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Il Pensiero Unico di cittadinanza

Verrebbe voglia di fondare il Partito per la Tutela Delle Differenze. Sembrava impossibile arrivare a questo punto, doverlo rimarcare, addirittura scriverne un articolo, eppure in questo tempo in cui il dibattito politico è diventato un mero scovare contraddizioni da tutte le parti (non che sia un male sottolinearle ma è davvero poca cosa se rimane l’unica azione di critica) conviene ripassare i principi fondamentali di una normale convivenza sociale, con tutte le differenze annesse.

Primo: se si critica il governo non si è “del Pd” e se si critica il Pd non si è “grillini”. Spiace per chi riesce a vivere con la leggerezza di un mondo che si possa facilmente dividere per due ma vi si può criticare entrambi (vi si deve criticare entrambi, per funzione del giornalismo) senza nessuna di quelle contraddizioni che voi vedete dappertutto. La vita (e la politica) non è un derby, non è un noi contro di voi e, vi svelo un segreto, i governi cambiano perché (per fortuna) i voti si spostano. Per dirla semplice semplice: c’è qualcuno che si è autoproclamato capitano di una squadra che non esiste. Una politica in cui qualcuno ha ragione e chi non è d’accordo è un nemico o un eversore c’è già stata: il fascismo.

Secondo: i parlamentari (per fortuna) non sono soldatini di stagno. Mangiano, bevono, dormono, ridono, camminano, hanno mani prensili e addirittura pensano: i padri costituenti hanno pensato al Parlamento proprio per questo, per rappresentare le diversità di giudizio, di sensibilità e di pensiero. Altrimenti avrebbero pensato a un’incoronazione, mica a una repubblica parlamentare. Che vi siano senatori del Movimento 5 Stelle che non hanno nessuna intenzione di votare il decreto sicurezza così come partorito dalla mente di Salvini è il naturale risultato di un partito che (piaccia o no) rappresenta sensibilità differenti. Governare un Paese significa governare la complessità. A partire da quelle del proprio partito. Vale anche per quelli che hanno perso, sia chiaro. Poi ognuno è libero di usare l’arma del voto di fiducia, esattamente come quelli che criticava. Ci hanno già provato a blindare il Parlamento ma non gli è andata bene: era fascismo.

Terzo: il dibattito politico (come tutti i dibattiti, partendo da quelli in famiglia durante la cena) è un dibattito quando è fatto di critica e autocritica, di spiegazioni e di ascolto. Altrimenti è zuffa, è un giochetto retorico in cerca di consenso. Provare a raccontare che il governo abbia sempre ragione e il suo contrario (che solo l’opposizione abbia sempre ragione) interessa ai tifosi, non ai cittadini. A meno che non si voglia istituire un Pensiero Unico Obbligatorio di Cittadinanza, come nel fascismo.

Per finire: il fascismo invece non è un’opinione. È un crimine. Avere una classe dirigente (vale per chi governa ma vale anche per chi vorrebbe governare al prossimo giro) in grado di muoversi nel terreno democratico è il prerequisito minimo richiesto. Ce la fate?

Buon mercoledì.

Daniela Currò: Vi racconto chi fu Elvira Notari, la prima donna cineasta italiana

Come accade ormai da tre anni nella capitale, la Festa del Cinema (chiusa il 28 ottobre) e la rassegna “Female Touch – Il tocco femminile nel cinema” (apre il primo novembre) si passano il testimone a distanza dando continuità all’offerta cinematografica di qualità. La Terza edizione della rassegna dedicata alle donne dell’industria creativa – 10 film e 10 incontri – si presenta tra l’altro quest’anno ancora più radicata su tutto il territorio, portando le proiezioni oltre che nella sala di Blue Desk (che ne è capofila e curatore) anche all’interno della sala della Cineteca, il Cinema Trevi di Vicolo del Puttarello, e nella casa accogliente del Macro Asilo di via Nizza. Ad ospitare l’apertura, il primo novembre alle 18, sarà proprio l’astronave (sala rossa) del Macro Asilo, facendo dialogare futuro e passato con la proiezione di un film muto recentemente restaurato dalla Cineteca. La pellicola, “E’ Piccirella”, della prima regista donna italiana, Elvira Notari, sarà accompagnata dalla conservatrice Daniela Currò, prima donna a ricoprire questo ruolo in Cineteca. Ed è proprio a lei che abbiamo chiesto qualche anticipazione in attesa dell’evento.

Per l’apertura di Female Touch ha scelto di proiettare il film restaurato di Elvira Notari, prima regista italiana, per molti sarà una bella scoperta?

Considerata a pieno titolo la prima donna cineasta italiana, Elvira Notari fu attrice, sceneggiatrice, regista, oltre che produttrice e distributrice, insomma una vera e propria imprenditrice. Attiva a Napoli tra gli anni Dieci e gli anni Trenta, donna forte e volitiva, riuscì anche ad esportare i propri film negli Stati Uniti per il pubblico degli emigranti italiani. I suoi film parlano di storie popolari e drammatiche, spesso collegate alle canzoni di maggior successo dell’epoca, le sceneggiate, racconti efficaci e quanto mai attuali anche quando pensiamo alla piaga del femminicidio, diffusa allora e purtroppo anche oggi. Elvira Notari è ancora un esempio per noi donne, e i pochi titoli della sua filmografia che sono sopravvissuti, tutti conservati e restaurati dalla Cineteca Nazionale, sono un piccolo tesoro che spero possa raggiungere un pubblico il più vasto possibile.

