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Hong Kong, la megalopoli ha sete di democrazia

TOPSHOT - Members of the territory's medical sector attend a protest in Edinburgh Place in Hong Kong on August 2, 2019, in the latest opposition to a planned extradition law that was quickly evolved into a wider movement for democratic reforms. - Hong Kong civil servants on August 2 night kicked off a weekend of anti-government protests and unsanctioned rallies, in defiance of warnings from China and after a prominent independence campaigner was arrested. (Photo by Anthony WALLACE / AFP) (Photo credit should read ANTHONY WALLACE/AFP via Getty Images)

Sono le prime ore del pomeriggio di un afoso mercoledì di metà giugno quando davanti ai palazzi del potere di Hong Kong la polizia alza per la prima volta la bandiera nera. È il segnale che gli agenti antisommossa sono pronti a sparare i lacrimogeni per respingere i manifestanti che tentano l’assalto al Consiglio legislativo. L’aria è carica di umidità e di tensione, mentre già da alcune ore in decine di migliaia – molti giovanissimi e vestiti di nero – sono tornati a costruire barricate e a occupare la trafficata arteria a otto corsie che passa tra i palazzi di vetrocemento e gli shopping mall di Admiralty. L’obiettivo? Bloccare l’approvazione da parte del mini – Parlamento dell’ex-colonia britannica della controversa legge sull’estradizione verso la Cina che consentirebbe di trasferire hongkonghesi e stranieri di passaggio davanti all’opaco sistema legale della Repubblica Popolare.

«Chit wui, ritiratelo, chit wui», scandiscono in cantonese i manifestanti, mentre una catena umana ben coordinata fa arrivare fino alle prime linee quel che serve per proteggersi dalle nuvole di gas e dagli spray urticanti: ombrelli e impermeabili, elmetti e maschere da sub. Per la prima volta dopo decenni la polizia di Hong Kong – a lungo considerata la migliore dell’Asia – spara pallottole di gomma su una manifestazione, mentre già cinque anni prima l’uso dei lacrimogeni aveva provocato un’ondata di sdegno in città e fatto montare il sostegno popolare per il Movimento degli ombrelli.

Negli ultimi sei mesi – stando ai numeri diffusi dalla polizia all’inizio di dicembre – gli agenti hanno sparato 16mila cariche di gas e oltre 10mila pallottole di gomma. «È chiaro che non sia più un’assemblea pacifica – dirà quel giorno la leader di Hong Kong, Carrie Lam – ma di una rivolta pubblica organizzata». Mai usata durante il Movimento degli ombrelli, la definizione di «rivolta» minaccia pesanti conseguenze legali per chi è in piazza: sulla base di una legge di epoca coloniale le condanne possono arrivare fino a dieci anni di carcere. Dopo l’oceanico e pacifico corteo contro la legge sull’estradizione del 9 giugno – che secondo il Civil human rights front ha visto sfilare oltre un milione di persone: un hongkonghese su sette – sarà però proprio la manifestazione davanti al Consiglio legislativo e la reazione delle autorità a determinare quel che è avvenuto nella metropoli nelle ultime 28 settimane. E che continua. A prima vista gli…

Il reportage di Francesco Radicioni prosegue su Left in edicola dal 27 dicembre 2019

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Dal rogo del Vulpitta ai nuovi Cpr, 20 anni di galere

Non ricordiamo questo solo perché sono passati 20 anni da un plurimo omicidio, tante altre morti fra “malori”, suicidi, tentativi di evadere ci sono stati negli anni successivi nei diversi centri di detenzione in Italia che cambiavano denominazione e acronimo ma producendo gli stessi osceni disastri. E a dire il vero la prima vittima delle galere create da un governo di centro sinistra, c’era già stata a Roma, nel CPTA di Ponte Galeria. Era la notte di Natale del 1999, si chiamava Mohammed Ben Said, venne ritrovato all’alba con la mascella rotta ed ecchimosi in tutto il corpo. Un’altra morte impunita, pochi giorni prima della strage di Trapani. Venti anni dopo cosa è cambiato? I centri hanno cambiato, si diceva, più volte denominazione, prima CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) con il ministro Maroni, nel 2009 e ora CPR, Centri Permanenti per il Rimpatrio, con il ministro Minniti. In 20 anni si è tentato in ogni modo di chiudere queste strutture, utilizzando dapprima una parte del mondo politico che conservava una idea di diritto, contemporaneamente grazie alle piazze che hanno visto grandi mobilitazioni per chiedere o la chiusura di un centro appena aperto o per impedirne l’apertura. E insieme si mossero giuristi, avvocati, giornalisti, uomini e donne che, cercando di creare un fronte ampio di consapevolezza, aspiravano a far comprendere i danni ed i costi umani, economici, culturali e politici che il rinchiudere e deportare persone per il solo fatto di esistere, avrebbero portato. Sono migliaia in tanti anni gli uomini, le donne e a volte anche i minorenni, che sono stati “ospiti” (questo è il termine con cui vengono chiamati), fra queste gabbie di ferro e cemento sparse per l’Italia, spesso ex caserme, a volte strutture create ex novo, da Torino a Caltanissetta, da Gradisca D’Isonzo a Lamezia, a Palazzo S.GervasioBariBrindisi,LecceCrotoneMilanoModenaBologna ed ltri ancora. Nel periodo del loro massimo “successo” furono 14 i centri sparsi per la penisola. Dal 2007 numerose ragioni portarono lentamente a chiudere alcuni centri. In primis le rivolte che scoppiarono soprattutto quando aumentarono i tempi di trattenimento, rivolte che portarono spesso a rendere inagibili interi settori, denunce per malagestione, suicidi, difficoltà rendere effettivi i rimpatri. Per un breve periodo addirittura si auspicò il superamento dell’istituto della detenzione amministrativa e il numero dei centri operativi, lentamente, si ridusse.

