Home Blog Pagina 544

Le incognite dello smart work all’era del Covid-19

Typing laptop Business Man working with blank screen Planning Strategy Analysis Concept

Fra le questioni che l’emergenza Covid-19 sta ponendo ai lavoratori/trici e alle organizzazioni sindacali, vi è il problema del lavoro a distanza. All’interno di una crisi sistemica inedita, che sta già sconvolgendo l’economia reale e ridisegnando i rapporti di forza fra le filiere della catena del valore globale, si intravedono inedite insidie sul modo di lavorare. Fra i punti dell’accordo siglato sabato 14 marzo da governo, sindacati e Confindustria, si raccomanda che «sia attuato il massimo utilizzo da parte delle imprese di modalità di lavoro agile». Certo, lo smart work, il lavoro da remoto senza vincoli orari non è affatto una novità in sé, semmai sono le dimensioni e la tipologia dei lavoratori/trici implicati a fare la differenza con il passato: non più solo lavoratori cognitivi, tecnici, ricercatori, professionalità legate al capitalismo digitale o lavoratori occupati in settori “tradizionali” coinvolti nell’Industria 4.0. Nelle prossime settimane, con la parziale sospensione e riorganizzazione di molte attività produttive, solo in Italia milioni di lavoratori cominceranno a sperimentare nuove modalità di lavorare, di comunicare e di produrre.

È necessario che l’organizzazione sindacale vigili in modo attento sul rispetto delle norme che regolano lo smart work, specie sui limiti fissati dagli articoli 2, 3 e 4 dello Statuto dei lavoratori. L’articolo 4 contiene un principio molto rigoroso: l’installazione e l’uso di apparecchiature tecnologiche e di sistemi, come videocamere o software, in grado di controllare a distanza lo svolgimento dell’attività lavorativa del dipendente, non sono permessi salvo sia stato disposto da un accordo sindacale o via sia l’autorizzazione dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Tuttavia, ciò non significa che i datori non possano effettuare controlli sull’attività della forza-lavoro: sono consentiti, purché mirati, laddove vi sia un fondato sospetto che il dipendente stia commettendo illeciti con attrezzature aziendali.

Al di là dei problemi posti dal lavoro a distanza su privacy e sorveglianza, è l’intera organizzazione del ciclo lavorativo e produttivo a essere chiamata in causa. Secondo la responsabile di un’importante società, lo smart work consentirebbe «di conciliare più facilmente lavoro e vita privata, e di conseguenza anche un aumento della produttività. Serve soprattutto un cambio di mentalità che porti le imprese a dare fiducia al lavoratore e a valutarlo non più per la quantità di tempo passato a lavorare ma per gli obiettivi e i risultati raggiunti». Se un orizzonte più o meno imminente di “governance” della forza-lavoro verte sulla valutazione dei risultati, al di là e oltre il tempo di lavoro, si aprono scenari assai inquietanti, che mettono in forte discussione tanto la “misura” del lavoro, quanto la tenuta della tradizionale divisione tra tempo di lavoro e tempo di vita (già compromessa o di fatto resa più fluida in molte professioni). Smart work, invece di lavoro agile e intelligente, potrebbe infatti tradursi come lavoro senza fine, come estensione del tempo di lavoro non retribuito.

Il contesto emergenziale in cui siamo, giocoforza, immersi pone da subito questioni che l’organizzazione sindacale dovrà pianificare e fronteggiare, con nuove proposte e strumenti di contrattazione e di tutela, a partire dal diritto alla disconnessione, dal divieto di imposizione di smart work in caso di malattia e dal rispetto della privacy. Riassumendo il tutto con un acronimo ben conosciuto, si tratta di affiancare ai Dpi, i dispositivi di protezione individuale, i Dpid, i dispositivi di protezione digitali: la tutela della sicurezza, della salute psico-fisica della forza-lavoro non può più fermarsi ai luoghi fisici della produzione, ma deve estendersi ai nuovi modi di lavorare a distanza.

Un altro piano di grande importanza riguarda i comportamenti in questo periodo di isolamento domestico, soprattutto l’uso consapevole delle piattaforme online e dei social network, e la gestione dei dati personali e sensibili. Sarà fondamentale, nelle prossime settimane, vigilare affinché le politiche emergenziali messe in atto dagli stati non comprimano ulteriormente i diritti connessi all’uso della rete. Se il capitalismo della sorveglianza, come mostra Shoshana Zuboff, ha da tempo assunto dimensioni e poteri fuori controllo, è lecito attendersi che le grandi aziende si stiano già attrezzando per mettere a valore il caos provocato dalla pandemia. Un rilevante campo di conflitto potrà riguardare la raccolta, il trattamento e la gestione dei big data connessi al Covid-19. A causa del periodo di isolamento domestico e dei cambiamenti della vita quotidiana e sociale provocati dal “distanziamento sociale”, nelle prossime settimane l’utilizzo della rete in Italia avrà una forte crescita, e con esso l’uso intensivo dei social network.

