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È l’ignoranza il vero “potere forte”

La manifestazione degli studenti in piazza contro il governo, Roma, 12 ottobre 2018 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Ogni anno l’istituto di ricerca Ipsos MORI diffonde il suo Indice dell’ignoranza, una rilevazione statistica che valuta l’ignoranza (intesa nel senso letterale di mancata conoscenza) dei cittadini nei confronti della realtà nazionale che li circonda. Scritto così, ci scommetto, a qualcuno verrà in mente un profluvio di dati ritenuti barbosi e poco importanti. E invece no. Lì dentro c’è il momento in cui siamo, piaccia o non piaccia, e toccherà farci i conti, prima o poi.

Nel 2014, solo per fare un esempio, gli italiani erano convinti che nel loro Paese i disoccupati fossero il 49 per cento. Erano il 12. Che gli over 65 fossero il 48 per cento. Erano il 21. Che gli immigrati fossero il 30 per cento. Erano il 7. Che le ragazze madri fossero il 17 per cento. Erano lo 0,5. Dal 2014 ad oggi l’Italia svetta nella classifica dei Paesi ignoranti indisturbata, con qualche breve slancio di indignazione o di contrizione che dura per un paio di giorni negli editoriali nostrani per poi risopirsi placidamente.

Siamo tra i pochi Paesi al mondo, probabilmente l’unica nazione tra quelle sviluppate, che non considera il sapere come un traguardo: nel periodo di crisi economica l’Italia ha tagliato del 10% la spesa per la cultura di fronte a una media del 2% rispetto agli altri capitoli di spesa. Mentre in Giappone i maestri e i professori sono considerati i lavoratori fondamentali per il Paese da noi la parola professore (con tutte le sue varianti professorone professorino) è usata in senso dispregiativo. Sembra incredibile, vero?

Come dice chiaramente il Rapporto sulla Conoscenza 2018 dell’Istat siamo ultimi in Europa per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea: siamo l’unica nazione  in cui i laureati sono il meno del 20% della popolazione. Dietro alla Grecia e alla Romania. Sempre l’Istat ci dice che i laureati tra l’altro non trovano spazio nel nostro sistema produttivo: se vengono assunti spesso vengono demansionati. Siamo l’unico Paese in Europa che negli ultimi dieci anni ha visto decrescere i posti che richiedono alta specializzazione.

E se è vero che il  41,1% degli italiani tra i 15 e i 64 anni ha solo la licenza media e ha basse competenze in lettura e matematica è altresì vero che parliamo di un’enorme disparità tra Nord e Sud, tra centro e periferia. Non è questione di cultura: è questione di democrazia. Non è questione di scuola: è una questione tutta politica che ha a che fare con l’uguaglianza. Immaginate di mettere nella scuola i soldi buttati in manovre di propaganda. Cambierebbe tutto. Ma ci vorrebbe una classe dirigente capace di guardare oltre alla scadenza elettorale di qualche mese, ci vorrebbe gente dallo sguardo lungo, gente di cultura, appunto. E infatti si taglia ancora, la scuola.

Buon lunedì.

Uganda, chi ha paura del Paese senza frontiere

Ragazzo sud sudanese tra le capanne dell’insediamento. Foto di Giacomo Rota

Nello Stato subsahariano trovano riparo un milione e mezzo di rifugiati, principalmente del Sud Sudan. A tutti viene dato un pezzo di terra. In cambio, gli autoctoni ricevono il 30 per cento degli aiuti umanitari. Un modello che funziona, ma il taglio dei fondi dall’estero rischia di farlo naufragare.

Ora faccio io una domanda a voi: com’è stato possibile arrivare ad una simile violenza?». È quello che ci chiede Albert, un padre di famiglia sud sudanese arrivato da poco ad Omugo, estensione del Rhino Camp, uno degli insediamenti di rifugiati del distretto di Yumbe, nel nord-ovest dell’Uganda. Ha camminato per settimane senza una gamba e ora ci guarda quasi con rabbia. Non eravamo pronti a una simile domanda e non….

Il reportage di Francesca Giani prosegue su Left in edicola dal 2 novembre 2018


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Donne e bambini sud sudanesi a Bidi Bidi (West Nile), uno degli insediamenti profughi più grandi al mondo.
Foto di Giacomo Rota

Ragazzo sud sudanese tra le capanne dell’insediamento.
Foto di Giacomo Rota

Approvigionamento di legna e acqua a Bidi Bidi: nel campo più di un quinto del fabbisogno idrico è erogato tramite camion cisterna.
Foto di Giacomo Rota

La sala di registrazione di Radio Pacis (Arua): due speaker in diretta durante il notiziario del mattino. L’emittente trasmette in oltre cinque lingue ed è sentita anche in Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo.
Foto di Giacomo Rota

