Home Blog Pagina 576

Il ministro Fioramonti: Non basta evitare tagli, urge investire in istruzione e ricerca

LORENZO FIORAMONTI MINISTRO ISTRUZIONE

Anche in epoca di crisi, nel 2008, la Germania e altri Paesi europei hanno investito nella scuola e nell’università come volano di sviluppo, non così in Italia. All’epoca di Berlusconi furono drasticamente tagliati i fondi alla scuola e alla cultura. E da allora non c’è stato alcun reintegro.

Ministro Fioramonti, lei più volte ha posto la questione dei fondi per la scuola e per la ricerca, come settori strategici per il futuro dei giovani e per la crescita democratica del Paese. È urgente un cambio di rotta?
È più che urgente. È necessaria un’importante inversione di tendenza. Questa sensibilità nel nuovo esecutivo l’ho colta, ma ora servono i fatti. Risorse. Stanziamenti. È vero: i grandi Paesi in Europa hanno investito nell’istruzione e nella ricerca, con il risultato di una spinta decisiva alla loro economia. Investire sulla formazione non incide solo sul prodotto interno lordo, ma anche sulla qualità di quello che si fa e si produce. Non c’è futuro senza un’economia della conoscenza. Aver tagliato i fondi all’istruzione ha reso l’Italia meno reattiva alle sfide contemporanee, dallo sviluppo tecnologico alla riconversione industriale in senso sostenibile. Per questo ogni giorno mi batto per incrementare gli stanziamenti. A Bruxelles, dove sono stato recentemente per la riunione del Consiglio dell’Unione Europea sull’educazione, anche tutti i ministri delle Finanze hanno convenuto su come sia indispensabile investire in formazione e ricerca. Prendendo spunto da questo, se è l’Europa che indica questa strada, bisogna che consenta a tutti i Paesi di avere…

L’intervista di Simona Maggiorelli al ministro Fioramonti prosegue su Left in edicola dal 15 novembre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

La cassetta degli attrezzi della speranza

Una mobilitazione in contrapposizione alla manifestazione della Lega nata via social che ha richiamato in Piazza Maggiore, nel cuore di Bologna, migliaia di persone, 14 novembre 2019. Tutte, sfidando la pioggia, con una sardina, vera, disegnata, stampata su una maglietta, su un cappello o su un cartellone. Ben più di 6mila bolognesi, numero che dava il titolo al flash-mob ideato da un gruppo di giovani dal titolo "Bologna non si lega", alle 20.30 si sono presentati in Piazza Maggiore per salire stretti come 'sardine' sul Crescentone, all'ombra di San Petronio, per protestare pacificamente contro la convention leghista al Paladozza ANSA/UFFICIO STAMPA ZINGARETTI +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Ci sono due blocchi contrapposti. Anzi, a dire la verità ce n’è uno che esercita la sua egemonia culturale e dall’altra parte quelli che provano a rispondere ricadendo nella stessa malefica retorica: in Italia, in Europa e in un pezzo del mondo la gente ha scelto (più o meno consapevolmente) di farsi guidare dalle paure, dagli orrori percepiti (non importa se siano o meno reali) e dalle emergenze costruite. In pratica significa svegliarsi ogni mattina con la brama di difendersi, anche se non si sa bene esattamente da cosa e da chi, rimanendo sempre in difesa, spremendosi in un arroccamento sempre più duro e sempre più ristretto, convinti di non avere occhi e energie per nient’altro che non sia la preservazione di se stessi. Il risultato è semplice: un Paese contrito, infeltrito, che sogna gabbie e che si incattivisce per proteggersi. Ecco.

L’opposizione si scorge anche semplicemente rovesciando le parole. Immaginate gente che decida di farsi guidare dalla speranza, al contrario della paura: gente che ogni mattina si svegli respirando a larghe falcate verso il progetto di futuro, allargandosi alle possibilità, aprendosi alle interferenze vissute come occasioni, impegnata a essere più larga possibile per non perdere nemmeno un particolare.

Solo che per apparecchiare ogni mattina una speranza serve una cassetta degli attrezzi già pronta ai bordi del letto: contiene fiducia, prospettive più lunghe della probabile paga al massimo fino a fine mese, la sensazione di potersi fidare di una giustizia sociale, la certezza di potersi appoggiare a un solido sistema sociale. La cassetta degli attrezzi per architettare la speranza è la risposta politica a questo tempo lugubre. Non serve urlare quanto siano brutti e cattivi quegli altri: tocca esercitare alternativa.

Ieri a Bologna è accaduto esattamente questo: c’era il palazzetto leghista che ha soffiato sulla paura (mentre Zaia lasciava annegare Venezia per tenere sorridente un cartello in mano sul palco bolognese, a fare la majorette per il suo padrone) e c’era la piazza strapiena di gente che fieramente vuole essere alternativa. Solo che a quella gente, quella che manifestava per contarsi e per contare alla faccia di Salvini, bisogna offrire la cassetta degli attrezzi. In fretta. In modo credibile.

Questo manca.

Buon venerdì.

La Cassazione ha bocciato il decreto di Salvini, ma lui non lo sa

ROME, ITALY - NOVEMBER 10: Demonstrators hold signs during a demonstration in Rome, on November 10, 2018 in Rome, Italy. The Security Decree Bill 'Decreto Sicurezza' tightening immigration policy and championed by far-right League leader and Deputy Prime Minister Matteo Salvini was passed comfortably in the senate earlier this week. 20000 people from all over Italy gather together in Rome under the slogan 'United and in solidarity against the Government, racism and the Salvini Decree' (Photo by Awakening/Getty Images)

«La Corte di Cassazione dà ragione alla Lega: per avere il permesso di soggiorno per motivi umanitari non basta dimostrare di essersi ‘integrati’. Alla faccia di quelli che riaprono i porti e che vogliono cancellare i decreti sicurezza». Questo il commento di Matteo Salvini alla sentenza della Cassazione che ha accolto un ricorso presentato dal Viminale stabilendo che le richieste di permesso di soggiorno per motivi umanitari di tre migranti, due di origine gambiana e un bengalese, siano nuovamente esaminate.

