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Socializzare i debiti pubblici per un’Europa casa comune

Europe / broken symbol on a wall

Proposta un po’ folle. Al prossimo Consiglio europeo si decida un atto rivoluzionario: la europeizzazione del debito dei Paesi Ue. E che questo sia il punto di avvio di un processo in tempi rapidi e certi di costruzione di una comunità democratica europea attraverso misure guidate politicamente di armonizzazione sociale.
Immagino i pensieri di chi legge. Europeizzare il debito significa che “gli scialacquamenti” di qualcuno dovranno essere pagati anche dai “virtuosi”? Ebbene sì. Naturalmente le cose non stanno così, e scialacquatori e virtuosi nella realtà sono assai meno bianco e nero di come si voglia far vedere le cose.
Ma partiamo precisamente dal “folle” atto: la socializzazione del debito. E vediamola in questo modo: si può mettere su una casa in comune continuando a pensare che però questo è mio e questo è tuo e al massimo mi devi pagare (caro) ciò che ti presto? Ora, la storia insegna che sicuramente in quasi tutti i processi di realizzazione di case comuni qualcuno ci ha guadagnato e qualcuno ci ha perso. Ma perlomeno una dichiarazione che la casa e i mobili fossero comuni c’è sempre stata. E le regole si sono rese solenni con le Costituzioni.
Qui invece ci troviamo di fronte – ad essere buoni – ad una sorta di regolamento di condominio (per altro trattasi di un condominio particolarmente litigioso). Difficile ritrovare nella storia un processo di costruzione di una casa comune che non partisse appunto dal socializzare ciò che si ha, condividendo dunque anche i problemi.
Un atto come l’assunzione comune del debito è precisamente un atto fondativo. Se ragioniamo su come stiamo messi ci rendiamo conto che quella che sembra una follia è invece un atto mancato e che ha determinato, insieme a molto altro, la vera follia in cui siamo. Perché che si sia in una situazione folle lo si dovrà pure ben vedere. Nel prossimo Consiglio europeo naturalmente non si discuterà della follia di cui scrivo ma si continuerà con la follia in cui siamo.
Da una parte, un braccio di ferro tra le “raccomandazioni” europee fissate col debito e col deficit e le istanze sovraniste del governo di uno dei principali Stati dell’Unione, quello giallonero. Dall’altra, la polemica tra Draghi e Trump, con quest’ultimo che accusa il primo di fare concorrenza sleale agli Usa se immetterà denaro più facile nell’economia europea. Accusa che dovrebbe apparire assurda, e infatti lo è, ma che si motiva per Trump nella strana natura della Ue, della Bce e del loro modo di fare economia.
Infatti la Ue non è uno Stato federale democratico e “normale”, bensì una fantasiosa costruzione anomala a supporto di una economia fortemente ideologica sul doppio versante del liberismo e del monetarismo, che al contempo mantiene un accumulo “storico” di modello sociale. La Bce è una sorta di banca-Stato che sostanzia la costruzione fantasiosa. E il modo di fare economia è l’ibrido che richiamavo che produce continui paradossi. Come quello di considerare “vincolo esterno” un debito che viene definito come tale da Trattati che dovrebbero invece definire un perimetro interno. Quello di considerare “aiuti di Stato” normali meccanismi di sostegno all’economia. Cosa che alimenta la polemica di Trump e che discende dal modo curioso di definire l’Unione e cioè per regole – quelle liberiste e monetariste – e non per Atto fondativo costituzionale realizzato per mezzo di istituzioni e politiche scelte ed attuate. Da questo punto di vista gli Usa sono un Paese capitalista ma “normale” e cioè costituzionale e politico. Il loro atto fondativo è la “doppia follia” della dichiarazione d’indipendenza e della messa in comune del Paese. Alla Ue manca sia l’atto fondativo costituzionale, sia la messa in comune, sia la politica come attuazione dell’atto fondativo.
Per questo siamo all’assurdo di ciò che accade nei Consigli europei come nelle relazioni mondiali.
Se restiamo così assisteremo ad un nuovo balletto destinato ad esiti più o meno squallidi o tragici. Tra un vero mercato delle vacche intergovernativo in cui scambiare un po’ di flessibilità con un po’ di appoggio su qualche carica istituzionale e i rischi di nuovi massacri sociali.
Saggezza vorrebbe che si prendesse atto che l’assunto fondativo (l’ideologia liberista di Maastricht che ha sostituito l’atto fondativo costituzionale) è stato falsificato dai fatti. Cioè che non è vero che la messa in comune dell’ideologia del libero mercato e delle regole monetaristiche (controllo di deficit e debito) abbia favorito l’armonizzazione. È successo l’esatto contrario. Le distanze tra Paesi e tra ceti sociali sono cresciute. Le diseconomie si sono aggravate. Invece che armonizzare in una economia europea si sono assorbite aree di influenza. Gli stessi deficit e debiti non solo permangono, ma dipendono sempre più da asimmetrie crescenti, rispetto che da “cattivi comportamenti”.
A conferma della cattiva coscienza sta il fatto che la stessa governance ha legiferato (con il Six pack) sull’insieme degli squilibri macroeconomici mettendo al primo posto non deficit e debito ma i surplus esportativi. Ora tutti sanno che dopo aver realizzato in deficit e debito la sua unificazione la Germania li ha europeizzati, realizzando una serie continuativa di venti anni di eccessi di surplus commerciali, in violazione della regola e traendo un cospicuo vantaggio nell’uso stesso dell’Euro mentre per molti altri Paesi ciò determinava l’esatto contrario. Ma, mentre deficit e debito entravano nel Fiscal compact, lo sbilanciamento macroeconomico del surplus esportativo non è mai stato sanzionato. E che esso comporti più debito strutturale nei Paesi che subiscono questi surplus lo dice la stessa regola di sanzionamento prevista e mai applicata, che prevederebbe multe significative da utilizzare per alimentare il fondo per gli Stati in difficoltà, riconoscendo quindi il nesso tra eccesso di surplus ed eccesso di debito.
Peraltro ormai l’integrazione passiva delle economie – che è l’esatto contrario della armonizzazione – ha prodotto perdite (in Italia il 25% dell’apparato manifatturiero) che rischiano l’irrecuperabilità.
Sempre a proposito di cattiva coscienza in realtà negli ambienti della governance si cominciò a discutere di europeizzazione del debito. Cioè della copertura da parte della Bce della quota eccedente il famoso 60%. Ma la cattiva coscienza portò a formulare una proposta in linea con il peggio dell’esistente e che non a caso aveva un nome appropriato alla teoria del debito come colpa.
Si è proposto un Fondo di redenzione dalla quota eccedente il 60% coperto con la alienazione di quote corrispondenti del patrimonio nazionale. Altro che messa in comune: siamo al condominio fondato sullo strozzinaggio e la “vendita” dei debitori.
La europeizzazione del debito al contrario diventa atto fondativo se mette veramente in comune e per altro ripara le distorsioni che ho ricordato prodotte dal trentennio di follia liberista. Naturalmente all’atto fondativo devono seguire politiche corrispondenti. Politiche attive di armonizzazione per perseguire il benessere dei cittadini che vivono in Europa e che deve essere sancito da una Costituzione.
Dopodiché servirà non una banca-Stato ma una banca di Stato, che dia denaro non alle banche private ma allo Stato federale e agli Stati della federazione. Denaro che deve provenire da un sistema di tassazione europeo progressivo ed armonizzato. Che va orientato a produrre occupazione e benessere sociale e ambientale. Che non può convivere con le perversioni della finanziarizzazione. La quale produce un’altra delle follie in cui ci troviamo, per cui sistemi fiscali pensati (e motivati) per alimentare il welfare sono stati distorti verso il sostegno alle rendite finanziarie, distruggendo in un colpo solo sia gli stessi sistemi fiscali che il welfare.
E l’armonizzazione deve entrare nel vissuto di cittadine e cittadini, riequilibrando redditi e welfare, invece che sconvolgerlo con debito e diseguaglianze crescenti. Difficile pensare che qualcuno porti tutto questo nella discussione europea. Ragione in più per farlo noi.

