Home Blog Pagina 566

Riportiamo la persona al centro della politica

ROME, ITALY - DECEMBER 14: People take part in a rally protest organized by the new anti-fascist ideological movement, Le Sardine, at San Giovanni, on December 14, 2019 in Rome, Italy. The Sardine, new anti-fascist ideological movement is born to challenge the politics of Lega political party leader, Matteo Salvini, and to express its opposition to populist forces.(Photo by Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images)

«Come abbiamo già annunciato a Roma, continueremo a scendere in piazza. Per questo, dopo esserci incontrati, stiamo lavorando alle diverse iniziative che verranno realizzate in tutti i territori, a cominciare naturalmente dall’Emilia Romagna. Nelle prossime settimane ne daremo comunicazione», promette Massimiliano Perna di 6000sardine, il comitato che ha dato il la al movimento e che ha stilato il manifesto antileghista subito diventato virale e in cui si legge: «Cari populisti non c’è niente da cui ci dovete liberare, siamo noi che dobbiamo liberarci della vostra onnipresenza opprimente, a partire dalla rete. E lo stiamo già facendo. Perché grazie ai nostri padri e madri, nonni e nonne, avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare».

L’antirazzismo e il riferimento al fronte ampio dell’antifascismo sono ciò che caratterizza il movimento fluido e magmatico delle sardine che ha riempito le piazze emiliane, per inondare Firenze, Torino, Roma e molte altre città in giro per il mondo.

«L’antifascismo è alla base della nostra Costituzione nata dalla Resistenza, condotta con generosità da donne e uomini con idee e visioni politiche diverse. Socialisti, liberali, comunisti, repubblicani, cattolici, persino monarchici, uniti dalla voglia di liberare il Paese e donare la libertà alle generazioni successive», commenta Perna, giornalista, scrittore e attivista del movimento.

E oggi cosa vuol dire essere antifascisti per te? «Significa…

 

L’intervista di Simona Maggiorelli a Massimiliano Perna (6000 sardine) prosegue su Left in edicola dal 27 dicembre

SOMMARIO ACQUISTA

Mai più. La vergogna italiana dei lager per immigrati – introduzione

Migrants wear Id bracelets aboard of the Norwegian Siem Pilot ship during a migrant search and rescue mission off the Libyan Coasts, Tuesday, Sept. 1, 2015. Four dead bodies and hundreds of migrants were transferred on the Norwegian Siem Pilot ship from an Italian Navy ship and a Doctor Without Borders vessels after being rescued in different operation in the Mediterranean sea. (AP Photo/Gregorio Borgia)

«Centri di permanenza temporanea e assistenza» fu il nome che venne dato alle prime strutture di detenzione amministrativa per migranti sorte in Italia dopo l’approvazione della legge Turco-Napolitano. Correva l’anno 1998 e già da allora si diceva, nel centro sinistra, che bisognava coniugare accoglienza e sicurezza, ponendo l’accento sempre più sul secondo termine. I Cpta, acronimo delle strutture (ma la «a» di assistenza venne dimenticata), vennero realizzati in maniera improvvisata prima ancora di dare loro un quadro normativo. Per la prima volta nel nostro Paese, nel resto d’Europa era già prassi, si potevano privare le persone della libertà personale in virtù del fatto che la loro presenza non era considerata regolare. La finalità dei centri riguardava gli «stranieri destinatari di un provvedimento di espulsione con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile». Persone che non avevano commesso reati, rinchiuse per ciò che erano. Per facilitare i rimpatri delle persone non gradite, l’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano si affrettò a siglare i primi accordi bilaterali di riammissione con alcuni Paesi del Nord Africa che raramente produssero i risultati sperati. I centri, in cui si poteva restare rinchiusi fino ad un mese in attesa dell’espulsione, nacquero da un giorno all’altro e senza organicità.

