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Premio Strega ecco la cinquina finalista. La premiazione il 6 luglio

04/07/2016 Roma. Basilica di Massenzio. Letterature, Festival Internazionale di Roma, XV edizione. La scrittrice Teresa Ciabatti

La cinquina del premio Strega 2017 è squadernata, i cinque finalisti sono, nell’ordine: Cognetti, con 281 preferenze per le Le otto montagne,(Einaudi), Teresa Ciabatti con 177 per la La più amata (Mondadori), Wanda Marasco con 175 preferenze per La compagnia delle anime finte (Neri Pozza), Alberto Rollo con 160 per Un’educazione milanese (Manni) e Matteo Nucci con 158 preferenze per È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). Dopo la scomparsa di Tullio De Mauro, Giorgio Solimine ne ha  preso il testimone. La serata finale è in programma giovedì 6 luglio, con lo Strega che tornerà al Ninfeo di Villa Giulia.

Parla di luoghi fuori dal rincorrersi del calcolo e del guadagno  lo scrittore Paolo Cognetti, già vincitore del premio Strega giovani. Dal 21 al  23 luglio le sue narrazioni ” desuete” saranno festeggiate nei prati e nei boschi di Estoul, una piccola frazione di Brusson in Val d’Ayas (Aosta), dove si raccontano i diversi modi di vivere la montagna.

In questa Italia condannata dalla Corte europea dei diritti umani

Bisognerebbe chiedersi perché il Parlamento italiano abbia sempre scartato l’ipotesi più semplice, ossia il copia e incolla della definizione di tortura sottoscritta dal nostro Paese in sede di Nazioni Unite, nel lontano dicembre 1984 (all’epoca del primo governo Craxi), poi ratificata dalle Camere nel novembre 1988 (presidente del consiglio Ciriaco De Mita). La spiegazione prevalente è che si temeva di trasmettere la sensazione di voler “punire” le forze di sicurezza; perciò, non solo durante questa legislatura, si è aperto un cantiere di mediazione, non già fra destra e sinistra, bensì fra Parlamento e apparati di polizia, con il primo in timoroso ascolto dei secondi.
Ma i vertici delle varie forze dell’ordine italiane si sono sempre opposti all’inserimento del crimine di tortura nel nostro ordinamento e così il Parlamento ha di fatto riconosciuto agli apparati  un irrituale diritto di veto, segno di un grave e preoccupante deficit di autorità democratica. Le conseguenze sono note: in Italia la tortura è stata sovente praticata, soprattutto in carceri e manicomi, restando sempre impunita;  l’attività di prevenzione degli abusi è stata di conseguenza debole o inesistente; il potere degli apparati, e la loro dinamica autoreferenziale, si è via via rafforzato a spese degli organismi elettivi.

I fatti di Genova hanno un po’ cambiato lo scenario, poiché nel luglio 2001 gli abusi sono stati praticati su larga scala e su cittadini, diciamo così, normali, anziché a danno di brigatisti, detenuti comuni o altre persone considerate di seconda classe. Sono poi arrivate le clamorose condanne nei processi Diaz e Bolzaneto (definitive nel 2012) e infine la dirompente sentenza della Corte europea sui diritti umani (Cedu) nel 2015, che ha chiesto all’Italia – condannata nel giudizio promosso da Arnaldo Cestaro, umiliato alla scuola Diaz – di fare davvero giustizia, nonché una seria opera di prevenzione. La Corte ha indicato tre provvedimenti essenziali: una legge sulla tortura; i codici di riconoscimento sulle divise degli agenti; la sospensione o la rimozione, a seconda dei casi, degli agenti colpevoli di abusi. Di codici e rimozioni al momento nemmeno si parla (se non per la burlesca ipotesi dei “codici di reparto” promessi dal ministro Minniti), mentre la norma uscita dal Senato è frutto dell’ultima mediazione possibile: approvare un testo che abbia l’etichetta di “legge contro la tortura”, ma non la sostanza. Una legge feticcio. Di Cesare ha parlato di legge che si autonega. Ma nel negarsi, e non è un dettaglio da poco, finisce fatalmente per legittimare tutte  le forme di tortura che la contorta e ingannevole definizione non arriva a coprire. Amnesty International, esaminando casi conosciuti,  ha individuato oltre venti modi di praticare la tortura oggi nel mondo: la maggioranza di questi probabilmente sfuggirebbe al giudizio dei tribunali italiani, se questi dovessero applicare la norma licenziata dal Senato.
Il Parlamento è ancora in tempo per cambiare strada e potrebbe farlo in tempi brevi ricorrendo al copia e incolla dal testo dell’84, frutto di un’onesta ed equilibrata analisi dei bisogni normativi. Avrebbe fra l’altro il plauso di tutti, ma proprio tutti, gli esperti, i giuristi, gli attivisti “addetti ai lavori”, oggi invece schierati compattamente contro la scelta compiuta al Senato. Farebbe anche un grande favore alle forze di polizia, al momento chiuse in un anacronistico isolamento e irriducibili – questo dice in sostanza il voto al Senato dell’altro giorno – alle norme sugli abusi di potere tipiche delle democrazie moderne.
* Comitato Giustizia e Verità per Genova

