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La secessione è un freno alla crescita. Anche al Nord

A partire dagli anni Settanta, l’economia meridionale comincia a intraprendere un percorso di divergenza rispetto a quella del Centro-Nord del Paese. Sono anni caratterizzati dalla crescita pervasiva della criminalità organizzata (che dal Sud comincia a mettere radici nelle principali città settentrionali), dallo smantellamento progressivo della Cassa per il Mezzogiorno e dalla contrazione degli investimenti pubblici al Sud.

Sono anche anni caratterizzati da consistenti aumenti di spesa pubblica, nella gran parte dei casi improduttiva. Sia sufficiente a riguardo considerare che la spesa pubblica in rapporto al Pil sale dal 34% del 1974 (a fronte della media della Comunità europea del 38%) a oltre il 50% della fine degli anni Ottanta. La pressione fiscale, pari al 25% in rapporto al Pil nel 1973 (inferiore di quasi quattro punti percentuali rispetto alla media Ocse), raggiunge il 40% alla fine degli anni Ottanta.

Un incremento significativo e mal distribuito: la crescita dell’evasione fiscale spinge i governi di quegli anni a provare a recuperare gettito soprattutto attraverso l’aumento dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), generando crescenti diseguaglianze distributive.

Cresce anche in modo significativo il debito pubblico, soprattutto per il continuo aumento della spesa per interessi sui titoli di Stato: dal 5% del 1980 al 12% in rapporto al Pil del 1993. Un allarme muove le politiche economiche di quegli anni: l’elevata inflazione, che viene imputata interamente a salari eccessivamente elevati e non differenziati su scala regionale. L’Italia diventa un Paese propriamente dualistico e, negli anni successivi e fino a oggi, accentua questa caratteristica, con un Nord il cui settore industriale si irrobustisce e un Sud che viene sostanzialmente sussidiato e che volge verso una specializzazione produttiva sempre più orientata in settori tecnologicamente maturi (agroalimentare, turismo, settore dei servizi). Il Veneto – una delle regioni più povere d’Italia nei decenni successivi al termine della seconda guerra mondiale – comincia…

Guglielmo Forges Davanzati, docente di Economia politica all’Università del Salento, è tra i relatori che introdurranno la seconda assemblea nazionale “per il ritiro di qualunque autonomia differenziata” che si terrà il 29 settembre (dalle 10 alle 16) presso il Liceo Tasso a Roma. Insieme all’economista partecipano i costituzionalisti Massimo Villone e Laura Ronchetti, il presidente Svimez Adriano Giannola, il giornalista Marco Esposito, Ivan Cavicchi, docente all’Università Tor Vergata di Roma e esperto di politiche sanitarie e Enrico Gagliano del Coordinamento nazionale NoTriv.

L’articolo di Guglielmo Forges Davanzati prosegue su Left in edicola dal 27 settembre 2019

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La sfida di Alexandria ai giganti dell’inquinamento

Rep. Alexandria Ocasio-Cortez, D-N.Y., addresses The Road to the Green New Deal Tour final event at Howard University in Washington, Monday, May 13, 2019. (AP Photo/Cliff Owen)

Da qualche tempo si parla molto del riscaldamento climatico e del Green new deal (nuovo corso verde). Improvvisamente abbiamo preso coscienza di un problema (l’emergenza ambientale) e abbiamo studiato la soluzione tramite un Green new deal? L’uomo ancora una volta dimostra la sua capacità di reazione? Non è così semplice.

In realtà già alla conferenza mondiale sul clima di Toronto del 1988 (31 anni fa!) la maggioranza degli scienziati concordava sul fatto che le temperature stavano aumentando e che la causa era l’attività antropica. E chiedevano “decisioni politiche immediate” per limitare l’emissione di anidride carbonica.

Le Nazioni Unite a inizio 2009 (oltre 10 anni fa) hanno pubblicato il report Global green new deal. Il 20 agosto 2018 Greta Thunberg iniziò la sua protesta chiedendo al governo svedese di occuparsi del cambiamento climatico. Dal suo esempio nasce il movimento ormai noto come Fridays for future. A inizio 2019 Alexandria Ocasio-Cortez propone la sua risoluzione sul Green new deal alla Camera dei deputati degli Stati Uniti. Greta Thunberg è riuscita ad attirare l’attenzione del mondo su un problema già documentato più di 30 anni prima dalla comunità scientifica.