ACQUISTA IL LIBRO
Nel 2006 si aprì il Cpt di Gradisca D’Isonzo, ribattezzatola «Guantanamo italiana» per l’uso di tecnologia avanzata atta a impedire fughe, rivolte, socialità eccessiva fra gli “ospiti”. Sì, perché chi vi era trattenuto non era considerato detenuto bensì ospite, al punto che se riusciva a fuggire, nonostante si scatenassero cacce all’uomo, gli addetti alla vigilanza delle strutture non potevano essere perseguiti per negligenza. A Ragusa ne aprì uno solo per donne in pieno centro città con telecamere interne alle stanze delle “ospiti” e con personale quasi esclusivamente maschile, chiuse quello di Agrigento per difficoltà di gestione e ne venne aperto uno a Caltanissetta (località Pian Del Lago), si spostò quello di Bari, per pochi mesi ne restò aperto uno a Trieste mentre nelle altre città si rese difficile la loro realizzazione. Per l’opposizione degli enti locali, o più spesso perché popolazione, movimenti sociali – insieme alle difficoltà di reperire strutture idonee – ne impedirono la realizzazione. Come nel caso di Corridonia, nel maceratese. Nel frattempo, nel 2002, era entrata in vigore la Bossi-Fini, che raddoppiava i tempi massimi di trattenimento (da 30 a 60 giorni) ma si andava rapidamente dimostrando il fallimento di tale approccio all’immigrazione. I centri sin dalla loro apertura si erano dimostrati luoghi da cui si tentava di fuggire e in cui si moriva. La notte di Natale del 1999 veniva trovato morto, nel Cpt di Ponte Galeria, Mohamed Ben Said, 39 anni, mascella rotta e forse imbottito di psicofarmaci.

C’è un calcolo macabro scomparso dalla storia ufficiale, quello di coloro che hanno perso la vita a causa della detenzione in questi spazi in cui non valevano e non valgono nemmeno le garanzie dei regolamenti penitenziari, spazi pensati esclusivamente come zoo temporanei per persone. Per parecchi anni, soprattutto fino al 2007, si sono realizzate mobilitazioni per chiedere la chiusura dei centri – la più grande a Torino nell’inverno 2002 -, numerose e praticamente in ogni città in cui c’erano Cpt o dove si minacciava di aprirli. I “clandestini”, in parte rinchiusi nei centri dopo periodi di detenzione in cui non erano stati identificati, i cui provvedimenti di convalida del trattenimento erano affidati a giudici di pace (mai utilizzati fino a quel momento per autorizzare la limitazione della libertà personale), una volta non rimpatriati tornavano fuori in condizioni di irregolarità, con l’obbligo di lasciare entro pochi giorni il territorio nazionale. Solo propaganda insomma e costruzione della fortezza escludente per rinchiudere il “nemico interno” e dimostrare che lo Stato si prende cura della sicurezza dei cittadini. Nel 2006 venne istituita una Commissione indipendente per analizzare il funzionamento dei Cpt, presieduta dal diplomatico Staffan De Mistura, che presentò un suo rapporto il 1 febbraio del 2007. La conclusione era pilatesca: i Cpt non dovevano essere chiusi ma «superati», riducendo al minimo il numero delle persone da trattenere, il tutto proprio mentre si riconosceva il fallimento di tali strutture. Nel 2009 col cambio di governo, il nuovo ministro dell’Interno, Roberto Maroni, incentivò invece l’utilizzo dei trattenimenti. I Cpt cambiarono acronimo diventando Cie (Centri per l’identificazione e l’espulsione), rompendo almeno una ipocrisia lessicale di fondo, e si portò a sei mesi il tempo massimo di trattenimento, trasformandoli di fatto in carceri senza neanche gli elementi propri di un sistema penitenziario e dando via così a un ciclo di rivolte e sommosse.

