Home Blog Pagina 545

Apriamo gli occhi su una realtà, non semplice ma vera

Foto Claudio Furlan - LaPresse 27 Febbraio 2020 Piacenza (Italia) Cronaca Tensostruttura davanti al Pronto Soccorso dell Ospedale di Piacenza per far fronte all emergenza CoronavirusPhoto Claudio Furlan - LaPresse 27-02-2020 Pieve Fissiraga (Italy) NewsStructure in front of the Emergency Department of the Piacenza Hospital to deal with the Coronavirus emergency

Mentre scrivo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha appena terminato la conferenza stampa con la quale ha annunciato l’estensione che delle norme limitanti la circolazione delle persone a tutta la Penisola che diviene zona protetta in toto. La decisione è assolutamente condivisibile in quanto in linea con i numeri di oggi di diffusione del virus e che fa una maggiore chiarezza sulla situazione e su quanto sia importante seguire le indicazioni per rallentare l’avanzata del Covid-19.

Quanto più la politica darà retta agli scienziati e ai medici e quanto prima risolveremo questa situazione di crisi. Questo decreto segue quello uscito nella notte di sabato scorso che estendeva la zona rossa a tutta la Lombardia e a altre 14 provincie di Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Marche a cui erano seguite non poche polemiche. Infatti a seguito di una fuga di notizie prima che il provvedimento venisse reso effettivo alcune persone hanno deciso di andarsene altrove prima che gli fosse impedito loro di farlo. Su come sia avvenuta la fuga di notizie oggi si sono scontrati la Cnn che ha dichiarato di essere stata informata dall’ufficio stampa della Regione Lombardia e lo stesso ufficio che ha negato categoricamente il fatto.

Ma al di là di questo mi è stato chiesto come siano interpretabili dei comportamenti così pericolosi per la salute propria e collettiva di chi ad esempio è salito su un treno a Milano per raggiungere la propria famiglia in Puglia. Questi episodi hanno scatenato l’indignazione generale sia a livello nazionale che internazionale (vedi il New York Times) e gli autori sono stati descritti come furbetti incoscienti che, incapaci di attenersi a basilari norme di buon senso, quasi per gioco hanno trasgredito alle restrizioni per andare a portare il morbo ai loro parenti lontani. Per quanto probabilmente vera per alcuni casi mi sembra che però questa impostazione presenti delle lacune. A mio avviso non possiamo prendercela con i ragazzi che hanno partecipato alla movida il sabato sera cercando pure di farli sentire in colpa di mettere a rischio la salute dei nonni. In queste situazioni ci sarà pure chi ha avuto un comportamento fatuo ma non possiamo non considerare le responsabilità della stampa e della politica. La sensazione è che ci sia stato un sottaciuto, un non detto che…

Luca Giorgini è psichiatra e psicoterapeuta

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Salute pubblica first, il neoliberismo ha fallito

A man walks through the empty hall of Terminal II at the airport in Munich, Germany, Friday, March 13, 2020. Due to the Coronavirus a large number of flights have to be cancelled. For most people, the new coronavirus causes only mild or moderate symptoms, such as fever and cough. For some, especially older adults and people with existing health problems, it can cause more severe illness, including pneumonia. (AP Photo/Matthias Schrader)

In un momento così drammatico e incerto, è difficile scrivere di economia. Il pezzo va inviato ed impaginato rispettando i tempi della tipografia e arriva al lettore alcuni giorni dopo, quando la situazione potrebbe essere molto diversa. Ecco, forse per discutere di economia dovremmo partire proprio da questa parola: incertezza.
In una situazione troppo confusa posso attendere la settimana successiva per decidermi a scrivere il mio articolo, ma se, in un contesto di incertezza generalizzata, un numero consistente di imprenditori, consumatori e famiglie rimandano le proprie decisioni perché il futuro è troppo incerto, l’economia si blocca. Anche se i soldi fossero sempre a disposizione sui conti delle famiglie e delle imprese, anche se le strutture produttive fossero perfettamente funzionanti e i lavoratori pronti a entrare nelle fabbriche, il rinvio delle spese implica nell’immediato redditi ridotti per chi produce quelle merci, non venendo esse più acquistate. L’attività economica allora si contrae, le aspettative peggiorano ulteriormente e si genera una crisi.

Nella sostanza la paura della crisi può essere essa stessa la causa della crisi. Al di là di quello che può succedere oggi – quando all’incertezza soggettiva si aggiungono gravi circostanze oggettive – abbiamo qui un nodo teorico fondamentale, che differenzia la teoria neoliberista da quella keynesiana. La prima crede nella stabilità dei mercati, la seconda sottolinea l’incertezza e l’instabilità dell’economia capitalistica. La prima pensa di conseguenza che gli automatismi del mercato debbano governare l’economia, la seconda che per evitare crisi e disoccupazione siano necessarie politiche pubbliche di stabilizzazione.

Seguire la prima tesi, come è stato fatto negli ultimi decenni, ha avuto conseguenze di enorme portata sui nostri sistemi sociali ed economici: in Europa i governi hanno adottato vincoli di bilancio e rinunciato alla sovranità monetaria, mentre in tutto il mondo si è pensato che i mercati potessero sviluppare strumenti autonomi per proteggersi dall’incertezza. Anche da qui ha avuto origine quell’immensa mole di titoli derivati che ha generato la crisi del 2007-2008: il rischio individuale, trasferito a livello sistemico, ha prodotto il crollo. Quella crisi ha mostrato…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Semmelweis

La storia di Semmelweis è la storia di un eroe. Fu il medico che comprese, senza usare un microscopio, per pura deduzione logica, che la malattia nota allora come febbre puerperale veniva trasmessa alle donne dalle mani dei medici che avevano appena fatto le autopsie. Infatti non era prevista alcun tipo di sterilizzazione per le mani dei medici che passavano tranquillamente dalla sala settoria alla sala parto.

Semmelweis fu un genio quando comprese che era necessario fermare le particelle cadaveriche, quel qualcosa di invisibile che si trasmetteva dal cadavere alla puerpera. Non esisteva il microscopio. Semmelweis non sapeva che quelle che lui chiamava «particelle cadaveriche» erano batteri che infettavano le partorienti portandole alla morte. Lo capì quando vide che un suo collega morì in modo del tutto analogo alle puerpere essendosi qualche giorno prima ferito durante un’autopsia.

Semmelweis salvò le donne quando pensò che per eliminare le particelle cadaveriche era necessario obbligare tutti quelli che entravano nel padiglione delle puerpere a lavarsi le mani. Aveva ragione. Le donne non morivano più. Non c’erano più le sepsi. La bacinella di Semmelweis aveva salvato le donne e tutti noi. Quell’intuizione fu alla base dei lavori di Koch, Pasteur e Fleming. Di fatto ci hanno permesso di non preoccuparci più delle malattie virali o batteriche.

Tutte le malattie terribili che hanno sterminato popolazioni intere e flagellato la storia dell’essere umano sono state comprese e risolte, con gli antibiotici e i vaccini, grazie ai lavori fatti da questi quattro geni dell’umanità. Sono passati quasi cento anni dalla scoperta della penicillina e poco più da quella del vaccino. Ma ormai siamo abituati a pensare che quel problema non esista più. Mai. Le malattie di origine sconosciuta, contro cui l’essere umano non ha armi, sembravano una cosa ristretta a luoghi lontani e isolati nel tempo e nello spazio. I virus invisibili non ci facevano più paura. La società moderna è stata resa libera di pensare di essere immortale.

Da solo tre settimane l’Italia sta affrontando l’epidemia scatenata da un virus nuovo e terribile. Non abbiamo vaccino. Non siamo più invulnerabili. E questo è qualcosa che non riusciamo a pensare. La nostra società non comprende un cambio di paradigma così radicale in così poco tempo. Il virus è invisibile ma i suoi effetti sono ben visibili. E quello che vediamo è che la risposta dei governi, delle aziende, ma anche delle persone tarda ad arrivare.

In molti casi, per non dire sempre e ovunque, anche di fronte all’evidenza, c’è stata una risposta fatua e anaffettiva. Come se il problema di questo virus riguardasse sempre qualcun altro. Come se “tanto a me prende in forma lieve, riguarda solo i vecchi e malati”. Come se i vecchi e i malati fossero meno umani degli altri perché vecchi o malati. Tante persone vivono questi giorni con una paura terribile. E io mi metto tra questi. Ma la paura io credo non sia del virus di per sé. Quello di cui abbiamo terribilmente paura è qualcos’altro che questo virus ha messo a nudo.

Questo virus mette a nudo la violenza della nostra società. Violenza che si esprime con una fatuità di comportamenti che dicono di una totale anaffettività e disinteresse per gli altri e per sé stessi. Di totale mancanza di amore per gli altri. Di persone che pensano a fare la movida degli aperitivi e dei rave party. Di aziende che invitano ad andare in vacanza malgrado l’epidemia. Di trasmissioni che parlano di “cosa dicono le stelle del coronavirus”. Ma è anche realizzare che il mondo in cui viviamo è un mondo ideale che non ha rapporto con la realtà.