Alexandria Ocasio-Cortez, fino a poco tempo fa semi-sconosciuta neo deputata americana, nella sua risoluzione propone interventi contro il riscaldamento climatico molto simili a quelle proposte dalle Nazioni Unite nel loro report del 2009 e rimaste finora inascoltate…

Guido Marinelli fa parte del Comitato nazionale èViva, cofondatore associazione PerIMolti, coordinatore comitato èViva di Roma Capitale

L’articolo di Guido Marinelli prosegue su Left in edicola dal 27 settembre

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Diritti umani e ambiente, una battaglia comune

Quanto costa il collasso climatico in termini di vite, di miliardi di euro di danni, di posti di lavoro persi, di malattie, di guerre, di migrazioni forzate? Che dobbiamo fare per mitigarne gli effetti ed invertire la rotta? Quale visione, e quali politiche sono in grado di rispondere alla crisi di sistema e garantire una vita ed un futuro dignitoso per tutti?

Sono alcune delle domande forti sollevate dallo sciopero climatico del 27 settembre lanciato dai ragazzi dei Fridays for future (Fff) che non trovano risposte nelle scelte e nelle priorità della politica.

Il collasso climatico è già in atto e bisogna fare molto di più che premiare le imprese che fanno green economy: utile, ma affidarsi esclusivamente ai privati come fa il ministro dello Sviluppo ed il nuovo governo non significa certo avere un’idea di politica industriale ed ambientale per evitare la catastrofe. Consegnarsi alla cosiddetta mano invisibile del mercato significa solo condannare tutti all’estinzione.

L’ultimo rapporto del Snpa – Sistema nazionale di protezione ambientale – del 17 settembre denuncia un Paese in cui si continua a consumare suolo, mentre da 7 anni sono chiuse nei cassetti le proposte di legge per impedirlo. Il Veneto e la Lombardia sono le regioni messe peggio.

Un danno di oltre 3 miliardi di euro annui, molti di più se guardiamo in prospettiva. A questi potremmo sommare i 14 miliardi di euro denunciati dalla Coldiretti come danni all’agricoltura per l’aumento del caldo che brucia le nostre estati: sarebbero in realtà almeno il doppio se facessimo un’analisi più approfondita sul comparto. Il calcolo continua con…

Giuseppe De Marzo, economista, è coordinatore della Rete dei numeri pari

L’articolo di Giuseppe De Marzo prosegue su Left in edicola dal 27 settembre 2019

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Liberi di migrare

Se proviamo ad uscire dall’ottica emergenzialista con cui i media trattano l’emigrazione, rifiutando la percezione delirante di essere presi d’assalto da torme di sospetti terroristi, potremmo scoprire, non solo che i migranti sono un enorme valore per l’Europa, ma anche che continui spostamenti connotano da sempre la specie Homo. E ne hanno favorito lo sviluppo in un lungo «processo di espansione globale inarrestabile che non ha precedenti nella storia evolutiva dei primati». Lo sostiene il filosofo della scienza Telmo Pievani autore del libro Libertà di migrare (Einaudi) scritto con Valerio Calzolaio, esperto di migrazioni ambientali, che avanza la proposta politica di riconoscere lo stato di rifugiato non solo a chi è costretto a lasciare il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni politiche, ma anche a chi oggi deve partire a causa dei cambiamenti climatici.
Professor Pievani come cambia la prospettiva se guardiamo l’emigrazione dal punto di vista evoluzionistico?
Il nostro libro nasce da un’insoddisfazione riguardo al dibattito pubblico italiano, ma non solo, in cui vediamo i commentatori trattare l’emigrazione come qualcosa di inaspettato, con stupore, quasi fosse un fenomeno contingente da affrontare come un’emergenza. Non ha alcun senso. Ed è sbagliato non solo sul piano politico ma anche scientifico. L’emigrazione va letta in una prospettiva ampia, sia nel tempo che nello spazio. Nello spazio perché è un fenomeno globale, planetario, che ci ha resi umani. Nel tempo, perché ci riguarda da almeno due milioni di anni. Nel frattempo l’umanità ha causato il cambiamento del clima e le popolazioni, come scrive Calzolaio, tristemente sono costrette a spostarsi come milioni di anni fa.
Possiamo dire che la migrazione abbia favorito la nostra evoluzione?
È stata sia la causa che la conseguenza. La migrazione è stata una grande strategia a partire da 2 milioni di anni fa quando il clima diventò instabile. Trovandosi a vivere un ambiente imprevedibile, gli umani compiono una scelta unica che nessun primate fa: migrano, si spostano, continuano ad andare sempre più in là. Si è assistito così a una serie di uscite dall’Africa, in successive ondate, dal Corno d’Africa e dall’area sub sahariana, sempre arrivando nel Medio Oriente (snodo fondamentale da millenni per l’umanità); da lì le migrazioni umane si sono indirizzate verso l’Asia e dall’altra verso il Caucaso e l’Europa, quasi propaggine dell’Eurasia, molto attraente perché ricca di risorse. Tutto ciò ci fa capire che noi europei siamo da sempre migranti.

