epa05440660 Migrants queue up in their camp at the border between Serbia and Hungary, in front of container buildings of a Hungarian tranzit zone at Horgos, Northern Serbia, 25 July 2016. The transit zone is a kind of border station where migrants and refugees intending to continue their journey to the European Union can apply for refugee status in Hungary. EPA/Edvard Molnar HUNGARY OUT
Trecentoventiquattro container di quelli che vedete nei grandi parcheggi vicino ai porti o sulle navi mercantili sono stati installati in due campi definiti dal governo ungherese “zone di transito”. Da oggi entrano in funzione. Il governo Orban si prepara infatti, a partire da oggi, a implementare la legge che prevede la detenzione in questi campi di tutti gli stranieri extra comunitari che passino il confine illegalmente, anche se lo fanno per richiedere lo status di rifugiato. La legge votata il 7 marzo scorso prevede la detenzione di tutti costoro, vecchi e bambini compresi, nel periodo in cui la loro domanda viene vagliata. L’Europa, l’Unhcr e l’Alta corte per i diritti dell’uomo avevano censurato una pratica simile – non stabilita per legge – già nel 2013. L’unica cosa consentita ai richiedenti asilo sarà tornarsene oltre il confine con la Serbia, ovvero fuori dall’Unione europea. I due campi, posti nei pressi dei confini, vengono definiti zona extraterritoriale, un escamotage per violare le convenzioni internazionali.
Oggi il commissario europeo per l’immigrazione, Dimitris Avramopoulos, sarà a Budapest per un incontro con il premier ungherese divenuto campione della guerra totale all’immigrazione (contro i migranti ha speso quasi un miliardo di euro). Chissà che Avramopoulos abbia qualcosa da dire e non annunci finalmente misure contro Budapest. A oggi, l’Europa ha quasi taciuto sulle pratiche ungheresi che violano le convenzioni internazionali e l’Ungheria, dove nel 2016 30mila persone hanno chiesto asilo e solo 423 lo hanno ottenuto.
«E’ difficile non concludere che la scarsa propensione della Commissione a fare pressioni sull’Ungheria ha incoraggiato altri Paesi dell’Unione per replicare il suo approccio. In Polonia, progetti di modifica alla legge in vigore permetterebbero una simile detenzione automatica dei richiedenti asilo o li costringerebbero a dirigersi in Bielorussia – Paese senza una protezione efficace per coloro che fuggono dalle persecuzioni. In Slovenia, emendamenti alla legge rendono più facile l’espulsione dei richiedenti asilo verso la Croazia». ha scritto Lidya Gall di Human Rights Watch.
La Svezia ha proposto di tagliare i fondi europei a quei Paesi che si rifiutano di accogliere i rifugiati nell’ambito del programma di redistribuzione interno all’Europa. La stessa Svezia, a oggi, è l’unico Paese ad aver criticato apertamente Budapest, paragonando i centri di detenzione previsti dalla legge ai Gulag.
«Mi hanno chiamato in ogni modo possibile e tutti ci hanno condannato» ha detto Orban alla radio riferendosi al fatto che nessuno lo critica più «Ma quello che abbiamo fatto è diventato accettabile per tutti». La speranza è che l’Europa, tanto solerte sul tema dei bilanci, lo diventi anche in materia di asilo e rispetto dei diritti umani.
epa05838594 President of the European Central Bank (ECB) and chairman of the European systemic risk Board, Mario Draghi (R) arrives to attend a press conference 09 March 2017 following the bank's interest rate decision, Frankfurt, Germany. The European Central Bank said they will hold all main interest rates unchanged with base rate being 0 per cent and deposit rate remaining at -0.4 per cent. The bank also held on to its quantitative easing programme until December 2017, but lowered the monthly programme to 60 billion euro. EPA/ARMANDO BABANI
Jan Smets, Presidente della Banca centrale del Belgio, nonché Membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce), ha difeso la politica monetaria di Mario Draghi ai microfoni di Reuters.
Smets ha ribadito che «non ci sarà – per il momento – alcun cambio di rotta». Tradotto: si continua ad acquistare titoli di debito pubblico (e privato) e il tasso di interesse rimane invariato allo 0%.
Nelle ultime settimane, a fronte di un aumento dell’inflazione in alcuni Paesi del nord Europa, si erano fatte larghe richieste di un cambio di direzione rispetto alla strategia della Bce. Ma Smets non ha usato mezze parole per descrivere gli attuali “rapporti di forza” interni agli organi direttivi della massima istituzione finanziaria europea: «Le visioni che vanno contro la politica attuale, sono in minoranza».
