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La cattiveria dei malvagi e il silenzio dei giusti

Jerry ha 29 anni, è ghanese e stava rientrando in autobus a Castel Volturno. Era un saldatore, Jerry. Ora non più, non riesce più a saldare e nemmeno a fare molto altro: ha gambe e braccia paralizzate. Su quell’autobus stava bene, era ancora tutto intero e si muoveva tutto: “Ho chiesto all’autista del pullman di poter scendere e mi sono alzato dal mio posto per far accomodare una signora. C’era una persona avanti a me a cui ho chiesto cortesemente di farmi passare per scendere. Lui mi ha mandato a quel paese con epiteti a sfondo razziale. Io gli ripetevo ‘Scusa mi fai scendere?’. L’ho ripetuto tre volte senza avere risposta. Quando gli sono passato accanto lui mi ha sferrato un colpo alle spalle e sono caduto fuori dal pullman”, racconta Jerry in un’intervista a Fanpage. Una volta caduto per terra il pestaggio è continuato. Paraplegia degli arti inferiori e la diparesi degli arti superiori dice la diagnosi. Definitiva.

A Brindisi, siamo nella serata del 19 ottobre, Elija, segretario della comunità cittadina del Ghana, che vive e lavora a Brindisi da diversi anni, stava tornando a casa. «Ehi, fermo: ti dobbiamo ammazzare» gli hanno urlato quelli delle ronde razziste che stanno tornando di gran moda. In ospedale ha incontrato un altro ragazzo, questa volta del Senegal, a cui è andata molto peggio: in cinque (perché sono vigliacchi oltre che razzisti) lo hanno colpito con mazze da baseball, i medici dicono che la sua situazione è molto grave. Nello stesso giorno, sempre a Brindisi, un terzo migrante è stato salvato dalle urla di un passante che minacciava di chiamare la polizia.

Poi c’è l’episodio di Sassari: un ventiduenne proveniente dalla Guinea è stato colpito a un semaforo. Gli hanno sferrato una gomitata, dicendogli «a casa mia faccio quello che voglio, se non ti sta bene tornatene a casa tua» e poi in tre l’hanno massacrato di botte.

E poi i sei minori non accompagnato pestati a Trappeto, in Sicilia, e poi Bagheria, Partinico e così via.

Non se ne parla più moltissimo ma oltre alla mensa di Lodi e a quelli che continuano serenamente a morire in mare gli stranieri vittime di razzismo in Italia continuano. Fatti certificati, molti con indagini già avviate.

L’opposizione al razzismo però non è un punto elettorale che ci possiamo permettere di aspettare solo dall’opposizione (che poi, sì, ciao) ma è un veleno che ha bisogno di trovare diga nelle persone. Tutte. E forse sarebbe ora di ritenere complici anche i minimizzatori, gli increduli e i disattenti. È una moria non solo di negri ma anche di bianchi marciti sotto il peso della propaganda. La cattiveria dei malvagi e il silenzio dei giusti sono i compagni di merenda che non possiamo permetterci di sopportare. Trovate che sia tutto molto noioso? Beh, a me terrorizza.

Buon lunedì.

Contro gli abusi in divisa, un vademecum legale per conoscere i propri diritti

Quando il terremoto ha devastato il Centro Italia nel 2016, come avvocati e giuristi di Alterego-Fabbrica dei diritti ci rendemmo conto immediatamente di un fatto: la conoscenza del diritto era carente. I cittadini terremotati vedevano cambiare le regole della loro vita senza comprenderne le norme o i processi. E la mancanza di conoscenza li rendeva inconsapevoli. Attivammo così il primo intervento di Avvocati d’emergenza.

Oggi se tale mancanza proviamo ad assumerla nei casi di abusi di polizia, ci rendiamo conto che il “potere della divisa” genera nel cittadino un senso di subordinazione tale da rendere impossibile qualsiasi rimostranza. Nella considerazione che il ruolo dell’avvocato debba sempre più assurgere a “ruolo sociale”, non solo di difensore della parte in un processo, ma di detentore della conoscenza giuridica che deve tornare in strada, è fondamentale pensare a una vera e propria redistribuzione della conoscenza e del sapere. Vlad (Vademecum legale contro gli abusi in divisa) nasce dal lavoro di Alterego – Fabbrica dei diritti e Acad (Associazione contro gli abusi in divisa), con l’intento di informare e formare ogni persona, sui propri diritti quando entra in contatto con la forza pubblica e sui doveri di quest’ultima nei confronti di ogni persona.

Oltre a quelle regole di buon senso che è bene sempre ricordare (in caso di fermo avvertire sempre amici o familiari, leggere sempre i verbali che ci vengono presentati e non firmarli se non corrispondono alla verità, conoscere il proprio avvocato in quanto unico soggetto in grado di presentare tutte le richieste quando si entra nel circuito giudiziario, ecc.) l’opera si sofferma sulle categorie sociali che, dati alla mano, sono più soggette agli abusi: utilizzatori di sostanze stupefacenti, soggetti con problemi psichiatrici, homeless, extracomunitari, attivisti e militanti politici.

Conoscere il quantitativo di sostanze stupefacenti che differenzi l’uso personale dallo spaccio, come funziona il Tso (Trattamento sanitario obbligatorio), sapere che non si può essere espulsi dal territorio se è in essere un ricorso alla commissione migranti o che una manifestazione non deve essere autorizzata bensì semplicemente comunicata, sono solo alcune delle conoscenze che dovrebbero essere parte del patrimonio di ogni persona. Vlad vedrà la luce il 15 novembre, e sarà presentato a Roma con un primo grande evento al cinema Palazzo di San Lorenzo. In seguito, sono tante le richieste di presentazione che ci arrivano da tutta Italia, una risposta questa che corrisponde al diffuso bisogno di conoscenza che esiste in gran parte della società e ai tempi che stiamo vivendo. Perché è ormai chiaro che quando si parla di abusi, si parla di repressione.

