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«Sono stufo di essere indagato»

Il leader della Lega Matteo Salvini nella Sala Salvadori della Camera durante una conferenza stampa della Lega, Roma 13 Novembre 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Dice l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini che l’indagine aperta nei suoi confronti per sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio quando lo scorso agosto 164 migranti rimasero per 19 giorni a bordo della Open Arms davanti alle coste di Lampedusa è “una medaglia” e che rifarebbe e rifarà tutto. Se vi sembra una frase già sentita e una scena già vista non vi sbagliate: nel suo sforzo di sembrare davvero capitano il leader leghista già una volta fece il gradasso per un’indagine simile solo che poco dopo corse a chiedere al Movimento 5 Stelle (al tempo suoi alleati di governo) di essere salvato in Parlamento. Salvini è così: un pendolo tra smargiassate e fughe. Non un bel vedere.

Inutile anche aggiungere che lo stesso Salvini parla di “spreco di soldi pubblici” per l’indagine della magistratura nei suoi confronti: da Berlusconi ha imparato tutto il peggio sulla pavidità di fronte alla giustizia, è un ottimo allievo. Inutile anche andarsi a leggere le reazioni dei suoi compari (alleati o elettori) che ovviamente ripetono le solite manfrine della difesa dei confini, del complotto della magistratura e tutta una serie di frasi fatte che hanno imparato a memoria e ormai ripetono dappertutto, matrimoni e funerali compresi.

«Sono stufo di essere indagato» fu la frase che pronuncia Al Capone quando venne arrestato per evasione fiscale. Per non essere stufo Salvini potrebbe fare una cosa semplice semplice: non scappare dal processo. Sarebbe l’occasione, una volta per tutte, di chiarire quali siano le norme, le leggi e le disposizioni che regolano la protezione umanitaria in Italia e nell’Europa. Volendo vedere sarebbe un’occasione anche per i sovranisti di casa nostra poiché potrebbero avere chiaro il quadro normativo e eventualmente gli spazi per modificarlo.

Basterebbe non avere paura. Semplicemente. Senza fare il gradasso. Prendersi la responsabilità delle proprie azioni e avere il fegato di non rivendicarle solo su twitter. Semplice, no?

Buon mercoledì.

Medioevo Italia, un Paese a misura di pedofili

Prelates attend the Pope's Easter Sunday mass at St. Peter's square on April 21, 2019 in the Vatican. - Christians around the world are marking the Holy Week, commemorating the crucifixion of Jesus Christ, leading up to his resurrection on Easter. (Photo by Vincenzo PINTO / AFP) (Photo credit should read VINCENZO PINTO/AFP via Getty Images)

«Lasciami stare, non mi devi più toccare». Per sottrarsi agli abusi e alle molestie del prete subiti in canonica ha registrato tutto con il telefonino raccogliendo elementi rilevanti che hanno portato all’arresto dell’uomo. La protagonista di questa storia ha solo 11 anni e ha fatto tutto da sola. L’uomo si chiama don Michele Mottola, ha 60 anni ed è stato parroco a Trentola Ducenta fino al maggio di quest’anno, quando cioè è stato sospeso dalla diocesi di Aversa (Caserta) e sottoposto a un processo canonico tuttora in corso.

«È solo un gioco, non facciamo niente di male» si sente dire al sacerdote nelle registrazioni consegnate sei mesi fa dai genitori della bimba ai poliziotti del Commissariato di Aversa che ha avviato le indagini e informato la diocesi locale e la Procura di Napoli Nord. Pochi giorni fa si è tenuto l’incidente probatorio che ha messo la bimba e il prete uno di fronte all’altro e lei ha confermato che le violenze andavano avanti da tempo. Mentre don Mottola ha replicato dicendo che la minore stava farneticando. Questa linea difensiva che sembra ricalcare la visione dei bambini freudiana (seduttori, bugiardi e perversi per natura) non gli è bastata per evitare l’arresto – del resto sono anni che quella pseudo teoria è stata definitivamente confutata dalla scienza psichiatrica – e ora l’ex parroco è in carcere a Secondigliano, guardato a vista.