Settimana scorsa, anche il capo economista della Bce, Peter Praet, ha ribadito che «un’uscita dal programma sarebbe prematura». In effetti, in questo momento, il rialzo dei prezzi è dovuto soprattutto all’aumento del costo dell’energia. Praet ha ricordato che è necessario riscontrare lo stesso trend per altri beni nel paniere prima di trarre conseguenze significative.
Chi sostiene che la Bce conduca una politica monetaria “dannosa”? Jens Weidmann, il Presidente della Bundesbank tedesca. Ma anche Ewald Nowotny, governatore della Banca centrale austriaca aveva recentemente aperto la porta a un possibile rialzo dei tassi di interesse.
La quantità totale di titoli acquistati dalla Bce nel quadro del suo programma di “quantitative easing”, iniziato nel marzo del 2015, ha raggiunto un valore di quasi 1,500 miliardi di euro e dovrebbe raggiungere poco più di 2 mila miliardi di euro totali a dicembre di questo anno.
All’interno degli uffici dell’istituto finanziario di Francoforte, si è anche tornato anche a parlare di Monte dei Paschi di Siena. Daniele Nouy, Presidente del Meccanismo unico di vigilanza della Bce, ha affermato che la banca italiana «è solvente», altrimenti non si «sarebbe potuto nemmeno discutere di ricapitalizzazione». La Bce aveva valutato in quasi 9 miliardi l’esigenza di capitale dello storico istituto finanziario italiano.
epa05874255 US President Donald J. Trump holds up H.J. Res. 57, which overturns a rule on school accountability standards that are part of the Every Student Succeeds Act, after signing the bill during a ceremony in the Roosevelt Room of the White House in Washington, DC, USA, on 27 March 2017. Trump signed four bills, H.J. Res 37, H.J. Res 44, H.J. Res. 57 and H.J. Res. 58, that nullify measures put in place during former President Obama's administration. EPA/Andrew Harrer / POOL
Lo vedete quel fumo di carbone che esce dalle ciminiere? Inspirate a pieni polmoni, che vi fa bene! Questa è la logica dell’ordine esecutivo che Donald Trump si appresta a firmare per cancellare le politiche ambientali e relative al clima promosse da Obama. Dopo la batosta terribile presa sulla controriforma della Sanità e seri dubbi che sulla possibilità di far approvare una riforma delle tasse che non sia solo uno sconto per i ricchi, il presidente populista deve dimostrare di essere vivo. Il testo dell’ordine esecutivo prevede la cancellazione di una normativa che impone al governo federale di considerare il cambiamento climatico quando si scrivono nuove politiche; la fine dei limiti alle emissioni delle centrali elettriche imposti dal Clean Power Act; la fine del blocco dell’acquisto di carbone da parte del governo e la possibilità di fare fracking idraulico nelle terre tribali dei nativi americani. L’ordine è una specie di promessa mantenuta con i minatori di West Virginia, Pennsylvania e Kentucky ma il New York Times spiega che non avrà effetti sul loro lavoro. Gli Usa non importano carbone e le miniere sono sempre più automatizzate. Ergo, più carbone, più fumo nell’aria, nessun nuovo minatore. Le notizie su Trump sono molte, una buona è che il gradimento del presidente ha toccato un nuovo minimo, al 36% e che il trend si conferma qualsiasi sondaggio o modo di leggerlo si scelga (come spiega il Washington Post).
Un’alleanza M5S Lega dopo il voto del 2018?
Politico.eu sostiene che sia possibile e che ci siano colloqui in corso. L’articolo cita Di Maio e Salvini, i quali dicono: «Noi le alleanze le facciamo in Parlamento» (il primo), «Devono cambiare posizione su come si chiudono le frontiere» (il secondo) e poi, per dare sostanza al titolo, cita una fonte anonima, una sola, che sostiene: «Queste discussioni ci sono, ma è difficile prevedere cosa succederebbe una volta che l’alleanza fosse in piedi». Sull’Europa, le due forze politiche hanno posizioni simili, sulla politica estera (Trump, Putin) non troppo distanti e sull’immigrazione non sono agli opposti. Ciò detto, per ora sembra fantapolitica. Credibile, ma pur sempre fantapolitica.