Dopo l’ultimo decreto sicurezza, tale repressione ha subito una ulteriore fase di “normativizzazione”, contro terroristi, black-block e antagonisti. Nomi insomma, che fanno oramai parte di un immaginario pubblico, ma che non raccontano nulla, se non definire quel “folk devil” di cui un governo repressivo e reazionario ha sempre bisogno. Nomi che, spesso, includono le tante e i tanti che impegnano la loro vita nella lotta per una società più giusta e inclusiva. Ma dall’altra parte esiste una Costituzione, dei principi fondamentali del diritto che parlano di libertà personale, di libertà di manifestare, di proporzione tra offesa e pena, di giusto processo e di giudice terzo. Principi e valori che definiscono la nostra società, il nostro stare insieme e che assoggettano chi ci governa.

La conoscenza del diritto dovrebbe essere la base per vivere in una società, così come dovrebbe essere la base di ogni lotta. E l’avvocato, in quanto detentore di questa conoscenza, dovrebbe avere il diritto e il dovere di fare la sua parte.

 

L’articolo di Riccardo Bucci è tratto da Left n. 42 in edicola dal 19 ottobre 2018


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Dal 25 ottobre, a Lecce Conversazioni sul futuro, attualità e diritti umani

Dal 25 al 28 ottobre torna Conversazioni sul futuro, organizzato dall’associazione Diffondiamo Idee di Valore – con il coordinamento artistico di Gabriella Morelli, Laura Casciotti e Pierpaolo Lala, con la partecipazione speciale di Amnesty International Italia, Emergency e Medici Senza Frontiere, e in partnership con molte realtà editoriali, a cominciare da Left.

Il regista PIF e il direttore dell’Espresso Marco Damilano, il fotografo Ferdinando Scianna, il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti (voce di Radio24), Giorgio Lauro (conduttore e autore di Un giorno da Pecora – Rai Radio 1), il condirettore dell’Agi Marco Pratellesi, il presidente Onorario dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Carlo Smuraglia, la direttrice di Left Simona Maggiorelli, Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo (con la proiezione del film Sulla mia pelle), il professore Philip McCann (docente di Economia urbana e regionale alla University of Sheffield Management School), il vicedirettore dell’OCSE Joaquim Oliveira Martins, DonPasta, Raquel Ortega Argiles (docente di Sviluppo Economico Regionale all’Università di Birmingham), gli scrittori, giornalisti e blogger Roberto Cotroneo, Tiziano Scarpa, Christian Raimo, Paolo Berizzi, Federica Angeli, Maria Cuffaro, Romina Remigio, Takoua Ben Mohammed, le autrici del concorso Lingua Madre curato da Daniela Finocchi, Marco Cattaneo, Gisella Modica, Marilù Mastrogiovanni, Floriana Bulfon, Claudio Scamardella, Federico Badaloni, Bruno Mastroianni, Amalia De Simone, Massimo Mantellini, Ana Cristina Vargas, Maurizio Mura, Rossano Astremo, Ivan Grozny Compasso, Emanuele Giordana, Marina Lalovic, Antonio Iovane, Giuseppe Festa, Marianna Aprile, Giovanni Ziccardi, Antonio Sofi, Dino Amenduni, gli economisti Andrea Boitani, Claudio De Vincenti, Andrea Conte, gli scienziati Roberto Orosei ed Elena Pettinelli (tra i ricercatori che hanno scoperto l’acqua su Marte), l’astrofisica Sandra Savaglio, la virologa Ilaria Capua (in collegamento), gli artisti ivan e Frode, i docenti Stefano Cristante, Daniela Fargione, Piero Dominici, Guglielmo Forges Davanzati, Francesco Campobello, Luca Bandirali e Carolina De Luca, Beppino Englaro, Marco Cappato e Tiziana Siciliano per un incontro sul testamento biologico e il fine vita, Leonardo Ferrante, Alberto Vannucci e Nicoletta Parisi sull’Anticorruzione.

Si rinnova la collaborazione tra il festival e Amnesty International Italia con un focus sulla Libertà d’espressione in Turchia, coordinato dall’inviata di SkyTg24 Tiziana Prezzo, con i giornalisti Murat Cinar, Ramize Erer, Fazila Mat e (in collegamento) Can Dundar e la proiezione del film “Last man in Aleppo” diretto da Feras Fayyad (giovedì 25 dalle 19 al Cinelab), un approfondimento sulla morte di Giulio Regeni con la presentazione e proiezione del documentario “Il nostro uomo al Cairo” di Bence Matè (sabato 26 alle 20:30). A Lecce anche la presidente di Emergency, Rossella Miccio, per un incontro con Samia Walid (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) e Carla Dazzi (presidente Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane che curerà anche una mostra fotografica) moderato dall’inviata del Corriere della sera Marta Serafini (venerdì 26 alle 18 al Paisiello) che curerà anche l’importante occasione di discussione su “Ong e soccorsi in mare: le acque agitate del Mediterraneo” con la giornalista di Internazionale Annalisa Camilli, il ricercatore dell’Ispi Stefano Torelli, e i soccorritori della Nave Aquarius (Sos Mediterranee) e Proactiva Open Arms (sabato 27 alle 17.30 al Paisiello). Preziosa l’articolata collaborazione con Medici senza Frontiere con la presenza di Matteo Civardi e del direttore della comunicazione François Dumont che, oltre a un incontro sabato 27 ottobre (dalle 16 alle 17.30 al Teatro Paisiello), terrà anche un workshop per le scuole. Nei giorni del festival l’ex Convento dei Teatini ospiterà la mostra “L’ospedale di tutte le guerre” a cura di Alessio Mamo (fotografo, vincitore del 2° premio World Press Photo 2018 – categoria People), Marta Bellingreri (giornalista) e MSF mentre in piazza Sant’Oronzo sarà allestito il Circuito delle emozioni.

