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Sparano e poi frignano

concept of responsibility for children, lost baby

Se volete una dimostrazione plastica, come se ce ne fosse ancora bisogno, della vigliaccheria di questi feticisti delle armi (che spesso sono quelli che ci dicono che il razzismo non esiste) allora ci basta spostarsi a Roma. Ricordate quando il 17 luglio dell’anno scorso una bambina rom venne colpita da un proiettile sparato da un balcone? Si disse che la bambina forse non avrebbe più potuto camminare e furono in molti a dire che si stava esagerando, che si stava facendo molto inutile baccano.

Ebbene la piccola Cerasela sarà zoppa tutta la vita, con un’invalidità riconosciuta del 15/18% e lo sparatore Marco Arezio, ex dipendente del Senato, dopo essersi costituito (quattro giorni dopo l’accaduto) insiste nel dire che quel colpo sarebbe partito accidentalmente: di certo quel fucile, carabina Hatsan Bt ad aria compressa calibro 5,5, era stato potenziato illecitamente. Arezio dice che lo stava pulendo (evidentemente con il colpo in canna): strano modo di pulire i fucili mentre si è sul balcone e si punta verso un parco di bambini.

Insomma Arezio ora propone di patteggiare la pena e offre 220.000 euro alla piccola. Rimane nello sfondo il fatto che in quella zona proprio quel parco sia da tempo il pomo della discordia perché frequentato da rom. Al tempo i testimoni dichiaravano: «Sono stato tra i primi a soccorrere la bimba. Ho chiamato anche io il 118. Non va bene quello che è successo, ingiustificabile. Tuttavia qui c’ è troppo degrado, lei farebbe giocare sua figlia qui?», oppure «Ogni tanto si affaccia una signora dal terrazzino e ci urla: zingari andate via».

Difendono il diritto di essere armati, difendono (anche se in questo caso è da dimostrare) il diritto alla violenza e all’odio, difendono il diritto di pulire armi illegali sul balcone e poi frignano. Come sempre, frignano.

Buon giovedì.

Dove porta la corsa infinita dei partiti verso il centro

Italian former Prime Minister and and former Democratic Party (PD) Secretary, Matteo Renzi (R), attends the Raiuno Italian program 'Porta a porta' conducted by Italian journalist Bruno Vespa (C) in Rome, Italy, 17 September 2019. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

L’immeritato e inaspettato neo protagonismo della sinistra, di LeU in particolare, al termine della lunga estate politica, pone in maniera urgente una rinnovata necessità di riflessione su cos’è e cosa dovrebbe e potrebbe essere la sinistra in Italia, anche alla luce degli elementi di chiarificazione del quadro politico generale emersi nella stagione della nascita del nuovo governo, con le sue modalità, con la fuoriuscita di Renzi dal Pd e la nascita di Italia Viva.

A tale proposto, al di là delle infinite considerazioni che si possono fare sul cinismo di Renzi, sulla tempistica, sui calcoli di convenienza, che qui non si vogliono analizzare, la nascita Italia Viva chiarisce una volta per tutte, la natura della visione di Renzi e delle sue intenzioni (vedi l’intervista a La Repubblica): creare una forza dichiaratamente di centro, un nuovo partito personale, basato sul leader, all’americana. Con ciò facendo piazza pulita di molte ambiguità ed equivoci.

Al Pd, con la nascita di Italia Viva, viene meno quindi l’alibi renziano, e si presenta a Zingaretti un’occasione finora inedita: chiarire a sua volta la natura del suo partito, cosa vuole essere, chi vuole rappresentare, potendo partire persino dall’immagine che si era dato alle vittoriose primarie, e cioè del candidato segretario di sinistra: avrebbe cioè la possibilità di proporre (riproporre?) il Pd finalmente quale principale partito della sinistra, non dovendo più fare i conti con la “risorsa” Renzi.

L’occasione è stata spazzata via velocemente, viaggiando in direzione esattamente opposta, il segretario di “sinistra” del Pd sposa e certifica la scelta centrista e moderata.

Dapprima tessera l’ex-ministra Lorenzin (fatto solo in apparenza marginale) convocando una conferenza stampa in cui si premura di sottolineare che quella tessera è “esattamente” il segno di quello che vuole essere il Pd; poi, con un tempismo casuale ma non innocente, votando con i suoi parlamentari europei, insieme alla destra di Orban e alla Lega salviniana, la scandalosa risoluzione in cui, con una buona dose di faciloneria e ignoranza, ma evidentemente secondo un preciso modello, si equipara il nazismo al comunismo; infine alla prima direzione nazionale si precisa che il Pd si identifica ancora e testardamente con la “vocazione maggioritaria”.

Il Pd quindi, pur al netto di Renzi, non rivendica la sua natura di sinistra, ma riafferma la sua scelta moderata e liberista.
Cosa altro è necessario perché il Pd sia definitivamente, e persino legittimamente, individuato come una compiuta forza di centro, magari con al suo interno qualche sensibilità di sinistra, quasi suggestione, un rimpianto giovanile, un vezzo, ma che ha ormai definitivamente reciso quelle poche radici che lo legavano alla sua storia?

Sarà anche per questo che ora nessuno pare interessato a riaccogliere i fuoriusciti di Art1 (poco segretamente tentati), scelta che con Renzi dentro poteva avere l’utilità di contrappeso, ma senza il quale appannerebbe l’immagine di partito di centro?
In questo quadro anche la proposta bersaniana, che ipotizza la costruzione di un nuovo soggetto largo di sinistra che tenga assieme il Pd e i vari cespugli della sinistra, appare irrealistica, perché parla di un Pd che non esiste.

Da questo punto di vista dobbiamo allora esser grati a questa pazza estate, per aver finalmente chiarito che il centrismo ed il moderatismo non erano appannaggio renziano, ma intrinsechi al progetto Pd fin dal suo nascere, appunto nell’idea veltroniana di partito a vocazione maggioritaria e quindi anche coerentemente legato al sistema maggioritario.

