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Crisi Qatar: Il prezzo amaro per il Medio Oriente (e per noi)

A picture taken on June 5, 2017 shows a Saudi woman and a boy walking past the Qatar Airways branch in the Saudi capital Riyadh, after it had suspended all flights to Saudi Arabia following a severing of relations between major gulf states and gas-rich Qatar. Arab nations including Saudi Arabia and Egypt cut ties with Qatar accusing it of supporting extremism, in the biggest diplomatic crisis to hit the region in years. / AFP PHOTO / FAYEZ NURELDINE (Photo credit should read FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images)

L’attentato del 7 giugno a Teheran da parte dello Stato islamico manifesta un conflitto antico e radicato in Medio Oriente. Quella che si combatte dal cuore della Mesopotamia alle coste del Mediterraneo è una guerra epocale, che vede sì la contrapposizione settaria tra sciiti e sunniti – strumentalizzata per altro ogni qual volta è necessario – ma soprattutto una guerra di civiltà. Ed è in gioco la pretesa di influenza e supremazia in Medio Oriente da parte delle superpotenze, gli Usa e la Russia. È un’illusione ottica che sia l’Islam al centro del conflitto anche se questa è l’idea che vogliono accreditare i jihadisti, la destra occidentale ma anche gli stessi sauditi che reputano l’Iran una repubblica di miscredenti in attesa messianica che si manifesti sulla Terra il Dodicesimo Imam scomparso. La religione, di questi tempi, viene più usata che rispettata. Il cuore di questa guerra di civiltà è l’uomo stesso, che non vuole rinunciare alla sua terra, al suo diritto di sopravvivere, di decidere come scegliere il suo futuro senza che venga imposto da fuori.
Qual è il prezzo del sangue in Medio Oriente? Per comprenderlo, vale la pena ripercorrere cosa è accaduto in questi ultimi anni. Una storia che ci riguarda direttamente.

L’articolo di Alberto Negri prosegue su Left in edicola


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Maurizio Landini: «Vogliamo ricostruire il valore del lavoro»

Il leader della Fiom Maurizio Landini durante il suo intervento in occasione della manifestazione nazionale della Fiom, Roma, 28 marzo 2015. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La vicenda dei voucher illustra alla perfezione il pessimo stato del lavoro dipendente in Italia e la scarsa considerazione che ne ha la nostra classe dirigente, in particolare il governo. Anzi, i governi, vista la continuità con cui si sono mossi gli ultimi esecutivi in materia di relazioni sociali e lavorative.
Chiunque viva di lavoro – in tutte le sue forme, da quelle regolamentate a quelle più precarie – sa bene come i voucher abbiano portato al massimo livello la mercificazione della prestazione lavorativa. Nella forma introdotta dal Jobs Act – che ne aveva esteso a dismisura l’utilizzo – i voucher sono stati cancellati per evitare che il popolo italiano si esprimesse con un voto nel referendum indetto su iniziativa della Cgil, un voto che sarebbe stato anche un giudizio chiaro sul governo e sulla sua politica economica e sociale. L’esecutivo ha preferito cancellarli per evitare una nuova “botta” referendaria, dopo quella del 4 dicembre scorso, salvo reintrodurli – in forma sotanzialmente analoga – inserendoli nella cosiddetta manovrina economica. Ancor prima che per il merito si è trattato di un insulto alla volontà popolare e alla stessa sovranità del Parlamento, che mai ne ha potuto discutere nel merito: un atto pericoloso e antidemocratico anche in prospettiva, perché prelude a un futuro in cui qualunque governo potrebbe cancellare una legge per evitare il giudizio referendario e poi riproporne qualche giorno dopo i contenuti con una nuova legge. Quanto al merito, i “nuovi voucher” di diverso dai vecchi hanno il nome – ora si chiamano “buoni” per famiglie e imprese – e poco più. Infatti potranno essere usati non soltanto per il lavoro domestico ma soprattutto nelle imprese fino a cinque dipendenti, che sono la maggioranza delle aziende italiane. Inoltre, mentre la copertura previdenziale cresce in maniera quasi irrilevante, i controlli sulle prestazioni in nero e i vincoli sui massimi di retribuzioni e tempi sono facilmente eludibili.
Questa nuova violenza ai danni di chi per vivere deve lavorare è stata giustificata con l’esistenza di un presunto “vuoto normativo” che avrebbe paralizzato mezza Italia: una grossolana bugia, come ben spiegato anche dalla Corte costituzionale. Le imprese già oggi dispongono di strumenti normativi che hanno avuto discipline apposite nell’ambito dei contratti collettivi: la somministrazione di lavoro, il lavoro a chiamata con o senza indennità di disponibilità, il part time orizzontale, verticale e misto, la surroga e l’extra. Strumenti che già garantiscono la flessibilità necessaria e che sono al tempo stesso – a differenza dei voucher – strumenti contrattuali.