Conversazioni sul futuro è organizzato dall’Associazione Diffondiamo Idee di Valore – con il coordinamento artistico di Gabriella Morelli, Laura Casciotti e Pierpaolo Lala e organizzativo di Annalisa Gaudino e Valentina Attanasio – in collaborazione con Boboto, Coolclub, Officine Cantelmo, Meltin’Pot, Pazlab, Sellalab, Zemove con il patrocinio di Comune di Lecce, Università del Salento, Ordine dei giornalisti della Puglia, Ordine degli Architetti, P.P.e C, Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, dei notai e degli avvocati di Lecce, Architecta – Società Italiana di Architettura dell’Informazione. Con la partecipazione speciale di Amnesty International Italia, Emergency e Medici Senza Frontiere. Partner Apulia Film Commission, All’Ombra del Barocco, Libreria Liberrima, MoreView, Palazzo Rollo, Spinelli Caffè, Registro .it, Vestas Hotels & Resorts. Un ringraziamento a Astràgali Teatro, Cantieri Teatrali Koreja, Città del Gusto, Crocevia, Db D’Essai, Fondo Verri, Libreria Palmieri, Manifatture Knos, Cineclub Universitario, Cmcc, Officine Culturali Ergot, Dajs, Città del Gusto, BTM Puglia, Acqua Orsini, Slow Food Lecce, Campagna Amica e Coldiretti Lecce, Passalorto, ShotAlive e FotoScuola Lecce, Elsa Lecce e ai produttori, ai ristoranti e alle strutture ricettive. Media Partner Agi – Agenzia Italia, Left, Rai Radio3, RadioWau.
Qui il programma completo: www.conversazionisulfuturo.it

Per i democratici è l’ora di osare. Molto di più

MEMPHIS, TN - APRIL 04: Sen. Bernie Sanders (I-VT) joins with others during an event to mark the 50th anniversary of Dr. Martin Luther King Jr.'s assassination April 4, 2018 in Memphis, Tennessee. The city is commemorating King on the anniversary of his assassination that took place on April 4, 1968 at the Lorraine Motel. (Photo by Joe Raedle/Getty Images)

In queste settimane concitate che hanno visto la discussa e discutibile nomina di Brett Kavanaugh a giudice alla Corte Suprema, che di fatto ha aperto la campagna per le prossime elezioni di medio termine (che si terranno il 6 novembre prossimo), ho avuto modo di discutere con vari colleghi del mio dipartimento, alla Columbia University. La situazione, nonostante le mobilitazioni permanenti di molti cittadini, non sembra compromessa per Trump. Non solo perché l’economia macina bene e la disoccupazione diminuisce ma anche perché le continue rivelazioni su documenti comprovanti la sua evasione fiscale e le relazioni a dir poco ambigue con le forze straniere (la Russia) che si sono mobilitate per condizionare le elezioni del 2016, non solo non sembrano aver indebolito il presidente, ma addirittura sembrano averlo favorito nell’opinione pubblica. La sua popolarità è sorprendentemente buona, migliore senza dubbio di quella di altri presidenti, come Macron per esempio.

Molto si parla della virata a sinistra nell’area politica che afferisce al Partito democratico, soprattutto dopo le primarie infiammate e infiammanti a New York che hanno promosso la giovanissima e radicale Alexandria Ocasio-Cortez. Si ha l’impressione, da fuori, che la radicalizzazione imposta da Trump abbia agevolato le parti più socialiste o radicali. Questa è l’opinione che trapela da molti nostri giornali. Ma è questa una percezione veritiera? Ne ho parlato con il collega Jeffrey Lax, esperto di Politica americana nel mio dipartimento.

Ho raccolto l’esito della nostra conversazione in tre domande centrate sulla sinistra e la prospettiva dei democratici alle prossime elezioni, molto importanti per…

L’articolo di Nadia Urbinati prosegue su Left in edicola dal 19 ottobre 2018


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Uno sguardo europeo, appunti per la sinistra

Leader of the Spanish Socialist Party (PSOE) Pedro Sanchez (L) chats with leader of the left wing party Podemos, Pablo Iglesias as they arrive at Las Cortes (Spanish parliament) for their meeting in Madrid on March 30, 2016. / AFP / PIERRE-PHILIPPE MARCOU (Photo credit should read PIERRE-PHILIPPE MARCOU/AFP/Getty Images)

La sinistra italiana è malata nei comportamenti da provincialismo, ma sempre pronta a innamorarsi di modelli esteri vincenti, anche se sviluppati in contesti irriproducibili in Italia. Può cosi spaziare indifferentemente dagli zapatisti del sub-comandante Marcos a Podemos di Iglesias, da Syriza di Tsipras a En marche di Macron, da France Insoumise di Mélenchon ai Verdi bavaresi di Katharina Schulze gli ultimi arrivati nell’empireo accanto al mito Corbyn. Per gli Usa bisognerà aspettare il risultato delle elezioni di Midterm per sapere se Sanders avrà come erede Elizabeth Warren o Alexandria Ocasio-Cortez.

