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La nascita della sinistra

©William Santero e Daniele Carlevaro -AULAMAGNA 2015

La ricostruzione della sinistra, questa attività che ormai in tanti danno per essere qualcosa di inutile, legato ad una idea utopica di società, è qualcosa che forse va chiamata in un altro modo. Si tratta in realtà della costruzione ex novo e non di ricostruzione di qualcosa. Va infatti pensato che la sinistra, con le sue varie e diversissime forme in cui si è manifestata nel corso di oltre due secoli, sia qualcosa che in realtà deve ancora nascere. I due secoli sono chiaramente quelli che iniziano con la Rivoluzione francese e con il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali. Quelli che oggi nessuno (o quasi nessuno) si sogna di mettere in discussione, almeno in principio. In particolare, la libertà e l’uguaglianza che sono a fondamento dei diritti universali dell’essere umano che a loro volta sono a fondamento delle carte costituzionali di gran parte dei Paesi del mondo.

Va però compreso che quelle due parole, da sole, non sono sufficienti ad affermare un diritto. Perché non spiegano su cosa si fonda quel diritto e quale sostanza esso abbia, di cosa sia in realtà fatto. Sicuramente c’è nella Rivoluzione francese e nei principi che porta un’universalità che prima non c’era, quando afferma che quei diritti riguardano tutti gli uomini. Peccato che, appunto, quelle affermazioni avessero dimenticato le donne e i bambini… e riguardassero soltanto gli uomini, intesi come esseri umani di sesso maschile. L’universalismo del diritto era basato sull’idea che ci fosse una caratteristica comune a tutti gli uomini che però non era sviluppata nelle donne e nei bambini. Questa caratteristica sarebbe la ragione. Allora così come ciò che faceva i cittadini romani uguali tra loro e più uguali di quelli che erano schiavi era per l’appunto essere civis romanus, allo stesso modo ciò che farebbe uguali tra loro tutti gli esseri umani sarebbe la ragione. Chi non ha quella caratteristica comune non è uguale agli altri, è di fatto un essere sicuramente inferiore che come tale può essere trattato.

La logica porta con sé che non essendo veramente un essere esso è di fatto un non essere. Non esiste infatti compromesso per la ragione. L’uguaglianza tra pochi pari ha come conseguenza che la libertà è qualcosa di riservato solo alla élite degli uguali. Non ha senso pensare ad una libertà per gli altri, perché essi in realtà non sono. Nel corso del XIX secolo, la grande rivoluzione portata dalle idee della Rivoluzione francese nella forma degli Stati e nel riconoscimento di nuovi diritti dove non ce n’erano e contemporaneamente l’impetuoso sviluppo delle economie in conseguenza delle innovazioni portate dalle straordinarie scoperte scientifiche da Newton in poi, determinano un generale aumento del benessere e la formazione di quella che si sarebbe poi chiamata la classe media. Ma accanto a questo sviluppo c’è anche la comparsa della classe operaia.

Enormi quantità di persone si spostano dalle campagne alle città, che diventano sempre più grandi, attirate dalla possibilità di maggiore guadagno che nel lavoro dei campi ma anche, evidentemente, dall’idea di un futuro diverso, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita. È in questo periodo che si sviluppano le idee che poi diventeranno fondanti per la sinistra attuale. Sono idee che si sviluppano come opposizione a ingiustizie evidenti, a negazioni di quei principi di libertà e uguaglianza affermati, seppur con tutti i limiti detti prima, dalla Rivoluzione francese. Opposizione ad una universalità affermata ma non rispettata veramente. L’analisi politica, la ricerca di strumenti per opporsi, lavora sugli aspetti economici e dimentica che l’universalità dei diritti di libertà e uguaglianza della Rivoluzione francese era basata sulla universalità della ragione, su una cosa che sarebbe caratteristica esclusiva dell’essere umano e comune a tutti.

In altre parole, la base della Rivoluzione francese, del suo straordinario successo, era prima di tutto un’idea di essere umano. La società, che poi è quella in cui noi tutti viviamo tutt’oggi, è conseguenza di quell’idea di essere umano. Io credo che il grande errore sia non aver compreso questo. È necessario prima avere un’idea di essere umano, di quale è la verità della sua realtà. Solo in conseguenza di questo è possibile pensare ad un modello di società diverso. È facile vedere che le forze politiche di destra hanno una visione dell’essere umano come violento e sopraffattore. Quella sarebbe la natura umana e la politica quindi deve prendere atto di questa natura e agire coerentemente. Si potrebbe quindi ingenuamente pensare che le forze politiche di sinistra non la pensino così, che pensino ad una realtà umana che sia al fondo buona. In realtà non è così.

Purtroppo, il pensiero di sinistra non ha compreso questo passaggio fondamentale e si è lasciato ingannare sul pensiero sulla natura umana. Infatti, anche a Sinistra si pensa ad una realtà umana che al fondo sarebbe cattiva e il cui unico scopo sarebbe quello di sfruttare e sopraffare gli altri. Se questo è il pensiero sull’essere umano, l’uguaglianza sarebbe qualcosa che in realtà non esiste ma che va costruito. Qualcosa di artificiale di cui lo stato è garante. E il motivo è debolissimo: perché sarebbe più giusto così. L’uguaglianza diventa così una cosa astratta che non avrebbe in realtà alcun fondamento. Non si capisce da cosa deriverebbe l’uguaglianza. E questo può portare (e ha portato) alle distorsioni estreme delle giacchette grigie, per cui saremmo uguali solo quando vivremo tutti vite materialmente uguali…

