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Fase speriamo bene

Foto Pool/LaPresse 16-05-2020 Roma - Italia Politica Palazzo Chigi - Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte illustra le linee guida del Dpcm sulle riaperture Nella Foto: Giuseppe Conte Photo Pool/LaPresse May 16, 2020 Rome (Italy) Chigi palace - Press conference of the Prime Minister Giuseppe Conte on reopening after the lockdown In the pic: Giuseppe Conte

Signori e signori benvenuti nella fase 2, eccola qui, tanto invocata, tanto voluta e forse anche tanto necessaria. Non si è sconfitto il virus (non si hanno le soluzioni a disposizione e questo è un tema che spetta alla scienza), si ha molta paura (e ci mancherebbe) ma si ha anche una situazione economica che spaventa quasi quanto il virus. È quel crinale su cui la politica da sempre si impicca, tra lavoro e salute, solo che questa volta la miscela è esplosiva perché non riguarda solo una lontana città pugliese ma interessa tutto il mondo. E allora eccoci qua, in piena fase 2.

Osservare le incongruenze però è un esercizio di onestà intellettuale che non dovrebbe andare in quarantena e allora un paio di cose dovremo dircele, provare a rifletterci, trovare le domande giuste e magari pretendere anche le risposte. La Lombardia, ad esempio, al di là di tutto quello che abbiamo detto e che abbiamo scritto, ormai la situazione lombarda non è chiara solo a chi non vuole vedere, ha un peso importante in tutta questa storia: è più della metà dei morti, dei contagiati, degli ospedalizzati. Gran parte d’Italia ha aspettato la Lombardia che ha tutta l’aria di non essere pronta ma provate a immaginare cosa sarebbe successo se fosse stato il nord a dover aspettare il sud per ripartire: sarebbe stato il finimondo. In Lombardia intanto il presidente Fontana ci dice che se vogliamo verificare di essere malati o di essere stati malati possiamo affidarci ai (costosi) test privati per “non gravare sulla sanità pubblica”. Una frase mostruosa, pensateci bene. Poi Fontana ha detto che se il test risulta positivo (fatto presso un privato) la regione lo rimborserà: in sostanza si strapaga qualcosa che potrebbe costare la metà arricchendo i privati. Il solito, insomma.

Poi ci sono le famose 3 t che sono andate a farsi benedire: tamponi, tracciamento e trattamento sono finiti nel dimenticatoio, nel cassetto dei buoni propositi. Qualche giornalista ha provato a chiederlo a Conte e il presidente del consiglio ha risposto con grande eleganza: “Se lei ritiene di poter fare meglio di Arcuri, allora..”. Io ritengo che Arcuri abbia combinato parecchi disastri e per lavoro lo scrivo e non per questo sarei un buon commissario straordinario. Che faccio, mi costituisco?

Il rischio è calcolato, dicono. Solo che se chiedi chi faccia i calcoli e quale sia il metodo vieni accusato di essere disfattista, di remare contro o di essere anti-lombardooitalianoovenetoopiemonteseounaregionequalsiasi. Buona fase 2. A proposito, l’app? Dicono che arrivi. Ah, a proposito, io sono uno di quelli che non ha mai ricevuto il bonus Covid dell’Inps, domanda presentata il primo aprile, tuttora “in attesa di esito”. Ma mi dicono che non posso mica permettermi di valutare il quadro nazionale dal mio limitato angolo di osservazione. Che faccio, l’ho scritto, mi costituisco?

Buon lunedì.

 

Il patrimonio come bene collettivo. La grande lezione di Andrea Emiliani

Le recenti polemiche sulle chiusure dei musei, giunte in ritardo rispetto ad altri luoghi, a partire dalle scuole, hanno sancito, una volta di più, la cesura che ormai divide il nostro patrimonio culturale rispetto ad altri servizi pubblici. Patrimonio, in particolare quello dei musei autonomi, ormai gestito quasi esclusivamente come strumento al servizio del turismo e quindi come fonte economica primaria in un’economia, come la nostra, che fatica profondamente ad affrontare i nodi della globalizzazione e della riconversione postindustriale.