Un mondo in cui si privilegia la macchina economica alla salvezza delle persone. In cui si pensa che una malattia pericolosa come questa non giustifichi di fermare le attività economiche perché si perdono soldi. È difficile aprire gli occhi. È difficile comprendere che siamo esseri umani. È difficile pensare che tutte le meravigliose e mirabolanti certezze del mondo occidentale possano essere messe in crisi da un minuscolo virus invisibile. Qualcosa al limite dell’inanimato, dato che il virus non è vivo, e che fluttua nell’aria, che può nascondersi nel sorriso o nel bacio di qualcuno. Qualcosa contro cui non possiamo fare niente se non confidare nelle nostre difese immunitarie e nei medici del sistema sanitario che ci assistono.

È difficile comprendere che ci sia chi pensa che tutto questo non lo riguardi. Mai. L’epidemia di coronavirus si propaga ad una velocità terribile. Se non controllata in qualche modo raddoppia il numero dei contagiati in 2,5 giorni circa. Questo significa che il numero di contagiati in 5 giorni è 4 volte tanto quello iniziale, in 7,5 giorni è 8 volte, in 10 giorni è 16 volte tanto.

Questi numeri così piccoli diventano enormi in un tempo brevissimo. Perché in 20 giorni il numero dei contagi arriva a 256 volte e in 30 giorni a 4.096 volte. Oggi, quando scrivo, siamo a circa 8.514 contagiati. Tra 30 giorni, se non si fa nulla, si arriva a 8.514 x 4.096 che fa 34 milioni di contagiati. È quello che in matematica si chiama una crescita esponenziale. Una crescita che è la più potente che esiste in natura ed è tipica di questi processi infettivi. Questa crescita è ciò che può devastare il nostro sistema sanitario e, questo sì, anche la nostra economia. L’unica cosa che la può fermare è impedire il contagio. Fare in modo che ogni paziente non ne infetti più di uno. Per fare questo è necessario allontanare le persone tra loro.

Da un giorno, quando scrivo, l’Italia è in lockdown. Si è cioè fermata. È necessario rallentare la velocità di propagazione e poi fermarla. Ma per fare questo è necessario impedire alle persone di incontrarsi. È necessario fermare il sistema quasi completamente. È necessario usare il sistema che si sono inventati i veneziani per sconfiggere la peste, la quarantena. Qualcosa di inimmaginabile per il sistema occidentale. Qualcosa di impossibile da pensare. Tanto è vero che il lockdown italiano, così come quello cinese, che si è rivelato perfetto, vengono ancora oggi visti dagli altri Paesi come una assurda soluzione ad un non-problema, pur avendo poche settimane di tempo prima di trovarsi nella stessa nostra situazione di oggi.

I tedeschi, i francesi, gli spagnoli e gli inglesi. Gli americani. Nessuno si preoccupa veramente dell’effetto che può avere questa epidemia sulla popolazione in termini di mortalità complessiva. La ragione che prevale è sempre quella del sistema che non si può fermare. Anche se questo significa centinaia di migliaia se non milioni di morti. Allora viene da pensare che quei ragazzi che fanno l’aperitivo sui navigli incuranti del pericolo a cui espongono i propri parenti e conoscenti, o quelle tante persone che “se ne fregano” perché tanto a loro non viene, siano gli interpreti del pensiero nascosto della società occidentale.

Un sistema che si è “dimenticato” o meglio ha annullato, nel senso di averlo fatto scomparire come se non fosse mai esistito (secondo quanto teorizzato da Massimo Fagioli in Istinto di morte e conoscenza) ciò che dovrebbe costituire il senso vero e profondo della società stessa: l’essere umano. E viene da pensare anche che quella fatuità sia un attacco a chi, dall’altra parte invece, ci dice chi siamo.

Gli infermieri, i medici, le strutture sanitarie stanno lavorando in un modo che fa venire le lacrime agli occhi solo al pensiero, senza fermarsi mai, come fossero un muro fatto di sacchetti di sabbia che cerca di fermare uno tsunami… e ciononostante continuano e insistono… perché ogni paziente, ogni persona, ogni essere umano è importante. E deve essere salvato. E se non ci si riesce si passa subito al successivo. Perché ogni persona deve essere salvata.

Loro sono quelli che ci ricordano quello che siamo. Sono quelli a cui oggi e nel futuro dovremo essere per sempre riconoscenti. Ci ricordano che la nostra realtà di esseri umani è essere in rapporto con gli altri. Volere il bene dell’altro. Volere che l’altro sia e che sia libero di realizzare sé stesso. Sapere di essere tutti uguali perché nati uguali. Volere istintivamente il bene degli altri, anche di chi non si conosce e non si conoscerà mai. Volere il bene anche di quei ragazzi che vanno a brindare alla loro immortalità.

La bellezza della foto dell’infermiera addormentata, stremata dal troppo lavoro, è più bella di un quadro di Picasso. È l’immagine della realtà umana bella, quella che c’è sempre anche in questa società folle in cui viviamo. È l’immagine del sogno dell’uomo di volere il bene degli altri: “Io voglio che tu sia”. È l’immagine di una vita che si oppone al virus invisibile che vuole accecare, che vuole farci dimenticare chi siamo. La vera realtà umana è nella capacità di amare, nel volere il bene e la realizzazione degli altri. E di rischiare sempre tutta la propria vita per questo.

Grazie.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Covid_19: Open letter from Italy to the international scientific community

Foto Claudio Furlan - LaPresse 29 Febbraio 2020 Cremona (Italia) Cronaca Tenda per la triage allestita all’ospedale di Cremona per gestire l’emergenza coronavirusPhoto Claudio Furlan - LaPresse29/02/2020 Cremona - ItalyNewsTriage tent set up at the Cremona hospital to manage the coronavirus emergency

As you surely know, Italy is suffering a dramatic spreading of the coronavirus.

In just 3 weeks from the beginning of the outbreak, the virus has reached more than 10.000 infected people.

From our data, about 10% of patients require ICU (Intensive Care Unit) or sub ICU assistance and about 5% of patients die.

We are now in the tragic situation that the most efficient health system of the richest area of the country (Lombardy) is almost at its full capacity and will soon be difficult to assist more people with Covid-19.

This is the reason why an almost complete lockdown of the country has been ordered: to slow down and hopefully stop the contagion as soon as possible.

The virus is spreading at maximum speed, doubling the number of infected people in just 2,4 days[1].

As it emerges without a doubt from the data available, all the European countries are in fact experiencing the same rate of contagion speed and that they are just a few days behind on where it is Italy now [2].

The beginning of the outbreak had the exact same number of infections in China, Italy, and other countries. The difference is that China strongly and quickly locked down Wuhan and all of the Hubei region 8 days before Italy [3].

Just 8 days of delay for the Italy lockdown will result in an enormous increase in the number of total deaths in Italy with respect to China.

This exact same initial dynamic in the number of new cases can also be observed in every country outbreak.

It’s hard for non-specialists to intuitively grasp the way an exponential rate increase can get out of control.

So it’s very difficult to realize the tragic consequences that an exponential growth can have in a contagion like this one.

As a scientist, you surely do understand it. You do also understand that, as long as the rate of increase is exponential, no linear solution to contrast it will work (I.e. increasing x times the number of ICU machines, etc.)

Similarly, just imposing a limitation on people from staying together in large groups is not a sufficient solution.

This is an appeal to you, as a member of the scientific community, to urge your government to act now for actively stopping the virus!

In most EU countries you have enough time to make a lockdown similar to China or South Korea to quickly slow down and stop the contagion with much less effort and cost of what is now needed in Italy.

If Italy had strongly acted just 10 days ago, and that is more or less where you are now, there would have been much fewer deaths and economic tumble.

South Korea and China should be taken as the example to follow to stop this epidemic.

There is no other way.

So please, make your best effort to urge your government to act now! Time is our common enemy as the virus is very fast and really lethal.

Every minute is exceptionally important as it means saving lives. Don’t waste it!

Take care.

