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Potete anche smettere di fingere

Operazione della Guardia Costiera libica al largo di Zawiya, nord ovest Libia, 27 giugno 2017. ANSA/Zuhair Abusrewil

Hanno fatto ammuina, hanno finto di darsi un po’ di gomito come se gli interessasse davvero, hanno detto che c’era altro di importante a cui pensare, hanno detto che ci avrebbero pensato, hanno detto che ci stavano pensando, hanno finto di essere contriti e molto pensierosi, hanno detto che sì c’erano cose da cambiare, ma non tutto, ci hanno spiegato, o forse tutto, ci hanno ripensato. E sono riusciti nel loro capolavoro più grande: il tempo è scaduto e l’Italia continua a essere l’amico degli amici libici, la finanziatrice degli assassini che si travestono da Guardia costiera di giorno e poi fanno gli scafisti di notte e poi al mattino dopo vanno a riprendersi gli stessi che hanno fatto partire, in un circolo feroce e vomitevole in cui loro continuano a guadagnarci, pagati sia nella parte dei buoni che dei cattivi.

Bravi, complimenti, avete messo in piedi un governo che doveva essere “della discontinuità” e invece è stato perfino più furbo del precedente; quelli si vantavano e invece voi zitti zitti avete tenuto perfettamente uguale. Baciate i libici come quegli altri baciavano Riina e quando fra qualche anno verranno fuori i dettagli della vostra “trattativa” (perché usciranno, eccome se usciranno) potrete sperare che siano andati prescritti nella memoria e nell’indignazione.

Bravi anche quelli che si fotografano in bella posa sulle barche dei migranti quando c’era Salvini e invece qui al massimo evacuano qualche timido comunicato stampa: solidali contro l’avversario politico fingendo di essere solidali per i diritti umani. Giochetto riuscito. Potrete vantarvi di averlo fatto in modo più furbo.

Ora però fateci un piacere: non osate più avvicinarvi al tema dell’integrazione e della solidarietà. Non sporcate con le vostre luride mani qualcosa che richiede etica e che non merita i vostri piccoli compromessi da mimi nemmeno troppo bravi. Fingete anche di esserne dispiaciuti, non c’è più bisogno che teniate in scena questo triste spettacolo. Fottetevene. Pubblicamente. Ora siete liberi. Voi.

Buon lunedì.

Da Beirut a Bagdad un solo grido: Più giustizia sociale!

TOPSHOT - A young Lebanese protester, draped with the national flag, looks at graffiti on the walls of the headquarters of the United Nations Economic and Social Commission for Western Asia (UN-ESCWA) in central Beirut during continuing protests against the government on October 27, 2019. - Tension has mounted in recent days between Lebanese security forces and protesters, who have blocked roads and brought the country to a standstill to press their demands for a complete overhaul of the political system. (Photo by ANWAR AMRO / AFP) (Photo by ANWAR AMRO/AFP via Getty Images)

«Sono travolta dalle emozioni» ci dice Nisrine commentando le foto scattate a piazza dei Martiri, il cuore della capitale libanese Beirut. In una di queste Nisrine è ripresa di spalle nell’attimo in cui sta scandendo con le mani uno slogan. Attorno a lei ci sono centinaia di persone con in mano la bandiera libanese. Sono così tante che molte di loro sono assiepate fin sotto il porticato della principale moschea cittadina, Mohammad al-Amin. In un’altra foto la stessa fiumana di dimostranti è diretta verso il Grand Serail, il quartier generale del primo ministro.

Scene simili si ripetono ormai da due settimane nell’intero Libano: dalla capitale alla città settentrionale di Tripoli passando per Baalbeck fino a giungere persino nel sud dominato dai partiti religiosi sciiti Amal e Hezbollah.