Peccato che quanto dice l’ex ministro dell’Interno non sia vero: la Corte di Cassazione non dà ragione alla Lega, anzi, boccia sostanzialmente lo spirito e l’interpretazione dei “suoi” decreti Sicurezza. Vediamo perché.

Innanzitutto, la Suprema Corte ha stabilito la non retroattività del primo decreto sicurezza, per cui tutte le domande di protezione umanitaria presentate prima del 5 ottobre 2018, quando cioè il decreto è entrato in vigore, dovranno essere esaminate alla luce della normativa allora vigente. Insomma, non si tratta certo di una conferma della “linea dura” di Salvini sull’immigrazione, che anzi viene parzialmente demolita, perlomeno per i migranti che hanno chiesto all’Italia di valutare lo status di protezione internazionale prima dell’entrata in vigore della norma.

Inoltre, la Corte ha stabilito che il solo dato di esseri socialmente ed economicamente inseriti in Italia non basta per concedere ai migranti il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ed è necessario anche valutare la “specifica compromissione” dei diritti umani nei rispettivi Paesi di origine. Una decisione che ricalca una precedente sentenza della Cassazione, quella del 23 febbraio 2018, la 4455/2018, che indicava come parametro per il riconoscimento della protezione umanitaria la comparazione tra la condizione del richiedente asilo in Italia e la condizione di vulnerabilità cui era esposto il richiedente nel Paese d’origine. Tale decisione però, al contrario di quanto sostiene la propaganda delle destre, non ha nulla a che vedere con l’impianto dei decreti sicurezza.

«Colpisce innanzitutto il totale capovolgimento di senso della sentenza da parte della stampa vicina al precedente governo – dice a Left Fulvio Vassallo, giurista e attivista per i diritti dei migranti – la quale, piuttosto che mettere in evidenza la sconfitta totale della linea della retroattività del decreto Salvini, si punta su un’affermazione della Corte che non è neanche nuova. Già in passato si era messo in rilievo come il criterio dell’integrazione sociale non possa essere considerato in modo isolato ma vada rapportato alla situazione della persona nel Paese di origine».

«I presupposti della protezione umanitaria – prosegue Vassallo – sono molto più ampi di quelli richiesti per la sussidiaria e per l’asilo e non si basano su una situazione di pericolo che corre la persona ma su una comparazione tra la situazione che ha la persona giunta in Italia e quella che sarebbe la situazione di questa persona se venisse riportata nel Paese di origine. La protezione umanitaria, evidentemente, alla luce di questa sentenza, va riconosciuta con gli stessi requisiti a tutte le persone che hanno fatto richiesta di protezione prima dell’entrata in vigore del decreto Salvini».

La comparazione dell’integrazione sociale del migrante con la situazione della persona nel Paese di origine, insomma, è una forma di tutela giuridica per i profughi che trovano rifugio nel nostro Paese, e la conferma da parte della Suprema corte di questa garanzia non ha nulla a che vedere con l’impianto delle politiche migratorie della Lega.

«Le Sezioni Unite – si legge in una nota chiarificatrice diramata dall’Asgi – hanno confermato l’approdo cui era giunta la storica sentenza n. 4455/2018 (seguita da moltissime altre), che ha valorizzato l’integrazione sociale, in attuazione dell’art. 2 della Costituzione e dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani, affermando la necessità di compararla con il rischio di violazione dei diritti fondamentali in caso di rientro nel Paese di origine. Diritti che non costituiscono un catalogo chiuso bensì aperto»

«L’insicurezza provocata dal decreto legge n. 113/2018 – prosegue la nota – è stata oggi in parte attenuata grazie alla Corte di cassazione e ora le Commissioni territoriali si potrebbero trovare a dovere riesaminare migliaia di richieste per le quali, dal 5 ottobre 2018, si sono astenute dall’esaminare anche la protezione umanitaria, con ulteriore danno alle finanze pubbliche». E, soprattutto, con danni verso coloro che avevano diritto ad essere protetti dal nostro Paese.

Ma la sentenza della Cassazione non può certo essere un punto di arrivo per chi da sinistra lotta contro le politiche disumane contro chi scappa da guerre e persecuzioni. «Per il futuro – ricorda ancora Vassallo – rimane da valutare quanto questo decreto sicurezza sia conforme all’articolo 10 della Costituzione, dal momento che la protezione umanitaria, che il decreto abolisce, in realtà, secondo la stessa Corte di Cassazione, era applicazione diretta di quell’articolo».

Quel pasticciaccio brutto del Mose di Venezia

VENICE, ITALY - NOVEMBER 12: A policeman watches a tourist walking in the water near the Rialto bridge on November 12, 2019 in Venice, Italy. High tide, or acqua alta as it is more commonly known, stood at 126 centimeters this morning. (Photo by Stefano Mazzola/Awakening/Getty Images)

Galosce, cosciali, stivali waders, persino goldoni, parole che non fanno parte del vocabolario comune ai cittadini italiani, ma di quello dei veneziani sì. La minaccia delle maree è sempre stata parte della storia di questa città, e nel corso dei secoli si può dire che abbia contribuito a plasmare la forma mentis degli abitanti, inclini a rialzarsi di fronte ad ogni tragedia o calamità naturale. Di per sé la capacità che la città ha di far fronte da sola alla spinta inesorabile delle acque è qualcosa di innegabilmente poetico, la fa sembrare una guerriera imperturbabile, che sfida a mani nude qualcosa di molto più grande di lei, ma come per un’eroina tragica il finale più scontato è quello di soccombere.

