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’Fanculo Vox, in cucina vacci tu

Women hold a placard reading "Women united for equality" during a demonstration against the far-right party VOX on January 15, 2019 in front of Andalusia's regional parliament in Sevilla, while a two-day debate on the investiture of a centre-right government forged with support of far-right takes place. - Several women's groups have called a series of protests against Vox, which won a surprise 12 seats in Andalusia's regional elections last month after campaigning on a nationalist, anti-feminist agenda. (Photo by CRISTINA QUICLER / AFP) (Photo credit should read CRISTINA QUICLER/AFP via Getty Images)

«Fanculo Vox» così, con un tweet di solo due parole, la cantante catalana Rosalia, 26 anni, 6,5 milioni di follower su Instagram e quattro Latin Grammy vinti giovedì scorso, ha deciso di far sapere la sua opinione sul successo di Vox, la formazione di ultradestra, nelle elezioni spagnole del 10 novembre. In meno di un’ora il messaggio contro il partito di Santiago Abascal ha ricevuto più di 83mila like ed è stato retwittato 30mila volte.

Il femminismo in Spagna è in stato di allerta estrema per l’entrata deflagrante della destra nazionalista di Vox al Congresso, la forza politica che è cresciuta di più, che ha eletto 52 deputati e ha l’anti-femminismo come uno degli assi fondamentali del suo programma politico. Vox è diventato il partito che ha beneficiato maggiormente di questa nuova puntata elettorale. È passato da 2,5 milioni di voti (10,6%), ottenuti ad aprile, a 3,6 milioni (15,2%).

In questo modo, per la prima volta nella democrazia spagnola, una formazione dichiaratamente sessista, che lancia messaggi xenofobi, che non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso e che nega l’esistenza della violenza di genere, diventa la terza forza politica del Paese. Vogliosi di governare, i rappresentanti dell’ultradestra entrano nelle istituzioni e impongono la propria ideologia, come già successo nella regione autonoma dell’Andalusia o nell’area metropolitana di Madrid, dove il Partito popolare e i liberisti di Ciudadanos hanno ceduto a Vox su alcuni temi sensibili, pur di trovare un equilibrio di governo locale.

Alice Rubio, deputata di Vox nell’assemblea di Madrid, ha provocato un’onda di indignazione per aver sostenuto che «il femminismo è un cancro, è un movimento che rappresenta fraudolentemente le donne» e ha insistito: «Vorrei mettere come insegnamento obbligatorio, invece del femminismo, il cucito. Cucire un bottone dà molto potere». Un perfetto esempio di quello che Vox immagina per le donne, rinchiuderle nell’unico spazio riconosciuto per loro, quello domestico. La deputata ha manifestato anche…

L’articolo di Marina Turi prosegue su Left in edicola dal 22 novembre

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Tra bonus e no tax ci siamo persi la politica fiscale

Italy's Prime Minister Giuseppe Conte waits for the arrival of Chairman of the Presidential Council of Libya and Prime Minister of the Government of National Accord (GNA) of Libya, for their meeting on May 7, 2019 in Rome. - Libya's internationally recognised government said its head Fayez al-Sarraj will tour Europe, starting a series of meetings with the leaders of Italy, Germany, France and possibly Britain to seek support against an attack on Tripoli by strongman Khalifa Haftar, who urged his troops to "wipe out" government forces. (Photo by Filippo MONTEFORTE / AFP) (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images)

La manovra fiscale per il 2020 ha finalmente preso, nel progetto, una forma definitiva. Il disegno di legge di bilancio (che include quanto sino al 2016 si è chiamato legge di stabilità, e prima ancora legge finanziaria) ha fatto seguito al decreto legge in materia tributaria emanato il 26 ottobre, e già all’esame del Senato, chiudendo il quadro degli interventi.Si è parlato di manovra di galleggiamento (Cottarelli «meglio galleggiare che andare a fondo»), di «manovra neutrale, un po’ insipida» (De Nardis, inpiù.net, 17 ottobre 2019).

Non si può non convenire. Ci si è mossi ancora nella morsa dei due vincoli che, da alcuni anni ormai, paralizzano la politica di bilancio nel nostro Paese, ed in molti altri dell’Unione europea. C’è da una parte il vincolo esterno derivante dalle regole fiscali europee, particolarmente stringente per un Paese ad alto debito come il nostro. Dall’altra, il vincolo interno di natura politica e culturale – ma, più propriamente, antipolitica e sub-culturale: l’atteggiamento antifiscale delle forze politiche populiste, che esse stesse, come fanno in relazione ai temi dell’immigrazione, alimentano nell’opinione pubblica, per poi rincorrerla in una incessante ricerca di consenso elettorale.
Quest’anno il secondo vincolo sembra aver pesato più del primo. Nell’ambito delle regole europee ci si è mossi infatti con una certa destrezza (ispirati da un ministro che nelle istituzioni europee è di casa) chiedendo, e al momento, sembra, anche ottenendo, il massimo possibile. La manovra non rispetta le tre principali regole fiscali europee: quella relativa al percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine, che per noi è il pareggio di bilancio in termini strutturali; quella dell’andamento della spesa primaria; quella, infine, relativa alla progressiva riduzione del rapporto debito pubblico/Pil verso il limite del 60%.