Nel libro lei distingue fra migranti per necessità e per scelta. Questo passaggio cruciale implica una disposizione mentale di ricerca, di curiosità. Quando scattò il cambiamento?
Avvenne con la nostra specie, Homo sapiens. Anche se probabilmente non accadde subito. Dopo le prime grandi migrazioni, ce ne furono altre 800mila anni fa e poi le nostre, 120/100mila anni fa. Lo spostamento delle popolazioni umane, in particolare dei sapiens, non è avvenuto in splendida solitudine, ma in compagnia di altre specie umane. Va ricordato che Homo sapiens è l’ultima forma umana in mezzo a tante altre che poi si sono estinte. Le prime ondate non mostrano differenze. Ma intorno a 60mila anni fa ci fu un’uscita diversa dalle altre, più veloce, e demograficamente più aggressiva. Ecco il fatto misterioso che attrae gli studiosi. Quelle che vennero allora dall’Africa erano genti più creative e al contempo più invasive. Così rimanemmo da soli espandendoci a livello planetario, essendo capaci di adattarci a qualsiasi eco-sistema. Anche in mezzo ai ghiacci, come dimostra la scoperta di resti di un mammuth cacciato nell’Artico 45mila anni fa pubblicata a gennaio su Science. Già eravamo migranti senza confini.
Che cosa avevano di diverso i sapiens?
Pensiamo che sia qualcosa legato al linguaggio, alla comunicazione, alla capacità di immaginare altri mondi, perché a quel punto la curiosità diventò un elemento fondamentale. C’era già una mente capace di immaginare, questo è tipicamente umano.
A quel punto il migrare non fu più solo dettato da bisogni materiali, ma anche immateriali, da esigenze più profonde?
Sì il fenomeno migratorio nasce per una impellenza legata al clima ma poi nell’evoluzione le cause si mescolano; quel modo di migrare potrebbe anche aver cambiato il nostro modo di vedere e di pensare. Migrare ci ha reso cognitivamente più aperti, ci ha fatto incontrare altre fome umane come i Neanderthal con cui abbiamo convissuto a lungo. Tutto questo ci ha spinti ad esplorare, a mappare, a capire il paesaggio, a muoverci nel territorio. Ripeto, nessun primate ha queste caratteristiche. Le altre specie animali nascono in un luogo, in un ecosistema e vi rimangono, si adattano. Homo sapiens no. Diventa una specie planetaria.
Diversamente dagli animali, non segue un istinto che lo obbliga a reiterare i comportamenti.
Esatto. Vecchie teorie sostenevano che avevamo un cervello adattato specificamente alla savana africana. In realtà noi sappiamo che, se c’è qualcosa tipico dei sapiens, è proprio la plasticità, il nostro non essere specializzati per un ambiente unico. E questo ha scatenato l’evoluzione culturale che ci ha permesso di sviluppare anche le tecnologie, le armi, i tessuti ecc.