Nel 2011 il governo arrivò a vietare a giornalisti, operatori di organizzazioni umanitarie non accreditati, amministratori locali e a tutte le altre figure esterne, l’accesso ai Cie. Da un appello di alcuni operatori dell’informazione raccolto dalla Federazione nazionale della stampa e dalla mobilitazione di settori sensibili di società nacque la campagna LasciateCIEntrare. Il successivo governo Monti, con la ministra Cancellieri, sospese l’efficacia della circolare che vietava l’accesso ai centri ma il potere di limitare le visite restò nelle mani dei prefetti. Nel frattempo furono tante le rivolte che scoppiarono e portarono a dover chiudere sezioni dei centri quando non le intere strutture. In poco tempo i Cie aperti si ridussero a quattro, ma intanto si stava entrando già nel periodo vicino ai giorni nostri. Il ministro Minniti rinominò i centri che diventarono Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio). In tutti questi cambiamenti di acronimi ci sono modifiche normative che illustreremo in seguito, ma il tentativo – da anni perseguito – è quello di aprirne almeno uno in ogni regione. Infine, menzioniamo due capitoli che meriterebbero da soli ulteriori e attenti approfondimenti. Per l’autunno 2019 sono previste mobilitazioni per impedire la riapertura o la apertura di Cpr e per denunciare l’inaccettabile prolungamento a 180 giorni dei termini massimi di trattenimento in queste strutture, come previsto dal primo decreto sicurezza firmato da Salvini, mentre alcune forze politiche vorrebbero si arrivasse al tetto di 18 mesi di detenzione.

Il futuro dei Cpr è incerto. Tutti i tentativi di dichiararli incostituzionali sono falliti seppure la stessa sovraordinante direttiva europea 115/2008 consideri il trattenimento come una estrema ratio e non la norma. Il decreto sicurezza permette ad oggi di trattenere chi risulta privo dei requisiti per restare in Italia anche in luoghi diversi dai Cpr ritenuti idonei. Quali sono? Zone aeroportuali, camere di sicurezza, sezioni riservate di penitenziari? Tutto è possibile con le nuove norme. Le strutture di detenzione amministrativa sono state pensate e potenziate per proteggere i confini europei e garantire la sicurezza interna, ma si sono rivelate enormi voragini in cui sparivano persone, soldi pubblici e moriva lo Stato di diritto. Una ragione in più per parlarne con maggior cognizione di causa e per tornare a chiederne a gran voce la definitiva abolizione, anche in quanto istituzioni totali dove neanche i più elementari diritti delle persone possono essere rispettati. Ps. Il testo che segue e che proponiamo è un lavoro collettivo che non può, ovviamente, esaurire del tutto quanto accaduto in ventuno anni. Non troverete alcune tra le molte vicende importanti nell’ambito delle politiche sull’immigrazione e mancheremo di citare molte persone che negli anni si sono impegnate sui temi qui narrati o che hanno dato vita a mobilitazioni e campagne. Sono numerose le soggettività che hanno provato a far sì che questo angolo nero della Storia italiana non venisse rimosso o dimenticato. Ma questa è soprattutto una storia di donne e uomini che abbiamo incontrato, che in prima persona hanno pagato le conseguenze di un sistema ingiusto, alcuni perdendo anche la vita. A loro è dedicato questo lavoro, perché nessuno possa più dire domani: «io non sapevo».

ACQUISTA IL LIBRO

La festa del Sole e l’invenzione del Natale

A eccezione del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno, ricorrenze laiche per eccellenza, le festività del calendario in Italia sono tutte religiose. Molte lo sono diventate nel corso dei secoli, quando il cristianesimo prima e la Chiesa cattolica poi si sono appropriati di antiche feste e riti pagani come strumento per sradicare i culti politeisti preesistenti, evangelizzare le popolazioni, uniformare ed estendere il proprio potere.

Il Natale non fa eccezione, perché deriva dalla celebrazione del solstizio d’inverno, oggi convenzionalmente fissato il 21 dicembre. Il solstizio è il momento dell’anno cui corrisponde, a causa della posizione che il sole assume rispetto al piano equatoriale, la notte più lunga e il giorno più corto. Questo fenomeno nell’antichità veniva interpretato in chiave religiosa: il Sole, giunto al minimo della sua potenza, sembrava improvvisamente rinascere, riconquistava le tenebre e diventava invincibile. Ed ecco che in quei giorni i Romani festeggiavano il Sol invictus (Sole invincibile, appunto), gli Egiziani la nascita di Horus, gli Indopersiani quella di Mitra, i Siriani quella di El Gabal, i Greci quella di Helios. Ma l’elenco delle divinità celebrate nel mondo durante il solstizio d’inverno è lunghissimo, a indicare come il culto del dio Sole fosse radicato in tutte le civiltà.