E se musei e mostre raffaellesche dopo le polemiche (v. per tutti Montanari su Il Fatto del 7 marzo) sono stati chiusi, aperti sono rimasti, ancora oggi, i cantieri di opere non sempre utili che stanno di fatto esponendo al rischio i lavoratori coinvolti e assieme gli archeologi impegnati nelle procedure di archeologia preventiva.

Una volta di più, in questi momenti così cruciali per il nostro vivere collettivo, abbiamo sentito la distanza che separa l’attuale gestione del patrimonio a quella politica dei beni culturali che fu messa a punto negli anni 70 in Emilia Romagna. Politica che costituisce uno dei tasselli di quel decennio riformista in cui il nostro Paese riuscì, talora a seguito di lotte aspre, a dotarsi di una serie di leggi in alcuni casi avanzatissime nell’ambito del welfare e dei diritti civili.

Uno dei protagonisti di quella stagione, per quanto riguarda il patrimonio culturale, fu Andrea Emiliani, venuto a mancare un anno fa, il 25 marzo 2019.

Sulla scia del dibattito innescato dalla commissione Franceschini (1964-1967), Emiliani, allievo “eterodosso” di Roberto Longhi e di Francesco Arcangeli, divenuto braccio destro dell’allora soprintendente alle Gallerie, Cesare Gnudi, promosse, dal 1968 al 1971, una serie di campagne di rilevamento del patrimonio rurale appenninico, un censimento per la prima volta globale dei beni culturali in aree e su oggetti sino a quel momento ben poco frequentati dagli storici dell’arte, ma già allora interessati da fenomeni di abbandono. Emiliani stesso li definì una sorta di «convegni itineranti» cui parteciparono gruppi di studiosi di molteplici discipline: non solo storia dell’arte, quindi, ma architettura, geografia, fotografia, geologia, linguistica, urbanistica…

Una ricognizione a tappeto, interdisciplinare non finalizzata alla “sola” conoscenza scientifica, ma alla sua trasmissione alle comunità di riferimento, perseguita attraverso una molteplicità di azioni convergenti, dalle mostre, allestite nei luoghi dove si erano svolte le campagne stesse, agli incontri con la popolazione, attraverso i quali si restituivano le conoscenze acquisite sul campo e si discuteva di temi sino a quel momento impensabili al di fuori della cerchia di addetti ai lavori, quali il riconoscimento e la conservazione del patrimonio culturale.

La conservazione come pubblico servizio sarà, nel 1971, il titolo programmatico di un volume di Emiliani, espressione di quell’esperienza attraverso la quale si sperimentò una rigenerazione del sistema della conservazione /tutela dei beni culturali e delle sue pratiche, nei metodi e ancor più nella concezione politica.

Rigenerazione che seppe confrontarsi, come mai prima in Italia, con le acquisizioni della coeva antropologia culturale, riscoprendo la ricchezza cognitiva del patrimonio culturale e finalizzandola ad un uso sociale. Le ragioni della patrimonializzazione diventavano, per questo, pubbliche e condivise e il patrimonio strumento di emancipazione e di riconoscimento identitario.

Il contesto sociale, culturale e politico fu l’ineludibile innesco di quelle sperimentazioni. La Bologna rossa, ricca e solidale degli anni a cavallo dei 60 e 70 era non solo un esperimento – riuscito per almeno un paio di decenni – di buon governo, capace di coniugare l’efficacia amministrativa, ad un ascolto politicamente aggiornato delle istanze sociali della collettività, ma anche un crocevia di sperimentazioni culturali, da quelle delle controculture giovanili alle innovazioni accademiche del Dams.

