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Il Bolso(e)Nero

Il Bolso(e)Nero lo riconosci facile facile, in mezzo ai rossi, ai gialli, ai bianchi, ai viola, è l’unico che non ha colore, meglio, non ha luce, perché vive inghiottendo la luce degli altri. Nero, appunto. Odia le differenze perché è incapace di esprimerne, è un conservatore per mancanza di idee ma poiché manca anche di cultura, oltre di idee, si promette di conservare un mondo che esiste solo nell’intestino della sua propaganda, messo insieme dagli avanzi degli scarti della Storia.

Il Bolso(e)Nero è il modello peggiore del benpensante e del moralista. È quello che urla dal balcone «fate quello che dico!» ma poi aggiunge «non fate quello che faccio!». Ce l’ha con i ladri ma è in combutta da sempre con qualcuno di loro, ama i nemici dei suoi nemici e odia gli amici dei suoi nemici riducendo l’etica a un greve tifo organizzato, è cattolicissimo solo su alcuni comandamenti mica su tutti, è moderno solo con le modernità che gli devono mica con tutte, è tradizionalista solo con le tradizioni che può mungere mica con tutte, è razzista solo con i nemici mica con tutti, è padre di famiglia solo dei suoi figli mica di tutti, condanna la violenza e intanto la instilla sottopelle, condanna gli stupri degli altri ma ironizza sui suoi possibili stupri e son le bambole gonfiabili.

Il Bolso(e)Nero è dappertutto. C’è quello italiano, quello brasiliano, quello egiziano e quello ungherese. Il Bolso(e)Nero è confortato dal fatto che esistano altri come lui, nella sua futile idiozia li ritene pure alleati, illudendosi che gli egoismi possano diventare relazioni internazionali e invece ogni volta che chiede aiuto rimane solo. «Ma anche gli altri come me sono soli», si giustifica. E qui si incarta: dopo avere passato mesi a dire che la volontà popolare è tutto non ha problemi nell’additare ai poteri forti la perdita di consenso. Il Bolso(e)Nero è così: dà la stessa identica lettura a fatti diametralmente opposti. Perché lui è l’unico punto di ogni suo discorso, mica quello che si muove intorno.

Il Bolso(e)Nero è un mentitore seriale: annuncia la fine degli sbarchi e intanto quelli continuano a sbarcare, vede un’emergenza di crimini e intanto i crimini sono già diminuiti da un pezzo, promette la restituzione di latitanti che invece non potrà restituire. Se ne inventa una al giorno: spostare l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme oppure la riduzione delle scorte. Non fa politica: fruga nei cassonetti della paura.

Ma il Bolso(e)Nero ha un’enorme sfortuna: al contrario di lui i cittadini che gli stanno intorno devono lavorare sul serio, strappare uno stipendio, superare le incombenze. E si accorgeranno presto che l’odio non sfama. E odieranno di più. E alla fine odieranno lui.

Buon venerdì.

L’Italia non è Weimar ma…

Si intitola 'Hitchin a ride', ovvero 'trovando un passaggio', l'opera che ritrae Matteo Salvini come Hitler con il simbolo della Lega sul braccio al posto della svastica e che e' apparsa su un muro in via Palermo, nella zona di Brera a Milano, 26 giugno 2018. Il poster, subito rimosso, Ë stato realizzato dallo street artist Beast, che aveva pubblicato sul proprio sito l'immagine gi‡ domenica. ANSA/@beastmastertv +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Pretendeva di essere «la guerra per fare la pace perpetua e invece è stata solo l’inizio», avverte Antonio Moscato, storico del movimento operaio, autore fra l’altro di La madre di tutte le guerre (Lacori). Stiamo parlando della Grande guerra a cent’anni dall’epilogo mentre si ricombina il miscuglio di nazionalismo, riarmo, militarismo, xenofobia che la scatenarono.

Partiamo da Trieste. «Trieste è italiana da 100 anni dopo che per 536 è stata legata all’Austria, la città fu italianizzata con una bonifica etnica» dice a Left, Wu Ming 1, al secolo Roberto Bui, autore, fra l’altro, di Point Lenana (Einaudi) o Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della “guera granda” (Rizzoli). «Non era vero – aggiunge – che quelle popolazioni non vedessero l’ora di essere governate dai Savoia, compresi gli italofoni». «Già nella prima fase – conferma Moscato – la Prima guerra mondiale comporta una serie di deportazioni, quando gli italiani entrano nel 1915 nelle “terre irredente” perderanno tempo (e fu anche un errore strategico) nel rastrellamento delle popolazioni slave accusate di atteggiamenti “austriacanti”».

I toponimi e i cognomi vennero subito italianizzati, fu creata una bolla di burocrazia italiana civile e militare. «Le prime leggi “razziali” – ricorda Wu Ming 1 – furono emanate nella Venezia Giulia e nelle colonie. Solo nel 1938 furono applicate in Italia. E non è un caso se Mussolini pronunciò

L’articolo di Checchino Antoni prosegue su Left in edicola dal 2 novembre 2018


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Contro i fascisti di oggi e la manipolazione della storia

Il fascista Bolsonaro ha preso il potere in Brasile. Il neo presidente (che si dichiara a favore della tortura e dice che Pinochet avrebbe dovuto uccidere più persone) ha subito ringraziato Matteo Salvini per il sostegno. Del resto il ministro dell’Interno, si sa, è sodale di una intera pletora di leader di ultra destra, a cominciare da Marine Le Pen (leader del Front national che nel simbolo evoca la fiamma tricolore del Movimento sociale italiano di Rauti).