In Francia, Macron prende il largo
Saranno buoni i sondaggi francesi? Se così fosse, Emmanuel Macron avrebbe un vantaggio su Marine Le Pen di ben 8 punti al primo turno. Il che lo posizionerebbe come super favorito al secondo. Come vedete qui sotto, l’ex ministro socialista, oggi indipendente, continua a crescere (la colonna blu è il dato più recente). Anche Le Pen, ma meno rapidamente ed è molto scesa rispetto a qualche settimana fa. A fare le spese dell’ascesa di Macron i due candidati dei partiti che tradizionalmente si contendono l’Eliseo: la somma di Repubblicani e Socialisti fa 26%, un quarto dell’elettorato. La sinistra, fosse unita, però, potrebbe arrivare al secondo turno. Ma Mélenchon e Hamon non sembrano intenzionati a unirsi. Paese che vai…. anzi no: la sinistra è divisa un po’ ovunque.Armi nucleari al bando? Dimenticatevelo
A New York sono in corso negoziati per un Trattato internazionale che metta fine all’incubo nucleare. Vi partecipano 113 Paesi. Meno quelli che hanno l’atomica: Usa, Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord sono contrari. Alle potenze nucleari si uniscono altri 31 Paesi che si sentono meglio sotto l’ala protettiva del fungo atomico. Il che significa che non se ne farà nulla. In un intervento al Council on Foreign Relations, la nuova ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Halley, una delle figure più moderate nominate da Trump, ha spiegato che «Il mondo è troppo insicuro per rinunciare all’atomica». Noi, invece, con Trump, Putin, Modi, Netanyahu che viaggiano assieme alla loro valigetta nucleare dormiamo sereni.
La foto: il ciclone Debby sbarca in Australia
I venti soffiano più forti della media di questo tipo di tempeste, è più lento (e quindi fa danni più a lungo). Debbie è sbarcato sulle coste del Queensland e sta scoperchiando case e abattendo alberi.
Un fermo immagine tratto da un video di Alanews mostra alcuni senatori che si congratulano con Augusto Minzolini nell'aula del Senato dopo il voto contro la sua decadenza. Roma, 16 marzo 2017. ANSA/ ALANEWS
Le parole di Luciano Violante – ex magistrato, saggio in varie commissioni per le riforme, esponente del Pd – sono piaciute molto ad Augusto Minzolini, già cronista parlamentare d’assalto (per quanto d’assalto possa esser un cronista parlamentare), direttore del Tg1 prodigo di videoeditoriali e ora senatore di Forza Italia, condannato nel novembre 2015, in via definitiva, in Cassazione, per peculato e per questo al centro di una polemica sulla sua permanenza in parlamento. La legge Severino, infatti, prevederebbe la sua decandenza, peraltro sostenuta da un parere votato nel luglio 2016 dalla giunta parlamentare competente.
Il Fatto trova sempre il gusto di aizzare al linciaggio mediatico.Quando poi chiedi a Travaglio un confronto pubblico,si dilegua.
— Augusto Minzolini (@AugustoMinzolin) 27 marzo 2017
Violante, intervenendo a Pisa, durante una lectio magistralis, ha però preso le parti di Minzolini, che – avrete letto nei giorni scorsi – è stato “salvato” dal Senato con un voto in plenaria su una mozione presentata da Forza Italia: il 16 marzo con 137 voti (e alcuni voti di parlamentari Pd, prontamenti schiaffati in prima pagina, alla gogna, dal Fatto Quotidiano, accanitissimo sulla vicenda) il Senato ha annullato il parere della Giunta per le autorizzazioni.
«La legge Severino affida alle Camere la possibilità di deliberare ed è quindi sbagliato, come è stato detto da alcuni giuristi che la scelta parlamentare è stata illegittima», sostiene dunque Violante, che ha poi generalizzato. E ha fatto un invito alla riflessione persino condivisibile: «Il codice penale», ha detto, «è diventato la Magna Charta dell’etica pubblica: si tratta di un segno di autoritarismo sul quale penso valga la pena di riflettere». Violante – come fa lo stesso Minzolini, e come fanno i dem che hanno votato in suo favore – si riferisce, quando dice che la votazione è stata legittima (i 5 stelle hanno parlato di un atto illegittimo, invece) all’articolo 66 della costituzione italiana. E, in particolare, alla parola “giudica”, usata certo non casualmente nel testo. Che è: “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”. «Travaglio», ha detto per questo Minzolini a Radio Radicale, «ha fatto campagna per il No come l’ho fatta io, al referendum di dicembre, solo che lui evidentemente non l’ha letta».