In questo contesto, nel 1973, la giunta regionale della Regione Emilia Romagna, da poco costituita e presieduta da Guido Fanti, presentava il progetto per un Istituto dei Beni artistici, culturali, naturali, primo e destinato poi a rimanere unico in Italia, strumento innovativo sul piano della cultura politica e ispirato al precetto del “conoscere per governare”. L’Istituto rappresentò la prosecuzione, sul piano degli organismi istituzionali, dell’esperienza delle campagne di rilevamento, ispirato quindi ad un nuovo concetto di patrimonio culturale, non solo perché allargato a comprendere l’intero spettro delle forme delle attività umane, ma perché il patrimonio era interpretato come un sistema unico col paesaggio, nel paesaggio e soprattutto perché la tutela trovava la sua prima garanzia di efficacia nella coscienza del possesso sociale e il bene tutelato acquisiva quindi valore perché rivendicato, agito socialmente.

Uno dei principali ideatori di quel progetto, che prenderà corpo di lì a un anno, in parallelo cronologico con il ministero dei Beni culturali e ambientali, ma sulla base di una visione culturale ben più aggiornata, sarà appunto Andrea Emiliani, che, sempre nel 1974, pubblicò quello che a tutt’oggi rappresenta uno degli studi più acuti di storia della tutela e di sua innovazione concettuale, Una politica dei beni culturali. Nel volume, il progetto per un nuovo Istituto, che sarà poi l’Ibacn, si ispira ai concetti di interdisciplinarietà e necessità di una restituzione sociale dei risultati dell’indagine scientifica e culturale: non siamo poi così lontani da quei principi di “multivocalità”, “partecipazione”, “coinvolgimento” che costituiscono alcune delle parole d’ordine tuttora presenti nelle discussioni dei più aggiornati heritage studies.
“Luogo del futuro”, destinato alla sperimentazione più che alla gestione, l’Istituto sarà pensato come un laboratorio in grado di costruire quella conoscenza necessaria al processo di pianificazione territoriale demandato alla Regione, che, quindi, avrebbe dovuto comprendere la tutela e condivisione del patrimonio culturale fra i suoi obiettivi politici prioritari.
Attraverso il ribaltamento concettuale per cui la conservazione del bene culturale non può che essere l’ultima, condivisa tappa di un percorso di riappropriazione sociale del bene culturale, Emiliani e il gruppo che più da vicino visse con lui quella stagione, tentò in sostanza di ricucire quella cesura creatasi, almeno dall’Ottocento in poi, fra patrimonio culturale e comunità sociale, consapevole che tale frattura costituiva una ferita nel tessuto democratico del Paese.
A partire dagli anni Ottanta, come ben sappiamo, e a livello non solo locale, quella spinta propulsiva fondata sul primato della politica e su una visione ispirata al perseguimento di obiettivi di miglioramento sociale, fu abbandonata, praticamente ad ogni livello istituzionale e in ogni settore.
Molto altro ci sarebbe da dire sulla figura di Emiliani, raffinato studioso, in particolare del Cinquecento e Seicento bolognese e roveresco, e della storia della tutela, competenze che seppe interpretare nel suo ruolo di grandissimo commis d’état, quale fu, per scelta, per oltre quarant’anni, capace di esercitare al meglio la gestione del continuum tutela-valorizzazione.
E assieme, museologo, fra i primissimi in Italia a divulgare i principi di una moderna museologia, a partire dalla Storia d’Italia Einaudi.
Al ruolo sociale del museo Emiliani dedicò pagine fondamentali, come anche molti progetti divenuti in parte operativi. Luoghi di costruzione dell’identità sociale e civile, in estrema sintesi, per Emiliani, i musei esercitano compiutamente il loro ruolo quando diventano lo spazio dove è possibile compiere quella «promenade du citoyen che fu sancita dalle rivoluzioni democratiche».
Partendo da queste premesse, Emiliani avversò radicalmente le così dette riforme Franceschini.
La distanza con l’oggi di quella visione culturale, è testimone inappellabile della nostra progressiva perdita di capacità progettuale e della nostra impotenza nel ripensare ad una crescita del Paese su binari completamente diversi, in cui la priorità sia finalmente data agli investimenti ambientali e culturali.
Per riallacciare, almeno in parte, il filo con quella stagione di innovazione culturale, possiamo, in questo tempo sospeso, rileggere una serie di pubblicazioni e riascoltare la voce di Emiliani nei materiali (testi, video, foto) che il sito dell’Istituto Beni culturali a partire dal 25 marzo ha reso liberamente consultabili.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 3 aprile 2020

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Impero contro impero

Close up on cement plaster wall surface. Black and white and grunge style image.