Salvini ama citare Mussolini («tanti nemici tanto onore») così come il motto dannunziano e fiumano «me ne frego», già diffuso tra gli Arditi durante la prima guerra mondiale e poi diventato storico slogan squadrista. «Nazismo e fascismo erano figli dell’immane carnaio della prima guerra mondiale, tragico esito delle tensioni accumulatesi nel sempre più esasperato approdo nazionalista della costruzione degli Stati nazionali, degli irredentismi, della competizione coloniale, fino alla sacralizzazione della guerra e dei caduti, del milite ignoto e dell’altare della patria», ha scritto lo storico Massimo Firpo.

Senza approfondimento, da figlio delle tv di Berlusconi, Matteo Salvini è un “campione” di citazionismo postmoderno e, con indifferenza, passa dal revival degli agghiaccianti motti del ventennio alla rivendicazione dei caduti della Grande guerra.

In nome di Dio, patria e famiglia.

Lo ha fatto da ministro dell’Interno e da vice presidente del Consiglio all’ultimo raduno di Pontida. E l’aveva già fatto all’indomani della vittoria del nazionalista xenofobo Victor Orbán alle politiche in Ungheria. Con un rapido cambio di casacca, rispetto alla sua originaria fede federalista e padana, il legista Salvini ha voluto dare un preciso messaggio politico andando al sacrario militare di Redipuglia, «per rivolgere una preghiera per i ragazzi che sono caduti durante la Prima guerra mondiale per difendere i confini e il futuro dei loro figli». La celebrazione in chiave patriottica e nazionalista della Prima guerra mondiale è da sempre un tratto identitario di CasaPound. Il Primato nazionale riporta fieramente recenti parole di Salvini: «Quest’anno ricorre il centenario della Prima guerra mondiale dove molti nostri nonni morirono sul Piave per difendere i confini perché dicevano “non passa lo straniero!”. Adesso non solo passa lo straniero, ma lo andiamo a prendere a casa sua. Io sarò all’antica ma se i confini dell’Italia hanno un senso io l’esercito lo uso per difenderli».

Il messaggio è chiaro, la manipolazione della storia lo è altrettanto. Della Prima guerra mondiale non interessa tanto l’ecatombe di poveri fanti, mandati a morire sul fronte. Conta il mito delle pistolettate, dell’azione brutale. D’accordo con Di Maio, Salvini scava trincee contro i migranti, erge muri contro chi è più indifeso e vulnerabile. Si attacca al campanile e si trincera in un sovranismo autoritario che, lungi dal proporre una riforma dell’Unione europea in senso democratico, diventa chiusura autarchica e antistorica. I patrioti di CasaPound ringraziano e con loro altri gruppi eversivi di destra. Si sono apertamente dichiarati seguaci di Salvini e Di Maio i militanti di formazioni di ultra destra che, inneggiando a Mussolini e al nazifascismo, sono andati in pellegrinaggio a Predappio (dove storici vicini al Pd come Marcello Flores hanno pensato bene di musealizzare la casa del fascio a Predappio invece di costruire un museo dell’antifascismo).

Legittimati e sdoganati dagli intendimenti di Salvini («radere al suolo i campi rom») e da provvedimenti xenofobi e repressivi del governo giallonero (decreto sicurezza e immigrazione, legittima difesa, ventilato taglio pensioni per gli ebrei vittime delle leggi razziali), esponenti di formazioni neofasciste si lanciano in aggressioni a mano armata e azioni squadriste. Pensiamo alla strage tentata da Traini a Macerata. Ma pensiamo anche a quel che è accaduto il 21 settembre a Bari quando un manipolo di CasaPound ha attaccato con mazze e tirapugni pacifici antirazzisti, tra cui alcune donne, che rientravano da una manifestazione contro Salvini. Per fermare questa inaccettabile onda nera, per denunciare la pericolosa deriva nazionalista e fascista che stiamo vivendo sotto il governo giallonero il 10 novembre noi di Left saremo in piazza a Roma. Insieme a moltissimi altri (vedi l’intervento di Stefano Bleggi di Melting Pot Europa) pretendiamo che sia contrastata e condannata l’apologia del fascismo che nell’ordinamento giuridico italiano, è un reato.

Pretendiamo la messa al bando di tutte le formazione neofasciste. Le leggi ci sono e vanno applicate. L’eurodeputata Eleonora Forenza (Gue/Ngl), con altre due deputate, Ana Miranda (Verts/Ale) e Soraya Post (S&D), ha proposto una risoluzione che condanna le violenze neofasciste e promuove la messa al bando delle organizzazioni neo fasciste e neo naziste. Con 355 voti a favore, 90 contrari e 55 astenuti il 25 ottobre è stata approvata dal Parlamento europeo. Le donne che durante la Prima guerra mondiale erano costrette a tacere e a cucire divise per mariti, padri, figli, le donne che Mussolini voleva ridurre a macchine da guerra nel dare figli alla patria, tornano a farsi partigiane, invitando tutti a uscire dal silenzio.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 2 novembre 2018


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“Caramella” per i Tre allegri ragazzi morti. Ed è subito rock