La circostanza fu fatta notare al governo italiano in ottobre, in occasione della presentazione del Documento programmatico di bilancio, con lettera firmata da Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione, e da Pierre Moscovici, commissario per gli affari economici e monetari. Il ministro Gualtieri rispose con tono ispirato al massimo garbo istituzionale (niente a che vedere con le rissose dichiarazioni antieuropee di Salvini e Di Maio con il precedente governo). Da una parte obiettò che le tecniche di stima del prodotto potenziale attualmente impiegate…

L’articolo di Ernesto Longobardi prosegue su Left in edicola dal 22 novembre

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Le sardine pubblicano il loro Manifesto e si prendono sempre più piazze

I manifestanti del movimento delle sardine in piazza per contestare la visita del leader della Lega, Matteo Salvini, a Sorrento (Napoli), 21 Novembre 2019 ANSA/CESARE ABBATE/

Cappotti, sciarpe e cappelli a sfidare il freddo bolognese di piazza Maggiore di una sera di novembre, quella del 14. Cartelloni con disegnate sopra delle sardine e il sottofondo di Com’è profondo il mare di Lucio Dalla. Tutto è cominciato così. E adesso il movimento delle sardine nato a Bologna stila il suo manifesto, e conquista piazze dal Nord al Sud del Paese.

Nel capoluogo emiliano circa 13.000 persone “strette come sardine”  – da qui il nome del movimento – si erano date appuntamento su un gruppo Facebook. L’obiettivo, ampiamente superato, era quello di raggiungere i 6.000 manifestanti per superare il numero dei partecipanti al discorso di Matteo Salvini, in contemporanea al PalaDozza, che lanciava la campagna elettorale di Lucia Borgonzoni alla presidenza della regione Emilia-Romagna.

Oggi la loro pagina 6000 sardine riporta il loro manifesto che spiega le ragioni della nascita del movimento delle sardine, intitolato “Benvenuti in mare aperto”. «Cari populisti – si legge nel documento – lo avete capito. La festa è finita. Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini». Il testo è dunque rivolto ai populisti che hanno invaso la politica, accusati di aver «approfittato della nostra buona fede», «unito verità e menzogne», «scelto di affogare i contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota», «ridicolizzato argomenti serissimi», «spinto i più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete».

Quello delle sardine è un movimento spontaneo, non politico benché schierato contro la Lega. Il suo popolo è composto da “persone normali”, gente di tutte le età che si guarda negli occhi in una piazza piena, sente l’energia crescere, sente che si sta risvegliando e manifesta in maniera pacifica. Un popolo che non ha colore politico, lo abbiamo detto, ma che crede «ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono».

Nel frattempo, numerose iniziative gemelle a quella di Bologna nascono localmente e in maniera spontanea. Dopo il primo flash mob felsineo il 14 novembre, il 18 novembre ha visto la Piazza Grande di Modena riempirsi di 7 mila manifestanti che cantavano Bella ciao sotto l’ombrello. Anche in questo caso l’evento è nato su Facebook ed è coinciso con il primo evento elettorale del leader della Lega in città. Oggi 22 novembre alle 10.30 invece c’è stata la manifestazione a Sorrento del movimento diventato “Fravagli”. In piazza Veniero si sono riunite centinaia di persone di ogni età proprio mentre l’ex ministro dell’Interno ufficializzava l’ingresso nel Carroccio del sindaco di Sorrento Giuseppe Cuomo. Il movimento sta raggiungendo adesioni dai numeri inaspettati. Cresce infatti la partecipazione ai flash mob organizzati in tantissime piazze italiane, spesso in concomitanza con l’arrivo del leader leghista.

Ecco le prossime tappe:
• Palermo, “Palermo non si Lega”, 22 novembre, piazza Verdi, ore 18.30
• Perugia, “6.000 Sardine Umbria contro Salvini”, 23 novembre, Piazza della Repubblica, ore 17.30
• Reggio Emilia, “Reggio Emilia non si Lega”, 23 novembre, piazza Prampolini, ore 18.30
• Rimini,“Rimini non abbocca”, 24 novembre, Vecchia Pescheria, ore 17
• Parma, “6000 Sardine Parma”, 25 novembre, piazza Duomo ore 19
• Genova, “Sardine di Genova”, 28 novembre, piazza de Ferrari, ore 18
• Firenze, “La Toscana non si Lega!”, 30 novembre, piazza della Repubblica, ore 18.30
• Ferrara,“6000 sardine Ferrara”, 30 novembre, piazza Castello, ore 20.00
• Napoli, “Napoli non si Lega”, 30 novembre, piazza del Gesù, ore 19.00
• La Maddalena, “Sardine sarde in movimento”, 30 novembre, piazza Garibaldi, ore 18
• Livorno, “Sardine Livornesi”, 30 novembre, Piazza della Repubblica, ore 18.30
• Milano, “Le Sardine a passo Duomo”, 1 dicembre, piazza Duomo, ore 17
• Avellino, “L’Irpinia non abbocca”, 1 dicembre, piazza Giuseppe Garibaldi, ore 18
• Padova, “Sardine in piazza a Padova!”, 1 dicembre, piazza delle Erbe, ore 17
• Siena, “Sardine a Siena”, 6 dicembre, piazza Salimbeni, ore 18
• Bari, “Sardine in piazza a Bari!”, 7 dicembre, piazza del Ferrarese, ore 19

«Noi siamo le sardine, e adesso ci troverete ovunque» si legge nelle ultime righe del manifesto e infatti il movimento pare dirigersi anche fuori dall’Italia, tanto che su Facebook sono stati creati tre eventi per testimoniare come anche all’estero gli italiani siano contro Salvini. New York, Sardine Atlantiche, 24 novembre, Washington Square Park, Bruxelles, ore 15; “Le sardine arrivano a Bruxelles”, 30 novembre, Bourse-Grand-Place, ore 11 e Dublino, “6000 sardine a Dublino – l’Irlanda non si Lega”, 4 dicembre, Meeting House Square, ore 20.

Di lotte delle nuove generazioni, fatte soprattutto di donne, lotte antifasciste e antirazziste, ne abbiamo parlato su Left e sul nuovo numero, in edicola da domani 22 novembre.