*

Link to the original document (Sources and signatures updated daily)

*

[1] https://cattiviscienziati.com/2020/03/02/esponenziale/ (italian version)

https://www.newswise.com/articles/considerations-about-current-evolution-of-sars-ncov-2-epidemic-in-italy (English version)

[2] Time lag of outbreak between EU countries (thanks to Andrea D’Aquino and Ilaria Maccari) https://www.facebook.com/100001749488972/posts/2699658956769061/?d=n
https://www.facebook.com/groups/PhysicistsAgainstSARSCoV2/permalink/815370242288237/

[3] The time lag of the outbreak Italy vs China (thanks to Federico Ricci Tersenghi)
https://www.facebook.com/531088558/posts/10158280150883559/?d=n

[4] https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)30522-5/fulltext

[5] https://www.who.int/docs/default-source/coronaviruse/who-china-joint-mission-on-covid-19-final-report.pdf 

(Report of the WHO-China Joint Mission on Coronavirus Disease 2019)

[6] https://www.statnews.com/2020/03/11/flattening-curve-coronavirus/

[7] https://science.sciencemag.org/content/early/2020/03/05/science.aba9757 (about the effect of travel restrictions)

[8] https://www.nature.com/articles/d41586-020-00676-3 (Coronavirus in the US)

[9] https://www.nature.com/articles/d41586-020-00154-w (WHO declares Covid-19 pandemic)

[10] Data analysis for deaths in Hubei (thanks to Federico Ricci Tersenghi)

https://www.facebook.com/groups/PhysicistsAgainstSARSCoV2/permalink/816604535498141/

Disclaimer: the views expressed in this letter are our own and do not necessarily represent those of our respective institutions. We are signing in a personal, and not official, capacity

*

Matteo Fago (Publisher, Rome, Italy)

Enrico Bucci (Temple University)

Enzo Marinari (Università di Roma “La Sapienza”, Italy)

Richard D. Gill (Emeritus, Leiden University, The Netherlands)

 

Simone Ammazzalorso (Università degli studi di Torino, Italy)

Giuliano Antoniciello (Università di Padova)

Vincenzo Antonuccio (INAF, Italy)

Andrea D’Aquino

Peter Kruger (Venture Capitalist, CEO eZecute, Italy)

Roberto Aguilar (ETH Zurich, Costa Rica)

Stefano D’Aronco (ETH Zurich, Switzerland)

Lucia Ballerini (University of Edinburgh, UK) 

Corinne Bedussa

Dario Bercioux (DIPC, Spain)

Sandro Calmanti (ENEA, Italy)

Giulia Cereda (Leiden University, The Netherlands)

Benedetta Cerruti (Swiss Re, Italy)

Salvatore Cielo (Leibniz Supercomputing Centre, Garching b. Munich, Germany)

Cecilia Clementi (FU Berlin, Germany)

Antonella Cocozziello (Italy)

Andrea Cossettini (ETH Zurich, Switzerland)

Filippo Costa (Università di Pisa, Italy)

Martina Danese (Empa, Switzerland)

Leonard Deuschle (ETH Zurich, Switzerland)

Qian Ding (ETH Zurich, Switzerland)

Sara Fanti UWE University of the West of England, Bristol, UK)

Sara Fiore (ETH Zurich, Switzerland)

Vincenzo Fiorentini (Università di Cagliari, Italy)

Jonathan Fiorentino (Helmholtz Zentrum München, Germany)

Marco Frigerio (University of Milan)

Guido Gandus(Empa, Switzerland)

Michele Ginolfi (University of Geneva)

Stefano Giorgi

Giulia Gosta (Università degli studi di Milano, Italy)

Alessandro Guareschi (University of Dundee, UK)

Maria Luisa Guerriero (AstraZeneca R&D, Cambridge, UK)

Brynmor Haskell (Nicolaus Copernicus Astronomical Center, Polish Academy of Sciences, Warsaw, Poland)

Emilia La Nave (CNR, Italy)

Shaohua Li (ETH Zurich, Switzerland)

Marco Tullio Liuzza (University of Catanzaro, Catanzaro, Italy)

Ilaria Maccari (KTH Royal Institute of Technology, Sweden)

Onofrio M. Maragò (CNR, Messina, Italy)

Maria Concetta Mastropieri (Liceo Scientifico Galileo  Galilei- Perugia- Italy)

Javier Roca Maza (Università degli Studi di Milano, Italy)

Michele Michelotto (INFN, Padova, Italy)

Valeria Montis (MIUR, Italia)

Alessia Nota (University of Bonn, Germany)

Elisabetta Ocello (University of Udine, Italy)

Carlotta Olivero (Cardiff University, UK)

Floria Ottonello Briano (PhD, Italy)

Davide Pagani (DESY, Hamburg, Germany)

Matteo Paganoni (Shell International (former Oxford University))

Giulia Panegrossi (CNR, Italy)

Daniele Passerone (Empa, Switzerland)

Chiara Pavan (University of Melbourne – Frey Institute, Australia)

Laura Pentericci (INAF, Italy)

Claudio Perini (ANSYS, Italy)

Marcello Petita (ENEA, EURAC)

Paola Pietrandrea (Université de Lille, France)

Leonardo Platania (Institut de Biologia Evolutiva (CSIC-UPF) , Spain)

Giulia Da Poian (ETH Zurich, Switzerland)

Elena Pulvirenti (University of Bonn, Germany)

Andrea Rapisarda (Università di Catania)

Tommaso Rollo (ThunderNIL, Italy)

  1. Marco Saitta (Sorbonne Université, Paris, France)

Renata Sarno (PhD)

Serena Savoca (University of Messina, Italy)

Gaetano Scebba (ETH Zurich, Switzerland)

Nathan Shammah (RIKEN, Wako, Japan)

Riccardo Spezia (Sorbonne Université, Paris, France)

Lorenzo Stievano (Université de Montpellier, France)

Simone Sturniolo (STFC, United Kingdom)

Alessandra Tamaro (Amsterdam University medical center, The Netherlands)

Luca Tortorelli (ETH Zurich, Switzerland)

David Vagni  (Itl. Nt. Res. Council, CNR Messina)

Angelo Valli (TU Vienna, Austria)

Giulia Venditti (Department of physics, Sapienza University of Rome, Italy)

Sharon Watson (PharMD)

Xin Wen (ETH Zurich, Switzerland)

Jia Zhang (ETH Zurich, Switzerland)

Giulia Gulino (KU Leuven)

Gian Paolo Imponente (Federico II, Naples)

Alfio Torrisi (Nuclear Physics Institute of the Czech Academy of Sciences, Řež (Czech Republic) )

José Lorenzana (Istituto dei Sistemi Complessi – CNR, Rome, Italy)

Carlo Ungarelli  (Istituto di Istruzione Superiore “Marconi-Galletti-Einaudi”, Domodossola)

Angelo Maggi (La Sapienza University)

Giulia Ventagli

Simona Di Mauro (Rome Italy)

Antonio Giovanni Bruno (University of Leicester)

Athanasia Nikolaou

Sara Romanò (University of Turin)

Francesco Taddia

David Barney (CERN)

Mattia Udina (Sapienza University of Rome)

Filippo anzuini (University of Melbourne)

Roberto Fino (TUM)

Dimitris Dimopoulos (National Technological University Athens)

Davide Guerra (Università di Roma “La Sapienza”, Italy)

Roberto Carlin (University of Padova and CERN, Geneva)

Marco Antoniotti (Università degli Studi di Milano-Bicocca)

Martina Patane

Cinzia Perrino (C.N.R. Institute of Atmospheric Pollution Research)

Marika Vargiu

donatella lucchesi

Diego Durante (Università di Roma “La Sapienza”, Italy (where I studied))

Nakia Carlevaro (ENEA, C.R. Frascati)

Adriana Pietrodangelo (Natio al Research Council of Italy – Institute of Atmospheric Pollution Research)

Giovanni Limatola (Università degli Studi di Milano-Bicocca)

Lucie Delemotte (KTH)

Stefania gargano (Bisogna fermare tutto subito)

Filippo Andrei (University of Trento )

Riccardo Falsini

Diana Nayeli Monsberger (SciLifeLabs)

Mark Abraham (KTH)

Linnea Axelsson (Stockholm university, Science for Life Laboratory)

Andrea Locarno (Fondazione Istituto Italiano di tecnologia)

Matteo Vietri Rudan (King’s College London)

Michele Pellegrino (KTH Royal Institute of Technology)

Giuseppe DI MOLFETTA (Aix-Marseille Université )

Giorgio Savona

Stefano Bianchi (Università degli Studi Roma Tre)

Alessandro Sciullo (University of Turin (Italy))

Ewa Monika Wilczynska

Mauro Dadina (Inaf)

Alessandra Fino (CNR, Rome, Italy)

Mia Tosi

Dr. Sergio Pérez Conesa (KTH (Sweden))

Paolo Brunori (University of Florence )

Augusto Maccari

Frane Lunić (University of Zagreb)

Michele Cascella (University of Oslo)

Florian Kreten (University of Bonn, Germany)

Michael Blanga-Gubbay (Université Libre de Bruxelles, Belgium / UZH Zurich, Switzerland)

Luca Frediani (UiT, The Arctic University of Norway)

Alice Scavarda (Università di Torino)

Roberto Nesci (INAF/IAPS-Roma, Italy)

Saeda Marello (University of Bonn, Germany)

Michele Schiappoli (Allergy Unit & Asthma Center, University Hospital Verona)