Tornando al punto di partenza è allora evidente cosa sia necessario fare per costruire la sinistra. È necessario prima di tutto comprendere la realtà umana. Come essa si forma, come si sviluppa e quale sia il suo scopo. Dobbiamo iniziare comprendendo che ciò che fa l’essere umano diverso dagli animali non è la ragione. Se definiamo infatti la ragione come ciò che serve per l’utile e la sopravvivenza, tutto ciò che permette all’individuo di affermare la propria esistenza nel mondo, è banale osservare che l’essere umano ha delle caratteristiche che non sono ragione in quanto non servono per l’utile e la sopravvivenza. Bisogna quindi considerare anche questa realtà in ciò che fa l’essere degli esseri umani e non soltanto la ragione. Per far questo bisogna prima liberare il proprio pensiero da tante idee che la nostra società e la nostra cultura considera come assolute e incontestabili. Bisogna fare ricerca sulla realtà umana. Una ricerca che la politica e i politici non fanno mai. Il pensiero politico sugli esseri umani non può esaurirsi in una astratta questione morale che dice “non si ruba” o peggio appiattirsi sul pensiero cristiano-cattolico per quello che riguarda la realtà umana.

Questo giornale ha ospitato ogni settimana per 11 anni il pensiero e la ricerca di Massimo Fagioli, uno straordinario psichiatra che nella sua vita ha fatto una ricerca originalissima sulla realtà del pensiero umano e la sua origine. Nel 1965 ha scoperto

L’articolo di Matteo Fago prosegue su Left in edicola dal 3 gennaio

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Anno nuovo, un Paragone

Due giorni due di giornalismo, parliamo dell’1 e del 2 gennaio 2020, e subito si scorge la dimensione di quello che sarà.

A capodanno si discute di un ex ministro, quello che annusa ogni presepe di provincia e che sbaciucchia ogni rosario o crocifisso che gli venga a tiro, che prende in giro il Papa. Lui, Salvini: il molesto feticista del cattolicesimo (interpretato alla sua maniera) diventa improvvisamente laico e difende la satira contro Papa Francesco che ha recitato per i suoi social insieme alla sua fidanzata. Uno legge di questa vicenda e pensa “no, dai, non può interessare a nessuno una notizia del genere” e invece diventa l’apertura dei siti di informazione e il segretario del Pd Zingaretti trova addirittura il tempo e il modo di rispondere. Il segretario del Pd, quello che ancora tace sui decreti Sicurezza. Ohibò.

La seconda grande notizia dell’anno (iniziato alla grande, si direbbe…) è che Paragone viene espulso dai probiviri del Movimento 5 stelle e il solito Di Battista ne approfitta per recitare la sua parte da bastian contrario. Dice Di Battista che Paragone è molto più grillino di tanti altri grillini e dicendolo dimostra che non solo il Movimento 5 stelle non è diverso da qualsiasi altro partito, ma che nel Movimento 5 stelle siamo già addirittura alla gara del più puro che ti epura. Nel momento in cui si decide di rilasciare la patente del vero grillino significa che ormai si è alla frutta. Ora a rigor di logica si potrebbe dire quindi che Di Battista sia fuori dal Movimento 5 stelle, no? Oppure semplicemente che questi si comportano esattamente come gli altri con la sola differenza di essere terribilmente più sgraziati.

Le prime due notizie di politica di quest’anno sono due notizie che andrebbero infilate nelle pagine delle curiosità e invece sono diventati i temi fondamentali. Mi raccomando: l’importante è non parlare di politica. Mai. In compenso in Spagna si preparano a votare un programma di governo che sarebbe da mandare a memoria. Ma che palle, ‘sti programmi, eh.

Buon venerdì.

La sinistra che verrà

Le piazze italiane che sul finire dell’anno scorso sono state invase da giovani donne e giovani uomini riuniti nel movimento delle sardine ci dicono, in modo inequivocabile, che esiste una foltissima popolazione che non condivide affatto il discorso politico cavalcato dalle destre populiste e xenofobe fatto di violenza verbale e slogan tanto semplici quanto privi di intelligenza. Le sardine dimostrano che c’è una popolazione che ha voglia di incontrarsi nelle strade e nelle piazze, che rifiuta una descrizione della realtà e delle persone falsificata e che ha urgente bisogno di contarsi e di gridare «noi non ci stiamo». E una sinistra che verrà – si spera prima o poi – non può perdere questa ennesima occasione. Sembra infatti che alla politica manchi capacità di analisi della realtà e di intercettare interessi e desideri del proprio corpo elettorale. Nei buoni propositi del 2020 bisognerebbe che, oltre a mettere da parte leaderismi personali e tendenze scissionistiche, la sinistra cominciasse a leggere o rileggere alcuni autori che studiarono, teorizzarono e lottarono in quei terribili anni Venti del ‘900 che videro in Italia e in Europa l’affermazione dei partiti nazi-fascisti e la fine del sogno rivoluzionario sovietico. Le tragiche analogie storiche tra ieri e oggi, oltre a preoccuparci, dovrebbero infatti stimolarci a studiare quel passato per almeno tentare di non ripetere gli errori di un tempo.