Queste «fiammate di innovazione culturale e tecnologica» nel libro sono connesse a cambiamenti nella vita di Homo sapiens come l’allungamento del periodo infantile. Come influì?
È uno dei filoni di ricerca oggi più promettenti. Alcune caratteristiche non sono solo della nostra specie Homo: certi strumenti tecnici venivano prodotti da altre specie prima di noi. E non tutte le specie Homo hanno il cervello grande. Queste caratteristiche si sono indebolite molto. Una invece si è molto rafforzata nel genere Homo ed è proprio l’allungamento dell’infanzia e dell’adolescenza; i dati molecolari lo confermano. Questo mutamento ebbe il suo picco massimo in Homo sapiens. La neotenia è un adattamento costoso. I piccoli della specie Homo nascono inermi, quindi dipendono dal gruppo per il cibo e per il sostentamento. Prolungare quel periodo è dispendioso. Nonostante questo si diffuse. L’ allungamento dell’infanzia e dell’adolescenza ha dato dei vantaggi collaterali notevoli che riguardano il gioco, la sperimentazione sociale e linguistica. Molti esperti oggi pensano che quella sperimentazione sia avvenuta nel rapporto, nel gioco fra i cuccioli fra loro e con le madri. La neotenia ha aperto uno spazio di inventività, di creatività. Un’evoluzione che avviene attraverso l’apprendimento e la trasmissione non genetica, non biologica, ma culturale appunto.
L’arte rupestre nasce grazie a quel periodo?
Sì, alcuni dati usciti di recente lo confermano. Da lì nascono l’arte, la pittura rupestre, le incisioni e più in generale la creazione di oggetti con un valore simbolico, con dei segni, con delle geometrie, con dei pattern che avevano un senso. I più antichi oggetti simbolici vengono dall’Africa. Risalgono a 70mila anni fa pietre ocra incise trovate in Sudafrica. Oggi gli specialisti pensano che nacque in Africa questa particolare capacità simbolica per cui fare un segno su una superficie, tracciare un simbolo, significa qualcosa nel gruppo e scatena l’immaginazione. È di 40mila anni fa l’arte rupestre di Sulawesi. Una bellissima scoperta pubblicata l’anno scorso su Nature. È accaduto in Indonesia dove non ci aspettavamo di trovarla. Nell’arcipelago indo-malese c’è la rappresentazione di un cinghiale tipico di quelle zone, dipinto e inciso in modo molto bello con segni di movimento nel manto. Anche a Sulawesi ci sono mani di uomini, di donne e bimbi impresse in negativo sulla parete della caverna, analogamente a ciò che si vede a Chauvet, a Lascaux, ad Altamira, solo che quelle indonesiane sono più antiche. Parliamo appunto di 40mila anni fa mentre l’arte rupestre europea è di qualche millennio dopo.
Che rapporto c’è fra queste diverse espressioni?
Si pensa che tutto parta dall’Africa poi, migrando 60mila anni fa, quegli esseri umani si portano dietro oltre al linguaggio anche l’arte rupestre, capacità immaginative, la fantasia. Probabilmente gli artisti che realizzarono quelle bellissime opere a Sulawesi erano discendenti dello stesso gruppo di migranti usciti 60mila anni fa dall’Africa, che raggiunsero anche l’Europa.
Nel volume Einaudi curato dall’antropologo Marco Aime, Contro il razzismo, il genetista Barbujani torna utilmente a decostruire l’idea genetica della “razza.” Volendo usare quel brutto termine, possiamo dire che di razza umana ce n’è una sola?
Assolutamente sì. Oltre ogni ragionevole dubbio. Le altre forme che abbiamo incontrato appartenevano ad altre specie biologiche. Anche quando ci potevamo accoppiare e dare origine ad ibridazioni. Eravamo specie diverse anche se geneticamente molto vicine. Se parliamo invece di Homo sapiens, cioè dei 7 miliardi e passa di esseri umani che oggi abitano il pianeta, veniamo tutti da quei gruppi africani migranti di 60mila anni fa. Siamo tutti africani, con piccole differenze di adattamento al clima, legate al colore della pelle, degli occhi, dei capelli. Tratti che possono sembrare appariscenti ma che sul piano biologico non sono niente, sono una manciata di geni che contano molto poco. Se mettiamo insieme tutte queste cose: una origine unica, africana, molto recente, da un gruppo piccolo che poi diventa mobile e promiscuo, il risultato è che non possono esistere razze biologiche umane. Non c’è più alcun motivo biologico, genetico, perché possano esistere.

