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Nel segno di Lupin. La nuova svolta musicale di Ghemon

Ghemon

Rinnova ancora il suo stile con l’album Mezzanotte, Ghemon, al secolo Gianluca Picariello, avellinese, classe 1982. Da anni sulla scena, prevalentemente conosciuto come artista hip hop: dal graffitismo degli anni Novanta, alla musica rap e alla radio, sperimentando diverse collaborazioni e progetti, concretizzatisi in una serie di album nel primo decennio degli anni 2000. Con Orchidee, nel 2014, l’artista, che porta il nome di un personaggio di Lupin, riceve maggiori consensi e successo di pubblico per un prodotto che mescola diversi stili musicali. Quattordici tracce nuovissime per un lavoro più completo, anche maturo, in cui il cantautore campano si cimenta maggiormente in composizione e arrangiamento. Un album di rinnovamento per continuare un discorso prettamente biografico, lui che già cantava “Adesso stringo ciò che sono diventato” tra cui spicca oggi l’evocativa “Un temporale”. Non ha fatto mistero, Gianluca/Ghemon, di aver superato un momento personale di difficoltà, di depressione, ma stavolta con lui parliamo di cambiamento, della ripresa, attingendo solo un momento al passato, per ricordare la sua laurea in Legge, ma guardando al futuro. A volte incompreso, nel panorama musicale italiano, per non essere stato “collocato” in uno stile definito, Ghemon ammette di aver sperimentato tanto, di aver osato e oggi ha le idee più chiare e fa quello che gli piace.
Sono passati tre anni dal precedente album, che ha riscosso un certo successo di pubblico e critica; stavolta, c’è altro, viene da dire che ti appartiene di più. Cosa troviamo di diverso, in Mezzanotte?
Questo album non è un’estensione del precedente, ma un’evoluzione. Questo è mio perché arriva dopo, tutto quello che faccio è un percorso che va in avanti. “Orchidee” e tutto il tour che ne è venuto dopo sono stati tempi che hanno costituito anche un laboratorio che, con questo disco, si è materializzato. È anche molto diverso il momento di vita, sono un’altra persona.
Ascoltando i brani, tra cui “Cose che non ho saputo dire”, “Non voglio morire qui”, mi sembrano riflessioni molto intime.
Questo album, che è passato attraverso la sofferenza, è un disco molto più mio, certamente di maturazione, non solo dal punto di vista personale perché parla della mia persona, ma intendo più mio nel senso che mi rispecchia molto di più a livello artistico. Avevo iniziato a mettere le mani in quello che ho sempre voluto fare: coniugare strumenti, cantare e rappare, però era più un orientarsi. È un disco che avevo in mente nei suoni, nella visione, in come l’ho gestito.
L’esordio del tour è stato più che positivo con la doppia data milanese sold out, poi sarai in giro per tutta Italia, in particolare il 9 dicembre al Monk di Roma. In generale, che cosa ti aspetti dal pubblico?
Le avvisaglie sono ottime, le date di Milano e di Avellino sono sold out, ma anche altre sono in procinto. Il concerto non sarà il karaoke del disco, ma una sorpresa perché è una formula per i live nuova; peccherò di immodestia, ma non mi viene in mente nulla di recente che tocchi questi territori. Ai concerti, mi aspetto energia, sudore, sorrisi perché le persone verranno coinvolte, non verranno solo lì ad ascoltare me che canto le canzoni del disco.
Nessuna anticipazione?
Ci sarà una buona parte del disco nuovo che, per quanto sembri scuro, è molto energico, dà sfogo, è da urlare. Ci sono diverse cose di Orchidee, rivisitate in una chiave nuova, non solo di arrangiamento; poi ci saranno i brani del passato, precedenti all’esistenza della band. In più, il pubblico assisterà a piccoli momenti scritti apposta per il live, come se fosse uno spettacolo teatrale.
Tra un’esperienza artistica e l’altra, hai messo in mezzo una laurea in Giurisprudenza, peraltro alla Luiss a Roma. Come è successo?
Nessuno mi crede, però è vero. Da sempre volevo andare a Roma, anche a studiare. In realtà tutti gli amici e i compagni di classe andavano a Napoli a studiare (è il massimo dell’esotismo!), ma io ho sempre pensato alla capitale perché mio padre mi raccontava delle sue vacanze romane trascorse da uno zio. Fin da piccolo, non avendo la possibilità di andare al mare, lo “parcheggiavano” da lui d’estate e mi hanno sempre affascinato i racconti di lui scarrozzato a destra e a manca per conoscere la città. Quindi, Roma per me è stata sempre come una seconda casa, un posto molto familiare.
Avellino, poi Roma, adesso però vivi a Milano.
Mi sono trasferito otto anni fa, quando avevo bisogno di un cambiamento. Non mi
ero preposto di andare a Milano per far svoltare la mia carriera, non sono uno così strategico, ma avevo bisogno di un’aria diversa, di linfa nuova, per il mio modo di concepire il lavoro. Mi sono spostato e mi trovo bene. Il cuore, i ricordi più vivi, sono rimasti ad Avellino, anche se poi ho fatto mille altri giri per l’Italia, e per il mondo, per cui sono abituato a considerare casa il posto dove mollo la valigia per tre giorni di fila.
A livello professionale, hai sperimentato tanto, in questi anni. Artisticamente,
in che momento ti trovi?
Stavolta, redo di avere fatto, invece di uno scalino, due scalini; di avere visto che due scalini mi riescono e ho alzato la gamba per iniziare a farne altri due. Sono a metà di qualcosa di importante, che potrà venire con il mio libro che uscirà a marzo, o col tour che sta per iniziare. Ci sono tante cose in evoluzione, di quelle che io avrei voluto fare nella mia vita: declinare un messaggio in tanti modi e non fare solo il rapper, ma scrivere, cantare, fare radio. Non escludo niente! Se prima mi sentivo più insicuro nel gettarmi in esperienze nuove, adesso ci provo e vediamo se lo so fare bene. Tranne l’avvocato (ride).