Così come si ripetono le parole d’ordine che la piazza indirizza all’intera classe politica locale: «Ladri, dimettetevi», «Andate via! », «Thawra» (“Rivoluzione”) e «Il popolo vuole la caduta del regime», quest’ultimo lo slogan che chiama alla mente le rivolte arabe del 2011 e che qui è risuonato quattro anni più tardi con la protesta del 2015 del «You Stink». Il movimento era allora inizialmente sorto per contestare la crisi dei rifiuti del Paese, ma poi pian piano è andato ad attaccare l’intero sistema politico.

Questa volta la rabbia popolare ha fatto un ulteriore salto in avanti: ad essere coinvolto è infatti l’intero Libano e non solo Beirut ed è tutta la classe politica ad essere messa sotto accusa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la proposta del governo di tassare le chiamate locali su Whatsapp e applicazioni simili. Un provvedimento…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola dall’1 novembre

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Memorandum Italia-Libia, l’ipocrisia del rinnovo “con modifiche”

''A pochi giorni dalla scadenza per il rinnovo tacito dell'accordo tra Italia e Libia, appello urgente per la sua revoca e la cancellazione delle missioni italiane in Libia. Ancora decine di migliaia i migranti in trappola sotto le bombe nei lager libici'', afferma Oxfam, 29 ottobre 2019. ANSA / Pablo Tosco / us Oxfam Italia +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Di fronte al rinnovo del Memorandum osceno tra Italia e sedicente governo libico, quello riconosciuto dalla Comunità internazionale ma che non controlla che parti marginali di quell’immenso Paese, (il quarto in Africa per estensione) c’è da rabbrividire davanti all’ipocrisia governativa. Proviamo a spiegare le ragioni partendo forse da lontano, per arrivare al presente.

Un presupposto è necessario. La Libia, come comunemente la chiamiamo non esiste, è morta con l’uccisione del suo dittatore Muhammar al Gheddafi. La Libia è una invenzione coloniale italiana realizzata nel 1911 che nel quadro delle spartizioni coloniali, ebbe la possibilità di prendere tre regioni distinte, Tripolitania, Cirenaica e poi Fezzan e unificarli in un unico Stato. Neanche nel periodo del regno di Re Idriss (fino al 1969 con il golpe di Gheddafi) si riuscì a creare un vero e proprio Stato libico, impresa riuscita al dittatore caduto nel 2011 attraverso una particolare gestione di un processo definito “rivoluzionario”.

La Libia di oggi sembra essere un ritorno al passato. Milizie e divisioni tribali parcellizzate, interessi internazionali, legati non solo al controllo delle fonti energetiche, traffici di petrolio (raffinato o meno), di armi, di droga e di persone, sono i reali fattori economici di un Paese attraversato da una vera e propria guerra civile. In cui, oltre le fazioni più forti e quotate nel gioco micidiale della geopolitica, rivestono un ruolo micidiale alleanze e scontri fragili e friabili.

Ebbene, con un Paese in così tragiche condizioni, in cui l’autorità riconosciuta a livello internazionale, il Governo di accordo nazionale (Gna), di Mustafà al Serraj, non controlla neanche l’intera città di Tripoli e sopravvive unicamente grazie ai finanziamenti dall’estero e ad accordi temporanei con alcune delle forze che lo contrastano, l’Europa stringe accordi e l’Italia firma Memorandum di durata triennale.

Ci si riferisce ovviamente al Memorandum of understanding (Mou) che sarebbe dovuto servire a fermare l’ingresso illegale di richiedenti asilo in Europa. Missione in parte riuscita, verrebbe da dire cinicamente, almeno 40mila persone partite dai porti libici sono stati riprese e riportate nei campi di detenzione del Paese, finanziati dal governo italiano con centinaia di milioni di euro che servono a pagare gli aguzzini (che continuano a fare i trafficanti) a fornire mezzi militari come le motovedette, ad addestrare personale.