A tal proposito, appare fondamentale sviluppare campagne specifiche di uso consapevole della rete, che veicolino pochi e semplici concetti. In primo luogo, è importante che gli utilizzatori limitino il più possibile la diffusione di informazioni personali e di dati sensibili (si pensi a tutto ciò che riguarda la salute), a maggior ragione nelle principali piattaforme private. In secondo luogo, sarebbe opportuno incoraggiare l’uso di piattaforme non proprietarie, basate sui principi della condivisione e del software libero. Terzo, anche per coloro che accedono alla rete usando in prevalenza i servizi delle grandi compagnie, è possibile ridurre il danno, ad esempio installando semplici software che limitano la profilazione e con ciò la raccolta di big data (Cfr. il collettivo Ippolita; su big data, tracciamento e alternative digitali etiche in rete ai tempi del Covid-19, qui un’utile guida.

Guardando alla gestione della pandemia Covid-19 in Cina, appare che l’uso delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, da parte dei centri decisionali, si è mosso in due direzioni principali. Da una parte, i principali colossi cinesi dell’high tech, su impulso e controllo delle autorità, hanno svolto una funzione fondamentale di monitoraggio e di contenimento del contagio, grazie all’impiego di tecnologie all’avanguardia. Dall’altra, l’invasività di tali strumenti apre scenari preoccupanti di sorveglianza generalizzata, solo in parte mitigati dal controllo statale su tali strumenti. Si pensi ad esempio al monitoraggio in tempo reale degli spostamenti individuali attraverso smartphone e Gps, all’implementazione delle tecnologie di riconoscimento facciale, allo sviluppo di software e applicazioni con funzioni di sorveglianza, al tracciamento delle transazioni finanziarie, al momento focalizzati sul contrasto dell’epidemia e sulla salute dei cittadini, ma il cui uso potrebbe essere presto destinato ad altre finalità.

In Occidente, invece, non si intravede una strategia univoca, e sembra anzi dominare una risposta frammentaria, isolazionista e non coordinata dei vari Stati di fronte al Covid-19. Una differenza essenziale con la Cina rispetto alla gestione della pandemia riguarda la preminenza o il monopolio del settore privato sul pubblico in molti servizi online essenziali, nella ricerca e nella sperimentazione delle tecnologie digitali. Ciò apre due questioni.
In primo luogo, in assenza di una strategia vincolata all’interesse pubblico, è grande il rischio che, approfittando del clima emergenziale a cui andiamo incontro, la macchina dell’accumulazione risponda unicamente ai propri interessi. Un esempio fra i tanti possibili: negli Usa Google sta approntando un sito web per determinare se le persone hanno bisogno di test. Quali garanzie, per i cittadini che ne facessero uso, che i loro dati personali non vengano estratti e utilizzati con finalità commerciali e/o di controllo, quando dovrebbe ormai essere noto che nessun servizio sul web è gratuito, ma si nutre dei nostri dati?

Alcuni grandi gruppi stanno già approfittando delle nuove opportunità che Covid-19 genera: si pensi solo all’industria farmaceutica e della sorveglianza o ai profitti attesi da un ciclo di distribuzione delle merci sempre più trainato dall’e-commerce, che trascina con sé forme di lavoro povere, precarie e de-regolamentate. In questo senso, un compito urgente è ripensare un ruolo centrale dello Stato e della programmazione pubblica nello sviluppo delle infrastrutture e dei servizi digitali.

In secondo luogo, ricollegandosi a quanto già argomentato rispetto alle insidie del lavoro a distanza, l’organizzazione sindacale, i delegati e i lavoratori/trici dovranno attentamente vigilare e lottare affinché le sperimentazione in atto sullo smart work non si traducano in una riduzione dei livelli occupazionali e in un peggioramento delle condizioni di lavoro. L’accelerazione dell’uso delle tecnologie digitali che la pandemia sta determinando porta con sé grandi incognite, riproponendo temi classici (fra tutti, l’uso capitalistico delle macchine e l’incremento dei ritmi di lavoro). Siamo probabilmente vicini a un cambio di paradigma, a cui occorre attrezzarsi, dal punto di vista sindacale e politico, aggiornando parole d’ordine – a partire dalla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – e strumenti.

Andrea Cagioni è un operatore e ricercatore sociale, Firenze

No, il virus non ci rende tutti uguali

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 15-03-2020 Roma Cronaca covid-19 coronavirus - appello per sfamare senza tetto Nella foto: senza tetto Photo Mauro Scrobogna /LaPresse 15-03-2020 Rome Home covid-19 coronavirus - Appel to support homeless people In the picture: homless in Rome

Mi si perdoni se esco per qualche minuto dalla retorica dello #stateacasa (a proposito, se potete restate in casa) e dal volemose bene che viene proferito da tutte le parti: non è vero che siamo tutti uguali e non è vero che il coronavirus sia una livella che rende i ricchi poveri e i poveri un po’ meno poveri. Anzi, stanno uscendo tutte le disuguaglianze con forza e questa smodata moderazione forse ci impedisce di vederle.