A molti dei nostri lettori probabilmente questa storia non risulterà ignota avendo ottenuto un ampio risalto anche sui media generalisti. E questa attenzione mediatica è davvero inusuale specie quando il presunto violentatore è un prete. Quanti sanno ad esempio che all’inizio di giugno don Vincenzo Calà Impirotta è tornato libero dopo che la Cassazione ha annullato per sopraggiunta prescrizione (soli 9 giorni…) la sentenza di condanna in appello a tre anni di reclusione che confermava quella di primo grado? E quanti sono a conoscenza del fatto che il processo canonico nei suoi confronti si è concluso a ottobre con…

L’articolo di Federico Tulli prosegue su Left in edicola fino al 21 novembre 2019

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Trenta (metri quadrati)

Italian Minister of Defence Elisabetta Trenta gathers to an official ceremony on the first anniversary of the Morandi highway bridges collapse, in Genoa, Italy, 14 August 2019 ANSA/SIMONE ARVEDA

Imperdibile l’ex ministra Trenta. Tra l’altro è la stessa (vale la pena ricordarlo) che nello scorso governo qualcuno voleva rivenderci come l’unica che si opponeva, dura e pura, alle salvinate di Salvini. In un’intervista al Corriere della Sera la ministra si definisce sotto attacco per le notizie sulla sua abitazione da ministra che ha mantenuto dopo che è stata assegnata al marito, maggiore dell’esercito.

Mentre si sforza di fare apparire tutto normale sciorina una serie di affermazioni che fanno spavento: ci dice che ha una casa al Pigneto ma che quel quartiere è invivibile perché “si spaccia droga” (e chissà che gioia per gli abitanti del quartiere nel sapere che si spostano gli ex ministri, mica si combatte la droga), ci spiega che la sua vita è “diversa” per le “relazioni e gli incontri” (evviva tutti quelli che si stringono in estate per il barbecue) e conclude con un “la casa non è un privilegio”.

Ora, sia chiaro, il tema non è tanto il diritto o meno dell’assegnazione della casa all’ex ministra (tra l’altro indagherà la procura, appunto) ma l’aspetto sconcertante sta tutto nel modo in cui l’ex ministra decide di difendersi, lontano anni luce dalla retorica anti-casta con cui il Movimento 5 Stelle ha alzato la voce per anni e la ministra conclude addirittura rivendicando il pagamento di un affitto ridicolo (di circa 500 euro) per una casa in pieno centro.

Si torna al vecchio discorso dell’opportunità di certi atteggiamenti al di là della legalità. Solo che l’opportunità è un argomento sempre molto sottile e delicato. E se per anni l’hai trattato in modo grossolano è normale che alla fine ne vien travolto grossolanamente anche tu. Perfino Di Maio ha dovuto prenderne le distanze.

Del resto il senso della misura sembra non pagare politicamente di questi tempi. Ma la mancanza del senso della misura, si sa, prima o poi torna sempre indietro.

Buon martedì.

Capaci di continuare a risuonare

Un'immagine dell?equipe multidisciplinare che ha effettuato l?intervento, Cesena, 16 novembre 2019. All'ospedale Bufalini di Cesena un musicista con un tumore cerebrale è stato operato al cervello da sveglio, mentre eseguiva alcune melodie musicali al piano. Si tratta di un intervento eseguito nei giorni scorsi utilizzando la tecnica dell''Awake Surgery' (Chirurgia da sveglio) che consiste nell'operare il paziente in condizione di veglia con un duplice scopo: asportare la massa tumorale e, nel caso specifico, salvaguardare le abilità musicali. ANSA/ AZIENDA USL DELLA ROMAGNA +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Così Diyana resiste a Erdogan

Grigie villette a schiera circondate da neri cancelli si alternano lungo le vie della nuova Hasankeyf, una uguale alle altre. Il loro colore spento si distingue appena dal marrone e dal giallo ocra della terra su cui sorgono, altrettanto anonima e priva di qualsiasi dettaglio in grado di catturare l’attenzione di chi la osserva. Le strade, appena asfaltate, non hanno ancora nomi e sembra siano state realizzate unicamente per essere percorse dal vento e dalla polvere. Tutto è immobile intorno a noi, non si sentono le risate dei bambini o le voci degli adulti, né i versi degli animali e tantomeno lo scorrere del fiume Tigri.