Ripescare quei pensatori che riflettevano sui motivi di una crisi politica e sociale che la sinistra di allora non seppe interpretare, facendosi strappare di mano una società civile desiderosa di essere compresa nelle sue angosce del dopoguerra e spianando la strada all’avvento dei populismi totalitari. E allora prima di tutto bisognerebbe andare a rileggere la Rivoluzione liberale di Piero Gobetti che rifletteva proprio sulla «anomalia italiana» che non aveva saputo completare il proprio risorgimento e aveva mantenuto una divisione nord-sud che faceva del nostro stivale una penisola troppo eterogenea dal punto di vista economico, culturale, linguistico per poter parlare di sentimento italiano (oggi potremmo domandarci perché si fa tanta fatica a “sentirci europei”). A un secolo e mezzo dall’avvenuta unità d’Italia scopriamo ancora che il sud è nettamente scollato dal resto della penisola e sta letteralmente sprofondando in termini sia sociali che economici. E Gobetti, a soli vent’anni, rifletteva sulla mancanza di “autonomia” degli italiani e sul loro bisogno di mettersi sotto l’ala protettiva dell’uomo forte, del padre padrone. Gobetti allora insisteva sulla capacità di indignazione che andava instillata al posto di quello spirito di rassegnazione tipicamente italiano. A tal fine l’intellettuale torinese portò avanti una vera e propria mobilitazione culturale (a soli vent’anni aveva diretto un giornale, fondato una rivista e una casa editrice) perché la lotta per la libertà non è qualcosa di astratto, ma qualcosa che si radica nelle coscienze degli esseri umani. Per lui la rivoluzione doveva avvenire a partire dal basso, dagli individui e non essere proposta dall’alto, dalle mani di un partito. Una rivoluzione che doveva essere guidata dalla classe operaia del nord d’Italia perché secondo lui l’immaturità economica andava di pari passo con una maggior adesione al fascismo.

Ecco perché si incontrava con il pensiero di Gramsci che allora capeggiava l’occupazione delle fabbriche torinesi. La guerra al fascismo si compiva per entrambi a suon di intelligenza e cultura. Occorrerebbe recuperare poi quella tradizione socialista limpida e fiera di Giacomo Matteotti che osò sfidare la violenza e l’antiparlamentarismo di Mussolini e delle sue camicie nere. Quel Matteotti che fu lasciato solo dai compagni socialisti che dopo il suo assassinio attuarono la “secessione dell’Aventino” lasciando gli scranni del Parlamento vuoti in segno di protesta, ma, di fatto, sgomberando il campo al regima fascista. Rileggere Salvemini e le sue analisi sul sud d’Italia e gli scritti su Le origini del fascismo in Italia e poi ancora Carlo Rosselli e il suo socialismo liberale che si interrogava se il marxismo e la sua filosofia non ingabbiassero troppo la storia in un determinismo che allineava i fatti secondo schemi e previsioni meccaniche che perdevano di vista l’azione imprevedibile degli esseri umani. Autori che facevano incontrare tradizione socialista e tradizione liberale all’insegna di un pensiero laico che osteggiava fortissimamente qualsiasi potere burocratico e religioso, che pretendeva unità nella lotta antifascista e fermezza assoluta di posizioni. Quella tradizione che persistette fino al secondo dopoguerra nel Partito d’azione e in autori quali Guido Calogero, Norberto Bobbio, Altiero Spinelli…, ma che fu poi messa fuori gioco dai due grandi Moloch del Partito comunista di Togliatti e della Democrazia cristiana che monopolizzarono l’intera scena politica dagli anni Cinquanta fino al crollo del muro di Berlino. Oggi dopo la caduta delle ideologie risulta invece fecondo andare a studiare chi quelle ideologie le aveva criticate e, al tempo stesso, si era posto una domanda fondamentale: “Dove abbiamo sbagliato?”. Riscoprire quei pensatori liberi, privi di collusioni con i poteri forti, coerenti nella vita e nel pensiero, e proprio per questo messi a tacere, è un dovere intellettuale e restituisce un’identità culturale a chi voglia mettere in campo, contro questa destra becera, ignorante e violenta, un discorso politico alternativo.

L’editoriale di Elisabetta Amalfitano è tratto da Left in edicola dal 3 gennaio

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La versione di Sankara

«Non si può effettuare un cambiamento fondamentale senza una certa dose di follia. In questo caso si tratta di non conformità: il coraggio di voltare le spalle alle vecchie formule, il coraggio di inventare il futuro. Ci sono voluti i folli di ieri per permetterci di agire con estrema lucidità oggi. Voglio essere uno di quei folli. Dobbiamo avere il coraggio di inventare il futuro». In questo brano di un’intervista realizzata nel 1985 che potremmo considerare la sua epigrafe, Thomas Sankara, leader rivoluzionario di sinistra che rinominò l’Alto Volta in Burkina Faso, ben sintetizzò il cuore della propria eredità storica e intellettuale.

Presidente del Paese africano dall’83 all’87, politico in prima linea contro la povertà, militare difensore della pace e dei diritti umani, chitarrista in gioventù, la «follia» di cui parlò nell’intervista, naturalmente, non è da intendersi nell’accezione patologica del termine. Indica piuttosto il rifiuto di una certa razionalità. Quella, spietata, del pensiero neocolonialista (e neoliberista) che nega l’uguaglianza degli esseri umani ma subordina coloro i quali vivono nel Terzo mondo, legittimando il furto dei loro beni materiali e, in definitiva, della loro possibilità di realizzarsi. In questo senso, il termine “follia” indica un ostinato ed appassionato impegno nel pensare fuori dagli schemi imperialisti e violenti, le «vecchie formule», per rimettere le persone e la loro uguaglianza al centro della politica. Un insegnamento straordinariamente attuale. Al pari – come vedremo – di molti altri che hanno costellato la sua particolare esperienza rivoluzionaria.