Ogni giorno mi arrivano decine di segnalazioni di persone che lavorano negli ospedali e non hanno presidi di sicurezza. Sono quei medici e quegli infermieri (ma ci sono anche i metalmeccanici, per dire, avete presente chi cura la manutenzione in un ospedale perché tutti funzioni?) che ogni piè sospinto vengono dipinti come eroi e che mi raccontano di lavorare in condizioni di sicurezza assolutamente precari. Ma se sono veramente i salvatori allora non sarebbero i primi da salvare? Si può aprire un dibattito su questo?

E poi ci sono i lavoratori, tanti, tantissimi, che mi scrivono continuamente testimonianze di situazione a dir poco feroci: persone che lavorano gomito a gomito e che vengono tutelati con qualche salvietta igienizzante, fabbriche che continuano a produrre come prima con la differenza di avere affisso qualche raccomandazione in bacheca. E poi ci sono le vessazioni. Vere e proprie vessazioni: fabbriche che offrono un bonus per chi non prende ferie e non prende malattia e soprattutto non rompe troppo le scatole con le norme di sicurezza; persone che hanno a che fare con decine di persone tutto il giorno, vis à vis, e che possono solo affidarsi alla buona sorte. Tutta gente ovviamente che se sta a casa perde il lavoro oppure semplicemente non viene pagata, non sopravvive. E i riders? Quelli che vi portano il cibo a casa? Quelli che vi consegnano i pacchi che avete ordinato su internet? Citofono, saluti, consegna, mancia. Tutto a stretto contatto, ovviamente. Per non parlare dei cantieri: nell’edilizia la sicurezza in molti casi era un miraggio già prima del coronavirus. A proposito: questo vale per i lavoratori regolari, chi lavora in nero non esiste e figurati se esistono i diritti.

Avete bisogno di una rappresentazione plastica delle disuguaglianze in questi giorni? Ci sono i senzatetto multati perché non stanno a casa: non hanno una casa, mangiano per strada, gli hanno chiuso le mense. E anche questa novità molto smart della scuola digitale si è persa un piccolo pezzo: c’è gente che non ha un computer, non ha una connessione internet, devono scontare questa loro colpa?

Insomma sarebbe il caso di parlare anche di diritti, oltre che di doveri, non trovate? Serenamente, responsabilmente ma non fingendo che tutto vada ben, no.

Buon lunedì.

I sommersi e i salvati nell’economia europea infetta

Per non rimanere, o anche solo credere di non rimanere sommersi occorre evidentemente un senso cinico della realtà. L’Italia è sommersa e il resto di Europa peggiora sempre più, seguendola. Prima la Banca centrale europea con Christine Lagarde non ha teso la mano; poi con il diffondersi dell’emergenza il governo europeo ha avuto un inevitabile rigurgito di coscienza, acconsentendo a spese fuori dal deficit e aiuti di Stato. E la Germania ha annunciato un suo piano di intervento per 500 miliardi da veicolare attraverso la KfW, la banca tedesca per lo sviluppo. Fare apparentemente da sé, per salvarsi. Per gli altri, si vedrà. E bisognerà ricordarsi delle parole e delle scelte della Lagarde, che rimarranno per cinismo e stoltizia: ha detto di non essere lì per ridurre le tensioni dello spread sui mercati e ha offerto solo strumenti vecchi e deboli per mali nuovi. Come se il contagio non riguardasse tutta l’Europa. Dove si adottano ormai provvedimenti sanitari prossimi o uguali a quelli italiani.
Nessuno dei sistemi sanitari europeo è adeguato, così come non lo è quello italiano, ad affrontare l’emergenza sanitaria di un virus che ammala di polmonite acuta il 20 percento dei contagiati e uccide i più vulnerabili, anziani e debilitati già da altri mali. In Europa i sistemi sanitari hanno da tempo introdotto espliciti o dissimulati criteri di selettività nelle cure, passati attraverso la riduzione della spesa sanitaria. Più di venti anni di riforme sanitarie, iniziate in Gran Bretagna e via via nel resto d’Europa. Incidendo specialmente sulla spesa ospedaliera, che ha dovuto ridursi a partire dai costi rilevanti per la cura dei malati acuti e per i servizi di emergenza. La Germania ha la maggiore, per così dire, dotazione di letti per cure intensive in Europa, 29 ogni centomila abitanti; circa la metà e anche meno gli altri Paesi. Le tre precedenti pandemie, ultima quella del 2009, non sono state sufficienti a far cambiare passo. Si dovrà fare. La resilienza di una collettività è largamente nel suo sistema sanitario, e non secondariamente in quella parte costosa ma essenziale destinata all’emergenza, per la quale il sistema privato non ha convenienza e della quale il sistema pubblico ha ritenuto di potersi alleggerire. Ora è la drammatica resa dei conti. Cui solo l’Inghilterra sembra volersi piegare scegliendo di fare poco o nulla, contando, senza alcuna certezza del contrario, di poter così ridurre le perdite economiche al prezzo di quelle umane.

