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David Rossi fu suicidato?

Lo striscione con la scritta 'Verit‡ per David' affisso in piazza del Campo a Siena, davanti al Palazzo Pubblico, poco prima dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, atteso in citta' in occasione dell'apertura del Congresso dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), 20 ottobre 2017. ANSA

Era il 6 marzo del 2013 e David Rossi aveva appena avvisato la moglie, che sarebbe rientrato da lì a poco. A Siena David Rossi non era un nome qualunque: il capo comunicazione di Monte dei Paschi di Siena era, di fatto, il braccio destro di quel Giuseppe Mussari che proprio in quei giorni stava finendo nell’occhio del ciclone giudiziario che porterà Mps sotto gli occhi di tutto il mondo per le gravi inadempienze nella gestione da parte del management. I magistrati da qualche giorno hanno già cominciato a mettere mano ai bilanci e alle carte e David Rossi era cosciente che il dorato mondo dello storico istituto senese sarebbe crollato. In quei giorni, dalla sua casella mail, David Rossi lascia intuire anche l’intenzione di presentarsi ai magistrati, gli amici e i colleghi lo raccontano teso, spaventato e disorientato. Fino a quel 6 marzo di 4 anni fa quando alle 19.43 il suo corpo impatta per terra nel vicolo che passa sotto la finestra del suo ufficio.

Suicidio, dice la Procura di Siena per bocca del magistrato Nicola Marini e dell’aggiunto Aldo Natalini. Passano due anni e viene aperta una nuova inchiesta, questa volta avviata dal pm Andrea Boni, e le falle nelle indagini sono a dir poco vergognose: ci sono reperti scomparsi o addirittura distrutti dalla magistratura prima ancora di analizzarli, c’è la curiosa dimenticanza di acquisire in tempo utile i tabulati telefonici e i video delle 12 telecamere che sarebbero state utili per ricostruire l’accaduto, ci sono analisi mai compiute nell’ufficio di David Rossi (che qualcuno ha chiuso dopo il suicidio e prima dell’arrivo delle forze dell’ordine) e, soprattutto, ci sono testimoni che sarebbero stati essenziali per raggiungere la verità e che invece non sono mai stati convocati…

La parabola del signor Tentenna

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi (s) con l'ex sindaco di Milano e ideatore del progetto di centrosinistra Insieme Giuliano Pisapia durante la Festa dell'Unit‡ a Milano, 21 luglio 2017. ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO

Giuliano Pisapia suscitò nel 2011 grandi entusiasmi, venne eletto sindaco per meriti personali ma anche sulla spinta di un diffuso clima di insofferenza verso la padronale Letizia Moratti e verso i fasti del basso impero berlusconiano, poi amministrò Milano con stile sobrio e con correttezza. E nei tempi che corrono non è poco. Tutto quello che è accaduto dopo ci conferma che non basta essere un onest’uomo per saper fare politica. Nel libro dell’Esodo Mosè è descritto come “lento di parola e di lingua”.

Peraltro, l’eloquenza non è una virtù imprescindibile per esercitare la leadership; e non lo è neppure il carisma. In politica sono però indispensabili visione, determinazione e tempismo. Basta ricordare per sommi capi il percorso di Pisapia dal 2015 in poi per constatare la mancanza di tutte queste doti. Approssimandosi la scadenza delle elezioni comunali, tutti gli uomini del suo più stretto entourage dicevano che si sarebbe ricandidato. Invece, dopo lunga suspense mediatica, un bel giorno Pisapia annunciò che, «come aveva sempre detto», non intendeva ripresentarsi per un secondo mandato. A quel punto tutti ma proprio tutti erano convinti che fosse pronto ad indicare un erede da incoronare nelle primarie del centro-sinistra.

Invece passano i mesi e il delfino non si vede; così, approfittando del vuoto, si mettono in gara l’assessore Majorino, all’insegna della continuità con la giunta arancione, e il candidato di Renzi, Beppe Sala, all’insegna della discontinuità. Il sindaco esita, è combattuto, mostra di soffrire la prospettiva della normalizzazione renziana, ma non concede il gradimento al suo assessore. In extremis cala l’asso, candidando la vicesindaca Balzani. E così compie il miracolo: si separano le acque del “popolo rosso” e nelle primarie passa Sala con un misero 42 per cento. Una frittata talmente grottesca che ancora oggi più d’uno si domanda se non ci sia stato del metodo in quella follia…