Il titolo “Conservatrice della Cineteca nazionale”, in un Paese di grande tradizione come il nostro, evoca subito l’immagine di una grossa responsabilità, cosa le piacerebbe realizzare nel suo mandato?

Come Conservatrice sono impegnata su molti fronti; alcuni hanno più visibilità di altri, come i restauri dei grandi classici del cinema italiano, tuttavia vi sono anche molte altre attività più nascoste, che fanno meno notizia, ma che sono di ampio respiro e necessitano di una programmazione a lungo termine. A queste attività, fondamentali per una cineteca, ma i cui frutti, almeno spero, si vedranno tra qualche anno, sto dedicando particolare attenzione. Tra di esse vi sono la corretta conservazione dei materiali originali – perché conservare deve venir prima che restaurare – l’archiviazione delle nuove produzioni digitali per garantire la loro sopravvivenza a medio e lungo termine, aspetto che ci pone di fronte a più di un rompicapo e poi, rimanendo nel campo del restauro, l’attenzione ai titoli minori che sono spesso trascurati e dimenticati: film muti, indipendenti, di sperimentazione e documentari.

Il film “La notte di San Lorenzo” dei Taviani ha vinto il Leone D’Oro a Venezia 2018 come miglior restauro. Cosa fa della Cineteca Nazionale una delle eccellenze in questo campo?

Per un buon restauro ci vuole tanta ricerca, impegno e lavoro di squadra, e quando queste componenti funzionano i risultati si vedono. Oltretutto, quando possibile ci avvaliamo della collaborazione degli autori stessi dei film che restauriamo, registi, direttori della fotografia, o persino dei tecnici di laboratorio che a questi film hanno lavorato tanti anni fa. Il loro apporto arricchisce ulteriormente il lavoro di restauro ed introduce una componente di memoria storica importantissima, tra l’altro i loro aneddoti sulle lavorazioni dei film sono impagabili.

E sperando che la dott.ssa Currò di questi aneddoti ce ne racconti qualcuno durante il suo incontro, diamo appuntamento giovedì 1 alle 18 al Macro, Museo d’arte contemporanea – diretto da Giorgio De Finis – che ospiterà poi anche la chiusura della rassegna con la regista Wilma Labate. Tra le altre serate spiccano il 17 novembre a Blue Desk l’incontro con la compositrice Nora Orlandi, che oltre ad essere stata corista per Ennio Morricone vanta anche l’inserimento di un suo brano nella colonna sonora di Kill Bill Volume 2, e poi, al Cinema Trevi (24 novembre), un focus dedicato alla costumista Lina Nerli Taviani con due film ispirati dalle opere di Luigi Pirandello, Kaos dei Fratelli Taviani ed Enrico IV di Marco Bellocchio. Per chi volesse saperne di più: www.bluedesk.it