«Non chiamateci ambientalisti»

03 May 2019, Lower Saxony, Hanover: Students hold up banners and signs during a Fridays for Future demonstration. The students protest against the current climate policy. Photo by: Julian Stratenschulte/picture-alliance/dpa/AP Images

«La gente soffre, la gente muore, interi ecosistemi stanno collassando. Siamo agli inizi di una estinzione di massa e siete in grado di parlare solo di soldi e di raccontare favole su una perenne crescita economica. Come osate?» Sono parole che difficilmente verranno tralasciate nei libri di storia, quelle che la giovane Greta Thunberg ha sbattuto in faccia ai grandi della Terra, al summit Onu sul clima. Accuse che bersagliano senza tentennamenti – indimenticabile lo sguardo accigliato con cui fulmina Trump al suo ingresso in sala – una comunità internazionale incapace di scongiurare la catastrofe ambientale alle porte. «Sessantasei paesi, 102 città e 93 imprese si sono impegnate oggi a raggiungere zero emissioni entro il 2050»: sono i buoni propositi notificati dal Palazzo di vetro. Poco, troppo poco per limitare davvero le conseguenze dell’eccesso di Co2 in atmosfera.

Così, ragazze e ragazzi di tutto il mondo continuano ad alzare la voce per difendere il proprio futuro. Lo hanno fatto venerdì 20 settembre, con oltre 6mila eventi in 3.200 città di 165 Paesi. Per poi replicare in Italia, una settimana dopo.

«Chiediamo alla politica di seguire la scienza più autorevole, di rispettare l’accordo di Parigi e ambire anche a qualcosa di più, raggiungendo la decarbonizzazione dei Paesi più ricchi già nel 2030», dice Miriam Martinelli. Sedici anni, milanese, i media l’hanno definita «la Greta italiana». A Left spiega che la lotta degli “attivisti del venerdì” va oltre il tema strettamente ambientale. «La nostra battaglia – precisa Miriam – segue il principio della giustizia climatica, che significa giustizia sociale: la popolazione in molti casi subisce uno stile di vita consumistico, che viene imposto dalle multinazionali. Sono queste ultime a dover pagare, insieme ai potenti che hanno causato in prima persona la crisi ambientale».

«Non ci definiamo assolutamente ambientalisti», esordisce Vincenzo Mautone, studente di Scienze e tecnologie per la natura e l’ambiente alla Federico II e portavoce del movimento a Napoli. «C’è un malinteso. Ovviamente difendiamo la natura, ma…

L’inchiesta di Leonardo Filippi e Alessia Gasparini prosegue su Left in edicola dal 27 settembre 2019

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La vita è sacra. Quando vi fa comodo

Adesso ululano tutti che “la vita è sacra”. E andrebbe anche bene se non fossero gli stessi che poi sparerebbero ai barconi oppure che negano tutte le vite torturate, spezzate, violentate, affamate, assetate, cotte dal sole e congelate dal freddo.

Sulla sentenza della Consulta sul caso di Dj Fabo come al solito vengono fuori tutte le incongruenze di quelli che vorrebbero decidere della vita degli altri ma che non sono disposti a cambiare una virgola della propria: non sono buoni, sono semplicemente incapaci di affrontare la libertà. E sono incapaci di affrontare le libertà degli altri perché non hanno la struttura culturale per comprendere che il loro unico spavento è che crollino le false convinzioni da benpensanti che come croste li rassicurano che il mondo vada come vorrebbero loro.

Ciò che stupisce delle reazioni avverse all’assoluzione di Marco Cappato è che in fondo per chi non è d’accordo con quella sentenza non cambia nulla, nemmeno una virgola, niente di niente: chi crede che togliersi la vita sia un gesto inaccettabile può tranquillamente agire di conseguenza. Ma la tentazione di imporre il proprio credo (agli altri, sempre con l’atteggiamento di chi dice “fate quello che dico non fate quello che faccio”) per loro è irresistibile.

Per questi la libertà è il diritto d’imporre la propria visione del mondo. Sono spaventatissimi dalla coabitazione non solo di persone diverse ma anche di pensieri diversi perché non hanno nessuna attitudine alla socialità: sono animali asociali e vorrebbero rendere asociali anche gli altri per curare i propri complessi di inferiorità.

La vita è sacra ma i migranti possono morire a casa loro o agonizzare in Libia.

La vita è sacra ma Giulio Regeni non è sacro perché se è morto allora c’è qualcosa di strano.

La vita è sacra ma le donne ammazzate se la sono cercata.

La vita è sacra ma i figli delle loro amanti no.

La vita è sacra ma gli ammazzati dall’ILVA bloccano il progresso.

La vita è sacra ma i morti degli altri non gli interessano.

Falsi benpensanti, moralisti con il culo degli altri.

Bravi.

Buon venerdì.