“Dolcetto o scherzetto?” è il quesito di rito nella notte dei mostri e delle streghe, quella di Halloween. Che sia una trovata americana o abbia origini nella tradizione popolare sicula poco importa, perché ormai è una data condivisa da tutti. Per i bambini è un’occasione per mascherarsi e andare in giro a formulare la fatidica domanda, che riempie loro tasche e sacchetti di caramelle; i più grandi non disdegnano di festeggiare forse una delle poche occasioni laiche del calendario. Svariati, quindi, gli appuntamenti di questo 31 ottobre, occasione di spettacoli teatrali e concerti. Chi meglio, quindi, dei Tre allegri ragazzi morti per onorare questa notte di paura? Il gruppo di Pordenone, in procinto di festeggiare i venticinque anni di carriera, presenterà proprio la notte delle streghe, pipistrelli, fantasmi e compagnia bella, il nuovo brano che anticipa l’album che vedrà però la luce nel 2019. Il pezzo si intitola “Caramella” ed è stato registrato all’Outside Inside Studio, nei boschi di Montello (TV), da Matt Bordin. Loro, maschera in volto come di consueto, nella regolare formazione: Davide Toffolo, Luca Masseroni ed Enrico Molteni, si esibiranno all’Auditorium Flog di Firenze proprio la notte di Halloween. Pilastri della scena punk italiana, nel 2000 hanno fondato “La Tempesta”, un’etichetta discografica indipendente che assomiglia molto a un collettivo di artisti. Celebri, quindi, fin dagli esordi per le loro performance mascherate e il loro rock live essenziale, i tre si sono fatti conoscere per le svariate pubblicazioni, tra i più apprezzabili proprio quel primo Mostri e normali, contenitore di pezzi godibilissimi come “Occhi bassi” e “Dipendo da te”, per continuare il successo con “La testa indipendente”, prodotto da Giorgio Canali, dove troviamo il brano più conosciuto della band friulana, “Ogni adolescenza”. Introspettivi, al contempo osservatori del mondo che ci circonda e desiderosi di parlare di sentimenti, come nel bellissimo inno de “La mia vita senza te”, brano tratto da Nel giardino dei fantasmi. Insomma il debutto nella sera di Halloween appare il più azzeccato, loro che indossano fin dall’inizio maschere ideate dallo stesso Toffolo, popolare disegnatore di fumetti, e che di mostri e fantasmi, sebbene in chiave metaforica. “Caramella”, presentato live la sera del concerto, è in radio dal 30 ottobre insieme al video che segue il testo in modo didascalico in un caleidoscopio di colori e disegni. Dopo una contaminazione più reggae, i tre tornano al rock puro con un testo essenziale, tipico del loro stile. Semplici e poetici, tanto che il loro slogan/ritornello è “Io sono te”, ispirato alle visioni del poeta livornese Giorgio Caproni. Un incipit sonoricamente psichedelico ed efficace per una presa di posizione poetica, che dal dibattito quotidiano ci spinge a una più alta riflessione sull’essere umano. La prima volta che li ho visti live erano agli esordi della loro carriera. Non mi impressionò la maschera sul viso, anche se il look, che gli calzava naturale, non passava inosservato, ma poi non ci si faceva più caso perché ad arrivare erano i testi espliciti delle loro canzoni e il modo diretto, mai interessato, di offrirle al pubblico. Pubblico che negli anni è cresciuto, si è appassionato alla band e gli è rimasta fedele, al di là delle apparenze.

Integrazione, cultura e ambiente. Così i piccoli comuni resistono allo spopolamento

Hanno in tasca la ricetta giusta per il riscatto. Sono un’avanguardia. Sono quel pezzo di Bel Paese che resiste, nonostante si trovi sperduto tra i monti e le colline, tra i borghi e i fiumi. Un quarto della popolazione e tre quinti del territorio. Sono 2 milioni di persone che vivono su 51mila chilometri quadrati, in Comuni interni, distanti, periferici, isolati, luoghi aspri, incontaminati. Comuni italiani, piccoli sì. Ma rivoluzionari. Dalla Val Bormida all’Alta Irpinia, dall’Alta Marmilla al Gran Paradis, dall’Oltrepo Pavese al Basso Sangro, dall’Alta Carnia alla Grecanica.

E mentre c’è chi divide et impera, questi frammenti sparpagliati d’Italia, da nord a sud, si uniscono per risolvere problemi: spopolamento, consumo distruttivo del suolo, indebolimento dei servizi per la salute, l’istruzione, la mobilità e la viabilità. Settantadue aree progetto, autorganizzate, una media di quindici comuni ad area, 30 mila abitanti ciascuna. Un metodo di fare politica, sul posto, per i territori. I funzionari pubblici hanno percorso in autobus e treno più di 60 mila chilometri di strade, stradine, ferrovie, fra le Alpi, negli Appennini, dentro le Isole, per confrontarsi con cittadini. Aree interne, a rischio desertificazione ma con grandi possibilità di crescita, spesso virtuose e legate a distretti importanti. Che hanno deciso di sperimentare soluzioni alternative con un metodo nuovo, partendo dal basso: ascoltando, collaborando, costruendo, condividendo. Una risposta all’antipolitica. Sostenuta dalla collettività e guidata dalle idee. Importante non solo per le risorse pubbliche che trasferirà, ma perché è capace di mettere al centro persone, bisogni e aspirazioni.

E questi sindaci, che fanno parte della Strategia delle Aree interne, ci hanno messo la faccia, con un unico pensiero fisso: le loro comunità, i loro compaesani. Per i loro concittadini sono solo Maria Antonietta, Enrico, Pasquale, Giuseppe. Per l’economista, ex ministro, Fabrizio Barca: «Sono primi cittadini che hanno sperimentato che non esistono eventi ingovernabili. I terremoti, lo spopolamento, l’allontanamento dei servizi, si governano eccome. Certo con dei processi, fissando degli obiettivi, usando un linguaggio accogliente e propositivo. Con al centro una grande idea, unica e ribelle: combattere uniti per restituire il domani ai nostri figli. Ed è davvero dirompente e sorprendente, per il nostro Paese, che 1.077 sindaci, abbiano scelto di venire rappresentati da settantadue. Senza che una legge li obbligasse a farlo». Senza sussidi compassionevoli, ma solo con progetti, per rigenerare cultura, per inventarsi un futuro. Settantadue sindaci che si sono presi in carico di “cambiare” il nostro Paese. Le loro storie sono un bene comune.