Siamo a soli tre chilometri da TurchiaTurchia, verde e viva, eppure sembra di essere su un pianeta lontano e inospitale. E per alcune persone lo è davvero.
«Non ho più una casa e non ne avrò una nuova qui nella nuova Hasankeyf. Per il governo non esisto, non ho gli stessi diritti di mio fratello e di altre donne del villaggio. Non ho un marito, non ho dei figli, quindi secondo le autorità non posso avere una nuova abitazione».

Diyana (nome di fantasia) ci racconta la sua storia mentre sediamo in veranda con un bicchiere fumante di chay tra le mani. Il velo colorato le copre i capelli e le incornicia il volto ancora giovane. Gli occhi, marroni e profondi, lasciano trapelare tutta la rabbia, la tristezza e il senso di impotenza che prova ogni giorno da quando il governo ha dato a lei e a tutti gli abitanti di Hasankeyf una data ultima entro cui lasciare il villaggio.

Diyana è solo una delle circa 80 mila persone che dovranno abbandonare per sempre le case di quelle 199 cittadine che sorgono lungo le sponde del fiume Tigri, nel Sud-est della Turchia, e che ben presto saranno sommerse dalle acque della diga Ilisu. Il governo turco…

L’articolo di Futura d’Aprile prosegue su Left in edicola dal 15 novembre 

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Antonio Gramsci, dalla Sardegna al Brasile

Nel centenario del “biennio rosso” torinese, arriva in libreria Antonio Gramsci. L’uomo filosofo (Aipsa edizioni) di Gianni Fresu che, dopo un dottorato di ricerca all’Università di Urbino, è professore di Filosofia politica in Brasile all’Universidade federal de Uberlândia. A partire dal titolo del libro, che richiama un tema fondamentale dei Quaderni gramsciani, gli proponiamo di commentare alcuni aspetti della sua ricerca.

L’espressione “ogni uomo è filosofo” implica la fondamentale certezza di quello che Gramsci nel Quaderno 7 definisce «sentimento» di «uguaglianza naturale cioè psico-fisica» di tutti gli esseri umani, poiché «tutti nascono allo stesso modo»: una proposizione rivoluzionaria, che prefigura trasformazioni sociali e politiche mai come oggi inattuali, eppure necessarie.
Questa espressione sintetizza l’idea di emancipazione umana in Gramsci, intesa non solo come abolizione delle contraddizioni sociali che impediscono l’effettiva uguaglianza tra gli uomini, ma come sovvertimento della gerarchia che divide l’umanità in dirigenti e diretti, contrapponendo lavoro intellettuale e lavoro manuale: una frattura innaturale, frutto di un lungo processo di divisione e specializzazione del lavoro.

Presentare il sapere, la filosofia, la politica come materie troppo complicate e inaccessibili per i «semplici» ha per Gramsci la funzione di porre la necessità di una casta incaricata di amministrare le funzioni intellettuali, capace di rendere invalicabile il confine tra lavoro manuale e intellettuale fino a rendere insuperabile la condizione di subalternità delle masse popolari.