Se si rinuncia all’antifascismo

SIMONE DI STEFANO CASAPOUND GIOVANNI TIZIAN STEFANO VERGINE LUCIA ANNUNZIATA

Immaginate se per un momento, il 12 novembre del 2017, fossero tornati in vita alcuni eroi dell’antifascismo italiano e avessero acceso la televisione sul terzo canale durante la trasmissione In mezz’ora. Provate a pensare alla reazione di Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta, Pietro Calamandrei o Sandro Pertini nel vedere Lucia Annunziata intervistare il capo di CasaPound, un’organizzazione dichiaratamente fascista. I suddetti eroi domanderebbero a noi che, a vario titolo, ci definiamo antifascisti come è stato possibile che il fascismo diventasse un’opinione accettabile in questo Paese. In quale momento della storia di una Repubblica che ha fatto dell’antifascismo una delle basi della propria Costituzione, sia stato possibile aprire, sui principali mezzi di informazione, un dibattito con apologeti del regime per combattere il quale i nostri padri costituenti hanno sacrificato così tanto.

Certamente una grande responsabilità è stata di Silvio Berlusconi e del suo riuscitissimo tentativo di “sdoganare i fascisti” e criminalizzare i comunisti italiani. L’operazione di revisionismo culturale portata a compimento negli ultimi venti anni è sotto gli occhi di tutti ed è passata per i “libri neri del comunismo” e la banalizzazione del dibattito sulle foibe. Sono tutte cose vere e drammaticamente importanti ma non bastano per spiegare come mai, oggi, l’antifascismo sia così in difficoltà nel contrastare la “marea nera” che sta invadendo il dibattito pubblico italiano. Per spiegare il fenomeno non basta analizzare e criticare l’incredibile spazio dedicato dalle principali trasmissioni televisive del Paese a compagini che, dal punto di vista elettorale, non avrebbero affatto diritto ad una tale popolarità e diritto di tribuna, compagini che ottengono spazio solo in virtù del loro essere violente e fasciste e che, grazie ad un terribile circolo vizioso, guadagnano presa sulla società anche grazie alla loro spropositata esposizione mediatica.

Parlare di questo è importante, certo, ma non serve ad arrivare alla radice del problema. Credo invece che la responsabilità maggiore di questo disastro sia da imputare alla timidezza dell’antifascismo italiano. Ad un certo punto gli antifascisti italiani e particolarmente gli antifascisti di tradizione comunista, sono diventati troppo timidi rispetto alla loro storia. Penso soprattutto agli esponenti di tradizione comunista che hanno contribuito a dare vita al Partito democratico. Non so se per opportunismo o perché vittime dell’egemonia mediatica del berlusconismo, ma hanno iniziato ad essere meno fieri e meno intransigenti circa la tradizione antifascista di questo Paese e hanno cominciato a balbettare quando si trattava di respingere con forza ogni sorta di dialogo circa la legittimità delle opinioni fasciste. Davanti al classico…

L’articolo di Domenico Cerabona prosegue su Left in edicola


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Il senso delle cose

Qualche giorno fa ho letto una notizia di un episodio veramente incredibile. Un ignaro signore di Domodossola ha ricevuto numerose telefonate con accuse di essere un pericoloso mafioso e minacce anche di morte. L’assurdità della vicenda sta nel fatto che in maniera del tutto casuale una fiction sulla mafia, trasmessa in tv alla sera, aveva in una scena un personaggio che mostrava il bigliettino con il numero di telefono di un pericoloso mafioso. C’è stato quindi qualcuno che si è preso la briga di annotare quel numero e chiamarlo nel mondo reale, come se il personaggio di una fiction si potesse chiamare per telefono.
Chi ha chiamato ha confuso la finzione con la realtà. Verrebbe da dire “come dei bambini”, ma in realtà no. I bambini sanno perfettamente distinguere la finzione dalla realtà. Quando vogliono fare finta, dicono “facciamo finta che…”. Qui il “fare finta” della fiction è stato dimenticato o più precisamente annullato. Si è persa la consapevolezza del confine che separa la realtà dalla finzione. Le immagini del racconto per immagini sono diventate realtà.

Quelle persone si sono fatte trascinare dalla storia e sono state così fortemente coinvolte che hanno pensato che la storia raccontata fosse realtà.
Si tratta di una situazione del tutto simile alla famosa trasmissione radiofonica di Orson Welles La guerra dei mondi, in cui fu fatto credere ad una nazione intera che degli alieni stavano invadendo gli Stati uniti. Malgrado ci fossero degli annunci che di quando in quando avvertivano gli ascoltatori che si trattava di una fiction, in tantissimi pensarono fosse tutto vero.
Una fake news ante litteram.