La sua capacità di resistenza varia di molto a seconda del livello che le acque raggiungono su quello di medio-mare, se è vero che le acque fino ai +80 cm non sono così rare, sono quelle sopra i 110 cm ad essere disastrose. Raggiunto quel livello anche le paratie che servono per camminare in giro per le calli e le vie dell’isola vengono tolte, in quanto inutilizzabili. Il disastro è una questione di trenta centimetri. È in quei trenta centimetri che cambia tutto. Se passa quelli, l’acqua supera le paratie di negozi, entra in alberghi, bar e abitazioni situate al pianterreno, provoca disastri. Il sale non perdona niente, non è come un’allagamento d’acqua dolce; penetra nelle cose, si deposita all’evaporazione dell’acqua, rompe i motori delle pompe, fa saltare i mosaici, quel che tocca distrugge.

La gravità del problema è nota già dal secolo scorso, dopo la tragedia del 1966, la più grande piena storicamente verificata. Anche in quel caso, il problema non era solamente locale, ma riguardava l’intera penisola italiana. In quel terribile novembre andarono sott’acqua anche le campagne del Nordest con la tristemente celebre alluvione del Piave, ed è difficile togliersi dalla memoria le foto d’archivio del centro di Firenze sommerso da un Arno straripante. L’acqua a Venezia il 4 novembre 1966 toccò quota +194cm, fu un disastro. Alla piena di ieri mancavano solo 7 cm.

Nel 1973, sulla scia di quella catastrofe, venne varata la Legge speciale per Venezia. La n° 171 “Interventi per la salvaguardia di Venezia” che tentava di affrontare in maniera organica le diverse problematiche legate alla salvaguardia della città lagunare ponendole come obiettivo di interesse nazionale.

L’idea del sistema Mose nasce anche da lì. “Modulo sperimentale elettromeccanico”, ovvero un sistema di 78 paratoie mobili divise in quattro schiere, poste alle bocche di accesso alla laguna di Venezia, composte da strutture scatolari metalliche cave al loro interno, agganciate a dei cassoni di alloggiamento posti sul fondo del mare tramite cerniere che ne consentono il movimento: quando non in uso giacciono sul fondale piene d’acqua, altrimenti questa viene fatta uscire tramite pompe ad aria compressa. L’idea è quella di proteggere la città e la laguna da piene eccezionali, senza creare una barriera fissa, che danneggerebbe in maniera irreparabile l’intero ecosistema lagunare in modo da preservare Venezia, Chioggia e le altre isole lagunari, oltre che il patrimonio storico, artistico e ambientale.

Un elemento già funzionante, pur parte di un’opera molto più grande, c’è. Nel suo piccolo, il Baby Mose ripara il centro di Chioggia, isolando il canale principale del centro storico, il Vena, dalla laguna in caso di acqua alta. La struttura entra in funzione a +90cm di acqua sul medio mare e ha capacità di azione fino ai +130cm, oltre quel limite non ha più effetto perché il testimone dovrebbe passare al fratello maggiore, il MoSE vero e proprio, che però, a distanza di decenni non è ancora stato attivato.

Se da una parte in queste ore c’è un grande richiamo trasversale all’unità nazionale, esiste anche un detto e non detto, uno scaricabarile di responsabilità che si sente mormorare tra comune, regione e Stato. Se ora l’intero Consorzio Venezia Nuova (concessionario del ministero delle Infrastrutture per la realizzazione del Mose, ndr) è commissariato, e la sua gestione è di conseguenza statale, tanto che lo stesso comune, a detta del sindaco Luigi Brugnaro si sentirebbe quasi “escluso” dalla vicenda, verrebbe sommessamente da segnalare che se si è arrivati a tanto è perché sia a livello comunale (giunta Orsoni, ex sindaco accusato di finanziamento illecito e poi prosciolto causa prescrizione) sia a livello regionale (ex governatore Giancarlo Galan, che patteggiando riesce ad ottenere uno sconto di pena considerevole per le accuse di corruzione, assieme alla confisca di beni per il valore di circa 2,6 milioni di euro). A destra e a sinistra, nel corso degli anni il Mose, presentato come un’opera strategica per la salvaguardia dell’interesse pubblico, è diventato una mangiatoia per politica e impresa. L’intera vicenda ha l’odore acre e marcio di decenni di sprechi, agitazioni, polemiche, rinvii, manette, dimissioni, commissariamenti.

I ritardi legati alle maxi-inchieste per corruzione e agli arresti che ne sono seguiti hanno allungato ancora di più il termine ultimo di consegna dei lavori, che ora sembra slittato in avanti anche se i pareri rimangono discordanti sul quando. Alcune dichiarazioni parlano di 2020, c’è chi dice che è fantascienza, chi più realisticamente azzarda un 2021 o un 2023. Il tutto per un’opera la cui costruzione è iniziata nel 2003, e che, alle stime attuali, risulta costata complessivamente tra i 5 e i 7 miliardi di euro.

E qui uno dice, almeno funzionasse, invece il problema sta anche nella parte già completata finora del progetto. Il 4 novembre scorso, data simbolica della tragedia del 1966, la barriera della bocca di porto di Malamocco avrebbe dovuto essere sollevata in prova. La cerimonia è stata annullata a pochi giorni dall’evento. Il 21 e 24 ottobre gli operatori riscontrano delle vibrazioni anomale in alcuni tratti delle tubazioni di scarico. Nella bocca di porto del Lido al primo test di sollevamento nel 2016 le paratoie non sono più riuscite a rientrare nei loro alloggiamenti. Troppi sedimenti accumulati alla base delle barriere. Ad agosto le paratoie di Chioggia sono state sollevate senza problemi ma alcuni deputati del Movimento 5 Stelle delle commissioni Ambiente e Lavori pubblici hanno denunciato l’assenza di un collaudo delle enormi cerniere. Imbarazzo generale.

Esiste una misura tutta italiana di arrivare quando la situazione è ormai tragica, le tragedie non sembrano bastarci mai. L’anno scorso, il 29 ottobre 2018, fu un altro disastro sfiorato, si parlò di “clemenza” perché il vento in senso contrario allo Scirocco aveva fermato la drastica avanzata delle acque a quota +156cm, questa volta la stessa clemenza non c’è stata. Dopo la risonanza iniziale, i problemi cadono rapidamente nel dimenticatoio, se ne va l’eco mediatico, cala l’interesse politico per la questione. Rimangono i problemi, poco discussi fino a che esplodono, è così per Ilva, e così per il Mose, è così per tante cose.