Due eventi dovrebbero attirare l’attenzione e le riflessioni del popolo della sinistra, se non si è appassionati dalle candidature al congresso del Pd o da quel che succederà di LeU o da quel che è successo a PaP: l’accordo per un governo tra Psoe e Podemos alle prossime elezioni spagnole e i risultati delle elezioni regionali bavaresi.
La sinistra deve seguire la strada del superamento delle sue divisioni come ieri in Portogallo e domani in Spagna o trovare una nuova formazione, che rompa con le antiche divisioni e punti sulla dimensione ambientale e dei diritti umani come in Baviera?

Una prima notazione preliminare: in Italia…

L’articolo di Felice Besostri prosegue su Left in edicola dal 19 ottobre 2019


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Per non dimenticare gli affetti

Le notizie politiche sono sempre più assurde. I governanti Lega-M5s non sembrano ancora essersi resi conto che sono alla guida di un Paese con 60 milioni di abitanti. Ogni affermazione del governo ha una ripercussione. La manovra economica del governo non è ancora chiara. Di certo si sa soltanto che i soldi per mettere in atto il programma elettorale non ci sono. Ed ecco quindi che si deve ricorrere al debito. Il problema non sono di per sé i soldi in prestito. Il problema è la credibilità di un governo che attacca tutto e tutti preventivamente senza valutarne gli effetti e le conseguenze. Il gridare al complotto speculativo non fa altro che alimentare la speculazione. Perché c’è chi in questi giorni sta scommettendo al ribasso del debito italiano e al suo downgrade, ossia all’abbassamento del rating, proprio per le affermazioni del governo. Di fatto questo abbassamento è già stato scontato dal mercato. L’innalzamento dello spread di 150 punti base sta già costando allo Stato per lo meno 1 punto percentuale in più all’anno nei rendimenti dei nuovi titoli in emissione, ossia maggiori spese per interessi.

Di fatto la politica che a parole si voleva espansiva sta determinando che nel futuro dovremo pagare maggiori interessi riducendo in concreto la quantità di danaro disponibile per la spesa dello Stato. Ma l’aspetto economico è probabilmente il meno grave. Fa parte di una strategia politica ben precisa. Perché un peggioramento del costo del debito italiano significa meno risorse da spendere e necessariamente un peggioramento delle condizioni per l’accesso al credito dell’economia italiana. La strategia politica è quella di tenere il Paese bloccato a pensare che ci sia un complotto internazionale che vuole strozzare l’Italia facendo in modo che la politica economica determini un peggioramento finanziario di cui si possa accusare qualche potere estero che gestisce il complotto (Soros, Bce, Troika, Commissione europea, ecc.) Nel frattempo si fa in modo di indirizzare le difficoltà in cui si trova e si troverà sempre di più la popolazione a cause che non hanno nulla a che fare con quel problema. Prima fra tutte l’immigrazione.

Si vuole fare in modo che le persone pensino che è il diverso, lo straniero che ci fa vivere male. Si vuole che le persone attribuiscano tutti i loro problemi di qualunque natura, la colpa di tutto ciò che non va a qualcun altro. Salvini dice di lavorare per gli italiani da buon padre di famiglia che protegge la casa e i figli. Che chiude la porta di casa per proteggerli. Salvini legittima un pensiero fascista e razzista. Perché viene costruita una realtà che non esiste e affermata con slogan che non hanno senso. Dire “aiutiamoli a casa loro” significa implicitamente dire che il Paese Italia è “casa nostra”. Come dire che è una proprietà privata. È un assurdo assoluto. Viene proposto di eliminare completamente il concetto di Stato e di istituzioni che non sono la proprietà di nessuno. La Costituzione italiana stabilisce e garantisce diritti e doveri dei cittadini. Ma il termine “cittadino” si deve estendere a chiunque si trovi sul territorio dello Stato. È la Corte costituzionale che lo ha stabilito. Per lo Stato italiano vengono sempre prima le persone e non esiste un concetto di proprietà dello Stato da parte di qualcuno.

Per quanto Salvini e Di Maio abbiano ampiamente vinto le elezioni questo non significa che siano diventati i “proprietari del Paese”. Fateci caso. La loro proposta politica quotidiana è proprio questa: “Ora che siamo noi quelli che decidono, ora che siamo i proprietari, tutti dovranno fare quello che diciamo noi, per il bene di tutti”. E forse è proprio per questo che il clima è così pesante. Anche perché certe notizie sembrano confermare questa idea. Dalla circolare del ministero dell’Interno che stabilisce lo spostamento coatto dei migranti di Riace (poi rettificato perché illegale) alla sindaca leghista di Lodi che esclude dei bambini dalla mensa scolastica perché “non italiani”. Oppure quando Salvini parla di 60 milioni di italiani che sarebbero con lui. Quando sono a malapena 16 milioni quelli che hanno votato per lui e Di Maio. Esiste ancora la Costituzione, esiste una magistratura indipendente, dovrebbe esistere anche un’opposizione parlamentare anche se sembra scomparsa. Esistono soprattutto le persone, italiani o non italiani non ha alcuna importanza, che si oppongono a questa narrazione manipolatoria. Una opposizione spontanea che si ribella a questa violenza come necessità personale di affermazione di una identità di essere esseri umani.