Shakespeare al Central Park vietato per la paranoia di Trump

Ha i capelli di Trump. Gesticola come Trump. È vestito come Trump. “Cesare è Trump?”. Lo chiede il giornalista del New York Times al regista del dramma shakespeariano in questi giorni sul palco del teatro di Central Park, New York. “Certo che no. Giulio Cesare è Giulio Cesare” risponde Oskar Eustis. Eppure.
Eppure è stato accusato di istigare alla violenza, più precisamente, di fomentare l’assassinio di Trump perché ha messo in scena la tragedia dell’autore inglese, adattata ai tempi in cui viviamo, e il tiranno dell’autore britannico dei libri assomiglia troppo al tycoon americano alla Casa Bianca. Le critiche dei conservatori sono arrivate a valanga. A qualcuno questa vicenda ha ricordato quella della campagna fotografica dell’attrice Kathy Griffit a cui i contratti sono stati cancellati, con pubblico ammonimento e rimprovero collettivo, per le immagini che la ritraevano con le mani che reggevano la testa sanguinante del presidente americano. Ma Eustis ribatte che non stavano facendo niente del genere: “stavamo solo facendo Shakespeare nel parco, for God’s sake!”.
Gli sponsor, tra cui Bank of America, stanno cominciando a ritirare i loro fondi alla produzione. “Ventimila persone l’avevano già visto prima che finisse su Breitbart”, il sito di notizie di estrema destra che ha supportato e fatto campagna elettorale per Trump prima delle elezioni, ha fatto notare il regista. L’American Express ci ha tenuto a specificare con un tweet che loro finanziano il Public Theatre, ma non la produzione del Cesare di Eustis. I soldi li ha ritirati anche la compagnia aerea Delta.
“Questa produzione non odia Giulio Cesare, si prende gioco di lui”. Ma Eustis non è stato il solo. Dopo le elezioni presidenziali, “in tutto il paese, dall’Oklahoma all’Oregon, i teatri hanno scelto la tragedia di Shakespeare per parlare di democrazia, politica, potere, autoritarismo”. Si è fatto ricorso al Giulio Cesare ogni volta che la democrazia era in pericolo. Lo fece Orson Wells con la sua compagnia, il Mercury Theatre: Wells era Bruto, Cesare era un attore che ricordava Mussolini, l’ambientazione era quella dell’Italia fascista. Il secolo era lo scorso.
Nel suo discorso di apertura Eustis ha provato a spiegarsi ancora: “né Shakespeare né il teatro pubblico sostengono la violenza. Questo spettacolo al contrario, vi avverte su cosa succede quando si tenta di salvare la democrazia in maniera non democratica. Non finisce bene”.

Reato di tortura, Luigi Manconi: «Ecco perché questa legge non va bene»

Legittimare la tortura? Oppure tortura legittima, come ha titolato Left del 27 maggio? Il tema è sempre lo stesso: la legge approvata alcune settimane fa al Senato che rischia di essere inefficace e inutile. Oggi ne parleranno giuristi, attivisti per i diritti umani, parlamentari (Roma, Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, piazza Capranica 72). Tra gli altri: Enrico Zucca (pm Scuola Diaz), Roberto Settembre (Bolzaneto), Ilaria Cucchi, Luigi Manconi, Tomaso Montanari, Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova). Pubblichiamo di seguito l’intervista a Luigi Manconi, il senatore Pd che era stato colui che aveva proposto la legge nel 2013 e che adesso si è rifiutato di votarla.