Il capo dell’associazione nazionale dei magistrato, Piercamillo Davigo – come altri – ha invece ricordato che la condanna di Minzolini aveva anche una pena accessoria, questa non sospesa, e che quindi il problema va «al di là della legge Severino», legge che prevede la decadenza in automatico per chi condannato a pene superiori ai due anni, ma che secondo Minzolini andrebbe però interpretata alla luce dell’articolo 66 che evoca una funzione giudicante del parlamento. «Minzolini», ricorda però Davigo, «è interdetto dai pubblici uffici: è una persona interdetta dai pubblici uffici non può votare, figurarsi fare il parlamentare».
Il dibattito potrebbe andare avanti per ore – e in effetti va avanti da giorni, anche con pezzi interessanti e spunti di critica condivisibili rispetto alla legge Severino – ma tanto lo stesso Augusti Minzolini, incassando il voto a lui favorevole, aveva promesso di tagliare la testa al toro dimettendosi lui. La promessa era già alla sua seconda versione, perché già un anno fa aveva assicurato di voler lasciare: ma questa volta aveva detto che avrebbe depositato le dimissioni questo lunedì, contento di aver ottenuto dal Senato una vittoria di principio. La posa è quella di chi vuole così assicurare di non esser certo attaccato al seggio, alla poltrona.
Peccato che la sua sia una posa. E non solo perché ancora ieri, lunedì, Minzolini dice che le presenterà, le dimissioni, quando smetteranno di chiedergliele (AGGIORNAMENTO: Minzolini ha depositato nella mattinata di martedì 28 marzo la lettera di dimissioni). Dimettersi, come forse sapete, in Parlamento è cosa complicata, e non basta mica protocollate una lettera (che comunque al momento Minzolini non ha fatto). Perché le dimissioni vanno calendarizzate (e ci possono volere mesi) e poi approvate (e generalmente la prima volta le dimissioni vengono respinte). Ne sa qualcosa Giuseppe Vacciano, ex Cinque Stelle, passato al Misto, senatore, che ben quattro volte si è sentito dire di no.
Alla fine della legislatura manca appena un anno, anzi meno. Giusto o sbagliato dunque, “Minzo” in Senato, non è neanche più un tema: perché Minzolini resterà senatore fino alla fine.
Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, durante la seconda giornata di lavori della kermesse organizzata da Matteo Renzi al Lingotto, Torino, 11 marzo 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
Niente da fare, è recidivo. Il ministro (chissà poi perché) del lavoro (chissà poi quale) Giuliano Poletti infila l’ennesima offensiva scemenza nei confronti dei giovani (dopo quella dei giovani emigrati all’estero in cui ci disse che “alcuni è meglio non averli tra i piedi”) e durante un incontro con gli studenti dell’istituto Manfredi Tanari di Bologna dice: «Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum.»
Ha ragione Poletti: il fatto che sia ministro dimostra come l’appartenenza da sempre qui da noi funziona più del merito. E se dobbiamo continuare a vergognarci per le bestialità proferite da questi cialtroni diventati classe dirigente è proprio perché il disfacimento etico e morale perpetrato negli anni oggi è scivolato talmente in basso da poter essere addirittura esibito.
Il Paese che si scambia favori al circolino del tennis, alle cene di gala o appunto al campo di calcetto è quello che si è curato più della preservazione delle sue oligarchie piuttosto che della distribuzione dei diritti e delle opportunità. Così accade che nello stesso giorno in cui si viene sapere che a Treviso a una donna incinta viene chiesto di pagare il proprio sostituto per non essere licenziata il ministro che dovrebbe tutelarla riesce a farsi deridere con una frase del genere.
Ma il dubbio, quello vero, è che Poletti sappia esattamente da che parte stare: nel lavoro (così come nella vita e ancor di più nella politica) si può stare con i forti o con i deboli. E Poletti (come già il governo Renzi) ha avuto centinaia di occasioni per chiarire da che parte sta. Basta guardare il curriculum del ministro, qui: se smette di leccare i forti, se smette di giocarci a calcetto, secondo voi come potrebbe finirci ministro, uno così.