Fu Aureliano il primo imperatore romano a istituire ufficialmente il 25 dicembre la festa del Sol Invictus, nel 274. Costantino poi, nel 330, trasformò la ricorrenza in celebrazione cristiana facendovi coincidere la nascita di Cristo, fino ad allora festeggiata in date diverse a seconda del luogo (ma più diffusamente il 6 gennaio, giorno dedicato in seguito all’Epifania). E fu sempre Costantino a cambiare nome all’ultimo giorno della settimana, che da dies solis (giorno del Sole, significato che ancora rimane nell’inglese sunday e nel tedesco sonntag) diventò dies domini (giorno del Signore).

Nonostante l’ufficializzazione della data di nascita di Cristo, il culto del dio Sole rimase ben radicato persino nelle popolazioni cristiane. Così scriveva nel 460 papa Leone Magno: «E’ così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella basilica di San Pietro, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana». Ci vollero la soppressione del culto di Mitra, le persecuzioni dei riti politeisti e i decreti di Giustiniano sulla chiusura dei templi pagani per far sì che il Natale si affermasse lentamente – e per editto – come festa cristiana in tutto l’Impero.

L’articolo originale è stato pubblicato su Cronache laiche, testata fondata e diretta da Cecilia M. Calamani

Kurdistan Bella ciao – sommario

ACQUISTA IL LIBRO

spese di spedizione incluse
promozione disponibile solo online

 

Marco, Fabo e il coraggio di scrivere le regole

L'attivista dei Radicali italiani Marco Cappato abbraccia la fidanzata di DJ Fabo, Valeria Imbrogno, durante l'udienza del processo in cui e' indagato per aiuto al suicidio, Milano, 23 dicembre 2019. ANSA / MATTEO BAZZI

Tutti in piedi a applaudire Marco Cappato che ieri è stato assolto per avere liberato Dj Fabo da una morte che gli era caduta addosso molto prima di essere burocraticamente certificata. E tutti a dire che bravo Cappato, per fortuna c’è Cappato, e tutte quelle belle frasi che servono per esprimere solidarietà gratis, quando viene facile facile.

Eppure Marco Cappato non è solo stato assolto ma soprattutto ha deciso di riscrivere delle regole che riteneva ingiuste prendendosi tutte le responsabilità legali e costringendo la politica a farsi carico delle responsabilità politiche. In un Paese in cui tutti i potenti cercano di schivare i processi, si ingegnano per promettere di cambiare le regole ma poi ci spiegano che non ci sono riusciti oppure si dicono sempre pronti a sacrificarsi per la patria e poi cercano di sgaiattolare il prima possibile.

La lezione di Cappato, di Fabo e della sua famiglia sta tutta nell’affrontare ciò che si ritiene ingiusto prendendosi il vento in faccia, guardando il futuro dritto negli occhi e combattendo per ciò che si ritiene giusto. La frase combattendo per ciò che si ritiene giusto è una frase annacquata dall’essere usata troppo e malamente ma quando accade per davvero mette i brividi.

E alla fine a vincere sono i diritti in mezzo a tutte le parole e viene così facile valutare le stature dei protagonisti che vincono e di quelli che continuano a stare fermi e, al massimo, applaudire.

I diritti aumentano se si svolgono con onore i propri doveri: questa è la lezione.

Buon martedì.

Buon anno, sicurezza

La combo mostra il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini (S) durante il comizio a Castel San Giovanni, il vicepremier e capo politico del M5S Luigi Di Maio durante il comizio a Roma e il segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti (D), durante il comizio a Milano, in occasione della chiusura della campagna elettorale per le Europee, 24 maggio 2019. ANSA/PIER PAOLO FERRERI-ANGELO CARCONI-DANIEL DAL ZENNARO