«Volontà di degradazione della persona, mortificazione della sua identità, annichilimento della sua dignità». Con queste parole il senatore Pd Luigi Manconi definisce la tortura nella seduta del 17 maggio. È il giorno in cui se ne andrà dall’aula del Senato e non voterà il disegno di legge che introduce il reato di tortura, lui che il 15 marzo 2013 a inizio legislatura, aveva proposto un testo di cui, dice, adesso «non rimane praticamente nulla». In pratica, una legge che sarà difficile da applicare, come ha fatto notare anche l’ex magistrato Felice Casson che si è astenuto. Mentre altri senatori del Pd come Giuseppe Lumia esultano per l’allargamento del reato a reato comune, Manconi accusa i partiti di essere subalterni «prima ancora che ai corpi dello Stato, alle loro rappresentanze politico-sindacali, alle loro potenti pulsioni corporative e alle loro irresistibili tendenze alla connivenza». Il presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani cita anche Primo Levi quando parla della tortura come «intenzionale riduzione della “materia umana” alla sola dimensione del dolore fisico, schiacciando e annullando quell’umano» nel corpo brutalizzato. Certo, una politica che non garantisce in toto il diritto a “restare umani”, dove trova la sua legittimità per tutto il resto?
Senatore Manconi, lei ha presentato il testo del disegno di legge il 15 marzo 2013. Che cosa è accaduto in questi 4 anni?
Si è messo subito in discussione il mio disegno di legge che si rifaceva nella sostanza alla Convenzione delle Nazioni unite. E soprattutto conteneva il senso più profondo che tutta la giurisprudenza e il diritto attribuiscono a un reato di tortura. Cioè il fatto che questo reato non sia misurabile sulla base dell’efferatezza, della crudeltà o dell’intensità delle sofferenze che infligge, bensì sulla sua origine. Questo è il nodo che nessuno vuol comprendere: non è un atto tra due individidui capace di produrre sofferenze fisiche o psichiche, ma è l’atto commesso e realizzato da chi detiene legalmente il potere di tenere sotto controllo un’altra persona. Questa parola “legalmente” è cruciale.
Mi faccia un esempio.
Spostiamoci su un campo meno abusato e parliamo di un caso classico di possibile tortura che ho seguito passo passo: la contenzione di 87 ore inflitta a Franco Mastrogiovanni ricoverato per un Tso. I medici e gli infermieri che avevano legato il maestro elementare ai quattro angoli del letto lo privavano della libertà legalmente. Oppure, per fare altri esempi, il poliziotto che porta in caserma il clochard lo fa legalmente, così come il poliziotto penitenziario che tiene in cella un detenuto. La tortura, quindi, nasce dall’abuso di potere legale. Se non si capisce questo, non si capisce nulla! La tortura, per intenderci, non è quella di Er Canaro contro l’usuraio, quella è un’altra roba.
Perché non si è capito tutto ciò in Senato?
Questa mia impostazione è stata sconfitta da un’alleanza, non così rara, tra componenti sinistriche e destriche. Le prime sono tornate a farsi sentire nel dibattito finale sostenendo testualmente che questo era più efficace come reato comune e non come reato proprio perché allarga il campo… Ma non è vero che se tu un reato lo puoi attribuire a più persone sia più figo! È una scemenza colossale. Dopo di che si rende ancora più impervia la possibibilità di identificarlo perché la Convenzione delle Nazioni unite parla di “ogni violenza” e qui diventano subito “le violenze”. Ancora: “le violenze” diventano “le violenze reiterate”. Quando nel luglio 2016 riuscimmo a far saltare quel “reiterate” salta anche la discussione. Quando riprende, al posto di “reiterate” troviamo le parole “più condotte”. Io ora arrivo a dire che “reiterate” sarebbe stato meglio di “più condotte” perché nel senso comune“reiterate” richiama una successione di violenze concentrate in uno stesso tempo che può essere più o meno lungo ma è lo stesso tempo. Invece, “più condotte” sembra persino estendere la violenza a più giorni, quindi la tortura c’è solo se e solo quando la condotta fatta oggi viene ripetuta.
Poi c’è la questione della violenza psichica.
Sì e questa cosa mi ha proprio turbato. Perché il trauma psichico, secondo la letteratura scientifica internazionale, non è qualcosa che si rileva con una tac, tanto più realizzata dopo tre anni. I processi di tortura si fanno dopo dieci, venti anni, ma cosa si può rilevare? Ho fatto una piccola ricerca e ho scoperto che la roulette russa, forse la più famosa tortura sotto il profilo dell’immaginario e dell’iconografia, non è rilevabile clinicamente.
