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Chi non sa parlare di diritti può solo provare a toglierli

Eugenia Roccella, Matteo Salvini, Stefano Parisi, Giorgia Meloni, Massimo Gandolfini, Maurizio Gasparri, durante il convegno difendiamo i nostri figli all'interno del salone dei Piceni in Piazza San Salvatore in Lauro, 27 gennaio 2018 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Ogni discussione sui diritti, qualsiasi diritto, è interessante perché più di tutto racconta le persone che ne parlano. C’è chi li difende a spada tratta, con la mente e il cuore larghissimi, consapevole che un diritto non può mai fare male se non va a ledere quelli degli altri. Sono persone che profumano di buono, di solito: di quel buono che qualcuno vorrebbe mandare fuori moda e invece è il profumo della compassione, dell’essere capaci di patire insieme anche i patimenti che ci appaiono più distanti.

Poi ci sono quelli convinti che cedere un diritto a qualcuno sia un loro nuovo dovere o una pericolosa innovazione. Di solito sono coloro che non hanno chiaro che spesso i diritti sono quelli degli altri poiché se c’è il bisogno di stabilirli è perché riguardano una minoranza che altrimenti difficilmente potrebbe avere voce. Spesso gli oppositori ai diritti (degli altri) hanno bisogno di capire, imparare ad ascoltare e essere ascoltati. È comunque una bella sfida per chi crede nel dialogo. Sempre.

Poi ci sono quelli che di diritti non sanno proprio parlare: non lo sanno fare perché sono assolutamente incapaci di elaborare soluzioni e allora fremono nel distruggere quelle proposte dagli altri. Non sanno parlare di diritti perché sono incapaci di capire, imparare ad ascoltare e essere ascoltati e allora preferiscono suonare le corde peggiori rinunciando a parlare all’intelligenza o al sentimento e preferendo fare il solletico ai tendini, allo stomaco o agli organi più banali dei loro elettori. E siccome non sanno parlare di diritti provano a farsi notare proponendo di togliere quelli esistenti, giusto per farsi notare, solo per alzare un po’ di polvere.

Ieri Salvini, Meloni e compagnia cantante hanno esagerato (al solito) con la becera propaganda e hanno proposto (prima di fare una timida marcia indietro) di togliere le unioni civili. In parole povere: hanno proposto di cancellare famiglie che già esistono.

Ed è una tragica comicità. Da irresponsabili.

Buon martedì.

I corpi forestali contro la Riforma Madia

Migliaia di ex Forestali protestano contro la Riforma Madia, che in un colpo solo ha cancellato la storia, il patrimonio ed il know-how del corpo forestale dello Stato, oggi ridotto in cinque diverse entità in competizione tra loro.
La Frfa – federazione rinascita forestale e ambientale si propone di tutelare la natura e, in particolare, ricostruire l’amministrazione forestale.

«Non è bastato smembrare il corpo forestale, dunque, per soffocare l’anima degli ex Forestali che, ora più che mai, sostengono la battaglia legale sulla legittimità della soppressione del Cfs e della militarizzazione dei suoi membri, forzatamente trasferiti in corpi ed enti», si legge in una loro nota. Circa 6.900 nell’arma dei carabinieri, 54 al ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, 41 alla guardia di Finanza, 126 alla polizia di Stato, 390 ai vigili del fuoco, 460 in mobilità tra vari ministeri) e in attesa che in merito si pronunci la Corte costituzionale.
«Il nuovo organo istituzionale – aperto anche ad altre associazioni, alla società civile e a tutti i cittadini che hanno a cuore l’ambiente – nasce proprio dall’unione tra rappresentanze delle sigle sindacali dell’ex corpo forestale e cinque associazioni di categoria: Assodipro, Ufdi, Rinascita forestale, Unforced, Comitato foresta foresta.

Il comitato direttivo della Federazione rinascita forestale e ambientale ha definito la piattaforma operativa per le azioni da portare avanti nella comune battaglia intrapresa.
«Ribadiamo  la necessità di rivedere profondamente la Riforma Madia a fronte delle disfunzioni e dell’aumento dei costi creati dallo smembramento delle strutture e delle competenze, fino al 2016 facenti capo unitariamente ed efficacemente ad un unico Corpo specializzato»,dichiara il portavoce Maurizio Cattoi, già dirigente del corpo forestale dello Stato e già colonnello dell’arma dei carabinieri.

«L’attuale assetto parcellizzato in semplici e ridotte specialità dell’arma dei Carabinieri, dei vigili del Fuoco, della polizia di Stato, della guardia di finanza e del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza funzionale ed operativa», aggiunge. Proprio la settimana scorsa, altri due importanti provvedimenti hanno alimentato le speranze degli ex Forestali. La Consulta ha deciso che il 10 aprile 2018 dovrà essere discussa la questione del riconoscimento dei diritti e delle libertà sindacali, e di associazione di ogni militare appartenente all’esercito, alla marina, all’arma dei carabinieri o alla guarda di finanza.
«In questo giudizio, promosso da Assodipro a tutela dei finanzieri, i forestali sono coinvolti in quanto, avendo patito l’accorpamento all’arma dei Carabinieri, oggi subiscono gli stessi limiti alle libertà costituzionali previsti per chi ha liberamente scelto la professione di militare».

Con la sentenza numero 11186/2017, invece, il TAR del Lazio ha annullato il provvedimento con il quale il ministro della Difesa aveva negato il riconoscimento di Unforced quale legittima associazione tra ex forestali, che potesse operare all’interno dell’arma dei carabinieri per la tutela dei diritti degli associati.
Inoltre, nei prossimi mesi è attesa la decisione del comitato europeo dei diritti sociali. Insieme alla Corte costituzionale, anche l’organo del Consiglio d’Europa che sovraintende al rispetto dei diritti sociali e dei diritti dei lavoratori da parte degli Stati europei, vaglierà la legittimità della soppressione del Cfs e della militarizzazione dei suoi membri trasferiti nell’arma dei carabinieri.