Al contrario di molte polemiche che asseriscono «ma di cosa ci stupiamo, San Marco va sempre sotto appena si alza un po’ l’acqua», rispondiamo sì, la Piazza, la Basilica in 1.200 anni sott’acqua c’è andata 6 volte, e il dato più inquietante è che 3 di queste sono tutte concentrate negli ultimi vent’anni. Il cambiamento climatico non è più uno scherzo non è più una bufala, come quando la maggioranza dell’opinione pubblica ridicolizzava apertamente Al Gore, che come un pazzo tentava di difendere le sue tesi nei primi anni 2000. Non è una “hoax”, una farsa, come sostiene di fatto il presidente americano Donald Trump. Questa mattina, mentre tutti – residenti, autorità, perfino turisti – si davano una mano l’un l’altro nel tentare di ripulire, salvare il salvabile, fare una prima, dolorosa, conta dei danni, un gruppo di giovani ragazzi del movimento Fridays for future in piazzetta San Marco ha esposto uno striscione: Tide is rising, and so are we (La marea si sta alzando, e noi pure).

Perché non si può restare inerti di fronte al razzismo e all’antisemitismo

Partecipanti alla manifestazione "Milano non odia. Insieme per Liliana", davanti al Memoriale della Shoah, in solidariet‡ con la senatrice a vita Liliana Segre, Milano, 11 Novembre 2019. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, testimone della Shoah e senatrice a vita, a ottantanove anni è stata posta sotto scorta per le continue minacce ricevute. «La senatrice Segre viene presa di mira perché ha scelto di essere donna del presente, legando il suo ruolo di testimone alla contemporaneità», dice lo storico Luca Bravi, ricercatore presso l’Università di Firenze e collaboratore della Fondazione Museo della deportazione di Prato e dell’Istituto storico di Grosseto (Isgrec).

Liliana Segre sotto scorta. Cosa rappresenta questa vergognosa vicenda?
La scorta a Liliana Segre è lo specchio di ciò che sta accadendo intorno a noi. È particolarmente significativa perché tocca quella che è una testimone della Shoah, tuttavia credo che la senatrice Segre venga attaccata perché non si è limitata a raccontare la sua memoria del passato, ma ha deciso di essere donna del presente. E va ringraziata perché, di fatto, in tutta questa vicenda, fra i grandi assenti ci sono proprio le istituzioni. E il silenzio è smorzato dalla sua voce. Non è un caso se, per l’ingresso al binario 21 della stazione di Milano Centrale, dov’è situato il memoriale della Shoah, lei abbia scelto la parola “indifferenza”, che è la prima incontrata da chi entra in quel luogo, un tempo luogo di deportazione.

La senatrice Segre, come tanti altri testimoni della memoria, è bravissima a parlare ai ragazzi…
Sì, il suo dono più grande è la non retorica, la volontà d’azione. Si avvicina così a quelle figure che hanno risvegliato le coscienze su temi importanti. Solo che, a differenza sua, sono tutte figure private, non pubbliche. Penso a Simone, il quindicenne di Torre Maura che affronta il picchetto di Casapound contro una famiglia rom, “rea” di essere assegnataria di una casa popolare. E penso a Lorenzo Orsetti, il partigiano fiorentino che è morto in Rojava, combattendo al fianco dei curdi, per difendere un’idea diversa e più giusta di società.

Con Liliana Segre abbiamo l’esempio di una testimone che traccia un forte legame fra storia e presente, così da rendere vivo quel “mai più” che si usa sempre riferito alla Shoah. Quale dovrebbe essere il ruolo del testimone?
Il testimone..

L’intervista di Sara Ligutti a Luca Bravi prosegue su Left in edicola dal 15 novembre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

Che Paese è un Paese che nega Auschwitz?

La senatrice a vita Liliana Segre all'università Statale di Milano per partecipare all'incontro su "Guardare al futuro senza dimenticare: medici e impegno civile ieri e oggi", sull'impatto delle leggi razziali nella comunità medica ebraica, Milano, 4 novembre 2019. ANSA / MATTEO BAZZI

In questa Italia dell’odio mi tornano in mente le parole di una nota canzone di Giorgio Gaber: «Io non mi sento italiano». È da alcuni anni che un pericolo grave si aggira per l’Italia: il razzismo. Questo cancro misto a ignoranza, decadenza culturale e mala politica sta toccando livelli inaccettabili. La cronaca del nostro declino appare quotidianamente sui media. In Lombardia, durante una partita di calcio tra bambini, un genitore urla dagli spalti «negro di merda» a un ragazzino di colore di dieci anni che ha commesso fallo verso suo figlio “di pelle bianca”. A Verona, Balotelli è paragonato a una scimmia, il giorno dopo un capo ultrà dichiara che l’attaccante del Brescia, pur avendo la cittadinanza italiana, non sarà mai un vero italiano, mentre Salvini accusa lo stesso Balotelli di voler fare il fenomeno. Ad Alessandria, su un bus, una “signora” dice a una bambina africana di sette anni «tu qui non ti siedi», impedendole di occupare il posto libero accanto a lei. Fortunatamente interviene veementemente un’altra donna e aiuta la bambina a sedersi, nel disinteresse generale. A Roma una libreria antifascista, La Pecora elettrica, è stata data alle fiamme dolosamente per ben due volte.

Da pochi giorni la senatrice Liliana Segre è costretta a vivere sotto scorta. Dopo le minacce e gli insulti, anche online, dopo lo striscione indicibile di Forza nuova di fronte al teatro dove stava parlando agli studenti, arriva l’ennesima vergogna che testimonia la mostruosità in cui questo Paese si è trasformato: Liliana Segre a cui andrebbe fatto un monumento è invece sotto scorta. Siamo di fronte a una persona che ha vissuto parte della sua infanzia tra gli orrori dell’odio e della discriminazione, tra i tanfi del lager e l’abominio nazista.