Foto di Giacomo Rota

Foto di Giacomo Rota

L’immaginazione in scena con Camus

Il 7 novembre esce per Bompiani la ristampa di Tutto il Teatro di Camus. Quattro opere (Il malinteso, Caligola, I giusti, Lo stato d’assedio) per chiunque voglia approfondire lo studio dell’autore che fin da Lo straniero ha dotato la letteratura francese di un punto di vista profondamente originale. Nel momento storico in cui viviamo, andare alla scoperta delle opere teatrali dell’autore francese d’Algeria può essere un viaggio affascinante. Nato in Algeria nel 1913, Albert Camus fu un figlio della Francia coloniale, crebbe cioè nei quartieri popolari di Algeri ma studiando e pensando in francese, riconoscendosi quindi, inizialmente, nella cultura del Paese d’origine del padre, morto in trincea quando Camus aveva solo un anno. Poi per tutta la vita, in Francia, quando fu partigiano durante la seconda guerra mondiale, anche nel difficilissimo momento della guerra per l’indipendenza dell’Algeria, Camus rimase molto legato all’Africa e al mar Mediterraneo, conservando in sé una sorta di coesistenza tra le due culture d’appartenenza… che forse furono tre, dato che la madre e la nonna, che vivevano con lui ad Algeri, erano di origine spagnola.
Riuscì a mantenere, o a ritrovare, una distanza prolifica dalla cultura francese che gli permise poi di intravedere e denunciare i limiti e la pericolosità del pensiero esistenzialista proprio per le sue radici multiculturali? La ricerca è aperta…

L’articolo di Catherine Penn e Ludovica Valeri prosegue su Left in edicola dal 2 novembre 2018


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#Indivisibili: il 10 novembre a Roma contro il razzismo, il governo e il decreto Salvini

Il Decreto su immigrazione e sicurezza, che ha ottenuto il via libera dal Consiglio dei ministri e la firma del presidente Mattarella, è un attacco senza precedenti ai diritti di tutti, a partire dalle politiche razziste e di esclusione sociale che mettono persone migranti, senza-casa, organizzazioni solidali, esperienze di accoglienza e inclusione innovative come Riace, nonché le lotte sociali, al centro del mirino. Con il decreto, già in vigore dal 5 ottobre e che attende l’iter parlamentare della conversione in legge per avere tutta la sua forza applicativa, ci troviamo di fronte ad un “salto di qualità” dell’ideologia salviniana che invade tutto il governo. Non ci preme qui analizzare ogni singola misura del provvedimento e gli elementi di probabile incostituzionalità o evidenziare per l’ennesima volta il “Salvini pensiero”, che accosta in continuità con il passato il termine “sicurezza” a quello di “immigrazione”. La gravità di quanto sta accadendo e la portata dell’aggressione messa in campo contro diritti e libertà fondamentali ha reso urgente e necessario promuovere un percorso di iniziative per manifestare con ogni forma possibile il rifiuto e l’opposizione più radicale contro il decreto e le politiche governative di cui è il prodotto.

Un passo indietro. Il 23 settembre a Milano e a Roma si sono svolte due assemblee autonome nella convocazione e nella forma che hanno poi deciso di intersecare i propri percorsi e convergere in un’unica assemblea organizzata a Roma il 14 di ottobre. Da una parte, la volontà di dare continuità, nelle forme e nei metodi, alle importanti mobilitazioni di questa estate di Ventimiglia e Catania, riprendendo quello spirito e quel metodo di intersezione tra istanze e soggettività che ha generato il corteo di Macerata a febbraio, in risposta alla tentata strage del leghista Traini. Dall’altra, un appello a costruire un fronte solidale antirazzista contro il governo e il razzismo dilagante. In mezzo, in questo lasso di tempo, l’approvazione del Decreto Salvini.

Ed è proprio a partire da questa ineludibile necessità e dalla consapevolezza che si può scegliere di non avere paura, nella convinzione che ogni battaglia combattuta è comunque una battaglia vinta contro il silenzio, la rassegnazione, l’arroganza di Salvini e dei suoi soci di governo, che l’assemblea del 14 ottobre ha fatto emergere l’urgenza di una presa di parola collettiva convocando una manifestazione nazionale a Roma per il 10 novembre.

A sancire l’importanza dell’unità e della solidarietà l’hashtag scelto è #indivisibili, la traduzione in italiano di Unteilbar, la parola chiave usata a Berlino lo scorso 13 ottobre, con l’auspicio che anche a Roma si riversino nelle strade una marea di persone come è avvenuto nella capitale tedesca. Perché è bene ricordare che l’Europa non è attraversata solo dal vento nero del nazionalismo.