Storie di psichiatria forense, a proposito dei mass murder

Ha lasciato perplessi la recente notizia di un giovane italiano di origine camerunense che a Milano ha colpito alla testa uno sfortunato passante con una spranga di ferro: subito arrestato, non ha fornito alle forze dell’ordine alcuna spiegazione del suo agito. Immediata è tornata alla mente l’incredibile e meno recente storia di Adam Kabobo che nel maggio del 2003, sempre nel capoluogo lombardo, di primo mattino ferì a legnate tre persone e ne uccise altrettante con un piccone. Ma chi siano questi individui che insensatamente e in brevi lassi di tempo sono capaci di uccidere più esseri umani e per quale ragione lo facciano, non è poi così chiaro. I mass murder, come li chiamano i criminologi, sono solo recentemente divenuti oggetto di interesse degli studiosi che a lungo si sono concentrati su autori d’omicidio ben differenti da loro. Un po’ tutti sappiamo di quegli individui che ammazzano più persone, prima conosciute, ma una alla volta, con metodi violenti e moventi perversi, provando piacere nel dare la morte in vari e ahimè “ameni” modi; costoro agiscono in ampi archi temporali “di raffreddamento”, sfidando o tenendo in scacco a lungo gli investigatori impegnati a fermarli. Tali soggetti in stile Hannibal Lecter, capaci anche di stuzzicare l’attenzione della gente comune – chissà perché poi – sono definiti tecnicamente serial killer e nulla hanno a comune con gli anonimi autori di reato di cui stiamo trattando. Questi ultimi, balzati tragicamente alle cronache piuttosto di recente, come nel caso delle note stragi d’oltreoceano avvenute nella University of Texas prima e alla Columbine High School poi (come documenta Michael Moore) di solito uomini, agiscono in scenari pubblici quali strade, scuole o luoghi di lavoro o ristorazione e massacrano con armi improvvisate o da fuoco finendo per distruggere “tutto, tutti, compresi se stessi”.

Eppure non si curano né delle loro vittime né di loro stessi, né della loro cattura o sopravvivenza. Dalla letteratura si apprende che questi individui sarebbero gravi malati di mente solo in minima percentuale, secondo l’adagio noto che chi si diletta nelle stragi non può essere che disturbato ma affetto da patologia psichiatrica non sempre. Difatti i mass murder quando interrogati riportano vissuti di rabbia e ostilità, rivendicazioni a tinte paranoidi verso la società che li ha vessati mettendoli ai margini. La solitudine e l’isolamento che ne derivano assieme alla consapevolezza del fallimento della vita li obbliga alla vendetta. Disturbati non malati, o non del tutto, poiché capaci di una spiegazione del loro agire, una motivazione ad esso coerente, compatibile con una stato di lucidità della coscienza e di integrità della memoria al momento dei fatti cosa che agli occhi dei periti si traduce in motivazione causale a non ascriverli nel novero degli infermi che attuano la violenza in modalità automatica.

Senza entrare nella spigolosa questione dell’imputabilità, poiché secondo le normative vigenti, avere una patologia psichica non significa automaticamente perdere la personale responsabilità penale, può capitare che essi possano scontare sia una pena detentiva intramuraria che un periodo all’interno delle Rems (residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza) che poi si traduce per effetto dell’articolo 221 cp in una lunga carcerazione cui solo poi seguono cure adeguate.

La storia di Kabobo riassume le contraddizioni espresse dall’instabile legame che unisce il mondo giuridico con quello psichiatrico. Il giovane ganese già all’interno del centro di accoglienza dove era arrivato aveva esibito un comportamento violento, già nella carcerazione avuta in Italia aveva dato segni evidenti di malattia mentale grave: era poi espatriato e rientrato a Milano. Dopo le lesioni e gli omicidi commessi era stato condotto in carcere dove, a seguito di trattamento con farmaci antipsicotici, aveva risposto lucidamente ai periti nominati dal gip dicendo che in passato il fratello impazzito aveva provato a uccidere la madre con un coltellaccio per essere poi colpito letalmente da conoscenti accorsi. Venivano riportate allucinazioni uditive secondo le quali lui stesso avrebbe creato il mondo e che aggravavano il suo stato di “senza fissa dimora” disperato tanto da uccidere pensando egli stesso di perire, vittima dei colpi delle forze dell’ordine. In sede valutativa, veniva diagnosticata una forma di schizofrenia paranoide esasperata dalla lotta per la sopravvivenza ma veniva evidenziata una capacità di ricordare passo dopo passo la sequenza delle vittime colpite, le sedi del corpo lesionate, le armi usate. Le voci non avevano comandato di uccidere, erano piuttosto l’odio profondo e non manifesto per non essere stato accolto, assieme all’ideazione suicidaria indiretta, gli elementi psicopatologici rilevanti al momento dei fatti: si optava per un vizio di mente parziale ed una condanna definitiva a venti anni di reclusione cui se ne sono sommati altri (oltre tre di Rems) per tentato omicidio.