A Prato, lo scorso 16 ottobre, 21 lavoratori della Tintoria Superlativa di via Inghirami a Prato sono scesi in piazza per protestare contro le allucinanti condizioni di lavoro: «Lavoro nero, turni di 12 ore per 7 giorni la settimana, paghe di mille euro, niente ferie, malattie o permessi. Condizioni confermate dal controllo dell’Ispettorato territoriale del lavoro che per la terza volta in 4 anni procedeva alla sospensione dell’attività e all’apertura di un fascicolo presso la Procura della Repubblica per sfruttamento», hanno raccontato i sindacalisti. Durante la protesta alcuni operai sono anche stati travolti da un’auto. Qualche giorno fa si sono visti recapitare multe fino a 4.000 euro. Il motivo? Il bene noto decreto Sicurezza voluto dall’ex ministro Salvini. L’applicazione del decreto Salvini contro le legittime proteste di gente che reclama i propri diritti rende perfettamente l’idea del pericolo per lo stato di salute delle libertà democratiche. Lo scrivevamo in molti, lo ricordate? Lo urlava anche il Partito democratico, quando stava all’opposizione.

Il 19 dicembre, pochi giorni fa, il Servizio centrale Sipromi ha inviato una circolare agli enti locali titolari dei progetti Sprar in scadenza a fine anno per “sollecitare” l’uscita dal sistema di accoglienza entro il 31 dicembre 2019 dei titolari di protezione umanitaria in accoglienza. Sono tra 15.000 e 24.000 le persone stimate che potrebbero ritrovarsi letteralmente per strada, in pieno inverno. Vi ricordate quando scrivevamo che il decreto Sicurezza avrebbe riempito le strade di immigrati che si sarebbero ritrovati espulsi dal sistema di accoglienza? Vi ricordate quando si scriveva che sarà facile per Salvini invocare ancora più sicurezza per una situazione che di fatto ha voluto lui? Ecco, sta accadendo.

Che i decreti Sicurezza voluti dal ministro dell’interno Salvini fossero una schifezza in fondo lo sapevamo già. Ma che nonostante il cambio di governo (e ora governano quelli che se ne dicevano scandalizzati) quei decreti Sicurezza riescano ad arrivare intonsi nell’anno nuovo rende perfettamente l’idea del crogiolo di responsabilità che sarebbe troppo facile attribuire a Salvini.

Buon anno, sicurezza.

Buon lunedì.

Brexit ma non solo, analisi di una sconfitta

A man in a Union Jack suit walks in Green park, London on December 13, 2019. - Conservative Prime Minister Boris Johnson today hailed a political "earthquake" in Britain after a thumping election victory which clears the way for the country to finally leave the EU next month after years of paralysing deadlock. (Photo by Niklas HALLE'N / AFP) (Photo by NIKLAS HALLE'N/AFP via Getty Images)

La sconfitta del 12 dicembre ha per il Labour dei risvolti drammatici che vanno al di là dei seggi persi e della grande maggioranza ottenuta da Boris Johnson.
La ragione che rende la sconfitta drammaticamente preoccupante per il Labour è che, a differenza di quelle del 2010, del 2015 e del 2017, ne mette in discussione la natura e persino l’esistenza.

Nel 2010 la sconfitta dei laburisti aveva delle ragioni chiare, analizzabili e affrontabili: il Labour di Blair veniva da tre vittorie consecutive e c’era una naturale voglia di cambiamento, la guerra in Iraq aveva allontanato molti giovani e attivisti e soprattutto la crisi economica aveva picchiato duro ed era facile darne la colpa al governo di turno. Se a questo si aggiungevano due leader rampanti e molto abili come David Cameron e Nick Clegg, contrapposti ad una figura ormai logorata come quella di Gordon Brown, ecco che l’analisi della sconfitta era tutto sommato facile.

Nel 2015 la sconfitta di Ed Miliband sembrava avere ragioni politiche altrettanto semplici: le lotte letteralmente fratricide tra la sinistra e la destra interna del Labour avevano reso la linea politica dei laburisti poco chiara, né moderata né radicale, una via di mezzo che non ha convinto gli elettori anche grazie ai terribili attacchi inflitti dai media al leader laburista, vittima di campagne stampa pesantissime. Già nel 2015, tuttavia, si inserì una variabile di complicatissima gestione e cioè quella dell’insorgere a livello elettorale dei nazionalisti scozzesi che, forti della campagna referendaria del 2014, spazzavano via dalla Scozia – storicamente rossa – i laburisti impartendo a Miliband una sconfitta durissima a livello parlamentare.