Una sola umanità, un solo pianeta

TOPSHOT - Swedish environment activist Greta Thunberg speaks at a climate protest outside the White House in Washington, DC on September 13, 2019. - Thunberg, 16, has spurred teenagers and students around the world to strike from school every Friday under the rallying cry "Fridays for future" to call on adults to act now to save the planet. (Photo by Nicholas Kamm / AFP) (Photo credit should read NICHOLAS KAMM/AFP/Getty Images)

D’accordo Greta potrà non essere simpaticissima con i suoi «come osate» che mettono il dito nella piaga denunciando responsabilità e inerzie nel fermare la crisi climatica. D’accordo, poteva scegliere un skipper meno d’alto bordo per andare Oltreoceano a cantarle a Trump. Ma resta il fatto che lei ha avuto il coraggio di dire parole forti e chiare, dando il la ad un movimento globale di ragazzini che non ha pari nella storia. E che ha l’inusuale capacità di far uscire dai gangheri conservatori e sacerdoti del liberismo, anche i più insospettabili. Se ce lo potevamo aspettare da Vittorio Feltri e da Libero che è andato all’attacco dei «Gretini», colpisce che Greta sia riuscita a stanare politici e filosofi come Luc Ferry, il quale ha sbottato: «Stiamo cadendo in una società delirante e questa non è la soluzione. Spetta agli adulti salvare il mondo che verrà, non ai bambini». Ancora oltre è andato il filosofo Alain Finkielkraut: «Trovo triste che gli adulti si inchinino oggi a un bambino. Credo che l’ecologia meriti di meglio, ed è chiaro che una sedicenne, indipendentemente dalla sindrome di cui soffre, sia ovviamente malleabile e facilmente influenzabile». Reazioni di attacco diretto alla persona che ci dicono quanto le affermazioni dei Fridays for future sulla crisi climatica siano difficilmente contestabili. (Affermazioni che, più oltre, la dicono lunga sullo sguardo violento con cui certa filosofia francese guarda ai ragazzini…).

Qual è la verità che un pensatore ed ex ministro dell’Istruzione come Luc Ferry non si vuole sentir dire? Su Left la raccontano in prima persona i ragazzi che hanno organizzato lo sciopero per il clima, tratteggiando uno scenario che non lascia scampo agli alibi. Entro il 2030, 100 milioni di persone in più saranno costrette a vivere in condizioni di estrema povertà a causa dei cambiamenti climatici. «Le nazioni in via di sviluppo si faranno carico di almeno il 75% dei costi causati dalla crisi climatica nonostante il fatto che la metà più povera della popolazione mondiale generi solo il 10% delle emissioni di CO2 a livello globale», affermano gli attivisti di ActionAid. La lotta per la giustizia ambientale è strettamente connessa con quella per la giustizia sociale. Urgente non è “solo” la riduzione delle emissioni, bisogna pensare a uno sviluppo che sia davvero sostenibile e a politiche che rispettino l’ambiente e i diritti umani. Se l’intervento antropico sulla natura nei millenni ha plasmato mirabilmente il volto del paesaggio, preservando l’ambiente e favorendo lo sviluppo umano, in tempi di turbo capitalismo assistiamo alla sistematica e suicida distruzione dell’ambiente in nome del profitto di pochi (l’1% più ricco della popolazione mondiale detiene una ricchezza pari a quella del restante 99% dice il rapporto Oxfam).

E allora non bastano politiche di Green economy, non serve l’ipocrita greenwashing con cui molte aziende inquinanti si rifanno un’immagine facendo al contempo speculazione. Serve un vero cambiamento di mentalità, di visione, un modo diverso di pensare il benessere, in poche parole un diverso modello di sviluppo e di fare società. Per cominciare abbiamo chiesto a giornalisti, politici, sindacalisti, economisti, sociologi e filosofi di aiutarci a capire cosa significa davvero quel Green new deal di cui tanto si parla oggi, quali novità comporta rispetto alle politiche di green economy che l’Europa in passato ha discusso, in che modo potrebbe favorire la creazione di nuovi posti di lavoro. In questo Left raccontiamo esperienze e esperimenti innovativi di Green new deal che hanno preso avvio in Africa, proprio là dove più pesanti sono gli effetti della crisi climatica.