È passato molto tempo da quel maggio del 2013 e tra quanto scritto o detto su Kabobo rimangono indelebili le parole del professor Massimo Fagioli che oltre ad essere un finissimo psicopatologo ha trattato a lungo nelle sue lezioni e nei suoi scritti il tema della ricerca e della terapia delle malattie mentali gravi che sempre meno infrequentemente si complicano con agiti violenti talvolta letali. Proprio su Left Fagioli individua quei determinanti culturali che portano a considerare un grave malato psichiatrico autore di una strage inspiegabile come un semplice soggetto affetto da disturbo (cfr. int. di Donatella Coccoli allo psichiatra, “Il problema è la cura. Non le mura”, ndr) specie in psichiatrico-forense: l’antipsichiatria che è l’ideologia della negazione della malattia mentale e le sue radici aggettanti nel pensiero di Heidegger secondo cui esiste solo un destino umano di sanità espresso da una buona e ideale struttura costituzionale cui naturalmente i malati discostano. Se non c’è malattia, non solo non ci sono cura e prevenzione ma rimane soltanto condanna: in tema di mass murder come Kabobo ne deriva che il problema è l’immigrazione incontrollata oppure la società che non è preparata a dare vitto ed alloggio ai bisognosi, riducendo una complessa ricerca psichiatrica ad un tema dalle nuances politiche soggetto a facile propaganda. E se realmente così fosse il fenomeno sarebbe estremamente diffuso, anziché raro, secondo le stime attuali. Grazie a Fagioli sappiamo che la malattia mentale grave determina una profondissima disumanizzazione che può causare auto ed etero distruttivitá: ciò richiede da parte degli specialisti della salute mentale una formazione particolare e la messa in atto di opportune strategie terapeutiche, specie verso i casi più gravosi che molto frequentemente transitano in carcere e da lì fuoriescono ancorché affetti da grave psicopatologia comportante un rischio elevato di recidiva. Formazione che in qualche modo sarebbe richiesta anche per la possibilità di copycat ovvero di emulazione da parte di altri malati e per gli effetti patiti da eventuali sopravvissuti sempre poco tutelati nelle loro esigenze di salute psichica dopo un percorso di grave vittimizzazione.

Bruciata nel ghetto. Nel giorno della Memoria

La memoria non si commemora. non basta. La memoria si esercita: si esercita riconoscendone i tratti nel mondo che ci circonda, si esercita declinandola in altri tempi e in altri luoghi come se fosse sempre nuova, si esercita tenendo levigato il rigore morale, si esercita allungando il muscolo della curiosità.

Forse con una memoria ben allenata non ci saremmo persi questo 27 gennaio, mentre commemoravamo la memoria di quello che fu, non accorgendoci che una donna bruciata nel ghetto è stata qui, da noi, proprio nella notte tra venerdì e sabato a San Ferdinando, pochi passi da Rosarno. Auschwitz nel 2018 è in provincia di Reggio Calabria. Ma l’indifferenza non fa scalpore.

Becky Moses aveva ventisei anni e aveva trovato rifugio nel ghetto da appena tre giorni. Avrà pensato che era una bella fortuna trovare un po’ di ristoro dal freddo, in mezzo ad altra gente, con un tetto sulla testa anche se fatto di niente. Era stata ospite di un centro d’accoglienza, aveva una casa e stava imparando un mestiere: da quando è arrivata due anni fa dalla Nigeria (c’è bisogno davvero di ricordare cosa subiscano le donne, in Nigeria? No, vero?), fino a qualche settimana fa, quando ha ricevuto il rifiuto alla sua richiesta di asilo politico. Ha dovuto cercare un riparo. Alcuni suoi connazionali l’hanno ospitata nel ghetto. L’incendio dei giorni scorsi non le ha dato scampo.

Il ghetto di Rosarno, tra l’altro, meriterebbe anche lui una di quelle pompose giornate alla memoria che piace tanto ai sepolcri imbiancati. È stato “scoperto” dall’opinione pubblica quasi dieci anni fa per la rivolta dei braccianti sottopagati che dormono lì. Ed è sempre lì.

Il fumo dal camino nel 2018 ha l’odore della plastica che si fa cenere per un braciere acceso per scaldarsi. E ha l’odore di Becky Moses.

Buon lunedì.

Benvenuti nel regno ultranazionalista di Kusturica

VISEGRAD, BOSNIA AND HERZEGOVINA - JUNE 28: Serbian Prime Minister Alexander Vucic and Serbian filmmaker Emir Kusturica attend the inauguration ceremony for the Kusturica's the mock-village of Andricgrad in Visegrad, Bosnia and Herzegovina on June 28, 2014. (Photo by Kemal Zorlak/Anadolu Agency/Getty Images)

Il cinema mi ha reso uno specialista del nulla. È l’onniscienza del regista: la specializzazione in nulla”. Parola di Emir Kusturica. Ex bosniaco di Sarajevo. Ex amico della “famiglia regnante” bosniaco-musulmana degli Izetbegović. Secondo qualcuno, viste le ultime prove cinematografiche, ex regista o quasi. Ma non certo specialista del nulla. Lo sta a dimostrare il caso-Andrićgrad, a Višegrad. E lo dimostra il mosaico del frontone di un cinema multisala buono soprattutto come bagno. Ma procediamo con ordine.

Benvenuti nella più giovane antica città in Europa”. Così si legge nel dépliant illustrativo di Andrićgrad. Tanto per complicare la vita del visitatore fin dal primo momento.

Siamo a Višegrad, Bosnia orientale, Valle della Drina. Verdissima e fertile. Andrićgrad di Višegrad è un quartiere. Costruito in posizione strategica – secondo alcune “cattive lingue”, su terreni espropriati in passato a proprietari musulmano-bosniaci e mai resi –, questo confuso e discutibile conglomerato di edifici e di stili è costato una quindicina di milioni di euro, laddove con molti meno soldi sarebbe stato possibile rilanciare la decina di fabbriche cittadine, distrutte ai tempi della guerra del 1992-1995 e mai ricostruite, creando così molta più occupazione stabile che non i ben pochi addetti che lavorano alle attività aperte in questo luogo-non-luogo che sorge alla confluenza tra i fiumi Drina e Rzav.