Da un paio di mesi a questa parte la pandemia di Covid-19 sta portando alla luce in modo sempre più chiaro il contrasto, spesso ai limiti di una conclamata ostilità, tra gli Stati Uniti e la Cina. L’aumento esponenziale del contagio e delle innumerevoli polemiche sull’efficacia della risposta governativa alla pandemia negli Stati Uniti, hanno spinto a più riprese il presidente Trump, il segretario di Stato Mike Pompeo e altri esponenti dell’amministrazione americana a scaricare la responsabilità di quanto sta accadendo negli Stati Uniti in parte sull’operato dell’amministrazione Obama e, in particolare, su Pechino.

La crescente enfasi sulle presunte responsabilità del governo cinese nel non aver impedito la diffusione del contagio oltre i propri confini o, come dichiarato a più riprese da Trump e Pompeo (ma senza fornire prove), che il virus sia stato creato in un laboratorio di Wuhan, è stata giudicata da molti osservatori come un maldestro tentativo di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica americana da un paio di fatti, questi sì, comprovati: dapprima la sottovalutazione dell’impatto pandemico sulla nazione americana e, conseguentemente, l’impreparazione nell’affrontarlo con ripercussioni gravi sulla sanità, l’economia e la stabilità sociale.

Ma i contrasti tra Cina e Stati Uniti sulla pandemia non rappresentano altro che il capitolo più recente, seppur alquanto aspro, nella crescente contrapposizione geopolitica, militare ed economica tra i due Paesi, portata oltremodo alla ribalta dalla guerra commerciale e tecnologica dichiarata da Donald Trump nei confronti del Regno di Mezzo.

Due eventi principali riassumono contestualmente l’offensiva dell’amministrazione americana: l’istituzione nel luglio 2018 di pesanti tariffe d’importazione su un numero tanto ampio quanto vario di prodotti cinesi; l’inclusione di Huawei nella “lista nera” del Dipartimento del Commercio americano, che in pratica proibisce al colosso tecnologico cinese operatività e partnership commerciali negli Stati Uniti. La reazione cinese a queste misure…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 15 maggio

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I partigiani del paesaggio

L’associazione nata nel dopoguerra sulle macerie del fascismo per ricostruire una coscienza civica a servizio del Paese, trova conferma oggi del suo ruolo grazie a un virus alieno che sta ridisegnando il presente e il futuro dell’Italia. L’addio in questi giorni a Nicola Caracciolo e gli auguri ai cent’anni di Desideria Pasolini dall’Onda entrambi presidenti onorari di Italia Nostra, omaggiati sui giornali come combattenti irriducibili, protagonisti di un pezzo di storia del nostro Paese, hanno conciso con le celebrazioni del 21, 25 aprile e 1 maggio, dando così un valore aggiunto di attualità ai principi fondativi dell’associazione.

Senza dimenticare gli apporti di tanti altri autorevolissimi esponenti dell’associazione vale quindi la pena di dare nuova luce ad alcune testimonianze di quegli uomini e donne che hanno conquistato a Italia Nostra la riconoscenza pubblica di quattro presidenti della Repubblica: Einaudi, Ciampi, Scalfaro e Napolitano e dettano ancora oggi la direzione giusta di impegno dell’associazione per contribuire a un senso nuovo di comunità in grado di resistere alle nuove minacce di povertà e diseguaglianze create da Covid-19, tutelando sempre come risorsa primaria del Paese il patrimonio di natura, arte e cultura al servizio di un’economia del lavoro solidale e socialmente utile.