L’ultima protesta di Saakashvili sotto il cielo grigio di Kiev

epa06368308 Ukrainian Security Service officers arrest the former Georgian president and ex-Odessa Governor Mikheil Saakashvili (C) in downtown Kiev, Ukraine, 05 December 2017. The leader of the Movement of New Forces Party Mikheil Saakashvili has been detained in Kyiv on the roof of a residential building housing his flat amid a raid by the SBU Security Service and the Prosecutor General's Office of Ukraine. Saakashvili was given a notice of suspicion connecting with the financing of the anti-government rally and tent camp near of Ukrainian Parliament as local media reported. EPA/STEPAN FRANKO

Un uomo sul tetto minaccia di lanciarsi nel vuoto. Piazza Maidan alza la testa quando urla: «Poroshenko è a capo di una banda del crimine organizzato». Gli esbeuzhniki, gli uomini dei servizi segreti ucraini, passamontagna nero e occhi di ghiaccio, hanno appena sfondato la porta del suo appartamento a cinque piani a via Kostelnaya in cerca di prove. . Tutto questo è stato fino ad oggi l’uomo sul tetto ucraino: Mikheil Saakashvili, 49 anni, status ufficiale: apolide fuggitivo.

Yuri Lutsenko, procuratore generale, ha accusato Saakashvili di essere finanziato dall’alleato dell’ex presidente Yanukovic, l’oligarca Serghey Kurchenko, per destabilizzare l’Ucraina. Quando la polizia schiera decine di uomini, la folla dei suoi sostenitori penetra il cordone armato sottraendolo all’arresto. «Siamo milioni, venite per l’osvobozhdenie oligarkov, liberazione dagli oligarchi» urla Saakashvili con una bandiera ucraina sulle spalle, le manette ancora al polso della mano con cui stringe l’altoparlante. «Fermiamo Poroshenko e la sua gang». La folla urla Misha, il suo diminutivo. «La mia vita è vostra». La folla urla Ukraina. «L’esercito è dalla nostra parte». La folla urla impeachment, come ha fatto tre giorni fa marciando per le strade della città. Il suo “Movimento delle Forze Nuove” ha meno del 2%, ma nella tendopoli della protesta nella piazza è un déjà vu in miniatura di bandiere europee, rosse e nere dei nazionalisti della Maidan 2014 che fu.

Alle stoffe che sventolano su ogni tenda assomiglia la biografia politica di Saakashvili. Si definisce il più grande oppositore di Putin nel mondo post-sovietico. Riformatore nevrotico, eroe brizzolato, era la speranza che brillava negli occhi degli americani quando sognavano con lui la Georgia nella Nato. Salito al potere nel 2003 con la rivoluzione delle rose, dieci anni dopo lascerà la patria perché ricercato per abuso di potere e corruzione. Nel 2008 mangia la sua cravatta rossa in diretta alla Bbc. Nel 2015 rinuncia alla cittadinanza georgiana per quella ucraina, nel 2016 diventa governatore ad Odessa grazie all’amico di studi americani di gioventù, il presidente Poroshenko. Misha dopo pochi mesi accusa il ministro dell’Interno Arsen Avakov di corruzione, lui gli butta in faccia un bicchiere d’acqua chiamandolo “pazzo populista”. Misha poi accusa Poroshenko di essere un nuovo Yanukovich e il presidente gli revoca la cittadinanza mentre è all’estero, ma lui attraversa il confine polacco con l’aiuto dei sostenitori.

Adesso al Parlamento di Kiev ogni politico accusa l’altro di essere spalleggiato segretamente dal Cremlino. Nella piazza ucraina dove i cecchini sui tetti fecero iniziare una guerra, ora c’è un uomo che invoca di nuovo rivoluzione. È una scena che le tv ad Est continuano a mandare in onda: i russi per mostrare il caos degli ucraini, gli ucraini per biasimare i russi. Peskov, l’uomo voce di Putin, ha commentato: «Mettiamola così: non rispondiamo alle persone che fanno dichiarazioni sui tetti».

Anpi: «No al museo sul fascismo a Predappio»

La casa del Fascio di Predappio, in una immagine di archivio. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Riceviamo e pubblichiamo volentieri 

In relazione all’iniziativa del 9 dicembre prossimo, a Predappio, di presentazione del progetto museografico da realizzare nell’ex casa del fascio, l’Anpi ribadisce la sua ferma contrarietà ad una iniziativa che rischia di configurarsi come celebrativa della dittatura fascista, seppure al di là dell’intenzione dei promotori. L’esigenza di raccontare quell’epoca – a scopi didattici, informativi e formativi di una forte coscienza collettiva antifascista – è di assoluta necessità e importanza ma il luogo che dovrebbe ospitare una struttura adeguata a questa finalità non può essere la casa natale del duce. Già oggi Predappio è infatti meta di vergognosi pellegrinaggi nostalgici che sarebbero sicuramente favoriti e intensificati dal museo così come prospettato. Presentare poi un “progetto” che non è stato discusso con nessuno e tantomeno con l’Anpi e le altre associazioni combattentistiche e partigiane appare come una forzatura.
Invitiamo i soggetti istituzionali, coinvolti nel progetto, ad una riflessione più approfondita e accorta anche in presenza di un clima nazionale di crescente, violento e preoccupante dinamismo neofascista e neonazista.