Le sardine nascono dall’idea di Mattia Santori, 32enne laureto in Scienze Politiche e istruttore di frisbee. Mattia aveva inviato un messaggio ad altri tre amici, con cui condivideva la casa ai tempi dell’università, perché non riusciva a dormire alla notizia del discorso di Salvini e Bergonzoni al PalaDozza. Quello che voleva fare era portare in piazza l’altra faccia di Bologna, una città che non può votare la Lega. Così i suoi amici Andrea Garreffa, 30 anni, guida turistica, Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere e Giulia Trappoloni, 30 anni, fisioterapista hanno lanciato l’idea dell’incontro in piazza Maggiore su Facebook.

Io e il Web. Breve storia della rete, da Arpanet a Internet delle cose [3/4]

[Segue da qui]

Non è molto chiaro che cosa sia il Web 3.0. Ci siamo in mezzo ed è quindi difficile orizzontarsi.
Se il Web 1.0 era quello della scoperta dell’Html che permetteva l’esistenza stessa di Internet e la costruzione esponenziale di molti siti web, se il Web 2.0 è quello dei blog che possono essere scritti da tutti e che hanno accompagnato la rivoluzione dei social, dei podcast, di YouTube, dei libri on demand, che cosa sia il Web 3.0 è tutto da decidere.
Certo se abbiano una camera da affittare, solo per alcuni giorni a settimana e ci siamo incredibilmente riusciti, allora dovremmo sapere che il successo si deve ad un sistema di database integrato a Internet che è certamente una componente decisiva del Web 3.0. Infatti, anche se certo era possibile anche precedentemente avere database nel web, è solo in questa fase che questo strumento è esploso nell’uso di tutti. Si chiama Data Web.
Ma che cosa è? E’ il fatto di avere disponibili moltissime “schede”, ciascuna organizzata attraverso alcune caratteristiche. Per esempio superficie, localizzazione, costo e anche foto. Queste migliaia di schede possono essere cercate in un attimo dall’utente per soddisfare i propri bisogni: un volo areo in una località difficile? Il database via internet vi spiega tutti i cambi e vi presenta decine di soluzioni. Un altro caso di database via web è il sistema di affitto delle macchine con conducente in moltissime città e paesi del mondo, ma è analogo con le biciclette localizzate ovunque o con le macchine in affitto. Se una volta i database erano costruiti pezzo pezzo localmente, ora viaggiano su internet sui nostri smartphone (ormai un dato di fatto per il Web 3.0) grazie a standard nuovi standard di condivisione. Lo SPARQL, che standardizza le ricerche tra i data base e soprattutto l’API che intreccia questi dati alla geolocalizzazzone
Il Data Web è una bella facilitazione per la vita di ciascuno. Ma se lavoro part time con la mia stessa automobile, pagandomi gli studi o l’affitto, allora altro che facilitazione, è una vera rivoluzione. Non esisteva, oggi c’è.

8. Open data
Inoltre, come sappiamo, gli enti pubblici sono “costretti per legge” a rendere disponibili alcune informazioni. Per esempio quelle sugli autobus o sui treni o sui consumi di acqua o elettricità. Queste informazioni si chiamano in gergo Open data” e possono essere estratte da internet per essere usate. Per esempio il software che ci aggiorna su quando arriva l’autobus può essere creato con un app di una terza parte (quella della municipalizzata, incredibilmente, è, a volte, meno attendibile) che appunto ci dice tra quanto arriva. Lo stesso può avvenire per altri servizi. I più bravi possono creare sistemi di Open data di famiglie diverse che mettono insieme per esempio un autobus, un metro, un percorso a piedi e un aereo e creare un modello complesso intrecciando le informazioni. Gli Open data sono il pane quotidiano di molte operazioni di analisi e modellazione che non danno solo una risposta efficiente (quale il miglior viaggio per me?) ma che hanno aspetti previsionali molto complessi nei più diversi settori. I giovani di oggi, vuoi che siano fisici, economisti o scienziati li devano saper catturare dalla rete e manipolare nei loro modelli matematici per fare previsioni e ipotesi. Ottenendo i dati degli studenti universitari, e analizzando in quanti anni si laureano, per esempio, si possono creare modelli per capire come migliorare i risultati a secondo di un incentivo o un altro. Questo modo di ragionare si chiama “What-If” (che cosa succede se modifico una condizione al mio sistema) ed è oggi esploso proprio perché gli Open data via internet alimentano direttamente i modelli di simulazione. E i modelli possono orientare scelte politiche o economiche oppure fisiche che hanno impatto sulla città. Per esempio se i miei Open data sono meteorologici, e creo modelli complessi di interazione con acqua, maree, venti, clima posso decidere – indovinate un poco – se vale la pena sollevare il Mose. Ma qui siamo nella fantascienza, almeno per l’Italia.

9. Internet degli oggetti
Ma il flusso Open data – Data web – Modello di simulazione – Attuatore pur se importantissimo, forse non è la vera chiave per capire veramente la rivoluzione del Web 3.0. Credo che la vera rivoluzione sia una terrificante arma a doppio taglio. E’ che internet “ci ascolta” o meglio “ci ascolta e ci capisce”. Ripeto, una cosa terrorizzante per un canto.
E’ di pochi giorni la pubblicità di un gestore telefonico che regala un oggetto dal nome esotico. Con una stilettata, mi è stato detto “Ha il nome di una escort”. Noi chiamiamola Ginexa, per intenderci.
Di che si tratta? Per dirla in maniera stupida stupida si tratta di un altoparlante intelligente. In realtà Ginexa risponde con incredibile precisione ai nostri comandi da “Che tempo che fa?” a “Voglio ascoltare questa radio”, oppure “Continua a leggermi il libro tal dei tali “ . Magari lo stavo leggendo prima su un tablet e adesso invece Ginexa me lo legge lei veramente e parecchio bene e da dove lo avevo lasciato.