«Nella gelosia c’è più egoismo che amore», diceva La Rochefoucauld. La parola «gelosia», già nella sua radice «zhlos», evoca bramosia di possesso, l’idea violenta di voler controllare l’amata, di tenerla incatenata. Ma tutto questo si può davvero chiamare “amore”? Si può parlare di passione quando si cerca di coartare l’altro, di bloccarlo, di impedirgli di realizzare la propria identità? Sono queste le domande che la psicopedagogista Valerie Elizabeth Moretti con il regista Jacopo Boschini cerca di far nascere nei ragazzi che partecipano al progetto Questo mostro amore, realizzato dalla cooperativa AttivaMente. La psicopedagogista (che ha collaborato con Alberto Pellai, dell’Università Statale di Milano in progetti di prevenzione della pedofilia) in questi giorni sta lavorando sul testo dell’Otello di Shakespeare in alcune scuole di Napoli. L’obiettivo “far vedere” agli studenti la dinamica di rapporto malata che si sviluppa fra Otello e Desdemona. «Shakespeare ha una grandissima profondità nell’indagare l’animo umano e i suoi drammi si prestano benissimo per far riflettere i ragazzi su certe dinamiche violente di rapporto che nulla hanno a che fare con l’amore», spiega Moretti raccontando a Left questo progetto che è già stato sperimentato con successo nelle scuole di Como e che nulla ha che fare con la cosiddetta teatro terapia.
In questo caso i testi shakespeariani offrono uno spunto per parlare di emozioni, di quel passionale mondo interno che si accende nel rapporto uomo-donna. Al contempo però con testi drammatici come Otello si cerca di portare in luce quelle dinamiche violente ed estreme che caratterizzano invece i rapporti patologici. «Lo facciamo usando strumenti di info teatro», precisa Moretti. A scuola si legge Otello, dunque, per analizzare le dinamiche patologiche fra i due personaggi e per cercare poi di affrontare la questione più complessa: Otello, impazzito, che passa all’atto arrivando ad uccidere Desdemona.
«I ragazzi fanno domande, si interrogano, vogliono capire, sono molto coinvolti nella discussione, tanto che quando alla fine del percorso andiamo a teatro dove il collega Jacopo Boschini recita alcuni brani, sono loro stessi a chiedere di vedere l’intero spettacolo», aggiunge Valerie Moretti. A Napoli l’appuntamento in teatro è per il 10 aprile al Bellini. Alla riuscita di questo progetto (che presentiamo per festeggiare la Giornata mondiale) concorre anche il linguaggio immediato e coinvolgente di una graphic novel, con un tratto grafico che cambia a seconda dell’intensità emotive che coinvolgono i due partner.
Questo mostro amore
Si tratta di un lavoro di fantasia che nasce però da un caso di cronaca in cui un ragazzo ha scattato foto della propria ragazza in intimità e poi le ha diffuse su internet. Nel percorso didattico che Valerie Elizabeth Moretti svolge insieme agli insegnanti questo graphic novel diventa uno strumento per dare ai ragazzi informazioni di base su questioni legali, su ciò che lecito e su ciò che invece è lesivo diffondere e quali possono essere le conseguenze. Dalle tragedie greche, ai drammi shakespeariani al graphic novel, l’arte e il teatro aiutano ad indagare a fondo quel «mostro dagli occhi verdi che dileggia la carne di cui si nutre», di cui parlava Shakespeare.
Nell‘Otello, William Shakespeare ha messo a fuoco, in modo incomparabile, dinamiche visibili e invisibili e le “logiche” del delirio. Tanto che nel dramma Emilia rivolta a Desdemona, la sposa di Otello dice in modo fulminante: «Non si è gelosi per un motivo, si è gelosi perché si è gelosi. La gelosia è un mostro che si concepisce da se stesso». Istigato da Iago, Otello arriva a delirare, è convinto del tradimento di Desdemona che ai suoi occhi diventa « lurida sgualdrina», «demonio». Accecato dal proprio delirio Otello la uccide. L’interrogativo inquietante su cui Valerie Moretti invita i ragazzi ad interrogarsi è come sia possibile che una persona che si dice così innamorata arrivi non solo a picchiare e ad esercitare violenza psichica e fisica, ma passi a pianificare l’uccisione dell’amata.«Idiota assassino, come hai potuto uccidere una donna tanto buona?», dirà Emilia ad Otello. Attraverso questo lavoro sul testo shakespeariano il progetto di AttivaMente cerca di rendere i ragazzi più consapevoli del fatto che un rapporto di coppia violento nasce in dinamiche che vanno al di l à della coscienza talora mascherate dietro un comportamento da fidanzato e da marito, apparentemente normale, geloso e possessivo, come insegna da secoli la società patriarcale. L’obiettivo è alto, aprire gli occhi alle giovani generazioni sulla violenza nascosta in figure come quella del pater familias che si regge su un’identità solo sociale e razionale, che può andare drammaticamente in frantumi di fronte di fronte a una proposizione di indipendenza e di libertà di una donna.