Uno dei gesti più significativi di capitan Sankara nel modificare l’immaginario dei cittadini, per tagliare definitivamente i ponti col passato coloniale, fu il cambiare nome al Paese in «Burkina Faso», ossia «Terra degli uomini integri». Modificò pure bandiera ed inno nazionale. Volle ricreare un Stato autonomo e libero dalle ingerenze predatorie straniere. Nelle sue celebri orazioni alle Nazioni unite sono sferzanti le critiche alle forze dominatrici occidentali, e non solo. Memorabile è il suo faccia a faccia col presidente Mitterrand, accolto in modo ben poco “diplomatico” nella ex colonia francese nel 1986, con un discorso che denunciava la compiacenza di Parigi verso il regime dell’apartheid in Sudafrica. Ma Sankara ebbe a condannare anche l’invasione sovietica in Afghanistan. Perché il suo era un socialismo non dogmatico e non allineato.

Quando prese il potere con un colpo di Stato, subito si impegnò a migliorare le condizioni di vita del popolo burkinabé. Per lui quella era la vera rivoluzione. Diede il via ad un avveniristico programma di riforme puntando su diritti delle donne, istruzione, sanità, lotta alla povertà, ambiente, taglio degli enormi privilegi della classe dirigente. Priorità che dovrebbero segnare la rotta pure per la sinistra di oggi, e non solo quella africana. Certo, la sua sfida era titanica. Per descrivere le condizioni in cui versava l’Alto Volta basta citare alcuni dati, come fece Sankara stesso all’Onu nel 1984: «Un Paese di sette milioni di abitanti, più di sei milioni dei quali sono contadini; un tasso di mortalità infantile stimato al 180 per mille; un’aspettativa di vita media di soli 40 anni; un tasso di analfabetismo del 98%, se definiamo alfabetizzato colui che sa leggere, scrivere e parlare una lingua; un medico ogni 50mila abitanti; un tasso di frequenza scolastica del 16%». E poi, l’enorme zavorra del debito internazionale, che egli voleva cancellare con una azione non violenta e coordinata di tutti i Paesi africani.

Mentre ebbe successo nel restituire dignità almeno per un po’ ai propri concittadini, potenziando le scuole («un uomo che impara a leggere e scrivere – diceva – è come un cieco che riacquista la vista») e arrivando ad esempio a garantire per tutti i burkinabé due pasti al giorno e alcuni litri di acqua, fallì invece inesorabilmente sulla questione del debito. La sua strategia per creare un fronte panafricano contro il neocolonialismo era insopportabile agli occhi delle potenze occidentali. Se le idee di Sankara si fossero propagate, l’intero continente avrebbe potuto rialzare la testa, mettendo fine alla schiavitù finanziaria e alla rapina di materie prime pregiate a basso costo. Per questo il presidente burkinabé venne ucciso il 15 ottobre 1987 insieme a dodici ufficiali in un golpe organizzato dal suo ex compagno d’armi Blaise Compaoré, con la protezione dei servizi di Parigi e di Washington. (Cambiato contesto, attori e senza dubbio “metodi”, come può non tornare alla mente la crisi greca nell’estate 2015?). Alla sua morte lascia un magro conto in banca, quattro biciclette, un’auto – nel frattempo aveva sostituito le costose vetture di rappresentanza governative con delle frugali Renault -, tre chitarre e un frigo.

Ma «mentre i rivoluzionari come individui possono essere uccisi, non puoi uccidere le loro idee», come Sankara stesso disse nel suo ultimo discorso pubblico, ad ottobre del 1987, in onore di Che Guevara, assassinato esattamente vent’anni prima. E la veridicità di quella massima a ventisette anni di distanza è stata confermata, quando nel 2014 il suo volto è ricomparso su murales e cartelli nelle mobilitazioni che hanno portato alla caduta di Compaoré, ora in esilio in Costa d’Avorio.

«A livello personale, la sua semplicità, modestia e integrità morale sono un modello per tutti coloro che aspirano a gestire la cosa pubblica. A livello di lotta politica, non dimentichiamo il coraggio e la determinazione che ebbe nel costruire un Burkina Faso all’insegna di giustizia sociale e sviluppo inclusivo, che tenesse in considerazione sia l’ambiente che le future generazioni», ha dichiarato nel 2016 il rapper burkinabé Smockey, uno dei fondatori del gruppo di attivisti Balai Citoyen che ha contribuito all’insurrezione del 2014 diffondendo controcultura musicale che rinsaldava il mito di Sankara.

Perché è davvero una lezione attualissima, quella del “Che Guevara africano”. C’è chi riassume il suo punto di vista descrivendolo come un originale «marxismo umanista», che il presidente rivoluzionario avrebbe iniziato ad elaborare sin dagli anni della sua formazione militare. Questa è, ad esempio, l’opinione che il giornalista e ricercatore della Columbia University Ernest Harsch argomenta in A certain amount of madness (Pluto press, 2018), tomo fondamentale per comprendere il peso del lascito politico di Sankara e il suo riverbero nei movimenti sociali del XXI secolo.