Oggi questo Paese che si professa democratico, a ottantanove anni, dopo la campagna “aizza belve” seguita alla sua proposta di una commissione contro l’odio, la costringe a vivere sotto scorta umiliandola ancora una volta. Sua unica colpa essere una vittima degli orrori nazisti. A tanto arriva la sconcezza in cui l’Italia si è trasformata. Una donna, una senatrice della Repubblica («non eletta» ha rilevato il capitano dell’odio) il cui incarico è stato conferito dalla più alta carica dello Stato, è costretta a causa delle menzogne altrui, del loro volere salvaguardare il proprio diritto a scatenare l’odio, a vivere con la paura dopo aver subito per anni, da bambina qual era all’epoca dei fatti, le peggiori umiliazioni e i peggiori incubi inimmaginabili dalla mente umana. La nostra civiltà contemporanea ancor oggi non riesce a scrollarsi di dosso un certo concetto di diversità intesa sotto vari aspetti: religioso, etnico, sociale, sessuale per cui i diversi sono, sempre e comunque, gli altri. Ecco il valore della centralità della persona. Il diritto, la libertà di pensiero, la libertà politica, quella di essere se stessi, ancora oggi nel terzo millennio sono sottratte all’uomo da parte di un altro uomo. E ciò può accedere ancora perché, non dimentichiamocelo, spesso, la storia si ripete.

Credo che Auschwitz, tra le tante cose, a me abbia insegnato soprattutto il rispetto verso l’altro. Ecco un’altra conferma del valore dell’individuo, e della sua unicità e centralità. Il dovere di testimoniare la civiltà della democrazia e della pace. Oggi la scorta alla senatrice Segre segna un ritorno al passato, una regressione culturale. La memoria, quindi, diventa fattore operante che riguarda tutti. Rispetto a essa chi fa pratica di libertà e di democrazia ha sempre un dovere. E quello di oggi diviene testimonianza per il dovere di domani. La libertà non è un concetto astratto, ma vive solo se si realizza concretamente. I nostri giovani hanno quindi bisogno della memoria storica poiché l’oblio (o peggio la mistificazione) avvelena la realtà. Mettere sullo stesso piano l’Italia fascista con quella che non lo era e che, anzi, la combatteva, vuol dire manipolare la realtà storica. L’Italia della dittatura e delle leggi razziali non può essere paragonata all’Italia della Resistenza e della Costituzione repubblicana. La nostra democrazia ha radici ben precise e luoghi storici di riferimento che nessuno può e deve dimenticare. Non dimenticare vuol dire, infine, schierarsi con decisione contro ogni razzismo e ogni fascismo. Indicativa è la lettera che Liliana Segre ha scritto per la nostra Scuola di legalità Peppe Diana di Roma e del Molise che noi porteremo in tutte le scuole d’Italia. Da queste brevi riflessioni c’è da imparare e da ricordare affinché queste orrende tragedie non debbano ripetersi mai più. Una stortura mi preoccupa maggiormente: è che s’iniziano a colpire bambini innocenti e anziani, indice di sub-cultura che vigliaccamente colpisce i più deboli.

Vincenzo Musacchio è giurista e docente di diritto penale

L’editoriale di Vincenzo Musacchio è tratto da Left in edicola dal 15 novembre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

Vi si è bucato il luna park

Quello che avviene a Venezia ha dei responsabili, nomi e cognomi. No, non è l’acqua, no. L’acqua fa l’acqua come avviene da sempre e come continuerà ad avvenire. Dare la colpa all’acqua per l’allagamento di una città che galleggia sul mare significa voler giocare al dito e la luna. Un gioco penoso, irresponsabile, pericoloso e che erode Venezia. E mica solo Venezia. Venezia sott’acqua porta la firma del Mose. Di tutti quelli che l’hanno usato come cuscino per nascondere tangenti che poi hanno esportato in giro. Galan (sì, sì,  Galan e i suoi amici leghisti) le sue mazzette le ha esportate allegramente in Montenegro. C’è una sentenza. Ma a Venezia le sentenze non galleggiano, vanno in fondo alla memoria.

Il Mose è costato 7 miliardi di euro. 7 miliardi di euro per costruire un’opera che il cambiamento climatico renderà ogni mese più inutile. 7 miliardi di euro che sarebbero serviti per occuparsi di una manutenzione ordinaria che continua a mancare. Nomi e cognomi: sul Mose non è difficile, basta tornare al governo Berlusconi che lo pensò e basta vedere chi oggi ancora lo invoca (sindaco e presidente di Regione in testa). Venezia sott’acqua porta la firma di tutti quelli che l’hanno abusata come luna park. Sono quelli che pensano a canali più grandi per permettere il passaggio di navi ancora più grandi. Sono quelli che la trattano come se fosse un parco divertimenti che hanno trovato già pronto: per loro non è una città, bellissima e fragile, no, Venezia è una slot machine da fare ingrassare. Nomi e cognomi.

Venezia sott’acqua porta la firma di tutti quelli che negano i cambiamenti climatici. Sono gli stessi che deridono Greta e che pensano che il clima sia un problema sempre degli altri. Sono quelli che adorano la produttività a tutti i costi e se ne fottono se la produttività erode le fondamenta e la vivibilità dei posti in cui vivono. Quelli, di solito, pensano comunque di potersi comprare i posti più alti se si allaga o si asciuga tutta là in basso. Venezia sott’acqua porta la firma di chi considera il patrimonio artistico qualcosa di eterno e si illude di non doversene prendere cura. Sono gli stessi che in piazza San Marco ci vedono i ristoranti o gi hotel che si potrebbero aprire, dove si potrebbe investire. Una generazione che ha ricevuto in eredità un inestimabile valore in arte e cultura e che non sente il dovere di preservarlo e prendersene cura. Cari, vi si è bucato il luna park. Ma scommetto che già ci vedete il sequel di Atlantide, nevvero?

Buon giovedì.