L’articolo di Roberto Musacchio è stato pubblicato nel numero di Left del 28 giugno 


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Grecia, la rabbia e l’orgoglio

Come è andata in Grecia lo sappiamo. Se parlo di rabbia ed orgoglio è perché una Storia (si con la S maiuscola) come quella realizzata dai Greci, da Syriza e da Tsipras in questi anni suscita innanzitutto grandi sentimenti.

Dunque la rabbia per ciò che è stato fatto contro di loro. Da chi? L’elenco è lungo e ci stanno dentro in tanti tra carnefici ed ignavi, dalla UE, ai suoi singoli governi, all’Fmi e alla Bce, dai popolari, ai socialisti e ai liberali.

Tutti loro hanno dimostrato quanto questa “Europa reale”, quela che usa l’austerity per imporre il liberismo, sia la negazione dell’Europa sciale e democratica nata dalle speranze del dopoguerra, e che abbia avuto il cinismo di accanirsi contro la sua antica madre, la Grecia.

Abbiamo detto, mentre provavamo a difendere Syriza, che in Grecia, contro la Grecia si consumava una sorta di esperimento sadico su a che punto ci si poteva spingere.

La rabbia poi è per ciò a cui tutto questo ha portato e che suona come il trionfo del cinismo e cioè il ritorno di quelli di prima, addirittura “uno di famiglia”, un erede. Nella tragedia greca infatti non emerge una destra xenofoba e populista, che anche questo è riuscito a fare Tsipras e cioè impedirlo. No, tornano loro, i padroni. Coloro che avevano disastrato il Paese e che una “governance europea” che fosse minimamente cosa seria avrebbe dovuto mettere al bando.

Invece si reincontrano a conferma che, appunto, austerità e liberismo sono due facce della stessa moneta con cui i padroni pagano se stessi.

E a conferma che un governo con una vera sinistra in questa Europa reale è “da evitare” come ci dice anche l’ostracismo di Sanchez a Unidas Podemos in Spagna adesso.

Ma c’è l’orgoglio. Per un risultato che dice che un piccolo partito del 4% si è trasformato in una grande forza del 32%. E non lo ha fatto a forza di slogan o seminando paura ma cercando di difendere i più deboli nel momento della tempesta più terribile.

Qualcuno continua a dire che la nave greca non doveva entrare in quella tempesta. Purtroppo nel capitalismo finanziario globalizzato non ci sono mari o porti “sicuri” e tutto è Oceano periglioso.

Che il popolo abbia avvertito lo sforzo di Syriza di proteggerlo lo dice il voto che è come dovrebbe essere e cioè con i più deboli che votano Syriza e Nuova Democrazia che prende i voti dei ricchi.

Naturalmente in Nuova Democrazia si ritrovano anche tutte le pulsioni di destra che infatti le altre destre sono quasi prosciugate. Ma solo una legge elettorale col trucco di maggioranza, ora cambiata dalla prossima volta (come è serio che sia e cioè non si faccia come in Italia dove un governo cambia le regole elettorali per sé), consente alla destra di prendere il comando.

A sinistra infatti c’è metà Grecia da Syriza, a chi l’ha lasciata come Varoufakis che entra in Parlamento, mentre non ce la fa la ex Presidente Zoe. E ci sta il Kke. Ed anche i socialisti che furono responsabili del disastro greco e la cui famiglia certo non si è distinta in Europa dai popolari.