Ora ad accordo “tacitamente” rinnovato – i tempi per stralciarlo come abbiamo scritto sono scaduti il 2 novembre – si parla di modifiche da effettuare e si chiede al governo libico di discuterne. Ora, al di là dei tempi necessari – ogni giorno si traduce in ulteriori lutti provocati – si tratta di una promessa o falsa, per silenziare la parte più sensibile dell’opinione pubblica, o irrealizzabile in queste condizioni. La Commissione che si dovrebbe riunire è mista e composta da egual numero di membri per ciascun Paese. Da parte libica è già stata chiarita la disponibilità a discutere ma a condizione di veder tutelati gli interessi libici. La traduzione? Poca disponibilità ad interferenze sul proprio territorio rispetto ai centri di detenzione, fondi maggiori per la cosiddetta Guardia costiera, eliminazione dell’intralcio delle Ong (è già stato chiarito che dovranno chiedere il permesso a Tripoli prima di effettuare soccorsi) maggiori finanziamenti per il controllo dei propri confini.

Il rischio verso cui si va, ammettendo che il governo Serraj regga al punto da poter arrivare alle sempre rinviate elezioni nazionali, è quello di finanziare, come in Turchia, alcuni centri ben tenuti in cui si dimostra che la Libia rispetti i diritti umani, ma in cui finiranno pochi fortunati. Il rischio è quello che il governo si senta in pace con la coscienza avendo la possibilità di far giungere in Italia poche centinaia di persone dalla Libia, quelle ritenute le più vulnerabili in una terribile selezione fra sommersi e salvati.

Il rischio è che ci si accontenti della presenza in Libia di un numero maggiore di funzionari delle organizzazioni umanitarie internazionali che potranno muoversi soltanto seguendo le indicazioni (ordini) di chi amministra il territorio. Per il resto la Libia resterà un carcere a cielo aperto, i soprusi e le violenze all’ordine del giorno, la detenzione irregolare la norma.

Saranno questi i miglioramenti del Memorandum? E se, in caso di richieste più puntuali il governo libico si opponesse e i trafficanti in divisa come quelli ricevuti nel 2017, cominciassero a mandare significativi segnali incrementando le partenze? Il governo italiano sarebbe disposto a non cedere al ricatto? Cosa accadrebbe in Parlamento? E soprattutto si potrebbe contare su un sostegno europeo e una missione continentale per salvare in mare chi fugge togliendo potere contrattuale ai trafficanti e garantendo ingressi sicuri e legali? Difficile crederci. Se e quando nel Parlamento italiano si voteranno le proposte di modifica del Mou, il posizionamento delle forze politiche e dei singoli, renderà più chiara la distanza fra chi ha compreso la portata delle vicende libiche e chi pensa unicamente agli immediati interessi di bottega.

Per approfondire: l’inchiesta di Stefano Galieni sul “Memorandum della vergogna” su Left in edicola dall’1 novembre 2019

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Marcelo Figueras: Fare politica con fantasy

Scrittore, sceneggiatore e giornalista, Marcelo Figueras ha sempre affiancato un forte attivismo politico al suo impegno nel mondo letterario. E ora dopo Kamchatka e Aquarium, ambientati rispettivamente nell’Argentina della dittatura e in Palestina, torna in Italia con un nuovo romanzo, Il re dei rovi, anche questo edito da L’Asino d’oro, in cui avventure fantastiche si mischiano a problemi molto concreti.

Figueras, i protagonisti dei suoi romanzi sono spesso ragazzi, ne Il re dei rovi sono Milo e Bava, ma anche in Kamchatka c’era il giovane Harry al centro della vicenda. Nonostante vivano situazioni drammatiche, a salvarli sembra essere sempre la loro capacità di immaginare. È questo che rende i suoi giovani protagonisti così efficaci nel raccontare i problemi che spesso sono comuni a tanti argentini di oggi?
Non è una scelta cosciente, ma riflettendoci deve avere a che fare con la convinzione che ho che i ragazzi o i bambini siano i più resilienti. Qui in Argentina abbiamo dovuto affrontare molte situazioni critiche negli ultimi 40 anni, dalla dittatura a gravi crisi economiche, ecc. Credo che molte di queste situazioni abbiano spezzato gli adulti, penso che loro non si riprendano mai del tutto da questi eventi traumatici. Ma i ragazzini sì.Nei miei romanzi ci sono sempre bambini perché credo che nonostante gli eventi traumatici che le mie storie raccontano, i ragazzi possano superarli e raggiungere comunque qualche sorta di felicità.