Il giovane rivoluzionario, il dirigente politico, il teorico: la partizione del libro rinvia a tre fasi della vita di Gramsci, inserendole allo stesso tempo in un quadro di profonda continuità di cui alcuni temi, come la cultura proletaria, costituiscono il filo conduttore di fondo.
La questione dell’utilizzo strumentale dei «semplici» da parte delle classi dirigenti è il filo rosso che…

L’articolo di Noemi Ghetti prosegue su Left in edicola dal 15 novembre 2019

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Santa madre ruspa

Pope Francis (Rear C), cardinals and bishops take part in a liturgical prayer within the third day of a landmark Vatican summit on tackling paedophilia in the clergy, on February 23, 2019 at the Vatican. ANSA/Vincenzo PINTO / POOL

In Italia si stima che un quinto degli immobili di culto e non siano di proprietà della Chiesa cattolica. L’esenzione Imu di cui beneficia in virtù del Concordato ammonta ad oltre 600 milioni di euro l’anno. Senza poi considerare i circa 200 milioni di euro l’anno di benefici per le concessioni gratuite (o quasi) di beni immobili statali adibiti ad edifici di culto, comprensivi dei costi (a nostro carico) per il loro mantenimento. Sono i dati dell’inchiesta dell’Uaar sui fondi pubblici e le esenzioni di cui gode la Chiesa cattolica. Cifre esorbitanti, che più volte abbiamo ricordato ai nostri lettori (v. Left del 16 febbraio 2018). E che stridono – o forse risuonano, dipende dal punto di vista – con l’atteggiamento di chiusura che diverse curie d’Italia nutrono verso chi, nei molti immobili sfitti di proprietà ecclesiastica, trova rifugio.

Dal Nord a Sud, accade che i prelati prediligano il business all’accoglienza di persone in difficoltà economica. E così, le emergenze abitative vengono “misericordiosamente” affidate all’intervento poliziesco della celere, e “risolte” a suon di sgomberi. Di seguito, vi proponiamo una mappa delle curie che apprezzano le ruspe. Ruspe sante, sia ben chiaro, alimentate a “fede” nella proprietà privata e “amore” per l’esclusione sociale. Con buona pace di

 

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 15 novembre 2019

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Linda Laura Sabbadini: Non c’è più religione

Pope Francis Looks UP during his weekly general audience in St. Peter's Square, at the Vatican, Wednesday, Nov. 13, 2019. (Photo by Massimo Valicchia/NurPhoto via Getty Images)

Il Corsera sembra andare in soccorso del capo leghista riesumando il cardinal Ruini, che raccomanda: «La Chiesa dialoghi con Salvini, ha notevoli prospettive davanti a sé». Il suo uso e abuso del rosario in politica? «Un modo per affermare il ruolo della fede», dice il cardinale che, da capo della Cei, lanciò una campagna a tappeto per far fallire il referendum del 2005 sulla Legge 40/2004; a tutto danno dei diritti e della salute delle donne. All’epoca, con papa Ratzinger, tuonava contro il progresso scientifico e si lanciava alla re-conquista della penisola spacciando la dottrina religiosa come antropologia. Sul Messaggero, ora, a Ruini risponde l’attuale capo della Cei, Bassetti, rivolgendosi ai «laici responsabili», salvo poi lanciarsi nella difesa della linea dura dei valori non negoziabili, tuonando contro l’eutanasia e ribadendo che «l’antropologia cristiana è nell’interesse di tutti».

Discorsi a zig zag, per confondere e irretire, andando a caccia di sponde fra i politici genuflessi a destra come nel centrosinistra. Ma il Paese reale presta poco ascolto. O almeno lo fa sempre di meno, stando a quel che emerge anche da un report di cui ha scritto su La Stampa la direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali ed ambientali dell’Istat, Linda Laura Sabbadini. Ci ha colpito molto un dato: oggi la secolarizzazione avanza sempre più rapidamente fra le donne, segno di un’emancipazione femminile sempre più forte. Per saperne di più siamo andati a disturbare la dirigente dell’Istat che in questi giorni si trova a New York. Balza agli occhi un fatto abbastanza eclatante, le diciamo: per la prima volta in Italia il numero delle persone che non vanno in Chiesa supera quelle che ci vanno regolarmente (rispettivamente il 25,9% e il 25%).