Nel 2017 Jeremy Corbyn riuscì in una rimonta clamorosa nei confronti di Theresa May, perdendo di una manciata di voti percentuali e togliendole la maggioranza in Parlamento, una vittoria di Pirro conservatrice che tuttavia ha trasformato i due anni successivi in un estenuante dibattito sulla Brexit e il suo rinvio.
La sconfitta del 12 dicembre invece pone degli interrogativi drammatici e ai quali non c’è un’analisi “facile” da fare. Il tracollo dei laburisti nella red wall, le roccaforti laburiste del Nord Est ex minerario, rischia infatti di…

L’articolo di Domenico Cerabona prosegue su Left in edicola dal 20 dicembre

SOMMARIO ACQUISTA

Attraverso il Mediterraneo, per vivere

I canti del 2011, quelli della rivoluzione, hanno riecheggiato di nuovo la notte delle elezioni di Kais Saied, neopresidente della Tunisia. La speranza di cambiamento continua a far battere i cuori dei giovani, stanchi della crisi che non si è mai trasformata in nuove prospettive post rivoluzione. Ora in molti confidano nel giurista che il 13 ottobre è divenuto presidente, lui che si batte contro la corruzione, il RoboCop della politica tunisina: Kais Saied appunto.

Negli ultimi anni il vento della crisi continua ad arrivare dal sud. Da lì molti ragazzi decidono di partire. In molti sono laureati, altri, troppo poveri per continuare a restare. Il salario medio è di venti dinari al giorno, ovvero sette euro. La vita resta cara.

Spacchiamo il Paese con un autobus. Le folate di vento che spingono su sabbia e canti ci portano a Gabes. Quando la luce cala i bar si riempiono. Shisha e tè da bere, ogni sera, con le stesse facce, gli stessi lamenti e le ore a guardare videoclip musicali che portano dall’altra parte del Mediterraneo. Si canta d’Italia, d’Europa, della speranza che qui sembra essere morta. C’è anche chi vorrebbe restare, per lavorare qui.
«Io ho una laurea in ingegneria informatica – racconta un ragazzo mentre fuma – ma il salario comunque non lo porto a casa».

Gli stessi giovani ogni mattina si svegliano e devono guardare un mare divenuto distesa di liquame nero, contaminato dal Gruppo chimico tunisino (Cgt), che sta intossicando questa costa.
La società è pubblica ed estrae fosfati dal 1970, riversando poi in mare, ogni giorno, circa 14 mila tonnellate di prodotti. L’inquinamento è capillare. Entra nelle falde, nei terreni e nell’aria. Ci si ammala da anni nell’indifferenza delle…

Il reportage di Giuseppe Borello e Lorenzo Giroffi prosegue su Left in edicola dal 20 dicembre

SOMMARIO ACQUISTA

Italiani brava gente? La storia dice altro

È il rapporto col presente – con la vita, per dirla con Pierre Nora – ciò che soprattutto differenzia la memoria dalla storia. Quest’ultima è infatti rappresentazione del passato, di ciò che non c’è più; mentre le memorie collettive sono il frutto di processi di selezione e di interpretazione di quel passato alla luce del presente, e del punto di vista dei gruppi sociali che le producono. Se ripercorso al contrario, dalla memoria verso la storia, il processo di creazione delle memorie e delle narrative che le sostengono è capace di dirci molto della realtà attuale: soprattutto ci dice come i fatti del passato sono stati selezionati, e perché le diverse memorie si sono modificate col modificarsi della realtà, o sono state difese.

In quest’ottica la storia degli “italiani brava gente”, elemento centrale della memoria collettiva sul colonialismo italiano, sembra capace di dirci qualcosa sull’Italia repubblicana.
La formula “italiani brava gente” non nasce in relazione con la questione coloniale, ma è stata elaborata nel dopoguerra ad indicare una generale attitudine, attribuita al popolo italiano in contrasto con quello tedesco, a non essere mai veramente crudele, violento, e razzista ma piuttosto empatico e al massimo vittima delle contingenze.