Carla Nespolo è presidente nazionale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia

 

Per approfondire:

Articolo di Simona Maggiorelli (16 dicembre 2016): La Toscana vieta i gadget nazifascisti. Intanto a Predappio si progetta un museo

Editoriale di Simona Maggiorelli (3 novembre 2017): Azioni dal basso, per uscire dall’immobilismo politico

Intervista di Simona Maggiorelli allo storico Alessandro Portelli (13 novembre 2017): «Lo sdoganamento del fascismo? Complice il Pd che ha cancellato l’antifascismo dal suo statuto»

 

Mezzo milione di bambini senza cibo nella Gran Bretagna di Theresa May

epa06367127 British Prime Minister Theresa May arrives at the EU Council prior to a meeting with President of the European Council, Polish, Donald Tusk in Brussels, Belgium, 04 December 2017. Reports state that Theresa May stated that Britain has failed to reach an agreement with the EU to move to the next stage of Brexit talks. EPA/STEPHANIE LECOCQ

Più lavoro non vuol dire meno povertà. È la triste conclusione della lezione inglese: l’occupazione non ha fatto da scudo alla fame nella Gran Bretagna moderna. Lo dice l’ultimo report della Fondazione Joseph Rowntree, la Jrf. I conservatori avevano torto e la povertà dei britannici sta toccando vette inaspettate. All’orizzonte non si intravede un arresto alla tendenza: la povertà continua a crescere senza fermarsi dal 2010.

La povertà della popolazione riguardava il 24% dei cittadini nel 1995, il 21% nel 2014. In questo 2017 che va concludendosi è di nuovo al 22%. Sono 500mila i bambini inglesi che ogni giorno vanno a scuola affamati, perché i genitori non possono permettersi di nutrirli. La povertà infantile inglese è passata dal 33% del 1996 al 27% nel 2010, oggi si è assestata salendo fino al 30%. Per i pensionati non va meglio: due decenni fa la povertà di categoria raggiungeva il picco del 30%, nel 2012 era del 13%, ma ora è di nuovo al 16% e continuerà a salire. Sono le conseguenze finanziarie del declino economico mondiale, ma tutto è peggio del previsto sull’isola, dicono gli esperti. Perché? Perché il lavoro non fornisce più le opportunità di una volta. Il lavoro non aiuta quelli all’ultimo gradino della scala sociale a risalire il guado: per tasse, fitti e mutui altissimi, salari minimi e assistenza assente.

L’aumento della povertà inglese è in larga misura conseguenza dei tagli al welfare sociale e ai benefit gratuiti che, negli anni, la coalizione dei Conservatori ha tagliato, seguendo rigidamente una dottrina di tagli ed austerity. Con le nuove decisioni prese dal Cancelliere Philip Hammond, che si è rifiutato di tagliare le tasse il mese scorso, questi numeri non faranno altro che aumentare e chi vive in condizioni di povertà vedrà peggiorare la sua situazione. Eppure il governo inglese non fa altro che rivendicare che l’occupazione è in aumento e sempre più persone hanno trovato un impiego. Proprio per questo la povertà è dunque peggiore di quanto si potesse immaginare: lavorare non basta per sopravvivere, lavorare non basta a non essere poveri.

Come spiega il report della Jrf, 2,7 dei quattro milioni di bambini inglesi poveri hanno almeno un genitore con un lavoro. Dei 13,9 milioni di poveri del Regno Unito almeno 3,7 milioni hanno un lavoro. Ovvero un quarto della popolazione indigente lavora, eppure, nonostante questo, la condizione non migliora. È la qualità e la quantità del lavoro ad essere diminuita: se nel 1995, 20 anni fa, chi aveva un lavoro part time faceva parte di una fetta del 5% dei cittadini, oggi quella fetta si è allargata fino al 20%. Conclude il report che nella Gran Bretagna del Ventunesimo secolo, la povertà non è conseguenza dell’assenza di lavoro, ma di lavoro che non paga abbastanza e non fornisce le opportunità dovute.

Prima gli italiani! Su Netflix

Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini sul palco della Leopolda, Firenze, 25 novembre 2017. ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI

Ci ho pensato molto ma continua a sfuggirmi il motivo per cui, ciclicamente, qualcuno del governo si inerpichi in risibili pose di protezionismo che passano piuttosto inosservate. Qualche giorno fa il ministro dei beni culturali Dario Franceschini in un’intervista a La Stampa dall’inequivocabile titolo «Franceschini: “Obbligheremo Netflix a dare più visibilità a serie e film italiani”» in cui dice che “Netflix avrà quote di programmazione e obblighi di investimento come le tv tradizionali. Stiamo lavorando su diverse ipotesi per costringere anche tutte le piattaforme online a valorizzare prodotti italiani, su home page, menu, banner”.

Ed è in fondo sempre la vecchia storia per cui la provenienza di un prodotto (in questo caso cinematografico, ma vale in qualsiasi campo) debba essere di per sé una garanzia di qualità o, almeno, un ovvio motivo di interesse. È la scorciatoia di chi pensa davvero che il problema del cinema italiano sia una naturale avversione dei distributori e dei media (che il complotto va di moda, di questi tempi) e non un banale problema di qualità.

Forse sarebbe il caso che qualcuno dica a Franceschini che sono pochi i “sovranisti culturali” che vogliano vedere “film italiani” rispetto a quelli che semplicemente vorrebbero godersi un “bel film”.

Buon martedì.