Nel 2011, all’inasprirsi delle tensioni nei centri rimasti operativi il Viminale reagì con una circolare che inibiva totalmente l’ingresso a operatori dell’informazione e ad associazioni di sostegno non riconosciute, la maggior parte. Nacque una campagna “LasciateCIEntrare” per provare a rompere la cappa di silenzio che era ormai caduta sui centri, a cui rimanevano ad opporsi pochi attivisti, qualche legale, aree molto limitate di movimento. Intervenne anche l’FNSI, l’Ordine dei Giornalisti e, con la crisi del governo Berlusconi/Maroni si giunse ad una sospensione della circolare. Di fatto l’accesso ai centri resta ancora oggi limitato ed a totale discrezione delle prefetture e quindi del competente Ministero dell’Interno. Ma il vero peggioramento è iniziato nel 2015 ed è in fase di realizzazione. Prima, attraverso il Migration Compact, concordato con l’Unione Europea, vennero realizzate ulteriori strutture di identificazione, gli hotspot, destinate a separare i richiedenti asilo sbarcati che potevano aver diritto ad alcune forme di protezione o allo status di rifugiato da quelli da rimpatriare. In assenza di una loro definizione giuridica non sono mai state ufficialmente spazi di privazione delle libertà personali ma, la loro collocazione, la lentezza delle prime procedure di fotosegnalazione e identificazione, a volte il sovraffollamento hanno soventemente bloccato gli “ospiti” per tempi mai regolamentati, anche nell’ordine di settimane. E non è bastata una condana dell’Italia, da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, sul caso Klhaifia, per impedire queste prassi che violano le garanzie costituzionali ed internazionali in materia di libertà personale. L’aumento temporaneo degli arrivi del 2016, il Memorandum con la Libia del febbraio 2017, l’assenza di politiche di regolarizzazione di chi perdendo il lavoro, perdeva anche il diritto a restare in Italia, ha fatto rilanciare l’idea che nuovi centri di detenzione fossero “necessari”. Il “piano Minniti”, reiterazione di quanto già affermato da precedenti inquilini del Viminale di identica o diversa appartenenza politica, prevedeva l’apertura di (Centri Permanenti per il Rimpatrio) CPR in ogni regione. Si è iniziato ripristinando la sezione maschile di Ponte Galeria (Roma), poi riaprendo Palazzo San Gervasio (Potenza). Da tempo era decisa l’apertura di almeno 4 o 5 Cpr ed erano già stati individuati i siti. Il primo ad aprire è stato quello di Gradisca D’Isonzo, in provincia di Gorizia, nell’ex caserma Polonio. Il centro, trasformato in CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) dopo che peer 6 anni era già stato un centro di detenzione, ha riaperto i battenti, per ora a ranghi ridotti, il 16 dicembre scorso. Nella stessa area resta ancora uno spazio come CARA e un altro che è divenuto CPR, nei giorni scorsi una trentina di uomini, trattenuti nel CPR di Bari sono stati trasferiti a Gradisca, facendo già rialzare la tensione. Fra gli enti gestori che garantiscono i servizi nel centro, (le vecchie gestioni nel periodo di attività precedente furono coinvolti in inchieste che hanno visto al centro anche personale della prefettura) una delle cooperative già invischiata nel CAS di Cona, provincia di Venezia, dove ha perso la vita una ragazza.

L’apertura del Centro di Gradisca era annunciata da tempo, doveva servire anche a fomentare la campagna elettorale delle elezioni europee, ma per numerose ragioni anche di carattere burocratico, per mesi si attese da un momento all’altro, e quel giorno è arrivato. Si pensava di procedere prima alla riapertura del CPR di Via Corelli a Milano, uno dei primi a entrare in funzione alla fine degli anni Novanta. A Milano si era però già creata una rete composita e plurale contro il centro, manifestazioni, azioni di sensibilizzazione, nel frattempo il centro non ha ancora aperto i battenti anche se il momento pare vicino. Doveva essere già entrato in funzione anche il CPR pensato per la Sardegna nel nuorese, nell’ex carcere mandamentale di Macomer. Il paese era famoso negli anni passati perché luogo di destinazione “punitiva” per i militari di leva. La macchina si è fermata però a causa di un esposto presentato alla Corte dei Conti che intende fare alcuni rilievi. Per gli altri si fanno diverse ipotesile procedure di realizzazione di un CPR sembrano secretate, fra le più accreditate Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, (altro ex carcere mandamentale) nei pressi della tendopoli di San Ferdinando, dove alloggiano centinaia di lavoratori in agricoltura. E poi Modena, anche in questo caso sembra privilegiato l’ex CIE un tempo gestito dalle “Misericordie” di Daniele Giovanardi, fratello dello zelante uomo politico, situato in una caserma dismessa in Via La Marmora. Si tratta di uno dei centri che l’allora ministro Salvini, nell’ottobre 2018 dava come pronto per aprire, ad oggi, pur essendo tecnicamente pronto ancora permangono difficoltà nel farlo ripartire. Problemi di appalto ma soprattutto dissidi interni alla maggioranza di governo nel capoluogo emiliano, dove governa il M5S e alle divergenze nelle politiche nazionali si assomma la contrarietà della città che ha già potuto verificare l’inutilità di questi centri. A detta del Viminale si sta lavorando per l’apertura (ma non si hanno notizie di spazi individuati)di CPR in Veneto e Liguria, governate dal centro destra e mentre sta per partire la campagna elettorale per le elezioni regionali in entrambe le regioni. Formalmente il parere di Regioni ed enti locali non è vincolante per la realizzazione di un CPR ma di fatto non avere l’appoggio delle amministrazioni è importante sia per i servizi connessi alla gestione sia per i rapporti con il territorio.