Perché questo episodio è significativo? Perché ci dice quanto sia fondamentale per chi fa comunicazione di avere chiaro quale sia il senso delle cose e quindi cosa sia vero e cosa sia falso.
È evidente che chi pensa che una fiction sia realtà è un caso estremo. Ma ci dice quanto sia importante distinguere il reale dal non reale e sapere cosa è vero e cosa è falso. Una storia può essere del tutto inventata ma contenere elementi di verità. D’altro canto una realtà può avere un significato falso perché contiene elementi di negazione della realtà umana. Si pensi ad esempio al racconto delle migrazioni nei termini di invasione, costantemente narrata dalla Lega di Salvini.
Quanto veniamo esposti a storie che hanno un contenuto che senza accorgerci ci fa stare male per i contenuti falsi che ci vengono somministrati?
Questa idea è uno dei capisaldi della teoria della nascita di Massimo Fagioli: il pensiero, anche e soprattutto quello inconscio, viene influenzato e si modifica nel rapporto con gli altri. Non è qualcosa che è indipendente dalla realtà e che non ha rapporto con essa.

Se qualcuno con cui abbiamo rapporto pensa male di noi, nel senso di pensare qualcosa di falso, questo ha un’influenza negativa su di noi. Ci fa stare male. Ci “accorgiamo” che il rapporto non è pulito, non è sincero.
Così come la comunicazione che veicola pensieri falsi è come un veleno che ci fa star male e al limite può far ammalare il nostro pensiero, nel senso di fargli perdere il rapporto con la realtà.
Perché voler convincere qualcuno di una cosa falsa significa volerlo allontanare dal rapporto esatto con la realtà ed è quindi una violenza. Al contrario voler convincere qualcuno di una cosa vera significa cercare di portarlo ad una maggiore realizzazione. È il contrario della violenza. È amore per l’altro, è volere la sua realizzazione intesa come suo maggiore rapporto con la realtà.
La realtà qui va intesa senz’altro come realtà esterna con cui si ha rapporto quotidianamente nella veglia. Ma va soprattutto intesa come realtà umana intesa nella sua globalità, con cui si ha rapporto non solo quando si è svegli ma anche quando si dorme, nel pensiero del sogno.
La scoperta rivoluzionaria di Fagioli al fondo è questa: il pensiero si può ammalare per il rapporto interumano, quando questo è violento. La violenza del pensiero sta nell’agire un’idea di non esistenza dell’altro pur essendo in rapporto. È la pulsione di annullamento, che alimenta ed è alimentata dall’assenza di affetti. È l’anaffettività che fa dell’essere umano un automa.

Ma se il pensiero si può ammalare per il rapporto allora è anche possibile che questo guarisca con un rapporto. È qui la fondazione della psichiatria come medicina della mente.
Comprendere e sapere il senso delle cose è possibile e anzi necessario. È necessario combattere l’anaffettività e sviluppare un’intelligenza che veda al di là dell’apparenza e abbia la capacità di sentire l’altro e il senso di quello che in verità ci sta comunicando.
I bambini hanno tutti spontaneamente questa sensibilità, perché essa è propria della nascita. È l’intelligenza più profonda e sensibile, quella che capisce senza bisogno di parole quando si ha di fronte qualcuno di cui aver paura e da cui scappare oppure qualcuno di cui ci si può fidare. È una sensibilità del corpo che solo poi, nel tempo, diventa pensiero.
Quanto tutto ciò abbia un importanza per chi come noi fa un giornale è enorme.
È necessario parteggiare per la verità, sempre.
Essere neutrali, non prendere posizione, non affermare cosa è vero e cosa è falso non è possibile: non è in realtà neutralità. Perché si configura come assenza di verità. E in quanto assenza è violenza.
Ma la valenza politica è ancora più straordinaria. Quanto la politica può cambiare se si comprende che quello che conta è comprendere il senso delle cose inteso come quel sapere che conosce e non annulla in nessun modo la verità umana più profonda?

L’azione materiale e quindi la politica, quando è guidata da una realtà di rapporto con gli altri visti nella loro verità di esseri umani non è mai violenta. È rapporto, è dialettica ma non può mai essere la violenza della sopraffazione, della negazione e dell’annullamento.
La politica di sinistra è volere il bene degli esseri umani. A questo scopo la politica di sinistra deve conoscere la realtà e la verità degli esseri umani. Che significa anche conoscere e sapere che cos’è la violenza degli esseri umani, per poterla combattere ed eliminare.
Perché la violenza non è la verità dell’identità e della nascita umana.
Il peccato originale non esiste.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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Non vogliamo l’Uomo della Provvidenza