Come sempre affrontiamo il tema con uno sguardo internazionalista, consapevoli che questioni cruciali come il climate change non si possano trattare da un punto di vista nazionale o, peggio ancora, nazionalista e sovranista. Ma insieme interroghiamo in modo serrato la politica italiana, cercando di capire cosa ci sia di concreto nelle politiche green promesse dal governo Conte II (che potrebbe trovare una base di accordo fra M5s e Pd proprio sul piano delle politiche verdi segnando una discontinuità rispetto al precedente governo). I primi ad essere consapevoli della interconnessione che ci lega e dell’internazionalismo imprescindibile di questa battaglia sono proprio i giovani dei Fridays for future artefici delle manifestazioni che in questo fine settimana si svolgono in contemporanea in molte città del mondo. Tutt’altro che naif, basano le proprie istanze sui risultati della ricerca scientifica. Altro che “figli dei fiori”, loro sono i nuovi illuministi dice il filosofo Salvatore Veca, mentre il ministro dell’Istruzione Fioramonti invita i presidi a giustificare le assenze da scuola il 27 settembre riconoscendo l’importanza della mobilitazione «per numerosi aspetti, a partire dalla necessità improrogabile di un cambiamento rapido dei modelli socio-economici imperanti».

Nei giorni scorsi a Malta è stato stipulato un embrione di accordo per mitigare gli effetti del trattato di Dublino, un passo in avanti rispetto alle politiche dell’odio e dei porti chiusi, ma certamente non basta per affrontare la questione strutturale delle migrazioni, su cui la crisi climatica ha effetti evidenti. Basti dire che secondo un rapporto della Banca mondiale, se non si agirà per ridurre il riscaldamento globale, entro la metà del XXI secolo gli spostamenti interni di popolazioni nell’Africa sub-sahariana, in Asia meridionale e in America Latina riguarderanno più di 140 milioni di persone. Ora spetta alla politica il compito di agire.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 27 settembre 2019

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Non chiamateci ambientalisti

03 May 2019, Lower Saxony, Hanover: Students hold up banners and signs during a Fridays for Future demonstration. The students protest against the current climate policy. Photo by: Julian Stratenschulte/picture-alliance/dpa/AP Images

«La gente soffre, la gente muore, interi ecosistemi stanno collassando. Siamo agli inizi di una estinzione di massa e siete in grado di parlare solo di soldi e di raccontare favole su una perenne crescita economica. Come osate?» Sono parole che difficilmente verranno tralasciate nei libri di storia, quelle che la giovane Greta Thunberg ha sbattuto in faccia ai grandi della Terra, al summit Onu sul clima. Accuse che bersagliano senza tentennamenti – indimenticabile lo sguardo accigliato con cui fulmina Trump al suo ingresso in sala – una comunità internazionale incapace di scongiurare la catastrofe ambientale alle porte. «Sessantasei paesi, 102 città e 93 imprese si sono impegnate oggi a raggiungere zero emissioni entro il 2050»: sono i buoni propositi notificati dal Palazzo di vetro. Poco, troppo poco per limitare davvero le conseguenze dell’eccesso di Co2 in atmosfera.

Così, ragazze e ragazzi di tutto il mondo continuano ad alzare la voce per difendere il proprio futuro. Lo hanno fatto venerdì 20 settembre, con oltre 6mila eventi in 3.200 città di 165 Paesi. Per poi replicare in Italia, una settimana dopo.

«Chiediamo alla politica di seguire la scienza più autorevole, di rispettare l’accordo di Parigi e ambire anche a qualcosa di più, raggiungendo la decarbonizzazione dei Paesi più ricchi già nel 2030», dice Miriam Martinelli. Sedici anni, milanese, i media l’hanno definita «la Greta italiana». A Left spiega che la lotta degli “attivisti del venerdì” va oltre il tema strettamente ambientale. «La nostra battaglia – precisa Miriam – segue il principio della giustizia climatica, che significa giustizia sociale: la popolazione in molti casi subisce uno stile di vita consumistico, che viene imposto dalle multinazionali. Sono queste ultime a dover pagare, insieme ai potenti che hanno causato in prima persona la crisi ambientale».

«Non ci definiamo assolutamente ambientalisti», esordisce Vincenzo Mautone, studente di Scienze e tecnologie per la natura e l’ambiente alla Federico II e portavoce del movimento a Napoli. «C’è un malinteso. Ovviamente difendiamo la natura, ma…

L’inchiesta di Leonardo Filippi e Alessia Gasparini prosegue su Left in edicola dal 27 settembre 2019

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Il prossimo passo

Il diritto di autodeterminazione è un diritto fondamentale della persona che deve poter decidere come vivere, ma anche come morire.