L’articolo di Maurizio Landini prosegue su Left in edicola


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La proposta di Corbyn: case di lusso vuote per i sopravvissuti della Grenfell Tower

A chi ha perso la casa nell’incendio della Grenfell Tower, a chi ha perso tutto per colpa del fuoco verticale di Londra, spettano le proprietà extra lusso vuote della capitale inglese. Questa è la proposta di Jeremy Corbyn.

Quel fuoco ci ha reso come il “racconto delle due città di Dickens: le proprietà vanno trovate, requisite se necessario, per far si che i residenti vengano ricollocati nella zona”. Lo ha detto durante un dibattito parlamentare in cui asseriva che “non è accettabile che ci siano edifici di lusso vuoti, mentre i poveri, quelli che non hanno una casa, non abbiano un posto dove vivere”.

A Kensington Corbyn ha incontrato i residenti, la premier Theresa May no, pur recandosi sul luogo della tragedia. Lui ha abbracciato i sopravvissuti piangenti, lei “forse ha pianto quando ha saputo dell’accaduto”, scrive il Times di Londra, “ma non mostra le sue emozioni in pubblico”.

Per la sua proposta Corbyn è stato tacciato dal conservatore Andrew Bridgen di “hard marxist views”, di visioni marxiste dure. “Ha mostrato il suo vero colore”, ha detto il conservatore, “Corbyn è deep red, profondamente rosso”.

Al di là del visibile. La nuova mostra fotografica di Gianpaolo Conti

Gianpaolo Conti

Ciò che il visibile non concede. È il titolo della nuova mostra fotografica di Gianpaolo Conti. L’artista visuale – da sempre impegnato nelle pratiche digitali oltre che nella regia e l’editing – presenta alcuni suoi lavori a Roma a distanza di due anni dalla mostra di via Margutta My Eyes on the Road. Due anni intensi e proficui, di riflessione, sedimentazione, riconfigurazione dei materiali e affinamento delle tecniche. L’artista, che precedentemente aveva indagato il tema dell’irrealtà nella realtà urbana, qui si dedica con misurata determinazione e slancio personale ai dettagli più minuti, quasi da leggere in filigrana; all’immagine non convenzionale della metropoli; a volti e figure percepite e restituite in modo non usuale; a tracce iconiche, sottratte alla nostalgia e reinventate alla luce di una densa, soffusa, malinconia.

Ciò che nella precedente mostra era segno grafico, reiterazione di uno stilema, intensificazione del colore, immediatezza di approccio, qui diventa ricerca sofisticata sulla credibilità illusoria della profondità di campo, decostruzione della superficie bidimensionale, stratificazione sensoriale ed esperienziale, archivio della memoria, molteplicità di elementi da rimodulare con diversa maturità: la leggerezza orizzontale si trasforma in gioco combinatorio verticale, la danza dei cuori in solitudine sospesa, il rosso esibito in monocromia drammatica e drammatizzazione degli interventi. Partendo dagli scatti fotografici, attraverso il supporto di versioni elettroniche di pennelli, filtri, ingrandimenti ed elaborazioni cromatiche, Conti ci porta dentro il suo mondo remoto e moderno, naturale e artificiale, ritroso alla captazione e disponibile all’interpretazione. La semplicità immediata e gratificante del primo sguardo non tragga in inganno; le competenze del regista sugli obiettivi e la messa in quadro qui fanno la differenza, perché il processo di avvicinamento alle opere chiede un attento lavoro dell’occhio a identificare dettagli segreti e misteriosi e una progressiva adesione empatica a cogliere risonanze ed echi che affiorano da lontano.