Chi è davvero Luis Fernando Camacho, leader dei golpisti boliviani

LA PAZ, BOLIVIA - NOVEMBER 10: Luis Fernando Camacho, right wing opposition leader and president of the Civic Committee Pro Santa Cruz goes to the former government house Palacio Quemado to hand a pre-written document where he requests the resignation of Evo Morales Ayma on November 10, 2019 in La Paz, Bolivia. Minutes later, Morales announced his resignation in Chimore, Cochabamba, following three weeks of protests over his re-election attempt after the army and police withdrew their support. (Photo by Javier Mamani/Getty Images)

In questi giorni in Bolivia è emersa una nuova figura pubblica, protagonista di un’ascesa fulminante com’era stata quella di Juan Guaidò in Venezuela. È Luis Fernando Camacho, 40 anni, avvocato, proveniente dalle regioni e dai settori tradizionalmente ostili a Evo Morales e alla popolazione indigena: l’oligarchia cruceña (di Santa Cruz). Pur non essendosi candidato alle elezioni del 20 ottobre, si è fatto strada tra i leader dell’opposizione a Evo Morales, ignorando qualsiasi appello al rispetto delle regole istituzionali ed emergendo rapidamente come leader dei settori più violenti e fascisti e mettendo lo stesso Carlos Mesa in secondo piano, ex capo di Stato della Bolivia tra il 2003 ed il 2005 arrivato secondo alla recente tornata elettorale e pronto per esseere recuperato come figura di “moderato”.

Da quale cappello è venuto fuori Camacho? Il suo profilo Twitter è stato creato il 27 maggio 2019. Fino alle elezioni è rimasto di fatto inutilizzato. Un suo appello del 9 luglio, in cui invocava uno sciopero per rivendicare le dimissioni del Tribunale supremo elettorale, ha ricevuto solo 20 visualizzazioni. Allo stesso modo, prima di quest’autunno non esisteva una sua voce su Wikipedia. Improvvisamente, grazie a media internazionali del calibro di Unitel, Telemundo e Cnn diventa una celebrità. I suoi tweet rimbalzano e vengono condivisi da migliaia di utenti. Il New York Times e la Reuters lo definiscono il “leader” dell’opposizione boliviana. Ma chi è davvero Luis Fernando Camacho? Analizziamolo, punto per punto.

1. Un fondamentalista religioso: «Dio ritorna al palazzo»
Già il 4 ottobre, a due settimane dalle presidenziali, Camacho aveva convocato i suoi sostenitori «ai piedi di Cristo redentore» a Santa Cruz. È chiaro, dunque, il tentativo di legittimare il suo autoritarismo sulla base del discorso religioso, presentandosi come una copia minore del vicino Bolsonaro. Dopo il 20 ottobre, il suo discorso fondamentalista ha conosciuto una nuova verve. Domenica 10 novembre ha fatto ingresso nel Palacio Quemado, il vecchio palazzo presidenziale, inginocchiandosi dinanzi a una Bibbia che lui stesso aveva portato. Più e più volte, tra social e comizi in piazza, ha affermato che «Dio ritorna al Palazzo». Intanto a Santa Cruz i suoi sostenitori festeggiavano le dimissioni di Morales con una sfilza di crocifissi, richiami a Dio e interrompendo il comizio per una santa messa.

2. Un razzista: «La Pachamama non farà più ritorno nel Palazzo di Governo»
Camacho non si vanta solo di riportare Dio nel palazzo, ma promette pure che «la Pachamama non [vi] farà mai più ritorno». La Pachamama è la madre terra, fonte di vita, risorsa simbolica ed economica per i popoli originari. Scacciarla dal palazzo significa – metaforicamente – scacciare la maggioranza della popolazione boliviana, quegli indios invisi da sempre all’oligarchia boliviana. E così i poliziotti tagliano la wiphala, la bandiera dei popoli originari andini, dal distintivo e i manifestanti la bruciano per le strade.

3. Un ammiratore di Pablo Escobar
L’autoritarismo di Camacho ha tra i suoi riferimenti espliciti niente poco di meno che Pablo Escobar. Sì, proprio lui: il più famoso narcotrafficante di tutti i tempi. In un meeting nella zona meridionale della regione di Santa Cruz, Camacho se ne uscì con «Dobbiamo preparare – facendo salve le differenze – e usare un’agenda come faceva Pablo Escobar, però solo per annotare i nomi dei traditori di questo popolo». Quelli che dovevano essere “solo” appunti sono diventati informazioni utili per perseguitare i nemici e i militanti del Mas (Movimento per il socialismo), alle cui case tutt’ora viene appiccato il fuoco, come dimostrano video e testimonianze diffuse online.

4. Il vicepresidente dell’Organizzazione giovanile cruceñista (detto «Macho Camacho»)
In gioventù «Macho Camacho» – sì, è conosciuto anche così – nel 2002 è stato vicepresidente dell’Organizzazione giovanile cruceñista (Ujc per il suo acronimo in castigliano), che la Federazione internazionale dei diritti umani (Fihd) ha definito come «una specie di gruppo paramilitare» che, tra l’altro, si è fatta conoscere per il suo simbolo – una croce verde – tristemente simile a simboli del fascismo occidentale e per il saluto dei suoi membri, che ricorda molto da vicino il «Sieg heil» dei nazisti. L’organizzazione si è fatta conoscere per le tante violenze e alcuni dei suoi membri sono stati arrestati in relazione ad aggressioni a sfondo razzista. La stessa ambasciata Usa ha definito la Ujc «razzista», confermando che «ha frequentemente attaccato persone e strutture pro «Mas-governo». Sempre secondo la Fihd, l’organizzazione è promossa dal Comité cívico pro Santa Cruz, presieduto proprio da Camacho (dal febbraio 2019, nda). Prima di lui, a dirigere il Comité fu il padre, tra 1981 e 1983.