Per approfondire

Ad esempio la Toscana, che ha sempre rifiutato la realizzazione di strutture di detenzione e in cui i sondaggi danno per vincente ancora forze di centro sinistra, non è ad oggi considerata come fra quelle in cui realizzare un centro. Anche per altre regioni, Marche, Abruzzo, Molise, Trentino Alto Adige mentre si vanno ampliando quelli di: Torino (da 175 a 210 posti), nonostante sia quello con maggiori tensioni e una morte ancora recente, Bari,riaperto nel novembre 2017, che passerà dagli attuali 90 a 126 po, poi con lavori più strutturali, Palazzo San Gervasio e Caltanissetta. Ribadire la contrarietà a tali strutture deve diventare un obiettivo praticabile di cui ormai debbono farsi carico le reti associative, di movimento, le attiviste e gli attivisti vecchi e nuovi, il mondo del diritto. La classe politica sembra voler ignorare che i CPR, in cui si potrà restare rinchiusi anche per sei mesi rischiano di divenire vere e proprie bombe ad orologeria in cui potrebbero facilmente riaccadere tragedie come quella con cui abbiamo iniziato questo racconto e che per il mondo antirazzista resta indimenticabile e inaccettabile. In 20 anni è stata prodotta una ampia letteratura sull’argomento, dai rapporti realizzati prima da MSF e poi da MEDU, al Libro Bianco mai pubblicato ma realizzato grazie al Comitato diritti Umani del Senato, a ricerche specifiche sui singoli centri e a relazioni delle istituzioni e del Garante per i detenuti e le persone private della libertà personale. Da ultimo un volume divulgativo edito dal settimanale Left di cui Adif è fra le forze che hanno contribuito a realizzarlo e dal titolo “Mai Più”. Una corretta comunicazione su queste strutture è determinante per svelarne il carattere nocivo, ma altrettanto importante è riprendere le mobilitazioni. L’11 gennaio, dopo un primo presidio a pochi giorni dall’apertura, si terrà una manifestazione a Gradisca D’Isonzo, il 18 una assemblea regionale a Milano per fermare l’apertura di Corelli. Ci auguriamo che sia solo l’inizio.

Articolo originale pubblicato su www.a-dif.org/

Laser, coni stradali, valigie: ad Hong Kong la protesta è creativa

epa07806511 Protesters with laser pointers gather during an anti-government rally in Hong Kong, China, 31 August 2019. Hong Kong has been gripped by mass protests since June over a now-suspended extradition bill to China that have morphed into a wider anti-government movement. EPA/VIVEK PRAKASH

Coni, laser, mascherine. La sfida, la battaglia, al di là degli ideali astratti, passa sempre per gli oggetti. Gli stessi mattoni disposti come delle mini-Stonehenge dai manifestanti sull’asfalto per rallentare carri e mezzi pesanti della polizia vengono risistemati, con grandi sorrisi a favore di camera, con malta e cazzuola da operosi militari del governo centrale in brachette corte.

I significati mutano a seconda del contesto, ognuno ci costruisce la narrazione che vuole. Come negli Stati Uniti, anche i meme e la sottocultura internet sono utilizzate come forma di lotta politica. Ma ad Hong Kong la figura di Pepe The Frog, rana verde dall’aspetto grottesco che negli Stati Uniti vuol dire alt-right e suprematismo bianco, qui – forse ignorando il significato che ha oltreoceano – è simbolo del movimento giovanile e della sua lotta per la libertà.

Ogni rivoluzione ha i suoi simboli, e i movimenti di Hong Kong non sono da meno. Nel caso dell’ex colonia britannica, le prime proteste pacifiche del settembre del 2014 sono associate in maniera inscindibile ad un oggetto, l’ombrello, in quel caso di colore giallo sgargiante.

Oggi le proteste si sono evolute rispetto ad allora, e a partire dai timidi appelli iniziali di rispettare la tanto agognata promessa di “un Paese due sistemi”, le richieste si sono fatte via via più ardite. L’annuncio di una legge sull’estradizione unito a violenze e soprusi da parte delle forze dell’ordine ne ha cambiato completamente i toni. La necessità era diventata combattere, anima e corpo, per difendere la propria identità, e quando non ha armi proprie uno inizia a ingegnarsi su come anche un oggetto comune possa contribuire alla causa.

Gli esiti creativi delle proteste erano stati già indagati sia dal New York Times che dal progressista South China Morning Post, che si era soffermato sul racconto di un vero e proprio “team creativo” che curava alcuni degli aspetti dell’estetica artistica dei movimenti.

In un clima sempre più polarizzato, la repressione passa anche per la messa al bando di alcuni oggetti, il cui acquisto o possesso viene limitato. Con le continue perlustrazioni nelle strade e nei campus, girare con determinati oggetti in tasca o nello zaino oggi equivale all’arresto. Anche il solo possedere abiti neri ora significa rischiare.

Le proteste si contaminano l’un l’altra, simboli e riti spesso ritornano nella Storia. Se i manifestanti di Hong Kong hanno deciso di non impiegare gli stessi oggetti dei caçerolazos cileni – pentole e suppellettili usati per fare rumore – movimenti nati per protestare contro il governo autoritario negli anni 70 e riapparsi sulla scena pubblica in tempi moderni contro Piñera, da loro hanno ripreso però alcuni riti. Un esempio sono i “canti delle dieci di sera”. Ogni giorno a quell’ora precisa, nel centro della metropoli, dalla sicurezza dei propri appartamenti, i manifestanti spezzano il rumore del traffico con un vociare continuo: slogan e cori pro-democrazia invadono il centro, «Liberate Hong Kong, rivoluzione ora» gridano e in una città così densa a livello abitativo la cosa fa un discreto effetto.