Si guardi Nel volto di un gorilla che è insieme rendez-vous con la cultura cinematografica, la natura primordiale, le età dell’uomo, lo sguardo che racconta se stesso, e più sottilmente, l’ecosistema e le favelas di Rio de Janeiro; o In ognuno di noi che raccoglie contemporaneamente i sanpietrini, dove ogni giorno rischiamo di scivolare con il motorino, un volto dalla palpebre socchiuse, insieme silenzio e sogno, e geometrie di civiltà antiche, forse orientali; o anche Tra le nuvole, che è sì gasometro e archeologia industriale, ma anche traccia storica, riferimento urbano, reticolo funzionale, linea di demarcazione contro l’orizzonte incerto della città. Suggestioni interessanti.

La mostra è visitabile dal  22 giugno presso l’atelier di Alessandra Giannetti in Piazza Capranica 94, a Roma.

 

Zadie Smith: «E ora Corbyn dia spazio ai giovani»

Zadie Smith-c. Dominique Nabokov

Racconta di due ragazzine mulatte che cercano un riscatto ballando il tip tap in un sobborgo operaio di Londra all’inizio degli anni Ottanta. Torna nel suo North West londinese (al quale ha già dedicato NW e altre importanti opere) la scrittrice Zadie Smith con il suo ultimo romanzo Swing Time. Forse il suo romanzo più politico. Sotto il ritmo musicale della scrittura e la trama coinvolgente si scopre una profonda riflessione sulla blackness e sulle lotte operaie, femministe e antirazziste che negli anni Duemila sono andate incontro ad una profonda battuta d’arresto. Dopo la stretta thatcheriana ci ha pensato la terza via indicata dal blairismo a silenziarle. L’invenzione narrativa in Swing Time (Mondadori) dà corpo a una realtà che la cronaca non riesce a raccontare in profondità: la fine del multiculturalismo e la speculazione che ha fatto di quartieri come Brick Lane la nuova residenza upper class ostracizzando gli immigrati che da tempo lo abitavano. «La gentrification è un fenomeno macroscopico nel North West» racconta la scrittrice inglese Zadie Smith che abbiamo incontrato a Roma, alla vigilia della sua partenza per il festival degli scrittori che si tiene a Firenze e per Lignano dove  il 17 giugno riceve il Premio Hemingway.
Il North West di Londra da cui prende le mosse la storia di due ragazzine protagoniste di Swing Time, era un “villaggio” ancora vivo e vitale, nonostante tutto, come si presenta oggi?
I ricchi hanno invaso il quartiere, è un fenomeno che accomuna Brooklyn a New York con il quartiere londinese dove sono nata. La situazione immobiliare, la dice lunga. Negli anni Settanta-Ottanta era un quartiere abitato dalla classe media: i genitori dei miei amici nel 1980 potevano comprarsi una casa per 25-30mila sterline. Oggi la stessa abitazione vale 3mln di sterline e non sono neanche grandi. Sono piccole case tipiche. E questo dice che tipo di interesse ci sia. Prima vi abitavano giornalisti, medici, insegnanti, impiegati pubblici. Ora solo banchieri e chi lavora a livelli alti in finanza. È la storia recente di Londra. Andiamo ben al di là di una “normale” inflazione. Un quartiere va in pasto alla finanza e la collettività non esiste più. Non mandano i figli nelle scuole del quartiere. Vivono in mondi a parte. Assomiglia molto a quel che accade negli Stati Uniti dove vivo ora.
Nonostante la Thatcher, negli anni Ottanta la scena artistica inglese era molto vivace, nella musica, nel cinema, nella letteratura. Con esperienze politicizzate e di opposizione con il cosiddetto Red Wedge. Un’onda lunga che continua?
Anche venendo da fuori, oggi si coglie subito un fatto strano nel mondo dello spettacolo. Gli attori che sono sotto tutti i riflettori vengono dalla stessa classe medio alta degli esponenti di governo. E non era mai stato così in Gran Bretagna. Attori di qualsiasi estrazione sociale potevano tranquillamente emergere. Oggi non esistono più i corsi statali, non viene più data la possibilità a chiunque di entrare, tutto oramai è stratificato. L’unica cosa che è rimasta viva è la musica. C’è un forte hip pop nero, nato da quello che connotava l’East London, il North London. Non nasce più dalla periferia londinese ma dai quartieri che crescono ancora più lontano. Per fare hip hop non hai bisogno di nulla, nemmeno di uno studio. Puoi fare tutto in casa. Così continua a esistere. Per la scrittura, il discorso è purtroppo diverso. Non sono più riusciti ad emergere scrittori provienti dalla classe operaia. Oltre a me, Irvine Welsh e Hanif Kureishi non ci sono tante altre voci. Oggi emergono nuove voci solo dalle università. Anche lì c’è classismo. La scrittura inglese che viene dalla minoranza della working class è decisamente sempre meno forte, si sente sempre meno. Per una mancanza di possibilità di accesso. Non hanno la possibilità di farsi sentire. Questa almeno è la mia impressione, guardando da fuori. Tutte le volte che torno a Londra mio fratello mi dice: “Ma dai, non fare la depressa, ci sono cose che tutto sommato succedono lo stesso”. Però ho l’impressione che Londra viva di nostalgia, di remake del passato, è dominante nei programmi tv, dove addirittura spuntano serie che raccontano storie di nobili e dei loro servitori.
Come legge il forte segnale che hanno dato i giovani votando Jeremy Corbyn?