Federico Nati (Department of Physics, University of Milano – Bicocca, Italy)

Nadine Rueegg,  (ETH, Zuerich, Switzerland)

 

Update Mar 13th 2020 10.44 AM CET

Paolo Parotto (Bergische Universität Wuppertal)

Ciro Balsamo (Politecnico di Torino)

Thomas Bondo Pedersen (University of Oslo, Norway)

Tommaso Russo (Czech Technical University in Prague, Czech Republic)

Nicola Poccia (Leibniz IFW-Dresden )

Luisa Andreis (Weierstrass Institute, Berlin, Germany)

Mikhail Usvyatsov (ETH Zurich)

Fabio Stefanini

Angelo Raffaele Fazio (Universidad Nacional de Colombia)

Matteo Vannini (NTNU Trondheim)

Edwin Langmann (KTH)

Marcella Brusa (Università di Bologna)

Pietro Marsico (ASL Città di Torino)

Enrico Greco (Aix-Marseille Université – Peking University)

Giuseppe  (University of Nottingham )

Enzo Caruso

sara keeley (admin)

Alessandro Battaglia (University of Leicester)

Dario Calvani (Leiden University – Leiden Institute of Chemistry)

Rubin Dasgupta (Leiden University)

Lovkush Agarwal (The University of Leicester)

Liesbeth (Leiden University)

Giuseppe De Nittis (Pontificia Universidad Católica de Chile)

 

Update Mar 13th 2020 3.50 PM CET

Davide Masoero (University of Lisbon)

Francisco Jimenez Forteza (Max Planck Institute for Gravitational Physics)

Gavin Lamb (University of Leicester)

Federico Nicastro

Athanasia Nikolaou

Barbara Bolognese (Universita’ di Roma Tre)

Anjali Pandit (Leiden University)

Simon Joyce (University of Leicester)

John Kennis  (Vrije Universiteit Amsterdam )

Andrea Aspri (RICAM (Radon Institute for Computational and Applied Mathematics))

Giovanni Mongardi (Alma mater studiorum Università di Bologna)

Gabriella Pinzari (University of Padua)

Gabriele Maria Coli (Universiteit Utrecht)

Lorenzo Cupellini (Università di Pisa)

Davide bianchi (King’s college london)

Chiara Capecci 

Ivette Fuentes (University of Nottingham )

John Henry Godwin (PhD Candidate Swansea University)

Roberta Chiovoloni (Swansea University)

Luca Boarino (INRiM)

Uldis Zandovskis

Enrico Fatighenti (Loughborough University)

Lea Rems (KTH, SciLifeLab, Sweden)

Matthew Lane (King’s College London)

Serena Busatto (Utrecht University)

Francesco Benfenati (University of L’Aquila)

Enrico Ragusa (School of Physics and Astronomy, University of Leicester, UK)

Constanza Rojas-Molina (CY Cergy Paris University)

Elizabeth Gasparim (Universidad Católica del Norte, Chile)

Andrea Mari (Unitary Fund, USA.)

Susanne Pumpluen (University of Nottingham)

Matteo Cavaleri (Unicusano, Roma)

Yi Ding (Leiden University)

Bart van Oort (Vrije Universiteit Amsterdam)

Marco Pensalfini (Universitat Politècnica de Catalunya)

Cecilia Mezzera (Champalimaud Centre for the Unknown, Lisbon (Portugal))

Francesco Gabriele (Sapienza University of Rome)

Martina Patanè  (Vrije Universiteit – Amsterdam )

Giulia De Rosi (UPC – Universitat Politècnica de Catalunya)

Cristina Alcacer (Champalimaud Foundation, Lisbon)

Simone Di Cataldo (University of Rome “La Sapienza”)

Piero Carninci (RIKEN Center for Integrative Medical Sciences)

Francesca Caprino (INDIRE National Institute for Documentation, Innovation and Educational Research)

Cristina Pecorilla (University of Pisa, Pisa)

Julie Greensmith (University of Nottingham)

Marta Falcicchio

Karen Strung (Institute of Mathematics, Czech Academy of Sciences)

Dario Schiavon

Amal Taarabt (Pontificia Universidad Católica de Chile)

Cassandra Hall (University of Leicester)

PASQUALE SCARAMOZZINO (SOAS University of London)

Riccardo Piombo (Univiersity of Rome La Sapienza)

Nadir Bonaccorso (Universidade de Èvora)

Harith Gurunarayanan

Sandro Mattarei (University of Lincoln, UK)

 

Update Mar 13th 2020 10.03 PM CET

Rita Pardini (Universita’ di Pisa)

D Banerjee (KCL)

Elena Mocanu (University of Twente)

MARCO CORGINI (Departamento de Matemáticas. Universidad de La Serena. Chile)

Elisa Postinghel (Loughborough University)

Sarah Reznikoff (Kansas State University)

Luciana Bonatto (Universidad de La Serena, Chile. )

Vania Lo Presti (UMC UTRECHT)

Cosimo Lupo (Ecole Normale Supérieure, Paris)

Michele Curatolo (University of Washington)

Monica De Seta (Dipartimento di Scienze Università Roma Tre)

Giovanni Capellini (Università Roma Tre  e Leibniz-IHP )

Luca Persichetti (Science Department, Roma Tre University)

Francesca Colaiori (CNR – ISC Institute for Complex Systems)

Justino Gilberto Sánchez Cubillos  (Universidad de La Serena)

Luciana Di Gaspare (Roma Tre University, Italy)

Davide Cipullo (Uppsala University)

Lorenzo Ruffoni (Florida State University)

Marouane Assal (Pontificia Universidad Católica de Chile)

Christin Seifert (University of Twente, The Netherlands)

Bert Zwart (CWI Amsterdam and Eindhoven University of Technology)

Ivon Rocío Buitrago Piñeros  (Universidad Pedagógica y Tecnológica de Colombia )

Maria Lopez Fernandez (Sapienza University of Rome)

Giulia Giordano (University of Trento)

José E. Chacón (Universidad de Extremadura)

 

Update Mar 14th 2020 6.27 PM CET

Rita Pardini (Universita’ di Pisa)

D Banerjee (KCL)

Elena Mocanu (University of Twente)

MARCO CORGINI (Departamento de Matemáticas. Universidad de La Serena. Chile)

Elisa Postinghel (Loughborough University)

Sarah Reznikoff (Kansas State University)

Luciana Bonatto (Universidad de La Serena, Chile. )

Vania Lo Presti (UMC UTRECHT)

Cosimo Lupo (Ecole Normale Supérieure, Paris)

Michele Curatolo (University of Washington)

Monica De Seta (Dipartimento di Scienze Università Roma Tre)

Giovanni Capellini (Università Roma Tre  e Leibniz-IHP )

Luca Persichetti (Science Department, Roma Tre University)

Francesca Colaiori (CNR – ISC Institute for Complex Systems)

Justino Gilberto Sánchez Cubillos  (Universidad de La Serena)

Luciana Di Gaspare (Roma Tre University, Italy)

Davide Cipullo (Uppsala University)

Lorenzo Ruffoni (Florida State University)

Marouane Assal (Pontificia Universidad Católica de Chile)

Christin Seifert (University of Twente, The Netherlands)

Bert Zwart (CWI Amsterdam and Eindhoven University of Technology)

Ivon Rocío Buitrago Piñeros  (Universidad Pedagógica y Tecnológica de Colombia )

Maria Lopez Fernandez (Sapienza University of Rome)

Giulia Giordano (University of Trento)

José E. Chacón (Universidad de Extremadura)

Valeria Gentile

Michele Simoncelli (EPFL)

Lara Benfatto  (Sapienza University of Rome )

Michele Simoncelli (EPFL)

Pavel Bushev (FZ Jülich)

marta cerù (High School)

Michele De Leo

Monica Gerber (Universidad Diego Portales)

Gaia Aquino 

Gaia Aquino (University of Leicester )

Benedetta Veronesi  (University of Milan )

Hossam Aly (Centre de recherche astrophysique de Lyon CRAL, France)

Beatrice Bodega (Istituto Nazionale di Genetica Molecolare INGM)

Kelly Loraine Sowers

Giulia Perotti (University of Copenhagen )

Julia Venturini (International Space Science Institute,  Bern, Switzerland)

Riccardo Cazzoli (European Institute of oncology (Milan))

Marina Lusic (Heidelberg University Hospital)

Alessandra Vittorini Orgeas (The University Of Melbourne)

Maria Pilar Pujol Closa (ICFO – The Institute of Photonic Sciences)

Olga Shvetsova (KOREATECH)

Paola (Brunel university London)

Alonso SILVA ALLENDE (Safran Tech)

Héctor Moreno Barrera (Universidad de La Serena)

Giovanni Dipierro (Uni)

Stefania Gobessi (Gadeta BV (Utrecht, the Netherlands))

Patricio  Bertoglia (UCSC)

 