Primo esempio per le nuove generazioni è l’eccezionale esistenza mutualistica e cosmopolita spesa fino all’ultimo giorno da Umberto Zanotti Bianco, senatore a vita e primo presidente di Italia Nostra, che dai ritrovamenti durante gli scavi condotti in regime di confino fascista a Sibari e a Paestum insieme alla coraggiosa archeologa dissidente Paola Zancani, trasse ulteriore impulso per aiutare il riscatto sociale e culturale del Meridione già perseguito con dedizione leggendaria tra “la perduta gente della Calabria” all’indomani del terremoto del 1908. Nel 1910 fondò l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno e la società Magna Grecia per la salvaguardia delle memorie archeologiche in quei territori, insieme all’istituzione di decine di asili, scuole, cooperative di lavoro, biblioteche circolanti, ambulatori, colonie montane; un impegno portato a termine nel dopoguerra con una campagna di alfabetizzazione capillare ed una riforma agraria che ispirò gli studi di Manlio Rossi Doria ed Emilio Sereni negli anni successivi…

* Annalisa Cipriani, Italia Nostra Roma

La Giornata virtuale dei beni in pericolo promossa da Italia Nostra è una iniziativa che continua fino alla fine di maggio con un post al giorno sulla pagina Facebook di Italia Nostra

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Forte con con gli indifesi, la guerra di Erdogan contro gli artisti

A decine si sono radunati la scorsa settimana per dargli l’ultimo saluto: bandiere rosse, pugni alzati, fiori, canti e poi il grido «Ibrahim Gokçek è immortale!» che ha risuonato per il quartiere Gazi di Istanbul, storico fortino della sinistra. Ibrahim, 39 anni, bassista della band Grup Yorum era lì racchiuso in una bara dal peso leggerissimo: il suo corpo privo di vita era arrivato a pesare meno di quaranta chili dopo 323 giorni di sciopero della fame durante i quali aveva rivendicato il diritto a fare la sua musica. Ma la commozione dei tanti amici di Ibrahim si è presto trasformata in paura quando la polizia è intervenuta con cariche e gas lacrimogeni. Assembramento contrario alle disposizioni anti-Covid, diranno le autorità. Ma non ci crederà nessuno. Del resto bastava guardare alla diversità di trattamento delle forze dell’ordine nei confronti degli attivisti di estrema destra che, indisturbati, fino all’ultimo hanno provato a bloccare il convoglio funebre per dare fuoco al cadavere. Perché quel corpo, pur scheletrico, continuava a farsi beffe del regime del presidente turco Erdogan. E l’irrisione deve essere pagata a caro prezzo nella Turchia polarizzata del Sultano dove qualunque diversità va cancellata. «Siamo nati nelle lotte per i diritti e le libertà iniziate in Turchia dal 1980. Abbiamo pubblicato 23 album per riunire cultura popolare e pensiero socialista. Abbiamo cantato i diritti degli oppressi in Anatolia e tutto il mondo», ha scritto Ibrahim al giornale francese l’Humanité a fine aprile con le ultime energie rimastegli.

Un’idea di mondo inaccettabile per il partito di governo Akp del presidente islamista Erdogan che li ha accusati di terrorismo a favore del gruppo armato marxista-leninista Dhkp-C. Un’accusa che il Grup Yorum ha deciso di combattere pagando a caro prezzo: un mese fa, infatti, si era spenta la cantante Helin Bolek dopo 288 giorni di digiuno che l’avevano portata a pesare 33 chili. Il 24 aprile se n’era andato Mustafa Kocak, 297 giorni senza cibo in solidarietà con la band. Avevano meno di 30 anni…

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Il nemico immaginario di Donald Trump

A paramilitary policeman looks on past the US flag on the embassy compounds in Beijing on July 26, 2018 following a blast near the US embassy premises. - A 26-year-old Chinese man set off a small explosive device outside the US embassy in Beijing on July 26, injuring his hand in the blast before he was taken into custody, police said. (Photo by Greg BAKER / AFP) (Photo credit should read GREG BAKER/AFP via Getty Images)