Un lascito multiforme e diffuso, anche per quanto riguarda le politiche di genere. «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna – disse Sankara l’8 marzo 1987 – avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva superiore della nostra società. La nostra rivoluzione non avrà dunque più senso. Ed è a questa nobile lotta che siamo tutti invitati, uomini e donne». Per dargli spazio, Sankara incoraggia la ribellione al maschilismo imperante, vieta infibulazione e poligamia, promuove campagne contro l’Aids invitando ad usare i contraccettivi (mentre in Vaticano un altro capo di Stato ne scoraggiava fortemente l’uso), lotta contro la prostituzione, che considera «una sintesi tragica e dolorosa di tutte le forme di schiavitù femminile».

Inoltre, «di solito i politici maschi invocano la parità di genere come parte di un appello per “salvare” le donne dalla loro condizione di “vittima” nella società – ha sottolineato la sociologa e attivista Patricia McFadden -. Sankara invece ribadisce che la libertà delle donne e la loro emancipazione non sono qualcosa che viene concesso dall’uomo per una qualche forma di gentilezza o altruismo, bensì sono i risultati della lotta contro il patriarcato, praticato e difeso dai maschi». «Lo dicevamo già nelle prime ore della rivoluzione democratica e popolare – ribadì infatti Sankara in occasione della Giornata internazionale della donna – “L’emancipazione, come la libertà, non viene regalata, si conquista. E tocca alle stesse donne avanzare le loro rivendicazioni e mobilitarsi per farle arrivare a buon fine”». Nessun approccio caritatevole o paternalista alle questioni di genere, insomma.

E poi, ancora una volta anticipando i tempi, c’è la lotta di Sankara in difesa dell’ambiente. Oggi, mentre il movimento Fridays for future ravviva la sua battaglia globale contro il climate change, e affina i propri strumenti operativi e intellettuali, il chitarrista rivoluzionario offre una dritta sul “nemico” contro il quale indirizzare le forze. «Questa lotta per difendere gli alberi e la foresta è prima di tutto una lotta contro l’imperialismo – disse a Parigi nel 1986 -. Perché l’imperialismo è il piromane delle nostre foreste e delle nostre savane». Così, alla prima Conferenza sugli alberi e le foreste, Sankara andava come sempre al sodo nel denunciare i rapporti economici e di potere che sono alla base dell’inquinamento e della deforestazione.

Ma, ribadiva davanti alle Nazioni unite alcuni anni prima, nel 1984, «non pretendo qui di affermare dottrine. Non sono un messia né un profeta. Non posseggo verità. I miei obiettivi sono due: in primo luogo, parlare in nome del mio popolo, il popolo del Burkina Faso, con parole semplici, con il linguaggio dei fatti e della chiarezza; e poi, arrivare ad esprimere, a modo mio, la parola del “grande popolo dei diseredati”, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato Terzo mondo».

L’augurio è che questo popolo, senza messia né profeti, torni a farsi sentire con forza in questo nuovo decennio.

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left del 3 gennaio 2020

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Continuare piuttosto che cominciare

C’è questa frase di Thomas Mann: «Il tempo non ha divisioni per segnare il suo passaggio, non c’è mai una tempesta di tuoni o squilli di trombe per annunciare l’inizio di un nuovo mese o anno. Anche quando inizia un nuovo secolo siamo solo noi mortali che suoniamo le campane e spariamo a salve».

Inizia il nuovo anno ed è costante la sensazione di scrollarsi quello vecchio. Tutti pronti a cominciare o a ricominciare come augurio del poter riuscire a fare ciò che non si è fatto. Ci basta poco, del resto, per tenere allenata la speranza: la chiusura di un capitolo trasmette la sensazione di libertà della pagina bianca come se tutto il pregresso ci impedisse la libertà.

Tutti ad aspettare il momento giusto. E quando il momento arriva e abbiamo la sensazione che non sia quello giusto (o semplicemente ci rendiamo conto di non potere raggiungere gli obiettivi) ecco allora che non vediamo l’ora che finisca il momento sbagliato in attesa del prossimo momento.

Il Capodanno in fondo sembra un condono del nostro passato, una cancellatura netta, come se tutto fosse un fardello. E invece mi viene da pensare che sarebbe bello e utile decidere di iniziare sempre, ovunque ci troviamo, e con qualsiasi strumento. Riuscire ad avere visioni lunghe e augurarsi il primo dell’anno di continuare.

E mi viene in mente Nicoletta Dosio che a 73 anni si ritrova in carcere per continuare la sua scelta. In carcere ha passato il Capodanno. Nicoletta è colpevole (secondo la sentenza) perché in una manifestazione No Tav “resse lo striscione ‘Oggi paga Monti‘” e “impedì fisicamente il transito degli automobilisti occupando, insieme ad altri la corsia del telepass”. “A nulla vale pertanto – si legge sempre nella sentenza – ribadire che l’imputata non ebbe alcun colloquio con gli automobilisti o che non ebbe a proferire espresse minacce”. Dal carcere ha scritto di essere contenta della propria scelta.

Ecco, continuare, senza bisogno di cominciare ogni volta.

Buon giovedì.

Ciascuno cresce solo se sognato

Niente discorsi di fine anno da queste parti ché siamo nel bel mezzo di tutto. Però per l’ultimo giorno dell’anno mi è tornata in mente una poesia, a pensarci ha una forza dirompente di questi tempi la poesia, di Danilo Dolci che in fondo è anche un augurio denso, bello, pulito.

«C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato».

Buon anno con l’augurio di essere sognati.