Update Mar 15th 2020 11.13 AM CET

Christos Ouzounis (Centre for Research & Technology Hellas)

Alexandre Minets (IST Austria)

Mattia Scardamaglia (University of Lund, MAX IV Laboratory – Sweden)

Chiara Scardoni (Cambridge, UK)

Til Birnstiel (LMU Munich)

Magda Khalile (Leibniz Universität Hannover)

Olga Soloveva (Goethe University Frankfurt)

Isabella Pagano (INAF)

Mario Arenas Navarrete (Universidad de La Serena)

Daniel Price (Monash University, Melbourne, Australia)

Francesca Magnolo (Ghent University)

Alessia

Francesca Bernardi (Florida State University)

Andrea Bisso (Istituto Europeo di Oncologia)

Jay Lu (MappingLab Ltd)

Marcello Seri (Bernoulli Institute, University of Groningen, NL)

Arthur Mitchell (TTASS Director  Health and Safety practitioner)

Marco Quinti

Marianna Nardino (CNR italy)

Tebala Domenico

Paolo Bellelli 

Flavio Iannelli (Universität Zürich )

Domenico Colombrino

Rossana Monzeglio

GIuseppe Minuto

Andrea Scrocca

Alfredo gallo

gionni giavoni

Chiara D’Orazio

Giovanni Peccati (Luxembourg University)

Caterina Ercolani (private company , Basel)

Antonella Sgarbossa (Nanoscience Institute, CNR, Pisa, Italy)

Rita Cesari (ISAC – CNR (Italy))

Lucia Petrivelli

Giacomo Pedretti (Politecnico di Milano)

Luca Rivoira (Dept. Chemistry, University of Torino, italy)

Giulio Poladas

Daniela Campia

Angela Carnevale (NUI Galway)

Luigi Falciola (Università degli studi di Milano)

Liliana Laura Guiomar de Oliveira

Massimo  Pietroni (Department of Mathematics, Physics and Informatics, University of Parma)

Carlotta Ferracini

Katia longo (Università di Bari )

Crescenzio Francesco Minervini (University of Bari)

Antonietta Fara (INAF (Italy))

Maria Petrone

Francesco Paolo Contò (Queen Mary University of London)

Eleonora Pargoletti

Maria Gianfilippi 

Silvia Calzi (Università degli Studi di Milano)

Alberto Epifani (Italia)

Massimo Bernaschi (National Research Council of Italy)

Marzia De Lucia (University of Lausanne and Lausanne University Hospital)

Michael Romano (Università degli Studi di Padova, Italy)

Alessandro Roma

Marco Gastaldo (Isokinetic Medical Group)

Mauro Tamborin (Docente scuola superiore )

Emanuela Barbati

Viviana Cerutti 

Sara Mancino (ESO)

Giovanni Marco Pruna (Maynooth University)

Enrico Mossello (University of Florence)

Simone Sanvitti 

Benedetta Pargoletti

Laura Badano (Sincrotorne Trieste)

Emanuela 

Francesca Sylos Labini (IRCCS Fondazione Santa Lucia, Roma)

Castelletti Carlo

Antonella Spaterna 

Isabella Lamperti (European Southern Observatory)

Giorgia Cabianca

Michela Graziosi

Massimiliano Todisco (EURECOM, France)

Renato Silvio Mortera

Giulio Grossi (University of Florence)

Lapo Casetti (Dip. Fisica e astronomia, Università di Firenze, Italy)

Jelena Ban (Department of Biotechnology – University of Rijeka, Croatia)

Andreas Nautsch (EURECOM)

luigi gugliara

Giuseppe Bellelli (University of Milano-Bicocca)

Stefano Minghini

Ahmedeo Shokry

Per il profitto niente quarantena

Foto Claudio Furlan - LaPresse 12 Marzo 2020 Milano (Italia) Cronaca Coronavirus, le consegne a domicilio non si fermano: riders dotati di guanti e mascherinaNella foto: riders del food delivery in attesa di consegna Photo Claudio Furlan - LaPresse March 12, 2020 Milan (Italy)News Food delivery drivers waiting for a call in the city center of Milan during the coronavirus outbreak

Mi scrive una donna che lavora nella segreteria di una cardiodiagnostica privata: «io ancora lavoro (nessun contratto ma collaborazione occasionale. Il che significa che vado tutti i giorni e se manco non ho diritto allo stipendio). Ma il punto non è questo, sarò più chiara. Nel mio studio ci sono più cardiologi, ognuno dei quali visita in giorni prestabiliti. Di 6 solo uno mi ha fatto chiamare i pazienti più anziani e debilitati per disdire. Gli altri assolutamente no. Anzi, uno di loro mi ha fatto chiamare per prendere nuovi appuntamenti evitati solo grazie al buonsenso dei pazienti stessi. Per questa loro smania di soldi io viaggio con i mezzi a mio rischio e pericolo, non contando che molti di questi medici la mattina lavorano in ospedale».

Mi scrive un operaio di una nota azienda, lavora in fabbrica, dice che non c’è nessuna disposizione sanitaria, si lavora come sempre gomito a gomito, la catena non si può fermare. No, non è un prodotto indispensabile, proprio per niente, solo che l’azienda ha proposto di prendere ferie e se qualcuno, come lui che mi scrive, non può prenderne, allora si lavora come sempre. Mi racconta anche dei mezzi pubblici, pieni ovviamente di persone che non possono permettersi di stare a casa e che si innervosiscono non poco perché si parla troppo poco di loro. Eccoci qui.

Mi scrive un altra persona a proposito di una multinazionale: «la provincia di Alessandria è zona rossa da domenica: l’unica cosa che ha fatto quella bravissima multinazionale è stato diramare le solite due direttive, senza nemmeno distribuire soluzioni idroalcoliche ai propri dipendenti, che sono circa 600 e spesso si trovano ad affollare le sale quadro, o comunque devono lavorare a contatto per manipolare i macchinari ed i materiali che vengono prodotti all’interno dello stabilimento. Una situazione del genere è inaccettabile. Ancora oggi, 12 marzo, non hanno fornito agli operai altro al di fuori di pacchi di salviette igienizzanti per pulire le tastiere, i mouse ecc., salviette che vanno usata “con parsimonia”».

Sono solo tre delle decine di testimonianze che mi arrivano. Ora, al di là di tutto, una domanda fondamentale siamo sicuri che anche il profitto, quello che non ha nulla a che vedere con le esigenze fondamentali di sussistenza, sia in quarantena? E siamo sicuri che i lavoratori si sentano rappresentati, quelli che non possono stare a casa?

Buon venerdì.

Lockdown all’italiana

TOPSHOT - People walk by a poster by Italian urban artist Salvatore Benintende aka "TVBOY" depecting Leonardo da Vinci's Mona Lisa wearing a protective facemask and holding a mobile phone reading "Mobile World Virus" in a street of Barcelona on February 18, 2020, a week after the World Mobile Congress was cancelled due to fears stemming from the coronavirus that sparked an exodus of industry heavyweights. (Photo by PAU BARRENA / AFP) / RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION - TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo by PAU BARRENA/AFP via Getty Images)

C’è un numero che ci tiene in apprensione da settimane, quello dei contagi totali da coronavirus in Italia: erano 3 quelli accertati il 15 febbraio scorso, siamo arrivati a 9.172 il 9 marzo mentre stiamo per andare in stampa. E ce n’è uno, di numero, che dall’8 marzo ha cambiato i ritmi della nostra vita quotidiana, quello dei nuovi contagi giornalieri: il 21 febbraio erano state 17 le persone trovate infette dal Covid-19; lunedì 9 marzo questo speciale contatore ha registrato 1.797 nuovi casi. Oltre cento volte in più rispetto a 18 giorni prima. La curva di distribuzione dei contagi ci dice che siamo nel pieno della crescita esponenziale della diffusione di un agente patogeno per il quale non esiste ancora un vaccino e che attacca le vie respiratorie fino a provocare polmoniti virali. Per questo motivo, come abbiamo scritto nei numeri di Left a cavallo tra fine febbraio e inizio marzo, circa la metà dei casi richiede un ricovero ospedaliero e intorno al 9% delle persone colpite finiscono in terapia intensiva (attualmente sono 733). Come è noto nella serata di domenica scorsa, il governo ha emanato un decreto che ha trasformato l’intera Penisola in una “zona arancione”. Limitando, almeno sulla carta, gli spostamenti dei cittadini al di fuori delle rispettive abitazioni solo ai casi di estrema necessità. Ma garantendo i servizi pubblici essenziali e, per es., la possibilità di andare a lavoro laddove non lo consente lo smart working.