«Chinese virus». «Wuhan virus». Sono i due nomi che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha utilizzato per identificare il Covid-19 durante la pandemia ancora in corso. A inizio maggio il segretario di Stato Mike Pompeo ha affermato pubblicamente che era in possesso di «prove enormi» a sostegno della teoria secondo cui il virus sarebbe fuoriuscito dall’Istituto di virologia di Wuhan, una tesi già proposta numerose volte dallo stesso Trump.
La teoria del complotto ha accompagnato tutto lo svilupparsi della pandemia. Durante una delle ultime conferenze stampa alla Casa Bianca, il presidente ha affermato di aver visto con i suoi occhi le prove di questa presunta manipolazione cinese della diffusione del virus, aggiungendo che l’Organizzazione mondiale della sanità dovrebbe vergognarsi visto che sta praticamente facendo pubbliche relazioni per la Cina, come ha ricordato la Bbc. Questa serie di dichiarazioni quantomeno avventate ha spinto l’Office of the director of National Intelligence, cioè l’ufficio che supervisiona i servizi segreti statunitensi, a rilasciare una dichiarazione pubblica (evento rarissimo) in cui professa il suo appoggio alle teorie scientifiche che imputano all’evoluzione naturale l’origine del Covid-19. Una posizione ribadita anche dal presidente della task force contro il coronavirus negli Usa, il dottor Anthony Fauci, che ha ricordato come non sia ritenuto possibile dalla scienza che il virus provenga da una manipolazione di laboratorio.

Eppure, Donald Trump non cede. Le premesse d’altronde non erano buone: durante tutto il suo mandato alla Casa Bianca i rapporti con Pechino sono stati a dir poco travagliati, basti pensare ai famosi dazi sulle importazioni. All’inizio della pandemia sembrava che Trump avesse deciso di fare un’inversione a U della sua politica anti-cinese plaudendo alla reazione pronta del presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, nel fronteggiare questa inedita crisi. Una luna di miele che è durata ben poco. Ora Donald Trump minaccia ritorsioni finanziarie contro Pechino…

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Polveri sottili e coronavirus, un’alleanza letale

Foto Claudio Furlan - LaPresse 07 Gennaio 2020 Milano (Italia) cronaca Nebbia nel quartiere di Porta Nuova Photo Claudio Furlan - LaPresse 07 January 2020 Milan (Italy) News Fog in the Porta Nuova area

Geograficamente la Pianura padana (o anche padano-veneta) comprende gran parte della popolazione del Nord Italia (esclusi solo gli abitanti di montagna), nelle regioni Piemonte, Lombardia, Emilia e Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia, per un totale di oltre 20 milioni di abitanti. Quando si osserva dall’alto questa area, attraverso i satelliti, si nota, anche quando il cielo è sereno, una costante presenza di una coltre di foschia grigio-giallognola: non sono né nubi né nebbia (che pure si trovano spesso nel cielo), ma smog, cioè un insieme di gas e particelle inquinanti.

Sono più di vent’anni che scienziati di varie discipline (biologi, ambientalisti, chimici ed epidemiologi) documentano il grave inquinamento, soprattutto atmosferico, della Pianura padana e il rilevante numero di malati e morti che questa condizione comporta. Nel Nord Italia gli inquinanti, gas e particelle sospese (aerosol e polveri fini), prodotti dalle diverse attività, restano a lungo nell’aria che poi respiriamo, la cui qualità non solo è peggiore rispetto al resto d’Italia, ma non ha pari, in senso negativo, in tutta l’Unione europea, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente (Aea).

Le cause di questa situazione sono molteplici: anzitutto va ricordato che la Pianura padana è circondata da montagne: ad ovest e a nord le Alpi e a sud gli Appennini, rimane aperta solo la parte ad est, dove troviamo il mare Adriatico. Questa condizione geografica rende l’aria stagnante per buona parte dell’anno e quindi gli inquinanti perdurano a lungo nell’aria, salvo quando piove o arrivano forti venti.