Non è chiarimento da poco: risulta conclamato quindi che nel Paese esistono, riconoscibili: una grande destra (Lega e FdI), un grande centro sempre più affollato e in concorrenza (Forza Italia che guarda a destra, Pd che occhieggia a sinistra, Italia Viva che guarda se stessa, persino Siamo Europei di Calenda, che guarda e basta), un M5S in caduta libera almeno finché non scioglierà i suoi nodi interni (“destra e sinistra sono concetti superati”) e infine una sinistra, ora spacciata come coincidente con Leu parlamentare, e che però rimane ancora ridotta e frammentata.

Un panorama più chiaro, quindi, se pure sconcertante, un’infinita corsa al centro, ombelico del mondo, la cui conquista pare esaurire gli orizzonti.

Ma bisogna riflettere sull’altra accennata novità dell’estate, questo apparente nuovo protagonismo di LeU, perché pur partecipando alla formazione del Governo “giallo-rosso”, ciò non giustifica la definizione, strumentale, di governo più rosso di sempre.

Facciamo chiarezza anche qui: LeU è solo la denominazione dello sparuto numericamente Gruppo parlamentare, cui non corrisponde, come avrebbe dovuto, un partito, ma l’insieme, anche se appare incredibile e per molti versi ridicolo, di tanti soggetti, vecchi e recenti (il presidente Grasso, Possibile, MdP-Art1, Sinistra Italiana, èViva, personalità esterne, fino a ieri l’altro la Boldrini, ecc), e inoltre se al Senato la nuova maggioranza avesse avuto la stessa forza numerica di cui dispone alla Camera, LeU non sarebbe neanche stata invitata a prendere un caffè.

Il coinvolgimento di Leu è pertanto un’esigenza aritmetica e non corrisponde ad una scelta “strategica” ma legata a necessità involontarie, non al proprio peso politico e programmatico o all’azione parlamentare o sociale.
Questi elementi sono chiari a tutti, nel ristretto ambito delle segreterie, non nella percezione nel Paese, anche perché talora si gioca sull’ambiguità e l’indeterminatezza, con un’affannosa e, per quanto sterile, rincorsa al posizionamento, a mettere cappello, a presentarsi come depositari primi e originali dell’unità. MdP in particolare, forte del ministero ottenuto, si propone non come parte ma come il tutto (MdP Art1=LeU), nel silenzio (complice? stupido? interessato?) degli altri soggetti.

Infatti tutti i componenti di quella che doveva essere Leu, si affrettano candidamente, a dichiarare la necessità di andare oltre la frammentazione, a superare le divisioni.
Colga allora la sinistra tutta questa inaspettata e non conquistata nuova visibilità, questa immeritata opportunità, per procedere, per l’ennesima volta, ad una riflessione critica sul proprio ruolo e funzione, perché la necessità di superare la frammentazione della sinistra è e resta il nodo irrisolto.

Prendere davvero consapevolezza della necessità di costruire un campo unico e unitario di tutte le forze di sinistra che, al netto di sofismi e interessi di segreterie, possa rappresentare un’altra visione di mondo e proporsi finalmente come riferimento a quel vasto mondo di cittadini che restano senza rappresentanza, è la questione prioritaria da porsi.

Per fare ciò è necessario capire, una volta per tutte, che la necessità di unità è una scelta strategica, di lungo respiro e lunga durata. Non può essere legata all’agenda contingente: unità come progetto e prospettiva, quindi, non quale formula elettorale.

Se si è consapevoli di questo, c’è bisogno che ci si sieda attorno un tavolo, senza pregiudizi, senza pretese egemoniche, senza supponenze, ma con la più ampia e sincera disponibilità politica e culturale.
Fare un partito di sinistra, perlopiù unitario e aperto, è cosa un po’ più difficile che fondare un partito personale, dove basta avere un leader forte cui affidare messianicamente il proprio destino.

Un partito di sinistra ha ben altra genesi, comporta riflessione, confronto, analisi, dibattito, scontro, abituati, anche giustamente, a dividersi persino sull’interpretazioni delle singole parole, però va fatto, e per riuscire bisogna che tutti i soggetti superino le proprie “identità”, per quanto gloriose, consci che i tempi richiedono questo sforzo, ciascuno assumendo la propria buona dose di rinunce.

Ma è del tutto evidente, e non per ripicca ma quale condizione e conseguenza ovvia in politica anche se difficile da ingoiare, che è necessario si riscoprano almeno tre esercizi da tempo non più frequentati dalla sinistra: autocritica – seria, vera, profonda, sincera, non di facciata, collettiva, comune; umiltà – abbandonare ciascuno la presunzione di possedere la verità; infine, la più importante, la credibilità – perché su questo si gioca, in fondo, gran parte del futuro a sinistra.

Ma quale credibilità possono avere gruppi dirigenti che hanno più volte proposto percorsi unitari (LeU, La Sinistra) dichiarando convintamente “mai più divisi”, per poi fare immediatamente marcia indietro?
Quale credibilità possono avere gruppi dirigenti che avranno anche avuto il merito di “resistere” alla barbarie montante, ma anche la colpa di non avviare davvero un percorso unitario credibile, imprigionati in veti reciproci, alchimie di segreterie, distinzioni incomprensibili, persino antipatie personali, piccoli interessi di partito?

Gruppi dirigenti che sono risultati nei fatti, purtroppo, inadeguati a interpretare i cambiamenti in atto, a mantenere o costruire un rapporto vero e continuativo con le tante realtà sociali che pure esistono nel Paese ma che non si riconoscono in nessun soggetto politico?

Allora bisogna ripartire abbandonando pregresse posizioni e identità ormai superate, confrontarsi da pari a prescindere dall’attuale, spesso ipotetico, peso politico nel Paese o in Parlamento, mettersi a disposizione del progetto e non volerne pervicacemente assumere la conduzione, lasciare spazio a nomi nuovi, spendibili, non logorati, non per tutte le stagioni.

Queste solo le condizioni minime necessarie. Ma saprà farlo questa sbandata sinistra? I segnali che arrivano sono contraddittori, perché è sempre più facile restare attaccati al proprio ramoscello, anche quando è evidente si stia rompendo, che scendere e piantare un albero nuovo, con la capacità e voglia di guardare in prospettiva.