«La suora che stava cambiando le medicazioni a un anziano malato sentì una voce arrivare dal profondo del corridoio». È quella di Giovanni, in coma per 33 anni dal funerale di Berlinguer, e che nel 2007 è “risorto”. È questo l’incipit del nuovo romanzo di Walter Veltroni, Quando (Rizzoli). Ci racconta, così, che il Pd è morto. Ci vorrebbe un miracolo, del resto, per rimettere in piedi un partito che è passato del tritacarne Pci-Pds-Ds-Pd. Non lo diciamo noi, ma lo dice Veltroni che è stato il primo segretario nazionale del Partito democratico e che ora lancia un appello per la riunificazione contro l’avanzata di «una destra anni Trenta», come quella che ha condizionato il voto ad Ostia. Tu quoque! Viene da esclamare ricordando che ha sottoscritto la cancellazione dell’antifascismo dallo statuto del Pd. Lo sdoganamento delle destre, purtroppo, è in atto da tempo. E come ricostruisce in questo numero Domenico Cerabona, è largamente imputabile a chi nel Pd ha pensato che l’antifascismo fosse un ferro vecchio e non uno strumento essenziale per l’oggi.

Insieme all’antifascismo il centro-sinistra ha rottamato anche la laicità. Tanto da non riuscire in questa legislatura nemmeno a fare uno straccio di legge sul biotestamento. Perché il Vaticano non vuole. La vita è di Dio, dice il papa, e i malati terminali devono soffrire fino alla fine ( nonostante quelle che il quotidiano il manifesto definisce “parole sante”, la dottrina sul fine vita non cambia!).

Ma la sinistra, anche quella radicale – quella del Brancaccio per intenderci – ha continuato a ripetere che Bergoglio dice cose di sinistra. È di sinistra additare come assassine le donne che decidono di interrompere una gravidanza? È di sinistra mettere a rischio la salute fisica e psichica delle donne sostenendo l’obiezione di coscienza dei medici cattolici? La ginecologa Elisabetta Canitano lo ha detto pubblicamente all’incontro “Disvalore lavoro”: l’ultima assemblea romana in preparazione del Brancaccio 2, appuntamento che poi è stato cancellato dagli stessi organizzatori, Montanari e Falcone. Abbiamo chiesto a Canitano di riprendere il filo del suo discorso su Left approfondendolo sul piano scientifico e argomentandolo più ampiamente, anche come contributo a una auspicata ripresa, speriamo, dell’esperienza avviata da Montanari e Falcone ma su nuove basi che includano anche la laicità come punto cardine. «È una sensazione sgradevole vedere che si usa la Chiesa per la propaganda politica» ha scritto Nadia Urbinati su Facebook commentando a caldo una foto che ritrae la presidente della Camera, Laura Boldrini. «A chi parla una politica che parla da dentro una chiesa cattolica? Può parlare a chi non è cattolico? A chi è “solo” un cittadino?» si domanda la politologa. «Quanta barbarie travestita da perbenismo. Viva Cavour verrebbe da dire!».

Il risultato dall’aver abbandonato a sinistra una sana separazione fra Stato e Chiesa ha prodotto norme crudeli e anti scientifiche come la legge 40, che fu votata trasversalmente da tutti i cattolici in Parlamento. Non ci dimentichiamo poi che esponenti del Pd, come Silvia Costa, si sono lanciati in crociate del tipo «l’embrione è uno di noi», al Parlamento europeo. Solo calpestando i diritti delle donne si può continuare a inneggiare al papa come nuovo leader. Anche per questo (ma non solo, come leggerete) abbiamo deciso di dirlo forte e chiaro in copertina: Non vogliamo l’Uomo della Provvidenza (così fu detto Mussolini da Pio XI). Lo abbiamo detto con un’immagine firmata da Vauro che ben sintetizza la crisi che, purtroppo, la sinistra sta attraversando. L’esperienza del centrosinistra, in particolare, si è dimostrata fallimentare, non lo si evince solo dal risultato delle elezioni in Sicilia. Lo dicono i risultati devastanti prodotti dal decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione, dal Jobs act, dalla Buona scuola, dalla controriforma Franceschini dei beni culturali. E potremmo continuare ancora. «Il Pd è morto, non basta derenzizzarlo», come ha detto giustamente Montanari. Ma perché non ci vada di mezzo anche la nuova sinistra nascente, occorre discutere di programmi, di idee, di contenuti. La ricerca disperata di un leader, di un nome carismatico e apotropaico genera mostri. Basta pensare a quell’imbarazzante MAX uscito dal cilindro di un pubblicitario di grido al quale è stato chiesto di creare il marchio per la nuova formazione nata da Bersani, D’Alema&co. Vogliamo una sinistra vera, non un brand alla Renzusconi. Vogliamo una sinistra che sappia cogliere il senso profondo di parole essenziali come – per cominciare – uguaglianza, libertà, laicità.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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Alla sinistra serve un programma non un Uomo della Provvidenza