“Cercasi apprendista esperto”. La triste galassia degli annunci di lavoro truffa

Un ragazzo legge le offerte di lavoro a Pisa, 8 maggio 2012. ANSA / FRANCO SILVI

Volete misurare, in modo un po’ sommario ma oggettivo, la temperatura del mercato del lavoro nel vostro territorio? Basta sfogliare gli annunci di lavoro. Già alla prima lettura delle offerte, fatta da una persona esperta, che conosca il mondo del lavoro in tutti i suoi aspetti, si può notare facilmente come una percentuale importante (La metà? Forse di più?) sia fasulla.

E le tipologie del “falso” rispettano una casistica ormai consolidata.

Abbiamo – sono le prime a saltare all’occhio – le offerte in palese violazione del diritto del lavoro: «cercasi apprendista esperto», «azienda attiva nell’organizzazione eventi cerca stagista con almeno un anno di esperienza nell’organizzazione eventi», «cercasi tirocinante per confezionamento carni in possesso di attestato Haccp», «cercasi disabile con buone capacità fisiche, sensoriali e psicologiche». Sono sempre parecchie e ne compaiono persino tra le offerte pubblicate dai Centri per l’impiego. Ci sono poi offerte la cui valenza è penale: tentativi di furto di dati, phishing, molestie sessuali, richieste indebite di denaro.

Ma una lettura più approfondita permette di scoprire vere e proprie vendite di prodotti mascherate da offerte di lavoro: corsi di scadente qualità, materiali per il montaggio di qualche oggetto, servizi che se fossero effettivi (e non una tentata truffa) chiameremmo “caporalato”.

Seguono – ma non in ordine di frequenza perché il caso è tipico – le offerte per posizioni appetibili che nascondono attività di vendita porta a porta: «per apertura nuovo punta vendita cercasi addetti». Chi risponde si trova coinvolto in situazioni equivoche come quella raccontata da Vanessa:

Ciao a tutti, questa volta ci sono cascata, di solito vado sempre a cercare commenti su internet, il 15 di questo mese ho cominciato il così detto corso presso la XXX che ogni giorno attendevo la sera la conferma se ne ero passata lo Step successivo, ci hanno chiesto prima di firmare il contratto di fare degli allenamenti presso i nostri amici e conoscenti con obbligo di farne 12 app organizzati da oggi a domani, dandoci un manager con il kit x fare l’analisi, ho fatto brutta figura con i parenti. L’interesse era di vendere subito e non di fare allenamento, corso durava dal 15 al 24 dopo di che si passava sempre ogni giorno gli Step giovedì sarebbe stata la firma del contratto. Io oggi dopo la telefonata del manager ho capito che solo una presa in giro x sfruttare le nostre conoscenze x vendere ste macchine tanto che frustrata x la mia ingenuità e x il tempo perso li ho deciso che non andrò più, ho trovato i vostri commenti e non ho resistito non aggiungere il mio di commento. In realtà vengo a scoprire che nulla è vero xke poi ti chiedono di aprire una partita IVA dandoti solo € 300,00 di rimborso spese e tu devi girare con la scusa dell’analisi e vendere le macchine avendo poi 10% sulle vendite. .. ma questo lo ho scoperto oggi fuori. Che tristezza

Gli enti che utilizzano questo metodo per la ricerca di personale possono essere Onlus che raccolgono fondi solo per se stesse, ma anche aziende che vendono prodotti “dietetici”, elettrodomestici, depuratori, contratti del “mercato libero” acqua-luce-gas-telefono. Nel campo dell’energia, un’indagine nazionale Federconsumatori ha chiarito che questi contratti liberi sono mediamente più costosi del 17 percento: non si stenta a credere che una simile percentuale attiri molti appetiti nel mondo del multilevel marketing: una piramide dove chi sta sopra vive delle vendite di chi sta sotto, fino alla larghissima base di chi non vedrà mai un euro e, nel migliore dei casi, verrà presso gli sportelli della Cgil a farsi spiegare le varie clausole capestro del suo cosiddetto contratto di lavoro. La più evidente è il mancato pagamento dei periodi di prova: li si definisce “formazione”, e il gioco è fatto. Ce lo racconta, vivacemente, Roberta:

Allora vi aggiorno: praticamente del fisso mensile come immaginavo ti danno la cifra di 1000 € solo se raggiungi determinati obiettivi, ovvero da quello che mi hanno detto di 60 consulenze (non vendite) da fare ogni mese dopo aver fissato un appuntamento per lo più all’inizio ad amici e parenti e poi ad altro…se ne fai meno non si sa, non mi è venuto in mente lì per lì di chiederlo..ti fanno un corso che dura un paio d’ore su quello che c’è da dire, riguarda comunque XXX e cose simili..non è quello che pensavo sinceramente, non devono scriverci fisso negli annunci perché in realtà non è così..ti raggirano solo per farti abboccare, ma ormai la gente è scettica e non ci crede più (fa bene a non accettare se non ha voglia di sbattersi per ricevere pochi euro al mese se poi te li vogliono dare)…

Sembra quasi che la regia di queste selezioni sia stata studiata da qualche guru che ha letto e mal digerito pratiche motivazionali all’americana, elaborandone una versione particolarmente aggressiva, da somministrare a chi resiste al meccanismo dell’inganno e accetta comunque di provare a suonare un po’ di campanelli.
Nelle testimonianze delle persone coinvolte non manca mai la musica ad alto volume, grida di guerra del venditore porta a porta, il disprezzo per il cliente. Perché, nonostante gli interventi delle Iene e la sempre maggiore attenzione della stampa ancora qualcuno ci casca? La risposta è semplice: per disperazione. La disperazione mina profondamente la capacità di difendersi, travolge il buon senso, la capacità di calcolare le convenienze. La disperazione rende fragili e c’è, naturalmente, chi ne approfitta. Lo ha capito una nostra amica, e ce lo ha raccontato così:

Poco fa mi ha chiamato una tizia si vede a distanza ke si tratta di un porta a porta.. mi mente dicendo ke è di un agenzia interinaria di bari (senza dire il nome e ha l’accento napoletano) mi dice il nome dell’azienda interessata revolution……….ragazzi mi avranno kiamato sotto questo nome un 6 volte….. attenti.. ke loro ci guadagnano a prendervi in giro

A monitorare il fenomeno ci pensa la pagina facebook Lavoro Anomalo, che opera dal 2012, con l’aiuto dei suoi fan, ormai oltre 38mila. Non si fa semplicemente informazione: si fa autotutela. La comunità ha insegnato a tanti giovani italiani in cerca di occupazione a controllare la veridicità delle offerte di lavoro pubblicate online, a verificare la partita Iva e il numero di telefono scovando un numero infinito di inganni. Lavoro Anomalo, per il suo impegno, ha ricevuto presto molta attenzione dai mezzi di comunicazione nazionali e, forse di conseguenza, anche parecchie minacce, perché la trasparenza ha nemici agguerriti. Si va dai messaggi francamente (e fisicamente) intimidatori, agli insulti, alle minacce di querela rivolte agli amministratori della pagina. A quanto pare occorre ribadire che la libertà di parola e di critica non riguarda solo i clienti di alberghi e ristoranti, ma anche il mercato del lavoro, a partire dalla prima tappa: l’offerta.

 

Margherita Bernardi coordina il Servizio orientamento lavoro (Sol) della Cgil di Firenze, che da tempo collabora con la pagina Lavoro Anomalo, e denuncia quotidianamente i “lavori truffa” grazie anche alle campagne mediatiche #spariredairadar e #bastabidoni

I pulitori di marciapiedi che s’inventano un lavoro per non perdere la dignità

Li incontriamo ogni giorno, eppure non riusciamo a guardarli negli occhi. Ci spaventa più di tutto l’impaccio, e la vergogna, per averli costretti a stendere sotto i nostri piedi tappeti puliti dalle foglie imbrunite. Vengono per lo più dall’Africa, ma hanno troppa dignità per chiedere l’elemosina. E così puliscono le strade, senza diritti, senza orari, ma loro ogni mattina su quelle strade si presentano puntuali. Stiamo parlando dei migranti, gli stessi che avrebbero dovuto rubarci il lavoro, come minacciavano alcuni, e invece spesso finiscono per pulire le strade. Di loro sappiamo ben poco, eppure li incontriamo ogni giorno. Per questo abbiamo deciso di intervistare Sara Forcella, arabista mediatrice culturale, da molti anni è impegnata con l’accoglienza.

Quanto ne sappiamo di questo “lavoro” nel quale vediamo sempre più spesso coinvolti i ragazzi africani? Loro sostengono di svolgere spontanemente questo servizio, che non ci siano altre persone che gestiscono quella che sembra una vera e propria rete. È realmente così? E quanta libertà hanno effettivamente nello scegliere questo lavoro a un altro, quali le possibilità lavorative che la città offre loro?

I pulitori di marciapiedi sono comparsi per la prima volta nelle strade di Roma la scorsa primavera. Da quel che sappiamo è un’iniziativa nata spontaneamente. Qualcuno ha sollevato il dubbio che si trattasse di una nuova forma di racket per sfruttare ancora una volta i migranti, ma finora non c’è stato riscontro. Sembra piuttosto un’iniziativa felice che ha naturalmente preso piede, diffondendosi nella capitale e non solo. Di fatto, le opportunità lavorative per i migranti in attesa di documenti – ma anche per quelli che hanno ottenuto un permesso – non sono molte nella capitale.
Un insieme di fattori concorrono a rendere la ricerca del lavoro difficilissima. Ci sono la lenta burocrazia che accompagna la domanda d’asilo e l’accoglienza emergenziale carente in fatto di misure quantitativamente e qualitativamente efficaci per l’inserimento lavorativo dei migranti sul territorio; le difficoltà linguistiche spesso dovute a situazioni di analfabetismo e alla frequenza insufficiente, tardiva e poco motivata ai corsi di italiano. Manca un adeguato meccanismo di riconoscimento delle esperienze dei migranti nei propri Paesi d’origine laddove (e spessissimo) sprovvisti di certificazioni. E, non ultimo, c’è il contesto lavorativo romano ostico, respingente, che funziona a “conoscenze”, e il fatto che i mestieri solitamente “scelti” dai migranti spesso sono svolti “a nero”. Tutto ciò spinge i ragazzi a cercare altre strade. Tanti partono, altri non possono o non vogliono. Chiedere l’elemosina, però, non piace a nessuno, sembra portarti via anche l’ultima briciola di dignità che a fatica sei riuscito a salvare. E allora inventarsi “un servizio”, anche minimo, è mantenere la propria identità. È conservare il diritto-speranza, ad una vita dignitosa e onesta. È, anche, una forma di rispetto verso il Paese che li ha accolti, accompagnata da una profonda richiesta di fiducia nei confronti dell’altro.

Sul cartello appoggiato vicino a una ciotola dove i passanti lasciano la loro offerta, uno di questi ragazzi aveva scritto: «Gentili signori, voglio integrarmi onestamente nella vostrà città, senza dare fastidi». Quello stesso ragazzo, dopo aver chiacchierato con lui qualche minuto, prima che andassi via mi ha chiesto se potevamo rivederci, anche solo una volta, anche solo per scambiare due chiacchiere e basta. Quanto è difficile per questi ragazzi integrarsi in una città come Roma, come vivono non solo l’impatto economico e lavorativo, ma soprattutto quello sociale ed emotivo?