Terreno di scontro è anche la lingua, con l’imposizione forzata del mandarino (lingua ufficiale della Cina) che tenta in ogni modo di sovrastare il cantonese (parlato dalla gente di Hong Kong, Macao e dalla più ampia provincia del Guangdong), invadendo programmazione televisiva, radiofonica e con un revisionismo che parte dagli stessi testi di studio in uso nelle scuole. Hong Kong è fastidiosa per la Cina continentale anche perché ha università, intellettuali, scuole, e stampa libere.

Ogni protesta ha i suoi simboli, ogni protesta ha i suoi oggetti, e spesso le due cose coincidono. L’estetica, lungi dall’essere un elemento superficiale, si fa concreta, dà forma alle cose. Parte da qui l’idea dell’esposizione Default – A Hong Kong Study, realizzata dal collettivo ferrarese Hpo, ora in mostra nel loro nuovo spazio espositivo. «L’uso creativo di oggetti all’apparenza convenzionali ne modifica la funzione – commentano – i limiti del contesto dato portano a trovare soluzioni che sono tanto rilevanti quanto innovative, un’attitudine nei confronti della realtà strettamente legata alla professione architettonica, il cui scopo principale è proprio il risolvere i problemi o almeno ostinarsi nel tentare».

Tutto può avere una funzione che va ben oltre il suo utilizzo convenzionale: i puntatori laser vengono utilizzati per mettere fuori uso telecamere e sistemi di sorveglianza, i coni della segnaletica stradale vengono utilizzati per attenuare gli effetti dei lacrimogeni, i coperchi dei bidoni della spazzatura e le valigie diventano scudi. E poi c’è l’acqua, che è sia quella usata per lavare gli occhi dai fumi acri dei lacrimogeni, sia intesa in senso metaforico, come nella “predicazione del fluido” di Bruce Lee. Letterale e letterario.

Be water è uno slogan spesso messo in pratica dai manifestanti. Mai stare troppo a lungo nello stesso posto, per evitare sgomberi e attacchi da parte delle forze dell’ordine le manifestazioni devono essere fluide, non statiche, devono potersi muovere, di via in via, di stazione in stazione, da piazza a piazza, proprio come fa un liquido.

Allons enfants, come si fa uno sciopero generale

Protesters are standing behind a large banner that reads "Students, workers, unemployed, all in solidarity" and a sign that reads "Let's Revolt Up" on Thursday, December 5, 2019, the first day of a major strike against pension reforms, a major demonstration was announced in Paris. About 65,000 people walked between the Gare de l'Est and Place de la Nation. Clashes between police officers and demonstrators took place on the Place de la République and at the end of the demonstration. (Photo by Samuel Boivin/NurPhoto via Getty Images)

Da circa due anni la Francia è percorsa da conflitti sociali profondi, di lunga durata, che sono sfociati, a dicembre, nel grande sciopero generale contro la riforma delle pensioni che sta paralizzando la Francia. Il governo Macron, già indebolito dalla protesta dei Gilet gialli, è sul punto di crollare. Diamo qui una breve cronaca diretta degli eventi principali.

Primo giorno di sciopero generale (5 dicembre 2019, giovedì)
Già dalla mattina Alitalia ha soppresso il volo per Parigi delle 10.20. Spostato sul volo delle 15.20, sbarco all’aeroporto Charles de Gaulles che trovo assai meno animato del solito. Anzi, quasi silenzioso. La Francia è bloccata dal più grande sciopero generale dell’ultimo ventennio, dal lontano dicembre del 1995, quando contro un analogo progetto del governo Juppé di «riforma» (imbroglio) dell’intero sistema di protezione sociale, comprese le pensioni dei lavoratori dei trasporti e della funzione pubblica, per tre intere settimane, fino a Natale, i lavoratori fermarono un intero Paese, con la piena solidarietà e collaborazione di tutti i cittadini. Milioni di francesi solidali.

Io c’ero, in quella circostanza. Mi trovai catapultato da Roma in una Parigi surreale, bellissima, che raggiunsi in autostop dall’aeroporto di Orly Sud. Il clima di solidarietà e di festa era inconcepibile, mai visto: la gente s’aiutava senza chiedere nulla in cambio; il covoiturage – il prendere l’auto in comune – era diventato il solo mezzo per spostarsi dentro Parigi, era gratuito, funzionava e stava diventando un importante momento di socializzazione e di condivisione della lotta.

Questa volta, il 5 dicembre 2019, nel primo giorno di sciopero, prevale la gran quantità di bici elettriche e di trottinettes, monopattini elettrici sparsi un po’ ovunque in Parigi. E i bouchons, i mega-ingorghi: più di 550 km di code solo attorno alla cintura della Périphérique (il raccordo anulare) della capitale, il doppio del normale. Un’ora e un quarto per raggiungere Porte de Clichy da Porte de Clignancourt. Ma anche questa volta la solidarietà ha…

Il reportage di Paolo Quintili prosegue su Left in edicola dal 27 dicembre 2019

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Le sardine neonate e le lacrime di Batavia

Centomila sardine in piazza S. Giovanni a Roma il 14 dicembre, piazze piene in tutta Italia e anche all’estero: il movimento ha centrato tutti gli obiettivi previsti e sembra marciare a gonfie vele. Questa nuova creatura apartitica ma politica è stata paragonata ad un bambino che ha solo un mese di vita: suscita quindi la speranza in un qualcosa di nuovo mentre è evidente la sua fragilità. Innumerevoli le adesioni pubbliche, i commenti entusiastici, i sarcasmi e le critiche. Per esempio il nome stesso, ispirato a una specie ittica ha suscitato perplessità: si sarebbe preferita una denominazione più altisonante e battagliera.