In pochi giorni, al 28 ottobre, sono diventate già 220 le realtà nazionali e locali che hanno deciso di aderire. Le città dove si stanno organizzando i pullman per raggiungere Roma sono quasi cinquanta ( il 4 novembre sono già 350  e sono previsti  pullman per Roma da 52 città ndr). Ci saranno partecipazioni da Lodi e da Riace, due luoghi che in questo preciso momento esemplificano al meglio qual è la cifra dello scontro in atto, e quanto la solidarietà e la mobilitazione possono fare argine alla barbarie. È attivo anche un crowdfunding per sostenere le spese di coloro che non possono permettersi il viaggio, ma che vorrebbero esserci. La lista delle adesioni è rigorosamente in ordine alfabetico a dimostrazione che non esistono proprio più le “grosse” organizzazioni che mettono tutte le altre in fila. è solo ripartendo dai movimenti, da chi sta “in basso”, e dalla molteplicità delle esperienze di lotta, solidarietà, mutualismo e cooperazione sociale che avvengono nei diversi territori, che si può immaginare di ricostruire momenti e linguaggi comuni a livello nazionale.

E il 10 novembre è un fondamentale passo a cui nessuno dovrebbe mancare.

*

Stefano Bleggi è un attivista del progetto Melting pot Europa

L’articolo di Stefano Bleggi è tratto da Left in edicola dal2 novembre 2018


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Da mondiale a locale, la guerra che non finisce mai

Cambiano le armi, le modalità di uccidere, la tipologia e la quantità delle vittime, ma in un secolo di storia sembra di non aver appreso nulla dalla lezione della cosiddetta Grande guerra, di aver unicamente sofisticato ed esteso gli spazi in cui si combatte. Oggi una Unione europea che continua ad imporre vincoli e torsioni basate solo sul neoliberismo come religione, trova, non solo in Italia, forme di opposizione e di resistenza che si collocano a destra. Non si difende una giustizia sociale che anzi si continua a negare e neanche la possibilità di elaborare strategie di crescita in grado di salvaguardare una intera collettività. Ci si rifà alla “nazione” da difendere, un concetto onnicomprensivo, come spesso abbiamo purtroppo ripetuto, in cui il “noi” e “gli altri” sono definiti da confini statuali, spesso anche artificiali, da identità costruite alla bisogna, fondate sulla lingua, sulla presunta omogeneità religiosa, culturale, quasi etica. Tornano in voga, come 100 anni fa, messaggi protezionistici, in economia, e di chiamata all’isolamento nella vita quotidiana, tanto che parole come “sovranismo” insieme a quelle di “patria”, “razza”, “orientamento sessuale” diventano l’impianto ideologico di dominio riconosciuto.

Eppure nei cento anni trascorsi dalla fine del primo conflitto esteso in Europa dell’era moderna, che abbiamo ormai comunemente definito “mondiale” molte cose sono cambiate. Ieri si confrontavano eserciti nelle trincee e a cadere erano soprattutto i combattenti. Già nella seconda guerra mondiale, l’utilizzo dei bombardieri portò la morte indiscriminata fra i civili, come a Dresda, Coventry, gli assalti armati si riversarono sulle città distruggendole, dall’allora Stalingrado a Berlino, Amburgo fino al terrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Ed è stato in nome della “nazione”, di un presunto “spazio vitale” come delle “legittime pretese” di una Italia raccontata dal regime fascista come “grande proletaria”, che si sono compiute invasioni, occupazioni coloniali, che sono state promulgate le leggi razziali, fino alle sistematiche logiche che hanno portato ai campi di sterminio.

E le guerre di ora? Il conflitto non si è mai interrotto. Oggi si combatte soprattutto in…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 2 novembre 2018


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LeU e PaP, nulla è più come prima. Scenari a sinistra, aspettando De Magistris

«Non vi sono le condizioni per proseguire l’impegno politico diretto del nostro partito in quello che si ostinano a chiamare Potere al popolo». «Non abbiamo quindi alcun bisogno di un Congresso in cui tentare sintesi impossibili fra posizioni che l’esperienza degli ultimi mesi ha evidenziato come troppo divergenti».

La prima frase è uno stralcio del documento approvato dal Cpn di Rifondazione comunista, quella successiva è stata prelevata dal documento licenziato dall’assemblea nazionale di Sinistra Italiana.