Il discorso viaggia su due binari. C’è il primo piano dei bisogni materiali, che per i migranti è questione di sopravvivenza. Non è un caso che i pulitori di marciapiedi compaiono quasi in contemporanea al decreto Minniti sui “lavori socialmente utili”, non pagati. Già la confusione nel chiamare lavoro qualcosa di non retribuito, la dice lunga. L’inganno è sottile: invece di ripensare l’accoglienza, di lavorare a misure reali di scolarizzazione, formazione e lavoro che la rendano effettivamente emancipante, come indicato nel Manuale operativo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), si propinano soluzioni che tutto fanno tranne che supportare le persone perché diventino economicamente indipendenti. Per i ragazzi, è una frustrazione continua. E le conseguenze sono che solo chi ha le risorse interne è capace di resistere, venirne fuori indenne. Per chi, invece, è in difficoltà, con storie difficili alle spalle come spesso e volentieri accade, rimane una condanna alla subalternità che pesa come un macigno. A ciò si aggiunge l’incertezza dell’ottenimento di un permesso, la vita piatta e isolata all’interno dei centri, un contesto sociale vissuto come lontano, a volte pauroso, respingente. È carente l’interesse per quanto di intimo e personalissimo c’è nell’essere umano, i suoi affetti, i rapporti significativi, l’interazione con gli altri, che rappresentano la base su cui fondare la rete di relazioni che sosterrà il cambiamento di vita in corso. Così come quell’insieme di cose “inutili” che fanno però l’esistenza di ognuno, le passioni, gli interessi, la curiosità che ci rende vivi nel rapporto con il mondo esterno. Sono le esigenze di cui ci ha parlato lo psichiatra Massimo Fagioli. Alimentare le esigenze restituisce quella speranza che la situazione materiale oggettiva, la condizione economica, momentaneamente non garantisce.

Oggi sei impegnata in un’iniziativa bellissima, che porti avanti da sola, con le tue forze, un progetto del quale hai parlato l’anno passato presso l’Università di Parma. Ti andrebbe di parlarcene brevemente e di spiegarci quanto sia importante dare loro una risposta diversa alla loro richiesta d’asilo?

Si tratta in realtà di una sperimentazione, attuata finora con piccoli gruppi, ma con l’obiettivo di vederla crescere all’interno dei centri di accoglienza. L’idea è quella di restituire ai migranti un’immagine completa, reale e viva dell’ambiente in cui si trovano, che vada oltre i pochi luoghi che solitamente, per necessità, conoscono. Ciò avviene attraverso attività culturali, cinema, teatro, mostre e concerti, scelte per l’intelligenza e la bellezza dei contenuti, capaci di raccontare una storia di tutti, nata da questa parte del mondo ma che attraverso l’arte e il suo linguaggio universale arriva ad ognuno. Questo vuol dire conoscere davvero il territorio: mostrare una società fatta di persone, con le loro storie e con ciò che esse hanno realizzato, con il loro modo di impiegare il tempo. Si può scoprire così qualcosa che piace, in cui forse ci si riconosce, che risuona dentro perché parte anche del proprio bagaglio culturale. Una corrispondenza che permette lo scambio. La dialettica è possibile.

Corsica, gli indipendentisti trionfano alle elezioni. E Parigi sta in silenzio

epa06358399 Supporters wave Corsican flags during a campaign meeting of the 'Pe a Corsica' (lit. Pour la Corse / eng. For Corsica) nationalist list ahead of the territorial elections in Corte, Corsica island, France, 29 November 2017. The elections will take place on 03 and 10 December in Corsica island. EPA/OLIVIER SANCHEZ

La testa di moro sul telo bianco e nero sventola su un fiume di nazionalisti che gridano ripetutamente slogan indipendentisti. L’effetto domino spagnolo è arrivato fino a qui. Nell’Europa che si disgrega come una galassia di autonomismi velleitari, la prossima Catalogna si trova in Corsica. Bombe esplose, sparatorie, arresti. Per anni l’indipendentismo dell’isola è stato solo questo. Invece due giorni fa la manifestazione elettorale che ha riunito i nazionalisti era pacifica, i corsi hanno abbandonato la violenza degli anni passati, si sono consolidati come autonomisti e hanno vinto le elezioni.

«Non abbiamo dimenticato niente, la Francia ha portato il nostro Paese nel buio». Jean Guy Talamoni, presidente dell’Assemblea corsa, ha infiammato gli universitari tra le montagne di Corte, parlando dell’unico destino dell’isola: l’indipendenza. L’economia della Corsica è debole e per lo più basata sul turismo, «perché siamo stati impoveriti dalle politiche che loro, i colonizzatori, ci hanno imposto». Guardano indietro, molto indietro fino a Pascal Paoli, eroe dell’indipendenza del 18esimo secolo, di cui Talamoni è un esperto conoscitore.

I nazionalisti dell’isola di oggi non sono come quelli in madrepatria e nemmeno come quelli di Marine Le Pen, che con il suo Fronte Nazionale, qui non riesce ad attrarre elettori. I francesi in questi raduni sono “i colonizzatori”, il movimento armato corso, il Flac, ha abbandonato ufficialmente le armi solo nel 2014, ma i manifestanti vogliono che 40 anni di lotta non siano passati invano. A dirlo, sono soprattutto i giovanissimi, che all’epoca non erano ancora nati. «Siamo corsi, non francesi».