Intanto i dati sulla diffusione del virus in Europa sono tristemente eloquenti ma non confrontabili. Nel senso che nessuno si è affannato come invece ha fatto l’Italia a cercare il virus ovunque; ed i dati sui decessi, diversamente dall’Italia, non sembrerebbero sempre includere nel numero dei morti da virus quelli affetti anche da altre patologie concorrenti. Il 20 febbraio i contagiati in Germania erano 16, in Francia 12, in Inghilterra 9. In Italia solo 3. Poi tutto è cambiato. Per i virologi a quella data lo sciame virale era già in Europa e apparentemente più in Germania che altrove. L’Italia è diventato il vero malato. Ora la Spagna e la Francia. Prima si avvertiva in Europa l’idea che l’Italia avesse ecceduto nelle misure sanitarie, fino all’estrema serrata del Paese. Adottando provvedimenti economicamente disastrosi. E andando oltre le possibilità del suo sistema sanitario, ostinatamente universalistico senza averne i mezzi. Salva la esemplare capacità e abnegazione che il suo personale medico e paramedico sta dimostrando oltre ogni immaginabile misura. Per sovrappiù, il sistema sanitario italiano non è uno, sono venti. E’ il federalismo sanitario al quale ancora manca la fondamentale definizione dei livelli essenziali di prestazione. Ed in cui i sistemi migliori per efficienza non si differenziano significativamente dai peggiori per numero di dipartimenti di emergenza sul totale delle strutture ospedaliere, che è in media del 55 percento: con il 42,9 in Lombardia ed il 40,3 in Calabria, il 70 in Veneto ed il 22 in Puglia, ultima in Italia; sono in media 8,42 per centomila abitanti i letti per terapia intensiva; e sono in media 2,9 ogni mille abitanti i letti per acuti tra privato e accreditato: al meglio 3,6 in Molise e al peggio 2,5 in Calabria, 3,1 in Lombardia. Questi i numeri della sanità alleggerita, che si fa drammatica in emergenza. In Italia come nel resto d’Europa. E poi venti governatori delle rispettive regioni e sanità che hanno affrontato inizialmente l’epidemia ciascuno per suo conto senza un necessario coordinamento, in un profluvio di numeri opportunamente diffusi ma troppo spesso interpretati senza scientificità: così abbiamo avuto stime di mortalità calcolate come medie insensate tra numero di contagiati e decessi, laddove il numero dei contagiati è ovviamente molto più ampio di quello verificato, senza considerazione della incidenza per età, fino alla vanità dei 240.000 morti stimati da una fondazione e diffusi giornalisticamente. Ma va detto che malgrado l’iniziale dannosa confusione e le indecisioni e gli annunci, aver misurato diffusamente l’epidemia e aver reso pubblici i numeri è stata una scelta di grande merito e trasparenza. Mentre fuori d’Italia i numeri dell’epidemia circolavano, e in parte ancora circolano, in misura molto controllata, anche opaca. E comunque cresceranno.

Gli effetti economici globali sono già evidenti, certo già più per l’Italia. Gli effetti della pandemia del 2009 furono riassorbiti in un anno. L’attuale non ha paragone. Le stime molto prudenziali sulla riduzione del PIL italiano sono al minimo del 3 percento. Con un settore, quello del turismo, che è generalmente debole di liquidità e frammentato, e perciò particolarmente esposto in una crisi che lo coinvolge totalmente e che per quest’anno approssimerà allo zero i profitti ma non i costi. Ed in generale la liquidità è un problema diffuso nelle piccole imprese, inadeguate a fronteggiare una crisi profonda e prolungata. Occorreranno interventi ampi e diversamente commisurati alla specificità dei settori più colpiti. E l’Europa dovrà decidere se ostacolare o favorire questi interventi. I salvati, che saranno solo i meno sommersi, dovranno compiere azioni certo diverse da quelle annunciate da Lagarde: incredibilmente non è stata adottata nessuna riduzione del tasso di interesse, solo una facilitazione nei criteri di accesso da parte di piccole e medie imprese ai finanziamenti bancari (TLTRO) e un ulteriore quantitative easing per 120 miliardi. Questi non sono provvedimenti che possono fronteggiare una crisi della portata di quella solo iniziata. Si dovrà rivedere a fondo l’ortodossia delle regole di bilancio, che ha quantomeno ritardato la risalita dalla crisi del 2008, e si dovrà lasciare ai singoli stati una maggiore libertà di azione, per quanto finalizzata e pianificata, ben oltre l’annunciata sospensione del patto di stabilità. Perché non tutti hanno a disposizione una banca pubblica per gli investimenti come quella tedesca, che può operare fuori del bilancio pubblico. L’alternativa sarebbe nella tentazione di trattare i più sommersi come si è fatto a suo tempo con la Grecia.