Lo scorso fine settimana, dunque, ha registrato ufficialmente la fine delle due coalizioni con cui la sinistra radicale era andata alle politiche di marzo. PaP e LeU non ci sono più o, comunque, non sono più la stessa cosa. Che succederà? Ci sono due opzioni. La prima: la querelle fra gli ex partner di PaP potrebbe essere destinata a proseguire. La seconda: non più in competizione per la direzione di quello che è diventato PaP, ormai uno dei diversi soggetti in campo – per le varie anime della sinistra alternativa potrebbe aprirsi, invece, una nuova fase con margini di manovra non solo nella costruzione del conflitto contro il governo ma anche nei territori che per primi sperimentano l’inconsistenza dell’interlocuzione con il M5S sulle grandi opere: dalla Puglia del Tap, al Piemonte del Tav, dalla Sicilia del Muos alla Liguria straziata dal crollo di Ponte Morandi, frutto avvelenato della stagione delle privatizzazioni. Un primo importante passaggio quello del 10 novembre quando scenderà in piazza a Roma l’ampio settore sociale che da mesi dà segnali di irrequietezza e di attivismo di fronte alle politiche autoritarie, razziste e socialmente inique del governo giallo-verde, dove verde sta per il colore della Lega non certo quello dell’ambientalismo politico del tutto marginale nella parte sud dell’Europa. I segnali sono nelle mobilitazioni antirazziste di queste settimane contro il decreto Salvini su sicurezza e immigrazione, contro la circolare sugli sgomberi dello stesso vicepremier e anche in processi spontanei come quello in solidarietà con la famiglia Cucchi e contro gli abusi in divisa.

«Le condizioni ci sono», spiega a Left Maurizio Acerbo, segretario del Prc, pensando soprattutto a quel coinvolgimento diretto di Luigi De Magistris nella costruzione di una lista popolare e antiliberista con tutte le forze alternative sia al governo italiano sia alla Commissione europea. D’altra parte l’esperienza napoletana è stata capace di governare senza il Pd ed è un riferimento che anche l’assemblea nazionale di PaP, a fine maggio proprio a Napoli, aveva raccolto. Da parte sua, il sindaco partenopeo sta proseguendo gli incontri con i suoi interlocutori e potrebbe sciogliere la riserva già i primi giorni della prossima settimana dopo un passaggio nell’assemblea degli iscritti di DemA.

Sia il Prc quanto Sinistra Italiana, erede a sua volta della scissione del 2008 da Rifondazione, si ritrovano dunque su una posizione comune – né con il governo, né col partito dello spread, di fronte allo scontro fra Palazzo Chigi e Commissione Europea – anche sulla necessità, «in Italia e in Europa di costruire un terzo spazio, alternativo alla coppia dell’austerità PPE-PSE e alle destre nazionaliste, in cui possano confluire tutte le forze di sinistra, civiche, ambientaliste che vogliano battersi per un mondo più giusto e solidale – si legge nel documento approvato dal “parlamentino” di Sinistra Italiana – crediamo che questo processo possa trovare un primo momento di confronto politico nelle prossime elezioni europee e che si debba quindi da subito lavorare per renderlo possibile, aprendo un’interlocuzione con chi, come il sindaco De Magistris, ha avanzato pubblicamente una proposta simile». «Pensiamo che la collocazione naturale di questa coalizione – si legge ancora – sia quella delle sinistre europee e del Gue (mentre Mdp resterebbe ancorato alla casa madre del Pse), ovvero il gruppo che, pur fra mille contraddizioni, si è battuto in questi anni con coerenza contro l’austerità e il neoliberismo».

«Non vi sono solo occasioni di conflitto diffuse – dice anche il documento votato dal Cpn di Rifondazione – esiste l’emergere di movimenti anche nuovi con cui dialogare (si pensi alle iniziative e mobilitazioni messe in atto dagli studenti e dalle donne). Esistono non solo organizzazioni politiche ma anche e soprattutto reti, associazioni, movimenti, organizzazioni di massa come l’Anpi, l’Arci e la Cgil, la pluralità dei sindacati di base. Vi sono una pluralità di luoghi e di soggettività con cui bisogna sviluppare interlocuzione, rapporto, confronto, e verificare possibilità di mobilitazioni e iniziative».

Da parte sua, Sinistra italiana punta a coagulare altri pezzi di LeU recalcitranti all’idea di un ennesima riedizione del centrosinistra, l’area del presidente Grasso, alcune assemblee locali e nomi come quello di Francesco Laforgia. Rifondazione, con un’assemblea nazionale all’indomani del corteo del 10 novembre, proverà a materializzare alcune energie politiche sulla linea del progetto originario di PaP «per rilanciare un percorso di confronto e attivazione di chi non ha condiviso la deriva di Potere al Popolo».

L’orizzonte è quello «di costruire uno schieramento della sinistra popolare, civica, di classe, antiliberista, anticapitalista, ambientalista, femminista, civica, autonomo e alternativo rispetto al Pd responsabile, con le sue politiche, dell’avanzamento delle destre nel nostro paese. In questo schieramento e in questa lista unitaria pensiamo che possano e debbano ritrovarsi formazioni politiche come Potere al popolo, DemA, Diem, L’Altra Europa, le “Città in comune”, Pci, Sinistra Anticapitalista, e tutte le soggettività politiche, sociali, culturali e sindacali che sentono l’urgenza di costruire un’alternativa al governo Lega-M5S e agli altri poli esistenti e ad una prospettiva comune sul piano europeo ed anche nazionale», si legge nelle carte approvate dal Cpn che giudicano «positive le posizioni assunte da Sinistra Italiana sulla collocazione nel Gue e nella Sinistra Europea».