La “manovra del popolo”? A pagare sarà sempre il popolo. Dei lavoratori

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio con il presidente del consiglio Giuseppe Conte, il ministro dell'interno Matteo Salvini, durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi. Roma, 15 ottobre 2018 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Punto primo: chi ci guadagna?
In questa legge di bilancio non c’è nulla per i lavoratori dipendenti vecchi e nuovi. Gli sgravi fiscali premiano infatti esclusivamente il lavoro autonomo, estendendo il principio anticostituzionale per cui a parità di reddito c’è chi è tassato di più e chi di meno. Valeva già per chi viveva di rendite finanziarie o di affitti, ora entra prepotentemente anche nel mondo del lavoro. Il cosiddetto superamento della Fornero parrebbe accompagnato da forti penalizzazioni per chi dovesse scegliere l’uscita anticipata dal lavoro. Se così fosse, si confermerebbe che l’attenzione della Lega non sia mai stata per i lavoratori, ma sempre e solo per le imprese, desiderose di sbarazzarsi di dipendenti più costosi, con più diritti e meno produttivi. Il reddito di cittadinanza è palesemente sottofinanziato rispetto a quanto necessario per farne un vero diritto universale, e inciderà pertanto poco o nulla nella vita di famiglie dove ci sia anche solo uno stipendio. Rischia anzi di determinare una spinta al ribasso dei salari, se dovesse essere collegato all’obbligo, trascorsi 12 mesi, di accettare un qualunque lavoro in qualsiasi angolo di Italia, come da previsione originaria del M5s. Sono inoltre presenti tagli lineari per 5 miliardi a sanità e assistenza che significano l’ennesimo attacco ai servizi, che rappresentano parte significativa della qualità della vita dei lavoratori.
Punto secondo: chi paga?
La risposta più immediata è: nessuno direttamente, dato che le misure sono finanziate in deficit. Ma questo è solo un mascheramento. Se non ci sono fonti di entrate nuove, e se con la flat tax di categoria assistiamo persino a un taglio dell’imposizione su chi già concorreva in misura minima al bilancio nazionale, se ne deduce che a pagare oggi e domani saranno sempre i soliti. Parliamo ovviamente di lavoratori dipendenti in attività e a riposo, su cui grava il 95% dell’Irpef raccolta ogni anno in Italia, oltre che la maggior parte dell’Iva. Non pagano invece quelli che nella crisi si sono arricchiti, gli evasori fiscali di ieri e di oggi, premiati dall’ennesimo condono, chi vive di rendita grazie a patrimoni accumulati generazioni fa e liberi persino da una seria tassa di successione. Il grande trucco della “manovra del popolo” è proprio far intendere che finalmente in Italia si veda qualche briciola di giustizia sociale, quando siamo invece di fronte ad una partita di giro, in cui i lavoratori dipendenti pagano un sussidio a qualche disoccupato e persino sensibili sgravi fiscali alla minoranza più ricca dei lavoratori autonomi. Si deve inoltre sapere che alimentare la spesa a debito nei periodi di crescita è il modo migliore per garantire tagli pesanti a sanità, scuola e pensioni in quelli di crisi. Dopo Tremonti e la finanza creativa arrivano Monti e la scure sui diritti dei lavoratori, in assenza di una forte reazione popolare, che abbia la forza di imporre il prezzo al 5% più ricco della società.
Punto terzo: quale proposta avanzare?
La sinistra ha il dovere di schierarsi a favore di una riforma delle pensioni, che garantisca una vecchiaia dignitosa ad un’età accettabile ai giovani di ieri e di oggi. Allo stesso tempo non può che essere favorevole ad un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, ma partendo dal presupposto che oggi la priorità è il lavoro, a partire dal settore pubblico, sottodimensionato di oltre 2 milioni di unità, nei comparti scuola, sanità e assistenza.
Deve inoltre avanzare proposte per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e per il rilancio degli investimenti pubblici, vera emergenza di un Paese che cade letteralmente a pezzi. Tutto questo però deve poggiare su una rivoluzione fiscale che faccia proprio il motto berlingueriano: chi ha tanto paghi tanto, chi ha poco paghi poco, chi ha nulla non paghi nulla.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 5 ottobre 2018


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Se l’antifascismo a Ragusa diventa reato

Illustrazione di Guglielmo Manenti

«Zecche rosse tornate nelle fosse», questi i cori che hanno intonato alcuni militanti di Forza nuova durante una manifestazione organizzata lo scorso 7 gennaio a Ragusa, in  Piazza del Popolo. Gli attivisti di estrema destra si erano radunati per la commemorazione dei fatti di Acca Larentia. E gli insulti erano diretti contro attivisti locali, membri di associazioni antimafia, politici e esponenti dell’Anpi che, non appena saputo del raduno neofascista, hanno deciso di organizzare una contestazione, esprimendo pacificamente il loro dissenso.

Oggi, a dieci mesi di distanza, circa cinquanta tra coloro che protestarono contro quel corteo sono indagati dalla Digos per radunata sediziosa, vilipendio alla bandiera o altro emblema dello Stato e oltraggio a corpo politico, amministrativo e giudiziario. In attesa del responso del Gip, il Procuratore Capo D’Anna ha chiesto l’archiviazione.

Tra gli indagati, oltre a personaggi di spicco delle politica locale e del mondo della magistratura come l’ex Presidente del Tribunale di Ragusa Michele Duchi, ci sono anche giornalisti (iscritti all’albo e freelance) che stavano semplicemente documentando l’accaduto con video e foto. Simone Lo Presti, storico fondatore del magazine Generazione zero, era presente a quella manifestazione e pochi giorni fa ha ricevuto la lettera con i capi d’accusa sopra citati.

«Non è ammissibile – chiarisce Lo Presti – che le denunce colpiscano anche giornalisti locali, presenti sui luoghi per documentare i fatti. Sono convinto che si tratti di un semplice errore, che la polizia con questa azione giudiziaria non volesse intimidire né la stampa, né liberi cittadini che sostengono i principi antifascisti su cui si fonda il nostro Stato di diritto. Se, però, così non fosse, sarebbe un problema che le istituzioni dovrebbero affrontare».

Gianni Battaglia, Presidente Provinciale Anpi ed ex parlamentare, si dice sorpreso dell’azione intrapresa dalla Questura. In quanto rappresentante Anpi era sul posto perché preoccupato del fatto che nella sua città «si tenesse una manifestazione di un’organizzazione le cui simpatie per il disciolto partito fascista sono inequivocabili». In risposta ai capi d’accusa, l’ex parlamentare afferma: «Se l’obiettivo è quello di impedire che una contestazione di questo tipo accada di nuovo è un obiettivo fallito, perché è del tutto evidente che la natura democratica di questa città non si piegherà. Ragusa non facilmente tollererà in futuro che ci siano manifestazioni di chi inneggia al partito fascista». E si dice pronto, una volta conclusasi la faccenda giudiziaria, a chiedere se ci sono i margini per intraprendere un’interrogazione parlamentare e fare chiarezza sull’accaduto.