Per chi volesse continuare ad approfondire il tema della violenza sulle donne il 28 marzo nell’Aula Magna dell’Istat in via Cesare Balbo 14, a Roma si svolge il convegno scientifico dal titolo “La violenza sulle donne: i dati e gli strumenti per la conoscenza statistica”. Introduce i lavori Giorgio Alleva, presidente dell’Istat, seguito dall’intervento di Maria Teresa Amici, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
(L-R) Italian Prime Minister Paolo Gentiloni, European Commission Presiden Jean-Claude Juncker and European Parliament President, Antonio Tajani, during an EU summit meeting at the Orazi and Curiazi Hall in the Palazzo dei Conservatori in Rome on the occasion of the celebrations to mark 60th anniversary of signing the Treaty of Rome, Italy, 25 March 2017.
ANSA/EUROPEAN PARLIAMENT PRESS OFFICE-MARCO ZEPPETELLA
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La prima è sulla gestione dell’ordine pubblico. Non ci sono stati scontri, come avrete visto, e noi ne siamo contenti. Ma c’è un ma, ovviamente. Intorno a mezzogiorno, sabato, alcuni pullman sono stati fermati all’ingresso di Roma, a Tor cervara, e 160 persone sono trattenute per otto ore. Erano i violenti? Quello che sappiamo è che sui tre pullman né sulle auto c’erano spranghe, bombe o chissà cosa. C’era un coltellino, è vero, ma infilato in una forma di toma. E poi sciarpe e felpe col cappuccio. A noi colpisce comunque la frase del questore Guido Marino che ha dichiarato che le otto ore sono state spese per verificare “precedenti penali e orientamento ideologico”. L’espressione è come minimo scivolosa. E ci colpisce poi che Minniti finisca osannato stamattina da ben due quotidiani di destra, Libero e il Giornale per la sua capacità di tenere a “bada i violenti”, così scrivono entrambi. Il dubbio che ci viene, anche al netto del pregiudizio sui due quotidiani, è che il prezzo di questo successo sia molta tensione, distribuita a piene mani nei giorni precedenti, con la conseguenza – speriamo non voluta – di una frenata nella partecipazione e uno schiacciamento – a posteriori immotivato – delle ragioni di chi contesta questa Europa con le non-ragioni dei violenti.
La seconda cosa da dire è sugli esiti del vertice. Per ora, al netto di abbondante retorica europeista e una generica risposta ai “populismi euroscettici”, sostanzialmente nulli. Per vedere come e se cambierà l’Europa, d’altronde, lo stesso Paolo Gentiloni dice che si dovrà vedere i prossimi mesi: «Da qui all’autunno la discussione con Bruxelles sarà aperta e potrà produrre risultati», dice a palazzo Chigi dove ha incontrato le regioni. Gentiloni ha detto anche che «i trattati non sono intoccabili», però poi ha spiegato il Def che sta preparando il governo. Un Def – dice – che punta su infrastrutture e crescita, ma costruito ancora sui vincoli di bilancio.
Ecco. Ci sembra più credibile la posizione che abbiamo ascoltato all’evento di Diem di sabato sera – potete rivederlo sul sito di Left che era media partner – e che vi raccontiamo in edicola. Non ci dispiacerebbe che anche a palazzo Chigi arrivasse parte dello spirito che anima, ad esempio, le città ribelli di sindaci come Colau, in spagna, o De Magistris. Le piazze desolate, vuote, del week end, però, ci dicono che se quella è la direzione giusta, molto ancora bisogna lavorare, evidentemente, sulla diffusione e sulla condivisione, sul sostegno sociale a quelle idee. E sulle pratiche politiche. Che a cambiare, insomma, deve esser non solo l’Europa ma la sinistra. Troppo divisa, tra mille sigle e narcisismi, e troppo spesso lontana.
Denaro a sufficienza, e una stanza tutta per me. Devo avere denaro a sufficienza, e una stanza tutta per me. Dev’essere stata quell’ironia lucida e piena di vita di Virginia Woolf a scatenare dentro molte di noi il rifiuto di quella convenzione tanto repressiva quanto dominante che ci vuole ridotte a madri, sorelle o figlie. Subalterne, appendici degli uomini e dei loro privilegi. Ribellarsi, rivendicare uguaglianza, pari dignità e pari opportunità. Senza mezzi termini, Virginia Woolf lo ha saputo affermare nei primi del ‘900, quando la creatività femminile era condannata a restare nell’ombra. A meno che, scriveva Virginia, non si riuscisse a costruire «una stanza tutta per sé».