Lionello Fittante è Cofondatore associazione politico-culturale #perimolti
Componente Comitato Nazionale èViva
www.eviva.news

Tutto a posto: tagliamo i parlamentari

Banchi del M5S vuoti durante le dichiarazioni di voto prima della fiducia sulla legge elettorale nell'aula della Camera, Roma, 11 ottobre 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il governo del fare ha risolto tutti i nostri problemi. Finalmente. C’è voluto tempo ma hanno trovato finalmente la soluzione a tutti i nostri mali. Per risollevare il Paese bastava tagliare i parlamentari. E in effetti il risparmio è notevole e ora davvero le casse dello Stato possono stare tranquille: parliamo dello 0,0000258% del Pil nazionale. Su uno stipendio di mille euro da domani tutti avranno in tasca 2 euro e 58 centesimi in più. Si prevedono ingenti investimenti e un appuntito rilancio dei consumi e delle assunzioni. Era ora.

Certo ora rimane semplicemente da studiare una riforma elettorale che garantisca la rappresentatività di tutti i cittadini, di tutte le zone d’Italia. Bisogna semplicemente ridisegnare l’architettura parlamentare perché tutte le opinioni possano avere la possibilità di avere voce. Ma è una cosa da poco: questi hanno dimostrato di essere dei geni di leggi elettorali e di contrappesi democratici. Niente di cui preoccuparsi, quindi.

Poi ci sarebbe da capire come assicurare le pensioni a una generazione che le vede come una chimera, senza mandare in fallimento lo Stato. Ma ci penseremo con calma.

C’è da ristrutturare il mondo della scuola che chiede la carta igienica da casa. Ma con due euro in tasca in più per ognuno di noi vedrete che in giro si troverà qualche buona offerta.

Ci sarebbe da rimpinguare una sanità pubblica ormai allo sbando e senza abbastanza medici per coprire il fabbisogno futuro. Ma vuoi mettere la soddisfazione di ammalarti con il Parlamento dimezzato?

Ci sarebbe anche da discutere del fatto che di questo passo nel pianeta Terra non ci sarà più il clima per avere un Parlamento. Ma non ha senso inseguire gli allarmi della scienza. Dai, su.

Ci sarebbe anche un mondo del lavoro che diventa sempre più stretto, sempre più povero e sempre assassino. Ma non è elegante parlare di soldi, no.

Comunque abbiamo risparmiato 2 euro a testa. Per chi dice che l’importante è iniziare da qualche parte: vero, tipo dimezzare gli stipendi dei parlamentari, ad esempio solo per non citare corruzione, mafie, malaffare e evasione fiscale delle multinazionali, che diventa troppo complicato.

Buon mercoledì.

Chi ha votato la risoluzione Ue che equipara nazismo e comunismo si ricordi di Marzabotto

Riceviamo e pubblichiamo un appello al Parlamento europeo in cui si ricorda la strage di Marzabotto che avvenne dal 29 settembre al 5 ottobre 1944 e in cui si chiede rispetto per la storia e la memoria, dopo l’approvazione il 19 settembre della risoluzione che equipara nazismo e comunismo. 

 

In occasione delle celebrazioni della strage di Marzabotto chiediamo rispetto per la memoria e per la storia.

I partiti e associazioni firmatarie del presente comunicato aderiscono all’appello con primo firmatario il prof. Guido Liguori che chiede rispetto per la storia ed esprime sgomento e contrarietà per la recente risoluzione approvata dal Parlamento europeo che equipara nazismo a comunismo.

Questa risoluzione rappresenta una rottura con la memoria storica dell’Europa e dello stesso Parlamento europeo, che nel 2005 – per i 60 anni dalla Seconda guerra mondiale – ringraziava l’Urss per la lotta al nazismo, mentre oggi viene considerata corresponsabile con i nazisti del conflitto e viene cancellato il contributo alla resistenza di tantissime e tantissimi che, anche qui in Italia, da comuniste e comunisti, combatterono contro nazismo e fascismo, per costruire la democrazia.

Mettere insieme nazismo e comunismo in nome della condanna del totalitarismo fa ciò che non si era mai fatto, e cioè equipararlo al nazismo che invece è il male assoluto, i cui valori di riferimento – nazionalismo, razzismo, ordine, gerarchia, superiorità/inferiorità, culto del capo, violenza contro gli oppositori ed i diversi, guerra, dominio sugli altri – sono l’opposto di quelli per i quali i comunisti e le comuniste si sono battuti nel corso della storia, persino in contrasto con chi nella realizzazione storica del socialismo ne ha violato l’autentica ispirazione originaria. Mettere insieme nazismo e comunismo confonde la stessa condanna dello stalinismo che veniva fatta nel 2005.

Siamo particolarmente colpiti dal fatto che questa risoluzione sia stata votata da tutti i gruppi politici europei, dai socialisti alla destra e da tutti i partiti italiani dal Pd, alla Lega e Fratelli d’Italia con la sola astensione del M5s. Gli unici contrari sono stati i comunisti e la sinistra europea. È vergognoso che il Pd abbia votato con fascisti e sovranisti contro i partigianicomunismo

Domenica 6 ottobre ci sarà un importante evento commemorativo che ricorda i martiri della strage nazifascista a Marzabotto. Noi come sempre ci saremo e siamo curiosi di vedere con quale faccia si presenterà e cosa dirà il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, dopo questa risoluzione che offende la memoria dell’antifascismo e della Resistenza. Gli consegneremo copia dell’appello che abbiamo sottoscritto e di questo comunicato stampa.