Nella sua analisi del percorso travagliato della legge lei ha definito la classe politica italiana subalterna alle forze dell’ordine.
La penso proprio così. Qui si lavora per stereotipi. Se tu proteggi la polizia da qualsiasi tipo di imputazione, la devi proteggere tutta, come corpo, come istituzione. Da questo punto di vista, la classe politica è più arretrata di quanto lo siano le forze dell’ordine. Ricordo che ho accompagnato Ilaria Cucchi in una visita molto importante dal comandante generale dell’arma dei carabinieri Tullio Del Sette. In quel colloquio il generale riconobbe ciò che io vo dicendo e ho scritto, e cioè che se noi sanzioniamo i responsabili di tortura salviamo l’onore di quelli che responsabili di tortura non sono.
La storia di una legge sul reato di tortura è lunga. Il primo a proporla fu un comunista, Nereo Battello, nel 1989.
Era un garantista, amico di Massimo Cacciari, un rappresentante di una bella cultura politica di quegli anni e in quelle regioni, dove i comunisti non erano reazionari.
La Corte europea dei diritti umani sostiene che l’assenza di un reato di tortura dipende da un “problema strutturale” dell’Italia. Ma una politica che non riconosce i diritti umani, che politica è? Non le sembra che così si vanifichi tutto il resto?
Non è vero! Lo sa perché? Quello di cui stiamo parlando io e lei alla stragrande maggioranza di quella “roba” che si chiama opinione pubblica di sinistra, interessa pochissimo. A quella larga parte di opinione pubblica, ripeto, che si definisce di sinistra, interessa solo il caso Minzolini. È tutto qui, glielo giuro.
Quindi la responsabilità è anche dei giornali che non pongono l’attenzione sui diritti umani…
Mi spiego meglio: se lei chiede a un campione rappresentativo di militanti di sinistra qual è la vicenda che più li ha scandalizzati a opera della classe politica, ebbene, le risponderanno il caso Minzolini. Infinitamente di più della vicenda del reato di tortura, mi creda, è così. Il caso Minzolini, che è insignificante, scandalizza di più. Lo so benissimo, perché nella marea di complimenti per il mio lavoro, c’è sempre qualcuno che dice “certo che proprio lei, il caso Minzolini…”. Ma chi se ne frega, io ho votato a favore di Minzolini, totalmente e profondamente convinto, l’ho raccontato una volta e poi basta. È talmente, ripeto, un fatto insignificante che non posso concedere a chi mi critica questa possibilità di dare al caso Minzolini un peso che non ha…
Torniamo ancora sul binomio diritti umani e sinistra. Riccardo Noury di Amnesty qualche settimana fa a Left ha detto che la sinistra non ha fatto della garanzia dei diritti civili un principio delle proprie battaglie.
Qui bisogna fare un discorso di carattere storico. Il problema infatti è un altro: la sinistra nasce – e stiamo parlando di duecento anni fa – avendo come sua missione e priorità totale, incondizionata, il fatto di creare condizioni di uguaglianza sociale in un mondo disperatamente diseguale. Quindi è ovvio che la sinistra deve perseguire diritti sociali, garanzie collettive e soddisfare bisogni unificanti. È negli anni 60-70 che perde l’occasione, perché contribuisce in maniera determinante al successo delle battaglie sui diritti civili, spesso promosse da altri, ma poi non capisce la profondità e l’importanza del messaggio che quelle battaglie trasmettono. Successivamente si perdono almeno trent’anni. Comunque c’è stato un importante processo di maturazione: la legge sulle unioni civili quarant’anni fa sarebbe stata rifiutata non solo per ragioni di bigottismo etico-politico ma perché si sarebbe detto che in una fase così drammatica di crisi economico-sociale, con la disoccupazione e tutto il resto, non ci si può interessare di questi bisogni che oltretutto sono bisogni “borghesi”. Fortunatamente la gran parte della sinistra infine, ma proprio infine, ha acquisito la consapevolezza che non si tratta di bisogni borghesi e che oggi il diseredato e il disoccupato, il mortificato e il non garantito chiedono lavoro e reddito ma anche la possibilità di soddisfare i propri bisogni privati, le esigenze nel campo delle relazioni umane, della sfera sessuale e dell’autodeterminazione di sé e sul proprio corpo. Un passo avanti gigantesco ma, come abbiamo visto, non sufficiente.
(da Left n.21 del 27 maggio 2017)