I nazionalisti hanno vinto almeno la metà dei voti nel primo round delle elezioni territoriali di domenica, ma la notizia non è questa. È che la voce che urla autonomia si fa sempre più alta e forte e prima o poi arriverà fino a Parigi. Il governo francese sta ignorando questo movimento e la reazione delle autorità francesi è stata uniforme e silenziosa. Quasi muta. C’è stato qualche titolo di giornale, ma nessuna dichiarazione ufficiale dell’Eliseo. Ci sono solo quelle del presidente Emmanuel Macron in Africa e quelle del ministro dell’Interno, ma riguardavano i migranti.

«Non è indipendenza, è ostilità» ha detto Gilles Simeoni, il vecchio sindaco di Bastia, una delle due città più grandi dell’isola, ora a capo del consiglio esecutivo della Corsica, leader dell’ala nazionalista autonoma. È stato anche l’avvocato di Yvan Colonna, arrestato nel 1998 per aver ucciso un prefetto, Claude Erignac, un omicidio considerato un gravissimo atto di violenza anti-statale in un conflitto per l’autonomia durato 40 anni. Colonna per gli abitanti dell’isola è “prigioniero politico”, una categoria non riconosciuta da Parigi, che ha messo dietro le sbarre negli anni almeno 30 nazionalisti. Simeoni è la faccia pulita per gli elettori, che ha promesso di mettere fine al clientelismo che domina le politiche dell’isola.

Autonomia fiscale, autonomia nel sistema educativo, un programma per ripopolare le aree interne impoverite e abbandonate dell’isola. Tutto questo chiedono i nazionalisti, ma la risposta non arriva da oltremare. «Lo Stato è silente e paralizzato, la gente dice: almeno quando avevamo le bombe, ci ascoltavano», ha detto Simeoni, che ha vinto con il 45% dei voti all’ultima tornata elettorale con la lista Pe a Corsica, per la Corsica, battendo i candidati repubblicani, della destra, Jean Chales Orsucci, candidato di Macron e U rinnovu, movimento autonomista radicale. Ma ancora nessuna reazione: la Francia della terraferma sta guardando da un’altra parte.

Ricerca scientifica, l’occupazione dimenticata: al Cnr 4mila lavoratori sono precari

Cnr

C’è un’occupazione dimenticata che sta attraversando l’Italia. Da Milano a Palermo, passando per Roma e Firenze. A metterla in atto sono i ricercatori e i lavoratori del CNR che chiedono l’assunzione dei precari, nel silenzio quasi assoluto dei mezzi d’informazione, in vista dell’ormai imminente approvazione della Legge di stabilità.
Le sedi occupate stanno aumentando di giorno in giorno. Una delle prime è stata Pisa, più di un mese fa, alla quale si sono aggiunte nel tempo Roma, Milano, Cosenza, Bologna, Palermo, Bari, Sassari e Firenze. Anche qui, per la precisione nel comune di Sesto Fiorentino a due passi dall’Accademia della Crusca, una settimana fa è stata votata l’assemblea permanente per chiedere al Governo la stabilizzazione del personale precario.
Solo a Sesto Fiorentino sono circa trecento i lavoratori che rischiano di non vedersi rinnovato il contratto. In generale oltre un terzo del personale del Consiglio nazionale delle ricerche è precario, con un’anzianità media di oltre 7 anni che in certi casi raggiunge addirittura i 20, per un totale di oltre 10 mila precari in tutta Italia.
Per i più fortunati, almeno finora, era previsto un contratto a tempo determinato rinnovato di volta in volta. Altrimenti ci si deve accontentare di assegni di ricerca o borse di studio anche per i lavoratori quasi 50enni.
Gli stanziamenti previsti dalla Legge di Stabilità, affermano i dipendenti, sono assolutamente irrisori: “Briciole in confronto alla realtà dei numeri. Per il 2018 sono previsti 10 milioni per tutti i precari, e questo significa poter stabilizzare al massimo 400 lavoratori”.
Ha provato a metterci una pezza Rosa Maria Di Giorgi, vice presidente del Senato e già assessore comunale alla pubblica istruzione a Firenze nella giunta Renzi, nonché ricercatrice del CNR, che il 4 dicembre, è arrivata a Sesto Fiorentino rassicurando i dipendenti che “i primi buoni risultati già ci sono, anche se si fa molta fatica a far passare l’idea dell’importanza della ricerca anche all’interno della mia stessa forza politica”.
Ma il tempo stringe. Entro un paio di settimane infatti si chiudono i giochi, e se non verrà approvato l’emendamento Di Giorgi alla Legge di Stabilità il rischio concreto del mancato rinnovo dei contratti per mancanza di fondi sarà diventato realtà.
Uno degli argomenti dell’incontro di ieri è stato proprio l’emendamento presentato dalla senatrice, duramente criticato dai lavoratori nei giorni precedenti, soprattutto dai ricercatori pisani: “Nel testo dell’emendamento si fa riferimento solo a due delle quattro categorie dei lavoratori del CNR, i ricercatori e i tecnologi. E tutti gli altri? Il nostro è un lavoro di squadra, senza l’apporto di tutti non possiamo portare a termine le nostre ricerche. Non possiamo credere che sia solo un refuso da parte della senatrice Di Giorgi, che è anche ricercatrice del Cnr”. Di Giorgi ha però tranquillizzato i dipendenti, confermando che si era trattato di un errore di trascrizione e dichiarandosi sorpresa delle forti reazioni dei lavoratori.
Sulla spinosissima questione dei fondi, Di Giorgi ha dichiarato che “l’obiettivo deve essere quello di utilizzare le risorse che sono adesso a disposizione degli enti di ricerca per l’assunzione di personale. Questo era già possibile ma nel caso in cui gli enti non dovessero dare seguito, il Governo provvederà a vincolarli con provvedimenti di legge”. Le preoccupazioni dei lavoratori infatti vertevano sul fatto che questi fondi potessero essere utilizzati dagli enti stessi non tanto per stabilizzare i lavoratori ma per sanare i bilanci non proprio brillanti.
Altro punto critico dell’emendamento passato in Senato, e a breve in discussione alla Camera, riguarda la necessità del cofinanziamento degli enti in egual misura con il governo. Considerando la scarsità delle risorse messe a disposizione, 10 milioni per il 2018 e 50 milioni per il 2019 e il 2020, i timori riguardano l’effettività capacità di cofinanziamento da parte degli enti.
Anche sul fronte interno però le cose non vanno meglio. I dipendenti hanno chiesto infatti, già a fine novembre, al presidente del Cnr Massimo Inguscio di rispettare gli accordi di stabilizzazione graduale dei lavoratori a tempo determinato (oltre 4700 su 11700 dipendenti) distribuiti nei 108 istituti d’Italia. “La legge Madia oggi offre la possibilità di assumere chi ha i requisiti, e il presidente deve mantenere le promesse fatte” ribadiscono i lavoratori. In collegamento video da Roma con l’assemblea di Sesto Fiorentino anche Inguscio ha usato parole distensive nei confronti dei lavoratori dichiarando che l’ente si impegnerà a cofinanziare la quota destinata all’ente per la stabilizzazione dei precari.
E pensare che il CNR nel 2014 è stato riconosciuto come una delle 200 migliori istituzioni di ricerca nel mondo dalla prestigiosa rivista Nature, unica italiana, e secondo una ricerca commissionata dal governo britannico, i risultati della ricerca italiana, per numero di pubblicazioni e citazioni, sono più che eccellenti nonostante il nostro Paese sia ultimo per investimenti e personale. Secondo gli obiettivi fissati dall’Unione Europea infatti, ogni Paese europeo dovrebbe investire almeno il 3% del proprio PIL nella ricerca, mentre in Italia ci si attesta intorno ad un misero 1.3%.
Al termine della lunga giornata in assemblea permanente, i lavoratori del Cnr di Sesto Fiorentino hanno diramato un comunicato nel quale si legge: “Sebbene l’incontro abbia chiarito alcuni degli aspetti problematici, resta il fatto che i fondi attualmente previsti copriranno nel triennio 2018-2020 circa 2mila assunzioni sugli oltre 10mila precari degli enti di ricerca.
Per quanto riguarda l’aumento dei fondi dal 2018, Di Giorgi ha affermato che si cercherà di fare il massimo sforzo, nel percorso alla Camera, per aumentare gli attuali 10 milioni che equivalgono comunque a circa 400 assunzioni. Resta tutto da verificare”.
“Ma se la ricerca è così importante come si afferma sempre- ha commentato infine una ricercatrice- era proprio necessario arrivare fino a questo punto?”. Difficile darle torto.