Nel registro degli indagati della Questura c’è anche Peppe Scifo, Segretario Generale Cgil Ragusa, il quale afferma: «Non comprendo questo risvolto giudiziario, perché è stato un raduno spontaneo e pacifico per protestare contro lo spazio concesso a queste forze politiche che di democratico non hanno niente. Oltre ad essere dichiaratamente fasciste, fomentano l’odio razziale e creano le condizioni per una situazione generale di insicurezza. Il problema – conclude Scifo – è la legittimazione che queste forze hanno all’interno del Paese ed è paradossale e preoccupante che chi protesta contro questa degenerazione si ritrovi denunciato».

In tutta questa vicenda, si fa notare il silenzio della giunta a cinque stelle dell’allora sindaco Piccitto, che ha preferito tacere piuttosto che condannare il corteo di neofascista. Perché la questione, ancor prima che giuridica, è politica. In un periodo di crisi come quello che stanno vivendo le nostre istituzioni democratiche, sarebbe opportuno impedire a forze che si ispirano ai valori del fascismo di seminare odio e intolleranza tra le strade delle nostre città. Invece, attraverso operazioni come questa,  si finisce con l’intimidire chi fa dell’antifascismo il suo valore portante.

Cosa rischiamo davvero con il global warming

A woman rushes to recieve relief at Guthail, Jamalpur, Bangladesh. Jamalpur is a northern district of Bangladesh surrounded by river Yamuna and Brahmaputra and very close to India's Assam border. Recent rising temperature melted the Meghalay and the Assam's water floats towards Bangladesh through Jamalpur. Yamuna's water level have crossed 118cm more than the danger line. At this moment, 400k people are displaced and floating in the water as there are no disaster refugee camp. Its hard to access, for what relief aren't available. If there is, there is a huge mismanagement from local government. Due to the scarcity of medical team, children's are facing water related disease. (Photo by Anik Rahman/NurPhoto via Getty Images)

A settembre 2018 l’anidride carbonica (CO2) ha raggiunto 406 parti per milione, il 45 per cento in più della concentrazione all’inizio della rivoluzione industriale, avviata – nella seconda metà dell’Ottocento – con l’invenzione della macchina a vapore. Da allora la combustione di carbone, petrolio e gas, insieme alla distruzione delle foreste, ha trasformato la fisica e la chimica dell’atmosfera, portando all’effetto serra, al riscaldamento globale e al caso climatico che abbiamo di fronte.
L’Accordo di Parigi, il trattato Onu sottoscritto da 197 Paesi (tra cui l’Italia), impegna i governi a mantenere l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C”.
L’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), la massima autorità scientifica mondiale sui cambiamenti climatici, ha presentato un rapporto speciale l’8 ottobre scorso in cui afferma che le attività umane hanno già riscaldato il pianeta di 1 °C, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: ondate di calore, eventi meteo estremi sempre più frequenti e distruttivi, alluvioni, mareggiate, scioglimento dei ghiacciai polari e alpini, distruzione di habitat, riduzione delle produzioni agricole. Al ritmo attuale di accumulo di gas-serra in atmosfera, la Terra raggiungerebbe 1,5 °C di riscaldamento tra il 2030 e il 2052. Secondo l’Ipcc, un riscaldamento fino a 2 °C potrebbe causare esiti catastrofici: inondazioni record; ondate mortali di calore e siccità; dimezzamento delle produzioni di mais nelle aree tropicali; diffusione di malattie tropicali nelle regioni temperate; incendi boschivi sempre più numerosi e violenti, anche nelle zone boreali; temporali più intensi e catastrofici; scioglimento di ghiacciai alpini e calotte polari; innalzamento del livello del mare; sbiancamento dei coralli e acidificazione degli oceani; dimezzamento della pesca globale. Il numero di rifugiati climatici aumenterà a causa di queste alterazioni. Con aumenti ancora superiori, le conseguenze per il pianeta sarebbero “sconosciute”, con potenziali minacce all’esistenza stessa dell’umanità. Di fronte a questo scenario, gli scienziati dell’Ipcc ritengono che sia essenziale stare entro la soglia di 1,5 gradi centigradi di riscaldamento e che questo target sia ancora raggiungibile. A condizione che…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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Gli stupidi non dubitano mai della propria intelligenza

«È il mio ultimo mandato da cancelliera, lascio anche le presidenza del mio partito. Non voglio più incarichi politici».

E poi.

«I risultati nelle elezioni sono oltremodo amari e deludenti […] È deplorevole, perché il governo ha portato un bilancio convincente […] Ho la responsabilità di tutto, per quello che riesce e per quello che non riesce. E’ giunto il momento di aprire un nuovo capitolo: non mi ricandiderò come presidente della Cdu, questo quarto mandato è l’ultimo come cancelliera, non mi ricandiderò al Bundestag nel 2021 e non voglio altri incarichi politici».

E poi.