Cristina Quintavalla
Portavoce L’Altra Emilia-Romagna

Paolo Viglianti
Segretario regionale Partito Comunista Italiano

Stefano Lugli
Segretario regionale Partito della Rifondazione Comunista

Natale Cuccurese
Segretario nazionale Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti

Risoluzione del Parlamento Ue sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa

Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019/2819(RSP))

Il Parlamento europeo,

– visti i principi universali dei diritti umani e i principi fondamentali dell’Unione europea in quanto comunità basata su valori comuni,

– vista la dichiarazione rilasciata dal primo Vicepresidente Timmermans e dalla Commissaria Jourová il 22 agosto 2019, alla vigilia della Giornata europea di commemorazione delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari,

– vista la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite adottata il 10 dicembre 1948,

– vista la sua risoluzione del 12 maggio 2005 sul sessantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa, l’8 maggio 1945(1),

– vista la risoluzione 1481 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, del 26 gennaio 2006, relativa alla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi totalitari comunisti,

– vista la decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio, del 28 novembre 2008, sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale(2),

– vista la Dichiarazione di Praga sulla coscienza europea e il comunismo, adottata il 3 giugno 2008,

– vista la sua dichiarazione sulla proclamazione del 23 agosto come Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo, approvata il 23 settembre 2008(3),

– vista la sua risoluzione del 2 aprile 2009 su coscienza europea e totalitarismo(4),

– vista la relazione della Commissione del 22 dicembre 2010 sulla memoria dei crimini commessi dai regimi totalitari in Europa (COM(2010)0783),

– viste le conclusioni del Consiglio del 9-10 giugno 2011 sulla memoria dei crimini commessi dai regimi totalitari in Europa,

– vista la Dichiarazione di Varsavia del 23 agosto 2011 sulla Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari,

– vista la dichiarazione congiunta del 23 agosto 2018 dei rappresentanti dei governi degli Stati membri dell’Unione europea per commemorare le vittime del comunismo,

– vista la sua storica risoluzione sulla situazione in Estonia, Lettonia e Lituania, approvata il 13 gennaio 1983 in risposta al cosiddetto “appello baltico”, presentato da 45 cittadini di detti paesi,

– viste le risoluzioni e le dichiarazioni sui crimini dei regimi totalitari comunisti, adottate da vari parlamenti nazionali,

– visto l’articolo 132, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A. considerando che quest’anno si celebra l’ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che ha causato sofferenze umane fino ad allora inaudite e ha portato all’occupazione di taluni paesi europei per molti decenni a venire;

B. considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l’Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l’Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale;

C. considerando che, come diretta conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop, seguito dal “trattato di amicizia e di frontiera” nazi-sovietico del 28 settembre 1939, la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l’Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia;

D. considerando che, dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall’Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico;

E. considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un’urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature;

F. considerando che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste;

G. considerando che, fin dall’inizio, l’integrazione europea è stata una risposta alle sofferenze inflitte da due guerre mondiali e dalla tirannia nazista, che ha portato all’Olocausto, e all’espansione dei regimi comunisti totalitari e antidemocratici nell’Europa centrale e orientale, nonché un mezzo per superare profonde divisioni e ostilità in Europa attraverso la cooperazione e l’integrazione, ponendo fine alle guerre e garantendo la democrazia sul continente; che per i paesi europei che hanno sofferto a causa dell’occupazione sovietica e delle dittature comuniste l’allargamento dell’UE, iniziato nel 2004, rappresenta un ritorno alla famiglia europea alla quale appartengono;

H. considerando che occorre mantenere vivo il ricordo del tragico passato dell’Europa, onde onorare le vittime, condannare i colpevoli e gettare le basi per una riconciliazione fondata sulla verità e la memoria;

I. considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l’unità dell’Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;

J. considerando che trent’anni fa, il 23 agosto 1989, ricorreva il cinquantesimo anniversario del patto Molotov-Ribbentrop e le vittime dei regimi totalitari sono state commemorate nella Via Baltica, una manifestazione senza precedenti cui hanno partecipato due milioni di lituani, lettoni ed estoni, che si sono presi per mano per formare una catena umana da Vilnius a Tallinn, passando attraverso Riga;

K. considerando che, nonostante il 24 dicembre 1989 il Congresso dei deputati del popolo dell’URSS abbia condannato la firma del patto Molotov-Ribbentrop, oltre ad altri accordi conclusi con la Germania nazista, nell’agosto 2019 le autorità russe hanno negato la responsabilità di tale accordo e delle sue conseguenze e promuovono attualmente l’interpretazione secondo cui la Polonia, gli Stati baltici e l’Occidente sarebbero i veri istigatori della Seconda guerra mondiale;

L. considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l’unità dell’Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;

M. considerando che gruppi e partiti politici apertamente radicali, razzisti e xenofobi fomentano l’odio e la violenza all’interno della società, per esempio attraverso la diffusione dell’incitamento all’odio online, che spesso porta a un aumento della violenza, della xenofobia e dell’intolleranza;

1. ricorda che, come sancito dall’articolo 2 TUE, l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze; rammenta che questi valori sono comuni a tutti gli Stati membri;

2. sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d’Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l’obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l’Europa in due zone d’influenza;

3. ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell’umanità, e rammenta l’orrendo crimine dell’Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l’umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari;

4. esprime il suo profondo rispetto per ciascuna delle vittime di questi regimi totalitari e invita tutte le istituzioni e gli attori dell’UE a fare tutto il possibile per garantire che gli orribili crimini totalitari contro l’umanità e le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani siano ricordati e portati dinanzi ai tribunali, nonché per assicurare che tali crimini non si ripetano mai più; sottolinea l’importanza di mantenere vivo il ricordo del passato, in quanto non può esserci riconciliazione senza memoria, e ribadisce la sua posizione unanime contro ogni potere totalitario, a prescindere da qualunque ideologia;

5. invita tutti gli Stati membri dell’UE a formulare una valutazione chiara e fondata su principi riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista;

6. condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo, all’interno dell’Unione;

7. condanna il revisionismo storico e la glorificazione dei collaboratori nazisti in alcuni Stati membri dell’UE; è profondamente preoccupato per la crescente accettazione di ideologie radicali e per il ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza nell’Unione europea ed è turbato dalle notizie di collusione di leader politici, partiti politici e forze dell’ordine con movimenti radicali, razzisti e xenofobi di varia denominazione politica in alcuni Stati membri; invita gli Stati membri a condannare con la massima fermezza tali accadimenti, in quanto compromettono i valori di pace, libertà e democrazia dell’UE;

8. invita tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell’UE e a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi inserendo la storia e l’analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell’Unione; invita gli Stati membri a promuovere la documentazione del tragico passato europeo, ad esempio attraverso la traduzione dei lavori dei processi di Norimberga in tutte le lingue dell’UE;

9. invita gli Stati membri a condannare e contrastare ogni forma di negazione dell’Olocausto, compresa la banalizzazione e la minimizzazione dei crimini commessi dai nazisti e dai loro collaboratori, e a prevenire la banalizzazione nei discorsi politici e mediatici;