L’intervista alla scrittrice Zadie Smith prosegue su Left in edicola


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Un piccola storia ignobile

Italiani senza cittadinanza

C’è un bambino. Chiamiamolo Andrea. Immaginatelo scuro o con i capelli più folti rispetto agli Andrea che avevate per nonni. I suoi, di nonni, come i suoi genitori sono di un Paese qualsiasi in giro per il mondo, non importa quale: anche Andrea non c’è mai stato, non l’ha mai visto, non conosce nessuno. Andrea è nato a Milano. Poi è cresciuto. Parla milanese, pensa milanese, si siede ad aspettare sugli scalini del Duomo, litiga con i ghisa, mangia nebbia tutti gli inverni, ha in camera il poster di Zanetti, frequenta con buoni risultati il Liceo Parini (anche se si impegna sempre troppo poco) e organizza barbecue di nascosto all’Idroscalo.

Andrea ha 16 anni. Ed è apolide. Senza nazionalità. Non può avere la cittadinanza fino all’età di 18 anni. Per la legge italiana (lo “ius sanguinis” della legge 92 del 1991) deve avere un genitore italiano e invece i suoi sono di qualsiasi altro Paese del mondo. Se non avesse avuto i genitori invece (abbandonato) sarebbe italiano. Deve aspettare la maggiore età. La maturità, la chiamano. E fa niente che il disagio maturi molto prima.

Ora immaginate una legge fin troppo tiepida che dica ad Andrea che può acquisire la cittadinanza se almeno uno dei suoi genitori ha un diritto di soggiorno permanente, quindi con un periodo di residenza di almeno 5 anni, un alloggio adeguato e dopo aver superato un test di lingua. Il genitore va all’anagrafe e chiede la cittadinanza per il figlio, visto che la norma si applica per i minorenni (la novità per i maggiorenni è che avranno due anni e non uno per scegliere la cittadinanza italiana).

Bene. In questa storia ora metteteci dentro “l’invasione”, “la sostituzione di razza”, “gli sbarchi” e un po’ di “terrorismo” che ci sta sempre bene. Provate a capirci cosa c’entri con Andrea. Spiegateglielo, anche.

E capite di cosa stiamo parlando. Capite su cosa stanno facendo baccano questi squallidi squadristi che si infervorano in Parlamento. Decidete voi chi sono gli ignobili in questa storia.

Buon venerdì.