«È chiaro che così non si può andare avanti. L’immagine del governo è inaccettabile […] E questo ha ragioni più profonde che ragioni di comunicazione», ha affermato rimandando a un problema di «cultura del lavoro».

E poi.

«Voglio lasciare i miei incarichi con dignità, così come li ho svolti».

Sono le parole della cancelliera Merkel che annuncia il proprio ritiro dalla scena politica per quella che qui in Italia sarebbe discussa per mesi come “normale flessione”. Al di là delle azioni politiche della Merkel (su cui ognuno ha il proprio giudizio, il mio è molto poco buono) queste parole rappresentano perfettamente la differenza tra chi è capace di autocritica e chi no. Non serve nemmeno suggerire i paragoni recenti, ognuno può farseli da sé.

Mi viene in mente però una frase di Giovanni Soriano, dal suo libro Malomondo, che dice:

«A tutti può succedere di commettere degli errori, è naturale; ma mentre l’assennato se ne rammarica e tenta di porvi rimedio promettendo a sé stesso di non ricadervi in futuro, lo stupido neppure si avvede di commetterne. È per questo motivo che alle persone intelligenti capita spesso di sentirsi un po’ stupide e gli stupidi non dubitano mai della propria intelligenza».

Ecco tutto.

Buon martedì.

 

Stacey Abrams contro tutti va alla conquista della Georgia, lo Stato ultra conservatore

epa06914284 Stacey Abrams, Democratic nominee for governor of Georgia, speaks at a campaign event in Atlanta, Georgia, USA, 27 July 2018. Abrams faces Republican Brian Kemp in the November general election. EPA/ERIK S. LESSER

Lo scorso 22 ottobre, il New York Times ha scatenato quella che viene ormai definita una “bufera mediatica” nei confronti di Stacey Abrams, candidata per il Partito democratico alla carica di governatore della Georgia. L’accusa mossa nei suoi confronti sarebbe quella di aver bruciato nel 1992 una bandiera del suo Stato insieme a dei compagni di università. La rivelazione è stata pubblicata sulle pagine del NYT il giorno prima del dibattito televisivo tra Abrams e il suo avversario Brian Kemp, quando mancano ormai solo due settimane al voto e i sondaggi presentano un testa a testa tra i due candidati. Che il tempismo della notizia sia casuale risulta abbastanza difficile da credere, considerando che Kemp è in testa di un risicato 2% e che Stacey Abrams, se vincesse, sarebbe la prima donna afroamericana a guidare la Georgia e il primo governatore democratico dopo quindici anni. Bisogna considerare che la Georgia è uno dei sette Stati secessionisti che diedero il via alla creazione del Sud schiavista, gesto che sfociò nella guerra civile americana. Un attaccamento al passato rimasto ben vivo proprio nella bandiera nazionale, che fino al 2003 aveva al suo interno anche quella della Confederazione sudista. Il vessillo era stato modificato nel 1956 dal governo locale come segno di resistenza alle politiche di Washington sempre più anti-segregazioniste, di cui la sentenza Brown v. Board of Education è un esempio calzante. Il decreto del 1954 ha dichiarato incostituzionale la segregazione all’interno delle scuole pubbliche, le quali seguivano ancora il motto “separate, but equal”: un provvedimento che non era affatto condiviso dai potenti della Georgia. Le proteste contro una bandiera che veniva considerata un elemento divisivo tra gli abitanti dello Stato si sono ripetute negli anni, compreso nel 1992 quando Stacey Abrams partecipò alla manifestazione organizzata all’Atlanta University Center. Lasciando da parte il giudizio morale sull’atto in sé stesso, è necessario chiedersi perché ora e perché proprio lei. Non è la prima volta, infatti, che a breve distanza dal voto appare una notizia scandalosa come diversivo dell’ultimo minuto: è stato sia il caso di Donald Trump e dei suoi commenti volgari sulle donne in un fuori onda di Access Hollywood, sia quello di George W. Bush e il suo arresto per guida in stato di ebbrezza risalente a dieci anni prima. Entrambi, come fa notare il New Yorker, sono stati comunque eletti alla massima carica della nazione. Quando però ad essere accusata è una quarantaquattrenne afroamericana che tenta di cambiare la storia di uno Stato conservatore e in qualche caso razzista come la Georgia il successo non appare altrettanto scontato. Probabilmente, se Stacey Abrams fosse stata un uomo bianco di mezza età come il suo avversario la notizia sarebbe passata in sordina. In questo caso, invece, Abrams ha dovuto impiegare parte del dibattito televisivo con Kemp a spiegare che oltre vent’anni fa ha partecipato solamente a una manifestazione pacifica durante il suo secondo anno allo Spelman College, dove non era affatto previsto di bruciare una bandiera. Nella culla del conservatorismo trumpiano, una donna afroamericana che si batte per diritti più equi tra le minoranze e, tra le altre cose, per difendere il diritto all’aborto e al family planning, non deve aver entusiasmato quella frangia di ultra-conservatori fedeli a Kemp e alla destra più estrema del Partito repubblicano. Poco importa, per loro, se la bandiera militare della Confederazione è stata utilizzata anche dal Klu Klux Klan come suo vessillo.
La manovra contro Stacey Abrams, però, potrebbe non riuscire, considerando che la popolazione afroamericana della Georgia ammonta ormai a un terzo del totale, con una crescita di quasi un milione di abitanti a partire dal 2000. La campagna elettorale di Abrams ha fatto di questo dato uno dei punti saldi da cui partire, battendosi per la registrazione al voto (fondamentale per potersi presentare alle urne il giorno delle elezioni) di tutte le minoranze presenti sul territorio che spesso si astengono dall’esprimere la propria preferenza politica. C’è anche da considerare che gli abitanti più conservatori della Georgia, lo Stato in cui è ambientato Via col vento, hanno già iniziato a stringersi ancora più strettamente attorno a Brian Kemp, con il rischio di portare con loro anche un certo numero di elettori bianchi ancora indecisi. Il progressismo della Abrams, appoggiata nella sua candidatura da Barack Obama in persona, viene mal visto in un ambiente così oppositivo nei confronti delle minoranze. Le tendenze di voto la vedono in testa tra le donne e i laureati, oltre che tra gli afroamericani, mentre Kemp mantiene salda la sua presa su uomini e elettori con un grado di istruzione inferiore. Donald Trump ha già ribadito il suo endorsement a Kemp, twittando che se a vincere fosse Abrams ciò porterebbe alla distruzione della Georgia.
Lo staff di Brian Kemp non ha risposto alle richieste della Cnn di commentare la notizia a sorpresa sulla sua avversaria. L’unica risposta che conta, però, sarà quella che daranno gli elettori della Georgia quando andranno a votare il 6 novembre.