Ci sono due diversi ordini di condizioni che premono sulla Sinistra in seguito all’esito disastroso del voto siciliano e all’attacco fascista ad Ostia: a) la Sinistra è un nome al quale non corrisponde più un sistema di valori; b) bisogna unire la Sinistra costi quel che costi, perché dall’altra parte c’è il populismo. Il nesso tra questi due argomenti, e il significato di ciascuno di loro, rivela una confusione radicale, che le parole degli opinionisti e dei “leader morali” non valgono a risolvere. L’appello a unire i pezzi della Sinistra mette in evidenza che della Sinistra non si ha più una cognizione chiara, che essa è diventata ormai una Sinistra simbolica, anzi quasi entità metafisica. Eppure da questo guscio vuoto dovrebbe venire la salvezza dell’Italia.
La Sinistra è poco più che una lista di personaggi che girano il Paese, pontificano e polemizzano nei talk-show, commentano instancabili sui social. Leader che si appellano a un popolo generico, che non ha alcun colore e che corrisponde agli elettori. Il personalismo della Sinistra è tanto invasivo e invadente da esaltare la scarsità di idee e di chiarezza sul “chi siamo” e “che cosa vogliamo fare”. Le politiche fin qui fatte dal governo di centro-sinistra non sono molto diverse nel segno da quelle fatte dai governi Berlusconi; in alcuni casi hanno aggravato (garanzie dei lavoratori) e continuato (scuola e sanità) quelle vecchie scelte. Quindi, unire la Sinistra non sembra discendere da alcuna specificità di programma, né quindi di idee che dovrebbero servire a guidare l’azione di governo. Eppure l’unione va fatta. E la ragione sta non in quel che si dovrebbe fare una volta al governo, ma per fermare il nemico. Si tratta come vedremo di una strategia….

L’articolo di Nadia Urbinati prosegue su Left in edicola


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Gioventù ribelle a 120 battiti al minuto. Gran finale del MedFilm2017

Il Med film festival si avvia al gran finale  venerdì 17 novembre con la premiazione dell’edizione 2017  e la proiezione di 120 battiti al minuto di di #RobinCampillo al cinema Savoy di Roma, eccezionalmente in versione originale con sottotitoli in italiano. Sceneggiatore di A tempo pieno e La classe di Laurent Cantet,  Campillo  ha vinto con questo film  il Grand Prix du Jury all’ultimo Festival di Cannes ed è stato selezionato per rappresentare la Francia agli Oscar 2018 come miglior film in lingua straniera. La vicenda trae spunto dai ricordi del regista ventenne, nella Parigi degli anni Novanta, la sua militanza politica, la paura di contrarre L’Aids, il dolore nel veder soccombere alla malattia amici della comunità gay, e mette in scena l’esperienza del collettivo Act up e le conflittuali sedute assembleari, per decidere la strategia di lotta contro le società farmaceutiche, che controllavano l’immissione sul mercato di prodotti, che avrebbero potuto migliorare le condizioni di vita di chi era affetto dal virus dell’Hiv. I farmaci erano un’opportunità per rallentarne il decorso, ma non per fermarlo. Nell’orizzonte di questa consapevolezza, lo scenario si apre sui discorsi di questi ragazzi e ragazze giovanissimi, belli, vitali; sui loro sguardi determinati, inquieti, dolenti; sulla loro ribellione inventiva contro il silenzio, che ne fagocita la tragedia personale e ne zittisce il dramma sociale. Li vediamo fare irruzione negli uffici, imbrattando il bianco delle pareti con sacche di sangue finto; scendere in strada per informare le persone sui rischi e i modi del contagio; interrompere le lezioni nelle scuole, per consegnare condom e sensibilizzare i coetanei; richiamare il governo alle sue responsabilità nella prevenzione della malattia. Sit-in, proteste, cortei, discussioni: la vita politica si intreccia alla vicenda privata e sentimentale del protagonista sieropositivo, Sean (un convincente Nahuel Pérez Biscayart), e alla sua relazione con un giovane sostenitore del movimento, che non ha contratto il virus. Sebbene il film sia più toccante quando indaga la sfera degli affetti, resta comunque corale, se non proprio polifonico, coerentemente con l’assunto di partenza. Malgrado alcune lunghezze nelle scene di confronto ideologico, colpiscono le serate al ritmo house-music e le trascinanti accelerazioni dei gesti eversivi, che, gettando il cuore oltre l’ostacolo, sfidano indifferenza, ambiguità della morale cattolico-borghese, idee pregiudiziali su una malattia spacciata come colpa e punizione. Stile raffinato, mai incline al patetismo, nel raccontare intimità, lacerazioni e solidarietà del gruppo. L’efficace montaggio delle sequenze in discoteca e del fiume rosso, scandite dal falsetto e gli acuti di Jimmy Sommerville, e le scene di sesso, prive di compiacimento estetizzante – diversamente dal pur bello La Vie d’Adèle – fanno volare alto il film e mettono in moto una tensione dolorosa, nel comunicare l’angoscia per il deterioramento fisico e la disperata urgenza di aggrapparsi alla concretezza del corpo e della vita.