Dimenticare o annullare

Questa settimana la nostra pagina facebook e il nostro sito sono stati molto visitati, in particolare per un articolo del 2011 di Annelore Homberg, che abbiamo ripubblicato in riferimento al caso della bambina abbandonata in macchina dalla madre. Come sempre più spesso capita che c’è chi vuole intervenire per dire la sua a prescindere dalle competenze e dalla formazione degli esperti che interpelliamo su argomenti così complessi.
Si dirà: ma cosa c’è di complesso in una madre che abbandona il proprio bambino in macchina? È una dimenticanza, è come lasciare una cosa sul tavolo, è la stessa cosa! Per questo motivo tutti si sentono autorizzati a dire la propria. Perché a tutti è capitato nella vita di dimenticarsi le chiavi di casa.
Quale sarebbe la differenza con il dimenticare un bambino?
La differenza è sottile, ma enorme. Il bambino è un essere umano. Con il bambino c’è (o ci dovrebbe essere) un rapporto. Con le chiavi di casa non c’è nessun rapporto. Sono una cosa.
Allora dimenticare un bambino non è la stessa cosa di dimenticare le chiavi di casa. Perché, nel primo caso, si annulla il bambino, la sua esistenza e il rapporto con il bambino. Se si dimenticano le chiavi di casa non si annulla niente.
Le chiavi si ritrovano lì dov’erano. Il bambino muore.
La pulsione di annullamento, scoperta da Massimo Fagioli e teorizzata in Istinto di morte e conoscenza, che fa sparire l’immagine e l’idea di una realtà esterna a se stessi, senza lasciare nessuna traccia, è una cosa complessa da comprendere. Non ci si accorge quando la si agisce, perché è una dinamica non cosciente. Serve il rapporto con un altro per comprendere di aver annullato qualcuno o qualcosa. Tipicamente uno psichiatra che interpreta, ossia rende evidente, spiega e verbalizza, l’annullamento e la pulsione che lo determina.
La dimenticanza invece si risolve ritrovando l’oggetto perduto. È sufficiente la realtà materiale per frustrare la dimenticanza. Non serve un’altra persona. Ma perché è così complicato capire che cos’è l’annullamento?
Possono esserci diverse ragioni, ma penso che sia importante evidenziare due motivi. Il primo è che bisogna comprendere che l’annullamento non corrisponde ad una passività di chi lo agisce. Annullare significa agire la pulsione. Non significa non agire un pensiero di esistenza. Cioè l’esistenza dell’oggetto come immagine e pensiero è eliminata, fatta sparire dalla pulsione di annullamento. Non il contrario, ossia non faccio il pensiero e quindi c’è l’annullamento. Il non fare un pensiero non è detto che corrisponda ad un annullamento. Allora dimenticare un bambino in macchina non è pensare ad altro e quindi dimenticare il bambino ma è prima annullare il bambino e poi pensare ad altro. Il secondo motivo è che proprio per il fatto che non è una cosa che capita a tutti, è difficile da comprendere. Si tenta di mettersi nei panni della madre e non si riesce a comprendere come possa aver fatto una cosa del genere. L’unica spiegazione plausibile è si è dimenticata. Potrebbe capitare anche a me. Va detto con chiarezza che questo non è vero. Non può capitare a chiunque. Capita solo a chi ha una patologia grave anche se magari molto nascosta e non diagnosticata. La difficoltà di comprendere è la difficoltà di comprendere la malattia mentale, che esiste e va vista nella sua stranezza. Il malato di mente fa cose che non si comprendono perché ha perso il rapporto con gli altri esseri umani. Il malato di mente fa paura perché non si riesce a spiegare quello che fa con quello che si conosce. Non bisogna annullare la malattia mentale. Bisogna tenere gli occhi aperti. Perché è possibile comprendere e poi affrontare e curare la malattia mentale.
Nessuno oggi ha paura di una malattia come l’otite. Basta un antibiotico e si cura. Una volta si moriva per l’otite. Se si nega che esiste l’otite e si nega che esistano medici in grado affrontare e curare quella malattia si può morire, come è capitato di recente ad un bambino “curato” con l’omeopatia. Allora non annulliamo la medicina e la psichiatria. Perché l’annullamento si porta dietro la paura. La paura è verso ciò che da sconosciuto è diventato inconoscibile. Lo sconosciuto si può conoscere. L’inconoscibile no. Ma l’inconoscibile è tale perché è stata annullata la possibilità di conoscere.
Non esiste nulla di inconoscibile perché l’inconoscibile è un’invenzione dell’essere umano.