5. Un massone
Camacho è parte di una delle grandi logge massoniche boliviane: Los caballeros de Oriente.

6. Un ricco imprenditore, perno dell’oligarchia cruceña
Luis Fernando è, insieme alla famiglia Camacho, socio del Grupo empresarial de inversiones nacional vida S.a., un gruppo imprenditoriale attivo nel settore delle assicurazioni, del gas e dei servizi. Il gruppo ha investimenti diretti o indiretti in società come Conecta, Tecorp, Xperience, Fenix seguros, Nacional seguros vida. Il padre di Luis Fernando, José Luis, era proprietario dell’azienda Sergas che distribuiva gas a Santa Cruz; lo zio, Enrique, controllava la Socre, società che gestiva le strutture per la produzione del gas locale; infine, un cugino, Cristian, controlla un’altra azienda che opera la distribuzione del gas, la Controgas. Nel suo ruolo di presidente del Comité cívico pro Santa Cruz, Camacho rappresenta un complesso di entità della zona, società imprenditoriali e sindacali di una delle zone più ricche del Paese. La regione di Santa Cruz, infatti – che già anni fa aveva provato a raggiungere una secessione per sottrarsi allo sgradito “socialismo evista” – produce il 70% degli alimenti della Bolivia, ha un enorme potenziale energetico, un’enorme ricchezza in idrocarburi che, però, dopo i governi di Morales, sono ora nelle mani dello Stato. Santa Cruz da sola apporta il 28,9% del Pil del Paese (dato del 2016).

7. Un evasore, coinvolto nello scandalo Panama Papers
Nel 2017, quando fu reso pubblico lo scandalo de Panama Papers, il nome di Camacho appare accanto a quelli di tre società: Medis overseas corp., Navi international holding e Positive real estates. Dalle indagini emerse che Camacho aveva operato come intermediario per coadiuvare persone e imprese a nascondere le proprie fortune in entità offshore, riciclare denaro e trovare modi per evadere le imposte.

8. Un amico dei golpisti, come Branko Marinkovic
Tra le amicizie Camacho vanta quella di Branko Marinkovic, un grande proprietario terriero di origini croate che si è scagliato violentemente contro il governo di Evo Morales quando questo nazionalizzò parte delle sue terre. All’epoca portavoce del Comité cívico pro Santa Cruz, fu tra i protagonisti del tentativo secessionista dell’elite cruceña, che mirava a una balcanizzazione del Paese attraverso la violenza, l’invito al golpe militare e l’immancabile razzismo (come denunciò la Fidh nel 2008). Lo stesso New York Times all’epoca non poté fare a meno di notare che la regione di Santa Cruz appariva come «un bastione di gruppi apertamente xenofobi, come la Falange socialista boliviana, il cui saluto a braccio teso tra ispirazione dalla Falange fascista del dittatore spagnolo Franco». Il gruppo citato dal Nyt , che fu espressione del dittatore Hugo Banzer, garantì la sicurezza del criminale di guerra nazista Klaus Barbie (utilizzato dalla Cia nell’Operazione Condor contro il “comunismo” in America Latina).

Generazione Neet, quei giovani tra rinuncia e realizzazione

Un momento della "Strike4Climate", manifestazione che sostiene la battaglia in difesa del clima dell'attivista 16enne svedese Greta Thunberg, Roma 15 marzo 2019. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Si trovano a dover fronteggiare un mondo più caldo, instabile e dagli esiti molto incerti. E non solo perché devono fare i conti con sedici delle diciannove annate più bollenti dal 1800 a oggi ma, soprattutto, perché hanno subìto i contraccolpi, dal governo Berlusconi a quello attuale, di un decennio politico all’insegna di mancati finanziamenti ai servizi sociali e per l’infanzia e incapace, persino, di varare una norma per riconoscere la cittadinanza ai bambini stranieri di seconda generazione.

I minori di questa generazione, descritti nel X Atlante dell’infanzia a rischio, redatto da Save the children, sono la fascia di popolazione su cui hanno impattato maggiormente le due gravi crisi economiche del 2000 e i sette governi che hanno compromesso le loro aspettative di crescita, producendo uno squilibrio generazionale senza precedenti. Si sono acuite le disuguaglianze fra bambini del Nord e bambini del Sud, fra bambini stranieri e bambini italiani, fra quelli delle zone centrali e quelli delle zone periferiche, fra gli studenti delle scuole elitarie e quelli delle classi ghetto.

A metterlo nero su bianco, il rapporto Il tempo dei bambini che, a dieci anni dalla prima pubblicazione, tira le somme sulla condizione dei minori in Italia: da dieci anni a questa parte, quasi un milione di loro si è aggiunto al bacino della povertà assoluta, più di un milione è confluito in quello della povertà relativa, sono cresciuti i Neet e tutto ciò ha contribuito a un crollo della natalità, con un calo di 136mila nascite rispetto al 2008.

In un Paese che, già prima delle crisi, mostrava profondi squilibri territoriali in termini di servizi all’infanzia, non solo non è mai stato implementato alcun intervento strutturale e le uniche azioni sono state sporadiche e selettive ma, con la riforma del Titolo V della Costituzione e la Legge quadro, le disuguaglianze si sono estremizzate: se nel 2008, appena un minore su venticinque versava in condizioni di povertà assoluta, nel 2018 si trova in questa situazione un minore su otto. Il disinvestimento dalle politiche per l’infanzia ha, anche, inciso sui progetti familiari e sul crollo demografico che, in Italia, ha un’intensità e una rapidità eccezionali rispetto agli altri Paesi europei. A invertire il trend, i minori stranieri che vivono (e nascono) nel Belpaese: se nel 2008 erano poco meno di settecentomila e rappresentavano il 7 per cento del totale dei giovani residenti, oggi sono più di un milione, rappresentando il 10 per cento della popolazione minorile italiana.