Ad Andrićgrad ci sono un ristorante, un pub, un negozio di ottica, una banca, un gestore telefonico, una čevabdžinica che offrirebbe “tipici piatti balcanici” come se ne mangiano ovunque, un cinema con tre sale di proiezione, un teatro intitolato a Luchino Visconti, una sedicente Alta scuola di arti dello spettacolo, una libreria con più bottiglie di vino che libri, una gioielleria, un negozio di souvenir che si fa concorrenza – perdendola – con le bancarelle degli ambulanti all’esterno; due caffè, una pizzeria, un hotel e un complesso turistico.

Qualche parola meritano uno dei due bar, l’hotel e la pizzeria. La pizzeria Parma è spacciata dal dépliant come “il posto preferito di Monica Bellucci durante il suo soggiorno ad Andrićgrad, luogo che regolarmente visita”. E la Bellucci, in effetti, almeno due volte – come documentato dalla stampa di regime – ad Andrićgrad c’è stata. La prima, nel gennaio del 2013, con la “città” ancora in costruzione.

La Bellucci è solo uno dei personaggi, neanche il più in vista, tra quelli caduti nella rete di Dodik e del grande ideatore di Andrićgrad, il Professore come lo chiamano qua, al secolo – ma in realtà non più… – Emir Kusturica. Regista e musicista che s’è scoperto costruttore di città…

Una delle “vittime” più note del gatto Dodik e della volpe Kusturica è stato l’ex presidente uruguayano Pepe Mujica, finito nella rete alla fine di giugno del 2016. Mujica è un uomo che ha legato il suo nome alla lotta per i diritti umani e civili. Curioso che si sia recato a Višegrad per inaugurare la locale fiera del libro senza ricordare le tremila vittime della pulizia etnica serbo-bosniaca – tutti ammazzati tra il maggio del 1992 e l’ottobre del 1994 dai paramilitari serbo-bosniaci delle Aquile bianche, guidati dai cugini Milan e Sredoje Lukić – e abbia accettato di ricevere la medaglia d’argento dell’Ordine della Repubblica serba di Bosnia dalle mani di Dodik come riconoscimento per il suo impegno politico a favore degli ultimi. Onorificenza, quella, creata da Radovan Karadžić (quarant’anni in primo grado al Tribunale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia) nel 1993 per premiare coloro che si fossero distinti per meriti speciali a vantaggio dell’Entità serbo-bosniaca costruita sul genocidio e sulla pulizia etnica. Quello per gli ultranazionalisti della Rs è stato un colpo magistrale. Un goal di grande qualità per la propaganda di regime nella partita per la secessione, chiodo fisso di Dodik e del suo amico regista. Tant’è vero che uno dei due bar si chiama proprio Secesija, Secessione, ed è tutto un programma. Si entra e dietro il gigantesco bancone-vetrina torreggiano le gigantografie dei buntovnici, i ribelli. Una vera mistificazione della storia. Una accanto all’altra ecco sfilare le immagini di Geronimo, Mahatma Gandhi, Fidel Castro, Che Guevara e… Vladimir Putin! Una fiera del kitsch. Che continua all’esterno, sulla facciata del vicino multisala, che la maggior parte dei visitatori conosce perché è possibile entrare e fare la pipì gratis. Qui campeggia una sorta di ampio frontone in mosaico. Ritrae scene agresti e di edificazione – evidentemente della patria, nello specifico la Rs. E tra i tanti volti, ecco raffigurati quelli, alquanto ringiovaniti, di Dodik e Kusturica, i cui mezzibusti sorridenti e un po’ beffardi sono intenti a tirare una fune. Scampoli di socialismo in chiave neo-ultranazionalista. Propaganda di regime di prammatica. Ma potrebbe anche trattarsi di una metafora: e se, prima o poi, la corda si spezzasse?

L’hotel vorrebbe, senza risultato, riprendere il gusto e lo stile dello stari most – il ponte cinquecentesco per il quale Višegrad è famosa nel mondo – dando invece l’impressione di essere la porta del regno di Ade.

Basta una breve visita per capire che Andrićgrad è un outlet, un luogo finto. Qua si svende a prezzi scontatissimi il fantasma della storia. Ricucita a immagine e somiglianza di chi la vuole strumentalizzare e plasmare in base alle proprie esigenze, comodi e aspettative.

Andrićgrad è una cosa ridicola! – ride divertita l’architetto Kanita Fočak –. E devo dire, con piacere, che nessuno dei miei colleghi architetti, serbi inclusi, voleva mettere la firma sul progetto di questa… chiamiamola città, prodotto della fantasia di Kusturica, che ha deciso di creare una specie di Disneyland, una sorta di finta città antica, eclettica. Adesso va raccontando in giro che Andrićgrad è sempre stata lì, con la sua fortezza finta, le sue antiche case finte. In realtà le pietre, addirittura gli stipiti delle porte, sono state prese da vere antiche case in giro per la Bosnia. A un certo punto è scoppiato un vero e proprio scandalo quando, a Trebinje, gente che lavorava alla costruzione di Andrićgrad s’è presentata con i camion per caricare le pietre della fortezza ottocentesca che domina la città e utilizzarle per l’edificazione di questa cittadina. Per fortuna quella gente è stata fermata, però ignoriamo dove siano stati prelevati tutti questi reperti antichi utilizzati per edificare Andrićgrad”. Tante belle pietre antiche ma, soprattutto, corrugati in bella vista, telecamere ovunque e giganteschi addetti alla sicurezza.

