo far valere i diritti di cui l’Europa si fa portavoce» osserva Palma e aggiunge: «Tutte le istanze si devono fermare ai confini della Bielorussia, che sembra completamente disinteressata a condividere questa “cultura” europea». Tanto è vero che vi si continuano a eseguire condanne a morte. «Per farsi un’idea, addirittura la Turchia in virtù dell’appartenenza al CdE ha revocato nel 2002 quella del…

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SOMMARIO

Porta Pia 150. La riconquista della laicità – Sommario del libro di Left

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Introduzioni

Laicità, libertà e Stato di diritto
di Maurizio Turco

La Repubblica pontificia
di Carla Corsetti

 

 

 

 

Cosa resta della Breccia

L’Italia che ha fatto breccia
di Massimo Cattaneo

I soldati del papa. Ecco come la Chiesa riconquistò l’Italia
di Gianni Manetti

Porta Pia, l’altra Liberazione
di Raffaele Carcano

 

Abolire il Concordato

Due secoli di Patti
di David Armando

Repubblica a sovranità limitata
di Raffaele Carcano

La laicità del vicino è davvero sempre più verde
di Giovanni Gaetani

Facile fare la carità con i soldi degli altri
di Roberto Grendene

Otto per mille alla Cei, non tornano i conti
di Adele Orioli

Gli uomini della provvidenza e il sacro mattone
di Federico Tulli

Così l’Italia garantisce l’impunità dei preti pedofili
di Federico Tulli

Come (e perché) farla finita con il Concordato
di Federico Tulli

 

La Chiesa è libera. E lo Stato?

Tanta libera Chiesa in poco libero Stato
di Andrea Maestri

Istruzione, salute, casa: un affare di Chiesa
di Carla Corsetti

Più obiettori meno diritti
di Elisabetta Canitano

Ora di religione, i cattivi maestri
di Cecilia M. Calamani

Il miracolo della sparizione dell’Ici ecclesiastica
di Federico Tulli

Imprese miracolate: le scuole private cattoliche
di Roberto Grendene

Professioni miracolate: l’infermiere parrocchiale
di Carla Corsetti

Quanto ci costano i cappellani militari
di Federico Tulli

Professioni miracolate: i cappellani delle FF.SS.
di Carla Corsetti

 

Quello che non leggerete mai sui giornali italiani

La balla delle radici cristiane dell’Europa
di Simona Maggiorelli

Fare figli è una scelta non un destino
di Maria Gabriella Gatti

Quello che i vaticanisti (non) scrivono
di Frédéric Martel

La sessualità oltre la legge 40
di Maria Gabriella Gatti

Te la do io la pillola
di Federico Tulli

In Umbria (e non solo) vedono ancora le streghe
di Carlo Flamigni e Corrado Melega

Quante balle contro la Ru486
di Mirella Parachini

Fine vita, quando la scelta è libera e consapevole
di Francesco Troccoli

Linda Laura Sabbadini: Non c’è più religione
di Simona Maggiorelli

L’infinito mondo di Margherita Hack
di Federico Tulli

Left è ateo
di Matteo Fago