Femminicidio: Marianna uccisa 12 volte prima di essere uccisa davvero

“Mi ha minacciato con un coltello, non so più che devo fare: aiutatemi”. Diceva così Marianna Manduca quando implorava di essere ascoltata dalla Procura di Caltagirone, terrorizzata da un marito vigliacchetto e violento come ne leggiamo troppi nelle cronache italiane.

Dodici denunce. Dodici volte Marianna ha chiesto aiuto a un Paese che continua a derubricare i segnali di femminicidio a piccole beghe famigliari che non meritano attenzione, contribuendo al senso di impunità dei maschi che si arrogano il diritto di ritenere le proprie compagne proprietà private a cui dare un senso con le botte e con la morte.

Io non so nemmeno se si riesce a scrivere con che sguardo una donna possa uscire dalla caserma per la dodicesima volta. Non so nemmeno immaginare dove finisca la sfiducia e dove inizi la paura per chi poi alla fine di coltellate ci è morta davvero: il marito Saverio Nolfo l’ha uccisa con sei coltellate al petto e all’addome il 4 ottobre del 2007 a Palagonia.

La procura di Caltagirone per la morte di Marianna è stata condannata dalla corte d’Appello di Messina: hanno riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, e riconoscendo l’inerzia dei magistrati dopo una lunga trafila giudiziaria.

Dopo dodici volte insomma Marianna è morta per davvero. E dodici anni dopo le hanno chiesto scusa.

Perché non basta quasi mai solo un assassino per compiere un femminicidio.

Buon mercoledì.

Rapporto Ue sulle droghe: due italiani su dieci si fanno le canne, in Europa si muore ancora di eroina

The underside of a marijuana plant's leaves in a grow room.

Sul podio per consumo di cannabis, l’Italia arriva seconda, con una cifra che si aggira intorno al 19%: la usa il 14% delle donne e il 23% degli uomini della popolazione tra i 15 e i 34 anni. La precede solo la Francia con oltre il 22% di consumatori tra giovani e adulti. Per l’uso di oppioidi è quarta, per quello di eroina invece l’Italia è ottava. In generale, l’1% degli europei adulti fa uso quotidiano di cannabis e su circa 500 milioni di cittadini, più di 87 l’hanno provata almeno una volta.

In Europa si muore di overdose e sempre di più, aumenta il numero dei decessi e lo documenta il EMCDDA, l’Osservatorio europeo per le droghe nel Drug report 2017 appena pubblicato (link).

Nel 2015 i morti per overdose sono aumentati rispetto all’anno precedente – del 6% – registrando una cifra che supera gli ottomila. Accade dalla Lituania alla Svezia, dalla Gran Bretagna alla Germania per eroina, dalla Danimarca alla Croazia per uso di metadone. Ma se aumenta in Europa, in Italia cala, insieme alla diffusione dell’HIV.

I “fasci del lavoro” entrano in consiglio comunale. Eletti. Al 10 per cento.