«Il calo della pratica religiosa regolare, cioè almeno una volta a settimana, è in atto da molti anni. I dati dell’Istat permettono di analizzarlo dagli anni Novanta», precisa Sabbadini. Ma ecco l’elemento nuovo: «Mentre prima a fronte di questo calo si assisteva a…

L’intervista di Simona Maggiorelli a Linda Laura Sabbadini prosegue su Left in edicola dal 15 novembre 2019

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Trenta pesos e trent’anni di abusi

Alle 22 del 20 ottobre 2019 gli orologi del Cile, in un paranoico viaggio a ritroso nel tempo, hanno iniziato a segnare la stessa ora illegale del 1973: quella del coprifuoco. Il più grande poeta cileno vivente, Raúl Zurita, di famiglia italiana, voce indomita ed essenziale per capire ogni società ispanoamericana dalle dittature a oggi, definisce il proprio Paese «arrivista, egoista, insolidale, culturalmente sottomesso». Perché l’Italia non sa nulla e non dice nulla del Cile odierno, di quella terra in cui vive quasi un milione di discendenti italiani dei nostri emigrati di fine Ottocento? Perché il Parlamento europeo boccia la proposta di dibattito su quanto sta accadendo a Santiago? Probabilmente perché in quell’arrivismo, egoismo, insolidarietà e sottomissione culturale ci riconosciamo, e quando ci si specchia nell’incontenibile esasperazione dell’altro è meglio distogliere lo sguardo, ché magari ci si contagia. E così del frenetico succedersi di avvenimenti a Santiago e nel resto del Paese da inizio ottobre, in Europa arriva solo il debole eco della tiritera dei luoghi comuni della violenza, e ci si limita a fare da cassa di risonanza ai media allineati col governo di destra del presidente Sebastián Piñera: «Siamo in guerra». Una guerra inesistente. Una guerra dell’esecutivo contro se stesso, semmai, contro la propria incapacità assoluta di comprensione e gestione delle proteste: «Piñera non riconosce, non capisce la portata di quel che è successo al Paese, e lo crede controllato da Cambridge Analytica o da un nemico oscuro e poderoso», dice lo scrittore e regista Diego del Pozo.

La moglie del presidente, Cecilia Morel, in un audio a un’amica filtrato sui social attribuisce la responsabilità delle proteste addirittura all’intervento di forze extraterrestri: «Tutto ciò ci supera completamente, è come un’invasione di alieni e non abbiamo gli strumenti per combatterla. Ci toccherà limitare i nostri privilegi». E proprio dai privilegi dei pochi, anzi, di pochissimi, bisogna partire per arrivare a quel salto di massa dei tornelli della metro da parte di studenti universitari e del liceo, dopo che il 4 ottobre il ministro dei Trasporti annunciò il rincaro dei biglietti, invitando la popolazione ad «alzarsi dal letto prima, per godere della tariffa agevolata». «Non pagare è un modo di lottare», rispondono per la prima volta, all’unisono, gli abitanti di un Paese presentato finora come prospero e stabile dagli indicatori internazionali del capitalismo selvaggio che in realtà lo tiene asservito. Galo Ghigliotto, scrittore, editore e sceneggiatore, scrive che «il 33% dell’utile generato dall’economia cilena finisce nelle mani dell’1% della popolazione e, a sua volta, il 19,5% di quell’utile va a parare nelle tasche dello 0,1% dei ricchi più ricchi». Funziona così da trent’anni. «Iniquità e violenza sono eredità della dittatura e hanno trovato terreno fertile nel trattamento che il governo di destra di Piñera riserva ai cittadini. La Costituzione del 1980 è stata fatta per implementare il modello neoliberale e per proteggerlo, per favorire e tutelare con l’uso della forza i privilegi della classe politica e imprenditoriale», aggiunge Ghigliotto.