L’impegno di Vittorio Gregotti per un’architettura dal volto umano. Addio a un maestro

Maestro del modernismo, Vittorio Gregotti  difendeva l’architettura che non perde di vista l’umano e resiste alla speculazione capitalistica e finanziaria.  A 92 è il decano dell’architettura  è morto oggi a Milano a causa di una polmonite da coronavirus.  Invitando a rileggere i suoi libri e ad approfondire il suo impegno, lo ricordiamo con questa intervista apparsa su Left nel 2010

 

In Tre forme di architettura mancata, da poco uscito per Einaudi, il decano dell’architettura Vittorio Gregotti scrive che l’architettura dei nostri giorni rinuncia al disegno. E così facendo, rinuncia a incidere nel presente. “In questo libro ho tracciato un quadro critico della situazione. Detto questo, non è che manchino buoni architetti, capaci di buone proposte. Ma il fatto è – sottolinea Gregotti – che i nomi di maggior successo oggi sono i più coerenti con la situazione politica mondiale, ovvero con il trionfo della globalizzazione e del capitalismo finanziario. Tutto questo fa dell’architettura solo un’illustrazione dei valori dominanti. Io ho sempre pensato che rinunciando alla distanza critica dalla realtà non si possa costruire alcun tipo di pratica artistica; questa è la riconferma.

Sulla scia del suo intervento al convegno “Idee italiane”, la mondializzazione in architettura è colonialismo o uso positivo delle differenze?
Non solo è un nuovo colonialismo ma è un nuovo autocolonialismo. Guardi un Paese emergente come la Cina: non fa che assumere tutti i caratteri di questa nuova condizione, a cominciare dal consumismo. Rinunciando così alla propria cultura. E, si sa, quando la differenza diventa minore c’è meno interesse reciproco. Bisogna che le persone siano diverse perché ci sia interesse a parlare.

Parlando di immagini in architettura, lei scrive che «l’immagine è forma del pensiero e non solo forma esteriore». Allora Platone aveva torto?
Ma scusi… la crisi della metafisica del linguaggio è una cosa di cui tutta la filosofia contemporanea parla! La considerazione che facevo in quelle pagine è che la proposizione da cui partire dovrebbe essere “io immagino”, non “io sono persuaso che”, o peggio “io credo”. L’architetto ha una prassi dotata di poiesis; disegnando formula un’ipotesi concreta. E qui torniamo all’inizio: il disegno è un progetto di modificazione della realtà, non mimesis. Davanti al foglio bianco o alla tela qualcosa può accadere, qualcosa che ancora non c’è e che si propone in un’opera che ha un’unità di forma e di senso. La flessibilità aperta della forma ha a che fare con la prelogicità dell’“io immagino”.

Contestando il privilegio della parola che da Platone a Sant’Agostino è sempre stata divina, lei rivendica l’importanza di un linguaggio delle immagini più creativo?
Certo, ma bisogna intendersi sulla parola immagine. Il fatto è che oggi, perlopiù, per immagine s’intende la riproduzione di cose e non la produzione. Le cose posseggono un’immagine, comunicano un significato che poi magari cambia nel tempo. Accade spesso che una persona che guarda un’opera le attribuisca significati diversi o ulteriori. Fa parte della capacità delle opere d’arte di essere sempre se stesse e di comunicare sempre nuovi messaggi.

Anche il termine creatività meriterebbe una riflessione più approfondita?

Qui il problema è l’inflazione del termine. Il suo svuotamento di significato. Oggi sono tutti creativi. Perfino la finanza è diventata creativa. In questo modo la prola perde la sua specificità. Che uno debba avere delle idee. essere inventivo, va bene, ma è cosa diversa se uno fa il brevetto di un tappo o, per dire, scopre che gli atomi hanno certe caratteristiche di mobilità. Sono due livelli differenti di capacità di indagine. E’ così anche in arte. E’ in questo ambito di artisticità diffusa e propagandistica che si assiste al passaggio della nozione di disegno ( in quanto progetto)a quella del design, in quanto packaging dell’oggetto in funzione del suo consumo.

Alla carenza di creatività si risponde con l’estetica da kolossal e la spettacolarizzazione?