Auschwitzland: eccoli i neri clandestini

Lei si chiama Selene Ticchi, ha 48 anni, ed è stata anche candidata sindaca a Budrio per Aurora Italiana, con in tasca la tessera del Movimento Nazionale per la Sovranità di Francesco Storace e Gianni Alemanno che corse fino a lì per sostenerla. Risultato elettorale: 116 voti su 8750 votanti. L’1,37%. Fin troppo, per una fascista.

Selene Ticchi era insieme a quei vermi che provano a uscire dalle fogne incontrandosi tutti gli anni a Predappio, sulla tomba di Mussolini: indossava una maglietta nera con scritto “Auschwitzland”, paragonando il campo di concentramento al parco di divertimenti della Disney. Al giornalista che le ha chiesto spiegazioni ha risposto che era humour nero. Che ridere.

La scena è stata quella che si ripete tutti gli anni: saluti romani, “Camerata Mussolini, presente!”, “Duce duce”, “Boia chi molla”, canti contro i partigiani.

C’è una novità però quest’anno: molti di loro dicono di sentirsi “finalmente rappresentati” da Salvini. Chiedono che tenga duro nella sua “lotta contro i migranti”. Irridono la legge (che vieterebbe giornate come queste) con uno striscione che dice “arrestateci tutti”.

Salvini, sì sempre lui, dovrebbe essere quello che vigila su tutto questo e colui che si occupa dello scioglimento di gruppi vietati dalla Costituzione.

Questo è il nostro tempo: un Paese in cui si applaude l’arresto di Mimmo Lucano invocando il rispetto delle regole mentre gente come Selene Ticchi pascolano indisturbate. Poi magari fra qualche giorno la intervisteranno in lacrime, ci dirà di essersi pentita, che era solo una leggerezza e ci spiegherà che ha anche amici di sinistra.

I fascisti sono clandestini. Ma sul serio. Senza bisogno nemmeno di controllargli i documenti. Che vi piaccia o no. Se avete bisogno di un nero di cui avere paura eccoli qui. Solo che per loro è cominciata la pacchia.

Buon lunedì.

Perché il Brasile va a destra con Bolsonaro presidente

In Brasile la campagna elettorale ha avuto un grande protagonista: la pallottola. Se le vittorie di Lula e di Dilma Rousseff trovavano nell’inclusione volta alla crescita solidale le loro parole chiave (bolsa familía, fome zero, etc.), lo staff di Jair Bolsonaro, ex militare e candidato della destra, ha sparigliato il gioco, rilanciando il più crudo e, nel contempo, elementare dei concetti: repressione armata come soluzione dei problemi sociali. I simboli traino delle elezioni brasiliane, insomma, sono il fucile, la mitragliatrice, il revolver. Uno dei candidati alla presidenza sconfitti al primo turno, Geraldo Alckmin – conservatore, ma dell’ala liberale – aveva provato a opporre uno slogan alternativo: “Non è con la pallottola che si risolvono i problemi”. E ha miseramente perso. Opposto è, invece, il discorso che le forze reazionarie in Brasile stanno veicolando con crescente successo: è con la pallottola che si risolvono criminalità e corruzione.