In Cile si è privatizzato tutto il privatizzabile: educazione, sanità, pensioni, settore minerario (maggiore produttore di rame del mondo, il Cile ha anche grandi risorse di litio, solo per citare due minerali fondamentali al nostro sviluppo tecnologico e industriale); l’affitto di un bilocale a Santiago costa in media 495 euro, ma lo stipendio minimo è di 373; ben il 30% del salario dei meno abbienti, in una città enorme come Santiago, viene destinato alle spese di trasporto, e quest’anno ci sono già stati rincari per elettricità, acqua e gas; la settimana lavorativa è di 44 ore; Wallmapu, il territorio Mapuche, è stato completamente militarizzato e qualsiasi scusa è buona per incriminare i nativi; la legge sull’aborto continua, tra mille altre costrizioni, a privare di libertà le donne; l’indice di suicidi tra adolescenti e anziani è molto alto: impossibile resistere a tanta spaventosa precarietà, a tanta violenza. È stata questa la spinta sociale a far saltare i tornelli e provocare «un’esplosione inorganica e del tutto cittadina, priva di direzione politica: nessuno l’ha organizzata», racconta Nona Fernández, scrittrice molto apprezzata in Italia e autrice de La dimensione oscura (Gran vìa) un capolavoro del XXI secolo che rianalizza e ricostruisce la dittatura attraverso i gesti e i pensieri di un torturatore.

Limitarsi a guardare le immagini della violenza nelle strade «generata in gran parte dai militari e attribuita al “lumpen”- continua Fernández – significa non rendersi conto che il “lumpen” è scaturito da anni e anni di liberalismo. Il “lumpen” non va assolto dalle proprie responsabilità ma è anch’esso vittima di questo sistema schifoso in cui siamo immersi e che ci obbliga a volere sempre qualcosa, e poi qualcos’altro e qualcos’altro ancora». Sotto la tensione sociale sanguina la memoria storica: non sempre è vero che le ferite si curano lasciandole aperte. «Della dittatura non c’è stata riparazione sufficiente; Pinochet è morto da senatore a vita e il suo feretro è stato vegliato come ex comandante in capo nella Escuela Militar de Chile, mentre migliaia di famiglie ancora oggi non sanno nulla di dove si trovino i resti dei loro cari, oppure se li vedono recapitare a pezzi e in consegne successive, come nel caso del giornalista Carlos Berger», aggiunge Ghigliotto.

La disunione della sinistra ha favorito il ritorno di Piñera alla guida del Paese; i media cileni, inoltre, sono in maggioranza controllati da gruppi economici affini al governo, e anziché dar conto onesto delle cause dell’esacerbazione sociale hanno puntato il dito e le telecamere sui saccheggi ai supermercati, alle farmacie e alle casse automatiche delle banche, quando la protesta è dilagata: nessuno ha detto che, nel mentre, la polizia era impegnata a proteggere i quartieri ricchi della città. L’esercito nelle strade, il coprifuoco, la dichiarazione dello stato di emergenza sono i simboli del madornale errore di Piñera, la molla che nei ricordi dei cileni ha riportato indietro di trent’anni le lancette dell’orologio della memoria e ha inasprito gli animi. D’altra parte questo è un governo di parentame e di saldi legami con la dittatura del ’73: sono parenti il presidente Piñera e il ministro dell’Interno Chadwick (lui e altri membri dell’esecutivo furono collaboratori di Pinochet) e a loro volta hanno parenti che si cibano della prelibata torta delle privatizzazioni. Un 49% dei cittadini non votò per la destra alle ultime elezioni e Piñera riuscì a intercettare il voto delle fasce della popolazione meno politicizzata agitando il fantasma del “Cilezuela”. «Tutto è più trasparente, ora, in Cile», dice la scrittrice María José Ferrada, della quale è uscito da poco in Italia Kramp (Edicola Ediciones) una storia di ribellione agli schemi che trova nuovo vigore alla luce delle proteste di questi giorni. «È saltata per aria l’immagine di Paese stabile che finora si proiettava fuori dai nostri confini. Continuare ad accettare le cose come abbiamo fatto finora ci faceva più male dei lacrimogeni».