Nella versione originale de Il re dei rovi sono presenti numerose illustrazioni. Che rapporto si crea tra narrazione e immagine? Anche Kamchatka ha avuto uno sviluppo visivo, diventando un’opera musicale. Cosa ha guadagnato il racconto originale con l’aggiunta di musica e recitazione?
Sono uno scrittore, ma sono anche un uomo che appartiene a una generazione che è…

L’intervista di Alessia Gasparini a Marcelo Figueras prosegue su Left in edicola dall’1 novembre

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Mario Draghi, l’uomo del mercato a ogni costo

Christine Lagarde Mario Draghi

Nel giugno del 1992 il panfilo della famiglia reale inglese Britannia navigava lungo le coste italiane. A bordo, secondo una leggenda, si sarebbero incontrati i massimi esponenti dell’élite economica e finanziaria per discutere delle privatizzazioni nel nostro Paese. Non sappiamo quale rilievo abbia avuto il fatto specifico, ma è certo che in quegli anni, dopo che il ciclone giudiziario “mani pulite” travolse il nostro sistema politico, i governi Amato, Ciampi, Berlusconi, Prodi e D’Alema (solo per ricordare i più noti) trasformarono completamente i connotati dell’economia del nostro Paese.

È certo anche che Mario Draghi fu a bordo di quel panfilo e che, tra il 1991 e il 2001, da direttore generale del ministero del Tesoro e presidente del Comitato per le privatizzazioni, fu una figura chiave nello smantellamento dell’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) e nelle privatizzazioni di aziende e banche quali Telecom, Autostrade, Eni, Enel, Bnl, Banca commerciale italiana e tante altre, fortemente volute da quei governi. Draghi, dopo aver lavorato per le privatizzazioni, nel 2002 divenne vicepresidente di Goldman Sachs per l’Europa, cioè di una banca d’affari che svolse un ruolo chiave nello smantellamento della presenza pubblica nell’economia e con cui lo stesso Draghi aveva intrattenuto rapporti.

Nel periodo in cui Draghi fu a Goldman Sachs, Grecia, Italia e altri Paesi si sforzavano di rientrare nei criteri di adesione alla moneta unica. Nel 2009, quando la Grecia entrò in crisi, si scoprì che lo stato dei suoi conti pubblici era assai più disastrato di quanto indicassero le statistiche ufficiali: lo stato delle sue finanze era stato…

L’articolo di Andrea Ventura prosegue su Left in edicola dall’1 novembre

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La faccia nascosta di Airbnb

The US rental site Airbnb logo is displayed during the company's press conference in Tokyo on June 14, 2018. (Photo by Toshifumi KITAMURA / AFP) (Photo credit should read TOSHIFUMI KITAMURA/AFP/Getty Images)

«Al centro della nostra missione c’è l’idea che le persone siano fondamentalmente buone e che ogni comunità sia un luogo dove sia possibile sentirsi a casa. Credo sinceramente che la discriminazione sia la sfida più grande che la nostra compagnia debba affrontare. Ci colpisce nel profondo e danneggia i valori in cui crediamo». Chi ha messo nero su bianco queste parole? Forse un famoso leader antirazzista? O l’attivista di qualche Ong? No, l’autore è Brian Chesky, Ceo e co-fondatore di Airbnb, la celebre piattaforma online dedicata agli affitti brevi. Uno strumento digitale che ha letteralmente rivoluzionato gli assetti delle principali città del pianeta, facendo esplodere il prezzo degli affitti nei centri urbani (e il valore degli immobili), ed espellendo da quelle zone i cittadini meno abbienti, per far spazio a turisti, lavoratori di passaggio, ecc. Col risultato di disgregare relazioni sociali, mettere in crisi piccoli esercizi commerciali, far impennare il costo della vita, trasformare quartieri – talvolta ancora risparmiati dalla turistificazione selvaggia – in parchi a tema per vacanzieri, sempre più simili l’uno con l’altro.