L’editoriale è tratto dal numero di Left in edicola


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Ius soli, gli italiani senza cittadinanza: “Niente giochi politici su di noi”

Un momento della manifestazione al pantheon sull'approvazione della legge per la cittadinanza, 28 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

L’Italia è casa loro, parlano e pensano in italiano, la storia che hanno studiato è quella del Bel paese, però non sono italiani. Sono più di un milione, sono la generazione dei cittadini a metà.
Oggi finalmente arriverà in Aula il ddl sullo ius soli che riconosce la cittadinanza italiana ai figli di stranieri nati in Italia o arrivati da piccoli.
La senatrice Doris Lo Moro (Mdp), relatrice del provvedimento in commissione Affari costituzionali del Senato,  si è mostrata abbastanza ottimista sull’esito: “Il disegno di legge sullo ius soli arriverà in Aula anche senza relatore e sarà approvato”, ha detto il 13 giugno in conferenza stampa insieme con Loredana De Petris (Sinistra italiana) e Giorgio Pagliari (Pd). Sullo Ius soli, insomma, si è creato al Senato un “patto” allargato tra Pd e le forze a sinistra del Pd. Il M5s invece ieri sera ha annunciato l’astensione che al Senato in pratica equivale al voto contrario. E naturalmente il centro destra è compatto nel voto contrario.

Il disegno di legge “Disposizioni in materia di cittadinanza” che prevede la modifica della I.92 del 1991, è rimasto fermo per molto tempo al Senato, in Commissione Affari costituzionali, dopo che nell’ottobre 2015 era stato votato alla Camera. Nonostante Pierluigi Bersani durante la campagna elettorale del 2012-13 avesse dichiarato che la legge sulla cittadinanza sarebbe stata una delle norme da realizzare nei primi cento giorni del programma del Pd di Italia bene comune, alla fine è caduta nell’oblio e per due anni non se n’è più parlato.

“Speriamo che questa volta finalmente questa questione non venga usata solo per fini politici, ma venga pensata a livello umano perché ci sono 800mila bambini che stanno aspettando i propri diritti, vogliono essere riconosciuti per quello che sono e vorremmo che almeno per questa volta le forze politiche mettessero da parte le proprie lotte, capendo che si tratta di giovani e bambini nati o cresciuti in Italia”. Esordisce così Youness Warhou, 23 anni, tra i fondatori del movimento Italiani senza cittadinanza, molto attivo in questo ultimo periodo.
Youness continua: “Siamo molto positivi perché da quando è nato il movimento si è compiuto un enorme passo in avanti. Quando nell’ottobre 2013 abbiamo organizzato il primo flash mob c’era un silenzio mortale e sembrava che la legge fosse stata abbandonata del tutto. Invece da quando abbiamo cominciato a far sentire la nostra voce le cose sono cambiate”.

Quello sullo ius soli è un provvedimento necessario per l’integrazione delle cosiddette seconde/terze generazioni di immigrati. Ragazzi, laureati e lavoratori, che non possono veramente fare parte del nostro Paese, che vivono un presente a metà e un futuro che si prospetta nero. “Non mi piace usare il termine seconda generazione – fa notare Youness Warhou -. Noi infatti non abbiamo compiuto un’immigrazione vera e propria, per essere definiti immigrati di seconda generazione, anzi, siamo persone che fanno parte del territorio. Siamo nati qui o anche se siamo venuti perché immigrati, lo abbiamo fatto in maniera non decisa da noi perché eravamo minorenni, siamo stati portati dai nostri genitori”.