La fiction di corso Francia

Fiori e messaggi per Gaia e Camilla, le due ragazze sedicenni che hanno perso la vita dopo essere state investite su Corso Francia, Roma 23 dicembre 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Non si arresta l’immane mole di attenzioni che certa stampa continua a riversare sull’incidente a Roma in cui due ragazze hanno perso la vita e un giovane alla guida è finito agli arresti. Un incidente stradale che non contiene nessun mistero da risolvere e che è non è dissimile da molti altri incidenti che accadono spesso sulle nostre strade è diventato il fotoromanzo natalizio che inonda i giornali e i telegiornali.

Perfino i funerali sono diventati l’occasione per sciorinare dirette web con particolare attenzione sui visi affranti dei genitori e degli amici. Un incidente, per quanto violento e luttuoso, sembra essere la notizia su cui tutti ogni mattina pongono la propria attenzione e siccome non c’è molto da sapere di più delle indagini in corso allora è tutto un rovistare tra foto su Facebook, tra testimoni vari e perfino tra i contatti tra le famiglie dell’investitore e delle investite.

È un giornalismo emotivo che spinge sull’identificazione del lettore (in questo caso sono i genitori che pensano ai propri figli che si muovono per la città di notte con tutti gli eventuali rischi) e che usa un fatto di cronaca come lente per costruire elaborati discorsi antropologici e sociologici. Da qualche giorno sembra che su quel metro di asfalto si sia consumata una tragedia che spiega tutti i nostri vizi capitali degli ultimi dieci anni.

È una sorta di populismo giornalistico che ripete perfettamente le dinamiche di certo populismo politico, quello che usa la cronaca per corroborare una tesi. L’ultimo stadio di questa deriva consiste nel lanciare a briglia sciolta presunti giornalisti d’inchiesta per trovare adolescenti che attraversano la strada là dove non ci sono le strisce pedonali. Ieri addirittura è stata battuta la notizia di un’anziana signora che avrebbe tamponato l’auto che la precedeva per osservare i fiori lasciati in memoria delle ragazze.

Ma siamo sicuri che non ci farà male tutta questa abbuffata di complessità? Ma davvero?

Buon lunedì.

“Il mucchio selvaggio”: gli uomini che negano le donne

Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, forse l’ultimo e “definitivo” western della storia del cinema, compie mezzo secolo. Due volumi recentemente pubblicati celebrano sia il regista (1925-1984) con una corposa biografia di David Weddle Se si muovono, falli secchi per i tipi di Minimum Fax, che il suo capolavoro Il mucchio selvaggio, con un volume di oltre quattrocento pagine di William Kip Stratton pubblicato da Jimenez Edizioni.

La vicenda, ormai cronologicamente fuori dell’epopea del western “classico”, è infatti ambientata nei primi anni del Novecento al tempo della rivoluzione messicana di Pancho Villa, e racconta le avventure di una banda di gringos americani, comandati da un ormai maturo ex ufficiale – Pyke Bishop – sullo schermo William Holden – che, dopo una feroce rapina finita male, inseguiti dai cacciatori di taglie, sono costretti a sconfinare in Messico per organizzare un traffico di armi scendendo a patti con i sanguinari quanto infidi controrivoluzionari lealisti.

Seguendo la poetica del western maturo degli anni Sessanta e Settanta, che ha ormai definitivamente perduto l’innocenza, nel dipanarsi del racconto il confine tra i “buoni” e i “cattivi” si fa sempre più labile ed incerto. Resta solo un oscuro codice d’onore, basato sul mito dell’amicizia maschile, e che mantiene un labile confine tra coloro che, seppur dannati, hanno mantenuto a stento un barlume di umanità, e gli irrecuperabili, cieche belve affamate di cibo, sesso e denaro.

Dopo lungo peregrinare i nostri eroi giungono al villaggio di Agua Verde, presidiato dai lealisti del General Mopuche, dove Angel, il messicano, ritrova dopo tanto tempo, la sua fidanzata, Teresa, costretta a diventare ora una “mantenuta”.
L’uomo, così come raccontano le immagini del film, non crede ai suoi occhi. Quella donna dai capelli corvini e dalle labbra vermiglie, la “sua donna”, la più bella del villaggio, è al braccio del generale messicano, ostentando un sorriso manierato, ma la risata sfrontata sul volto di lei si incrina nel tono increspato della voce.

“Yo soy feliz!”
Le parole dichiarano felicità ma il loro suono evoca dolore e rimpianto.
(“Che tu sia maledetto, ti ho aspettato tanto, ma tu non c’eri!”).
“Putaaa!!!”

L’uomo spara: il colpo di pistola esplode come tuono ed una macchia rossa sul petto spezza la vita della giovane donna, il cui “tradimento” è quello di aver troppo sofferto e troppo amato.

Sam Peckinpah era un anarchico-individualista. La violenza, spesso cruda ed iperrealista, ma quasi mai gratuita, è la protagonista di tutti i suoi film. Una violenza nella quale la pietà per gli umili ed i vinti è pari alla pietà per gli stessi vincitori – illusori e momentanei – perché la sconfitta finale – la morte – non risparmierà nessuno.

Uomini senza donne: fuggiaschi, vedovi, abbandonati, traditori di donne ma soprattutto di sé stessi. La donna è un’immagine lontana ed ormai inarrivabile, ricreata nella memoria in una dimensione remota e quasi onirica, rincorsa attraverso i flash-back del racconto.

All’alba le giovani messicane costrette a fare le prostitute allattano i figli mendicando e strappando ai gringos gli ultimi spiccioli. Gli uomini indossano i cinturoni e, perfettamente consapevoli, seguendo un assurdo codice d’onore, vanno allo scontro suicida. Non è la retorica della “bella morte”, tutt’altro: non hanno più nulla da perdere, né mogli, né figli, né affetto né amore. Sono uomini soli, ed al mondo non c’è più posto per loro.