10. chiede l’affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani; incoraggia gli Stati membri a promuovere l’istruzione attraverso la cultura tradizionale sulla diversità della nostra società e sulla nostra storia comune, compresa l’istruzione in merito alle atrocità della Seconda guerra mondiale, come l’Olocausto, e alla sistematica disumanizzazione delle sue vittime nell’arco di alcuni anni;

11. chiede inoltre che il 25 maggio (anniversario dell’esecuzione del comandante Witold Pilecki, eroe di Auschwitz) sia proclamato “Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo”, in segno di rispetto e quale tributo a tutti coloro che, combattendo la tirannia, hanno reso testimonianza del loro eroismo e di vero amore nei confronti dell’umanità, dando così alle future generazioni una chiara indicazione dell’atteggiamento giusto da assumere di fronte alla minaccia dell’asservimento totalitario;

12. invita la Commissione a fornire un sostegno effettivo ai progetti di memoria e commemorazione storica negli Stati membri e alle attività della Piattaforma della memoria e della coscienza europee, nonché a stanziare risorse finanziarie adeguate nel quadro del programma “Europa per i cittadini” per sostenere la commemorazione e il ricordo delle vittime del totalitarismo, come indicato nella posizione del Parlamento sul programma “Diritti e valori” 2021-2027;

13. dichiara che l’integrazione europea, in quanto modello di pace e di riconciliazione, è il frutto di una libera scelta dei popoli europei, che hanno deciso di impegnarsi per un futuro comune, e che l’Unione europea ha una responsabilità particolare nel promuovere e salvaguardare la democrazia e il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto, sia all’interno che all’esterno del suo territorio;

14. sottolinea che, alla luce della loro adesione all’UE e alla NATO, i paesi dell’Europa centrale e orientale non solo sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi, ma hanno anche dato prova di successo, con l’assistenza dell’UE, nelle riforme e nello sviluppo socioeconomico; sottolinea, tuttavia, che questa opzione dovrebbe rimanere aperta ad altri paesi europei, come previsto dall’articolo 49 TUE;

15. sostiene che la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l’élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e ad esaltare il regime totalitario sovietico; invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato;

16. è profondamente preoccupato per gli sforzi dell’attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l’Europa democratica allo scopo di dividere l’Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi;

17. esprime inquietudine per l’uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l’uso di simboli sia nazisti che comunisti;

18. osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari;

19. condanna il fatto che forze politiche estremiste e xenofobe in Europa ricorrano con sempre maggior frequenza alla distorsione dei fatti storici e utilizzino simbologie e retoriche che richiamano aspetti della propaganda totalitaria, tra cui il razzismo, l’antisemitismo e l’odio nei confronti delle minoranze sessuali e di altro tipo;

20. esorta gli Stati membri ad assicurare la loro conformità alle disposizioni della decisione quadro del Consiglio, in modo da contrastare le organizzazioni che incitano all’odio e alla violenza negli spazi pubblici e online, nonché a vietare di fatto i gruppi neofascisti e neonazisti e qualsiasi altra fondazione o associazione che esalti e glorifichi il nazismo e il fascismo o qualsiasi altra forma di totalitarismo, rispettando nel contempo l’ordinamento giuridico e le giurisdizioni nazionali;

21. sottolinea che il tragico passato dell’Europa dovrebbe continuare a fungere da ispirazione morale e politica per far fronte alle sfide del mondo odierno, come la lotta per un mondo più equo e la creazione di società aperte e tolleranti e di comunità che accolgano le minoranze etniche, religiose e sessuali, facendo in modo che tutti possano riconoscersi nei valori europei;

22. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, alla Duma russa e ai parlamenti dei paesi del partenariato orientale.

(1) GU C 92 E del 20.4.2006, pag. 392.
(2) GU L 328 del 6.12.2008, pag. 55.
(3) GU C 8 E del 14.1.2010, pag. 57.
(4) GU C 137 E del 27.5.2010, pag. 25.

«Non è una priorità»

Un frame di Luigi di Maio ospite a 'Non è l'Arena", Milano, 29 settembre 2019. ANSA/LA 7 ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Avviso ai sovranisti già eccitati: non mi interessa ora parlare nello specifico dello ius culturae (ma ne parleremo a lungo) ma mi interessa parecchio debellare una volta per tutte questa irresponsabilità di certa classe politica (molta classe politica) che ha imparato a recitare a memoria la frasetta “non è una priorità” per scantonare dal proprio ruolo e potersi permettere di non esprimere una posizione su un argomento qualsiasi. Peccato che il loro ruolo (e il loro lavoro) sia avere posizioni chiare su tutti gli argomenti.

Dice Di Maio che il provvedimento dello ius culturae non è una priorità. Per intendersi: una riforma che cambierebbe la vita a 800.000 ragazzi è meno importante del taglio dei parlamentari che fondamentalmente non cambia la vita a nessuno (se non alla propaganda, ma quella è aria fritta) e porta un risparmio ridicolo. Però Di Maio non ha il coraggio di dire “no, non sono d’accordo” e nemmeno “sì, è una bella idea la faremo sicuramente entro febbraio”. Quel “non è una priorità” è semplicemente un modo per rimandare, come quelli che iniziano la dieta ogni lunedì o smettono di fumare alla fine di ogni sigaretta solo che in questo caso si parla di responsabilità molto più grandi e molto più impattanti sulla vita delle persone.

Ci vorrebbero invece politici per cui tutto sia una priorità, politici coraggiosi che abbiano almeno la dignità di dirci che non appoggiano qualche riforma perché non sono d’accordo e che ci spieghino perché. Non siamo in un ritrovo di svogliati che giocano a procrastinare. No.

Poi ci sono alcune curiosità: che senso ha l’idea di lanciare lo ius culturae per affossarlo il giorno successivo? Che senso ha, come dice qualcuno nel Pd, che è un provvedimento giusto ma il momento è sbagliato? Non è la politica la lotta per ciò che si ritiene giusto (e anche la vita, in fondo)? Perché dare spazio alle opposizioni per un provvedimento accennato? Cos’è? Un test?