Lucania, il gusto amaro del petrolio

ENI ESTRAZIONE GAS PETROLIO OPERAIO INDUSTRIA PETROLCHIMICA

Parlare ancora di petrolio, oggi, dovrebbe risultare anacronistico. Ci si sarebbe aspettato che il falso mito di ricchezza e benessere diffuso che l’oro nero porta con sé avesse finalmente fatto largo ad altre forme di energia. Quelle alternative, rinnovabili, di cui conosciamo a fondo il minore impatto ambientale, ma che, invece, ancora fanno fatica a ritagliarsi lo spazio che meritano nella programmazione energetica italiana, e nel dibattito pubblico.

Nel nostro Paese il petrolio ha assunto la forma di un’intera regione, una di quelle piccole e isolate dalle infrastrutture e dai media. È qui che, trent’anni or sono, è stato scoperto il giacimento di greggio su terraferma più grande d’Europa.

Una regione, la Basilicata, storicamente alle prese con le emergenze occupazionali e l’emigrazione, che d’improvviso si trovò di fronte alla promessa di una svolta. Descrivere oggi l’incontro-scontro tra la concretezza dei bisogni e delle esigenze di una intera popolazione e il miraggio dello sviluppo è impresa non facile.
Proveremo a farlo nelle pagine che seguono, evidenziando le ricadute sulle persone da un punto di vista economico, sanitario e ambientale. E senza sottovalutare le sfumature di carattere politico e giudiziario.

Scoprirete cosa succede, e a quale prezzo, quando si accetta la presenza delle multinazionali del petrolio sul proprio territorio. Una decisione dalla quale gli abitanti della Basilicata non sono più potuti tornare indietro.

*

Gli articoli dello speciale

IL FONDO DEL BARILE di Dino Buoaniuto

QUEI POZZI AVVELENANO LE PERSONE di Dino Buonaiuto

TANTO PETROLIO, POCO LAVORO di Dino Buonaiuto

ANCHE I FRANCESI GIOCANO AL RISIKO LUCANO di Luca Manes

C’È CHI DICE NO. VALLO DEL DIANO È TRIVELLA FREE  di Dino Buonaiuto

Lo “speciale Basilicata” a cura di Dino Buonaiuto prosegue su Left in edicola dal 2 novembre 2018


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Omicidio Borsellino: anatomia di un inganno

The Italian judge Paolo Borsellino escorted by police out of the court in Palermo, Italy, in May 22, 1985. Paolo Borsellino, he was killed"n  by the Mafia in 1992. (Photo by Vittoriano Rastelli/CORBIS/Corbis via Getty Images)