Insomma, qualcosa di “leggermente” discorde rispetto alla mission aziendale citata all’inizio. In effetti, come conseguenza delle dinamiche innescate dall’azienda “prodigio” della Silicon Valley, ogni comunità locale può veramente diventare «un luogo dove è possibile sentirsi a casa», ma solo a patto che tu sia un villeggiante discretamente facoltoso. E la discriminazione sarà anche «la sfida più grande che Airbnb deve affrontare», certo, ma sicuramente quella tra ricchi e poveri non viene contemplata. Trattasi dunque di contraddizioni evidenti, ma sarebbe inopportuno liquidarle frettolosamente. L’ideologia solidarista ed egalitaria di cui la piattaforma californiana è ammantata, e che tenta di coprire le pratiche di segno opposto che realizza col suo business, di matrice neoliberista, è infatti il primo elemento da prendere in esame per capire sino in fondo i motivi del successo di Airbnb.

Ed è proprio da qui, da un’analisi sulla “mitologia fondativa” dell’azienda di Chesky (co-fondatore di Airbnb assieme a Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk) che si snoda la riflessione di Sarah Gainsforth, ricercatrice indipendente e giornalista freelance, sviluppata in Airbnb città merce. Forte di una retorica basata sull’idea di economia collaborativa, sul potere democratico e redistributivo della rete, sulla possibilità che viene concessa ad ogni cittadino con un materasso in più di diventare “imprenditore di se stesso” e arrotondare il proprio stipendio, Airbnb – viene sottolineato nel saggio – «ha costruito…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dall’1 novembre

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Cile, trenta pesos e trent’anni di abusi

SANTIAGO, CHILE - OCTOBER 25: Thousands of people attend a demonstration to request the resignation of Chilean President Sebastian Pinera in the area surrounding Plaza Italia in Santiago, Chile on October 25, 2019. (Photo by Muhammed Emin Canik/Anadolu Agency via Getty Images)

Alle 22 del 20 ottobre 2019 gli orologi del Cile, in un paranoico viaggio a ritroso nel tempo, hanno iniziato a segnare la stessa ora illegale del 1973: quella del coprifuoco. Il più grande poeta cileno vivente, Raúl Zurita, di famiglia italiana, voce indomita ed essenziale per capire ogni società ispanoamericana dalle dittature a oggi, definisce il proprio Paese «arrivista, egoista, insolidale, culturalmente sottomesso». Perché l’Italia non sa nulla e non dice nulla del Cile odierno, di quella terra in cui vive quasi un milione di discendenti italiani dei nostri emigrati di fine Ottocento? Perché il Parlamento europeo boccia la proposta di dibattito su quanto sta accadendo a Santiago?

Probabilmente perché in quell’arrivismo, egoismo, insolidarietà e sottomissione culturale ci riconosciamo, e quando ci si specchia nell’incontenibile esasperazione dell’altro è meglio distogliere lo sguardo, ché magari ci si contagia. E così del frenetico succedersi di avvenimenti a Santiago e nel resto del Paese da inizio ottobre, in Europa arriva solo il debole eco della tiritera dei luoghi comuni della violenza, e ci si limita a fare da cassa di risonanza ai media allineati col governo di destra del presidente Sebastián Piñera: «Siamo in guerra».