E vediamole queste storie. Che non raccontano solo la conservazione dell’esistente, ma la ricerca di risposte contemporanee. Trenta strategie giunte a termine, 530 milioni di euro chiusi. Dagli asili creativi al ripristino dei centri della salute. Dai servizi scolastici ai servizi informativi. Il tutto discusso e partecipato, come si farebbe al bar della piazza. «È una storia di comunità. È una storia nata grazie a una strategia di medio e lungo termine», racconta Maria Antonietta Di Gaspare, sindaco di Borbona (nel reatino, ndr). Una furia della natura, che nel 2016 dovette affrontare la dura stagione del terremoto. Nel suo paese il 50% degli edifici sono stati lesionati, nel centro storico il 90%. Ma lei non si è mai arresa e nel 2017 invitava i turisti con un’Ansa «a prendere il caffé a Borbona». «Dopo il sisma abbiamo ripensato a noi stessi. La prima risposta al terribile evento è stata: ricostruire la comunità. Ma quello che farà la differenza non sarà tanto la ricostruzione materiale, quanto il mantenimento di questo senso di appartenenza. Oggi abbiamo un foglio di carta bianca su cui scrivere la nostra storia. Se ne saremo capaci, scriveremo una grande storia. Non dobbiamo avere paura di fare scelte coraggiose. Così abbiamo deciso di ridisegnare il nostro paese. In parte è un tradimento, in parte gli regala un futuro». Così nella maggior parte dei casi sono stati proprio i cittadini a mettere la prima pietra. Perché l’unico strumento vero che ha in mano un sindaco è la comunità.

Poi c’è Mario Talarico sindaco di Carlopoli, 1.500 abitanti, capofila dell’area distribuita tra le province di Cosenza e Catanzaro, oltre 22mila abitanti. Qui c’è stato un calo demografico consistente. «Sono stato spinto dalla voglia di riscatto del territorio, ho 38 anni e non voglio che i miei coetanei emigrino. Allora abbiamo deciso di impegnarci per non far sparire questi paesi che hanno una storia, che hanno una qualità di vita eccellente: qui i bambini crescono meglio, i giovani sono più liberi, gli adulti hanno più incontri sociali. Con gli altri sindaci abbiamo avviato il discorso dell’accoglienza dei migranti. I nostri progetti si svolgono tutti nei centri urbani, dando la possibilità ai migranti di integrarsi nella nostra comunità. Così abbiamo dato ossigeno ai nostri paesi, sia a livello di “movimenti” che economico».

Poi c’è il territorio compreso in gran parte nel Parco nazionale del Gran Paradiso, Valle d’Aosta, che si sviluppa fra i 672 e i 3.442 metri di altitudine. Dal fondovalle della Dora Baltea sino al ghiacciaio dello Chateau-blanc. A capo Mauro Lucianaz, il sindaco di Arvier, che però non fa parte dei comuni selezionati. Lui lavora prevelentemente per gli altri. «In Strategia c’è la scuola – spiega -. Le nostre scuole sono bilingue (italiano e francese): vogliamo far sì che qui si insegni anche l’inglese, equiparandolo alle altre lingue. Per far questo ci vuole una grande formazione degli insegnati e in Strategia è prevista. Stiamo studiando, visto il luogo meraviglioso in cui viviamo, scuole innovative e all’avanguardia che possano attrarre anche nuove famiglie nel territorio. Magari stanche della grande città ma che qui trovano anche la possibilità di scuole d’eccellenza. Come la scuola all’aria aperta. Cioè per noi è importante il turismo, ma ancora di più gli abitanti del territorio».

Giuseppe Germani, sindaco di Orvieto, referente del sud-est Orvietano, racconta la sua sfida. «Questo territorio deve diventare un hub turistico. Ecco perché stiamo lavorando per mettere in rete tutte le aree archeologiche, le aree di interesse naturalistico, i beni e i servizi. Un altro obiettivo è la mobilità dolce, quella elettrica, con tre punti di ingresso ad Attigliano, Orvieto, Fabro. Il turista arriva, lascia, prende macchine e scooter elettrici, e da lì può vivere il territorio».

«Le aree interne devono tornare ad essere centro», lo spiega così Enrico Bini, sindaco instancabile di Castelnovo ne’ Monti, polo dell’area dell’Appennino reggiano. «Noi abbiamo un istituto scolastico con 1.200 ragazzi che arrivano anche dalle province appenniniche. Da noi esiste già un progetto in cui scuola e impresa attraggono nuova popolazione. Abbiamo istituito laboratori e corsi che avvicinano i ragazzi all’enograstronomia e alla meccatronica. Poi ci sono alcuni imprenditori che hanno sentito della Strategia e vorrebbero investire qui da noi. Stiamo investendo sui servizi alla comunità, l’ospedale è lontano ma abbiamo previsto l’infermiere di comunità che sia in rete con gli altri servizi, come assistenti sociali e ospedali. Ora la nostra battaglia è sul punto nascita chiuso l’anno scorso. Perché eravamo sotto i parametri dei 500 parti. Numeri su numeri. Abbiamo dichiarato guerra allo spopolamento, ma qui non nascono più bambini. Vorremmo uno stop a quel concetto in cui la valutazione del mantenimento di servizi e funzioni sui territori è fatto in base a parametri numerici di affluenza e utilizzo. Parametri che ovviamente in fase di calo della popolazione sono impossibili da sostenere. Sono anche queste politiche per la crescita».