Mentre si cercano fascismi un po’ dappertutto alla fine i fascisti quelli veri, che giocano vigliacchi e miseri sulle reminiscenze di un vomitevole passato e sulla scarsa memoria di un presente confuso, nel consiglio comunale di Sermide-Folonica (neo comune nato dalla fusione di quelli che erano due) entra la candidata sindaca della lista “Fasci del lavoro”, un partito ispirato alla Repubblica di Salò (con tanto di fasci in bella mostra nel simbolo).

Non stupisce che esitano furbi nostalgici sparsi per l’Italia che se ne fottono di una legge che vieta il fascismo in tutte le sue forme quanto piuttosto la distrazione di uno Stato che (vedrete) ora fingerà di indignarsi senza spiegarci come abbia potuto permettersi questa gravissima “distrazione”.

“Un risultato straordinario – dice Claudio Negrini, fondatore del lurido movimento e che ci tiene a rispondere alle polemiche suscitate dal simbolo della sua lista – : Quello non è il fascio littorio ma il fascio della Repubblica sociale; sono 15 anni che presento lo stesso simbolo in tutt’Italia e nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Vorrà dire che la prossima volta lo cambierò”.

Intanto la candidata (guarda un po’) è l’esempio perfetto del familismo di chi starnazza sui valori e poi sistema la famiglia:  a rappresentare i fasci sarà Fiamma Negrini, 20 anni, studentessa figlia di Claudio. I Fasci hanno raccolto 334 voti, pari al 10,41%.

Ora tutti pronti all’antifascismo ritardatario e di maniera.

Buon martedì.

Elezioni comunali, M5s decisivo ai ballottaggi. Voteranno a destra o a sinistra?

Il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo al voto al seggo di sant'Ilario, sulle colline a levante di Genova, 11 giugno 2017. ANSA/LUCA ZENNARO

L’unico a vincere al primo turno è una “vecchia volpe” della politica, Leoluca Orlando. A 70 anni – li compirà ad agosto – è stato riconfermato sindaco di Palermo, per la quinta volta. Aveva esordito quando ne aveva 38 e da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Orlando ha acquisito una grande esperienza, è stato parlamentare, ha fondato un movimento politico, la Rete, e la sua capacità di tessere alleanze “dal basso” è certamente uno dei motivi della sua vittoria sul candidato di centrodestra Fabrizio Ferrandelli e su quello pentastellato Ugo Forello. Non ha voluto simboli di partito, Leoluca Orlando, ma è riuscito lo stesso a mettere insieme sette liste civiche: oltre alla sinistra, che lo aveva sostenuto cinque anni fa, anche il Pd, i centristi di Casini, buona parte di Ap e Sicilia futura dell’ex ministro Totò Cardinale. C’è da dire che ha vinto però grazie a una modifica alla legge elettorale della Sicilia, Regione a statuto speciale, votata nel 2016. Il candidato che avrebbe preso il 40% più uno dei voti – questa in sostanza la legge – non avrebbe avuto bisogno del ballottaggio. Nonostante i pentastellati avessero gridato alla “legge truffa”, la norma è passata e grazie a questa Leoluca Orlando ha ottenuto il suo quinto mandato.

Per il resto, le elezioni amministrative dell’11 giugno, che hanno interessato 1014 comuni, sono state caratterizzate da una forte astensione. È andato a votare il 60,7 % degli elettori, mentre nella precedente tornata elettorale a esprimersi era stato il 66,85 dei votanti. E poi ci sono state le sorprese, come lo smacco dei candidati M5s e la riproposizione dello scontro bipolare tra centrodestra e centrosinistra. Il giorno dopo i commentatori hanno parlato molto di “volatilità” o “volubilità” dell’elettorato. Ma se fosse invece, come ha detto, Nadia Urbinati ai microfoni di Tutta la città ne parla su Radio tre, di “secolarizzazione” della politica? Cioè è finita la fede in un partito, o in un capo e adesso quello che conta è la fiducia, anche sulla base della realtà, su ciò che effettivamente è stato fatto da quel capo e dal quel partito. La prova che hanno dato i pentastellati sulla legge elettorale naufragata la scorsa settimana alla Camera non è stata molto positiva. Così come del resto non era molto piaciuto alla base l’accordo a quattro che vedeva il M5s insieme con quei partiti, la casta, oggetto di tante battaglie negli anni precedenti. Il fatto poi che il M5s sostenesse la possibilità che il Parlamento fosse costituto da almeno il 60% dei nominati, è stato un rospo troppo duro da digerire. Ecco, questa potrebbe essere una chiave per comprendere la disaffezione per il M5s degli elettori delle amministrative. Sostenere anche, come continua a fare la stampa mainstream che il M5s è un movimento che va bene per le politiche, a livello nazionale, e non per gli enti locali, significa ancora negare l’intelligenza dei cittadini i quali adesso, “secolarizzati” guardano più ai fatti, anche locali, che non alle opinioni dall’alto. Grillo, nelle sue dichiarazioni a caldo, sostiene che quella del movimento sarà “una crescita lenta”, ma sembra più una scusa.