In realtà il termine “sardine” , che rimanda ad una stretta contiguità, al contatto fisico dei partecipanti è quantomai azzeccato in quanto esso è una citazione involontaria di Elias Canetti. L’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo, affermava quest’ultimo: «Solo nella massa l’uomo può essere liberato dal timore di essere toccato. Essa è l’unica situazione in cui tale timore si capovolge nel suo opposto». All’interno della massa chiunque ci venga addosso è uguale a noi. D’improvviso, poi, sembra che tutto accada come in un unico corpo. Quanto più gli uomini si serrano disperatamente gli uni agli altri, tanto più sono certi di non aver paura l’uno dell’altro. Questo capovolgimento del timore d’essere toccati è peculiare della massa.

Nella formazione di una moltitudine che assomigli ad un unico organismo denso e compatto, le angosce persecutorie suscitate da un’alterità vissuta come estranea ed inquietante si placano di colpo per un processo irrazionale e danno vita ad un sentimento di comune appartenenza. Paradossalmente la politica della Lega e della destra in Italia, tesa a fomentare l’odio e la paranoia per tutto ciò che appare come diverso e a creare aggregazioni sottomesse ciecamente a leadership carismatiche, ha gettato i presupposti per una reazione contraria e speculare, per un movimento collettivo dove tutti si…

 

L’articolo di Domenico Fargnoli prosegue su Left in edicola dal 27 dicembre 2019

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Politici come rockstar senza voce

"Babbo Natale mi avrà voluto mandare un messaggio..??". Così il segretario federale della Lega, Matteo Salvini, in un post pubblicato sul suo profilo Twitter, 25 dicembre 2019. TWITTER MATTEO SALVINI +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Matteo Salvini ha cantato in playback di fronte all’albero di Natale per condividere il video sul social TicToc, quello dove ci stanno i ragazzini. I ragazzini e i Salvini.

Giorgia Meloni si è fotografata con il cappello di Babbo Natale. Una donna travestita da Babbo Natale tra l’altro è assolutamente contro le sue teorie: un Natale gender. Roba da mettersi le mani nei capelli.

Silvio Berlusconi si è fotografato mentre palpeggia una palla del suo sontuoso albero tutto sbriluccicante. Una foto tutta metallizzata.

Il Natale per i politici italiani è il momento più caldo dell’appuntita attività social quotidiana, tutti impegnati a rassicurare, a mostrarsi come noi, a spremersi per sembrare interessanti ma intelligenti ma simpatici ma non troppo melensi ma non troppo uguali ai concorrenti politici.

Gli uomini pagati e eletti per trovare soluzioni spremono energie, idee e soldi per partorire messaggi social che possano aumentare un consenso che si basa tutto sull’empatia, tutto di pancia, senza contenuti, senza progetti. Stimolare simpatia come primo obiettivo di un politico è un obbrobrio a cui ci siamo abituati ma non per questo è meno deplorevole. E ci siamo abituati. E quelli ne approfittano ed è tutto una discesa verso il basso.

Immaginate un dentista che provi a convincervi a estrarvi un dente mostrandovi quanto è bravo a ballare la Macarena; oppure immaginate un fruttivendolo che vuole vendervi le mele per la simpatia con cui monta un mobiletto in cucina oppure un idraulico che vi invita a dargli fiducia perché mangia lasagne con un bicchiere di vino rosso.

Ma non vi fa schifo? Anche con tutto lo spirito natalizio possibile, non è una miseria di contenuti?

Fanno i politici perché non sanno cantare per diventare rockstar e non sono abbastanza abili nel dribbling per diventare calciatori. Usano il podio mica per fare i comizi: solo per stare più in alto.

Buone feste.

Buon venerdì.

Perché per vincere le mafie non basta dire “Io sto con Gratteri”

Nicola Gratteri durante la relazione conclusiva della Commissione Antimafia della XVII legislatura, Roma, 21 febbraio 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Premetto che ho conosciuto Nicola Gratteri e lo ritengo persona preparata e onesta ma, quando leggo in questi giorni le innumerevoli attestazioni di stima nei sui confronti e per la grande operazione anti-ndrangheta condotta, mi lascia stupefatto la frase fatta: “Io sto con Gratteri”.

Mi torna continuamente in mente un concetto espresso da Rita Atria: «Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici». Guardando l’Italia di oggi mi chiedo: siamo davvero con Gratteri? Io credo di no! Lo siamo a chiacchiere ma con i fatti certamente no! Provo a dimostrarlo.

Siamo con Gratteri quando sistemiamo nostro figlio in un posto di lavoro, togliendolo ad un altro che lo meriterebbe poiché nostro figlio è un asino? Siamo con Gratteri quando da imprenditori partecipiamo ad un appalto ottenuto con un giro losco che ci ha permesso di vincerlo a discapito di altri imprenditori onesti? Siamo con Gratteri quando corrompendo abbiamo ottenuto ciò che non ci spettava? Quando scavalchiamo le liste di attesa per un esame medico passando avanti a chi ne ha più bisogno di noi, siamo sicuri di stare con Gratteri?

Perché a chiacchiere tutti noi odiamo la mafia, ma poi se ci servono voti per essere eletti non esistiamo a stringere la mano a qualcuno in odore di mafia che può procurarceli. Quando ci voltiamo dall’altra parte e lasciamo spazio a chi uccide la speranza dei nostri figli sostituendosi allo Stato e alla legalità rinneghiamo l’operato di Gratteri. Non stiamo con lui neanche quando nostro figlio fa il bullo con i suoi coetanei e noi andiamo a difenderlo a scuola contro tutto e tutti. Non siamo con Gratteri neanche quando non trasmettiamo ai nostri giovani l’amore per la conoscenza, il rispetto per il sacrificio e approviamo l’idea che “tanto alla fine i corrotti hanno successo e gli onesti no”.