Il west è finito per sempre: recinti e steccati, strade ferrate, banche e compagnie ferroviarie, ma soprattutto banchieri, politici e azionisti ne decretano la fine. La comparsa improvvisa di un’automobile e di una mitragliatrice sigillano l’epilogo di un’epoca.

Da vero artista – forse senza rendersene conto – Peckinpah aveva colto e descritto mirabilmente la parabola dei suoi “eroi” che, perdendo il rapporto con l’immagine femminile, e di conseguenza con la realtà umana, soccombono al loro tragico destino.

Ne è presagio la scena della partenza dal villaggio, con la sfilata degli eroi a cavallo tra due ali di povera gente assiepata ai bordi della strada. Dalla folla si alza un canto sommesso – “La Golondrina”.  A donde ira/ Veloz y fatigada /La golondrina/Que de aquí se va/ Por si en el viento /Se hallara extraviada /Buscando abrigo/Y no lo encontrara (Ma dove andrà/veloce e affaticata,/la rondine/che passa di qua?/E se nel vento/si troverà /smarrita/cercando riparo/e non lo troverà).

Le giovani donne regalano fiori, le anziane cibo e frutta per il viaggio; chi manda un bacio, chi un saluto.

Persino Pike ed il suo amico Dutch – il grande Ernest Borgnine, la roccia – sotto l’apparente impassibilità tradiscono un crollo ineluttabile: qualcuno gli vuole bene, e questo, oltre che imprevisto, è davvero insostenibile!

 

W la scuola. Pubblica, laica e democratica – introduzione

Come è stato più volte detto e scritto, la grande partecipazione popolare alle primarie del Pd e il successo plebiscitario di Nicola Zingaretti segnano una svolta nella politica italiana. Non è come sostenuto da alcuni e non solo a destra, il ritorno dei “comunisti”. O meglio la classe dirigente che prenderà la guida del partito in effetti è la stessa che c’era prima di Renzi, a matrice Pci. Quindi in questo senso è senz’altro corretto affermare che c’è un ritorno al passato. La novità è in verità un’altra. La cosa interessante, quella da guardare e capire, è il movimento degli elettori e quello che significa.

Certamente c’è una ribellione fortissima al governo e alle sue politiche violente ed economicamente suicide. Il lettore di questo giornale sa bene, perché ce ne siamo occupati molto, di cosa sto parlando. Così come è stata una ribellione al governo la manifestazione di Milano, che più che antirazzista definirei pro-umanità. Ma l’altro aspetto fondamentale della grande partecipazione alle primarie è l’ennesimo messaggio all’ex segretario del Pd Matteo Renzi che non aveva ancora capito di dover togliersi di torno. Un messaggio indirizzato non soltanto a lui ma soprattutto a quanti nel Pd ancora pensavano (o magari ancora pensano) che il senatore di Rignano sia l’unica vera soluzione per il Pd e questo Paese. Non è così e i tantissimi votanti, molti dei quali non partecipavano da tempo alle primarie, dicono esattamente questo: basta con quel modo di fare politica.

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Ricordo che anni fa il direttore di un importante giornale mi disse “Renzi vince perché è un vincente ed è questo che la gente vuole”. Che la gente voglia politici che vincano è senz’altro vero. Ma d’altra parte se il vincere non corrisponde poi ad una politica che sia in grado di fare una attività politica e di governo veramente trasformativa della società allora a cosa serve vincere? Renzi è stato un abilissimo politico ma ha peccato di presunzione. I 10 miliardi usati per erogare gli 80 euro gli hanno garantito un risultato elettorale mai raggiunto nella storia da un partito di sinistra (oltre il 40%). Ma era un risultato evidentemente drogato. È stata un’ubriacatura per lui da cui (forse?) adesso inizia a riprendersi. Gli 80 euro, così come il reddito di cittadinanza, sono regalie. Sono assistenza che non cambia nulla. Non impattano in maniera sostanziale nell’economia e tanto meno nella qualità della vita delle persone. Certamente ci saranno situazioni di necessità in cui un sussidio dello Stato è utile, se non necessario, per la sopravvivenza. Ma non cambia nulla perché si tratta di assistenza che non ha un progetto di trasformazione, sociale o personale, ad esso collegato.

Un esempio può chiarire cosa intendo: se voglio aiutare un malato, diciamo un malato con un’insufficienza cardiaca che gli impedisca di muoversi, posso procurare un’assistenza al malato dandogli una sedia a rotelle. Risolverò il problema contingente della mobilità ma non risolverò, evidentemente, la causa dell’invalidità che è la malattia cardiaca. Se invece su quel malato intervengo non con l’assistenza ma con una cura che risolva l’insufficienza cardiaca risolverò per sempre il problema dando alla persona nuove possibilità che prima non erano nemmeno pensabili. Risolvendo un problema materiale (la malattia) si aprono quindi anche possibilità di realizzazione e soddisfazione non materiale. Serve in altre parole una politica che abbia a cuore non solo il benessere materiale dei cittadini, l’assistenza che ci deve senz’altro essere quando necessaria, ma anche la loro possibilità di cambiare, di rinnovarsi, di trasformarsi e migliorare.