Rabbia ed orgoglio chiamano la politica. Ci sono in Grecia una grande forza, Syriza, ed un leader, Tsipras, sconfitti ma non vinti. La loro lotta continua.

Cosa dobbiamo fare tutti noi?

Si è detto che Syriza è stata lasciata sola. Per chi, come noi del Partito della Sinistra Europea, l’abbiamo sostenuta, la questione è prendere atto veramente che la lotta per la liberazione dell’Europa richiede per forza che il fronte sia quello europeo.

A 27 anni da Maastricht è ormai evidente che per loro, per il capitalismo globale finanziarizzato, l’Europa è questa, quella reale. Quella in cui non si è cittadini di una Costituzione ma sudditi di un Trattato. Un esperimento verso un Mondo di Trattati e sudditi.

Dal capitalismo globale finanziarizzato non si esce per fuga ma ci si può solo liberare con la lotta.

Di questa lotta di liberazione europea e di una Sinistra Europea che trovi in essa la sua ragione d’esistenza abbiamo bisogno. Adesso.

*

Articolo del nostro collaboratore Roberto Musacchio pubblicato su Transform! Italia

Grandi navi, piccola Venezia

Un fermo immagine tratto da un video di Roberto Ferrucci su Youtube mostra la nave da crociera 'Costa Deliziosa', sulla riva Sette Martiri a Venezia, 7 luglio 2019. ANSA/per gentile concessione di Roberto Ferrucci /Youtube EDITORIAL USE ONLY NO SALES

Le immagini della “Deliziosa” che punta pericolosamente verso la riva dei Sette Martiri l’abbiamo vista tutti, praticamente in diretta, ripresa dai cellulari dei presenti. Abbiamo sentito le urla, abbiamo visto la tempesta, abbiamo assistito allo sgomento di un mostro nel cuore della città.

Un mese fa è successo con la “Opera” messa fuori uso da un black out. 251 metri di nave fuori controllo.

Poi c’è stata quella nave lunga quanto il Titanic che sulla banchina di San Basilio ha trascinato con se una lancia 110 metri volata via in un soffio, con la gente che scappava.

Eppure la storia delle Grandi Navi che ogni giorno calpestano la piccola Venezia se dovesse avere un inizio sarebbe il 12 maggio del 2004 quando la Mona Lisa si incagliò davanti a San Marco, nel cuore della città. E dal 2004 a oggi sono 15 anni che si parla di Grandi Navi e non si fa nulla. Qualcuno dice che finché non ci saranno vittime probabilmente continuerà così, qui da noi serve il sangue per prendere provvedimenti.

Sopra Venezia sono passati otto governi (due di Berlusconi), quattro sindaci, quattro giunte regionali (due con Galan, due con Zaia) e tutta una pletora di esperti da una parte e dall’altra ma Venezia continua a rimanere lì, solcata dalle Grandi Navi che in molti vedono “sicure” perché poi in fondo non è successo nulla di male, non si è fatto male nessuno.

E così la città invidiata da tutto il mondo continua a subire i litigi, le rassicurazioni, gli studi, i contro studi, le tesi (spesso in antitesi) e tutto il gorgo della politica che decide di non decidere da sempre. Ed è una storia tipicamente italiana di decisioni non prese e di pericolo che sta lì davanti agli occhi ma che tutti fingono di non vedere. Al massimo ci sarà da organizzare un lutto. E noi siamo fortissimi con i lutti.

A lezione di Costituzione in carcere

VIAGGIO IN ITALIA: LA CORTE COSTITUZIONALE NELLE CARCERI DIRETTO DA Fabio Cavalli Il film oltre ad andare in onda il prossimo 9 giugno in seconda serata all?interno dello Speciale TG1 | Rai 1, avr‡ anche una anteprima esclusiva mercoledÏ 5 giugno alle ore 20.30 presso l?Auditorium Parco della Musica /Sala Sinopoli, alla presenza del presidente della Repubblica . Resto a disposizione, Lucrezia

Sette giudici della Corte Costituzionale (Lattanzi, Cartabia, Amato, Coraggio, De Pretis, Sciarra, Viganò) hanno incontrato i detenuti di sette istituti penitenziari italiani: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni, Lecce sezione femminile, il carcere minorile di Nisida. Per la prima volta da quando è entrata in funzione nel 1956, la sentinella che vigila sulle mura della Costituzione ha deciso di entrare in carcere. «La Corte ha avvertito l’esigenza di uscire dal Palazzo della Consulta, di conoscere e allo stesso tempo di farsi conoscere, di incontrare persone e di mettersi in discussione», spiega il presidente Lattanzi nel docufilm Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri, prodotto da Rai Cinema e Clipper Media per la regia di Fabio Cavalli e trasmesso il 9 giugno su Rai Uno – pochi giorni prima era stato presentato in anteprima a Roma alla presenza del presidente Sergio Mattarella. Con questo docufilm il desiderio di saperne di più e il coraggio di dubitare delle proprie credenze in merito al carcere vengono trasferiti allo spettatore. Infatti, il carcere come non lo conosciamo è quel luogo nascosto da alte mura dove a fronte di una capienza regolamentare di 50.528 posti sono recluse 60.472 persone, dove nel 2018 si sono suicidati 64 detenuti, con una età media di 37 anni, e di cui 22 non condannati in via definitiva. È quel purgatorio giuridico dove in questo momento circa 10mila cittadini sono ancora in attesa del primo giudizio. Dietro a questi numeri, ci sono esseri umani, innocenti e colpevoli. Ma le loro storie di errori e riscatti sono in un cono d’ombra. Grazie a questo docufilm è stata data loro luce attraverso il singolare dialogo con i giudici delle leggi, che hanno toccato con mano una realtà che fino ad ora avevano interpretato solo attraverso la Carta costituzionale. «Non è un film sul carcere – ci spiega il regista Fabio Cavalli – ma una grande occasione di scoprire il valore della Costituzione». Fabio Cavalli è attore, regista, autore, scenografo, produttore, docente universitario. Nel 2012 è stato l’autore della sceneggiatura di Cesare deve morire dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani (Orso d’oro alla 62esima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, candidato italiano agli Oscar 2012). Fondatore del Teatro libero di Rebibbia, dal 2003 ha realizzato una ventina di spettacoli con i detenuti-attori.