E’ quella che io chiamo la logica del “bigness”. è la riduzione dell’arte e della cultura allo stupore. Certa architettura di successo fa sua la sfida quantitativa del gigantesco, del fuori scala, del mostruoso perché non ha rapporto con il contesto in cui è inserito. è proprio questa una delle tre forme di architettura mancata contro le quali ho scritto il mio libro.

*

Da left-avvenimenti del 15 ottobre 2010

Contro la fine dell’architettura l’impegno di Vittorio Gregotti

Decano del modernismo, Vittorio Gregotti ha anche scritto importanti libri contro il nuovismo forzato delle post metropoli (Contro la fine dell’architettura, Einaudi, 2008 e Architettura e postmetropoli, idem 2011, solo per fare due esempi), nel libro Il possibile necessario (Bompiani) denunciava dello spaesamento che provoca la visione di città sempre più omologate e senza volto, contrassegnate dagli inconfondibili segni delle solite archistar, che fanno somigliare Pechino a Dubai e Hong Kong a Londra. «Archistar giramondo hanno acquisito quello che sembra un controllo totale, un’onniscenza incondizionata e un’autorità suprema, eppure la loro opera non ammonta a quasi nulla. Si sono volontariamente relegati in uno strato claustrofobicamente sottile della produzione totale», ha commentato Carlo Ratti, rilanciando la critica di Gregotti, che da parte prende di mira un’architettura esibizionistica che produce invivibili e giganteschi ready made.

«Degradando a kitsch ogni ricerca di senso e di verità e rendendo forse impossibile qualsiasi riflessione profonda di impegno politico». Ma non è tanto questa comune pars destruens del lavoro di Gregotti a colpire la nostra attenzione, quanto la parte propositiva che si traduce in un appassionato canto a favore di quell’architettura che non ha perso di vista l’umano e che sa valorizzare e rinnovare la tradizione. Rivalutando l’antica esperienza artigiana intesa come ars, ovvero come saper fare e non di rado senza alcuna “griffe”. «Gran parte dell’edilizia corrente o minore è stata per secoli prodotta, in quanto manufatto, da processi spontanei di autocostruzione o di produzione artigiana, secondo regole di lunga tradizione, guidate sia nella tipologia che nel principio insediativo, dall’accettazione costitutiva del disegno della città», scriveva Gregotti, evocando l’atmosfera e l’artisticità della architettura vernacolare, facendoci pensare all’immagine invisibile, latente, variegata eppure armonica, che lasciano intuire certe città medievali.

(Simona Maggiorelli)

Cari studenti vicini e lontani

È la prima volta che accade nella storia della Repubblica: scuole e università chiuse. Una necessità per contrastare la diffusione del coronavirus. Di fronte alla sospensione delle lezioni fino al 3 aprile e di fronte all’attivazione delle «modalità di didattica a distanza» per gli otto milioni di studenti che rimangono a casa, come hanno reagito i docenti? Left ha compiuto un breve viaggio da Nord a Sud della penisola raccogliendo idee e storie che testimoniano ancora una volta quanto sia vitale il mondo della scuola.

A Lodi, in piena zona rossa dal 23 febbraio, Paolo Latella, professore di informatica all’Istituto tecnico economico A.Bassi e segretario regionale Unicobas, non esita a dire che «siamo in uno stato di guerra». «In questo momento bisogna stringere i denti – continua – e supportare anche psicologicamente i nostri studenti, loro hanno bisogno di noi. E l’unico mezzo che hanno per dialogare con noi è attraverso i mezzi informatici». Tra le prime reazioni sull’uso della tecnologia digitale per la didattica a distanza, va detto, ci sono state anche quelle di chi si è mostrato preoccupato per la piega che avrebbe potuto prendere la scuola: i prof come tutorial, le multinazionali della rete al potere ecc.

«È chiaro che l’empatia che si crea in classe non può essere sostituita definitivamente da un mezzo informatico, il rapporto tra insegnante e studente in classe è fondamentale», sottolinea Latella. Il quale però da settimane sta attivando la didattica a distanza attraverso Google Meet per le lezioni frontali, e anche attraverso il suo blog, in cui già da prima dell’emergenza scaricava appunti e materiali a cui i ragazzi possono attingere per svolgere i compiti a casa. «Paradossalmente anche l’uso di questi strumenti dimostra che è l’insegnante che deve gestire tutto e che quindi non si può sostituire con un video registrato su Youtube», conclude Latella.
Ma a volte l’impegno degli insegnanti si scontra con la realtà delle diseguaglianze sociali, come sottolinea una prof di Firenze…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Cosa ci dice oggi un classico come ”La peste”

«È ragionevole descrivere una sorta d’imprigionamento per mezzo d’un altro quanto descrivere qualsiasi cosa che esiste realmente per mezzo d’un’altra che non esiste affatto». Questa frase di Daniel Defoe è l’epigrafe scelta da Albert Camus per il suo La peste, tornato prepotentemente alla ribalta con l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus. Emergenza che rischia di determinare situazioni drammatiche in grado di richiamare, in più aspetti, gli stessi scenari spettrali architettati a metà degli anni Quaranta dallo scrittore algerino che non scomodiamo certo a fini di profilassi medica. La rilettura di un classico, infatti, indipendentemente dall’argomento trattato, offre sempre una visione della realtà sotto prospettive nuove e diverse e, allo stesso tempo, mette alla prova l’attualità del romanzo e la sua rispondenza all’assunto per cui un’opera si dice tale proprio per la forza con cui, attraverso il particolare descritto, è in grado di parlare di qualcos’altro.