Il Med film festival diretto da Ginella Vocca assegna venerdì 17 il premio Amore e psiche per i lungometraggi. A partire dalle 20 al Cinema Savoy di via Bergamo a Roma, l’annuncio dei premiati nelle vari sezioni , lungometraggio, corti, e documentari e a seguire la proiezione di 120 battiti al minuto.  Il finale di questa edizione dedicata allo sguardo delle registe e delle attrici che fanno grande il cinema del Mediterraneo è previsto per sabato 18 al Macro con la proiezione di spot contro la violenza sulle donne

Giudice Moore, stavolta la Bibbia non ti salverà dalle accuse di stupro

WASHINGTON - JUNE 8: Roy Moore, former Chief Justice of The Alabama Supreme Court, holds up a bible while he testifies at a Senate Constitution, Civil Rights and Property Rights Subcommittee hearing, entitled "Beyond the Pledge of Allegiance: Hostility to Religious Expression in the Public Square." on Capitol Hill in Washington, DC June 8, 2004. Moore was removed from office for refusing to take down a public display of the Ten Commandments in the courthouse. (Photo by Matthew Cavanaugh/Getty Images)

Le sex allegation rock Alabama, dicono tutti i titoli della press americana: le accuse di assalti sessuali e violenze si susseguono contro il candidato repubblicano al Senato nello stato americano del sud. Il giudice ultra cattolico Roy Moore 30 anni fa molestò, all’età di 32 anni, una ragazzina di 14 anni, che ha deciso ora di svelare – a tre reporter del Washington Post – quello che le successe.

Era il 1970, Moore era un giovane giudice e adescò la sua vittima proprio in tribunale, mentre sua madre era nelle aule interne a testimoniare. La ragazza di allora è una donna oggi che si chiama Leigh Corfman e ha dato il coraggio anche a Beverly Young di farsi avanti: Beverly all’epoca aveva 16 anni, il giudice la costrinse nella sua auto ad un rapporto orale. In Alabama, al centro commerciale Gadsen Mall, tutti erano a conoscenza della passione per le teenager del giudice. Adesso Moore, col cappello da cowboy, urla che tutto questo è opera satanica della «Obama-Clinton liberal machine: siamo nel mezzo di una battaglia spirituale», dice Moore, «le forze del male vogliono silenziare i cattolici conservatori, le persone come me e voi».

Moore, che fu rimosso dall’incarico pubblico nel 2001 per essersi rifiutato di rimuovere un monumento dei dieci comandamenti nel cortile di un tribunale in cui serviva, che ha fondato nel 2013 la Foundation Moral Law, dice che l’unica fonte sovrana della legge è god, dio e che il sistema di tassazione Obama è una punizione divina. Nemico della teoria dell’evoluzione, amico di Bannon e Breitbart news, ritiene che «il primo emendamento americano valga solo per i cristiani» e chi lo segue, nei comizi o su twitter, – suprematisti bianchi e confederati nostalgici -, condivide le sue idee.

Il candidato del Gop, Great old party, come chiamano i repubblicani, deve step aside, ritirarsi dalla corsa elettorale, secondo molti suoi colleghi di partito. Secondo altri, quello che ha fatto è perfettamente normale, anzi, “religiosamente” accettabile. Jim Zeigler, un repubblicano sceso in campo in sua difesa, ha detto: «prendete la Bibbia per esempio: Zaccaria ed Elisabetta. Zaccaria era vecchio per sposare Elizabeth, ma sono diventati i genitori di Giovanni Battista. Prendete Giuseppe e Maria. Maria era un adolescente e Giuseppe era un adulto, sono diventati genitori di Gesù. Non c’è proprio nulla di immorale o illegale, è solo un po’ insolito».

Quello di Moore è un seggio che non conta solo in Alabama, ma pesa fino a Washington e servirà a dare la maggioranza a Trump prima del 2018 e, dunque, il controllo dell’amministrazione nei prossimi anni. Moore ora è su tutte le prime pagine dei giornali, tutti sanno chi è, ma già nel 2015 finì sotto i riflettori dei giornalisti: all’Alta Corte Suprema dell’Alabama fu l’unico giudice a votare contro la condanna di un 17enne che aveva stuprato una bambina di 4 anni.