Misure che dovrebbero servire per rallentare l’avanzata del coronavirus soprattutto per consentire al Sistema sanitario pubblico di riuscire a gestire l’emergenza senza collassare, con tutto ciò che questo potrebbe comportare sulla salute non solo delle persone affette dal Covid-19. Misure che qualcuno ha definito di «lockdown totale» e che fino ad ora nessun altro Paese ha adottato sull’intero territorio nazionale. L’unico altro esempio viene dalla Cina, da dove cioè, nella città di Wuhan capitale della provincia di Hubei, dovrebbe essersi propagato questo nuovo coronavirus all’inizio del 2020. Ma il “modello” di mitigazione italiano è paragonabile a quello cinese dove dall’inizio di marzo la crescita esponenziale dei contagi ha iniziato a rallentare? Ne parliamo con il fisico Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei nonché uno dei massimi esperti di fisica statistica in Italia.

Professore, in che modo l’esperienza cinese può esserci d’aiuto?
Solo se la copiamo. A Wuhan il 22 gennaio, quando il numero dei morti accertati era 25 (in Italia, nel giorno dopo il decreto erano a 463, ndr), hanno chiuso tutte la attività lavorative, tranne i negozi di prima necessità per garantire i servizi essenziali, hanno bloccato tutti i trasporti pubblici e privati, hanno chiesto a ogni famiglia di indicare il nome di una persona autorizzata a comprare cibo una volta ogni due giorni, e il cibo è stato distribuito nei negozi dall’esercito. È chiaro che in Italia non stiamo facendo nulla che assomiglia a misure di questa portata. Però così facendo il governo cinese ha rallentato il coronavirus abbastanza velocemente. Già dopo una settimana hanno iniziato a vedere un rallentamento del numero dei contagi nella zona rossa. Con ripercussioni positive a cascata anche nel resto della Cina, fuori dall’epicentro, dove si è calcolato che almeno 5 milioni di cinesi residenti nell’Hubei si erano spostati anche per le vacanze di capodanno cinese.

I modelli matematici di previsione e di espansione del coronavirus in Italia, osservando la curva di distribuzione dei contagi, possono aiutare a predisporre una risposta?
Cerchiamo di capire bene. A questo livello non stiamo a un modello matematico di previsione. La situazione è più “primitiva”. Per una serie di motivi sappiamo che le epidemie all’inizio crescono in maniera esponenziale. Ogni persona ne contagia due, che a loro volta ne infettano altre due e così via. I contagi aumentano in questo modo. A un certo punto l’epidemia inizia a rallentare perché entrano in gioco fattori limitanti. Uno di questi fattori può essere il rinchiudersi in casa ed evitare i contatti, o può accadere che il virus non “trovi” più persone da infettare perché nel frattempo sono diventate immuni. La prima cosa da capire è dunque se ci troviamo in una fase esponenziale dell’epidemia. Per questo dico che parlare di modello matematico è eccessivo. È più una presa d’atto che i dati stanno crescendo esponenzialmente. Il che vuol dire che ancora non si vedono gli effetti delle misure di mitigazione.
L’8 marzo, giorno del decreto, la curva di distribuzione dei contagi in Italia si trovava nello stesso punto in cui era in Cina 37 giorni prima, quando cioè ha iniziato a rallentare. Da noi i malati raddoppiano ogni due giorni e mezzo, ogni cinque quadruplicano.
Le misure di mitigazione incidono sul numero dei morti almeno 7-10gg dopo che sono state prese. Diminuisce il numero delle persone infettate ma nel frattempo finiscono in ospedale persone contagiate una decina di giorni prima e così via. Un effetto sostanzioso sul numero dei decessi si vede quindi dopo almeno 15 giorni. Questo vuol dire che per vedere gli effetti delle misure restrittive adottate questa settimana dovremo aspettare la terza decade di marzo.
Secondo lei le misure adottate sono commisurate ai rischi?
Occorre fare una premessa. Il 9 marzo alla…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

#Noirestiamoacasa con le favole che cambiano il mondo

È iniziato tutto con una telefonata, un caro amico, Stefano Blasi mi ha chiamata e abbiamo intrapreso discorsi immaginifici mettendo da parte per un attimo la realtà drammatica di questi giorni, fino a propormi che le favole sarebbero proprio di aiuto in questo momento. Favole che parlano a tutti, tra realtà e fantasia, e che possono farci immaginare un futuro, magari raccontate al telefono, proprio Favole al telefono.«Non ci possiamo incontrare per scambiarci un sorriso ed alleggerire la tensione. Niente abbracci. Niente abbracci? Non si può. Ilaria, che facciamo? Ci vorrebbe un’idea. Eccola: facciamo che ognuno di noi chiama tre amici al telefono e gli racconta una favola. Una favola al telefono, come ci ha insegnato Gianni Rodari. E se accetta, poi ne chiama altri tre di amici, e se accettano a loro volta ne chiameranno tre… E se un amico rifiuta? Chiudi e chiama un altro! Pensa che faccia farà quando riceverà una seconda telefonata dal signor Chissacché che lo invita allo stesso gioco!».

Sono stati gli autori del secondo ‘900, attraverso narrazioni fantastiche a raccontarci il periodo storico, tra realtà e fantasia; autori cresciuti negli anni della guerra, capaci di mantenere una grande immaginazione nonostante le enormi difficoltà del periodo storico. Tra questi c’è Gianni Rodari. Favole al telefono – dopo Filastrocche in Cielo e in terra (1960) – è il suo secondo libro edito da Einaudi (1962) e sono entrate a pieno titolo nelle scuole e nelle case di tutta Italia, ma anche, attraverso traduzioni, in tanti Paesi del mondo.
Gli autori del fantastico hanno saputo indagare appassionatamente quel momento rendendosi capaci di nutrire i giovani lettori di speranza; formando nuove generazioni anche ad una lettura critica degli avvenimenti. A loro spettò il compito di ricostruire nuove parole, spesso raccontando notizie al telefono, strumento di quel tempo che attraverso un filo univa luoghi e persone.

 

Le fiabe e le favole hanno genitori diversi in ogni Paese e viaggiano da secoli per il mondo senza aver mai conosciuto confini. Chi ne coglie il mistero e l’avventura può adottarle e rivestirle con nuovi abiti e ornamenti, cambiare i personaggi e i luoghi facendole correre tra insoliti e straordinari paesaggi a bordo di una carrozza, di un sommergibile, o di un filobus…
Fino alla seconda metà del Novecento la fiaba e la favola non descrivevano un luogo o un tempo preciso, si cercava di creare un sublime presente con un incipit che generazioni e generazioni hanno conosciuto e che lasciava ipotizzare epoche non definite, lontane e astratte, in un altrove sconosciuto ed affascinante: “C’era una volta… tanto tempo fa”.

La fiaba moderna saprà calare l’immaginario nel presente, nel qui e ora, con personaggi e oggetti dei nostri tempi. Storie di fantasia, novelle e storiette dove la realtà quotidiana si anima di messaggi, verso la ricerca di un nuovo pensiero, più sociale, anche politico, attraverso un vagheggiato utopistico, senso comune di ricerca.
Gli scrittori del fantastico nel dopo guerra guardano al passato con nuovi propositi, con occhi diversi. Mischiano le carte, aprono strade, esplorano città, studiano i costumi e si impegnano a comprendere le più moderne tecnologie approfondendo temi attuali come la scienza, la fantascienza, l’economia, la politica e anche l’ecologia. Rielaborano, attraverso una ricerca pedagogica, la complessità di storie antiche mai dimenticate. La nuova favola d’autore giocherà la differenza tra classico e moderno; non più messaggi moralistici, pochi i lieti fine dove “vissero felici e contenti”, ma conclusioni aperte, senza re e regine, perché tutti possano sentirsi protagonisti.

Tra gli autori della favola moderna c’è l’anticipatore Cesare Zavattini con il romanzo Totò il buono. Un racconto surreale a tratti bizzarro che si differenzia dal suo cinema neorealista dove, in chiave drammatica, racconterà il rapporto degli adulti con l’infanzia, dando voce alla realtà che vivono molti dei giovanissimi di quell’epoca. «Bambini di tutto il mondo, unitevi!» gridava il nostro Za, proponendo e accogliendo tutti i dubbi, le speranze e le proteste non solo dei bambini italiani, ma anche di quelli dell’universo intero sulla colonnina della Gazzetta di Parma già nel novembre del 1927. C’è Calvino che dimostrò da subito l’interesse e la capacità nel racconto favolistico. A lui si deve la grande opera di ricerca e riscrittura di Fiabe italiane e tra tanti suoi lavori i racconti di Marcovaldo, favolette moderne che si sono rivelate negli anni un espediente efficace per raccontare l’Italia del cambiamento, del passaggio dalla società agricola a quella industriale, dal rigore contadino al consumismo piccolo-borghese.