Inoltre le regioni padano-venete sono densamente abitate (vi vive oltre un terzo di tutti gli italiani) e qui si trovano la maggior parte delle…

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La forza della scienza contro il Covid-19

La pandemia da Covid-19 ha determinato la più grande quarantena della storia dell’umanità. E su questa malattia c’è ancora molto da sapere, avverte l’immunologo e accademico dei Lincei Guido Forni che con Alessandro Mantovani, Lorenzo Moretta e Giovanni Rezza ha scritto il libro I vaccini fanno bene, in libreria dal 15 maggio edito da La nave di Teseo.
Professor Forni, a che punto siamo? Si può affermare che il Sars-CoV-2 ora sia meno aggressivo, come qualcuno dice? Quali sono le sue previsioni?
Penso che ad oggi nessuno abbia elementi per poterlo dire. Parliamo di una malattia che ha 90 giorni di vita. È trascorso un tempo piuttosto breve da quando è stato identificato il coronavirus Sars-CoV-2, fare delle previsioni è difficilissimo, se non impossibile. Che il virus si attenui è al momento un wishful thinking; che la stagione estiva e il caldo possano avere un effetto positivo è per ora solo una speranza.

Sappiamo qualcosa di più su come questo virus interferisce con il sistema immunitario?
Ogni giorno sappiamo qualcosa di più, la quantità di dati che si accumulano quotidianamente è incredibile. Ogni mese, come Accademia dei Lincei, stiliamo un rapporto: colpisce come il quadro della conoscenza sia cambiato in soli trenta giorni. Le pubblicazioni e le nuove informazioni su questo virus e su Covid-19 sono aumentate in maniera davvero esponenziale.

Riguardo al vaccino cosa possiamo aspettarci?
Dal punto di vista intellettuale la sfida del vaccino è interessantissima, sono partiti contemporaneamente circa 150 progetti. Dato che la malattia è nuova, è importante che ci sia una piattaforma ampia di studi e una varietà di approcci concettuali differenti sperando che alla fine quattro o cinque di essi riescano a indurre una efficace resistenza contro il virus. Questa varietà di approcci è una garanzia di probabilità di successo…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 15 maggio

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La quarantena vista con gli occhi dei bambini

Descrivere con gli occhi dei bambini ciò che vedono e sentono, e che spesso non riescono ad esprimere, in questo periodo di distanziamento sociale al quale ci siamo dovuti attenere per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Porre l’attenzione su come i più piccoli stanno affrontando questa situazione nuova. Questo è il focus degli scatti che vi proponiamo, un’opera di Laura Costa, giovane mamma del catanese

L’arte di uscire dalla crisi: AWI – Art Workers Italia

[AWI] Art Workers Italia

Cosa succederà al mondo dell’arte quando sarà passata l’emergenza Covid-19 e riapriranno gli studi degli Artisti, i Musei, le Fondazioni, gli spazi no-profit, le gallerie private, le fiere d’arte?

Ci sarà stato un cambiamento della fruizione dell’arte, soprattutto di quella contemporanea? Si riuscirà a sostenere anche gli Artisti visivi e performativi che creano la bellezza, ma che nonostante questo sono senza Albo professionale e senza Associazioni di categoria e con difficoltà troveranno accesso alle misure governative di sostentamento?

Gli artisti si ritroveranno ad affrontare senza strumenti un’economia globale malmessa che difficilmente li considererà degni di tutela, questione con cui anche le gallerie private, curatori e direttori di Musei dovranno fare i conti. Si può sperare, come è successo in passato, che dopo una mostruosa crisi segua una grande ripresa economica, ma le riprese economiche non avvengono da sole. Gli addetti ai lavori dell’arte stanno cercando una “cura” che oltre alla guarigione possa strutturare anticorpi?