Fabio Cavalli, cosa rappresenta questo docufilm?
Una grande occasione per scoprire il valore della Costituzione, l’idea della forza positiva dello Stato democratico. Quello che il viaggio mi ha lasciato è la comprensione profonda, concreta, della Carta e di come essa incida sulle nostre vite: noi purtroppo, spesso, non apprezziamo quest’aspetto della legge fondamentale della Repubblica, che abbiamo ereditato dalle donne e dagli uomini dell’assemblea costituente. Questo intreccio fra carta e vita mi si è disvelato proprio accompagnando con le macchine da presa i giudici nelle prigioni.
Lei ha conosciuto il mondo del carcere oltre venti anni fa, come regista. Come sintetizzerebbe il sentimento che si prova quando si varcano i cancelli?
Ogni anno tengo un corso all’Università Roma Tre, dal titolo “Etica ed estetica del teatro in carcere”, e porto decine di studenti a fare tirocinio sul palcoscenico di Rebibbia, assieme ai detenuti-attori della mia compagnia. Pochi giorni fa, nella sua relazione finale, un’allieva ha scritto una frase che mi ha davvero sorpreso. La cito per intero: «Vi è una linea sottilissima che intercorre tra amore ed odio o tra questo ed umanità, e se per umanità intendiamo un sentimento il cui obiettivo è il benessere dell’altro, allora non c’è luogo più umano di un carcere e di chi per esso opera». Questa ragazza di vent’anni ha riassunto magistralmente il sentimento che si prova entrando in contatto col carcere e con tutte le sue dolorose contraddizioni: la prevalenza dell’umano, la sua infinita ricchezza.
Ciò che lei che mostrato in questo docufilm.
Ho provato a fare un film che raccontasse quello che ho visto: incontri di umanità, storie forti. Voglio sottolineare che questo non è un film sul carcere, ma un film sull’incontro tra due mondi, tra uno dei più bei palazzi d’Italia – quello della Consulta – e i luoghi più infimi della società, le celle di un carcere. È un film sulla necessità di incontrarsi, di conoscersi come appartenenti alla stessa società e coperti dallo stesso ombrello che si chiama Costituzione. Il carcere, il luogo in cui lo Stato esercita tutta la sua forza, ha entrambi i volti: il furore e la bellezza, “l’odio e l’umanità”. Ho voluto che l’umanità prendesse la forma bonaria di un vero e proprio Caronte, che accompagna i giudici e gli spettatori in questo viaggio quasi iniziatico verso l’abisso. È Sandro Pepe, agente di Polizia, di carnagione nera, nato in Africa, 140 kg di stazza, fermo e umano, come sempre dovrebbe essere il rappresentante di uno Stato democratico.
Avete avuto massima libertà per le riprese?
In uno Stato democratico, l’amministrazione penitenziaria autorizza a riprendere quasi ogni angolo dell’oscurità penitenziaria. Così è stato. Ho potuto filmare con la più ampia libertà, e nulla è stato nascosto agli occhi dei giudici della Corte.
Come si colloca questa opera in un contesto dove uno degli slogan preferiti di qualche politico e di molte persone è “marcire in galera”?
Mi occupo di carcere e arte da venti anni e non ho notato grandi cambiamenti nel sentimento di fondo dell’opinione pubblica verso la questione penitenziaria. La popolazione non ne vuol sentir parlare, crede che occorra buttare la chiave e disinteressarsi dei criminali. Cambiano ministri e governi ma la visione popolare rispetto alla devianza, quella è stata e quella rimane, per mancanza totale di autentica informazione. Questo aspetto mi preoccupa fino ad un certo punto, perché si può comunque tentare ogni giorno di attuare l’articolo 27 della Costituzione, nonostante il pregiudizio: il compito del carcere è quello di risocializzare il condannato, e non di perseguitarlo.
Ci può raccontare il suo incontro con il mondo penitenziario?
Inizia molto tempo fa come spettatore di Armando Punzo nel carcere di Volterra, nel 1999. Ho incontrato quella realtà che poi è diventata parte di me quando per caso un amico mi ha chiesto di entrare a Rebibbia in un nuovo complesso dove un gruppo di detenuti dell’alta sicurezza aveva voglia di fare teatro ma aveva difficoltà artistiche e organizzative. Quando sono arrivato, nel 2003 – direttore era Carmelo Cantone, un amico – ricordo che potevamo provare lo spettacolo per qualche ora a settimana, in una stanzetta, in 25 persone. Riuscimmo nel miracolo di debuttare con Napoli milionaria, di Eduardo. A quel tempo il palcoscenico di Rebibbia era più piccolo della metà. Oggi Rebibbia, con i suoi 340 posti, è una delle principali sale di Roma per affluenza di pubblico esterno. È dotata delle più aggiornate tecnologie di trasmissione per il live streaming in fibra ottica. Allestiamo spettacoli ed eventi e li riprendiamo in diretta per trasmetterli sul web e nei teatri italiani. O nelle carceri, come è accaduto per la partenza del Viaggio della Corte, il 5 ottobre dell’anno scorso. Erano collegati 120 carceri e migliaia di detenuti.
Dal 2003 presso il Teatro libero di Rebibbia sono stati prodotti 40 spettacoli con oltre 300 alzate di sipario con un’affluenza di pubblico di oltre 60mila spettatori. Come descriverebbe il binomio teatro e carcere?
Il teatro, come luogo dell’arte, è una zona franca. Si dice che solo il lavoro restituisca il recluso alla società, ma non è vero. L’arte lo fa sicuramente, il lavoro forse. Su 550 detenuti che ho incontrato dal 2003 a Rebibbia il tasso di recidiva è bassissimo: il 10 per cento contro il 67 della media nazionale. Provo a gridare ai quattro venti questo fatto, a raccontarlo in giro, ma pochi capiscono veramente questo concetto. È perché gli artisti non hanno voglia di far politica. L’arte ha una grande capacità di liberazione dal dolore. Imparare a memoria le parole altissime dei poeti – Dante, Shakespeare – e comprenderle e interpretarle nella recitazione, spalanca l’immaginazione. Noi siamo natura e cultura, le nostre esperienze ci trasformano, e in questo l’arte ha un ruolo fondamentale. L’esperienza teatrale costruisce nuovi sentieri, rispetto a quelli obbligati dal regime penitenziario. Certo, interpretare un personaggio è difficile, faticoso.
Ci sono le regole ferree del teatro o del cinema da rispettare, è obbligatorio il gioco di squadra. Sul palco non si può sbagliare. Ma questo ostacolo, che l’arte mette di traverso all’abitudine del carcere, si supera: con l’applauso del pubblico. Che ripaga di ogni fatica e ci fa scoprire parti sconosciute di noi. Una detenuta di Rebibbia femminile sostiene in un’intervista nel film che nulla produce adrenalina come compiere azioni criminali. Lo dice perché non ha mai fatto teatro. I miei attori, dietro le quinte, alla prima dello spettacolo, mi confessano che la paura che provavano prima di una rapina in banca è meno forte di quella che provano entrando in scena.