La rete e i social sono stati fondamentali per raschiare via la patina della perfezione; il motore della macchina del fango in questo caso erano i giornali, la televisione e la radio vicini al potere. In un ultimo, pindarico ed estremamente ridicolo tentativo di appropriarsi della protesta che ha unito un milione e mezzo di persone solo a Santiago, Piñera ha dichiarato «vogliamo tutti un cambiamento», ed ha annunciato un tardivo rimpasto di governo e il blocco degli aumenti, che verrà compensato da una redistribuzione delle risorse. Non toccherà gli imprenditori quindi, lascerà tranquille le élites e, di conseguenza, nelle strade non cambierà nulla, dice ancora Nona Fernández: «Nessuno vuole fermarsi né recuperare alcun tipo di normalità, perché ora abbiamo un’opportunità storica: cambiare la Costituzione, averne finalmente una che garantisca i diritti di tutti i cittadini, non solo quelli delle aziende e dei loro proprietari. Vogliamo cambiare l’intera scacchiera su cui si sta giocando da trent’anni».

Non possiamo dimenticare i morti causati dalla brutalità della repressione della protesta; le stime ufficiali parlano, al momento, di 19 persone, ma altri dati elevano il numero a oltre 200. Si stanno verificando inoltre un gran numero di incendi apparentemente incontrollati, e tra quelle macerie appaiono cadaveri che si sospetta l’esercito scaraventi lì per sbarazzarsene. Secondo il dossier elaborato dall’Istituto nazionale dei diritti umani, il 25 ottobre i detenuti erano 3.162, dei quali ben 545 donne e 343 bambini, bambine e adolescenti. Quindici le denunce presentate per violenza sessuale. La repressione in provincia sembra sia stata molto più feroce che a Santiago. Cosa si fa, cosa possiamo fare, tutti, ora? «La protesta rappresenta il ritorno alla consapevolezza dell’importanza del senso di comunità», spiega Paolo Primavera di Edicola Ediciones, una casa editrice con radici sia in Italia che in Cile. «Questa è una lezione per molte società: cancellando l’egoismo possiamo essere il motore di ogni cambiamento auspicabile», aggiunge. «Quel che succede là fuori, a Hong Kong, a Beirut, in Siria, a Caracas, ci riguarda e ci tocca da vicino, perché siamo tutti collegati. La fragilità e la vulnerabilità ci hanno reso più forti, ci hanno risvegliati», conclude la scrittrice Lola Larra. È senz’altro il momento di girare la frittata, come cantavano i Quilapayun negli anni 60, «que la tortilla se vuelva que los pobres coman pan y los ricos mierda, mierda»; e magari di smentire perfino il grande Zurita, contrastare la disinformazione e fare in modo che né l’Italia né l’Europa distolgano lo sguardo dal Cile e da se stesse.

“In her footsteps”: il messaggio di pace di Rana Abu-Fraiha, regista arabo-israeliana

L’Italia si è arricchita di un terzo festival del Cinema dedicato alle donne regista, dopo Firenze e Milano. Si tratta di DocuDonna a Massa Marittima, organizzato da Cristina Berlini, regista anche lei, napoletana, che abita in Toscana da dodici anni dopo aver trascorso dieci anni ad Amsterdam. Dal cospicuo materiale ricevuto ha selezionato, con l’aiuto di Silvia Lelli, documentarista e antropologa dell’Università di Firenze, dieci opere rilevanti per tematiche sociali e antropologiche, proiettate in una tre giorni di fine ottobre.

Ha ottenuto il Premio DocuDonna 2019 per il Miglior documentario internazionale la regista arabo-israeliana Rana Abu-Fraiha, che ha presentato In her footsteps (2017, Israele).
Quando si accendono le luci in sala, dopo la proiezione, la giovane regista chiede che alzino la mano le mamme; poi che facciano lo stesso le figlie. Poi pone una domanda collettiva «Vi siete riconosciute?», iniziando un dialogo spontaneo e fresco, proprio come è lei. Ma il film, a tratti molto doloroso, riguarda ben più del rapporto madre-figlia.