Il gruppo informale AWI – Art Workers Italia risponde ai quesiti di Alessio Ancillai:

 

Le tue domande evidenziano come l’attuale crisi sanitaria abbia determinato la sospensione, più spesso la perdita, di impieghi, progetti, impegni lavorativi nazionali e internazionali. Si tratta di una situazione che ha colpito duramente chi opera nel settore delle arti e della cultura, e che accomuna gran parte delle lavoratrici e dei lavoratori a livello globale. Tuttavia, oltre alle ovvie e drammatiche conseguenze contestuali alla crisi, questa sospensione forzata ha mostrato con chiarezza che a renderci vulnerabili e in molti casi inermi di fronte alla situazione è la configurazione stessa dei nostri rapporti di lavoro: nella maggior parte dei casi, la parcellizzazione e la discontinuità dei nostri impieghi sono state infatti sino ad oggi motivo di esclusione da qualsiasi forma di ammortizzatore sociale, oltre che dai meccanismi di tutela previsti dal governo nel decreto “Cura Italia”, come la cassa integrazione in deroga o il bonus una tantum erogato dall’INPS.

Ciò ha creato le condizioni politiche e materiali per mettere finalmente in discussione tutto ciò che è considerato come norma nella configurazione dei rapporti di lavoro all’interno del sistema dell’arte contemporanea, in cui convivono meccanismi e standard propri dell’industria del lusso e salari poco al di sopra della soglia di povertà, nonché intollerabili percentuali di lavoro sommerso ed elevati livelli di istruzione.

Per tutte queste ragioni, non riteniamo auspicabile alcuna ripartenza che non tenga conto delle problematiche strutturali dell’intero sistema. Crediamo che i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori dell’arte contemporanea debbano costituire il centro di qualsiasi riflessione concernente il futuro. Crediamo non possa esistere alcuna modalità di ripartenza che prescinda da una concreta adesione a principi di inclusività e sostenibilità, in relazione solidale con tutte le lavoratrici e i lavoratori sottopagati e sfruttati, in direzione di un cambiamento profondo che metta a valore l’obiettivo di un orizzonte egualitario per tutte le soggettività marginalizzate e invisibilizzate. E non è possibile fare questo senza passare attraverso una radicale redistribuzione delle risorse e un impegno concreto in direzione di politiche volte a sviluppare forme di sostegno economico di base per chi lavora.
A tale scopo, attraverso pratiche di ricerca e scrittura collettiva, da fine marzo a oggi abbiamo elaborato un manifesto in cui esponiamo una serie di obiettivi a breve e lungo termine. Le nostre proposte affrontano il riconoscimento delle specificità delle professioni che operano nell’arte contemporanea, la regolamentazione dei rapporti di lavoro, la redistribuzione delle risorse, nonché l’avvio e il consolidamento di attività formative per le professioniste e i professionisti del settore con l’obiettivo di ridare valore al ruolo della ricerca e dell’educazione all’arte contemporanea. Si tratta di uno sforzo importante ma necessario, che parte dalla riforma e dal ripensamento delle logiche che alimentano l’intero settore, costituendo la nostra imprescindibile prospettiva strategica nel breve e nel lungo periodo.

A tal proposito, il 24 aprile 2020 abbiamo inviato una lettera al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo alla quale non abbiamo ancora ricevuto risposta. Ciononostante, continueremo a lavorare affinché le lavoratrici e i lavoratori dell’arte contemporanea riescano a emanciparsi da una condizione di invisibilità ingiustificata e inaccettabile, nella direzione di un pieno riconoscimento civile e politico delle specificità e del ruolo fondamentale all’interno delle dinamiche locali e globali della produzione culturale.

Art Workers Italia è un gruppo informale di lavoratrici e lavoratori delle arti contemporanee nato durante la crisi dovuta alla pandemia di Covid-19. AWI include figure che operano nella ricerca, produzione, esposizione e mediazione dell’arte contemporanea, riunite per veicolare le loro istanze con voce indipendente. Il gruppo, attraverso una pratica di ricerca collaborativa, lavora per il riconoscimento e la tutela delle professioniste e dei professionisti del settore, realizzando indagini specifiche e proponendo proposte concrete, sia nel contesto emergenziale, sia sul lungo termine.

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L’arte di uscire dalla crisi – Leggi le altre interviste