L’articolo di Valentina Stella è stato pubblicato nel numero di Left del 28 giugno


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Patrimonio artistico, la svolta Bonisoli non c’è

Trieste, Italy - May 18, 2013: Miramare Castle (Castello di Miramare) photographed through a treetop in nice and sunny day.

In questi giorni, agenzie, giornali, social, sono pieni di articoli a commento della riorganizzazione varata dal Consiglio dei ministri, contenuta nel Dpcm del ministro Alberto Bonisoli, secondo il nuovo assetto che lo stesso ha voluto presentare in più incontri alle associazioni e alle parti sociali e che, nella stesura definita, ha riservato qualche sorpresa.

Sulle pagine di questa rivista sono stati ospitati alcuni articoli sulla riforma Franceschini, anche nella circostanza di un incontro pubblico promosso dalla Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, il 5 marzo a Roma (v. Left del 1 marzo e del 15 marzo 2019 ndr). È doveroso quindi fornire qualche informazione almeno su qualcuno dei punti delle due riforme che ora si intrecciano.

Si assiste a una mobilitazione, con appelli e petizioni per “scongiurare” l’abolizione, prevista dal Dpcm, dell’autonomia per alcuni degli istituti, in particolare la Galleria dell’Accademia di Firenze (che conserva, tra le altre opere il David di Michelangelo), il castello di Miramare di Trieste, il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, il Museo delle Civiltà all’Eur, il Parco archeologico dell’Appia Antica (per il quale è stato da poco selezionato il nuovo direttore). Qualcuno di questi istituti si è…

 

Rita Paris, archeologa, già direttore del Parco archeologico dell’Appia antica di Roma, è presidente dell’associazione Bianchi Bandinelli.

L’articolo di Rita Paris prosegue su Left del 5 luglio 2019 


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Panem e Ong

Italian Deputy Premier and Interior Minister, Matteo Salvini (L), attends the Raiuno Italian program 'Porta a porta' conducted by Italian journalist Bruno Vespa in Rome, Italy, 26 June 2019. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Quando vi stancherete di seguire il ministro dell’interno sul trucco oppiaceo delle Ong magari potremmo tutti insieme discutere di come in Italia si continui a sbarcare (molto di più delle navi che avete visto in televisione e su cui si sta giocando tutta la propaganda recente).

E magari discuteremo anche del fatto che gli sbarchi fantasma (di cui a Salvini non interessa parlare per non mostrarsi per il Capitan Colabrodo che è) portano gente di cui non si conoscono le generalità, che viene sbarcata sulle coste senza nessun controllo e che non rientra nemmeno nelle statistiche del ministero, sempre così attento a fingere di avere diminuito gli sbarchi.

Discuteremo del fatto che solo nella giornata del 7 giugno, solo per fare un esempio, siano sbarcate 147 persone, che sono più di tutte quelle su cui Salvini ha fatto tutto questo gran fracasso per stonarci le orecchie e nascondere i numeri. 1.218 solo nel mese di giugno, nonostante non se ne parli se non di quelli che fanno comodo per creare clamore.

E magari ci renderemo conto che sugli sbarchi che non avvengono con navi della Marina militare o con Ong il rischio di un mancato controllo è estremamente più alto e potenzialmente più pericoloso.

Così tutti insieme, a destra e a sinistra, ci renderemo conto una volta per tutte che le persone trasportate dalle Ong sono un numero infinitamente basso rispetto al totale, qualcosa che non incide sul fenomeno nel suo complesso e che siamo caduti nella trappola di chi indica il dito piuttosto che guardare la luna.

Ma per fare una cosa del genere, per praticare un po’ di onestà intellettuale, bisognerebbe riconoscere che le prove di forza del governo siano solo una pagliacciata per criminalizzare chi salva vite lasciando perdere il lauto traffico che invece continua a riempire le tasche dei trafficanti, quelli veri, quelli vicinissimi alle milizie libiche che l’Italia continua a leccare da anni (Minniti in testa e per primo) senza rendersi conto di ingrassare il proprio nemico.