E poi, mi raccomando, lamentatevi se qualcuno dice di voi che non siete una priorità.

Buon martedì.

 

#FridaysForFuture, appello di un abitante della Terra al governo Conte 2

Le manifestazioni dei Fridays for Future sono state, come previsto, affollatissime, più di sei milioni di partecipanti. E sono state tutte pacifiche. Nessuna violenza nemmeno provocata da sobillatori esterni come spesso succede anche con la complicità delle forze di polizia. Come promesso da Greta Thunberg e da altri membri del nuovo movimento mondiale, i manifestanti hanno continuato a martellare e rafforzare la denuncia della debolezza dell’azione e la richiesta di azioni urgenti, ma hanno anche annunciato di aver iniziato delle procedure in giustizia di denuncia contro gli Stati e altri organi pubblici per inadempienza e non rispetto delle leggi in materia di salvaguardia e cura della via, delle risorse naturali , degli ecosistemi.

Da un po’ di tempo, sono convinto anch’io che il ricorso allo strumento del Diritto sia un modo efficace ed inevitabile, per esempio delle lotte contro la mercificazione e la contaminazione e l’inquinamento dell’acqua per la vita cosi come contro la non concretizzazione del diritto all’acqua per tutti. Non possiamo lasciare ai potenti la possibilità di continuare impunemente a distruggere la vita della Terra;

Promuoviamo una specie di “impeachment generale” delle persone e dei gruppi sociali oggi al potere responsabili diretti del disastro climatico.

Non dimentichiamo altresì che il problema chiave non è la sostituzione delle persone al potere per rimpiazzarle con altre della stessa “generazione” di idee, priorità, scelte. Sostituire le persone è per cambiare il sistema. Il cambio del clima non può essere fatto senza il cambio del sistema che ha generato il disastro.

Ultima riflessione. Dei 6 milioni di manifestanti circa un milione è stato solo on Italia! Una percentuale enorme. Non oso tentare un’interpretazione ma solo porre una domanda: quale lezione tirerà il nuovo governo italiano da un fatto cosi potente che, proprio nel contesto italiano, credo, dice ” vogliamo un cambio sostanziale, non solo un cambio di linguaggio”? Altro che xenofobia, altro che rigetto dell’altro, altro che affarismo e grandi opere predatrici della vita! Ad ogni modo, è un auspicio che mi permetto, abitante della Terra, di trasmettere ai membri del governo.

Riccardo Petrella è un economista e presidente dell’istituto europeo di Ricerca sulla politica dell’Acqua a Bruxelles

Milano non se ne accorse

Milano non se ne accorse. Era un giorno afoso di luglio, cosa vuoi che importi ai milanesi di un funerale? Luglio che è il mese del mare, luglio che è il mese che se deve essere camicia almeno di lino e comunque stropicciata. Luglio a Milano è il mese dei binari del tram che sudano con il riflesso di un’otturazione appena fatta. A Luglio forse dovrebbero vietarli: i funerali a Milano. Eppure era luglio, nella chiesa di San Vittore, dentro si celebrarono le esequie di un avvocato che lasciava la moglie Annalori e tre figli, Francesca, Filippo, Betò. L’avvocato era stato ucciso. Tre colpi, calibro 357 magnum, davanti a casa, la notte dell’11 luglio 1979. Sarà che è così poco milanese morire di luglio e peggio ancora da sparati; si contava qualche magistrato, al funerale di Luglio nella chiesa di San Vittore, c’era il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, e quegli amici e quei parenti che ai funerali non mancano mai. Politici, nessuno. Finanzieri e cravatte, nessuno. La rampante e metallizzata “comunità degli affari milanese”, nessuno; in vacanza, al mare i figli, la moglie insieme all’etica e alla memoria. Per ogni città un funerale che stona per le assenze è un buco che non si chiude nemmeno a leccarlo per tutti gli anni dopo. Fu un funerale oscenamente privato, per il dolore della famiglia, della moglie Annalori, di Francesca, Filippo e Betò. Un funerale a forma di buco, ma Milano non se ne accorse.

Ma la morte di quell’avvocato, Giorgio Ambrosoli, non era una morte privata nonostante il funerale. Giorgio Ambrosoli era il commissario liquidatore della banca di Michele Sindona, che l’aveva portata nel vortice di un gigantesco crac anche lui a forma di buco. Quell’avvocato aveva ricevuto l’incarico dal Tribunale: Ambrosoli con il piglio leale degli onesti a camminare sui bordi per misurare il cratere. Intanto Sindona seduto sopra ai suoi pantaloni su quelle scrivanie presuntuose che scricchiolano come scranni sorrideva e guardava il buco. Giorgio Ambrosoli non sorrideva, Ambrosoli era uno di quegli avvocati che al mattino al lavoro si portano l’agenda, i fazzoletti,  l’impegno e il coraggio. E con l’ostinazione silenziosa degli artigiani del giusto si era opposto al salvataggio di Sindona (almeno 250 miliardi di lire) a spese dei contribuenti. Raccontano che arrivati lì a Sindona si sia spento il sorriso; e quando si smunge il sorriso ai potenti seduti sugli scranni non succede mica come tra le persone normali che arriva di corsa la malinconia. Raccontano (ma saranno sicuramente malelingue) che quando a Sindona è sbiadito il sorriso sul pavimento ha cominciato a gocciolare il veleno. Ambrosoli come tutti i giorni: agenda, fazzoletti, impegno e coraggio prima di una saluto al solito bar. E intanto una pozzanghera come un conato di minacce, intimidazioni e telefonate anonime. Ma la strada di ogni mattina di tutte le mattine e lui sopra tutti i giorni sempre la stessa. L’avvocato con la schiena dritta non aveva cambiato strada: per il gusto cremoso della propria coscienza, forse avrà pensato, vale la pena sporcarsi un po’ le scarpe. È che alla fine, tra tutti questi buongiorno alla mattina e sorrisi e cravatte che scricchiolano, alla fine era rimasto solo: lui, Annalori e il maresciallo della Guardia di finanza Silvio Novembre. Solo in vita, e allora sarà per questa mania tutta milanese della consonanza, solo anche dopo la sua morte. Milano non se n’accorse.