Lucia Mascino: «Al Blue Desk, il cinema delle donne che ci fa riflettere»

L'attrice Lucia Mascino durante il photocall del film "Il Natale della mamma Imperfetta" del regista Ivan Cotroneo, Roma, 14 dicembre 2013. ANSA / ETTORE FERRARI

Terminata la Festa del Cinema, l’offerta cinematografica continua a Roma con tanti eventi di prim’ordine.
In un piccolo luogo magico della città, il Blue Desk (in questi mesi al centro di una campagna di ‘sopravvivenza’ lanciata da Ken Loach, le Pussy Riot e tanti altri artisti) il 4 novembre è partita la seconda edizione di Female Touch- Il tocco femminile nel cinema, una rassegna che proseguirà fino al 3 dicembre.
Dieci film e dieci incontri con donne che hanno lavorato, in vari ruoli, nelle pellicole proiettate. Attrici e registe, ma anche altre figure del set, della critica e della comunicazione. Nelle 10 serate il pubblico può dialogare con un’aiuto-regista che lavora coi più grandi registi italiani o con Laura Delli Colli che è il presidente dei Giornalisti cinematografici o ascoltare la voce italiana di Cate Blanchett o ancora scoprire i segreti del casting dalla più importante talent scout italiana, Laura Muccino.

Tra le prime ospiti della rassegna il pubblico ha incontrato Lucia Mascino, un’attrice che sta conquistando, grazie alla sua bravura, la scena nazionale. Avendo alle spalle una solida esperienza teatrale, tra la Compagnia Barberio Corsetti e gli spettacoli con Binasco, Mascino ha saputo riempire di contenuto gli spazi che le sono stati concessi, ed ha preso il volo nel mondo cinematografico: dopo la web-serie Una mamma imperfetta c’è stato il ruolo da protagonista in Fraulein, poi Suburra e a breve la vedremo al centro del film di Francesca Comencini Amori che non sanno stare al mondo.
«Il film di Francesca è un “dramma comico” o “commedia drammatica e romantica”, se si può coniare questa definizione; lo stile è comico e drammatico insieme, molto intenso in entrambi i registri. Sono fiera di essere stata scelta per interpretare questo ruolo e aver avuto la responsabilità di portare al pubblico la sua verità», dice Lucia Mascino. «Il film racconta di una tempesta emotiva, di una trasformazione e di un’accettazione – continua l’attrice -. Flavio è un uomo affascinante e vanitoso, spaventato dal temperamento e dal disordine emotivo di Claudia che è una donna sanguigna e generosa, ma anche insicura ed impegnativa, che rifiuta ciecamente l’allontanamento di lui. Il loro è un grandissimo amore che non sa stare al mondo». Il film dopo essere stato al Festival di Locarno passerà al Festival di Torino e uscirà in sala il 29 novembre.
Al pubblico di Female Touch ti sei raccontata a 360 gradi, permettendo a chi fa un altro mestiere di entrare da una delle porte principali (l’attore) nella macchina cinema. La rassegna però prova a compiere un passo ulteriore, a dar voce anche ai ruoli meno indagati, per far sentire come tutti riescano a creare “la grande illusione”.
Credo che parte del fascino del cinema venga proprio dalla varietà di competenze richieste sul set. Ognuno ha un ruolo molto specifico e a vederli da fuori (anche se stai insieme per ore) fai fatica a capire cosa facciano gli altri esattamente. Vedi uno trafficare con ottiche custodite dentro una valigetta che sembra quella di 007, vedi un altro che osserva il cielo attraverso una lente come cercando delle impronte alla Sherlock Holmes, un altro che con un metro prende le misure dell’aria fino ad arrivare a te… Poi, a parte il set, c’è chi lavora prima come la casting e chi lavora dopo come la doppiatrice. Penso che ascoltare diversi punti di vista possa restituire (almeno in parte) la complessità di questa costruzione e invenzione di realtà che tanto ci fa sognare o riflettere o emozionare o divertire. Un solo film richiede anni di lavoro di molte persone e poi spesso viene consumato in due settimane in sala (quando va bene). E visto che in particolare la rassegna si chiama Female Touch e di donne in alcuni “ruoli” ce ne sono ancora poche, penso che sia importante ascoltare il loro punto di vista.
La rassegna tra l’altro cade quest’anno, con drammatica tempestività, mentre scoppia il caso molestie anche in Italia dopo Hollywood. Che cosa ne pensi?
Quando due persone entrano in un rapporto che non sia alla pari inevitabilmente c’è chi esercita e chi subisce un potere. In questo ambito lavorativo (proprio perchè è così difficile riuscire a farcela) è ancora più forte la potenziale leva di questa differenza di potere. Casomai è questo che rende più esposti, una grande ambizione, che siamo abituati a giudicare negativamente, ma che è una spinta fondamentale per intraprendere questa strada. L’ambizione, unita alla reale difficoltà di trovarla una strada (!), crea il terreno ideale per chi ha intenzione o l’abitudine di approfittare della propria posizione. Dall’altro lato, chi subisce l’attacco vive un tale shock da non riuscire a rielaborare i pensieri in tempo per avere una reazione chiara, quindi capisco bene che si possa rimanere come paralizzati dalla paura, dalla sorpresa, dall’umiliazione. La paura resta sempre un’arma molto efficace per creare accondiscendenza, non solo in questo ambito.
E invece parlando proprio del tuo lavoro, ci dici come riesci a portare le persone a teatro?
Essere conosciuti può portare le persone a teatro ma l’ondata di pubblico arriva solo quando lo spettacolo funziona. Negli spettacoli di Filippo Timi, ad esempio, con cui ho girato per 7 anni con 5 spettacoli diversi, era sempre “tutto esaurito”, cioè i teatri erano pieni, per il passaparola e per un pubblico che si è creato nel tempo. Come ho detto il pubblico arriva solo quando lo spettacolo piace.
 Tornerai a breve in scena o sarai impegnata sul set?
Al Festival di Torino avrò due film per me molto importanti: quello di Francesca Comencini appunto e Favola di Sebastiano Mauri, tratto proprio da uno spettacolo di e con Filippo Timi.
Nell’immediato futuro c’è in ballo una commedia corale da girare questo inverno, di cui ancora non posso parlare, e da febbraio uno spettacolo teatrale su una genetista che ha contribuito fortemente alla scoperta del Dna, ma che non e’ stata riconosciuta dai libri di storia. Prodotto dal Teatro Eliseo, con la regia di Filippo Dini (questa volta con la D). Quando con Dini e Timi abbiamo lavorato tutti e tre nello stesso spettacolo, Filippo Timi diceva sempre noi siamo la compagnia dei “TimiDini”.