E forse si potrebbe, anche con idee diverse, tornare a fare politica sul serio, discutendo del fenomeno nel suo complesso (e delle colpe dell’Europa) senza scendere nel tifo sfegatato tra fazioni. Il problema è che poi però anche le soluzioni dovrebbero essere credibili mica per uno sbarco utile per twittare ma per un continente che abbiamo depredato e che lasciamo marcire dalle guerre.

Buon martedì.

 

Iran, Usa, Europa: a chi giova il braccio di ferro sul nucleare?

epa07687229 (FILE) - A handout file picture made available by the presidential office shows Iranian President Hassan Rouhani (R) and the head of Iran nuclear technology organization Ali Akbar Salehi inspecting nuclear technology on the occasion of Iran National Nuclear Technology Day in Tehran, Iran, 09 April 2019 (reissued 01 July 2019). According to Iranian media on 01 July 2019, Iran has passed the limit on its stockpile of low-enriched uranium by exceeding of 300kg set in a landmark 2015 nuclear deal made with world powers. The International Atomic Energy Agency (IAEA) said it will file a report. EPA/IRANIAN PRESIDENCY OFFICE HANDOU HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES *** Local Caption *** 55176103

L’Iran ha cominciato ad arricchire l’uranio a un livello vietato dall’accordo sul programma nucleare (JPCOA) firmato nel 2015 da Zarif, attuale ministro degli esteri di Teheran, con il 5+1 (Usa, Ue, Francia, Germania, Cina e Regno Unito). Soffocato dalle sanzioni economiche nordamericane, il regime degli ayatollah dà infine seguito alla minaccia a sua volta seguita all’ultimatum ai Paesi europei firmatari dell’accordo. «Tra poche ore» l’Iran riprenderà l’arricchimento dell’uranio «al di sopra del 3,67%», ha spiegato ai giornalisti Behrouz Kamalvandi, portavoce dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, non dando, tuttavia, indicazioni riguardo il livello effettivo a cui il Paese sta pianificando di arricchire l’uranio 235.

Sabato scorso, Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei, aveva affermato che fosse necessario per il Paese un arricchimento fino al 5%, per il rifornimento del reattore nucleare di Bushehr – quello di Teheran richiederebbe un arricchimento del 20%. Molti sono stati i commenti dei capi di Stato esteri nei confronti della dichiarazione: un «passo molto, molto pericoloso», secondo il premier israeliano Netanyahu, che ha chiesto ai Paesi europei firmatari di «ripristinare le sanzioni»; l’Unione Europea si è detta «estremamente preoccupata» dell’annuncio e lancia un appello a Teheran a «fermarsi e fare marcia indietro su tutte le attività che non sono in linea con gli impegni» presi nel JPCOA, ha sottolineato Maja Kocijancic – portavoce del Servizio europeo di azione esterna diretto dalla Mogherini.

L’Iran ha, inoltre, minacciato di cancellare nei prossimi 60 giorni altri obblighi, senza specificare quali, a meno che non sia trovata una soluzione con i partner europei. Lo stesso Zarif, su twitter, ne ha auspicato l’intervento: «Tocca a voi», per eliminare le sanzioni economiche americane imposte nell’agosto 2018 che hanno causato la fuga delle aziende straniere e affossato l’economia del Paese. L’Aiea, l’agenzia internazionale per l’energia atomica, incaricata di verificare che l’Iran stia rispettando gli impegni di Vienna, ha dichiarato di aver preso atto dell’annuncio: un rapporto degli ispettori stranieri è atteso a brevissimo, forse già da domani. Su richiesta degli Stati Uniti, l’agenzia ha anche annunciato che si terrà una riunione straordinaria il 10 luglio per fare il punto sugli annunci iraniani.

La tensione nel Golfo Persico era, comunque, già aumentata a fine maggio, come riportato da Roberto Prinzi su Left del 31 maggio 2019. «Gli Stati Uniti hanno ammassato imponenti forze militari nelle basi e postazioni americane sparse nelle ricche petromonarchie arabe. (…) La militarizzazione dell’area era programmata da tempo ma, come ha precisato il Consigliere della sicurezza nazionale Usa John Bolton, è stata accelerata dalle “informazioni” fornite da alcune fonti israeliane su un “imminente attacco iraniano” contro target americani nel Golfo», scriveva Prinzi. Anche in quel momento, l’Iran aveva chiesto «alla comunità internazionale “passi concreti per la pace” attraverso la normalizzazione delle relazioni economiche tra Bruxelles e Teheran pesantemente colpite dal ripristino delle sanzioni Usa». Solo pochi giorni dopo, il 13 giugno, due petroliere erano andate misteriosamente a fuoco nel Golfo Persico. Subito il segretario di Stato Usa Mike Pompeo aveva accusato l’Iran per l’attacco, nonostante le cause non fossero ancora note: « Sono loro i responsabili, per colpire gli alleati degli Stati Uniti. Gli spudorati attacchi nel Golfo di Oman fanno parte di una campagna dell’Iran per aumentare le tensioni e creare sempre più instabilità nella regione. La risposta sarà economica e diplomatica». L’Iran dal canto suo aveva negato ogni responsabilità, respingendo e condannando le affermazioni degli Usa. «La guerra economica degli Stati Uniti e il terrorismo contro il popolo iraniano, nonché la loro massiccia presenza militare nella regione  sono stati e continuano ad essere le principali fonti di insicurezza e instabilità nel Golfo Persico».

Il legittimo impedito

Matteo Salvini, vice premier e ministro dell'Interno, mentre lascia Palazzo Chigi al termine del vertice di Governo sul negoziato con lUE sui conti, Roma, 19 giugno 2019. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Se ne parla poco e si legge poco in giro ma il ministro dell’interno Matteo Salvini è sotto processo a Torino per alcune dichiarazioni ritenute offensive che ha pronunciato il 14 febbraio 2016 a un congresso della Lega in quel di Collegno quando, con il suo solito garbo, ha reagito all’inchiesta sulle spese pazze dei consiglieri regionali in Liguria (in cui i leghisti figurano ovviamente in prima linea per essersi intascati indebitamente soldi pubblici) e ha dichiarato: «Qualcuno usa gli stronzi che male amministrano la giustizia, difenderò qualunque leghista indagato da quella schifezza che si chiama magistratura italiana che è un cancro da estirpare».