E continuava: «Fra cento anni, d’altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l’idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinari, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: “Oggi ho visto una donna”, come si diceva “Oggi ho visto un aereo”. Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta, pensavo, aprendo la porta».
Cent’anni ancora non sono passati, da quel 28 marzo del 1941 in cui Virginia Woolf mette fine all sua esistenza. Ma in più di un caso ci aveva visto giusto. È vero infatti, che «potrà accadere qualunque cosa il giorno in cui la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta». Persino che milioni di donne invadano le piazze di mezzo mondo, come è accaduto lo scorso 8 marzo.
Al civico 22 di Hyde Park Gate, Londra, il 25 gennaio del 1882 nasce Adeline Virginia Woolf. Sir Leslie Stephen è un autore e un critico, uno storico e un alpinista, Julia Prinsep-Stephen è una modella nata in India e poi rientrata in patria, e posa per i più noti pittori di Londra, come Edward Burne-Jones. Entrambi sono vedovi alle seconde nozze, la nuova famiglia sarà composta da sette fratelli, cinque maschi e due bambine, tra cui Virginia che, insieme alla sorella Vanessa, come regola educativa vittoriana comanda, viene istruita in casa mentre ogni giorno vede i suoi fratelli maschi uscire per frequentare la scuola prima e l’università di Cambridge poi. La madre le dà lezioni di latino e francese, il padre le consente di accedere liberamente alla biblioteca di famiglia.
«Mi viene da pensare che questo stato, questo mio stato di depressione, è lo stato abituale della maggior parte della gente», appunta Virginia sul suo diario. L’inclinazione letteraria non tarda ad arrivare. Insieme al fratello Thoby, Virginia mette in piedi l’Hyde Park Gate News, un giornale domestico su cui scrivono storie inventate. Ma nemmeno i turbamenti tardano ad arrivare nella sua vita. Ad appena sei anni è vittima di una tentata violenza sessuale da parte di uno dei suoi fratellastri, ne scrive nel racconto autobiografico Momenti di essere e altri racconti, riportando degli abusi subiti da lei e dalla sorella Vanessa Bell da parte dei fratellastri George e Gerald. Qualche anno dopo, appena tredicenne, perde la madre, e due anni dopo la sorellastra Stella. Nella vita di Virginia fa ingresso la nevrosi, una malattia all’epoca non facilmente controllabile, e che turba la sua attività creativa per qualche anni. Fino ai primi anni del ‘900. Virgiana ha poco più di 20 anni quando dalle pagine del Times Litterary Supplement, inizia a conquistare la stima di molti come scrittrice. È un’insegnante di storia al Collegio di Morley.
«L’arte è libertà da ogni predicazione – le cose in se stesse, la frase bella in se stessa; mari sconfinati; narcisi selvatici che appaiono prima che la rondine osi». Dopo la morte del padre, nel 1904, Virginia si sente libera di lasciare la casa natale di Hyde Park Gate e, assieme al fratello Thoby e alla sorella Vanessa, si trasferisce nel quartiere londinese di Bloomsbury, in Gordon Square. Lì, ad attenderla, c’è un gruppo di promettenti intellettuali. Chi in quegli anni gravita intorno alla fondazione del Bloomsbury set si accinge a dominare la vita culturale inglese per almeno un trentennio. Ci si vede tutti i giovedì sera e si discute di arte, di storia e di politica. Il fervore politico di Virginia cresce, adesso frequenta le suffragette e dà ripetizioni alle operaie la sera in un collegio di periferia. Il matrimonio, per lei, arriva a trent’anni quando sposa Leonard Woolf, un teorico politico. Ma ai successi letterari – pubblica il suo primo racconto, The Voyage Out – e alle novità in amore, si alternano le crisi psichiche e una forma di depressione che la induce a un tentativo di suicidio.
Nel 1917 apre una sua casa editrice, insieme al marito Leonard: la Hogarth Press diventa la casa dei nuovi talenti letterari, come Katherine Mansfield e T. S. Eliot.