Chi deviò le indagini su via D’Amelio lo fece per dare una rapida risposta investigativa al caos istituzionale del dopo-stragi o per “coprire” i mandanti occulti dell’attentato? A 26 anni dall’esplosione che massacrò a Palermo Paolo Borsellino e la sua scorta, e mentre la Procura nazionale di Federico Cafiero De Raho ha appena ricostituito i gruppi investigativi per tornare a indagare sulle bombe  ’92-93, l’interrogativo piomba con tutto il suo carico di mistero sul processo che dal prossimo 5 novembre si apre a Caltanissetta per giudicare i presunti responsabili del depistaggio che l’ex procuratore nisseno Sergio Lari definì «il più clamoroso della storia italiana».
Sarà un dibattimento unico nel suo genere, con i consueti ruoli delle parti radicalmente capovolti: alla sbarra compariranno tre uomini dello Stato, mentre alcuni mafiosi rappresenteranno la parte civile che ha già anticipato la richiesta di risarcimenti per decine di milioni di euro. Gli imputati sono il funzionario Mario Bo e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, tre poliziotti che nel ’92 facevano parte del gruppo “Falcone-Borsellino”, creato ad hoc per indagare sulle stragi e affidato all’allora capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera (poi scomparso nel 2002). Tutti sono accusati di concorso in calunnia con l’aggravante di aver agevolato Cosa nostra. Ma nei loro confronti, il gup Graziella Luparello ha contestato un’ulteriore aggravante: quella di aver agito per occultare la responsabilità di soggetti “esterni a Cosa nostra” nell’ideazione e organizzazione della strage.
Ecco che dopo un quarto di secolo di indagini, dopo un pentito farlocco (Vincenzo Scarantino) che a suon di minacce fu “indotto” a mentire, e dopo la comparsa di un nuovo collaboratore (Gaspare Spatuzza) che nel 2008 ha riscritto da capo la dinamica dell’attentato, finalmente in un’aula giudiziaria si potrà sezionare l’anatomia del grande inganno che ha gabbato fior di magistrati finendo per essere ratificato da sei sentenze (Borsellino Uno e bis nei tre gradi di giudizio), con tanto di bollo della Cassazione.
Nel processo si sono già costituiti parte civile i tre figli di Borsellino, il fratello Salvatore e i figli della sorella Adele, deceduta qualche tempo fa. Ma sul banco delle parti civili, stavolta, compariranno anche sei palermitani che a partire dal ’94 furono accusati ingiustamente da Scarantino, e dopo aver subito una condanna sono stati recentemente assolti dalla corte d’Appello di Catania chiamata a “rimediare” al depistaggio: si tratta di Gaetano Scotto, Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Giuseppe Urso e Gaetano Murana.
Ma quali sono le deviazioni ai compiti istituzionali contestate ai tre poliziotti? Per i pm nisseni, Bo (che nel ’94 sostituì La Barbera a capo della squadra investigativa) avrebbe fornito suggerimenti a Scarantino durante i colloqui investigativi prima e dopo che il balordo si dichiarasse falsamente “pentito”; mentre Mattei e Ribaudo lo avrebbero “indottrinato” quando, nell’estate ’95, l’impostore si trovava detenuto ai domiciliari in un appartamento di San Bartolomeo al Mare (Savona), facendogli ripetere a memoria i verbali perché potesse confermare le sue accuse fasulle nelle aule giudiziarie.
Ma è tutto qui il depistaggio di via D’Amelio? Nel provvedimento che chiede il processo per i tre poliziotti, i pm non fanno cenno alle ragioni che avrebbero spinto gli uomini in divisa dello Stato a partecipare alla “fabbrica” del falso pentito, trasformando il picciotto semianalfabeta della Guadagna nel “novello Buscetta”. Ma perché lo fecero? Per smania di carriera o per coprire innominabili interessi superiori? Mistero.
Nella sentenza del Borsellino quater già un anno fa la corte d’assise nissena ipotizzò che dietro il depistaggio potesse esservi un interesse specifico degli apparati alla “copertura” dei committenti occulti della strage e oggi, in perfetta sintonia, il gip nisseno contesta ai tre poliziotti la volontà di «occultare la responsabilità di altri soggetti, anche esterni a Cosa nostra, nella ideazione, istigazione al compimento e alla materiale esecuzione della strage di via D’Amelio».
Uno spiraglio che sembra puntare dritto al cuore nero dello Stato, promettendo di superare la pur monumentale indagine della procura nissena che finora non è riuscita ad andare oltre l’incriminazione di tre soggetti che, per i gradi e i ruoli ricoperti, non potevano che essere esecutori e terminali di una catena di comando che sale dritta fino al Viminale. Ecco perchè Il processo che si apre è forse l’ultima occasione per scalfire il muro delle reticenze istituzionali, definendo finalmente non solo l’identità dei responsabili, ma anche il vero movente di quell’indagine deviata che, fin dai momenti immediatamente successivi alla strage, appare infarcita di anomalie e inspiegabili veline del Sisde. Quello stesso Sisde che negli anni ’86-’87 teneva a libro paga l’asso dell’antimafia La Barbera con il nome in codice di “Rutilius”.

 

INTERVISTA n.1

L’avvocato Fabio Repici: La Barbera non può aver fatto tutto da solo

Intervista al difensore di parte civile di Salvatore Borsellino

 

Finalmente al via il processo sul più “colossale depistaggio di Stato”. I fari sono puntati solo su tre esecutori?
Sì, ma è già un successo. Durante il Borsellino quater la procura nissena aveva archiviato la posizione di Bo.
Se la Corte d’assise di Caltanissetta non avesse consacrato in sentenza che Scarantino fu “indotto” a mentire, e se non ci fosse stato l’impegno, tra gli altri, di Salvatore Borsellino e mio, forse questo processo non sarebbe nemmeno iniziato. L’auspicio è che serva a svelare ulteriori pezzi di verità.
Che idea s’è fatta del superpoliziotto La Barbera?
È impensabile che abbia agito in autonomia, da solo non sarebbe riuscito a orchestrare quel depistaggio. Anche per questo è da escludere che abbia operato per carrierismo. La Barbera è stato, insieme, Sisde e Polizia di Stato. E, stando a plurime fonti, anche contiguo alla famiglia Madonia che comandava il clan mafioso di Resuttana, delegato da Riina a gestire i rapporti con Polizia e servizi. Il depistaggio operato da La Barbera rientra nel quadro di queste diverse fedeltà e ha risposto a linee di comando che risalgono fino ad alti vertici.
Lei ha mai avuto il dubbio che il pentimento di Gaspare Spatuzza sia arrivato al momento giusto, introducendo contenuti che potrebbero aver bloccato le ricerche ad altri livelli?
So bene che alcuni hanno perplessità sulla collaborazione di Spatuzza. Però, è certo che il disvelamento di uno dei più gravi depistaggi della storia repubblicana è nato dal suo pentimento.
La parziale sovrapponibilità fra le sue dichiarazioni e quelle messe in bocca a Scarantino può trovare spiegazione nel fatto che i “pupari” conoscessero dall’interno la verità su via D’Amelio. Nel racconto di Spatuzza, inoltre, compare un uomo esterno a Cosa Nostra, che fece da supervisore alla preparazione dell’autobomba la sera prima della strage di via D’Amelio.
Forse questo aiuta a trovare varie risposte sul “depistaggio Scarantino”.