Poi c’è il sindaco Giuseppe Purpora di Grammichele, siciliano, area Calatino. Quel sindaco che ha concesso cittadinanza onoraria ai bambini stranieri. A quei bambini e ragazzi, nati in Italia e residenti a Grammichele. Riconoscimento che ha valore solo simbolico, ma che tuttavia rappresenta una netta e coraggiosa presa di posizione. «Stiamo rafforzando il tessuto produttivo, con la specificità della ceramica di Caltagirone, su cui puntare con decisione come punto di forza dell’intero territorio, attraverso la copertura dell’intera filiera produttiva, tra cui imballaggio e logistica. Puntiamo inoltre sul rinnovamento dell’offerta sanitaria anche attraverso la deospedalizzazione».

E Flavia Loche, sindaca di Tonara nel nuorese. Paese di 2 mila abitanti, provvisto di teatro, cinema da prime visioni, servizi per le famiglie e anziani. «Noi puntiamo sulla risorsa bosco, che riguarda anche le energie rinnovabili. L’ambiente è il nostro punto di forza, anche sanitario. I nostri paesi sono stazioni climatiche molto ambite. I minatori della Sardegna, ma anche di tutta Italia, venivano qui almeno un mese a depurarsi. Con i soggiorni pagati dall’Inail».

Per approfondire, scarica Left del 12 ottobre 2018


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Le politiche di spesa in deficit non sono rivoluzionarie. Sono di destra

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, presiede un vertice economico a Palazzo Chigi dopo il rientro dall'India, Roma, 30 ottobre 2018. ANSA/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI/FILIPPO ATTILI +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

C’è sconcerto a sinistra. Come possiamo criticare, sul piano della politica economica, questo governo che fa quanto da parte nostra si è sempre auspicato? Questo governo che si oppone all’odiosa politica dell’austerità dell’Unione Europea e sfida con coraggio le regole ottuse degli equilibri finanziari? Sarà pure – si dice – un governo di destra, a tinte fasciste e razziste, che se ne deve andare al più presto, ma non possiamo attaccarlo perché vuole mandare in soffitta il Fiscal compact, che è anche un nostro nemico. Su questo voglio essere molto chiaro. Non c’è nulla di sinistra e di rivoluzionario nel fare politiche di spesa in deficit: oggi, in Europa, la creazione di debito a livello nazionale è, per forza di cose, una politica sovranista, una politica antieuropea. E non c’è niente di sinistra nel volere sfasciare l’Unione europea per tornare a stati nazionali pienamente sovrani. Come dice bene Piero Bevilacqua su il manifesto (29 settembre) «lo spazio politico dell’Unione europea è lo spazio minimo in cui pensare un’azione politica in grado di una qualche efficacia». Va bene, si dirà, ma perché politiche di spesa finanziate ricorrendo al debito avrebbero necessariamente questo segno antieuropeo? La spiegazione è semplice. Creando in Europa una moneta unica, gestita a livello sovranazionale, ma lasciando al contempo agli Stati nazionali la politica fiscale, si è, di fatto, sottratta loro la possibilità di ricorrere al debito. In uno Stato nazionale pienamente sovrano il debito e la moneta sono un tutt’uno, e lo sapevano bene i governi dell’Italia democristiana che sapientemente usavano la moneta per rendere sostenibile il debito. Ora non si può più fare. È come se ogni Stato dell’Unione emettesse debito in una valuta straniera, perché si tratta di una valuta di cui non ha il controllo. L’unica via di uscita politicamente percorribile “da sinistra” è quella della creazione di un’unione fiscale europea con un proprio debito, al quale, allora sì, si potrebbe fare legittimamente ricorso, quando necessario. È una prospettiva che implicherebbe condivisione dei rischi, accettazione della redistribuzione di risorse tra gli Stati, solidarietà sovranazionale: tutto quanto, oggi, i trattati europei rigorosamente escludono. Vorrebbe, dire, di fatto, unione politica. Si dirà che tutto questo è ben di là da venire. D’accordo, ma non ci sono scorciatoie. Una strategia politica di sinistra, oggi, può solo avere una dimensione sovranazionale: europea e mondiale. Politiche di ricorso al debito sono obiettivamente politiche di rottura dell’Unione, ripiegamento verso lo Stato nazionale sovrano: il debito nazionale non può che riportare, prima o poi, alla moneta nazionale, cioè alla fine dell’euro e, di fatto, dell’Unione. Si deve dire che la posizione ufficiale del governo, come viene presentata dal ministro Tria, è che, nel loro programma, ci sarebbe sì un maggior deficit nel breve periodo (il famoso 2,4%), ma questo porterebbe a una riduzione del rapporto debito/Pil, non ad un aumento. Il miracolo è atteso dalla crescita, che sarebbe indotta dalla politica fiscale espansiva: il tasso di aumento del Pil, che al momento tende allo zero, compierebbe un balzo all’1,6% l’anno prossimo e all’1,7% l’anno successivo. La bacchetta magica sarebbero i maggiori investimenti sia pubblici sia privati. Ma, dal lato del pubblico, non si vede perché dovremmo imparare in pochi mesi quanto non abbiamo saputo fare per anni, cioè spendere in tempi ragionevoli i soldi destinati agli investimenti. Dal lato del settore privato, è molto dubbio che le imprese potranno aumentare significativamente gli investimenti in presenza degli aumenti del costo del denaro e della restrizione di credito che sono già ora in atto, come effetto annuncio delle politiche governative. Compagni, possiamo stare tranquilli, questo governo è tutto di destra, anche nella politica economica.