Nonostante costituiscano una risorsa demografica, sociale e culturale poiché la loro presenza massiccia nelle scuole è l’antidoto alla chiusura e all’accorpamento di tanti istituti, oltre che alla riduzione degli insegnanti, i minori stranieri sono rimasti esclusi dall’agenda politica e hanno pagato il conto più salato delle crisi economiche. E sebbene la marginalizzazione abbia riguardato tutti i bambini e gli adolescenti, la loro reazione è un forte desiderio di essere protagonisti nei cambiamenti sociali: basti pensare alle manifestazioni oceaniche dei coetanei di Greta Thunberg che, nonostante i programmi scolastici continuino a contemplare poco o niente i temi per i quali scendono in piazza, sono riusciti a riportare in prima pagina il monito della scienza sulle implicazioni del riscaldamento globale e sulle conseguenze sociali dell’emergenza ambientale.

«Crescere ai limiti delle risorse non significa, però, fare i conti solo con la temperatura che aumenta e i ghiacci che si sciolgono, ma vuol dire essere testimoni di un sistema che, pur producendo benessere, continua ad alimentare squilibri e sprechi», si legge nel Rapporto. Davanti a un paesaggio in continuo cambiamento, e non solo per effetto delle intemperanze climatiche, anche la scuola appare completamente impreparata e produttrice di iniquità: nei dieci anni precedenti si è scelto di disinvestire sull’istruzione e la spesa è crollata dal 4,6 per cento del 2009 al 4 per cento del 2011 fino all’attuale minimo storico del 3,6 per cento del Pil. I tagli alle risorse destinate alla scuola pubblica si traducono in «centinaia di migliaia di bambini persi alla scuola». Che, verosimilmente, saranno i giovani in bilico tra rinuncia e desiderio, secondo la ricerca Il silenzio dei Neet condotta da Unicef.

Stando agli ultimi dati Istat, riportati nell’indagine, i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 29 anni che sono rimasti indietro, non impegnati in percorsi di studio, di lavoro e di formazione sono 2 milioni e 116 mila, posizionando l’Italia al primo posto nella graduatoria europea. Dietro ai numeri, si nasconde «l’aumento di sentimenti di disagio e di sofferenza e la diffusione di stati di insicurezza e di ansia, a causa della crisi economica, della mancanza di lavoro e, oggi, perfino dei cambiamenti climatici», rileva l’indagine.

Al di là delle ragioni note e immediatamente visibili che determinano la condizione di Neet e le invisibili risposte delle istituzioni, la ricerca di Unicef aggiunge elementi nuovi: la considerazione dello stato di Neet come rifiuto, spesso inconsapevole, di una società che lascia sempre meno spazio a fragilità e debolezze, caratterizzata da rapporti di prevaricazione in cui i giovani si sentono perdenti. E, invece, aggiunge l’indagine, «molti di questi, formalmente classificati tra i Neet, nella realtà hanno talenti e passioni che coltivano nella loro intimità, senza riuscire a esprimerli all’esterno». D’altronde, continua la ricerca, considerando le evidenze emerse, «la velocità imposta dalla nostra epoca determina l’ansia di non riuscire a camminare a quel ritmo e ne consegue immobilità».

Poi scappano

Giorgia Meloni ospite della trasmissione 'Maurizio Costanzo show', Roma 5 novembre 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Due episodi significativi per misurare la temperatura morale di una destra che vorrebbe essere autorevole (se non addirittura autoritaria) e invece è una barzelletta che andrebbe rimessa nel cassetto delle ridicolaggini. Sono quelli che usano il verbo “frignare” per ridicolizzare gli avversari (e i disperati) e poi frignano vittimismo in ogni occasione.

Bologna. Due “politici” di Fratelli d’Italia decidono di fare un giro per le case popolari («costruite dai nostri padri e dai nostri nonni», dicono con la loro patetica passione per il feticcio della nostalgia nonostante la loro ignoranza per la storia) leggendo ad alta voce i nomi degli inquilini. Attenzione: inquilini che stanno in quelle case perché ne hanno tutto il diritto, sia chiaro. Però con il loro “giochetto” vogliono dimostrare l’invasione degli stranieri e così mandano in onda la loro “ronda” etnica. Fa niente che i dati ufficiali (ma per loro esistono solo i sentimenti social, ovviamente) dicano che solo il 7% delle abitazioni è abitato, regolarmente, da cittadini stranieri). A Marco Lisei e Galeazzo Bignami interessa versare per bene tutto il liquido seminale della loro propaganda. Peccato che il loro patetico show violi la legge e così quando l’avvocata Cathy La Torre presenta un esposto al garante della privacy i due energumeni diventano pecorelle, cominciano a dire di non avere paura, poi hanno paura, cancellano il video e scompaiono. Ovviamente si lamentano dei “poteri forti”, ovvero la legge italiana. Studiate.

Giorgia Meloni è la segretaria di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni fa politica da sempre, ha votato la legge Fornero, il governo Monti, Ruby nipote di Mubarak e altri colpi da fuoriclasse del genere. La trasmissione Report manda in onda un servizio in cui si mostra il meccanismo di propaganda social anche di Fratelli d’Italia, supportato da numeri e analisi. Giorgia Meloni dice che non è vero. La redazione di Report risponde: benissimo, se non è vero allora ci denunci così facciamo decidere a un giudice la credibilità del nostro servizio. Giorgia Meloni dice che denuncia, poi ci ripensa, no non denuncia. Scappa. Per giustificarsi aggiunge che non denuncia Report perché altrimenti perderebbe e dovrebbe pagare la Rai, quindi lo fa per non pesare sui cittadini. Che buon cuore. Peccato che la responsabilità penale sia personale e in caso di (molto dubbia) condanna in tribunale sarebbero gli autori del servizio a dover pagare. Ma Giorgia Meloni finge di non saperlo. Studiate.

La conclusione è sempre la stessa: poi scappano. Perché per loro le idee sono semplicemente dei vessilli da issare al massimo per un paio di giorni per sostenere un po’ di retorica. Tutto qui. La consistenza delle loro idee scade come lo yogurt. Per questo si stupiscono quando qualcuno gliene chiede conto.

Intanto in Val di Susa una 73enne decide di farsi il carcere, rinunciando alle pene alternative, per difendere le proprie idee.

Scova le differenze.

Buon mercoledì.