Allora vorrei dare un’idea al segretario Zingaretti ma anche a tutti gli altri partiti e partitini di sinistra più o meno radicale. Costruite una proposta politica che sia centrata su un solo argomento. Uno soltanto che sia semplice, di immediata comprensione e interesse per chiunque. Un messaggio che interessi non soltanto a chi vota sempre a sinistra ma soprattutto a quelli che sono incerti, a quelli che se ne sono andati a votare il M5s o magari la Lega, a quelli che non votano perché delusi dalle tante fregature ricevute per le troppe speranze sempre deluse. Un solo tema che possa essere più forte dell’unico tema di Salvini che è “prima gli italiani” e dell’unico tema del M5s che è “reddito di cittadinanza”. E l’unico solo grande tema su cui puntare è la scuola.

Perché solo investendo in maniera massiccia nella scuola e più in generale nella formazione e nella ricerca l’Italia potrà uscire da quel ruolo di marginalità a cui la sua scarsa classe dirigente l’ha condannata. Abbiamo un problema di analfabetismo funzionale a tutti i livelli. È necessario allora un progetto strategico di investimento nella scuola, nell’università, nella formazione e nella ricerca che permetta tra 20 anni di avere una nuova generazione di persone che possano veramente cambiare questo Paese. Il tema della sinistra, l’unico tema da portare avanti senza tregua, insistentemente per i prossimi quattro anni fino alle elezioni politiche deve essere solo questo: la scuola.

Un solo argomento che tutti capiscano e che renda finalmente differente la sinistra dalla destra e dal centro. Il problema di Renzi è stato questo, di non essere veramente differente. Perché infatti votare Renzi che propone la stessa politica che porta avanti Berlusconi se posso votare l’originale? Perché votare il Pd che propone una politica di immigrazione con Minniti che è sostanzialmente la stessa sostenuta da Salvini se posso votare l’originale?

La sfida politica, in altre parole, non deve MAI essere inseguire l’avversario nel suo campo. Se Zingaretti insegue il M5S sul reddito di cittadinanza, perderà. Se Zingaretti insegue Salvini sul tema sicurezza, perderà. Se insegue Calenda e Berlusconi sul tema meno tasse, perderà.

Non che non siano temi che interessano i cittadini, ma non è inseguendo gli “originali” con proposte fotocopia che si ottiene o si recupera consenso. La scuola è stata dimenticata, da decenni. L’ossessione del risparmio economico di breve termine ha portato a ridurre gli investimenti nell’unica area dove non andavano ridotti (ma, semmai, aumentati) e a riformare in senso peggiorativo la scuola. E purtroppo va detto che a fare la prima mossa nella continua distruzione della scuola è stata la sinistra con la riforma Berlinguer. Seguito poi da tante altre riforme per finire con Renzi e la sua “Buona scuola”. È nella scuola il futuro dei nostri bambini ed è nella scuola il futuro di questo Paese. È con la scuola che può crearsi una nuova sinistra. W la scuola!

“Tutti, significa tutti”

TOPSHOT - A young Iraqi protester is blanket-tossed into the air by fellow demonstrators as anti-government rallies continue in Tahrir Square in the capital Baghdad, on December 3, 2019. - As anti-government demonstrations in Iraq's capital and Shiite-majority south enter their third month, they are being turned into plays, paintings, poems and literature. Tahrir square has become an art hub, a rare space for free expression in a country where conservative tribes, paramilitary forces and powerful politicians have at various points tried to snuff out criticism. (Photo by Hussein FALEH / AFP) (Photo by HUSSEIN FALEH/AFP via Getty Images)

Il 2019 sarà sicuramente ricordato come l’anno in cui i protagonisti sono stati centinaia di migliaia di comuni cittadini arabi. Da Algeri a Baghdad passando per Beirut, giovani e anziani, studenti e donne hanno sfidato con coraggio e stanno tuttora lottando contro un’intera classe politica corrotta e incapace di rispondere ai loro bisogni. Le piazze gremite del venerdì (Algeria), le tende di proteste allestite nelle principali piazze delle capitali (Libano e Iraq) hanno portato molti osservatori a parlare di una «seconda ondata delle Primavere arabe del 2011». «Le radici delle contestazioni che vediamo oggi hanno le loro basi nel 2011 – sostiene Mona Yacoubian, esperta di Medio Oriente allo United States Istitute of Peace – Chi protesta ora ha assorbito le lezioni delle precedenti rivolte e le ha sviluppate. In Libano e Iraq, i manifestanti protestano contro il settarismo invece di promuovere una più vibrante identità nazionale».

Da Algeri fino a Beirut, lo slogan contro l’intera classe politica di fatto è stato lo stesso: «Tutti, significa tutti». Le proteste hanno riscosso un enorme sostegno popolare e finora non hanno dato vita a ideologie divisive (come è invece avvenuto in Egitto). Pur nelle loro peculiarità trattandosi di contesti variegati e in certi casi lontani, esistono dei punti comuni che legano Algeria, Libano e Iraq. In primo luogo, in tutti e tre i Paesi i cittadini hanno scelto di manifestare pacificamente per non fare la stessa fine dei loro vicini regionali (Siria in particolare), per attrarre maggiore sostegno interno e internazionale e non dare ai loro governi la scusa di usare tattiche repressive. Altro elemento comune è il protagonismo femminile, un bello schiaffo in faccia per i tanti che in Occidente continuano a ritenere le donne arabe solo «angeli del focolare».

L’Algeria è stata la prima a rivoltarsi in massa. Qui le manifestazioni del movimento popolare (hirak) si sono…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola dal 27 dicembre 2019

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