All’inizio tutto bene, una vera luna di miele. Ma una notte faccio un salto e mi domando: “Ma Ginexa che cosa fa quando non le parlo?” Ebbene la risposta è semplicissima. Ginexa mi ascolta! E come Ginexa mi ascolta il mio telefono, il mio tablet, il mio computer, la mia nuova consolle satellitare, la mia smart TV. Mi ascoltano tutto il tempo. E non solo sono in grado di rispondermi soavemente ai miei desiderata singoli, ma anche a tutta una serie di desiderata in serie: Dimmi le notizie, che tempo che fa, metti una musica rilassante, accendi la lampadina.
Accendi la lampadina? Si, perché la rete internet non è più dentro la rete pura e semplice dei computer e dei telefoni, ma con una serie di tentacoli coinvolge oggetti veri e propri. Tutto l’ambiente tendenzialmente ne fa parte. Si chiama Internet degli oggetti (ciascuno di nuovo riconoscibile in maniera singolare un poco come i prodotti con i codici a barre)
Ora, anche che se io non voglio pensarci, la mia email è in un server (classificata in enormi scatoloni-edifici, magari in Finlandia), i miei messaggi sono certamente utili in qualche modo (non si vedrebbe perché l’App “dimmi che c’è”, sarebbe gratis altrimenti), e la mia vita social è fonte di ricerche utili a orientare una campagna politica e non solo un acquisto. Adesso, capiamolo, siamo anche ascoltati!
Ginexa è scesa vertiginosamente di prezzo in poche settimane: 59 poi 39 ora 19 euro! E’ quasi gratis ormai.
A questo punto che facciamo? Con il Web 3.0 siamo trasmettitori di informazioni, ma non nel senso buono che dicevamo nel primo capitolo (partecipare alla rivoluzione del web in prima persona), ma nel senso cattivo. Che vuol dire che qualsiasi cosa facciamo, scriviamo o addirittura diciamo viene trasmessa e certamente letta, interpretata, algoritmicamente interpolata.
Ci dobbiamo disperare?

[Terza puntata – SEGUE]

*-*
Antonino Saggio, insegna dal 1985 Informatica e Architettura prima alla Carnegie-Mellon di Pittsburgh, poi all’ETH di Zurigo e dal 1999 alla “Sapienza” di Roma. Ha fondato la collana internazionale “La rivoluzione informatica in Architettura” (Birkhauser, Edilstampa) che dal 1998 ha prodotto 38 volumi ognuno incentrato su una personalità o su un tema rivelante per comprendere il grande cambiamento di orizzonte teorico e culturale di cui l’Informatica è portatrice anche per l’architettura.

Magari senza tritare la Segre

La senatrice a vita Liliana Segre all'università Bocconi per prendere parte all'apertura della conferenza mondiale "Science for Peace, il fascino pericoloso dell'ignoranza' organizzato dalla fondazione Umberto Veronesi. Milano 15 Novembre 2019. ANSA / MATTEO BAZZI

Lo schema è sempre lo stesso: quelli propongono la cittadinanza onoraria a Liliana Segre sapendo già che quegli altri diranno no e quegli altri immancabilmente dicono no. Ci si indigna (giustamente, perbacco), leghisti e destrorsi vari inventano qualche scusa campata per aria e difficilmente sostenibile per giustificare il proprio no (“non è di qui”, “è passato troppo tempo” sono le risibili giustificazioni più usate) e infine si ricomincia. In un’altra città. Con lo stesso identico schema. Di nuovo.

Che oggi la destra (che è estrema destra, non ha niente a che vedere con una destra liberale e democratica) balbetti ogni volta di fronte ai temi del razzismo, dell’antisemitismo e addirittura di certo fascismo è una cosa ormai chiara e risaputa. Salvini potrà continuare a indossare tutti i girocollo sotto la giacca che trova nell’armadio ma la sua natura è troppo conclamata per essere improvvisamente simulata in altro.

Il gioco però non vale la Segre. Buttare nel tritacarne la senatrice a vita e tutto quello che rappresenta per smascherare l’ipocrisia di leghisti e compagnia cantante è, per mia modesta opinione personale, poco rispettoso nei suoi confronti: davvero c’è bisogno di inseguire questa banalizzazione a cui occorre una donna simbolo? Davvero non si riesce a combattere il parafascismo dilagante con contenuti culturali, sociali, storici e finanche politici? Non varrebbe la pena, proprio come azione politica, insegnare la storia e la testimonianza di quei tempi senza bisogno di usare persone di tal risma come feticcio?

Anche perché qui fuori, nel torrente delle banalità a cui credono in molti, ci sarebbe bisogno di un’alfabetizzazione storica molto più di quello che si creda. Liliana Segre non è solo una faccia: è testimone di una cicatrice universale che abbiamo il dovere di non lasciare appannare. Sarebbe più serio. Forse.

Buon venerdì.

Jeremy Corbyn presenta il nuovo manifesto del Partito laburista

Questa elezione plasmerà il nostro Paese per una generazione. È la vostra opportunità di trasformare il nostro paese, così che possa funzionare non solo per pochi, ma per tutti noi. È la possibilità di realizzare il vero cambiamento di cui la Gran Bretagna ha bisogno. Questo manifesto espone come un governo laburista farà tutto ciò.