Per non farsi mancare nulla, Kusturica ha fatto costruire anche le mura di cinta, ciclopiche, e una chiesa ortodossa che guarda l’immissione del fiume Rzav nella Drina. “In realtà è la copia di un’altra antica chiesa ortodossa medievale del Kosovo…– rincara la dose Kanita –. Ad Andrićgrad tutto è finto!”.

Il tutto per la megalomania di un uomo, Kusturica, e di un altro uomo, Dodik, che si sono resi responsabili dell’edificazione di un falso storico, un outlet della storia nel nulla. Il tutto al solo fine di concludere l’opera di serbizzazione e di porre la prima pietra della Rs che Dodik sogna: indipendente e impunita.

Resta ancora una questione di non secondaria importanza. Il quartiere reca il nome di Ivo Andrić. Anzi, si legge nel solito opuscolo, che è “dedicato” al grande scrittore bosniaco. “Ci sono tanti vincitori di premi Nobel nel mondo, ma Ivo Andrić è unico, perché ha la sua città”, si legge. Chissà se Andrić –morto nel 1975 – avrebbe gradito. Ma il problema è grosso. I cittadini di Višegrad, e in modo particolare gli estremisti, tengono enormemente al fatto che Andrić abbia abitato nella loro municipalità. Ma si sono spinti decisamente oltre, fino a – guarda un po’… – falsificare la storia. Una volta di più.

Andrić è nato in una famiglia cattolica di Travnik, nel villaggio di Dolac. Da piccolo – spiega la Fočak – è rimasto orfano di padre e la madre, non avendo di che andare avanti, s’è trasferita a Višegrad da sua sorella, sposata con un gendarme. Così Ivo ha trascorso un periodo della sua vita a Višegrad, dove è andato a scuola. Dopo di che si è spostato a Sarajevo, e lì ha concluso gli studi. Per il fatto che Andrić abbia trascorso qualche anno a Višegrad è stato ribattezzato da certuni come ‘scrittore serbo’, ed è probabile che sia stato grazie all’ignoranza dei politici e degli alti alti gradi serbi e serbo-bosniaci che lo stari most di Višegrad si sia salvato, poiché veniva ‘cantato’ ne Il ponte sulla Drina da uno ‘scrittore serbo’. Altrimenti il ponte vecchio, fatto edificare da Mehmed Paša Sokolović, avrebbe probabilmente fatto la stessa fine dello stari most di Mostar, buttato giù a cannonate dai croati di Bosnia. È probabile che lo stari most debba la sua salvezza ad Andrić e al suo essere ritenuto, a torto, ‘scrittore serbo’, mentre in realtà è sempre stato lo scrittore di tutti gli jugoslavi. Ma non finisce qui. I serbo-bosniaci a Višegrad avevano realizzato una finta casa nativa di Andrić, collocata nella casa di una famiglia musulmana. Quando i veri proprietari sono rientrati in città, i politici serbo-bosniaci sono stati smascherati e hanno dovuto restituire l’abitazione ai loro proprietari. Così oggi a Višegrad non esiste più una casa nativa di Andrić… il che è normale, visto che è nato a Travnik…”.

Seduto a un tavolino sulla piazza di Andrićgrad intitolata a Petar II Petrović Njegos, ottocentesco metropolita ortodosso serbo e principe-vescovo del Montenegro, chiunque in un pomeriggio domenicale può osservare la processione di famigliole serbe passeggiare nella serbissima e “storica” Andrićgrad. Tanti uomini tra i 50 e i 60 anni invitano gli amici, o le famiglie, a scattarsi una foto seduti sul piedistallo sul quale è stato eretto il busto di un anziano e severo, triste, Andrić. In tanti, al momento di farsi immortalare, sfoderano le tre dita care al nazionalismo serbo più estremo: Dio, Zar, Patria. Molti sono ex soldati di Ušice, che nell’aprile del ‘92 bombardarono la città prima di lasciarla, dal 19 maggio, nelle mani dei macellai guidati dai cugini Lukić. Che qui sono considerati eroi.

Povero Andrić, ridotto a mascotte di un nazionalismo serbo che mai avrebbe servito, in un quartiere-outlet covo del peggior estremismo serbo-bosniaco. E tutto per “merito” di Kusturica. Emir…? No. Cioè sì. Lui, ma non più lui. Perché il regista ex-bosniaco non smette mai di stupire. Il Professore, infatti, qualche anno fa ha deciso di convertirsi e di cambiare nome. E per quanto sulle locandine dei suoi film al di fuori della “Grande Serbia” continui a farsi chiamare con l’appellativo di nascita, il musulmano Emir, qui usa la sua nuova denominazione: Nemanja. Non deve averla scelta a caso, il genio sregolato nativo di Sarajevo, classe ‘54. In serbo il prefisso ne indica una negazione; manja può essere tradotto con “piccolo”. In perfetto stile hollywoodiano, il regista ha scelto di appellarsi Not small, uno che non può mai diventare piccolo. Allusione sessuale o espressione d’ego che sia, chissà se si è reso conto d’essersi reso responsabile della costruzione di uno scialbo, insipido, triste e potenzialmente esplosivo parco giochi ultranazionalista.