Per avere riconosciuto uno status che gli dovrebbe spettare di diritto, gli italiani senza cittadinanza si devono infatti imbarcare in un’odissea che sembra non avere mai fine. “Oggi se viviamo qui e facciamo parte di questo tessuto sociale, vorremmo essere riconosciuti come parte integrante della società e non più come vittime di alcuni partiti politici che non hanno nessun piano se non criticare e discriminare i ragazzi di nuova generazione sfruttando quella che è la situazione attuale a livello mondiale”, continua Youness mettendo in evidenza la partita politica che si gioca sul loro destino.

Intanto loro, gli italiani senza cittadinanza, i sacrifici li hanno fatti e continuano a farli: c’è chi ha rinunciato agli studi universitari a 19 anni per cercare lavoro, per dimostrare allo stato italiano di essere attivo nel Paese; c’è chi ha scelto di studiare, e che una volta laureato a pieni voti, si sente chiedere costantemente il test d’italiano; c’è chi considera l’Italia come “una madre che non mi vuole come figlio”. Lo hanno raccontato Fioralba Duma, Tezetà Abraham e Bruno Leka, italiani senza cittadinanza che aspettano una risposta dalla politica. C’erano anche loro, come rappresentanti dell’Associazione Italiani senza cittadinanza alla conferenza stampa del Senato il 13 giugno, insieme alla senatrice Doris Lo Moro. Hanno raccontato le loro vite, simili a tante altre, di giovani sconosciuti che però sono a tutti gli effetti cittadini italiani.

E le cose, per fortuna, cambiano. Youness infatti aggiunge: “Nelle ultime elezioni amministrative hanno votato nuovi cittadini, nuovi giovani che sono nati o cresciuti in Italia e che hanno ottenuto la cittadinanza. Hanno potuto essere rappresentativi di quelle che sono le loro comunità e le loro città, hanno segnato una novità portando i loro valori, valori che vengono ignorati dalla nostra società. Noi ci ritroviamo sempre dalla parte dell’oppresso  che non ha possibilità di esprimersi, che non ha neanche la possibilità di esprimersi o di votare, di decidere sulle questioni del proprio paese. Questo è rilevante per noi e per la società italiana”.

Cosa accadrà oggi? Lo Moro e gli altri senatori il 13 giugno in conferenza stampa hanno detto di puntare all’approvazione del testo uscito dalla Camera senza modifiche, temendo un altro stop. O si va al voto o “si insabbia e non se ne parla più”, hanno detto.

Quello di oggi, 15 giugno, potrebbe essere un evento storico, un provvedimento da tempo sospeso che potrebbe ridare speranza a tutti quei bambini che crescono in Italia sentendosi “diversi”. Oppure potrebbe essere l’ennesima sconfitta di chi vuole difendere i diritti civili di chi adesso ne è privo.

Oggi comunque a presidiare Palazzo Madama alle 12:30 vi saranno anche i rappresentati della campagna “Italia sono anch’io”, di cui fanno parte tra gli altri Cgil, Arci, Legambiente, Comunità di Sant’Egidio. Tra il settembre 2011 e il marzo 2012 vennero raccolte più di 200mila firme per due proposte di legge di iniziativa popolare, una, appunto sulla riforma della cittadinanza e un’altra sul diritto di voto alle amministrative per i cittadini stranieri residenti. Ma come abbiamo visto in questi anni, sono rimaste nel silenzio.

Oh oh, mister President… Dopo l’happy birthday arriva l’inchiesta

epa06028234 US President Donald J. Trump enters the Diplomatic Room to make a statement on the Wednesday-morning shooting of Republican lawmaker Steve Scalise at a baseball field in Alexandria, Virginia, in the White House, Washington, DC, USA, on 14 June 2017. The Republican House majority whip Steve Scalise and at least four others have been shot at a congressional baseball game practice session, according to media reports. A suspect named James T. Hodgkinson of Belleville, Illinois, who was taken in custody has died, according to US President Donald J. Trump. EPA/Olivier Douliery / POOL

Il primo presidente degli Stati Uniti d’America osserva l’ultimo attraversare la stanza. George Washington dalla cornice dorata del ritratto lo guarda mentre, gamba tesa, punta accigliato lo sguardo verso il basso. Trump ha appena commentato pubblicamente la sparatoria di Alexandria, nei pressi della capitale: «l’uomo che ha sparato è morto». James T. Hodgkinson, ex sostenitore di Sanders, 66 anni, ha aperto il fuoco contro una squadra repubblicana di baseball che si allenava. Steve Scalise, deputato, a true friend and patriot, come l’ha definito Trump su twitter, è rimasto ferito insieme ad altre quattro persone nell’incidente al campo sportivo.