Qualche giorno fa ho visto su Rai1 il bellissimo e drammatico documentario di Alberto Angela sul campo di concentramento nazista di Auschwitz. Non ricordo bene quando ma ad un certo momento viene proposta l’idea che il grande pericolo, quello cui dobbiamo stare attenti per evitare il ripetersi di simili catastrofi sia l’odio. L’odio per l’altro, il diverso, lo straniero, ecc. In realtà non è così. L’odio può determinare la violenza, questo sì. Ma il vero pericolo per la democrazia è quando l’azione di aggressione all’altro si realizza senza affetti. È quello che ha “realizzato” il nazismo. Salvini che manda i suoi tweet in cui fa affermazioni violentissime e finisce la frase con “un bacione”: quella mancanza di empatia, di sentire la realtà umana dell’altro, non è odio. È una politica priva di affetti. Salvini, come lui stesso dice, non odia nessuno. Fa il suo lavoro meticolosamente. È quando la realtà umana diversa da se stessi non esiste più, quando viene annullata, fatta scomparire che si perdono gli affetti. Chi ha la pelle scura, lo straniero, la donna, il diverso perdono la qualità di essere esseri umani. È pensiero freddo e razionale. Pensiero lucido che deve gestire un “problema”. L’odio non c’è affatto. Il grande pericolo è questo. La disumanità c’è quando si sono persi tutti gli affetti. Anche l’odio. Restare umani significa ribellarsi all’anaffettività.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 19 ottobre 2018


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La “cella zero” delle carceri disumane

CARCERE REGINA COELI DETENUTI AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA RECLUSIONE ARRESTO POLIZIA PENITENZIARIA SEZIONE DETENZIONE

«Solo una lampada accesa. Tutt’intorno il nulla, solo quattro mura sporche di sangue e muffa. All’inizio c’era un cappio appeso. Era l’illuminazione del terrore. Centinaia e centinaia di detenuti ci sono passati». Pietro Ioia è stato il primo che ha denunciato le torture e le violenze che avvenivano nella cosiddetta “cella zero” del carcere di Poggioreale a Napoli. Bastava un pretesto, una scusa qualsiasi e il detenuto veniva portato nella stanza al piano terra. Senza telecamere, senza finestre.

«Era il 1982 la prima volta che sono stato portato lì e picchiato», racconta Pietro. Erano, quelli, i tempi della guerra tra la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia, una guerra i cui effetti si ripercuotevano anche sui penitenziari napoletani. «Noi ragazzini venivamo obbligati dai boss a custodire le armi in carcere. Ci fu un’irruzione dei Nocs. Furono loro che crearono una stanza del terrore per ottenere confessioni». Così nasce la “cella zero”. Che per oltre 30 anni è sopravvissuta nel silenzio totale. Ed è contando su tale silenzio che, secondo le testimonianze, la “squadra della Uno bianca” prelevava detenuti per riempirli di botte, calci, schiaffi.

C’era Ciondolino, così chiamato dai detenuti per il rumore del suo voluminoso mazzo di chiavi; Melella, dal nome delle guance rosse che gli si facevano quando beveva; e poi Piccolo boss, ’O sfregiat, Zorro, Bei capelli. «Il mio compagno di cella era un lavorante addetto alla pulizia» racconta ancora Pietro che, uscito da Poggioreale, ha aperto un’associazione che raccoglie ex detenuti a Napoli. «Quando un agente  gli diceva “comincia dalla zero” capiva che la sera c’era passato qualcuno. E si metteva i guanti perché…

L’inchiesta di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola dal 19 ottobre 2018


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Edna O’Brien, l’impetuoso scrivere

A young woman is admiring the sunset over a river in the city on a cold autumn day

Una vecchia struggente ballata irlandese di Christy Moore recita così: «Tutti sapevano, nessuno ha parlato… / Aveva solo quindici anni … / Se ne andò a partorire / In una grotta…». Era il 31 gennaio del 1984 in una cittadina sperduta nella contea di Longford. Una ragazzina, Anne Lovett, veniva trovata da alcuni coetanei, distesa e in preda a una grave emorragia, in una grotta dedicata alla Madonna. Accanto a lei un feto senza vita. Venne chiamato un prete, e, soltanto in seguito, un dottore. Anne morì prima che potesse arrivare l’ambulanza.
I giornali nazionali non se ne occuparono, a eccezione di qualche trafiletto su quelli locali.

Ma poi la notizia trapelò durante un noto talk show serale nonostante le resistenze di autori e presentatori, e subito la redazione venne subissata di telefonate indignate. La coscienza del Paese provava a scuotersi, e lo faceva a quattro mesi esatti dalla bocciatura di un referendum sull’aborto in cui gli irlandesi avevano votato difendendo le posizioni “a favore della vita” caldeggiate della Chiesa cattolica. Ma forti furono i tentativi di insabbiare la storia e di far passare tutto sotto silenzio. Nemmeno i media dovevano osare alzare la testa, in un Paese ancora sotto il giogo ecclesiastico.

Passarono dieci anni e nel Cregg Wood, presso il paesino di Whitegate, uno squilibrato di nome Brendan O’Donnell uccise brutalmente una donna, l’artista Imelda Riney, e il suo bambino Liam, oltre ad un parroco del luogo. Una volta in manette Brendan affermò di esser stato guidato dal demonio mentre commetteva i suoi omicidi, dimostrando una condizione mentale altamente disturbata ma anche un animo ossessionato da fantasmi legati a una religiosità deviante. Anche stavolta la notizia riuscì a circolare ma senza fare troppo clamore, finché non fu un’artista a tentare di risvegliare le coscienze del popolo irlandese. Fu infatti la scrittrice Edna O’Brien nel 2002 a rivangare quel crimine orrendo, modificando ovviamente i nomi dei protagonisti, nel suo scioccante In the forest, mettendo così alla berlina ancora una volta la reazione di uno Stato abituato a non voler mai collegare inusitate eruzioni di violenza a una atavica…