Ad Andrićgrad ci sono…

Il reportage di Luca Leone è tratto dal numero di Left in edicola


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Le note dell’Intifada musicale

GAZA CITY, GAZA - JUNE 11: A Palestinian boy Mohamed Shuman plays a guitar among debris of his house in Gaza City, Gaza, on June 11, 2015. Mohamed Shuman who educated at the Edward Said National Conservatory of Music and his sister Gade Shuman (not seen) sing songs and play guitar to depict the destruction in Gaza after Israeli attacks. Almost 2000 people killed and many wounded during Israeli attacks to Gaza last year. (Photo by Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

La città vecchia di Beit Sahour è un labirinto di vicoli che salgono, si intersecano e si aprono su angoli di vita quotidiana. E su laboratori di giovani palestinesi, una via dell’arte che in poche centinaia di metri abbraccia una nuova visione culturale.
«Forse è la depressione che ci spinge a fare cose», scherza Tarek. Ventisette anni, suonatore di oud, laureato al conservatorio, Tarek Abu Salameh ci apre le porte di Dar al musica, la Casa della musica. L’idea, partita un anno fa, da qualche mese è concreta: un luogo dove reimparare ad ascoltare la musica, a liberarla dalle imposizioni del mercato da una parte e dall’“obbligo” della dichiarazione politica dall’altro.
La sala è al piano terra di un vecchio edificio, gli archi sovrastano un pianoforte, un violoncello, lo stereo, innumerevoli leggii. È in corso la lezione, Tarek guida le mani di un adolescente sulle corde dell’oud. La musica porta allegria nella stanza. «Non svolgiamo semplici corsi di musica, non si impara solo a suonare – ci spiega – organizziamo laboratori collettivi per tornare all’essenza della musica. Insegniamo a riconoscerne spazi, tempi, silenzi, per poter leggere la società e la cultura che l’hanno prodotta».
«La musica oggi ci è imposta dal mercato che opta per melodie riconoscibili e omogeneizzate che annullano l’immaginazione e dalla situazione politica che spesso costringe l’artista a appiattarsi su uno stesso stile, quello immediatamente impegnato, per combattere l’occupazione israeliana». Ma, dice Tarek, per contrastarne gli obiettivi – la cancellazione dell’identità palestinese – è necessario anche tornare all’origine del suono.
Dar al musica non è destinata…

Il reportage di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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Carla Corsetti (Democrazia atea): Senza Patti lateranensi saremmo un Paese civile

Da sinistra, il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, il segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante il bilaterale Italia-Vaticano nell'anniversario dei Patti Lateranensi all'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, Roma, 14 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

A colloquio con Carla Corsetti, segretario nazionale di Democrazia atea: «Abbiamo aderito a Potere al popolo perché hanno inserito nel programma elettorale la nostra proposta di abolizione del trattato di Mussolini con la Chiesa. Affondano qui le radici dei “mali” socioculturali dell’Italia».

La xenofobia della Lega e di Forza Italia (con Berlusconi che parla impunemente di «mezzo milione di africani in giro a delinquere»). Formazioni minori più o meno dichiaratamente fasciste come Forza nuova e CasaPound che si guadagnano i riflettori mediatici e propagandano liberamente le loro idee xenofobe e razziste. E poi ancora, il candidato governatore leghista alla Lombardia che parla di razza italiana in pericolo. Insieme alla scarsa indignazione dell’opinione pubblica, sono i segnali più recenti della scarsa memoria – o conoscenza – che la politica italiana ha di quello che fu il Ventennio in termini di lesione dei diritti più elementari. Con questo desolante scenario sullo sfondo la Giornata della memoria assume un significato particolare. Ancor di più se si pensa che cadono nel 2018 gli 80 anni dal Manifesto della razza e delle leggi razziali di Mussolini che contribuirono all’Olocausto.
Corsetti, come siamo arrivati a questo punto?
Penso che siano tutti sintomi di un deficit culturale che non riguarda solo la politica. Viviamo in un Paese che ha dimenticato la sua storia e che nega il presente. Un presente che è nella società multiculturale che vediamo quotidianamente nelle scuole, negli asili, al supermercato. Ovunque. Per questo dico che il razzismo, manifesto o strisciante che sia, è un problema che va oltre la politica e riguarda la cultura. Una cultura che è conoscenza della storia e che comporta il rispetto della dignità umana. Certo, la politica in questo momento ha…

L’intervista di Federico Tulli a Carla Corsetti prosegue su Left in edicola


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L’insostenibile feeling di Pd e M5s con il fascismo

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, durante la trasmissione "In 1/2 Ora", condotta dalla giornalista Lucia Annunziata, nella sede della Rai di via Teulada, 27 aprile 2014, a Roma. ANSA/CLAUDIO ONORATI

L’antifascismo «è un problema che non mi compete. Il nostro è un movimento ecumenico. Se un ragazzo di CasaPound volesse entrare nel movimento ed avesse i requisiti per farlo, ci entra». È l’inverno del 2013, e Beppe Grillo pronuncia queste parole nei pressi del Viminale, a pochi centimetri di distanza dal vice presidente dei “fascisti del terzo millennio” Simone Di Stefano, che lo incalza. Le elezioni politiche sono dietro l’angolo e, con esse, il boom della compagine grillina, che passa a pieni voti la prima prova di maturità politica, al grido: «L’onestà andrà di moda».

«Onestà» che sin da subito si candida a parola passepartout per eccellenza dei 5 stelle, capace di dischiudere le porte del Parlamento, e di catalizzare l’entusiasmo di un popolo convinto che i termini “destra” e “sinistra” siano ormai arnesi desueti da riporre in soffitta, in favore di una rettitudine vacua, buona per tutte le stagioni. Già, perché «le ideologie del Novecento sono preistoria», «comunismo e fascismo sono un lontano ricordo», e così via. Ma, se il fascismo non c’è più, anche l’antifascismo può essere rottamato senza pensarci troppo.