Una guerra inesistente. Una guerra dell’esecutivo contro se stesso, semmai, contro la propria incapacità assoluta di comprensione e gestione delle proteste: «Piñera non riconosce, non capisce la portata di quel che è successo al Paese, e lo crede controllato da Cambridge Analytica o da un nemico oscuro e poderoso», dice lo scrittore e regista Diego del Pozo. La moglie del presidente, Cecilia Morel, in un audio a un’amica filtrato sui social attribuisce la responsabilità delle proteste addirittura all’intervento di forze extraterrestri: «Tutto ciò ci supera completamente, è come un’invasione di alieni e non abbiamo…

L’articolo di Monica R. Bedana prosegue su Left in edicola dall’1 novembre

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Lager libici, il Memorandum dell’infamia

Illegal migrants who were rescued by Libyan coast guards at sea arrive at a migration detention and shelter facility in the capital Tripoli's eastern suburb of Tajoura on August 6, 2017. / AFP PHOTO / MAHMUD TURKIA (Photo credit should read MAHMUD TURKIA/AFP via Getty Images)

Il 2 novembre, mentre usciamo in edicola, si sarà certificato a meno di improbabili colpi di scena, il rinnovo fra i governi di Libia e Italia, del Memorandum di intesa sulla «cooperazione dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere» ratificato il 2 febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio Gentiloni. Il testo parte dalla volontà di voler attuare gli accordi già sottoscritti fra Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto 2008 (Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione) nonché di rifarsi alla Dichiarazione di Tripoli del 21 gennaio 2012 ricordando il “sostegno” assicurato alla rivoluzione del 17 febbraio 2011.

Il lungo preambolo parla di «cooperazione per individuare soluzioni urgenti alla questione dei migranti clandestini che attraversano la Libia per recarsi in Europa via mare, attraverso la predisposizione dei campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del ministero dell’Interno libico, in attesa del rimpatrio o del rientro volontario nei Paesi di origine, lavorando al tempo stesso affinché i Paesi di origine accettino i propri cittadini o sottoscrivendo con questi Paesi accordi in merito».

Nel primo articolo del documento, alla lettera B, l’Italia si impegna a finanziare e sostenere programmi di crescita nelle zone colpite dal fenomeno dell’immigrazione illegale in settori come energie rinnovabili, infrastrutture, sanità, trasporti, lo sviluppo delle risorse umane, l’insegnamento, la formazione del personale e la ricerca scientifica. Nessun investimento di questo tipo risulta realizzato mentre enormi risorse sono state impegnate secondo il punto C dello stesso articolo, nella fornitura di supporto tecnico e tecnologico a…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dall’1 novembre 2019

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Ma che succede, in Cile?

È che è davvero lontano il Cile. Lontano e diverso. Quindi qualsiasi cosa arrivi da lì puzza di qualcosa di estraneo, che ci interessa giusto il tempo e lo spazio di riempire una colonnina nella pagina degli esteri. Il Cile lo raccontano in molti ma stando sempre attenti a non prendere posizione. Non sia mai.

Le parole che più mi hanno colpito sul Cile sono di Diego del Pozo. Diego del Pozo si è laureato in Lettere e ha un Master in Letteratura all’Universidad Católica de Chile, attualmente svolge un Dottorato di Ricerca in Storia e Patrimonio Culturale presso l’Università di Helsinki, Finlandia. Ha scritto un pezzo che sembra letteratura, oltre che cronaca. Si intitola “In Cile si è esaurito il credito”: già il titolo è una fotografia.

Scrive Del Pozo:

«Come è possibile che in Cile, l’oasi dell’America Latina, oggi si viva una delle peggiori crisi politiche di tutta la regione?

Forse bisogna andare molto indietro nel tempo per poter rispondere a questa domanda, e probabilmente il presidente del Cile si sta chiedendo la stessa cosa. Del resto, è stato lui ad introdurre l’immagine dell’oasi. Il leader del Paese, colui che ci rappresenta. Se lui non ci comprende, allora la nostra democrazia ha fallito ancora una volta?

Il modello economico (capitalismo selvaggio) instaurato con la dittatura di Pinochet – che il presidente, così come l’opposizione che prima era al governo hanno saputo amministrare perfettamente durante quasi 20 anni, nonostante gli indici internazionali indichino il contrario – è un fallimento totale.