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Gli immorali che ci fanno la morale: Marina Berlusconi e il pericolo dei “giganti del web”

Marina Berlusconi all'assemblea di Mondadori, 23 aprile 2015 ANSA/STEFANO PORTA

Che Paese grottesco che siamo, qui da noi, dove Marina Berlusconi riesce a dare un’intervista a cui basterebbe sostituire qualche parola per trasformarla in un lucido j’accuse contro proprio quello che la sua famiglia è stata per l’Italia. Qui da noi, dove basta cercare profitto con libri e giornali per spacciarsi per editore o addirittura maître à penser, intellettuale di risulta.

Così Marina Berlusconi dice: «Non discuto capacità imprenditoriali, lungimiranza e coraggio di coloro che questi giganti hanno fondato e sviluppato, personaggi che segneranno la storia. Ma se oggi i Cinque Grandi del web sono le maggiori società mondiali per valore di Borsa è anche perché hanno potuto operare in un contesto del tutto privo di regole». Dimentica, sbadata, di essere a capo di un impero che il padre ha costruito proprio grazie alle regole “pro domo sua” che certa politica (anche a sinistra) gli ha concesso con tanta generosità.

Poi: «Mi pare si continuino a sottovalutare le implicazioni economiche, politiche e sociali, di cui fatico perfino a immaginare la portata. È un mondo che va governato, prima che tanta potenza ci sfugga di mano». E fa niente che proprio un grande gruppo editoriale e televisivo (di cui porta il cognome) abbia “governato” senza controllo gli impulsi peggiori di una propaganda che oggi è marcita per diventare ciò che è. Chissà se non fosse stato il caso di governare quell’esercito di reti televisive e testate giornalistiche che potentissimo ha avvelenato la politica italiana. Già. Chissà.

Poi parla di tasse. E dice: «Ma le pare accettabile che l’anno scorso Amazon abbia versato al fisco italiano 2,5 milioni di euro e Facebook neppure 300mila? E poi ci sono i comportamenti “disinvolti” delle multinazionali del web, sanzionati da multe miliardarie, ci sono le decine di cause – in Italia Mediaset ha fatto da apripista – sull’utilizzo di contenuti e copyright». Il che, sia chiaro, è un discorso giustissimo se non fosse che cotanta figlia sia figlia di cotanto padre che proprio sul versante fiscale (condito con qualche corruzione qua e là) ha dato il peggio di sé. Magari un testimonial più credibile contro l’elusione fiscale dei giganti del web si sarebbe potuto trovare in giro, no?

E poi la chicca: «Che fine farebbero tutti i sacrosanti discorsi su autonomia editoriale, pluralismo delle voci, libertà degli autori?». Già.

Del resto da noi va sempre così: gli immorali ci fanno la morale, i truffatori si propongono come numi tutelari, i sempiterni ci danno lezioni di rinnovamento, i fascisti ci spiegano la democrazie. Avanti così.

Buon martedì.