D’altronde, sempre nel 2013, l’allora capogruppo alla Camera, Roberta Lombardi, nel suo blog scrive: «Da quello che conosco di CasaPound, del fascismo hanno conservato solo la parte folkloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia». Insomma, esisterebbe anche un “fascismo buono”, quello delle origini, a cui dare semaforo verde. «Mi riferivo al primo programma del 1919», prova poi a rimediare Lombardi, compiendo un ulteriore passo verso il burrone, dimenticandosi che quell’anno segna anche l’esordio delle violenze squadriste.

Ma l’assortimento pentastellato di aperture e strizzatine d’occhio al Ventennio è assai vasto. Già nel lontano 2011, due consiglieri di Bolzano della Lista civica 5 stelle (il Movimento vero e proprio doveva ancora nascere) si accodavano alla destra e uscivano dall’aula per protestare contro il rifiuto della maggioranza di iscrivere all’albo delle associazioni culturali Casa Italia, annoverata nella galassia di CasaPound. «Escludere un gruppo di ragazzi che non solo hanno le carte in regola ma anche, fino ad ora, ha organizzato serate su temi diversi e interessanti, senza segni di apologia, solo perché si ritiene siano in contatto con gruppi neo o nuovi fascisti, ci pare sbagliato oltre che rischioso», si difendeva uno dei delegati, Claudio Vedovelli. «Temi interessanti», il cui calibro si può intuire facilmente sbirciando le attività segnalate ancora oggi su Facebook da una non meglio precisata agenzia “culturale”: si passa dall’amarcord della “befana fascista”, al reminder dell’anniversario della morte del criminale di guerra serbo Željko Ražnatović.

Facendo un rapido balzo avanti, nel 2015 un tweet, rapidamente rimosso, del comico genovese ora garante del Movimento, reclama elezioni immediate per la Capitale, «prima che la città venga sommersa dai topi, dalla spazzatura e dai clandestini». Topi, spazzatura e “clandestini”. Così, senza soluzione di continuità. E non è necessario ricordare quale ideologia sia stata capace di degradare esseri umani fino a metterli sullo stesso piano di meri rifiuti, da gettar via senza problemi.

«È un paragone pericoloso, da maneggiare con molta cura, quello tra grillismo e fascismo», scrive in Breaking Beppe (Castelvecchi, 2014) il giornalista e saggista Giuliano Santoro, uno tra i primi a passare al setaccio il “grillismo” (col precedente Un grillo qualunque), quando i testi sul movimento ancora non intasavano le sezioni “attualità” e “politica” di ogni libreria. Un paragone che viene articolato in alcune analogie. Oltre alle posizioni simili su migranti e cittadinanza, vi è un forte esercizio del controllo mediatico (attraverso l’uso delle epurazioni nei confronti di chi si esprime in modo «non conforme»), e poi l’aspirazione «di rappresentare “tutto il popolo italiano”», scrive Santoro: «Non esistono parzialità, differenze di classe, conflitti. Il “popolo” è la massa omogenea e pacificata, unita in nome di chissà quale identità». E i confini tra populismo e fascismo, si sa, non sono sempre nitidi e facili da individuare.

Confini su cui si destreggia anche il candidato premier Luigi Di Maio, che, lo scorso giugno, nel salotto nazionalpopolare per eccellenza di Porta a porta, accostava nel pantheon pentastellato Berlinguer ad Almirante. A chiudere il cerchio “nero”, il mese successivo, il M5s si dichiarava contrario alla proposta dell’onorevole dem Emanuele Fiano di introdurre per legge il reato di propaganda del regime fascista e nazionalsocialista. E non perché considerata una proposta demagogica o di difficile applicazione, ma perché accusata di essere “liberticida”. Contraria alla meravigliosa libertà di esibire in pubblico il saluto romano, ecco. Ma il Partito democratico non è certo esente dal mantenere punti di tangenza ripetuti e costanti con il mondo neofascista. Anzi. Questa estate (v. Left n. 31/2017) li abbiamo plasticamente mostrati con una infografica, basata sulle numerosissime “corrispondenze di amorosi sensi” registrate dal collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming e dal gruppo di inchiesta Nicoletta Bourbaki in un lungo “storify” – uno strumento web che permette di operare una raccolta di immagini, tweet, post, commenti e sottrarli all’oblio delle nostre memorie “brevi” – intitolato CasaP(oun)D. Rapporti con l’estrema destra nel ventre del partito renziano.

La rassegna si concludeva con il caso di Patrizia Prestipino, membro della direzione nazionale dem, che a luglio rammentava che «se uno vuole continuare la nostra razza in Italia bisogna dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione». Una affermazione che non può non ricordare quella più recente del candidato governatore della regione Lombardia, Attilio Fontana. Che, parlando di immigrazione, ha affermato: «Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se la nostra società dev’essere cancellata».

Ad ogni modo, niente paura: nel frattempo, in questa antologia degli orrori democratici, hanno fatto capolino numerose new entry. Come Alessandro Luciani, primo cittadino dem di Spinetoli, in provincia di Ascoli Piceno, promotore di una raccolta firme contro l’apertura di un Centro di accoglienza straordinaria, che a novembre ha sfilato in marcia insieme a Lega Nord e CasaPound contro l’arrivo dei migranti. Oppure Carmela Rozza. L’assessore Pd alla Sicurezza di Palazzo Marino in settembre propose che il Comune di Milano depositasse corone di fiori uguali per partigiani e repubblichini, in occasione della commemorazione dei defunti. Provocando la reazione indignata dell’Anpi.