Alcuni dicono che questa sarà l’elezione della Brexit. Ma è anche l’elezione sul clima, sugli investimenti, l’elezione sul sistema sanitario nazionale (Nhs), l’elezione sugli standard di vita, l’elezione sull’educazione, l’elezione sulla povertà, l’elezione sulle giuste tasse. Soprattutto, è l’elezione del cambiamento. È ora di utilizzare gli interessi acquisiti lasciando indietro le persone. Negli ultimi dieci anni pochi privilegiati hanno arraffato tutta la ricchezza, appoggiati dai Conservatori, a spese della maggioranza. I grandi inquinatori, gli speculatori finanziari e gli evasori delle imposte sulle società hanno avuto via libera per troppo tempo.

Il Labour costruirà una Gran Bretagna più giusta che si occupa di tutti, dove benessere e potere vengono condivisi. Non sono pronto a continuare a vedere altre famiglie senza una casa adeguata e altre persone fare la fila alle banche alimentari o dormire per la strada. Non riesco più a sopportare comunità rovinate dalla mancanza di investimenti, da tagli senza fine a servizi vitali e milioni di persone che faticano ad arrivare alla fine del mese, mentre i tagli alle tasse sono riservati ai più ricchi.

Possiamo fare meglio di così. Come può andare in questo modo nel quinto paese più ricco del mondo, con gli standard di vita delle persone che vanno all’indietro e l’aspettativa di vita in stallo? Il governo conservatore sta fallendo. Ha fallito sull’economia, sulla crisi climatica, sugli investimenti per il futuro, sui servizi pubblici e sulla Brexit. Semplicemente per la maggioranza delle persone non sta funzionando. Un governo laburista sbloccherà il potenziale di tutti quelli che sono stati ignorati per troppo tempo. Il Labour sarà al vostro fianco.

Il Labour riscriverà le regole dell’economia, così che possa funzionare per tutti. Ricostruiremo i nostri servizi pubblici, tassando i più ricchi per finanziare appropriatamente i servizi su cui tutti contiamo. Lanceremo il programma di investimenti di più larga scala dei tempi moderni per finanziare i lavori e le industrie del futuro, così da non lasciare nessuno e nessuna comunità indietro. Questo è un programma preventivato per aggiornare la nostra economia e trasformare il nostro Paese. Inizieremo una Rivoluzione industriale ecologica per affrontare l’emergenza climatica passando alle energie rinnovabili, investendo nelle ferrovie e nelle auto elettriche e rendendo le case energicamente efficienti, per ridurre la povertà da carburante e le morti in inverno.

Creeremo un milione di posti di lavoro rispettosi del clima in ogni regione e nazione dell’UK – lavori buoni e qualificati che riporteranno la prosperità nelle parti del Paese per troppo tempo lasciate da parte. Porteremo ferrovie, posta, acqua e energia nelle proprietà pubbliche per fermare l’ondata di privatizzazioni e risparmiare i vostri soldi spesi in tasse e bollette. Porteremo la banda larga a fibra piena a tutti, in tutte le case del nostro Paese creando un nuovo servizio pubblico, incrementando l’economia, connettendo comunità e riportando il denaro nelle vostre tasche. Metteremo fine alla Gran Bretagna delle banche del cibo, e porteremo fuori dalla povertà bambini e anziani. Porteremo il salario reale ad almeno dieci sterline l’ora per tutti i lavoratori – con uguali diritti sul posto di lavoro a partire dal primo giorno. Metteremo fine all’insicurezza e allo sfruttamento eliminando i contratti a zero ore e rinforzando i diritti sindacali. I laburisti creeranno un National education service per fornire supporto e opportunità durante tutta la vostra vita: dai centri Sure start a un’educazione nei primi anni scolari di prima qualità; da scuole ben finanziate con classi meno numerose fino a università gratuite senza tasse; e un apprendimento gratuito per sempre, dandovi l’opportunità di aggiornarvi durante tutta la vostra vita.

Il Labour darà all’Nhs i fondi di cui ha bisogno, mettendo fine alle privatizzazioni, e non lascerà più che il nostro sistema sanitario sia oggetto di trattative. Espanderemo il nostro servizio sanitario nazionale per offrire prescrizioni gratuite per tutti e cure dentistiche di base gratuite, partendo dai nostri principi fondanti. Metteremo fine alla crisi della previdenza sociale che ha lasciato un milione e mezzo di persone anziane senza le cure di cui hanno bisogno. I laburisti finanzieranno cure personali gratuite per gli anziani e pacchetti di cure extra. Sono molto preoccupato dall’aumento del crimine – e dal fatto che molti crimini violentissimi sono cresciuti ancora di più. Noi invertiremo la tendenza di dieci anni di tagli alla polizia e ai servizi pubblici vitali che semplicemente hanno dimostrato che non puoi mantenere le persone al sicuro risparmiando.

Il Labour proteggerà la vostra sicurezza a casa e all’estero. Dopo anni di interventi e guerre fallite, metteremo fine all’approccio «bombardare prima, parlare poi» e avremo invece una politica estera basata sulla pace, sulla giustizia e sui diritti umani. E sistemeremo la Brexit in sei mesi dando alle persone la risposta definitiva – con una scelta tra un’uscita delicata o restare [nell’Ue]. Realizzeremo qualsiasi cosa il popolo britannico deciderà . La scelta non potrebbe essere più chiara per queste elezioni. Il Labour metterà la ricchezza e il potere nelle mani di molti. I conservatori di Boris Johnson si preoccuperanno di pochi privilegiati. Questo manifesto offre la possibilità di un reale cambiamento per ogni generazione e ogni comunità. Quando vince il Labour, vince l’infermiera, vince il pensionato, vince lo studente, vince l’impiegato, vince l’ingegnere. Tutti vincono. Possiamo e dobbiamo fare meglio come Paese. Questa è la nostra ultima possibilità di affrontare l’emergenza climatica.

Siamo noi ora a poter realizzare il futuro. È il momento di un reale cambiamento – per molti, non per pochi. Insieme, possiamo farlo nascere.