L’articolo di Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni prosegue su Left in edicola dal 19 ottobre 2018


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Alla riconquista del tempo di vita e di relazione

In this Thursday, Nov. 3, 2016 photo, Dan LaMoore sizes hands for an 8-foot diameter silhouette clock at Electric Time Co., in Medfield, Mass. Daylight saving time ends at 2 a.m. local time Sunday, when clocks are set back one hour. (AP Photo/Elise Amendola)

Tempo rubato è il disvelamento di un furto compiuto ai danni di generazioni di uomini e donne nati nella seconda metà del secolo scorso. È il tentativo di mettere a fuoco i processi di lunga durata e le scelte politiche contingenti che hanno sottratto il controllo del tempo dalla disponibilità di una parte della società a favore di un’altra. È il racconto di una guerra condotta dalle classi dominanti contro le classi dominate, di chi sta in alto contro chi sta in basso. Il tempo inteso come campo di battaglia, terreno di un conflitto tra desideri di autonomia e imperativi di comando. Spazio di emancipazione individuale e collettiva e dispositivo di disciplinamento politico e sociale. La relazione tra tempo di vita e tempo di lavoro è tutta dentro questo svolgimento conflittuale e dialettico, stretta dai rapporti di potere che consentono a una cerchia ristretta di élite economiche e politiche di governare il destino della maggioranza di uomini e donne che popolano il pianeta. Il tempo sottratto alla realizzazione del sé, il tempo rubato agli affetti personali, allo sviluppo della creatività individuale e collettiva è il risultato di uno scontro, che nasce nei luoghi di lavoro e si estende alla società. Un movimento dialettico che divide e ricompone i rapporti tradizionali tra fabbrica e società, due ambiti che si condizionano a vicenda, nell’intreccio, divenuto inestricabile, tra tempi di vita e tempi di lavoro. Tempo rubato prova a ricostruire la trama degli eventi in cui si snoda questo furto. Un piccolo contributo per sollecitare un dibattito pubblico all’altezza delle sfide di questo momento, per chi vorrà raccoglierlo. Chi spera di trovare spiegazioni rassicuranti, soluzioni indolore, proposte ispirate a una razionalità tecnica e universale sarà deluso. Chi scrive, aderisce a un punto di vista preciso, crede che la storia non sia un processo lineare e progressivo, ma il portato di conflitti tra interessi e posizioni distinte che si fronteggiano per conquistare potere.

Il tempo come relazione, appunto. Costrutto in movimento che segue lo svolgersi dei rapporti di potere e da questi è plasmato. Non il tempo della storia, ma il tempo della politica, dell’intervento umano che reagisce alla storia, imponendo arresti improvvisi e balzi in avanti. In questo schema interpretativo si inscrive la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro. Una battaglia che accompagna il movimento operaio dai suoi albori ai tempi recenti. Dalla classe operaia inglese di metà Ottocento raccontata da Marx ed Engels alle lotte che si svolgono nelle nuove fabbriche globali. Una lotta che chiede di essere organizzata, per sperare di avere successo e migliorare le condizioni di vita delle maggioranze sociali. Questo libro cercherà di rispondere anche a questo interrogativo, ricercando i possibili nessi tra il piano di attivazione sociale e gli schemi di politica pubblica con cui affrontare il tema della riduzione dell’orario di lavoro. Il libro approfondirà la cornice teorica da cui maturano le ipotesi discusse nella seconda parte del testo. Si cercherà di delineare sinteticamente il contributo di Marx alla nozione di tempo, a partire dall’analisi dei processi di valorizzazione che caratterizzano le strategie di accumulazione capitalistica. Le intuizioni di Marx torneranno utili per leggere le contraddizioni attuali che lacerano le società a capitalismo maturo. Nella ricostruzione storica del dibattito e dei conflitti sul tempo di lavoro si cercherà di inquadrare i momenti di svolta nelle relazioni di potere tra le classi e nello sviluppo del rapporto tra capitalismo e democrazia. In questa luce si articolano le fasi di passaggio che maturano in Occidente: dal ciclo di lotte operaie dei decenni Sessanta e Settanta che portano al consolidamento del compromesso sociale sino alla reazione capitalistica con le riforme promosse da Margaret Thatcher e Ronald Reagan, che inaugurano il lungo ciclo di egemonia liberista.

La grande crisi del biennio 2007/2008 – che porta a maturazione le contraddizioni di uno sviluppo trainato dalla fede incrollabile nella libertà di movimento delle merci e dei capitali e nella battaglia contro le organizzazioni del movimento operaio – segna lo sgretolamento dell’ordine neoliberale e il passaggio a una fase completamente nuova e per certi versi indecifrabile. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea e la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane del 2016 rappresentano i segnali evidenti di questo passaggio d’epoca, che ha sconvolto il paesaggio politico mondiale. Una cesura storica in cui la fine del vecchio mondo porta con sé la crisi del nesso costituzionale tra lavoro e cittadinanza, traghettato dalla transizione dal fordismo al postfordismo e dal crescente impoverimento di larghe fasce di lavoro dipendente e autonomo. Scaveremo dunque nelle profondità della crisi di legittimazione delle democrazie liberali, nella debolezza dei corpi intermedi e nello scollamento sempre più evidente tra le forze politiche eredi del movimento operaio e le vecchie e nuove soggettività del mondo del lavoro. In questo passaggio si cercherà di mettere a fuoco il nesso tra salario, reddito e riduzione dell’orario di lavoro, tentando di individuare una risposta possibile alla frantumazione della classe lavoratrice e alla distribuzione diseguale del reddito e del tempo di lavoro. Un’analisi che interroga le dinamiche di fondo del mercato del lavoro e le relazioni con la composizione settoriale dell’occupazione e le scelte di politica economica. Le trasformazioni inerenti la struttura produttiva verranno analizzate dentro i mutamenti qualitativi che intervengono nell’organizzazione della produzione e nel rapporto tra sfera produttiva e riproduttiva, tra tempi di lavoro e tempi di vita. Le sperimentazioni recenti di riduzione del tempo di lavoro, come la legge sulle 35 ore varata dal governo francese tra il 1998 e il 2001 e gli accordi siglati in Germania tra sindacato e Confindustria, saranno oggetto di una breve trattazione allo scopo di individuarne i caratteri principali e le sfide da cogliere.