O, per finire questa breve selezione, il consigliere regionale Pd del Friuli Venezia Giulia Vittorino Boem, che – ad ottobre – ha difeso a spada tratta la sponsorizzazione da parte della Regione Fvg di una gara di corsa in montagna dedicata – ebbene sì – al generale nazista, fidatissimo di Hitler, Erwin Rommel. Sì, avete capito bene. «Di fronte a certe interpretazioni esasperatamente ideologiche contrapponiamo la tranquillità di chi l’antifascismo non se lo fa insegnare da nessuno», si è difeso serenamente il dirigente dem. Insomma l’argine che «il più grande partito riformista d’Europa» – quello che, lo ricordiamo, ha tolto l’antifascismo dal proprio statuto – vorrebbe opporre a populismi e estrema destra sembra essere piuttosto un colabrodo.

Per fortuna, dalla Cgil arriva un segno di vita, l’appello “Mai più fascismi”, con cui si chiede «che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere, sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70». Una proposta forte sottoscritta da un fronte largo di associazioni e partiti che va dall’Anpi fino – rullo di tamburi – al Pd di (ex) governo, cioè il partito di chi si è scambiato sorrisi e selfie con i colleghi di cui vorrebbero azzerare le organizzazioni.

Un esempio? Ben prima che a metà gennaio scatenasse una bufera mediatica, dichiarando: «Nessuno in questo Paese ha fatto più di Mussolini in 20 anni», Maurizio Sguanci, presidente Pd del Quartiere 1 di Firenze, si era fatto immortalare in posa col coordinatore di CasaPound Firenze, Saverio Di Giulio, all’inaugurazione di un giardino pubblico. Era l’aprile del 2017, come già documentato anche da Left. Perché esercitare la memoria è fondamentale, specie a poche settimane dalle elezioni.

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left n. 4, del 26 gennaio 2018


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Shoah e antifascismo, serve una memoria comune

FRANCE - CIRCA 1950: Life and Revolt in the Warsaw Ghetto (Photo by Buyenlarge/Getty Images)

Celebrando al Quirinale la giornata del 25 aprile, quattro anni fa l’ex-Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricordava i caduti alle Fosse ardeatine come “vittime di un bestiale antisemitismo”. Su 335 “martiri”, 75 erano in effetti le persone trucidate in quanto ebrei, per odio razziale antisemita. Ma tutti gli altri? Fin dall’immediato dopoguerra le Fosse ardeatine avevano rappresentato uno dei più importanti luoghi della memoria dell’antifascismo e della Resistenza, in cui era stato commemorato il primo grande eccidio di italiani commesso per mano tedesca sul territorio nazionale, civili e militari insieme, cristiani ed ebrei, oppositori antifascisti di ogni colore politico, dai comunisti ai monarchici. Le Fosse ardeatine, dunque, erano state anche espressione di «un bestiale antisemitismo» ma evidentemente non erano state solo quello.

Le parole di Napolitano erano espressione di un profondo mutamento, potremmo dire di un ribaltamento, delle coordinate di riferimento della memoria pubblica italiana (ed europea) della seconda guerra mondiale. Fino a tutti gli anni Settanta la memoria della Shoah era rimasta come incastonata all’interno della memoria predominante dell’antifascismo, al cui centro dominava la figura eroica del partigiano combattente e del militante politico. Lo sterminio degli ebrei era considerato solo come uno dei tanti esecrabili crimini contro l’umanità commessi dal nazifascismo. Ancora per molti anni dopo la fine della guerra non si faceva distinzione fra campi di concentramento e campi di sterminio (erano tutti definiti «campi della morte»). Mauthausen e Buchenwald, famigerati luoghi della deportazione politica, erano molto più noti di Auschwitz. Poi le cose hanno cominciato a cambiare, tanto in Italia quanto sul piano europeo e internazionale, e la memoria della Shoah ha acquisito progressivamente autonomia ed impulso tanto da conquistare la ribalta nel dibattito pubblico e assumere i tratti di una narrazione egemonica.

Considerato il “crimine per eccellenza”, la Shoah è diventata oggi “mito fondante negativo” della memoria europea, celebrata dalle istituzioni come una “religione civile”, coltivata nella società per il suo valore universale di monito perenne contro “il male”, a difesa dei diritti umani contro ogni forma di razzismo e di xenofobia. Alla figura del partigiano è subentrata, come protagonista della memoria, la figura della vittima e del…

L’articolo dello storico Filippo Focardi prosegue su Left in edicola


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Anna Frank, un Diario per immagini

Ironica, brillante, impulsiva, nervosa e sarcastica. Si presenta così Anna Frank nel graphic novel Anne Frank – Diario di Ari Folman e David Polonsky (Einaudi): «Spesso sono stata depressa, ma non ho mai perso la speranza, considero questa clandestinità un’esperienza pericolosa, romantica e interessante». E infatti Anna in quei lunghi giorni diventa Giuditta I di Klimt quando si immagina elegante e cortese, una star di Hollywood quando sogna di diventare un’attrice famosa, L’urlo di Munch quando si interroga sul proprio futuro. Nell’alloggio segreto del 263 di Prinsengracht, nel quartiere di Jordaan ad Amsterdam, la giovane quattordicenne cresce velocemente e scrivendo al padre afferma: «Non puoi e non devi considerarmi una quattordicenne, tutte queste difficoltà mi hanno resa più grande».

Nei riquadri, gli autori riportano frasi del Diario; nelle vignette – con illustrazioni e a parole – fanno precipitare il lettore nella storia. Il combaciare di fabula e intreccio permette anche ai giovanissimi – per cui è nato questo libro – di correre da una pagina all’altra. A settant’anni dalla pubblicazione della prima edizione del Diario – sintesi delle due versioni di Anna e dei tagli postumi del padre Otto Frank – esce il graphic novel, il primo “fumetto” autorizzato dalla Anne Frank fonds, l’associazione che si occupa della conservazione della memoria della ragazza ebrea.

«Spero che ti potrò confidare…

L’articolo di Giorgio Saracino prosegue su Left in edicola


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