Silvio Novembre è mancato. Un esempio di cittadinanza altissima, anche se in seconda fila. In un’intervista a Repubblica, Novembre raccontò di aver smesso di festeggiare il compleanno perché all’indomani del giorno in cui uccisero Ambrosoli. “Messi insieme, non eravamo una somma ma una moltiplicazione. Senza di lui, io valevo un quarto, non la metà. E lo stesso lui senza di me. Giorgio ci metteva la grande competenza tecnica, la capacità di analisi. Io, la forza dei miei quarant’anni. La voglia di buttare giù i muri. Sempre”.

Accorgersene è il minimo che gli dobbiamo.

Buon lunedì.

Salviamo Socotra, la fiaba dimenticata

Una falesia al di sopra delle spiagge sabbiose nella regione meridionale dell’isola di Socotra (Foto: V. Melnik). socotrainsicilia.it

Isola chiama isola. Sicilia chiama Socotra. E a connettere due luoghi di estrema bellezza ci pensa l’Unesco che proprio dalla Sicilia fa partire, dal 26 settembre in poi, la campagna Connect2Socotra: un modo per lanciare un’allerta mondiale in difesa della terza biodiversità al mondo che rischia di essere danneggiata sia a causa del cambiamento climatico che del conflitto in Yemen che ne ha cambiato aspetto e natura.

Perché Socotra, da più di cinque anni non è più l’isola leggendaria di Sinbad il marinaio; la Galapagos dell’Oceano indiano; l’Isola degli alberi di sangue di drago; non è nemmeno l’Eden in terra che ha sempre attratto i viaggiatori occidentali più instancabili – da Enzo Manzoni a Eric Hansen fino a Moravia e Pasolini – insieme alle coppie yemenite in cerca di una luna di miele mediamente costosa.

«A Socotra purtroppo è arrivata la civiltà con il suo carico di ponti, scuole, ospedali ma anche militarizzazione e consumismo», così parla Marco Livadiotti, italiano vissuto in Yemen fin da bambino per via del lavoro del padre Mario, medico dell’ultimo imam del Paese prima dell’avvento della Repubblica. «Perché cinque anni fa, scoppiato il conflitto in Yemen, nonostante l’isola di Socotra non sia un obiettivo militare, è stata occupata dalle truppe della Lega Araba: c’è una base, e arrivano molti investimenti che sono pericolosi specie se si pensa che…

L’articolo di Laura Silvia Battaglia prosegue su Left in edicola fino al 3 ottobre 2019

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Svetlana Aleksievič e l’arte di scrivere un romanzo collettivo

BERLIN, GERMANY - OCTOBER 10: Belarussian journalist and writer Svetlana Alexievich arrives at a press conference two days after winning the 2015 Nobel Prize in Literature on October 10, 2015 in Berlin, Germany. Alexievich has written books that, mainly through testimony from individuals, deal with emotional periods in the history of the Soviet Union, including women in the World War II Soviet Army, the Soviet war in Afghanistan and the Chernobyl nuclear disaster. Her works are banned in her native Belarus. (Photo by Axel Schmidt/Getty Images)

Quando uscirono i primi libri di Svetlana Aleksievič fu una ristretta cerchia di lettori ad apprezzarla in Italia. E grande merito degli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola delle Edizioni e/o fu non solo aver avuto il fiuto di scoprire il suo talento, ma anche di continuare poi a mantenere in catalogo i suoi libri quando il successo era ancora lontano. Sarebbe arrivato solo nel 2015 con il Premio Nobel per la Letteratura.

Un riconoscimento che – va detto – non ne ha fatto un’autrice seriale; Svetlana Aleksievič non ha cambiato il proprio modo di scrivere, meticoloso, puntuale, costruito con migliaia di interviste, realizzate conquistando a poco a poco la fiducia delle persone, per trovare un’apertura, un ricordo, un segreto da condividere.

Da migliaia di pagine di conversazioni prendono forma romanzi che tratteggiano un proprio e originale universo, tessendo voci e testimonianze raccolte sul campo. Alla base, fedeltà alla storia e interesse per l’altro, rispettandone i sentimenti più profondi, cercando spicchi di umanità nelle situazioni più dure.

Così Aleksievič ha raccontato la guerra vista dai bambini. Ha raccontato le donne nella seconda guerra mondiale, rivelando gli effetti doppiamente devastanti che il conflitto ha avuto su di loro. Ha raccontato i vecchi comunisti che ci avevano creduto e che poi si sono smarriti di fronte al fallimento. Ha raccontato, in anni più recenti, i giovani russi, i ragazzi di zinco, che sono andati in Afghanistan convinti di fare una guerra per il socialismo e invece si sono trovati a combattere una guerra neo imperialista. Ha raccontato il disastro ambientale del 26 aprile 1986, quando esplose la centrale nucleare di Černobyl’.

Ma Svetlana Aleksievič non è una collezionista di catastrofi, piuttosto è una narratrice di sentimenti, di relazioni, di tutte le forme d’amore che resistono. «Si trattava di raccontare l’orrore e ha trovato un modo per fare poesia», ha detto di lei Goffredo Fofi cogliendo il senso profondo del suo scrivere. 

Erede della grande letteratura russa, della polifonia di Dostoevskij e insieme della tradizione dell’inchiesta sociale, Aleksievič cerca di dare voce a chi non ce l’ha. Riportando in primo piano i veri testimoni della storia, quelli che l’hanno fatta e che non si trovano sui manuali e nella Storia ufficiale. Da qui ha preso le mosse la nostra conversazione nell’ambito di Pordenonelegge, dove ha ricevuto il premio La storia in un romanzo. «In ogni persona c’è un testo piccolo o grande che sia», lei ha scritto. Quando ha cominciato a creare un romanzo di voci? Potremmo definirli romanzi collettivi?

«Comincerei col dire che una cosa è ciò che le persone raccontano e un’altra cosa è quello che io scelgo di registrare e di raccontare rispetto a ciò che le persone dicono, perché corrisponde a una mia personale visione del mondo». Così come diversa, da persona a persona, è l’impressione in chi legge: «Nelle varie voci delle mie interviste qualcuno percepisce una specie di grande affresco patriottico, mentre altri vedono altro, io stessa, per esempio sono fra quanti vi vedono altro», sottolinea la scrittrice che ha conosciuto l’esilio e ha vissuto in molti luoghi diversi, compresi Torino e Pontedera (che ospitava anche il teorico e fondatore del teatro povero Jerzy Grotowski). «Sono vissuta dieci anni all’estero come esiliata, sono stati tempi non facili per tanti motivi. I miei genitori sono morti senza la mia presenza, è stato molto duro per me».