 

INTERVISTA n.2

L’avvocato Rosalba Di Gregorio: Un passo avanti dopo ventisei anni di falsità

Intervista al difensore di parte civile di Murana, Vernengo e La Mattina

 

Secondo lei il processo ai tre poliziotti è un approdo minimalista alla ricostruzione del depistaggio o finalmente uno spiraglio verso una verità che punta al cuore delle istituzioni?
Dopo 26 anni di false ricostruzioni e dinanzi alla sentenza del Borsellino quater che parla chiaramente di depistaggio, non è certo esaustivo un processo a tre poliziotti, pur se esecutori consapevoli di ordini illegittimi. È però un passo avanti verso l’accertamento della verità processuale che, oltre ad accertare la responsabilità di chi eseguì gli ordini, dovrebbe individuare chi li impartì.
Nella sua arringa al Borsellino quater lei ha richiamato il ruolo del Viminale e del prefetto Luigi Rossi (il vice dell’ex capo della Polizia Vincenzo Parisi) che, secondo il poliziotto Gioacchino Genchi, accelerò le indagini sulla manovalanza mafiosa. In che modo i piani alti delle istituzioni potrebbero essere coinvolti nel depistaggio Scarantino?
Il ruolo del Viminale compare anche con la creazione del gruppo “Falcone-Borsellino” e la nomina al suo vertice di La Barbera. I ministri succedutisi nel tempo, infatti, da Mancino a Napolitano, hanno voluto e mantenuto la squadra investigativa, di cui facevano parte anche i tre imputati, “prorogandone” la vita per dieci volte.
Lei assiste alcune delle persone falsamente accusate da Scarantino. In questa storia sono più vittime loro o il balordo della Guadagna?
Ciascuno ha la propria storia. Mi pare improprio fissare una gerarchia di sofferenza.
Che giustizia è quella italiana che ha consacrato con sei sentenze una ricostruzione-fantasy, nella migliore delle ipotesi suggerita dalla polizia, nella peggiore frutto di manovre occulte per coprire i reali responsabili delle stragi?
Un dramma per la Giustizia. Ma ora bisogna capire se la procura competente, quella di Catania, vorrà accertare come e perché la magistratura dell’epoca si è mossa sulla ricostruzione-fantasy.

Gli articoli di Stefania Limiti e Sandra Rizza sono stati pubblicati su Left del 2 novembre 2018


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Eutanasia legale, non c’è fede che tenga

Marco Cappato (C) con Mina Welby (D) e la compagna di Dj Fabo, Valeria Imbrogno (S) a margine dell'udienza pubblica sul caso del suicidio assistito di Dj Fabo presso il palazzo della Consulta, Roma, 23 ottobre 2018. ANSA/ANGELO CARCONI

«Una decisione storica, che a memoria non ha precedenti, perché dà un monito con una data entro cui si deve legiferare». Chiamata a sentenziare sul caso dell’aiuto al suicidio prestato da Marco Cappato a dj Fabo, la Corte costituzionale ha dato un anno di tempo alle Camere per «intervenire con un’appropriata disciplina» sul delicato tema del fine vita, colmando in questo modo un vuoto legislativo, e con queste parole piene di soddisfazione Filomena Gallo, coordinatrice del collegio difensivo di Cappato e segretario dell’associazione Luca Coscioni, ha accolto la notizia. Che non finisce qui: proprio per dar tempo alle Camere di legiferare, fino al 24 settembre 2019 il giudizio della Consulta sul caso di dj Fabo è sospeso. «La Corte costituzionale – infatti – ha rilevato che l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti». Per una volta, dunque, il rinvio è la decisione più corretta.