«Se il mio cervello, distratto da un’ansia o da altra causa, deve distogliersi dalla carta bianca, è come un bimbo sperduto, che gira per casa e siede a piangere sull’ultimo gradino», appunta ancora sul suo diario Virginia. La sua produzione letteraria non si arresta: nove romanzi, undici racconti brevi e diciannove saggi, di cui quattro postumi. I lavori di Virginia Woolf sono un successo dietro l’altro. E i suoi scritti si fanno sempre più intrisi di quel movimento femminista inglese in cui ha preso a militare, battendosi per il suffragio femminile.
il manoscritto originale di A Room of One’s Own
«Avete idea di quanti libri si scrivono sulle donne in un anno? Avete idea di quanti sono scritti da uomini? Sapete di essere l’animale forse più discusso dell’universo?», si chiede Virginia scrivendo le pagine che cambieranno molto nella storia delle donne.Nel 1929, infatti, Virginia Woolf pubblica Una stanza per sé, un romanzo – o meglio un saggio narrativo – in cui analizza la discriminazione femminile attraverso la vita di Judith – che nel romanzo è la sorella di William Shakespeare – una donna dotata di grandi capacità, però limitate dai pregiudizi dell’epoca. E tra quelle pagine emergono i riferimenti espliciti a Jane Austen, alle sorelle Brontë, ad Aphra Ben e George Eliot. Tutte letterate riuscite a emanciparsi da quei maledetti pregiudizi dell’epoca.
«Se non vivessimo audacemente, prendendo il toro per le corna e tremando sui precipizi, non saremmo mai depressi; ma già saremmo appassiti, vecchi, rassegnati al destino». Le crisi depressive non danno tregua a Virginia Woolf. Che il 28 marzo 1941 si getta nel fiume Ouse, non molto lontano dalla sua casa.
epa05723614 Martin Schulz, President of the European Parliament, reacts during the European Parliament meeting in Strasbourg, France, 17 January 2017. During the meeting, the Parliament voted for a new president, as Schultz announced that he will run for German Parliament in the upcoming German elections. EPA/PATRICK SEEGER
Domenica 26 marzo si sono tenute le elezioni per il rinnovo del Parlamento regionale del Land tedesco, Saarland. L’Unione cristiano democratica (Cdu) di Angela Merkel è riuscita a difendere il primato, distanziando il Partito socialdemocratico (Spd) di ben 11 punti percentuali. Il risultato elettorale sta facendo il giro delle prime pagine europee.
In effetti, le elezioni della regione Saarland, rappresentavano il primo banco di prova in vista delle elezioni generali di settembre. Nonostante si tratti della regione più piccola della Germania, gli occhi erano tutti puntati sul potenziale “effetto Schulz”, ovvero su un recupero della Spd dovuto al cambio di leadership tra i socialdemocratici.
Invece, tutti i partiti di sinistra hanno perso consensi rispetto alla scorsa tornata elettorale. Il partito della sinistra radicale, Die Linke, ha raggiunto il 13 per cento. Entra in Parlamento la formazione di destra estrema, Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania, Afd), mentre non ce la fanno i liberali. In calo netto anche i Verdi.
Il Primo ministro uscente, Annegret Kramp-Karrenbauer (Cdu), si è detta sorpresa del risultato e ha spiegato il flop della Spd così: «Stringersi troppo alla Die Linke è qualcosa che in questa regione non funziona». In effetti, la Spd e Die Linke si erano parzialmente avvicinati durante la campagna elettorale. Ma è bastato il risultato negativo per riaprire la diatriba storica tra le formazione radicale e quella socialdemocratica: «Schulz deve essere più concreto e spiegare cosa vuole fare contro la disuguaglianza nel Paese. Altrimenti la Spd andrà incontro ad altre delusioni», ha detto Sahra Wagenknecht (Die Linke).
Nella Cdu, il risultato consolida la leadership di Angela Merkel, di recente al centro delle critiche dell’ala più radicale dell’Unione: «Il risultato dimostra che bisogna affidarsi al Cancelliere», ha affermato il leader dell’Unione cristiano-sociale (Csu), Horst Seehofer.
Sebbene, Schulz abbia avuto poco a che fare con la campagna elettorale nel Saarland, è inevitabile che la stampa metta in relazione la sconfitta con il leader nazionale della Spd. L’ex Presidente del Parlamento europeo deve dimostrare velocemente che dietro alle parole, esiste una prospettiva credibile di cambiamento. Il 14 maggio si vota nella regione Nordrhein-Westfalen, il Land più grande della Germania. Una sconfitta simile a quella subita nel Saarland, rappresenterebbe un colpo fatale per l’entusiasmo appena rinato nella Spd.