Tutti d’accordo che la peste raccontata da Camus nel suo secondo romanzo, pubblicato da Gallimard nel ’47, non sia semplicemente una malattia epidemica. Rappresenta forse il Male? Decisamente no. Albert Camus non crede alla bugia dell’essere umano con il Male dentro, il Male con la maiuscola. «…ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare». La peste è sempre stata letta come metafora della Seconda guerra mondiale, sciagura che travolge l’Europa a ventidue anni di distanza dallo scoppio del primo conflitto capace di rendere orfana di padre, soprattutto nell’Algeria francese, gran parte della generazione di Camus. Ciò perché come dice l’autore stesso: «il bacillo della peste non muore né scompare mai…».

Nell’agosto del ’42, egli annota su I taccuini: «Peste. Impossibile arrivare alla fine. Troppi “imprevisti” stavolta nella redazione. Bisogna rimanere strettamente aderenti all’idea. Lo Straniero descrive la nudità dell’uomo davanti all’assurdo. La peste la equivalenza profonda dei…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Yìdàlì jiāyóu! Dai Italia! È il messaggio da Wuhan

WUHAN, CHINA - MARCH 10: (CHINA OUT) Medical professionals pose for photos as the last batch of COVID-19 patients are discharged from Wuchang Fang Cang makeshift hospital on March 10, 2020 in Wuhan, Hubei province, China. As the number of Coronavirus patients drops, the city has closed 14 temporary hospitals. (Photo by Stringer/Getty Images)

Lombardia chiama Wuhan. La ruota del contagio è girata. Dopo settimane nelle quali osservavamo gli avvenimenti cinesi a distanza, come fossero la Siria – appunto -, pensando che Wuhan era lontana e “quelle cose” da noi non accadono, ecco che poco a poco l’epidemia è arrivata alle nostre porte, nel nostro condominio. Per la prima volta, tutta l’Italia si trova in una emergenza senza precedenti, in cui l’unica richiesta da parte delle autorità è restare in casa, evitando spostamenti. E allora in tanti hanno ripreso a parlare di Wuhan e delle misure draconiane lì immediatamente adottate per il contenimento a casa di decine di milioni di persone. Sembrava impossibile arrivare a tanto. Eppure, adesso anche qui da noi, passo dopo passo, si reclamano a più voci misure ancora più stringenti.

Ci troviamo fra Scilla e Cariddi. Alla medicina si deve ubbidire, le scelte del chirurgo o del virologo non si trattano, si eseguono e basta. Ma le nostre libertà? E l’economia? Molti dicono che in Cina sono stati capaci di compiere queste scelte grazie al loro sistema politico. Il segreto è stato nel controllo capillare della popolazione, grazie alla tecnologia. Una funzione dell’onnipresente applicazione WeChat ha consentito di controllare in modo eccezionale ogni minimo spostamento della popolazione, consentendo così di rintracciare gli spostamenti di centinaia di milioni di persone. Seguendo gli infettati e potendo quindi raggiungere tutte le persone che erano entrate in contatto con loro.

Quanto sarebbe stato bello poterlo avere a Codogno! Eppure, tutto questo ha un costo sociale impensabile, ha il prezzo di…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Un continente isolato e con il fiato sospeso

View of University Hospital Fanni in Dakar, Senegal, on March 6, 2020. Four people have been tested positive to the coronavirus,Covid-19 in Senegal. Some of the infected people are in the university hospital of Fann in Dakar (Photo by Jerome Gilles/NurPhoto via Getty Images)

Dopo aver diffuso morte, paura in Cina, Europa e Medio Oriente, il coronavirus (Covid-19) potrebbe diffondersi anche nel continente africano? È questo l’interrogativo che da circa due settimane analisti e rappresentanti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) si stanno ponendo con insistenza. Michel Yao, responsabile per l’area africana dell’Oms, lo scorso mese ha lanciato l’allarme ricordando che molti Paesi in Africa hanno sistemi sanitari deboli e scarsi fondi necessari a bloccare un’eventuale epidemia.