I Padri e le Madri Costituenti, nel sancire con l’art. 32 della Costituzione la tutela della salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” hanno voluto evidenziare l’importanza di non violare, in nessun caso, i limiti imposti dal rispetto della persona umana la cui dignità deve essere tutelata in ogni contesto.

In questa interpretazione si inserisce ad esempio, il rifiuto del paziente di prolungare le cure mediche, lasciando che la malattia prosegua nel suo decorso naturale.

Le morali religiose non possono inibire, ad esempio, la ricerca scientifica, che va interpretata come patrimonio dell’umanità costituendo parametro ineguagliabile per il superamento della patologie umane e per il miglioramento della qualità della vita.

Le ragioni etiche che impediscono ai religiosi di valutare positivamente qualsivoglia manifestazione di autodeterminazione, hanno trovato finalmente un argine con la sentenza della Corte costituzionale che ritiene non punibile chi, come Marco Cappato, ha accompagnato una persona senziente a porre fine alla propria esistenza di fronte alla stadio irreversibile della sua patologia.

Il tentativo del presidente della CEI, Bassetti, di bloccare la pronuncia della Corte Costituzionale attraverso la Presidente del Senato Casellati, è fallito miseramente, ma consente, tuttavia, di misurare lo spessore dell’ingerenza a cui costoro non intendono rinunciare.

Il prossimo passo sarà quello di inibire l’accesso alla professione medica alle persone che non riescono a superare i limiti delle proprie convinzioni personali, negando assistenza a chi vuole affermare i propri diritti.

Il prossimo passo, in definitiva, dovrà essere quello della abrogazione della obiezione di coscienza, frutto avvelenato di un compromesso teocratico.

Carla Corsetti è segretario nazionale di Democrazia Atea e coordinatrice nazionale di Potere al Popolo

La tirannia del “per favore”

È una frase bellissima il “per favore” quando viene declamato inter pares, tra persone che hanno le stesse possibilità e le stesse difficoltà e si scambiano gesti disinteressati per aiutarsi l’un l’altro. È un frase che contiene tutto il piacere di chiedere aiuto e di darlo, senza promettere e senza chiedere nulla in cambio: è qualcosa così lontano dall’iperproduttività di questi tempi, se ci pensate.

Il “per favore” dei potenti (soprattutto dei potenti prepotenti) invece contiene tutta una fuliggine di schegge che tintinnano come una minaccia. Dice Trump nella telefonata con l’allora neo presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, al centro dell’ultimo scandalo che ha portato il Partito Democratico ad aprire una procedura di impeachment contro il Presidente degli Usa:

«Vorrei chiederle di farci un favore, però, perché il nostro Paese ne ha passate molte e l’Ucraina ne è molto coinvolta. Vorrei che scopriste cosa è successo in tutta quella situazione con l’Ucraina, lo chiamano Crowdstrike… Credo che uno dei vostri cittadini più ricchi… Il server, dicono che ce l’abbia l’Ucraina»

E poi:

«Si parla molto del figlio di Biden, di come Biden ha fermato l’inchiesta, e molte persone vogliono scoprire cosa è successo. Quindi qualsiasi cosa lei possa fare insieme al nostro procuratore generale sarebbe fantastica. Biden andava in giro a vantarsi di avere fermato l’indagine, quindi se poteste controllare… a me sembra una cosa orribile.»

In quella telefonata Trump ricorda al presidente ucraino i soldi che gli Usa gli danno. Eccolo un “per favore” che risuona in tutta la sua perfidia. E pensavo a tutte le volte che i nostri ragazzi, solo per fare un esempio, si ritrovano a dovere fare un favore ai loro datori di lavoro (anche se spesso è un lavoro ma manca la retribuzione) per avere il diritto di sperare di avere un’occasione oppure tutte le volte che “per favore” viene detto da un potente a qualcuno che deve sottostare al potere.

Non c’è niente di peggio di un ricatto travestito da buona educazione. E noi ne siamo pieni, dappertutto, e siamo pieni di gente che non ha le armi per mostrare al mondo le loro piccole trascrizioni. Ci vorrebbe un nuovo patto sociale, un nuovo ecologismo anche lessicale per avere la dignità di chiamare le cose con il proprio nome. E bonificare il “per favore”.

Buon giovedì.