Bielorussa, di madre Ucraina, Svetlana Aleksievič ha dovuto fare i conti con due regimi, quello bielorusso di Lukashenko e quello russo di Putin. In Ucraina, di recente, è stata minacciata da un gruppo ultra nazionalista per il modo in cui ha raccontato il conflitto in atto nel Paese, con testimonianze senza filtri.

«Vede, io sono nata in campagna, i miei genitori erano insegnanti di campagna e avevamo la casa piena di libri», racconta a Left. «Ma più dei libri che leggevo mi interessava quel che sentivo fuori casa, in strada, quando gli anziani si sedavano lì sulla panchina e raccontavano del passato, quando parlavano i vecchi partigiani. Tutto quello che ascoltavo aveva per me un’attrazione molto più forte rispetto a ciò che trovavo sui libri. Le voci della gente continuavano a risuonare nella mia testa, in un certo senso mi perseguitavano, fin quando ho deciso di cominciare a scrivere». 

La tradizione letteraria russa le ha indicato la strada avendo al suo interno anche un solido filone di letteratura sociale. «Esiste da noi il romanzo documentale, costruito su testi raccolti, sulle voci della gente che poi l’autore rielabora in modo personale e artistico, dando vita a forme letterarie», dice Aleksievič ricordando che in Russia la letteratura ha sempre avuto un compito alto. «La letteratura russa si prefiggeva di avere una influenza positiva sulla gente, cercando di modificare il modo di vedere le cose. Come possiamo constatare non ha avuto grande successo. Ma se non ci fosse stata la letteratura le cose sarebbero andate ancora peggio», commenta l’autrice di Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (Bompiani) convinta che i letterati debbano continuare a fare il proprio lavoro: «Il nostro compito è metterci sempre dalla parte del bene, sostenere e lavorare per il bene. Non sempre è possibile ma non dobbiamo smettere di provarci, l’odio non salverà mai il mondo, solo l’amore può farlo». 

Con molto rispetto e ascolto profondo costruì il suo primo libro dedicato alle donne sovietiche in guerra, facendoci scoprire il punto di vista delle donne soldato, ferite due volte. «Il loro vissuto era stato fino allora trascurato dalla nostra letteratura, sebbene costituisse un fatto abbastanza unico: un milione di donne soldato del nostro Paese hanno partecipato attivamente alla Seconda guerra mondiale; donne arruolate anche come tiratrici scelte, addette all’artiglieria. Fino ad allora era esistito solo lo sguardo dell’uomo sulla guerra, cioè quello che andava bene al sistema».

Siamo ancora ostaggio della cultura della guerra, le chiediamo. Nazionalismi e sovranismi ci stanno riportando in quella direzione?

«Sì viviamo ancora in una cultura di guerra – risponde – basta accendere la tv e quello che vediamo ci porta indietro non al secolo scorso, ma addirittura al XVII secolo, l’unica differenza è che sono cambiate le tecnologie belliche. Quando ho scritto La guerra non ha un volto di donna (pubblicato in Italia da Bompiani, ndr) pensavo comunque di scrivere un libro contro la cultura della guerra che smascherasse la retorica dei generali. Infatti per tre anni, dopo averlo terminato, non sono riuscita a pubblicato, per via della censura. Il censore obiettava: dopo aver letto questo libro chi vorrà mai andare in guerra e combattere? Ancora oggi in Russia dire che si è contro la guerra è quasi un crimine. Ma io penso che si possano e debbano combattere le idee, non le persone».

In ben cinque libri Svetlana Aleksievič ha raccontato l’uomo rosso, l’utopia comunista che degenerò in una dittatura sanguinaria, un’utopia che oggi non esiste più. «Anche in quel caso mi sono immedesimata completamente, alla fine ero io l’uomo rosso», racconta. E oggi? «Siamo sconcertati, perché siamo in una situazione completamente nuova. Negli anni Novanta, dopo la caduta del muro, credevamo tutti nella libertà, credevamo tutti di aver vinto, di esserci lasciati il passato definitivamente alle spalle e invece vediamo qual è la situazione, con l’avanzare della cultura dell’odio, con il putinismo e il trumpismo. Per contrastare tutto questo – ribadisce Aleksievič – dobbiamo unirci, essere sempre più consapevoli e rimanere fedeli ai nostri ideali».

Qualcosa forse si sta muovendo, anche con le proteste giovanili in Russia, con i giovani dimostranti che leggono la Costituzione, sfidando la repressione messa in atto dalle forze dell’ordine. E una sensibilità nuova sta crescendo sul versante della salvaguardia dell’ambiente per fermare il cambiamento climatico, per uno sviluppo sostenibile, con le manifestazioni che i giovanissimi dei Fridays for future organizzano anche per questo 27 settembre.

Lo scorso giugno è andata in onda anche in Italia la serie Chernobyl in cinque episodi. Ad ispirarla è stato il libro di Aleksievič Preghiera per Chernobyl, pubblicato in lingua russa nel 1997 e tradotto in Italia nel 2004 dalle Edizioni e/o. «Vediamo ogni giorno come stiano cambiando la natura e il clima. Non sempre riusciamo a controllare le tecnologie di cui disponiamo. Non sappiamo neppure quanto a lungo dureranno gli effetti dell’esplosione di Chernobyl: c’è chi dice decine di anni, chi centinaia. La gente comincia a capirlo», dice la scrittrice commentando il successo della serie che è stata vista da 650mila persone in tutto il mondo. «Sono moltissimi i giovani, che ne hanno preso spunto per delle discussioni e approfondimenti. Sì, sta davvero nascendo una nuova coscienza ecologica e ambientale, di questo sono molto contenta».

L’intervista di Simona Maggiorelli a Svetlana Aleksievic prosegue su Left in edicola fino al 3 ottobre 2019

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