 

Jeremy Corbyn, leader del Labour Party

(traduzione di Alessia Gasparini)

 

*  Leggi qui il programma elettorale del Partito laburista britannico in versione integrale

Sinistra, femminile plurale

C’è una generazione che è venuta dopo: dopo le lotte per i diritti degli anni 60 e 70, dopo la Prima Repubblica (e pure dopo la Seconda), dopo la crisi economica di inizio millennio, dopo l’epoca in cui trovare un posto di lavoro tutelato da diritti non era così raro. Anche dopo tante conquiste di civiltà, certo, che però non sono bastate a sovvertire il rigido schema della società patriarcale. Il parziale affermarsi di partiti razzisti e xenofobi anche tra i più giovani non solo nega la realtà del nostro Paese, in cui le classi scolastiche sono sempre più multiculturali, ma la manipola, cercando di sfruttare il senso di precarietà che affligge millennials (e i più giovani centennials). Hanno provato a manipolare anche le donne, utilizzando spesso la loro immagine come una facciata dietro alla quale nascondere il disprezzo che la destra ha sempre provato nei confronti di una possibile realizzazione femminile lontano dal focolare domestico. Ma le ragazze non ci stanno. Il pragmatismo di molte loro iniziative – nei movimenti, nel volontariato, nelle associazioni – viene spesso interpretato come sintomo dell’assenza di un’ideologia più alta, ma non è così: semplicemente, in una vita precaria al massimo, nella quale sei costretta a parare in continuazione gli attacchi che provengono dalla cultura maschilista, razzista e classista, non è un crimine sentire più vicino l’incendio di una libreria di quartiere o la chiusura di un centro antiviolenza e mobilitarsi di conseguenza. L’antifascismo delle giovani del 2019 parte dalla difesa del proprio diritto di esistere in quanto donne, dal rivendicare i propri spazi, dalla volontà di ottenere pari diritti a scuola o a lavoro, dal poter esprimere un rifiuto senza correre il rischio di essere violentate o uccise, dalla possibilità di rivendicare liberamente il principio dell’uguaglianza umana. Ce lo hanno raccontato in queste pagine sette giovani donne, studentesse, attiviste, lavoratrici, rispondendo a due domande: Cosa ti ha portato a impegnarti, e cosa dovrebbe fare la sinistra per farti sentire rappresentata?

Giulia, fisioterapista e “sardina”

Prima c’è stata Bologna. Poi Modena. Piazze piene, colorate, senza simboli di partito. Colme di una marea di «sardine». Così si definiscono le migliaia di persone che dal Nord al Sud del Paese si stanno unendo contro Salvini. Mettendo in crisi la sua macchina della propaganda. Tutto nasce dall’idea di quattro giovani amici che nella vita non si occupano di politica. Un’idea semplice: il PalaDozza, dove il leader leghista ha tenuto il suo comizio in vista delle regionali, contiene 5.570 persone, perciò per battere quella cifra in piazza Maggiore bisognava stringersi “come 6.000 sardine”. Alla fine, il 14 novembre, erano più del doppio. E presto altri “banchi” di antifascisti si raduneranno a Reggio Emilia, Rimini, Firenze, Milano. «Non volevamo più stare in casa a lamentarci, ma creare qualcosa di attivo, per rendere possibile un cambiamento», dice a Left Giulia, 30 anni, fisioterapista e ideatrice del movimento assieme ai suoi tre ex coinquilini. «La..

L’articolo di Alessia Gasparini e Laonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 22 novembre 2019

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L’antifascismo quotidiano delle giovani donne

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 25-11-2017 Roma Politica Manifestazione per la giornata contro la violenza sulle donne Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 25-11-2017 Roma (Italy) Politic Demonstration against male violence on woman

A pochi giorni dalla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, Eures ha diffuso i dati del Rapporto su femminicidio e violenza di genere in Italia. Le cifre sono agghiaccianti:

Nel 2018 sono state uccise 142 donne (+ 0,7% sul 2017), di cui 119 in famiglia (+ 6,3%), e sono 94 le vittime nei primi dieci mesi di quest’anno. Mai, sottolinea l’istituto di ricerca, «sul totale degli omicidi si era registrata una percentuale così alta di vittime femminili (40,3%)».

Mentre i dati sulla criminalità in Italia sono incoraggianti e parlano di un Paese sempre più sicuro, il dato sui femminicidi è in crescita. In totale dal 2000 sono 3.230 le donne uccise in Italia, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del coniuge/partner o ex partner. La scelta di separarsi, di uscire da una rapporto violento o solo apparentemente “normale” è spesso la causa scatenante, come ci ricorda la psichiatra e psicoterapeuta Irene Calesini in questo sfoglio.

Il pericolo dunque non sono gli stranieri, non sono i migranti, sui quali si è rovesciata la violenta campagna di criminalizzazione ordita dalla Lega e dagli altri partiti di destra, che tanto parlano di sicurezza, ma quando sono stati al governo non hanno fatto nulla per salvaguardarla.

Basti dire che solo lo 0,39% delle risorse del 2018 è arrivato a case rifugio e centri antiviolenza. Lo segnala Action Aid, rilevando anche che a meno di due mesi dalla fine dell’anno non c’è ancora il decreto di ripartizione del 2019.

Così come manca un lavoro strutturato e diffuso di prevenzione nelle scuole, presidio costituzionale e luogo principe per approfondire lo studio delle radici culturali della violenza sulle donne, che affondano nella storia millenaria del patriarcato, nella misoginia di filosofi e giuristi fin dall’antichità e che ha trovato una strutturazione granitica e una giustificazione “divina” attraverso le religioni monoteiste, come ricostruisce ora, con dovizia di fonti, un bel volume realizzato dalla Società italiana delle storiche, pensato specificamente per la didattica.