“Cancro da estirpare” e “schifezza” alla magistratura sono offese che nemmeno il fuoriclasse Berlusconi riusciva a pronunciare con tanta scioltezza: Salvini, si sa, ha imparato il peggio dal suo Maestro e ora lo mette in pratica travestendolo di cambiamento.

Il processo (da cui non può scappare non godendo dello scudo che ha invece usato per scappare dal processo per sequestro di persona) avrebbe dovuto iniziare proprio in questi giorni a Torino ma la sua avvocata Claudia Eccher ha fatto valere per ben due volte il legittimo impedimento che proprio Berlusconi inventò per poter darsela a gambe dalle aule dei tribunali che lo inseguivano.

Oltre ai due legittimi impedimenti messi sul tavolo da Salvini forse sarebbe anche il caso di sottolineare che per fare partire il processo la Procura di Torino ha dovuto sollecitare il Ministero alla Giustizia per ben quattro volte (che sbadati, eh?) prima di ottenere il via libera.

Salvini ha fatto sapere di voler essere presente al processo (sì, certo, come no) ma ora se ne parla per novembre. L’uomo che vorrebbe assomigliare al popolo è rinchiuso nella sua roccaforte privilegiata, ovviamente. E fa ridere che per difendersi abbia addirittura assoldato un professorone per spiegare il senso delle sue parole. Sentite la sua linea difensiva: “Con il tempo – ha detto l’avvocato Eccher – il linguaggio cambia e ci sono espressioni che perdono la loro carica di offensività. Vorrei anche ricordare che frasi assai più pesanti indirizzate a Salvini sono state considerate accettabili, o veicolate nell’alveo della critica politica, anche in sede giudiziaria”.

Eh, già.

Buon lunedì.

Olimpiadi infernali

Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia durante il suo intervento all'assemblea dei Comitati olimpici mondiali per presentare e sostenere la candidatura di Milano e Cortina a ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, Tokyo 28 novembre 2018. ANSA /UFFICIO STAMPA GIUNTA REGIONALE DEL VENETO

Il 6 febbraio 2026, segnatelo sull’agenda, sarà un venerdì ma, con buona pace dei Friday for future, tra Milano e Cortina verranno inaugurate le Olimpiadi invernali. Per quasi sette anni vivremo immersi nell’intreccio tra poetiche scioviniste e senso per gli affari di una grosse koalition nordista a cinque stelle, nel senso olimpico, che vede già protagonisti il sindaco Giuseppe Sala e il governatore Luca Zaia, a capo di una carovana Pd-Lega su cui vorrebbero saltare tutti, dal sindacato alla Regione Piemonte, dalle madamine alle categorie produttive comprese le imprese in odor di ’ndrangheta che “giù al Nord” già sguazzano da tempo. E i Cinquestelle, nel senso di Casaleggio stavolta, arrancano colpevoli di non aver voluto i giochi a Roma. La carovana Pd-Lega punta a incassare il massimo, Tav compresa, da questo “stato d’eccezione”. «È ciò che Giorgio Agamben, sulla scia di Carl Schmitt, definisce il contrario dello Stato di diritto – spiega a Left Andrea Natella, sociologo, esperto di guerrilla marketing – una situazione in cui il diritto, anche quello alla sicurezza del lavoro o alla trasparenza degli appalti, è sospeso in nome dell’emergenza». Olimpiadi, Expo, G8, G7, G20, mondiali di calcio. «L’eccezione del grande evento non è che un esperimento sociale perché quella sospensione del diritto diventi normale», aggiunge Luca Massidda, ricercatore di Sociologia dei fenomeni politici all’Università della Tuscia, ricordando l’accordo sindacale per il lavoro gratuito all’Expo2015.
Rispuntano volti dalle stagioni oscure di Italia 90 come quelli di Carraro e Montezemolo e mentre inizia il toto-nomi, dalle ore successive alla “vittoria”, gli altoparlanti del metrò milanese scandiscono il mantra: «Preparati a scendere in pista!». L’entusiasmo di Sala per Greta Thunberg è stato solo una parentesi verde fra l’Expo e le Olimpiadi. E, come per i mondiali di sci alpino del 2021, l’Italia “vince” grazie alle rinunce di candidature forti dopo referendum democratici che alle popolazioni alpine non è stato concesso di svolgere. «A Calgary, in Canada, il no ha stravinto con lo slogan “3 anni di festa 30 anni di debito”, perché loro i giochi li hanno già ospitati nel 1988», ricorda Rudi Ghedini, autore di Rivincite (Paginauno, 2018), una concatenazione di racconti all’incrocio fra sport, sto…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 5 luglio 2019


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Lo psichiatra Masini: Il bambino non è una tavoletta di cera

«Nei confronti della realtà umana del bambino c’è un pregiudizio culturale storico, vale a dire l’idea che sia una tavoletta di cera da plasmare. Spesso l’atteggiamento nei confronti dei bambini è questo. Anche da parte di persone che per professione sono sovente in rapporto con loro, per cui vengono indotti a dire determinate cose. E i bambini lo fanno perché hanno la naturale tendenza a fidarsi degli adulti, purtroppo». Si è molto parlato in questi giorni dell’operazione “Angeli e demoni” sui presunti affidamenti illeciti di bambini nella provincia di Reggio Emilia. Fermo restando la presunzione d’innocenza di tutte le persone coinvolte nelle indagini a vario titolo, abbiamo chiesto allo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini di spiegarci cosa può accadere quando uno specialista ritiene di essere in presenza di una vicenda di abusi o maltrattamenti di minori in famiglia. Riguardo il caso in questione il procuratore capo Marco Mescolini all’Ansa ha parlato di «lavaggio del cervello ai piccoli» per creare falsi ricordi (con lo scopo di toglierli ai loro genitori e affidarli ad altre famiglie). Plagio, insomma. Tuttavia, Mescolini ha anche doverosamente aggiunto che «non è il sistema dei servizi sociali sotto esame, ma le persone attinte dalla misura».