Ricordiamoci però che quei corrotti spesso sono mafiosi o amici dei mafiosi. La nostra mafiosità, non così troppo occulta, sta proprio nell’accettazione del vantaggio non meritato, nel concetto di “adeguati alla illegalità se vuoi far carriera”. Perché se la mafia ha permeato ogni angolo dello Stato (Università, ospedali, istituzioni pubbliche e private di ogni genere) è perché in fondo siamo anche noi, in parte o totalmente, mafiosi dentro, non lo ammetteremo mai eppure lo siamo. Probabilmente abbiamo assorbito il virus della mafiosità e la loro mentalità e non ce ne siamo accorti e quando ce ne siamo accorti ad alcuni di noi è convenuto utilizzarla per il proprio tornaconto.

Siamo consci che con i nostri comportamenti siamo esattamente ciò che Gratteri e tantissimi magistrati come lui – Falcone e Borsellino prima di loro – combattono ogni giorno? Siamo sicuri che quando scriviamo “Io sto con Gratteri” non scriviamo una frase fatta priva di contenuto? So di essere stato troppo caustico in ciò che ho scritto e sto per scrivere ma ritengo che noi italiani non siamo degni di Nicola Gratteri, come non eravamo, e non lo siamo ancora, degni di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e di tutte quelle persone uccise dalle mafie di cui non abbiamo più alcun ricordo né memoria alcuna.

L’Italia non è degna di queste persone eccezionali, perché non abbiamo imparato nulla dal loro sacrificio! Mi rivolgo soprattutto ai ragazzi: proviamo a non girarci dall’altra parte davanti a un sopruso. Proviamo a cambiare noi per primi non dando linfa vitale alle mafie. La mafia è tra noi ogni giorno, proviamo a non chiudere gli occhi! Liberiamoci dalle catene della mafia definendola una vera e propria “putrefazione della società”. Proviamo a portare un barlume di speranza a questo nostro Paese sempre più in declino. Uniamo le forze per eliminare questa piaga che affligge la società e la nostra gioventù, “perché il cancro delle mafie non può essere affrontato agendo isolati”.

Per debellare questa metastasi che colpisce ormai ogni organo vitale del Paese, occorre un movimento popolare, un’iniziativa che parta dalla società a ogni livello. Noi faremo la nostra parte, ma se ci fermiamo alle dichiarazioni d’intenti come “Io sto con Gratteri” senza riempirla di concretezza, non andremo lontano. Mi auguro che questa mia critica sia intesa come stimolo di un impegno continuato che vada ben di là di un proclama, diventando un tema prioritario e un impegno concreto nella lotta alle mafie.

Il mio maestro Antonino Caponnetto, mi ha inculcato l’idea che la cultura vince sulle mafie e la scuola sull’ignoranza. Se è così, e io ne sono fermamente convinto, dobbiamo far comprendere ai nostri giovani che l’illegalità non paga ma i libri e la conoscenza sì. Se riusciremo in questa impresa allora potremo affermare con la coscienza a posto: “Io sto con Gratteri”!

Vincenzo Musacchio, giurista, associato per il diritto penale
alla School of Public Affairs and Administration della Reuters University di Newark

Sardine di tutto il mondo unitevi

L’immagine del banco di sardine che, pur essendo individualmente piccolissime, stando vicine, risultano più grandi dello squalo e lo allontanano, è un’immagine potente. C’era un cartello fatto in casa che diceva: “Sardine di tutto il mondo unitevi!”. Ma chi è lo squalo? E cosa tiene unito il banco di sardine?

I temi ascoltati in piazza San Giovanni a Roma compongono anch’essi un’immagine potente. Si è parlato dei decreti “sicurezza”. Tolgono agli immigrati le possibilità di base per vivere costruendo aggregazioni fatte di lavoro e dignità, spingendoli alla disperazione e rendendoli preda di delinquenti spesso molto italiani. I decreti “sicurezza” creano insicurezza e degradano la convivenza civile.

È tipico degli squali creare insicurezza sociale per poi fare decreti sicurezza sempre più disumani. La storia di Riace è emblematica. Distruggere una realtà di pacifica aggregazione civile laddove il paese si spopolava e avanzava la desertificazione, è l’unica “sicurezza” che risulta da queste norme. Le conseguenze sono il proliferare di situazioni di stile concentrazionario e del caporalato schiavista. È di questi giorni la notizia che anche nel nord Italia sono stati scoperti casi di immigrati sfruttati e ricattati costretti a lavorare venti ore al giorno! Per gli squali le regole della convivenza fra cittadini non sono fatte per favorire l’intesa fondamentalmente naturale fra gli esseri umani, ma per stabilire a priori chi è umano, chi semi-umano e chi non lo è affatto.

In piazza San Giovanni altro tema centrale è stato l’antifascismo inscritto nei contenuti della nostra Costituzione. A tal proposito, il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Simona Maggiorelli su Left del 22 novembre 2019 riporta i dati Eures sul femminicidio in Italia. A fronte del calo di omicidi in totale, dal 2000, sono aumentati i femminicidi, soprattutto in famiglia. Non dalla presenza di immigrati quindi derivano i crimini, ma da una cultura patriarcale e religiosa, esaltata dalle destre. L’aumento dei femminicidi ci accomuna alla Spagna. È interessante la riflessione che Maggiorelli fa sulla carenza di elaborazione riguardante il passato fascista di Italia e Spagna. I sovranisti, riproponendo le ideologie di Dio, Patria e Famiglia, ci offrono l’occasione di fare finalmente qualche nuova elaborazione. Le tradizioni religiose monoteiste sono il terreno di coltura delle dimensioni patologiche che agiscono la violenza sulle donne.