Eppure, all’inizio del nuovo millennio il progetto culturale e politico articolato da Lula e dal governo del Partito dei lavoratori (PT) aveva portato ossigeno a una società brasiliana sfiancata dall’iperinflazione: il motto era democratico, redistribuire la ricchezza e diffondere in maniera il più possibile equa il benessere, ripartendo dall’inclusione sociale e dai suoi benefici in senso progressista. I risultati non si sono fatti attendere. Gli equilibri di potere su cui per secoli la società brasiliana si fondava sono stati messi in discussione. E per quasi un decennio tale concezione politica e ideologica ha avuto il vento in poppa. Poi i costanti boicottaggi di gruppi sociali spiazzati e penalizzati dal cambiamento, la crisi, nonché alcuni marchiani errori del PT e della sinistra brasiliana, hanno fatto deragliare tutto.

Il contropiede è stato spietato e su un Lula “padre” degli oppressi (immagine certamente populista, in senso anche deleterio), il quale parlava al cuore degli esclusi, ha preso il sopravvento un piano politico di estrema destra, che ha mirato dritto alla pancia delle classi popolari e della classe media. E in molti, tra i quali anche elettori che in passato avevano votato PT, si sono lasciati sedurre dai richiami di una pericolosa sirena sempre in agguato nella storia latinoamericana, la violenza, che ha una tradizione forte in Brasile, alimentata da tassi di miseria ancora clamorosi. Violenta è stata la repressione degli indios, che ha aperto le porte delle Americhe a un potere coloniale durato oltre tre secoli e perpetratosi nell’autoritarismo oligarchico e nella dittatura militare. Tale primitiva e brutale pulsione la letteratura brasiliana l’ha espressa con straordinaria forza.

Per capire il Brasile profondo – molte delle cui pulsioni negli anni della “ridemocratizzazione” post-dittatura hanno fluito come un fiume carsico, il fiume dell’odio di classe, lo scorrere tetro della rabbia dei dominanti sui dominati – leggere O triste fim de Policarpo Quaresma di Lima Barreto (1911) può, infatti, essere utilissimo. Nella terza parte del romanzo il protagonista Policarpo partecipa alla revolta da Armada di fine ottocento. In quegli anni, scrive Lima Barreto, “le pallottole diventarono di moda. Vi erano spille da cravatta, ninnoli d’orologio, portamatite, che venivano fatti con piccole pallottole di fucile: si realizzavano anche collezioni con pallottole di medio calibro, i cui astucci metallici erano stati sabbiati, lucidati, lisciati per ornare i mobili […]; le munizioni grandi, i “meloni” e le “zucche”, come erano chiamate, guarnivano i giardini, come vasi di porcellana o statue”.

Era di moda già nel tardo ottocento, la pallottola. Con la crisi dell’era PT – il cui piano era di disarmare i brasiliani (fu realizzato anche un referendum in questo senso), collocando invece l’accento sulla necessità di porre cibo sulla tavola dei cittadini in miseria –, la pallottola torna – dopo un’improvvisa svolta radicalmente reazionaria – a simboleggiare, nell’immaginario di una parte crescente di popolazione, un Paese che a una lotta per il progresso e per la democrazia sembra preferire la retroguardia paranoica.

 

 

Yu Hua: Anche i preti si vogliono iscrivere al partito comunista

Autore da un milione di libri venduti Yu Hua è una delle voci più schiette e originali della Cina di oggi. Da sempre impegnato sul fronte della denuncia sociale è autore di romanzi come Vivere! da cui è tratto l’omonimo film di Zhang Yimou e come lo spiazzante Il settimo giorno in cui il protagonista riceve una telefonata dall’obitorio che lo redarguisce perché in ritardo all’appuntamento per la sua cremazione. Un romanzo surreale dal quale emerge un crudo ritratto della Cina di oggi dove le disuguaglianze sociali e il denaro fanno la differenza anche da morti. Vincitore del Premio Bottari Lattes Grinzane 2018 con il nuovo libro Mao Zedong è arrabbiato, verità e menzogne dal pianeta Cina (Feltrinelli) Yu Hua è in questi giorni in Italia per un lungo tour nelle università. Grazie alla traduzione di Silvia Pozzi durante la serata di premiazione a Monforte d’Alba abbiamo avuto la possibilità di rivolgergli qualche domanda. A cominciare da un passaggio fulminante del suo nuovo libro in cui Yu Hua sintetizza in poche battute più di cinquant’anni di storia cinese.

Quando c’era Mao, lei racconta, i giovani parlavano di lotta e rivoluzione, durante gli anni Ottanta le parole d’ordine erano amore e carriera. Oggi, donne e denaro. Mao si rivolta nella tomba?

Durante la rivoluzione culturale Mao avrebbe dato un buffetto e un abbraccio ai bambini che gli dicevano le parole giuste, lotta e rivoluzione. Se fosse vivo, cosa direbbe a chi inneggia a belle donne e denaro? Li metterebbe in galera.

In Cina oggi esistono le classi ma c’è lotta di classe?

Quando io ero piccolo non si parlava né di classi né di lotta. Oggi le classi ci sono, eccome, e sono anche parecchio frastagliate, con grandi differenze l’una dall’altra. C’è sempre più distanza fra ricchi e poveri, lo si vede in maniera sempre più netta. La realtà della Cina è sempre più simile a quella dell’Occidente. Adesso c’è lotta sociale.