Il Cile è stato il primo Paese della regione ad entrare nell’OCSE, ma i numeri, quei numeri così evidenti, dicono la cosa opposta; ciò nonostante il Paese sa di cenere. Di tutto quel fumo indomabile, quello che si dissipa è una percentuale che è impossibile stabilire: al di là della crescita economica, della possibilità di accedere ai prodotti del mercato, al credito bancario, al di là delle auto nuove, dei televisori al plasma, e per finire con i cliché, dei successi sportivi, la percentuale che non è cambiata è stata quella della felicità.

Noi cileni, nonostante tutto, non siamo più felici. Al contrario, ci sentiamo più depressi e abbandonati che mai. Abbiamo iniziato a suicidarci. Oggi in Cile, le persone che per prime si tolgono la vita sono quelle che hanno visto di più: la terza età. Sembra che l’andare in pensione in Cile segni l’inizio del dolore e della sofferenza. Chi potrebbe crescere ottimista in questo scenario? Non bisogna dimenticare che in Cile il secondo gruppo con la percentuale maggiore di suicidi sono gli adolescenti. Spero che il presidente si stia chiedendo la stessa cosa.

Siamo già da una settimana con coprifuoco e militari per le strade del Cile, da quando hanno avuto inizio le manifestazioni a Santiago lo scorso venerdì, a causa dell’aumento del costo del trasporto pubblico nella capitale. Oggi, oltre alla Región Metropolitana, praticamente l’intero Paese si trova in stato d’emergenza, ciò significa che i militari sono responsabili della sicurezza in ogni angolo della nazione, e la paura si diffonde come un flusso d’acqua fantasmagorico che nessuno vede, ma che tutti percepiscono, come l’acqua autentica che ormai non scorre più nella maggior parte dei fiumi del Paese.

Una serie di dichiarazioni, al limite fra la presa in giro e l’indifferenza da parte del consiglio dei ministri, si sono aggiunte, come una sciocca provocazione, alla pressione sociale che si respirava durante il secondo anno di governo del secondo mandato del presidente Sebastián Piñera. Ciò che apparentemente era il riflesso di una democrazia solvibile, con l’alternarsi al potere fra la destra e la sinistra (Michelle Bachelet 2006-2010, Sebastián Piñera 2010-2014, Michelle Bachelet 2014-2018, Sebastián Piñera 2018 – ad oggi), oggi sembra ridicolo, evidenzia soltanto la mancanza di un piano politico e la lontananza dall’instaurazione di un progetto democratico.»

L’ha scritto Diego, il buongiorno migliore sul Cile.

Buon venerdì. Nei piccoli cortili ristretti.

Per approfondire, Left in edicola dall’1 novembre

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Perché il decreto sisma non risolve i problemi del Centro Italia

Una ragazza in preghiera davanti la casa crollata dove sono morti i suoi genitori, Amatrice, 24 agosto 2018. ANSA/FRANCESCO PATACCHIOLA

Siamo al quarto governo che si impegna a gestire la ricostruzione post sisma nel Centro Italia. E alla quarta speranza disillusa. Il governo Conte II raccoglie un’eredità difficile, ed è consapevole delle criticità esistenti. Ha ascoltato il popolo terremotato, manifestando una volontà di discontinuità con il passato, specificando che le esigenze di chi oggi vive nel “cratere sismico” del Centro Italia, dopo i terremoti del 2016 e del 2017, troveranno risposte immediate. Eppure, dopo un annuncio a reti unificate – recuperando peraltro il metodo comunicativo delle “slides” caro alla compagine democratica – ha presentato un decreto sisma (in vigore dal 25 ottobre) che nulla cambia, se non prorogare termini, scadenze e soluzione dei problemi.