Ernesto Longobardi è ordinario di Scienza delle finanze nel Dipartimento di Economia e finanza dell’Università di Bari. È autore di numerosi lavori di finanza pubblica, in particolare su temi di economia tributaria e di relazioni finanziarie intergovernative.

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L’articolo di Ernesto Longobardi è tratto da Left del 5 ottobre 2018


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Il Pensiero Unico di cittadinanza

Verrebbe voglia di fondare il Partito per la Tutela Delle Differenze. Sembrava impossibile arrivare a questo punto, doverlo rimarcare, addirittura scriverne un articolo, eppure in questo tempo in cui il dibattito politico è diventato un mero scovare contraddizioni da tutte le parti (non che sia un male sottolinearle ma è davvero poca cosa se rimane l’unica azione di critica) conviene ripassare i principi fondamentali di una normale convivenza sociale, con tutte le differenze annesse.

Primo: se si critica il governo non si è “del Pd” e se si critica il Pd non si è “grillini”. Spiace per chi riesce a vivere con la leggerezza di un mondo che si possa facilmente dividere per due ma vi si può criticare entrambi (vi si deve criticare entrambi, per funzione del giornalismo) senza nessuna di quelle contraddizioni che voi vedete dappertutto. La vita (e la politica) non è un derby, non è un noi contro di voi e, vi svelo un segreto, i governi cambiano perché (per fortuna) i voti si spostano. Per dirla semplice semplice: c’è qualcuno che si è autoproclamato capitano di una squadra che non esiste. Una politica in cui qualcuno ha ragione e chi non è d’accordo è un nemico o un eversore c’è già stata: il fascismo.

Secondo: i parlamentari (per fortuna) non sono soldatini di stagno. Mangiano, bevono, dormono, ridono, camminano, hanno mani prensili e addirittura pensano: i padri costituenti hanno pensato al Parlamento proprio per questo, per rappresentare le diversità di giudizio, di sensibilità e di pensiero. Altrimenti avrebbero pensato a un’incoronazione, mica a una repubblica parlamentare. Che vi siano senatori del Movimento 5 Stelle che non hanno nessuna intenzione di votare il decreto sicurezza così come partorito dalla mente di Salvini è il naturale risultato di un partito che (piaccia o no) rappresenta sensibilità differenti. Governare un Paese significa governare la complessità. A partire da quelle del proprio partito. Vale anche per quelli che hanno perso, sia chiaro. Poi ognuno è libero di usare l’arma del voto di fiducia, esattamente come quelli che criticava. Ci hanno già provato a blindare il Parlamento ma non gli è andata bene: era fascismo.

Terzo: il dibattito politico (come tutti i dibattiti, partendo da quelli in famiglia durante la cena) è un dibattito quando è fatto di critica e autocritica, di spiegazioni e di ascolto. Altrimenti è zuffa, è un giochetto retorico in cerca di consenso. Provare a raccontare che il governo abbia sempre ragione e il suo contrario (che solo l’opposizione abbia sempre ragione) interessa ai tifosi, non ai cittadini. A meno che non si voglia istituire un Pensiero Unico Obbligatorio di Cittadinanza, come nel fascismo.

Per finire: il fascismo invece non è un’opinione. È un crimine. Avere una classe dirigente (vale per chi governa ma vale anche per chi vorrebbe governare al prossimo giro) in grado di muoversi nel terreno democratico è il prerequisito minimo richiesto. Ce la fate?

Buon mercoledì.

Daniela Currò: Vi racconto chi fu Elvira Notari, la prima donna cineasta italiana

Come accade ormai da tre anni nella capitale, la Festa del Cinema (chiusa il 28 ottobre) e la rassegna “Female Touch – Il tocco femminile nel cinema” (apre il primo novembre) si passano il testimone a distanza dando continuità all’offerta cinematografica di qualità. La Terza edizione della rassegna dedicata alle donne dell’industria creativa – 10 film e 10 incontri – si presenta tra l’altro quest’anno ancora più radicata su tutto il territorio, portando le proiezioni oltre che nella sala di Blue Desk (che ne è capofila e curatore) anche all’interno della sala della Cineteca, il Cinema Trevi di Vicolo del Puttarello, e nella casa accogliente del Macro Asilo di via Nizza. Ad ospitare l’apertura, il primo novembre alle 18, sarà proprio l’astronave (sala rossa) del Macro Asilo, facendo dialogare futuro e passato con la proiezione di un film muto recentemente restaurato dalla Cineteca. La pellicola, “E’ Piccirella”, della prima regista donna italiana, Elvira Notari, sarà accompagnata dalla conservatrice Daniela Currò, prima donna a ricoprire questo ruolo in Cineteca. Ed è proprio a lei che abbiamo chiesto qualche anticipazione in attesa dell’evento.

Per l’apertura di Female Touch ha scelto di proiettare il film restaurato di Elvira Notari, prima regista italiana, per molti sarà una bella scoperta?

Considerata a pieno titolo la prima donna cineasta italiana, Elvira Notari fu attrice, sceneggiatrice, regista, oltre che produttrice e distributrice, insomma una vera e propria imprenditrice. Attiva a Napoli tra gli anni Dieci e gli anni Trenta, donna forte e volitiva, riuscì anche ad esportare i propri film negli Stati Uniti per il pubblico degli emigranti italiani. I suoi film parlano di storie popolari e drammatiche, spesso collegate alle canzoni di maggior successo dell’epoca, le sceneggiate, racconti efficaci e quanto mai attuali anche quando pensiamo alla piaga del femminicidio, diffusa allora e purtroppo anche oggi. Elvira Notari è ancora un esempio per noi donne, e i pochi titoli della sua filmografia che sono sopravvissuti, tutti conservati e restaurati dalla Cineteca Nazionale, sono un piccolo tesoro che spero possa raggiungere un pubblico il più vasto possibile.