È questo il ritratto che Trump conserverà per il giorno del suo compleanno: una porta che è stata lasciata aperta, una bandiera vicino al camino e un padre fondatore della nazione a cui dà le spalle. Ieri era happy birthday, mister President. Oggi il regalo è arrivato con un giorno di ritardo, una prima pagina, uno scoop. Il presidente Trump, ormai 71 anni e un giorno, è indagato per ostruzione alla giustizia, per il licenziamento di James Comney, ex capo dell’FBI, e per aver fatto pressione affinché il caso russiangate fosse archiviato. Se ne occuperà il procuratore speciale Robert Muller III.

Un altro anniversario è vicino. Era l’otto agosto 1974, quando, per evitare l’impeachment, la messa in stato d’accusa, Richard Nixon rassegnò le sue dimissioni. Il giornale che riportò allora lo scandalo del repubblicano alla Casa Bianca era lo stesso che oggi, per primo, ha dato la notizia dell’inchiesta aperta contro il primo cittadino americano, il Washington Post.

Quando non è “né destra né sinistra” è quasi sempre destra

In fondo rimane la consolazione che forse un po’ se ne vergognano anche loro di lucrare sul terrorismo xenofobo che inietta paure senza nemmeno bisogno di bombe. Mi illudo di credere che Grillo, quello che girava i teatri per aprirci gli occhi sul mondo, sappia in cuor suo di avere deciso di cavalcare una “cagata pazzesca” solo per uno’ di autopreservazione, buttandosi mani e piedi tra le braccia di un salvinismo che per sua natura ora gli chiederà ogni giorno di essere un po’ peggio, di urlare un po’ più forte, di sputare un po’ di bava.

E mi piacerebbe vedere l’orda di analisti politici della domenica pomeriggio che insistevano nel dirci che lì, dentro il M5S, ci sarebbero i voti della “sinistra delusa” oppure chi metteva il broncio ogni volta che si faceva notare come il Movimento 5 Stelle (com’è nella natura delle cose in politica) nonostante si sforzi di apparire al di sopra delle parti ogni volta che deve ritornare con i piedi per terra si sieda a destra.

Mi viene da pensare che questi, almeno, non sono fieramente razzisti come quelle quattro teste rasate che rimestano nei conati della nostalgia o come quei leghisti lepenisti da discount che strisciano da leoni da tastiera. Ma mi sbaglio, temo: essendo all’inizio del disvelamento i toni bassi potrebbero essere semplicemente l’inizio di un crescendo che non tarderà di passare dall’osceno al pubblicamente rivendicato.

Beppe Grillo dopo le elezioni amministrative (che dice di avere vinto, come tutti, ogni volta, così allineato anche in questo) ha sparato in sequenza strali contro i migranti, i rom, il Regolamento di Dublino e le solite multinazionali cattive. Il francescano che con l’acqua alla gola non trova di meglio che scalciare contro i deboli è la fotografia perfetta di una fede che più attenta al valore elettorale che ai valori. Quelli che volevano liberare i deboli dalle prepotenze dei potenti ora hanno deciso di dedicarsi alla liberazione degli sfoghi dei prepotenti deboli con i forti che fanno i forti con i deboli. Dentro, tanto per non farsi mancare nulla, ci hanno buttato anche una legge (quella sullo ius soli) che non ha nulla a che vedere con l’immigrazione ma torna utile per un po’ di propaganda sulla razza.

Chissà che ne direbbe, san Francesco. E chissà cosa direbbe, se potesse, Di Battista a guardarsi a braccetto con i beceri che ci aveva promesso di stanare.

Bene. Avanti così.

Buon giovedì.