Lo stato d’emergenza – che concede poteri speciali alla Protezione civile e, quindi, comporta una limitazione delle garanzie costituzionali e democratiche del nostro ordinamento – è prorogato fino al dicembre del 2021. L’ennesima proroga, che rappresenta un’ammissione del fallimento della politica, incapace di riportare la gestione del post-emergenza in una fase ordinaria di rilancio del territorio colpito. Dopo tre anni l’emergenza è finita. Dopo tre anni si dovrebbe poter iniziare a raccogliere i frutti di un progetto politico, che però non è mai stato pianificato. Tutt’oggi, di questa visione progettuale, non vi è neanche l’ombra.

Purtroppo, nulla si è imparato dalle esperienze passate. In molti, riflettendo sulla “cultura italiana dell’emergenza” citano l’esperienza del post-terremoto in Friuli come la migliore che si sia sperimentata. E, a ben vedere, si potrebbe anche essere concordi nel sostenere che la linea seguita in quella occasione, ossia prima le aziende, poi le case e infine le chiese, abbia giocato un ruolo fondamentale per mantenere la popolazione sul territorio. Con un lavoro e con un reddito, d’altronde, è più facile attendere la ricostruzione. (Non bisognerebbe poi dimenticare che il popolo friulano, per ottenere quel modello di gestione, si rese protagonista di azioni anche energiche, portando avanti le proprie istanze con proteste e manifestazioni, e con forme di autogestione delle famose tendopoli).

Invece, il nuovo decreto sisma definisce le priorità di ricostruzione ponendo al primo posto le case – prima quelle di chi ha un tetto grazie al contributo economico dello Stato, evidentemente non più sostenibile per le casse nazionali, poi di chi vive nelle “casette”, costate fino a 6mila euro al metro quadro), mettendo in secondo piano la ricostruzione delle aziende e delle imprese. Inserendo inoltre i terremotati tra i beneficiari del progetto “Resto al Sud”, progetto che prevede aiuti o finanziamenti agevolati a giovani imprenditori che decidono di aprire qualunque attività industriale in determinate regioni meridionali, senza che sia adeguatamente preso in considerazione il tessuto economico-produttivo dei territori. E senza aggiungere neanche un euro a questo piano di investimenti: la coperta, insomma, è sempre la stessa.

Oltre a ciò, il progetto “Resto al Sud” prevede che gli aiuti vengano riconosciuti anche ai nuovi residenti, elemento che se associato al fatto che è stata riconosciuta la possibilità per i terremotati di vendere la propria abitazione prima che sia ricostruita, dovrebbe immediatamente far scattare un allarme. Non solo per il rischio di una radicale conversione della produzione di beni nel territorio dell’appennino centrale, ma anche per quello di una vera e propria sostituzione della popolazione da parte di chi “può permetterselo”.

Due ultimi aspetti sono poi decisamente inquietanti. Il primo riguarda la gestione delle macerie: col decreto viene data totale libertà di assegnare in via diretta le pratiche per il loro smaltimento ad aziende private, senza bando pubblico e conseguenti controlli appropriati. E sappiamo bene quanto sia elevato il rischio di infiltrazioni mafiose in questo settore.

Il secondo riguarda una norma che indica come prioritaria, per la ricostruzione pubblica, la scuola. Sulla correttezza di questa priorità nutro alcuni dubbi – per insegnare è necessario avere un tetto sulla testa e una comunità, per operare o curare servirebbero strutture molto più complesse con maggiore urgenza – senza poi considerare che, qualora una scuola sia crollata e non sia possibile ricostruire lì dov’era, non si potrà cambiare la destinazione urbanistica dell’area. Ma a questo punto viene da chiedersi, cosa ne faremo di questi “buchi” nei Paesi ricostruiti?

Imprecisioni volute, mancate risposte, conferme degli indirizzi assolutamente fallimentari seguiti fino ad oggi. È questa la sintesi del nuovo decreto sisma da poco entrato in vigore: un condensato di norme che cerca di spostare la stessa coperta per coprire alcuni problemi, senza accorgersi di lasciarne scoperti altri. Possiamo solo sperare, dunque, che in sede di conversione il Parlamento intervenga per modificare quanto possibile.