Del resto, che il M5s sia andato male lo si è visto anche a Genova dove al comizio dello stesso Grillo, erano presenti poche centinaia di persone. Nel capoluogo ligure hanno pesato anche le polemiche sulle primarie annullate dallo stesso leader, che avevano visto vincente Marika Cassimatis. Insomma, non si gioca sulla democrazia o sulla contraddizione tra il dire una cosa e il farne un’altra. Il messaggio “dissociato” di Grillo forse non è passato inosservato. E infatti il Mss si è presentato spaccato a Genova e il candidato sponsorizzato dal comico, Luca Pirondini, è arrivato terzo con il 18,07% delle preferenze dietro a Gianni Crivello del centrosinistra (33,39%) e a Marco Bucci, centrodestra, con il 38,80%. Genova, storica città di sinistra, la patria dei camalli, potrebbe avere un sindaco di destra.

Resta infatti l’incognita del ballottaggio del 25 giugno. E qui il ruolo dei pentastellati diventa decisivo. Dove andranno gli elettori del M5s? A destra o a sinistra? Anche a Taranto, il candidato del M5s Francesco Nevoli con il suo 12,36% potrebbe essere determinante nel ballottaggio tra centrodestra (Stefania Baldassarri) e centrosinistra (Rinaldo Melucci). A Taranto, però, sempre con il 12 % c’è un candidato dal cognome molto noto: Mario Cito. Altri non è che il figlio di Giancarlo Cito, proprietario di televisioni, ex sindaco di Taranto nonché ex deputato con una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Insomma, anche nella città dei due mari il ballottaggio del 25 giugno sarà da brividi e sarà determinante l’apporto degli elettori pentastellati. È andato bene nella sua Parma l’ex M5s Federico Pizzarotti arrivato primo con il 34,78% e che se la dovrà vedere con Paolo Scarpa del centro sinistra (32,73%). Anche questo successo conferma il fatto che là dove si è amministrato bene, poi si viene premiati. Cioè non sono tanto gli schieramenti ideologici a dominare quanto la realtà dei fatti nudi e crudi…

A Rignano, il paese natale di Matteo Renzi è stato riconfermato l’ex sindaco Daniele Lorenzini – eletto nel 2012 per il Pd – che si è presentato alla guida di una lista civica. Nel piccolo paese fiorentino si è consumata una significativa sconfitta per Tiziano Renzi, padre di Matteo e segretario del locale circolo anche se adesso autosospeso: la candidata Pd, Eva Uccella è arrivata seconda con un divario di voto notevole. Lorenzini aveva preferito corrrere da solo dopo la vicenda Consip.

Altro strappo dall’orbita di Renzi, migliaia di chilometri più a Sud. A Lampedusa, Giusi Nicolini, sindaco-simbolo dell’isola dell’accoglienza, premio Unesco per la pace, chiamata da Renzi nella direzione del partito democratico, è arrivata terza, battuta da Salvatore Martello, candidato Pd (non renziano) e dal giovane Filippo Mannino con una lista civica ispirata al M5s. Cosa è accaduto? Come abbiamo scritto nell’ultimo numero di Left, la sindaca era molto criticata per non aver saputo coinvolgere i cittadini nella amministrazione dell’isola. Incapacità personale? Oppure invidia dei locali? Nicolini è diventata un personaggio pubblico a tutti gli effetti, addirittura è andata alla casa Bianca da Obama insieme con Matteo Renzi. Vedremo se le politiche dell’accoglienza del nuovo sindaco saranno all’insegna dell’apertura o della chiusura.