C’è poi Rodari, dalla scrittura semplice e divertente, in particolare nelle sue filastrocche dove incita all’azione e al cambiamento, o come nel romanzo Le avventure di Cipollino dove si delinea, fin dalle prime pagine, quella lotta verso un potere che non riconosce gli uomini e i lavoratori. Un potere che, come è suo solito sottolineare, bisogna sconfiggere con laicità e fantasia. Amico e collaboratore di Rodari già dal giornalino Il Pioniere è Marcello Argilli. Autore attivissimo capace di dialogare con le nuove generazioni. I temi che affronta possono far riflettere sia i ragazzi e le ragazze che escono dall’infanzia, che gli adulti che vivono con loro. I suoi libri non contengono prediche o morali, ma difficoltà piccole e grandi, individuali e collettive.

Ma forse il più sperimentale di tutti, legato alle neo avanguardie del Gruppo 63, ma anche il più maliziosamente ironico e divertito, è Luigi Malerba, che con il suo virtuosismo e la continua affabulazione del reale utilizza la lingua come strumento non solo di gioco, ma come arma fantasiosa, congegno utilissimo per attuare una contestazione moderna nei confronti di un linguaggio fermo, di un pensiero, a suo dire, reazionario. I suoi personaggi si perdono nelle favole, vogliono cambiare il proprio ruolo con quello di qualcun altro; rappresentano, con probabilità, quella società dove, dalla metà degli anni 70, si andava pian piano perdendo l’identità che si era cercato di costruire. Storiette, Avventure, Pinocchio con gli stivali, Mozziconi… e altri racconti come “Le galline pensierose”, non coccolano il lettore, ma riescono a divertirlo raccontandone vizi e virtù.

Sono le letture per bambini del primo Novecento ad aver avuto grande importanza per gli scrittori citati, come le storie di Antonio Rubino o di Luigi Bertelli, detto Vampa. Ma su tutti, è alla favola di Pinocchio con il suo realismo magico che questi grandi autori di metà secolo guardano strizzandogli l’occhio. Collodi racconta dell’infanzia che deve essere riconosciuta. Il bambino ha una sua identità, non vuol diventare quello che la società e i grandi lo obbligano ad essere. Con questo romanzo di formazione letto quando erano piccoli, rimanendo anch’essi burloni come l’amico di legno, immedesimandosi in quest’eroe bislacco, riescono a mantenere nella loro scrittura un’ironia fanciullesca, rompendo i rapporti tradizionali della letteratura infantile.

Sono autori cresciuti negli anni della guerra, capaci di mantenere una grande immaginazione nonostante le enormi difficoltà del periodo storico. Sono stati partigiani, maestri di scuola elementare, giornalisti, uomini attivi politicamente oltre che intellettualmente, desiderosi di portare una trasformazione, con nuovo spirito e nuovi ideali. Hanno saputo indagare appassionatamente quel momento rendendosi capaci di nutrire i giovani lettori di speranza; formando nuove generazioni anche ad una lettura critica degli avvenimenti. A loro spettò il compito di ricostruire nuove parole là dove la propaganda fascista le aveva distrutte, ideando e proponendo un nuovo linguaggio che si distanzia dal pensiero dominante e diviene strumento per l’educazione linguistica, indirizzata non solo ai bambini, ma anche ai grandi. Il lavoro giornalistico con cui si sono formati, le nuove testate nazionali, più vicine al popolo, ai lavoratori, ad una politica che riapre una possibilità di scambio con i suoi cittadini, gli diede modo di fare un’attenta ricerca e avere uno sguardo acuto per cogliere il particolare. Rimanendo fedeli alla realtà conosciuta, ma vitalizzandola con sagacia e verve, mettono al servizio il loro sapere, sanno trasformare una notizia di cronaca in una storia con revenu surréaliste.

Se alla base della letteratura neoavanguardistica degli anni 60 l’intenzione è quella di evidenziare una realtà labirintica e caotica, nella nuova letteratura giovanile questo processo demistificatore si attua nella ridicolizzazione dei conformismi, delle manie e delle contraddizioni della società contemporanea, nel gusto per l’umorismo arguto e nell’offerta di delicati simboli appena celati da un velo fiabesco e nella narrazione agile, armoniosa e scintillante.

Cos’altro cambia? L’editoria verso la metà degli anni 50 ha un volto nuovo, nascono le Enciclopedie, la loro diffusione, insieme a quella della televisione, riabilita processi di analfabetismo. Ma ancor prima della comparsa di nuovi mezzi di comunicazione, che hanno inserito i ragazzi nel mondo adulto, fu la spinta e gli ideali di una lotta per la ricostruzione di un Paese a maturare il rapporto tra gli scrittori per ragazzi ed il loro pubblico, portando nel loro dialogo nuovi temi che una volta dai libri erano esclusi: il tema della pace e della guerra, quello della libertà, le cose ed i problemi del mondo d’oggi. La scuola diventa il luogo principale dove far avvenire la trasformazione culturale.

Oggi la scuola è di nuovo pronta ad una trasformazione? E le favole sono ancora lette, ascoltate, interpretate? Dobbiamo scriverne altre? Abbiamo la vitalità, la resistenza e la fantasia di cambiare i pensieri e trasformarli in nuove parole come: accoglienza e uguaglianza?

L’articolo di Ilaria Capanna è stato pubblicato su Left del 23 marzo 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Coronavirus e salute degli operai: vanno sospese tutte le attività non essenziali

I provvedimenti decisi dal Governo per contrastare la mobilità e la diffusione del coronavirus sono coraggiosi e largamente condivisibili. L’esperienza tragicamente verificata nella Repubblica popolare cinese dei provvedimenti necessari ha anche costituito un esempio che l’Italia, primo tra i Paesi europei, ha messo a profitto.

Le restrizioni alla libertà di movimento sono un male necessario, come la decisione di sospendere tutte le attività lavorative ritenute non essenziali a consentire una vita quotidiana ordinata e a garantire rifornimenti e sicurezza per il Paese.

Dobbiamo essere grati a tutte e tutti coloro che in queste ore negli ospedali, negli uffici, nelle aziende della filiera dell’agroalimentare, nella logistica, nel commercio e in tutti i servizi essenziali e di pubblica utilità, si recano al lavoro mettendo a rischio la propria sicurezza nell’interesse generale.

Appare un limite che il Governo non abbia provveduto a sospendere le attività industriali e nei servizi alle imprese, affidando la responsabilità di garantire l’esistenza delle condizioni per proseguire l’attività ai datori di lavoro. È un atto che mostra il peso delle pressioni e dei condizionamenti esercitati da Confindustria con i suoi interessi particolari, e non coerente con l’insieme dei provvedimenti.

Significative sono le evidenti contraddizioni dei governatori di Veneto e Lombardia che, mentre il loro partito sbraita contro il Governo per chiedere misure di blocco più forti, a livello regionale concordano con il padronato e Confindustria per mantenere aperte linee produttive non necessarie.

Ne traiamo conferma dell’egoismo e della miopia del padronato, che antepone il profitto e le commesse al diritto alla salute dei propri lavoratori e delle proprie lavoratrici, degli uomini e le donne che fanno la ricchezza di questo Paese

Tutte le attività non essenziali devono essere sospese senza indugio.

Così come rappresenta un errore affidare la decisione di usare gli strumenti di sostegno al reddito unilateralmente agli imprenditori, quando sarebbe più semplice disporre, per tutti i lavoratori sospesi dal lavoro, l’erogazione della Cassa integrazione guadagni e di ogni strumento collettivo e pubblico di copertura al reddito di chi lavora, attraverso il ruolo essenziale di rappresentanza e di contrattazione del sindacato generale e di categoria.

Vanno annullati tutti i licenziamenti disposti dall’inizio della crisi, e va sospesa la facoltà di licenziare fino alla fine dell’emergenza, così come vanno sospesi gli sfratti. Occorre provvedere, per tutti i lavoratori dipendenti e autonomi che non hanno lo strumento della Cassa, all’istituzione di un reddito di quarantena generalizzato che copra l’intero periodo di astensione forzata dal lavoro.

Sarebbe necessario un contributo di solidarietà straordinario, per ridurre l’impatto delle misure sul bilancio dello Stato, da esercitare sui redditi più alti predisponendo una tassa sulle rendite patrimoniali e finanziarie.

Non pensino questi padroni di scaricare su collettività e lavoratori anche il loro rischio d’impresa, di spremere le persone incuranti del rispetto delle norme igieniche e di sicurezza atte a rallentare la diffusione del virus oggi, per poi prendere per se stessi soldi pubblici, scaricando sui soliti noti i costi della crisi. È

inconcepibile che persino in una situazione così grave tentino di attribuirsi, in nome dell’emergenza, il controllo unilaterale sulla forza lavoro e sulle modalità della sua utilizzazione.