Il titolo “Conservatrice della Cineteca nazionale”, in un Paese di grande tradizione come il nostro, evoca subito l’immagine di una grossa responsabilità, cosa le piacerebbe realizzare nel suo mandato?

Come Conservatrice sono impegnata su molti fronti; alcuni hanno più visibilità di altri, come i restauri dei grandi classici del cinema italiano, tuttavia vi sono anche molte altre attività più nascoste, che fanno meno notizia, ma che sono di ampio respiro e necessitano di una programmazione a lungo termine. A queste attività, fondamentali per una cineteca, ma i cui frutti, almeno spero, si vedranno tra qualche anno, sto dedicando particolare attenzione. Tra di esse vi sono la corretta conservazione dei materiali originali – perché conservare deve venir prima che restaurare – l’archiviazione delle nuove produzioni digitali per garantire la loro sopravvivenza a medio e lungo termine, aspetto che ci pone di fronte a più di un rompicapo e poi, rimanendo nel campo del restauro, l’attenzione ai titoli minori che sono spesso trascurati e dimenticati: film muti, indipendenti, di sperimentazione e documentari.

Il film “La notte di San Lorenzo” dei Taviani ha vinto il Leone D’Oro a Venezia 2018 come miglior restauro. Cosa fa della Cineteca Nazionale una delle eccellenze in questo campo?

Per un buon restauro ci vuole tanta ricerca, impegno e lavoro di squadra, e quando queste componenti funzionano i risultati si vedono. Oltretutto, quando possibile ci avvaliamo della collaborazione degli autori stessi dei film che restauriamo, registi, direttori della fotografia, o persino dei tecnici di laboratorio che a questi film hanno lavorato tanti anni fa. Il loro apporto arricchisce ulteriormente il lavoro di restauro ed introduce una componente di memoria storica importantissima, tra l’altro i loro aneddoti sulle lavorazioni dei film sono impagabili.

E sperando che la dott.ssa Currò di questi aneddoti ce ne racconti qualcuno durante il suo incontro, diamo appuntamento giovedì 1 alle 18 al Macro, Museo d’arte contemporanea – diretto da Giorgio De Finis – che ospiterà poi anche la chiusura della rassegna con la regista Wilma Labate. Tra le altre serate spiccano il 17 novembre a Blue Desk l’incontro con la compositrice Nora Orlandi, che oltre ad essere stata corista per Ennio Morricone vanta anche l’inserimento di un suo brano nella colonna sonora di Kill Bill Volume 2, e poi, al Cinema Trevi (24 novembre), un focus dedicato alla costumista Lina Nerli Taviani con due film ispirati dalle opere di Luigi Pirandello, Kaos dei Fratelli Taviani ed Enrico IV di Marco Bellocchio. Per chi volesse saperne di più: www.bluedesk.it

La “manovra del popolo”? A pagare sarà sempre il popolo. Dei lavoratori

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio con il presidente del consiglio Giuseppe Conte, il ministro dell'interno Matteo Salvini, durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi. Roma, 15 ottobre 2018 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Punto primo: chi ci guadagna?
In questa legge di bilancio non c’è nulla per i lavoratori dipendenti vecchi e nuovi. Gli sgravi fiscali premiano infatti esclusivamente il lavoro autonomo, estendendo il principio anticostituzionale per cui a parità di reddito c’è chi è tassato di più e chi di meno. Valeva già per chi viveva di rendite finanziarie o di affitti, ora entra prepotentemente anche nel mondo del lavoro. Il cosiddetto superamento della Fornero parrebbe accompagnato da forti penalizzazioni per chi dovesse scegliere l’uscita anticipata dal lavoro. Se così fosse, si confermerebbe che l’attenzione della Lega non sia mai stata per i lavoratori, ma sempre e solo per le imprese, desiderose di sbarazzarsi di dipendenti più costosi, con più diritti e meno produttivi. Il reddito di cittadinanza è palesemente sottofinanziato rispetto a quanto necessario per farne un vero diritto universale, e inciderà pertanto poco o nulla nella vita di famiglie dove ci sia anche solo uno stipendio. Rischia anzi di determinare una spinta al ribasso dei salari, se dovesse essere collegato all’obbligo, trascorsi 12 mesi, di accettare un qualunque lavoro in qualsiasi angolo di Italia, come da previsione originaria del M5s. Sono inoltre presenti tagli lineari per 5 miliardi a sanità e assistenza che significano l’ennesimo attacco ai servizi, che rappresentano parte significativa della qualità della vita dei lavoratori.
Punto secondo: chi paga?
La risposta più immediata è: nessuno direttamente, dato che le misure sono finanziate in deficit. Ma questo è solo un mascheramento. Se non ci sono fonti di entrate nuove, e se con la flat tax di categoria assistiamo persino a un taglio dell’imposizione su chi già concorreva in misura minima al bilancio nazionale, se ne deduce che a pagare oggi e domani saranno sempre i soliti. Parliamo ovviamente di lavoratori dipendenti in attività e a riposo, su cui grava il 95% dell’Irpef raccolta ogni anno in Italia, oltre che la maggior parte dell’Iva. Non pagano invece quelli che nella crisi si sono arricchiti, gli evasori fiscali di ieri e di oggi, premiati dall’ennesimo condono, chi vive di rendita grazie a patrimoni accumulati generazioni fa e liberi persino da una seria tassa di successione. Il grande trucco della “manovra del popolo” è proprio far intendere che finalmente in Italia si veda qualche briciola di giustizia sociale, quando siamo invece di fronte ad una partita di giro, in cui i lavoratori dipendenti pagano un sussidio a qualche disoccupato e persino sensibili sgravi fiscali alla minoranza più ricca dei lavoratori autonomi. Si deve inoltre sapere che alimentare la spesa a debito nei periodi di crescita è il modo migliore per garantire tagli pesanti a sanità, scuola e pensioni in quelli di crisi. Dopo Tremonti e la finanza creativa arrivano Monti e la scure sui diritti dei lavoratori, in assenza di una forte reazione popolare, che abbia la forza di imporre il prezzo al 5% più ricco della società.
Punto terzo: quale proposta avanzare?
La sinistra ha il dovere di schierarsi a favore di una riforma delle pensioni, che garantisca una vecchiaia dignitosa ad un’età accettabile ai giovani di ieri e di oggi. Allo stesso tempo non può che essere favorevole ad un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, ma partendo dal presupposto che oggi la priorità è il lavoro, a partire dal settore pubblico, sottodimensionato di oltre 2 milioni di unità, nei comparti scuola, sanità e assistenza.
Deve inoltre avanzare proposte per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e per il rilancio degli investimenti pubblici, vera emergenza di un Paese che cade letteralmente a pezzi. Tutto questo però deve poggiare su una rivoluzione fiscale che faccia proprio il motto berlingueriano: chi ha tanto paghi tanto, chi ha poco paghi poco, chi ha nulla non paghi nulla.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 5 ottobre 2018