Uomini, chiudete le gambe. Vietato sedersi in maniera scomposta sui mezzi pubblici

Le città che vivono sottoterra vogliono che le regole valgano underground come overground. Al “el mensprading” anche Madrid dice no: stop, stringete le gambe. Ciò che vuol dire mensprading (mensprading in spagnolo) lo riassume meglio il segnale di divieto che la sincresi delle due parole inglesi unite insieme: man e spreading, cioè “uomo” ed “espansione”. Perché ad occupare troppo spazio, più di quello che spetta ad ognuno, nel mondo sono soprattutto i maschi.

La campagna è stata lanciata dalle autorità dei trasporti della capitale spagnola, la EMT, con la figura di un uomo su un segnale di divieto, che occupa, ma non dovrebbe, due seggiolini al posto di uno. Questo segnale è apparso su bus, treni, mezzi pubblici con una grande croce rossa in alto.

Non accade solo in Spagna. A Seattle per spiegarlo hanno usato l’immagine di un polipo. Nel 2012 la metro di Tokyo, al posto della croce rossa, ha usato un punto interrogativo. È un problema dei riders dei mezzi pubblici ovunque, è “impolite”, maleducato ed è una “space issue”, una questione di spazio: il New York Times ne ha parlato la prima volta nel 2014, dopo la campagna lanciata dalla compagnia di trasporti di New York in quell’anno. La scritta sul segnale diceva “Dude it’s rude”, Hei tipo, è maleducato, e “Dude, close your legs”, “He tipo, chiudi le gambe”. La prima campagna di sensibilizzazione per lasciare lo spazio anche agli altri sui mezzi pubblici, nella città americana, risale al 1953.

Ci vuole costanza, per riconoscere i nuovi oppressi

Prende sempre più piede, anche a sinistra, un certo vendicativismo contro coloro che “non capiscono”, “non sanno” e “che non vogliono capire”. Mi è capitato qualche giorno fa, ad esempio, di ritrovarmi a una cena con persone di storica cultura di sinistra che mi hanno spiegato come sia “inutile” insistere nello smascheramento delle bugie su terrorismo e immigrazione e allo stesso tempo si raccomandavano di inaugurare un nuova “durezza” contro coloro che “si bevono le bufale di internet”.

Anche su certa politica mediorientale o per il dibattito sui vaccini sta crescendo una certa modalità per cui andrebbero dati per persi coloro che rimangono bloccati sulle loro posizioni. In un editoriale di qualche giorno fa sulla vicenda della presunta scarcerazione di Riina (che nessuna Cassazione ha mai scritto nero su bianco) si scriveva che “non bisogna avere più pazienza con questi mafiosi” adducendo una certa stanchezza nel “ripetere sempre le solite cose”.

Chi non sa, insomma, non è “degno” di essere preso in considerazione. E fa niente che il “non sapere” molto spesso sia esso stesso un’oppressione: piuttosto che criticare chi si informa solo da qualche link su Facebook forse sarebbe il caso di pensare a quanto la disperazione, l’instabilità e economica e l’oppressione di un reddito sempre in bilico abbia spinto molti a non avere il tempo e la voglia di approfondire perché impegnati in una sopravvivenza quotidianamente in bilico.

Un padre di famiglia che lavora per dodici ore in cambio di qualche spiccio, un giovane non più troppo giovane che rimbalza tra lavoretti sottopagati e colloqui di lavoro o una madre che si arrampica in verticale per provare ad arrivare al fine del mese a fine giornata hanno ben poca voglia ed energie per approfondire, verificare e ascoltare diverse fonti. Mi spiace per il fior fiore di editorialisti ma qui fuori c’è qualcosa di più urgente rispetto allo studio dei fatti del mondo.

E forse coloro che danno sfogo alla pancia e al luogo comune spesso sono quegli stessi oppressi a cui dovremmo dedicarci. O no?

Buon lunedì.