In Occidente si discute molto di diritti umani in Cina, c’è anche un problema di diritti sociali?

Tutti i problemi cinesi sono eminentemente sociali. Non molto tempo fa in rete un degente che era stato in ospedale scrisse un post stigmatizzando i costi esosi dei pasti alla mensa ospedaliera. Denunciava il fatto che fosse ingiusto che in ospedale si pagasse così tanto per mangiare. Morale della favola, la polizia dopo aver intercettato questo post, l’ha preso, l’ha arrestato e lo ha tenuto in galera per 15 giorni. Va detto però che non si tratta di un’azione del governo cinese. Questo episodio nasce dalla collusione fra i vertici della dirigenza dell’ospedale e la polizia locale, nasce dai loro rapporti personali. Ribadisco, questo tipo di corruzione che ha portato all’imprigionamento di quest’uomo non dipende dal governo nazionale. Questo esempio molto concreto è per spiegare che spesso i malanni della società cinese, le cose terribili che succedono, non sono frutto del governo ma di scelte dei governi locali che determinano problemi sociali. I piccoli potenti locali si sentono in diritto di intervenire anche infrangendo la legge.

Un’ampia parte di questo suo nuovo libro, frutto di articoli pubblicati sul Time e sul New York Times, è dedicato alla libertà di espressione. Lei ricorda quando, da bimbo, per la prima volta lesse un libro proibito, Le 25 storie illustrate. Oggi la censura ha molte facce, lei scrive. Qual è l’aspetto più irritante, più preoccupante, con cui ci si scontra più spesso?

Personalmente non mi causa nessun tipo di problema. La censura in Cina a volte è una cosa complicata a volte è semplicissima. Se parli della rivoluzione culturale puoi scrivere quello che ti pare in un libro, ma film non ne puoi fare su questo argomento. Sai che ci sono temi che non puoi toccare come il massacro in piazza Tienanmen. Ecco perché il mio libro La Cina in dieci parole non è stato pubblicato in Cina e l’ho dovuto pubblicare a Taiwan. Lì io parlavo di piazza Tienanmen, per questo non è potuto uscire. Questo mio nuovo libro è una raccolta di articoli che ho scritto specificamente per i lettori stranieri. Insomma so cosa possa fare e cosa no, così faccio quello che voglio. Quando scrivo qualcosa che non può essere pubblicato nel mio Paese, detto fatto, lo pubblico a Taiwan. Oppure lo pubblico in Italia come Mao Zedong è arrabbiato.

Qualcosa sta cambiando anche a Hong Kong, per la prima volta un giornalista straniero è stato espulso.

Sì c’è un cambiamento in questo senso. Più andiamo avanti più Hong Kong assomiglia alla Cina continentale. Oramai quasi tutte le testate hongkonghesi sono di proprietà del partito comunista cinese. Oggi se vai ad Hong Kong e compri un giornale oppure se lo compri in Cina, qualsiasi testata tu scelga, non trovi nessuna differenza di sapore o di orientamento. E mi sa tanto che fra 50 anni anche i giornali italiani saranno di proprietà del partito comunista cinese…

Un aspetto interessante della Cina è l’ateismo: quella cinese è una cultura millenaria libera da ogni fondamento metafisico. Appare come una grande libertà di pensiero. Sta cambiando qualcosa, visti gli accordi con il Vaticano?

A quanto pare i rapporti fra Cina e Vaticano stanno diventando un po’ più sciolti. In tutto il mondo preti, prelati, membri della gerarchia religiosa sono scelti dal Vaticano. In Cina a decidere chi fa cosa e chi occupa posti di potere per quanto riguarda la Chiesa cattolica non è il Vaticano, ma il partito comunista cinese.

Nonostante certi nodi si stiano sciogliendo questo rimane un punto fondamentale. Un punto su cui la tensione è alta perché nessuna delle due autorità vuole recedere e concedere potere all’altro. Quindi (accenna ridendo, ndr) il fatto che recentemente i rapporti si siano distesi non sarà perché i prelati del Vaticano si stanno iscrivendo al partito comunista?

Parlando ancora di questioni internazionali in Africa vediamo in azione il soft power cinese che porta nuove infrastrutture e sviluppo o si tratta piuttosto di nuova forma di colonialismo?

Credo che sostanzialmente l’obiettivo sia la ricchezza del sottosuolo, le mire della Cina riguardano la grande potenzialità e ricchezza del continente africano. Secondo me non ci sono in ballo la politica o altre questioni, la cosa fondamentale è l’economia.

A sei anni da La Cina in dieci parole qual è la parola chiave per capire la Cina di oggi?

L’ho scritto in quel libro (pubblicato nel 2012 da Feltrinelli, ndr) e lo ripeto oggi, la parola per fotografare la Cina è cambiamento, vale ancora in questo momento. La parola è cambiamento

L’intervista di Simona Maggiorelli a Yu Hua prosegue su Left in edicola dal 26 ottobre 2018


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