Professor Masini, come ci si dovrebbe rapportare a un bambino per cercare di capire se davvero ha subito un abuso dai suoi genitori?

È sempre difficile fare un “interrogatorio” o un colloquio con un bambino specie se si dà per scontato che qualcosa sia successo. Io spesso ho modo di riscontrare che il problema sia in questa mentalità per cui i bambini non sanno nulla ed è l’adulto che gli deve insegnare cosa dire. Al contrario, ci si deve sempre mettere in una reale situazione di ascolto, partecipe ed empatico nei loro confronti. Perché, come ampiamente dimostrato con la teoria della nascita di Fagioli, ogni bambino è portatore di una conoscenza, è dotato di una intelligenza e di una capacità di comprendere. Se manca questo approccio si inficia qualunque tipo di relazione. Da quella dell’assistente sociale a quella del magistrato o dello psicologo psicoterapeuta. Per evitare di mettere in bocca delle risposte preconfezionate c’è chi ha sottolineato l’importanza di fare delle domande indirette. Se c’è questo pregiudizio sulla realtà del bambino, anche le domande indirette purtroppo possono risolvere ben poco. Si deve riuscire a fare un pensiero, un’immagine di un bambino che è sapiente, che quindi sa le cose e te le può spiegare. A modo suo e nei termini suoi.

Per il minore, quali sono le conseguenze di un pregiudizio del genere?

Il bambino lo sente come vissuto emotivo ma non è in grado di opporsi alla “lesione”. Si tratta peraltro di un pregiudizio che non è nemmeno espresso e verbalizzato. Inoltre è diffuso nella nostra cultura e dunque lui lo ha già in parte vissuto nel rapporto con i genitori, in famiglia, a scuola. Questa immagine della tabula rasa su cui gli adulti devono scrivere è presentissima nella nostra cultura.

Come se ne esce?

Lo abbiamo accennato prima. Bisogna fare un cambio di paradigma culturale e scientifico e realizzare che il bambino pur avendo il suo modo di esprimersi ha sicuramente delle conoscenze molto esatte e profonde dei rapporti, di ciò che ha vissuto e di cosa è la vita. Senza questa conoscenza non si può immaginare né vedere il percorso di sviluppo che lui fa, imparando il linguaggio, imparando a muoversi nella società… Bisogna avere questa consapevolezza delle sue capacità, delle sue potenzialità e quindi mettersi in una dimensione di ascolto reale: “Cerco di capire cosa mi stai dicendo”. Questo vale per un medico, per un assistente sociale e per un genitore. Spesso invece l’adulto, tanto più se investito di un compito delicato come può essere quello dell’assistente sociale, dello psicologo terapeuta, del magistrato, quando si trova di fronte un minore ha già formulato un giudizio. Quindi poi rischia di adattarlo alla situazione del bambino, senza cercare di capire cosa stia realmente cercando di dire.

Il procuratore Mescolini dice che il sistema dei servizi sociali non è sotto esame. Lei cosa ne pensa?

Tante volte gli assistenti sociali salvano la vita a dei bambini che sono sottoposti a maltrattamenti, violenze o peggio. Purtroppo nella pratica clinica vedo che però alcuni compiono degli errori gravi.

Questo dipende dal pregiudizio di cui abbiamo parlato?

Può succedere che un disegno fatto da un bambino venga interpretato sulla base di una convinzione che l’operatore si è fatto senza dare l’attenzione necessaria al minore. E la relazione che presenta al magistrato viene redatta in modo tale che delle madri non pessime finiscono per perdere la genitorialità. E i loro figli vengono dati in affidamento. Essendo io uno psichiatra degli adulti di solito vengo chiamato per la perizia o la valutazione dei genitori. In alcuni casi sembrano brave persone, in altri invece era solo uno dei due quello con problemi (tossicodipendenza, etc), ma i figli sono stati lo stesso levati a tutti e due anche quando la madre cercava di tutelarli.

Non c’è modo di evitarlo?

Se l’assistente sociale scrive che ha il sospetto che il bambino stia soffrendo, il magistrato emette un decreto di allontanamento. Come abbiamo visto in questa vicenda di Reggio Emilia, il meccanismo di legge dell’affidamento provvisorio mette la decisione nelle mani degli assistenti sociali.

Sono formati per fare un’analisi psicologica?

Dipende. Gli assistenti sociali più anziani hanno un diploma equiparabile a quello di una maestra d’asilo, ora invece per accedere alla professione occorrono studi universitari. Il punto è che la nuova legge andrebbe risistemata, si sa che non funziona. È troppo sbilanciata, anche dal punto di vista degli assistenti sociali. Se accade qualcosa a un bambino che hanno visto reputando che non fosse in pericolo, tutta la responsabilità ricade su di loro pur non avendo competenze specifiche. Un cambiamento va fatto anche a tutela degli assistenti sociali, nel loro interesse. È vero che hanno un potere enorme ma dall’altra parte se succede qualcosa si devono assumere tutta la responsabilità.

Lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini è direttore della rivista scientifica “Il sogno della farfalla” e docente della scuola di psicoterapia dinamica Bios Psichè di Roma.

L’intervista di Federico Tulli ad Andrea Masini è stata pubblicata su Left del 5 luglio 2019


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