Ci vuole senso di responsabilità da parte di tutti; il bene pubblico, la salute, la sicurezza del Paese devono venire prima di tutto, a maggior ragione prima del profitto e del mercato.
*
Giacinto Botti è coordinatore di Lavoro e Società della CGIL, e Maurizio Brotini fa parte del direttivo nazionale CGIL

Per approfondire, Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi online o sulla nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Stiamo tranquilli, ma restiamo attenti

Durante le visite in ambulatorio ho visto qualcuno veramente impaurito, altri tranquilli ma all’erta. Volevo dire alcune cose. Mi fa piacere che molti abbiano capito la situazione perfettamente e si impegnino a rispettare le misure di sicurezza. Tranquilli ma attenti. È l’atteggiamento più giusto. In alcuni casi ho notato però molta paura, panico. Ho visto anche persone che, spaventate, non vogliono essere tranquillizzate, anzi, si arrabbiano, diventano nervose se qualcuno le invita alla calma. È una normale reazione da panico, avete presente quando uno, spaventato, urla? Cosa urli?

Reagisci, non urlare. Invece si urla. Perché è la reazione più immediata, istintiva. Stupida, animalesca e inutile ma normale. Ecco. Qui vedo persone che urlano, che si agitano. E non serve a niente, è un comportamento irrazionale. Non c’è nemmeno motivo per farlo. Se urli per questo dovresti urlare per tante altre cose anche più pericolose. Non stiamo parlando della peste bubbonica, la malattia non è grave e presto si esaurirà, uccide poco. Non c’è motivo per essere terrorizzati o spaventati. Chi vi spaventa fa esattamente lo stesso danno di chi vi dice “non è niente, uscite e abbracciatevi”. ‘è motivo per essere civili ed educati. Si rispettano le norme igieniche, le direttive delle istituzioni, si rispettano gli altri cittadini e si seguono gli aggiornamenti. Questo deve essere chiaro. Se non lo facciamo, chi soffre non sarà curato, chi sta male potrebbe aggravarsi e invece di avere 500 morti potremmo averne 5mila. Non è poco.

Non si scherza e non si gioca: ci sono delle regole che ormai conosciamo tutti e vanno seguite. TUTTE. Se vuoi fare il ribelle fallo ma è come se guidassi contromano in autostrada, non sei un ribelle, sei un cretino. Sì, ci saranno morti, come ci sono ogni anno per l’influenza (tantissimi) e come ce ne sono per il morbillo (pochi). Però per queste due malattie abbiamo dei vaccini e le conosciamo meglio, per l’ultima no. Per questo servono occhi aperti. Quando ho un’emergenza, devo correre a operare o a risolvere un rischio per la vita, non sto molto a pensare: so cosa devo fare. Lo faccio e basta. Potrei pure fallire ma, ragionevolmente, sto facendo la cosa più giusta e che probabilmente sarà più utile a risolvere.

Ecco. La cosa più utile che tutti possono fare è fare la cosa più giusta e che probabilmente non ci farà fallire. Bisogna essere seri. Questo ci consentirà di tornare alla vita di tutti i giorni senza particolari problemi, se saremo bravi anche al più presto. E per chi pensasse che questo significhi “tranquillizzare”, stia lui tranquillo, che quando c’è un’emorragia io non inizio a urlare e girare correndo attorno alla sala operatoria, mi lavo le mani e fermo il sangue che scorre e la prima cosa che dico non è “attenzione, la situazione è pessima il paziente sta per morire, agitatevi” ma “stiamo calmi”.

Stiamo calmi. Grazie.

*

Salvo Di Grazia è medico chirurgo, ginecologo, lavora in un ospedale pubblico. Ma è anche divulgatore scientifico. Online cura MedBunker – Le scomode verità. Fra i suoi libri ricordiamo Medicine e bugie e Salute e bugie, entrambi pubblicati da Chiarelettere

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 13 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Torturati, abusati, violentati: il rapporto Onu sui bambini siriani

Idlib 2015-01-11 IDLIB, SYRIA - JANUARY 11: Syrian refugees, fled their homes due to the attacks of Assad's forces, try to hold on life under harsh living conditions at the Atmeh refugee camp in Idlib, Syria on January 11, 2015. Ahmed Hasan Ubeyd / Anadolu Agency Photo: Ahmed Hasan Ubeyd / AA / TT / kod 10611 ***USA, U.K., CANADA AND FRANCE OUT*** ***BETALBILD*** © Scanpix LaPresse -- Only Italy

Mentre nel resto del mondo si parla di coronavirus, nella guerra siriana, bambine di soli nove anni sono quotidianamente violentate e costrette alla schiavitù sessuale. I bambini sono continuamente torturati, costretti all’addestramento militare e usati per uccidere e farsi uccidere in guerra. Molti bambini sono colpiti da cecchini e usati come “esche” per una guerra che non è la loro. Ciò che ho appena scritto è emerso dall’ultimo rapporto degli ispettori Onu sul conflitto siriano.

È un rapporto che ho letto e che mi ha lasciato senza respiro. Un rapporto che, per la prima volta, analizza esclusivamente la situazione dei bambini coinvolti nel conflitto. La Commissione d’inchiesta Onu sulla Siria ha esaminato tutte le violazioni dei diritti umani sin dall’inizio del conflitto nel 2011. Nel loro rapporto gli ispettori scrivono che gli abusi e le violenze contro i bambini siriani vanno ben oltre il semplice fatto di essere stati utilizzati in guerra. Dopo quasi dieci anni di conflitto, i bambini in Siria hanno subito continue violazioni dei loro diritti umani fondamentali: continuano a essere uccisi, mutilati, feriti, violentati e moltissimi sono orfani e portano il peso della violenza fisica e psicologica di una guerra sanguinaria.

Le cifre sono davvero altissime ed è difficile verificarle in un Paese in cui è stato bloccato l’accesso alla stampa. Secondo il rapporto, tuttavia, più di cinque milioni di bambini sono sfollati all’interno e all’esterno della Siria, derubati della loro infanzia e privati di tutti i diritti fondamentali della persona umana. Uno dei fatti che mi ha lasciato una profonda tristezza interiore è stato la dichiarazione di uno degli ispettori, Hanna Megally, membro effettivo della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria, la quale ha detto che per i bambini siriani le speranze di una vita dignitosa sono pressoché inesistenti. L’istruzione è scomparsa totalmente e un’intera generazione non sa cosa sia la scuola e difficilmente potrà recuperare questo deficit. In questo modo gli innocenti diventano vittime. I bambini che dovrebbero essere la parte più debole da tutelare, invece, sono i primi a pagare le conseguenze di una guerra spietata.

Il rapporto delle Nazioni Unite ha anche reso evidenti le violenze psicologiche e gli effetti che queste hanno prodotto su molti bambini i quali hanno perduto totalmente il loro normale stile di vita e la loro adolescenza. Molti bambini e bambine hanno descritto il modo in cui soffrono di gravi disturbi del sonno, oltre a sentimenti d’insicurezza, abbandono, odio, frustrazione e paure di ogni tipo. Tutti gli Stati, nessun escluso, non solo il governo siriano, hanno la responsabilità del mancato rispetto dei diritti umani di questi poveri fanciulli. Responsabilità enormi li hanno coloro che regolarmente bombardano scuole e ospedali usando addirittura bombe termo bariche e armi chimiche. Sono veri e propri crimini di guerra che si aggiungono all’assoluta mancanza di strutture mediche e di assistenza umanitaria di cui i bambini hanno un disperato bisogno perché stanno morendo nel disinteresse generale.

So di scrivere una cosa molto forte ma credo fermamente che non ci sia nulla che possa impedire l’assistenza umanitaria se non le burocrazie mondiali, le risoluzioni delle Nazioni Unite e la mancanza di cooperazione da parte degli Stati a livello globale. A ciò si aggiunge che la gran parte dei bambini si trova in una situazione particolarmente precaria poiché spesso mancano documenti ufficiali circa il loro stato civile e anagrafico. Questa mancanza, ovviamente, mette a repentaglio i diritti connessi alla loro nazionalità, ostacola i processi di ricongiungimento familiare e li espone a un rischio maggiore di sfruttamento e abusi di ogni genere. Molti minori attualmente sono detenuti nelle carceri insieme agli adulti. La detenzione di bambini con adulti è tra le più terribili violazioni umanitarie che si possa immaginare.

Questa non è umanità! Credo che nulla sia più disumano del girarsi dall’altra parte quando qualcuno ti chiede aiuto. Abbiamo perso la bellezza di abbracciare chi ci corre incontro in cerca solo di un po’ di conforto. Dopo aver letto il rapporto dell’Onu sulle violazioni dei diritti umani nei confronti dei bambini (che andrebbe tradotto in italiano e non solo concesso in lingua inglese) sono ancor più convinto che la guerra sia inutile e insensata, la più brutale prova di stupidità della razza umana. La storia tuttavia si ripete ciclicamente e quando i potenti della terra decidono la guerra, sono sempre i più deboli che soffrono e muoiono.

Vincenzo Musacchio, giurista, associato per il diritto penale alla School of Public Affairs and Administration della Reuters University di Newark