La patria è intesa come una istituzione contrapposta per sua natura a un nemico esterno e, per il fascismo, fu strutturalmente connotata dal colonialismo basato sull’idea della superiorità della razza italica.  La traduzione odierna di questa concezione usa il termine “sostituzione etnica” per paventare il pericolo che l’etnia superiore italica venga sostituita da una inferiore straniera. La famiglia è “istituzione” prima che luogo di incontro fra esseri umani diversi che si realizzano nella loro diversità. La donna è al servizio di questa istituzione per produrre figli.

Marina Turi, anche lei su Left del 22 novembre, ci racconta dell’avanzare della formazione politica Vox, che ha aumentato il consenso in Spagna, la quale arriva a negare l’esistenza dei femminicidi e, per bocca di una sua deputata, afferma che vorrebbe istituire l’obbligo per le scuole di insegnare, invece che il femminismo, il cucito: perché «cucire un bottone dà molto potere». Anche da noi esponenti della destra sovranista rilasciano interviste in veste di donne che avrebbero lottato contro la discriminazione sessista.

A volte gli squali si mascherano da sardine. Il lavoro più difficile è non farsi confondere.

C’è una proposizione di Massimo Fagioli nella quale si coglie profondamente questo aspetto. Effettuando una critica, che egli sulla rivista Il Sogno della Farfalla (n. 4 del 2013) definisce “coraggiosa”, a Marx, afferma: «…proponeva solo una liberazione dalla repressione e non una ricerca per la realtà umana che ancora non era formata. C’era l’idealizzazione dell’oppresso, del diseredato, dello sfortunato, ignorando completamente la possibilità della complicità della vittima con il carnefice».

L’editoriale di Elena Ilardi è tratto da Left in edicola dal 27 dicembre

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Arrivano le sardine nere

A woman holds a placard reading "Rome does not bind" (playing on words with Lega, which is the Italian name of the far-right League party) during a demonstration of the "Sardine Movement", formed to oppose the far-right League party, on December 14, 2019 in Rome. - Italy's youth-driven "Sardine Movement", formed to oppose the far-right League party, was launched by four little-known youths saying the anti-immigration League party led by Matteo Salvini represents hate and exclusion. The sardine has become a symbol of protest against Salvini, a former interior minister. (Photo by Andreas SOLARO / AFP) (Photo by ANDREAS SOLARO/AFP via Getty Images)

Ad un mese e mezzo da quando a Bologna tutto iniziò, il movimento delle sardine si è arricchito di voci, slogan, corpi. Di settimana in settimana, ad ogni bagno di folla che invadeva le piazze italiane, maturava la consapevolezza di quanto fosse ricca e composita la galassia di esseri umani che dicono «no» a Salvini e ciò che rappresenta. Un rifiuto espresso prima di tutto attraverso la propria presenza fisica, la propria partecipazione ad un rito laico collettivo e pacifico, in cui lo stringersi insieme di persone diverse per Paese d’origine, sesso, classe sociale, prelude ed evoca una democrazia inclusiva oggi minacciata dai politici della paura.

In questo Mare magnum, poi, c’è anche chi cerca di fare un passo in avanti, e dotare il movimento di alcuni punti programmatici. Per andare oltre alla pur indispensabile – ma giocoforza indefinita – negazione delle politiche dell’odio. Stiamo parlando delle “Sardine nere”. Nate all’interno del movimento Migranti e rifugiati di Napoli, sono stanche di «parole e proclami»: vogliono un piano di azioni concrete contro il razzismo, che li riguarda in prima persona. In quanto profughi, sans papier, titolari del permesso di soggiorno per motivi umanitari che Salvini ha voluto abolire. Una serie di soggetti da anni nel mirino della politica di destra e purtroppo anche di centrosinistra, che hanno deciso di prendere parola. Chiedono l’abolizione dei decreti Minniti, Salvini I e II; la rescissione degli accordi con la Libia, una sanatoria che non colleghi il titolo di soggiorno al possesso di un lavoro, lo ius soli per tutti gli immigrati nati qui. L’hanno ribadito anche dal palco di San Giovanni, a Roma il 14 dicembre. Prima di farli salire, gli organizzatori hanno opposto qualche resistenza. D’altronde, il loro intervento non era in scaletta. Poi sono stati concessi loro alcuni minuti.

«Crediamo che non si debba aver paura di parlare di certi temi. Intolleranza e razzismo crescono proprio perché molte persone ne sono a digiuno, non li hanno mai affrontati in profondità – dice a Left Abdel El Mir, 29enne di origini marocchine, portavoce delle Sardine nere -. Oggi assistiamo ad una propaganda continua sul tema immigrazione, senza peraltro che i soggetti direttamente coinvolti trovino…

 

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 27 dicembre

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La storia è una bussola civile

Anche in epoca di crisi, nel 2008, la Germania e altri Paesi europei hanno investito nella scuola e nell’università come volano di sviluppo, non così in Italia. All’epoca di Berlusconi furono drasticamente tagliati i fondi alla scuola e alla cultura. E da allora non c’è stato alcun reintegro. Abbiamo chiesto cosa ne pensa al ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Lorenzo Fioramonti.

Ministro Fioramonti, lei più volte ha posto la questione dei fondi per la scuola e per la ricerca, come settori strategici per il futuro dei giovani e per la crescita democratica del Paese. È urgente un cambio di rotta?

È più che urgente. È necessaria un’importante inversione di tendenza. Questa sensibilità nel nuovo esecutivo l’ho colta, ma ora servono i fatti. Risorse. Stanziamenti. È vero: i grandi Paesi in Europa hanno investito nell’istruzione e nella ricerca, con il risultato di una spinta decisiva alla loro economia. Investire sulla formazione non incide solo sul prodotto interno lordo, ma anche sulla qualità di quello che si fa e si produce. Non c’è futuro senza un’economia della conoscenza. Aver tagliato i fondi all’istruzione ha reso l’Italia meno reattiva alle sfide contemporanee, dallo sviluppo tecnologico alla riconversione industriale in senso sostenibile. Per questo ogni giorno mi batto per incrementare gli stanziamenti. A Bruxelles, dove sono stato recentemente per la riunione del Consiglio dell’Unione Europea sull’educazione, anche tutti i ministri delle Finanze hanno convenuto su come sia indispensabile investire in formazione e ricerca. Prendendo spunto da questo, se è l’Europa che indica questa strada, bisogna che consenta a tutti i Paesi di avere lo stesso passo. Un’idea è che questi investimenti siano scorporati dai parametri di bilancio richiesti dall’Unione.