C’è ancora un enorme lavoro da fare sul piano culturale, lo diciamo spesso, e ce ne fanno vedere tutta l’urgenza i media che parlano a sproposito di “gigante buono” per l’assassinio della giovane Elisa Pomarelli.

Ce lo rendono evidente processi come quello a carico dei diciannovenni Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi che hanno fatto ubriacare, hanno stordito a pugni e poi violentato per ore una donna, riprendendo la scena con il cellulare e poi diffondendo il video, che mostra – parola degli investigatori- «una violenza continua e ripetuta». I due giovani hanno detto di non aver compreso che lei non fosse consenziente… Sono stati condannati rispettivamente a tre anni e a due anni e 10 mesi. «È andata bene» ha commentato Chiricozzi che, all’epoca dello stupro, sedeva in consiglio comunale a Vallerano come esponente di CasaPound.

Anche se dal 1996 in Italia la violenza sessuale ha cessato di essere un crimine contro la morale, la mentalità di alcuni giudici sembra non essersi mai aggiornata. È un problema italiano ma non solo.

In Spagna un gruppo di uomini violentò una quattordicenne ma la sentenza dice che non fu stupro, perché la ragazzina era ubriaca e «non sapeva cosa stesse facendo». Queste due vicende di cronaca nera sono accadute in Paesi segnati da un passato fascista che non è mai stato davvero elaborato. E’ un caso? Fatto sta a Roma come a Madrid non c’è mai stata una Norimberga del fascismo.

La legge sulla transizione, in prstica,  ha imposto in Spagna l’amnesia per legge. Mentre in Italia, con l’amnistia di Togliatti, funzionari e quadri fascisti hanno continuato per anni ad agire indisturbati nelle istituzioni. E oggi patiamo ancora gli effetti del codice Rocco.

Combattere la violenza visibile e invisibile sulle donne, significa combattere il fascismo. Non solo a livello di grandi valori e princìpi ma anche nel quotidiano, lottando contro la discriminazione, il machismo, il pregiudizio, la negazione e l’annullamento delle donne.

Lo sanno bene le giovani protagoniste di questa storia di copertina, ragazze che studiano, che fanno ricerca, che cercano di farsi strada nella professione, affermando un’identità femminile a tutto tondo. La loro lotta oggi, come quella del movimento internazionale Non una di meno (in piazza il 23 novembre), non è solo contro la disoccupazione e la precarietà, ma anche per poter essere libere di realizzarsi pienamente.

Da Giulia, che con un gruppo di amici ha dato vita al movimento delle #sardine contro l’avanzata leghista, ad Amalia, vittima di hate speech, che ha saputo reagire e farne un’occasione di conquista per i diritti di tutti, ad Anna, impegnata al fianco dei migranti. Tante storie diverse, con un filo rosso comune: l’antifascismo vissuto e incarnato ogni giorno. Un movimento di sinistra dal basso, che ancora in larga parte non ha rappresentanza ma una grande consapevolezza: la sinistra diventerà egemone quando riconoscerà pienamente l’identità delle donne.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 22 novembre 2019

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La lezione di Daphne

epa07925848 'Justice four Daphne' is written on a cardboard showing a photo of Daphne Caruana Galizia, during a picket in front of the Maltese embassy for murdered journalist Daphne Caruana Galizia in Berlin, Germany, 16 October 2019. Reporters Without Borders organized a picket for murdered journalist Daphne Caruana Galizia, who was killed on 16 October 2017 in Malta, while investigating the Panama Papers case. EPA/CLEMENS BILAN

Vale la pena soffermarsi sull’arresto avvenuto ieri a Malta di Yorgen Fenech, amministratore delegato del Tumas Group e direttore generale della centrale elettrica a gas di Malta, con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia.

Per mesi abbiamo assistito da lontano (lontani per quanto si può essere lontani a ottanta chilometri di distanza) alla disumanizzazione della giornalista maltese (uccisa nell’ottobre del 2017) descritta come una strega e come una visionaria dalle teorie strampalate. L’arresto di ieri invece conferma che Galizia ci aveva visto benissimo e ancora una volta si scopre che si perde la vita ogni volta che si mette il dito lì dove potere e illegalità si incontrano sotto banco.

Yorgen Fenech è stato identificato come proprietario della 17 Black, società con sede a Dubai che avrebbe foraggiato con 2 milioni di euro i conti panamensi di Keith Schembri, capo staff del primo ministro maltese Joseph Muscat, e del ministro Konrad Mizzi. Fenech è stato al centro della trattativa per il nuovo impianto energetico insieme al primo ministro Joseph Muscat già a partire dalla campagna elettorale del 2013 e il Corriere di Malta scrive che il progetto della centrale elettrica assicurò a Electrogas 3,9 miliardi di euro in 19 anni. Affare di Stato. Insomma.

Eppure quando è morta Daphne Caruana Galizia alcuni sindaci maltesi addirittura hanno festeggiato il suo omicidio, in quel gorgo di odio che serve per isolare una persona prima di ucciderla. “Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Poi vinci.”, diceva Gandhi e invece qui troppo spesso succede che “Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Poi muori.”

E chissà se riusciremo a farne memoria. Per Daphne e per tutti quelli che muoiono così. Soli.

Buon giovedì.