Rana Abu-Fraiha ha iniziato a girarlo nel 2012, cinque anni dopo l’apparire del cancro che ha continuato a tormentare sua madre per altri cinque lunghi anni. Le riprese documentano l’avanzare della malattia e insieme del dolore fisico, senza mai scadere nel voyerismo, sorrette come sono dalla ricerca che lei ha scelto di fare, aiutata dal mezzo cinematografico, su questa donna eccezionale, il loro rapporto e il processo di separazione da lei. Con una ulteriore complicazione. Il desiderio della madre di essere seppellita nel cimitero di Omer, la città ebraica dove vive da quando si è sposata e dove ha allevato le figlie e il figlio, facendoli studiare alla scuola pubblica, non può essere esaudito, secondo gli impiegati del Comune.

Lo testimoniano nel film telefonate incrociate, a varie riprese, dove da ambo le parti c’è sempre un civile confronto. In una scena lei telefona ponendo il problema, in una successiva ascolta il diniego. Proseguendo nel film, ci apriamo alla speranza per le parole della seconda sorella, che pare aver ottenuto questo permesso. Ma poi la delusione: per una musulmana che ha scelto di vivere in una città ebraica non ci sono gli stessi diritti dei suoi concittadini. La invitano a fare domanda al paese natio del marito, il villaggio beduino di Tel Sheva (Israele), soluzione inaccettabile per lei che si è allontanata dalla società di provenienza , per sfuggire ad un’educazione che sottomette le donne alla legge del padre.

Una scelta che, ce lo dicono alcuni dialoghi nel documentario, il marito ha accettato per amore, mentre ha causato alle figlie di dover fronteggiare durante la loro crescita un problema identitario più grande di quello comune a tutti gli adolescenti.

Però i video girati dal padre, che mostrano la mamma con i bambini piccoli, sono teneri, a tratti spiritosi, e rivelano l’armonia e la serenità familiare in cui sono cresciuti. E insieme svelano da chi ha preso “il vizio” di filmare fin da piccola la regista. Il padre le rivela in una scena del film che, non avendo neppure una foto della sua infanzia, si è attrezzato per fornire ai suoi figli dei filmati girati durante la loro fanciullezza. Questi, inseriti come flashback, alleggeriscono il racconto e ci danno conferma della bontà di una scelta materna di separazione dal luogo nel quale si è trovata a nascere, di cui non condivideva il pensiero dominante. Vero è che il coraggio le è venuto anche dall’incontro con l’uomo di cui si innamora e che poi sposa. E infatti, alla domanda «Qual è il tuo sogno?», risponde a sua figlia «Che tu trovi il compagno giusto».

La volontà di sepoltura della madre non va scambiata per un problema religioso. È, al contrario, testimonianza del fatto che lei crede nell’uguaglianza fra diversi. Non è stato il luogo di nascita ad impedirle la scelta di integrarsi in una nazione considerata ostile dalla sua gente, non deve essere la religione ad impedirle di essere ricordata dove ha vissuto. Un semplice ma profondo messaggio di pace maturato nella quotidianità.

La regista che ci sta davanti in sala, dalle risposte ci rivela una libertà di pensiero e un coraggio che fanno onore alla scelta della madre, rendendone la morte ancor più drammatica.

Rana Abu-Fraiha è oggi una regista di successo. Oltre il premio ottenuto a Massa Marittima, ne ha collezionati molti altri per questo stesso film. Premio Van Leer per il miglior regista di documentario (2017) Premio miglior regista di documentario al Festival del cinema ebraico (2018), per citarne due. Ma anche la carriera delle sorelle non è da meno: la sorella piccola dirige un ristorante giapponese in Oriente, la seconda è stata accettata come medico di pronto soccorso in un’équipe israeliana. Donne realizzate, dunque, in contesti internazionali.
L’ultima scena, con un’immagine forte e melanconica ad un tempo, aggiunge un monito alla storia e svela l’origine del titolo: quando scompare una persona che è stata propulsiva per la vita di tutti i suoi cari, non rimane che continuare a camminare nel tracciato da lei creato. Uscirne porterebbe a perdersi.