La costruzione di una proposta politica di riduzione dell’orario di lavoro verrà affrontata dentro le trasformazioni che riguardano la sfera statuale e le sue funzioni tradizionali. Per questo nell’opera recuperiamo elementi conoscitivi per introdurre ad una teoria critica dello Stato, identificando nella dimensione statuale un terreno decisivo nella doppia funzione di produttore di beni e servizi pubblici e regolatore dei conflitti distributivi tra le classi. Il campo di analisi dello Stato non si limiterà a riconoscere le funzioni strumentali di controllo della domanda di lavoro, ma si proporrà di interrogare i meccanismi di formazione delle decisioni e la determinazione degli apparati di mediazione e rappresentanza tra interessi sociali contrapposti. In questo schema si colloca la valutazione dei nessi che legano la proposta di un piano di assunzioni nella pubblica amministrazione con una politica di riduzione del tempo di lavoro e le implicazioni sulla qualità della macchina amministrativa. Inoltre, riportare lo Stato al centro della riflessione sulla riduzione dell’orario di lavoro impone il riconoscimento del fallimento del paradigma neoliberale che ha ispirato l’ultimo trentennio di politiche economiche in Italia e in Europa. La centralità assegnata a politiche dell’offerta volte a ridurre i vincoli distributivi e liberare le imprese dal controllo politico-sindacale sulla domanda di lavoro ha trascinato i Paesi europei dentro una spirale recessiva con effetti devastanti sul fronte occupazionale. La necessità di recuperare i fondamenti teorici di una nuova politica economica è il passaggio ineludibile per iscrivere la riduzione dell’orario di lavoro in un quadro di trasformazione della società. Infine, si darà conto degli schemi di riduzione dell’orario di lavoro, dei nessi tra le iniziative legislative e il ruolo della contrattazione sindacale. Un modo per affrontare nel dettaglio le ipotesi di riduzione del tempo di lavoro, tenendo a mente la complessità delle funzioni di governo e di rappresentanza degli interessi. In questo senso, verranno approfondite le ipotesi di riduzione dell’orario contenute nella prassi delle relazioni industriali con le possibilità di intervento legislativo. In un tempo segnato dalla divaricazione tra politica e società, dalla crisi dei dispositivi tradizionali di mediazione, la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro offre la possibilità concreta di ricomporre un terreno comune di lotta. L’obiettivo di questa ricerca è qui. Identificare una grande mobilitazione generale su un tema che interroga le forme di organizzazione della società, il modo di produrre e consumare, la vita di tutti noi.

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L’autore Simone Fana è laureato in Scienze politiche. Si occupa di servizi per il lavoro e formazione professionale. Collabora con Left e altre testate sulle temi dell’occupazione, dello sfruttamento lavorativo, del reddito di cittadinanza. Ha pubblicato per Laterza la postfazione, insieme a Marta Fana, al Manifesto per il reddito di base a cura di Federico Chicchi ed Emanuele Leonardi

Il brano del libro di Simone Fana è stato pubblicato su Left del 21 settembre 2018


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Zingonia, cronaca di una deportazione

Trattandosi di un imprenditore e finanziere egotico la chiamò Zingonia. L’imprenditore si chiamava Renzo Zingone e alla fine degli anni sessanta, sfruttando incentivi ed esenzioni fiscali per quella che allora era una zona depressa della pianura bergamasca, si mise in testa di creare dal nulla una città operaia, oggi si direbbe una new town, forse suggestionato dalla vicina Crespi D’Adda ove a cavallo tra ottocento e novecento venne edificato un villaggio operaio modello ora patrimonio Unesco.

Zingone favorì l’insediamento di decine di piccole e medie aziende, tutte con i loro tetti in eternit, edificò un grande e lussuoso albergo, un impianto sportivo tutt’ora funzionante, una discoteca. Servivano lavoratori, tanti lavoratori, e così costruì case e le vendette a caro prezzo agli operai. Tra queste sei grandi ed allora avveniristici condomini, le cosiddette torri di Zingonia. I suggestivi filmati d’epoca si possono vedere su Youtube. Arrivarono dunque gli immigrati dal sud, i terù, come li chiamavano e chiamano a Bergamo, e le sei torri vennero abitate. Gli appartamenti, spaziosi e luminosi, furono acquistati da quegli immigrati con faticosi mutui ventennali o trentennali. Le banche della zona fecero fortuna. Zingonia ebbe un momento di fulgore: fabbriche in piena attività e popolazione in aumento con qualche tensione tra autoctoni e immigrati.