Ricostruiamo la vicenda. Il 26 febbraio dello scorso anno Marco Cappato, esponente radicale e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, accompagnò Fabiano Antoniani, cieco e tetraplegico in seguito a un incidente, a morire presso la clinica Dignitas in Svizzera attraverso la procedura di suicidio assistito. Il processo, istruito a Milano a seguito dell’autodenuncia di Cappato, si era risolto con l’assoluzione dall’accusa d’istigazione al suicidio e, per la parte di accusa riguardante l’aiuto al suicidio, la decisione del tribunale di sollevare un dubbio di costituzionalità e rimettere gli atti alla Corte costituzionale affinché questa valutasse la legittimità del reato. I due reati, istigazione e aiuto al suicidio, sono infatti oggetto di un solo articolo di legge, ovvero il 580 del Codice penale, risalente all’epoca fascista. Ricordiamo che mentre nell’eutanasia è un soggetto esterno a causare il decesso del malato, nel suicidio assistito è il malato stesso a procurarselo sebbene con l’aiuto, spesso indispensabile, da parte di un soggetto esterno. 

Il collegio difensivo di Cappato, per voce di Filomena Gallo e Vittorio Manes, chiedeva che…

L’articolo di Francesco Troccoli prosegue su Left in edicola dal 2 novembre 2018


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La lotta per l’equità fiscale è un cardine per la sinistra

In Italia gli evasori fiscali hanno sempre avuto tante e trasversali protezioni. Non c’è nulla di cui stupirsi: quando un fenomeno vale 100 miliardi di euro all’anno, non siamo di fronte a una semplice violazione delle norme, ma a una diserzione di massa dalla legalità. La democrazia trova da sempre il suo limite nella possibilità per qualsiasi elemento significativo sul piano quantitativo e omogeneo per interessi, di incontrare una rappresentanza, indipendentemente da considerazioni di carattere etico. Gli evasori fiscali nel nostro Paese sono milioni e perfettamente consapevoli di avere un interesse comune. Non solo. Se si guarda all’incidenza dell’economia informale sul Pil, si dovrà ammettere che non siamo semplicemente di fronte ad una devianza, ma di fatto ad un elemento strutturale della catena del valore nazionale. In altre parole, i minori costi generati dai mancati versamenti di imposte e contributi, concorrono alla riduzione generale dei costi di produzione. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, sono in tanti fra gli imprenditori italiani a godere direttamente o indirettamente del fatto che un segmento produttivo sia svolto in tutto o in parte al nero. Questo significa che è ancora più vasto l’insieme di quanti sarebbero ferocemente contrari a una politica di serio e determinato contrasto all’evasione fiscale. È quindi normale che ci siano partiti che raccolgono voti promettendo meno controlli e più condoni, motivando ogni volta la loro appassionata difesa dell’illegalità con l’emergenza del momento. Ciò che invece lascia increduli è perché non ci sia un partito capace di mettere la lotta al nero al centro della propria iniziativa politica. Veramente i lavoratori dipendenti non meritano di essere difesi, nonostante siano milioni? Se infatti in questo Paese possono ancora esistere scuola e sanità pubbliche, un qualche residuo di investimenti statali, qualche vestigia di ordine e amministrazione della giustizia, lo si deve quasi esclusivamente a loro. Loro che versano il 90 per cento dell’Irpef, che fra Iva e accise lasciano molto di ciò che resta, che tengono in piedi l’Inps con i propri contributi. Loro che pagano per tutti, anche per quei milioni a cui dobbiamo i 100 miliardi di euro annui sottratti alla collettività. L’impressione è che non sempre ne abbiano piena consapevolezza, ma che siano piuttosto vittime della retorica universale che alla parola “tasse” associa immediatamente la parola “impresa”, chiedendone immediatamente la riduzione. Sembra che in Italia siano tutti vessati dal fisco, tranne quelli che contribuiscono quasi in solitaria. Sembra che possa esistere un Paese moderno, con servizi complessi e concessi a tutti alle stesse condizioni, senza un prelievo fiscale significativo. Non è così, come dimostrano tutte le statistiche Ocse. È vero invece che alla lunga non può esistere un Paese moderno che scarichi tutto il peso della fiscalità sulla parte più debole della popolazione, senza che venga compromessa la tenuta sociale e infrastrutturale. Infatti cominciamo a collassare, anche per la difficoltà di compensare con il deficit le entrate mancanti. Se quindi la sinistra si chiede da dove ricominciare, la lotta per la fedeltà fiscale è necessariamente uno degli assi fondamentali. Significa parlare innanzitutto a chi volente o nolente paga fino all’ultimo centesimo ed è vittima di un’ingiustizia intollerabile. Poi a chi ritiene l’etica pubblica e la legalità valori non negoziabili, su cui costruire un futuro migliore per il nostro Paese. Conosciamo gli strumenti adatti e alcuni di questi sono stati già adottati con successo in altri Paesi. È solo questione di volontà e di coraggio, perché si tratta di scegliere con nettezza da che parte stare.

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Giovanni Paglia, è stato deputato della XVII legislatura ed è esponente di Sinistra italiana

L’articolo di Giovanni Paglia è tratto da Left del 26 ottobre 2018


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