La formula si è però dimostrata particolarmente efficace per sintetizzare gli elementi portanti della narrazione egemone sul colonialismo, incentrata sui coloni italiani, descritti come lavoratori, per di più lavoratori migranti; e sull’effetto positivo del loro lavoro nei territori coloniali, in particolare nel campo delle infrastrutture.
Alla base di questa narrazione, come sempre capita ai miti, ci sono alcuni fatti reali: è vero che l’Italia investì notevolmente nel campo delle infrastrutture, anche se più che un atto di bontà si trattava di un’azione fondamentale per l’occupazione e il controllo del territorio. Ne è dimostrazione, ad esempio, il fatto che…

Ricercatrice di Storia contemporanea all’Università di Cagliari, Valeria Deplano è studiosa di storia del colonialismo italiano. Nel 2009 e 2010 ha lavorato presso il Libyan studies centre di Tripoli. Dal 2016 è responsabile del ciclo dei seminari di ricerca Sissco sul tema “L’Europa tra migrazioni, decolonizzazione e integrazione
(1945-1992)”.

L’articolo di Valeria Deplano prosegue su Left in edicola dal 20 dicembre

SOMMARIO ACQUISTA

La balla delle radici cristiane dell’Europa

Matteo Salvini che bacia il crocifisso dopo la vittoria elettorale e che, dal palco di piazza Duomo a Milano, dice di affidarsi al «cuore immacolato di Maria» e «ai santi patroni d’Europa». Il capo leghista Salvini che in veste di ministro degli Interni partecipa all’oscurantista Congresso mondiale delle famiglie di Verona in nome di Dio, patria e famiglia. Mentre Giorgia Meloni, da leader dei Fratelli d’Italia, brandisce sulla scena pubblica il suo essere madre, bianca, cristiana. In barba alla Costituzione e a ciò che ha scritto la Corte costituzionale in una sentenza del 1989 riconoscendo nella laicità il principio supremo dello Stato.

I nuovi crociati irridono il trattato di Lisbona (2007) che mantenendo l’impronta laica della Costituzione europea (che era stata bocciata nel 2005) non fa alcun riferimento alle presunte radici giudaico-cristiane dell’Europa. Tirate in ballo a destra e a manca, a partire dall’ex laico Marcello Pera dal convertito al cristianesimo Magdi Allam ma anche da Khaled Fouad Allam che ebbe a dire: «L’Europa è debitrice verso il cristianesimo perché, lo si voglia o no, esso le ha dato forma, significato e valori». Peccato che la verità storica mostri tutt’altro. Fin dalla prima affermazione del cristianesimo come religione di Stato, a partire da un falso come la donazione di Costantino, smascherata dall’umanista Lorenzo Valla nel 1517. Come hanno documentato molti libri e di recente Catherine Nixey con il saggio Nel nome della croce, la distruzione cristiana del mondo classico (Bollati Boringhieri) il cristianesimo si insinuò nei gangli dell’impero romano cancellando ogni precedente tolleranza e pacifica convivenza politeista. Arrivando a sussumere i precedenti riti pagani per cambiarne il segno in una univoca e autoritaria direzione monoteista.

Alle origini del Natale, per fare un esempio, c’è la festa pagana del Sole, Sol invictus, da cui si era sviluppato il culto di Mitra. «I demoni, dicevano gli uomini di Chiesa, dimoravano nelle menti di chi praticava i vecchi riti. Chiunque criticasse il cristianesimo, avvertiva l’apologeta Tertulliano, attaccava il cristianesimo perché sotto il controllo di Satana», scrive Nixey. Non fu il solo. Basti dire che Agostino «fu maestro del paradosso pio “Oh crudeltà misericordiosa!». E ferocissima fu la persecuzione. Nel IV…

L’articolo di Simona Maggiorelli prosegue su Left in edicola dal 20 dicembre

SOMMARIO ACQUISTA