Canestri senza frontiere

Basket beats borders, “il basket per superare i confini”, questo il nome del progetto nato nel gennaio 2017 come opportunità di scambio e cooperazione tra realtà sportive popolari romane e la polisportiva Palestine youth club di Shatila. Un filo rosso lungo Roma-Beirut che vuole dar voce ad una condizione drammatica, che viene spesso resa inesistente da un mondo che non vuole vedere. Shatila, campo profughi creato a Beirut nel 1949, rappresenta l’emblema delle ingiustizie subite dal popolo palestinese e la menzogna per intere generazioni di essere “nati profughi”. Si sviluppa come un insieme disordinato di palazzi autocostruiti, fra i quali si insinua una ragnatela di cavi che fornisce elettricità a intermittenza, mentre alle abitazioni si distribuisce solo acqua salata. «Una delle immagini che più mi ha colpito di questo viaggio» racconta Luca, capitano degli All reds basket del centro sociale Acrobax «è quella di una chiave gigante saldata sul fianco di un ex serbatoio dell’acqua, come fosse un monumento situato in una delle entrate di Shatila … mi hanno raccontato che alcune famiglie si tramandano, di generazione in generazione, la chiave della loro casa lasciata in Palestina e con essa la speranza di poterci tornare».

Foto di Daniele Napolitano

La situazione nel corso degli anni non è mai migliorata; oltre alle difficoltà del quotidiano legate ai bisogni primari, occorre fare i conti con molte discriminazioni: per poter lavorare al di fuori del campo, i palestinesi devono ottenere un permesso di lavoro che comunque non consente di accedere a ben 42 professioni. A subire questa violenza sono specialmente i ragazzi che, vedendo stroncate le loro aspirazioni, raramente proseguono gli studi e per la mancanza di luoghi di aggregazione diventa difficile tenere i rapporti. Lo sport assume così un ruolo fondamentale e salva la vita perché ne dà un senso sano e positivo, incoraggiando i giovani a non perdere interesse nelle cose, ad analizzare con occhio critico le questioni sociali, a resistere e a ribellarsi alla “normalità” che parla di impossibilità, di matrimoni precoci, di delinquenza e droga.

«Abbiamo creato una squadra di ragazze perché credo che lo sport possa cambiare in meglio le cose. Credo che per loro sia arrivato il turno di giocare in questa vita e in futuro saranno le donne a cambiare la società!» racconta il coach Majdi, anche lui rifugiato palestinese nato a Shatila. La squadra di pallacanestro femminile del Palestine youth club, nata nel 2015, conta oggi 25 giocatrici, tra i 16 e i 22 anni, che nello sport trovano un’occasione per divertirsi, per confrontarsi e per crescere. La squadra rappresenta un esempio di integrazione, giocano insieme ragazze palestinesi musulmane, palestinesi cristiane, siriane e libanesi, come Rola che insieme alla sua famiglia, sostiene la causa delle compagne. Le ragazze si allenano in media due volte a settimana nei playgrounds pubblici di Qas Qas, quartiere a circa 1 km da Shatila.

Foto di Daniele Napolitano

«Abbiamo bisogno di un campo privato per sentirci sicure e a nostro agio mentre giochiamo o semplicemente per fare stretching» dice Amena, una giocatrice, raccontando i disagi nel fare alcuni movimenti sotto lo sguardo di chi si ferma incuriosito a bordo campo o dei ragazzi che vanno a giocare in quello a fianco. «In generale la reazione di chi ci incontra è positiva» continua Amena «è piuttosto raro che delle ragazze giochino a basket come gli uomini. Vorrei dire alla mia società di lasciar fare alle ragazze lo sport che preferiscono, così il futuro sarà migliore». Nel corso degli anni sempre più ragazze si sono unite alla squadra, un’apertura anche per i genitori che le lasciano libere di andare al campo e di giocare a basket. «Ci divertiamo! Quando gioco sono felice e non penso alle cose negative» ci confida Noha; «è importante perché ci permette di uscire e non restare sempre a casa» le fa eco Wafaa che ha iniziato a sua volta ad allenare alcune bambine del campo. Così, nella difficile Shatila, il basket diventa per le ragazze occasione per rivendicare i propri diritti, possibilità di emancipazione e libertà di movimento.

Nelle prime due edizioni, il progetto B.b.b. ha dato alle ragazze del Palestine youth club la possibilità di partire e di venire in Italia per giocare con le squadre di basket popolare romane All reds basket, Atletico San Lorenzo e Bulles fatales. Molte di loro non avevano mai viaggiato prima: per uscire dal Libano, un rifugiato palestinese deve avere un invito ufficiale e, congiuntamente, un visto dall’ambasciata del Paese di ingresso. Un incontro unico dove la pallacanestro rappresenta l’occasione di entrare in contatto con diverse culture e nuove persone con cui condividere esperienze di vita e di sport.

Foto di Daniele Napolitano

Per l’edizione 2019, il progetto si è dato come priorità quella di sostenere la realizzazione di un centro di aggregazione giovanile all’interno di Shatila. Una campagna di raccolta fondi ha permesso di partecipare attivamente alla costruzione delle mura del centro nel quale è stata ospitata la delegazione italiana, con grande calore, lo scorso ottobre. Una volta completato e reso attivo, sarà uno spazio per la comunità in cui si potranno svolgere non solo attività sportive ma anche di sostegno allo studio, workshop per le donne, eventi culturali.

«Era importante capire la loro vita e le loro esigenze, per poter indirizzare meglio la nostra attività di sostegno» dice Peppe degli All reds e continua Luca «fargli sapere che ci sono tante persone che supportano la loro lotta, che non sono soli! ». Il progetto B.b.b. vuole opporsi alla rassegnazione che dilaga all’interno del campo ed essere una forza creativa che aiuta in particolare le nuove generazioni, a trovare non solo la speranza, ma la certezza di poter migliorare la propria vita. Basket beats borders continua ad andare avanti e a tenere gli occhi aperti, in nome di interessi e aspirazioni comuni. «Senza dubbio ci ritroveremo ancora su un campo da gioco. Che sia Roma, Beirut, Madrid, Bilbao o Baghdad. Inshallah!»