Al momento i casi positivi al coronavirus sono qui una novantina: gli stati colpiti sono Algeria, Sud Africa, Senegal, Tunisia, Togo, Cameroon, Nigeria e Marocco. In Egitto, 55 i contagiati, si è registrata anche l’unica vittima. La prevenzione, partita a inizio febbraio, sembra aver funzionato. L’Africa Cdc (Centres for disease control and prevention) ha avviato le sue operazioni di contrasto al virus subito: «L’arrivo del Covid-19 era inevitabile perciò come Africa Cds, insieme ai membri dell’Unione Africana e ad altri partner, stiamo lavorando e investendo nella preparazione e nella risposta alla malattia» ha detto a febbraio il direttore dell’organizzazione John Nkengasong. Training sono stati condotti a Dakar (Senegal) e a Nairobi (Kenya).

Qui, 40 partecipanti provenienti da nove Paesi del continente si sono…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Vittorio Agnoletto: L’emergenza dimostra che delegare la sanità ai privati è un errore

I medici di base sono diventati inutili, era questa la tesi sostenuta la scorsa estate da un sottosegretario leghista del governo Conte I, e invece oggi sono il primo argine alla diffusione del coronavirus. L’efficienza della sanità privata è ineguagliabile, dicevano a turno molti cantori del liberismo, e invece di fronte a questa emergenza diventa palese il disastro dei disinvestimenti nel Sistema sanitario nazionale (Ssn). L’autonomia regionalizzata in ambito sanitario garantirà servizi di maggior qualità, di questo hanno provato a convincerci (e continuano a farlo) destre e parte del centrosinistra, e invece il procedere in ordine sparso delle Regioni per fronteggiare il contagio mostra quanto sarebbe necessaria una regia nazionale per tutelare la salute dei cittadini.

Quelle elencate sono solo alcune delle contraddizioni messe a nudo dall’epidemia contro cui l’Italia sta lottando. Essa ci fornisce insegnamenti preziosi che non potranno essere dimenticati ad emergenza finita, e che indicano quale dovrebbe essere la via per un potenziamento della sanità che consideri davvero la salute come un «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività».

Ne abbiamo parlato con Vittorio Agnoletto, medico del lavoro, ex presidente Lila, docente di Globalizzazione e politiche della salute alla Statale di Milano, membro della direzione di Medicina democratica e conduttore a Radio popolare della trasmissione 37 e 2.

«Il coronavirus ha messo a nudo in un tempo brevissimo la…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Coronavirus, Uaar: Roma chiusa, chiese aperte. In barba alla salute pubblica e alla legge

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 12-03-2020 Roma Cronaca Coronavirus - Le strade di Roma deserta per l'emergenza Coronavirus. Nella foto Piazza Navona Photo Roberto Monaldo / LaPresse 12-03-2020 Rome (Italy) news The streets of Rome empty for Coronavirus EmergencyIn the pic Piazza Navona

«Sembra proprio che di indipendente e sovrano sul suolo di questo Paese ci sia solo quello Stato nello Stato che è la Chiesa. Che non esita a contravvenire a provvedimenti sanitari che valgono per i comuni mortali. E, peggio ancora, che di fatto istiga a commettere reati e a mettere in pratica comportamenti contrari alla tutela della salute pubblica e in particolare delle persone più deboli. Il presidente della Repubblica è stato chiaro: “L’’Italia sta attraversando una condizione di difficoltà” e “nel comune interesse” non si aspetta “mosse che possono ostacolarne l’azione”. Perché dunque Mattarella non rivolge lo stesso monito alla Santa Sede?».

Così Roberto Grendene, segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), in merito alla decisione del cardinal vicario di Roma, Angelo de Donatis, che ieri ha revocato il decreto di chiusura delle chiese parrocchiali della capitale.

«Non si capisce peraltro quali spazi vi siano nel decreto per l’apertura delle parrocchie», prosegue Grendene: «All’articolo 3 c’è scritto che “sono sospese le attività inerenti i servizi alla persona (fra cui parrucchieri, barbieri, estetisti) diverse da quelle individuate nell’allegato 2”, e le chiese non ci sono. Sarei poi curioso di sapere come funziona l’autocertificazione per chi dichiara di voler andare in parrocchia: non mi risulta che tale spostamento sia giustificabile con “comprovate esigenze lavorative”, “situazioni di necessità”, “motivi di salute” o “rientro presso il proprio domicilio”».

«Il Concordato e la sua allegra applicazione mettono insomma a repentaglio la salute degli italiani. Tutele speciali e margini di libertà privilegiati alla Chiesa costituiscono una violazione del principio di laicità e dell’uguaglianza di tutti i cittadini: il governo – conclude Grendene – imponga la chiusura delle chiese e denunci unilateralmente il Concordato inverando l’articolo 3 della Costituzione. Siamo tutti differenti, ma ci devono essere garantiti gli stessi identici diritti. E ovviamente anche gli stessi identici doveri».