Poi, morto Zingone, il progetto, che prevedeva una new town da 50mila abitanti, non fu completato e negli anni novanta iniziò un’inarrestabile crisi. Venuti meno gli incentivi fiscali molti imprenditori chiusero le loro aziende e si trasferirono altrove. Rimasero grandi distese di vuoti capannoni di eternit grigiastro e consunto. Anche molti lavoratori se ne andarono, ma furono via via sostituiti da altri immigrati, venuti da più lontano, dall’Africa. Dopo la grande crisi del 2008 la situazione, già difficile, precipitò: Zingonia si stava trasformando in un ghetto e chi poteva fuggiva lontano, vendendo il proprio appartamento agli immigrati africani, i nigher, come li chiamano qui.

Zingonia non esiste sulle carte geografiche, è una località appartenente a diversi comuni: Ciserano, Verdellino, Verdello, Boltiere, Osio Sotto. Le sei torri si trovano nel comune di Ciserano, sindaco Pd. Si è creata nel tempo una frattura nel paese: oltre la strada a scorrimento veloce l’insediamento storico, dall’altra parte le sei torri, il ghetto degli africani, la Scampia lombarda, luogo di spaccio e prostituzione. Gli appartamenti delle sei torri sono 206 oltre ai locali commerciali sottostanti. Una buona parte venne acquistata dagli immigrati extracomunitari sempre a prezzo di enormi sacrifici e interminabili mutui altri, pochi, rimasero ad italiani che li possiedono dall’epoca di Zingone, altri ancora rimasero vuoti e furono occupati da spacciatori che in loco, tuttora, tengono vedette e “cavallini”. Il comune di Ciserano ci mise del suo, evitando ogni intervento di riqualificazione urbanistica. Venne smantellata la recinzione e non si sa come, sparì la centrale termica per il riscaldamento delle sei grandi torri, la spazzatura si accumulò, come si accumularono odi e incomprensioni dei paesani storici verso gli africani.

Gli spacciatori dettano legge, intimidiscono coloro che risiedono regolarmente nelle torri, Zingonia, il non luogo geografico, è diventata la sede del male per eccellenza nel cuore di una provincia ad alta densità leghista. L’amministrazione comunale piddina cavalca i sentimenti di ostilità: le elezioni si vincono solo se si promette di risolvere le difficoltà del ghetto, dove risolvere è sinonimo di abbattere e deportare. E così avviene, con il deplorevole concorso di entità ostili e minacciose: i comuni della zona, la Provincia di Bergamo, la Regione Lombardia, l’Azienda pubblica per le case popolari (Aler). Comune di Ciserano e Provincia di Bergamo sono a guida Pd ma fa lo stesso: nel 2015 tutti insieme appassionatamente sottoscrivono un accordo di programma il cui semplice contenuto è il seguente: le sei torri devono sparire, devono essere abbattute, rase al suolo. Su quel terreno sorgerà una struttura di vendita, un parcheggio, uffici. Il piano urbanistico si chiama ARU01 e fu adottato nel 2015.

C’è un piccolo e insignificante problema da risolvere, ovvero i residenti nelle torri i quali non vogliono cedere gli appartamenti acquistati con tanti sacrifici, si riuniscono in comitato, portano la protesta nel cuore di Bergamo, in Regione, manifestano davanti al comune di Ciserano, insomma si fanno sentire vivacemente. Nessuno li aiuta, né il sindacato tradizionale, né tanto meno i partiti, neppure le organizzazioni clericali, che tanto sono per lo più islamici… Solo il Sindacato generale di base (Sgb) e i ragazzi del centro sociale Pacì Paciana di Bergamo li supportano. I tempi si allungano.

Alcuni vendono le loro case ad Aler che le acquista per demolirle, il che è una contraddizione in termini per un’azienda pubblica che dovrebbe dare case e non toglierle. Altri resistono e rifiutano la cessione anche perché Aler propone in cambio poche migliaia di euro. Il comitato dei residenti tenta un ricorso al Tar ma la sospensiva viene negata. Siamo all’epilogo. Nel mese di luglio 2018 vengono notificati i decreti di esproprio. Per appartamenti di 100-130 mq l’indennità è di circa 6.000 – 8.000 euro. In sostanza gli appartamenti acquistati negli anni scorsi per importi tra i 50.000 e gli 80.000 euro vengono espropriati a 6.000 – 8.000 euro e gli espropriati con mutuo in corso dovranno pagare anche il debito residuo alla banca. Chi ha sospeso il pagamento delle rate in attesa dell’esproprio è stato segnalato alla centrale rischi interbancaria e dunque impossibilitato ad avere credito. Un disastro che ha provato gli interessati anche psicologicamente.

Nessuno, a parte le due eccezioni predette, ha trovato da ridire, il ghetto deve scomparire, i suoi abitanti si arrangino. Negli stabili ove ancora vivono alcune famiglie si sviluppano strani e inquietanti incendi. Gli esproprianti mandano operai a devastare gli appartamenti lasciati vuoti: spaccano tutto, porte, bagni, cucine, mobili. Oggi le torri evocano più la Siria che il centro della Lombardia.

Questa è la storia di una deportazione, di un sopruso, di una violenza perpetrata nell’indifferenza, spesso nell’aperta ostilità dell’opinione pubblica. Eppure è anche una storia di dignità e di acquisita consapevolezza, di resistenza e di coraggio che, nonostante tutto, ha lasciato e lascerà un segno. Le sei torri, ad oggi, sono ancora in piedi. Dentro resiste qualche famiglia. In uno scenario lunare si consumano le ultime resistenze. Presto del sogno di Zingone, delle case degli immigrati meridionali, di quelle degli immigrati africani, non rimarranno che macerie analoghe a quelle immateriali che ingombrano molti cervelli.

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Roberto Trussardi, avvocato, ex assessore alle Politiche per la casa del Comune di Bergamo per Rifondazione comunista, è il legale del comitato residenti di Zingonia.