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Se l’antifascismo a Ragusa diventa reato

Illustrazione di Guglielmo Manenti

«Zecche rosse tornate nelle fosse», questi i cori che hanno intonato alcuni militanti di Forza nuova durante una manifestazione organizzata lo scorso 7 gennaio a Ragusa, in  Piazza del Popolo. Gli attivisti di estrema destra si erano radunati per la commemorazione dei fatti di Acca Larentia. E gli insulti erano diretti contro attivisti locali, membri di associazioni antimafia, politici e esponenti dell’Anpi che, non appena saputo del raduno neofascista, hanno deciso di organizzare una contestazione, esprimendo pacificamente il loro dissenso.

Oggi, a dieci mesi di distanza, circa cinquanta tra coloro che protestarono contro quel corteo sono indagati dalla Digos per radunata sediziosa, vilipendio alla bandiera o altro emblema dello Stato e oltraggio a corpo politico, amministrativo e giudiziario. In attesa del responso del Gip, il Procuratore Capo D’Anna ha chiesto l’archiviazione.

Tra gli indagati, oltre a personaggi di spicco delle politica locale e del mondo della magistratura come l’ex Presidente del Tribunale di Ragusa Michele Duchi, ci sono anche giornalisti (iscritti all’albo e freelance) che stavano semplicemente documentando l’accaduto con video e foto. Simone Lo Presti, storico fondatore del magazine Generazione zero, era presente a quella manifestazione e pochi giorni fa ha ricevuto la lettera con i capi d’accusa sopra citati.

«Non è ammissibile – chiarisce Lo Presti – che le denunce colpiscano anche giornalisti locali, presenti sui luoghi per documentare i fatti. Sono convinto che si tratti di un semplice errore, che la polizia con questa azione giudiziaria non volesse intimidire né la stampa, né liberi cittadini che sostengono i principi antifascisti su cui si fonda il nostro Stato di diritto. Se, però, così non fosse, sarebbe un problema che le istituzioni dovrebbero affrontare».

Gianni Battaglia, Presidente Provinciale Anpi ed ex parlamentare, si dice sorpreso dell’azione intrapresa dalla Questura. In quanto rappresentante Anpi era sul posto perché preoccupato del fatto che nella sua città «si tenesse una manifestazione di un’organizzazione le cui simpatie per il disciolto partito fascista sono inequivocabili». In risposta ai capi d’accusa, l’ex parlamentare afferma: «Se l’obiettivo è quello di impedire che una contestazione di questo tipo accada di nuovo è un obiettivo fallito, perché è del tutto evidente che la natura democratica di questa città non si piegherà. Ragusa non facilmente tollererà in futuro che ci siano manifestazioni di chi inneggia al partito fascista». E si dice pronto, una volta conclusasi la faccenda giudiziaria, a chiedere se ci sono i margini per intraprendere un’interrogazione parlamentare e fare chiarezza sull’accaduto.

Nel registro degli indagati della Questura c’è anche Peppe Scifo, Segretario Generale Cgil Ragusa, il quale afferma: «Non comprendo questo risvolto giudiziario, perché è stato un raduno spontaneo e pacifico per protestare contro lo spazio concesso a queste forze politiche che di democratico non hanno niente. Oltre ad essere dichiaratamente fasciste, fomentano l’odio razziale e creano le condizioni per una situazione generale di insicurezza. Il problema – conclude Scifo – è la legittimazione che queste forze hanno all’interno del Paese ed è paradossale e preoccupante che chi protesta contro questa degenerazione si ritrovi denunciato».

In tutta questa vicenda, si fa notare il silenzio della giunta a cinque stelle dell’allora sindaco Piccitto, che ha preferito tacere piuttosto che condannare il corteo di neofascista. Perché la questione, ancor prima che giuridica, è politica. In un periodo di crisi come quello che stanno vivendo le nostre istituzioni democratiche, sarebbe opportuno impedire a forze che si ispirano ai valori del fascismo di seminare odio e intolleranza tra le strade delle nostre città. Invece, attraverso operazioni come questa,  si finisce con l’intimidire chi fa dell’antifascismo il suo valore portante.