I giovani dei Fridays for future pongono domande radicali non solo per fermare il climate change ma anche parlando di sviluppo sostenibile, immaginando un modo diverso di fare società. Inserire un insegnamento ad hoc su questi temi, come lei ha proposto, può essere un primo passo, in che modo? Sarà a costo zero?

Dal prossimo anno scolastico tutte le scuole dedicheranno 33 ore, quindi un’ora a settimana, all’educazione civica. Stiamo lavorando a un modello innovativo. Vogliamo centrare l’educazione civica anche sulle grandi questioni legate ai cambiamenti climatici, sui diritti ambientali, sulla lotta alle disuguaglianze. Punto di riferimento saranno i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Dobbiamo ascoltare le richieste dei giovani di un cambiamento culturale incentrato sul pianeta. A gennaio partirà la formazione dei docenti.

L’hate speech si combatte anche a scuola? Occorre rafforzare l’insegnamento di storia oltreché ripristinare la traccia di storia all’esame di maturità?

Sì, si combatte anche a scuola, dove si devono offrire strumenti per un linguaggio consapevole. E il ruolo dei docenti, ovviamente, è fondamentale anche in questo: spetta a loro educare gli studenti all’uso responsabile delle parole. Le scuole devono essere il posto dove si impara a contrastare l’odio, anche attraverso lo studio della storia. La storia è una bussola civile, non può essere solo una sequenza di date. E ripristinarne la traccia alla Maturità è il primo passo di un percorso più articolato che restituisce centralità a questa disciplina.

I costituenti pensarono e scrissero con grande lungimiranza l’articolo 9 che tutela il patrimonio artistico e il paesaggio legandolo alla ricerca. Ma il ministro Gelmini del governo Berlusconi ha tagliato l’insegnamento della storia dell’arte. Cosa ne pensa?

La storia d’Italia non prescinde dalla storia dell’arte. Siamo il Paese nel mondo che custodisce quello che è di gran lunga il più grande patrimonio artistico e culturale e una riflessione su come recuperare questo insegnamento la stiamo già facendo.

La scuola deve essere aperta a tutti. Una sentenza della Corte europea ha stigmatizzato la presenza del crocifisso nelle aule come elemento discriminante, appendere alle pareti mappe geografiche o articoli della Costituzione tutelerebbe di più credenti e non?

Lei cita una sentenza di una decina d’anni fa, ma poi la Corte europea si è espressa anche in modo diverso, accogliendo proprio un ricorso del governo italiano che difendeva l’esposizione del crocefisso nelle aule. Ho già detto qual è il mio pensiero di laico, un pensiero cauto e problematico, ed è stato deformato e strumentalizzato affermando che volevo togliere i crocefissi dalle classi. La scuola ha bisogno di tante cose, a cominciare dalla messa in sicurezza degli edifici, ma non ha bisogno di polemiche dove la tutela dei credenti o degli atei non è più un tema di rispetto delle diverse sensibilità ma è soltanto un pretesto.

Che effetti produrrebbe l’autonomia differenziata? L’Italia, una e indivisibile, sarebbe messa in discussione come luogo dell’esigibilità di diritti garantiti per tutti?

L’autonomia differenziata nella scuola è una falsa soluzione. I criteri divisivi non portano a nulla.

I sindacati hanno lanciato una mobilitazione a causa degli impegni disattesi sul concorso della scuola, come affrontare la questione?

I sindacati fanno la loro parte, sarebbe un problema il contrario. Difendono i diritti dei lavoratori della scuola con molte buone ragioni. Ma sul concorso della scuola abbiamo trovato un difficile percorso di stabilizzazione, e l’abbiamo trovato insieme ai sindacati. Più insegnanti di ruolo e meno precari. Io chiedo solo, come ministro, che ci vengano date le risorse per non scontare altri ritardi su questo percorso condiviso.

L’articolo 28 della legge di stabilità istituisce l’Agenzia nazionale della ricerca i cui vertici saranno in gran parte di nomina politica. Cosa ne pensa? Non dovrebbe essere guidato da una figura di alto profilo scientifico?

Un’Agenzia nazionale servirà a portare ricerca e formazione al centro della nostra politica economica. Dovrà essere governata dalla comunità scientifica, come nelle migliori pratiche internazionali, e non dalla politica. Sono sicuro che la discussione parlamentare porterà miglioramenti e offrirà indicazioni utili. Ritengo che la scelta sulla governance dell’Agenzia vada stralciata dalla manovra e rinviata a una norma successiva dopo un confronto con la comunità di ricerca.

Cosa rispondere ai tanti ricercatori che vorrebbero poter scegliere anche di restare in Italia?

È grave che vi siano ricercatori italiani costretti ad andare a lavorare all’estero. Va bene fare un’esperienza di formazione all’estero. Ma che questo avvenga perché si è costretti, no, non va bene. Ogni ricercatore per la sua preparazione ci costa trecentomila euro. Se poi va a lavorare fuori dall’Italia è come se noi questi soldi li avessimo regalati all’economia di un altro Paese. È necessario ragionare su un nuovo modello di sviluppo che porti al centro la ricerca. Servono finanziamenti, risorse, idee della politica. Le energie e le qualità umane ci sono.

Intervista pubblicata su Left del 15 novembre 2019