Riina: è morto un miserabile ma non sarà la ferocia contro di lui a renderci migliori

In this April 29, 1993 file photo, Mafia "boss of bosses" Salvatore "Toto" Riina, is seen behind bars, during a trial in Rome. (ANSA/AP Photo/Giulio Broglio) [CopyrightNotice: AP1995]

Quando muoiono diventano tutti buoni. Tutti. Quando muore un uomo di mafia come Riina, con un curriculum di morti ammazzati che fa spavento e che include alcuni degli uomini migliori della storia di questo Paese allora diventa lo slancio per dare a lui tutta la ferocia che ci siamo trattenuti per quelli che se ne sono andati e non abbiamo mai avuto voglia di scrivere cosa ne pensavamo davvero.

È morto Riina e tutto il Paese, anche oggi, ha il suo rito quotidiano di ferocia collettiva: oggi è un “liberi tutti” per scrivere tutta la bile e lanciare la macabra danza dello sputo sul cadavere.

Eppure la ferocia contro Riina non ci renderà migliori. No. Non servirà alla battaglia antimafia, che invece ha bisogno di sprezzo e sdegno e denuncia contro quelli che sono vivi; non servirà a scardinare i poteri e la politica che con Riina hanno trovato un ottimo (e omertoso) sacchetto dell’umido in cui deviare l’indignazione che sarebbe andata a loro; non servirà al processo di sgretolamento del falso mito, che ne esce rinforzato da un Paese intero che esulta per la sua morte; non sarà utile alla verità e alla Storia che avrà gioco facile nel far credere che con Riina muore una mafia che invece è vivissima, molto più urbana e che si è disfatta di Riina ‘ù Curtu quando ha intrapreso la via della sommersione e della cautela.

Per carità: è morto un miserabile, vero. Uno di quelli che è riuscito a incarnare perfettamente tutti gli spigoli peggiori di Cosa Nostra: sanguinario, in guerra con lo Stato, nemico della verità, assetato di potere, violento, corrotto e corruttore, prepotente e fiero della propria criminalità. Ma ognuna delle caratteristiche di cui superficialmente potremmo pensare di esserci liberati con la sua morte ha una faccia e un nome che non è Riina e molti dei suoi tentacoli oggi si esibiranno nel fiume di ferocia vendicativa.

E invece con la morte di Riina se n’è andata, ancora una volta, un pezzo di verità e di giustizia. E non sarà la ferocia a riempire questa fame. Non basterà.

Buon venerdì.