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Cinque notizie: l’arresto di Navalny a Mosca e altre cose da sapere

epa05871922 Russian riot policemen detain a demonstrator during an opposition rally in central Moscow, Russia, 26 March 2017. Russian opposition leader Alexei Navalny called on his supporters to join a demonstration in central Moscow despite a ban from Moscow authorities. Throughout Russia the opposition held the so-called anti-corruption rallies. According to reports, dozens of demonstrators have been detained across the country as they called for the resignation of Russian Prime Minister Dmitry Medvedev over corruption allegations. EPA/MAXIM SHIPENKOV

Alexey Navalny si è fatto un nome in Russia nel denunciare la corruzione. Dal 2009, l’attivista quarantenne divenuto leader dell’opposizione de facto, chiede cambiamenti utilizzando il suo blog. Ha corso per la poltrona di sindaco di Mosca ottenendo il 27% a sorpresa – e sostenendo che senza brogli la sua percentuale sarebbe stata più alta – e ha una storia complicata di alleanze politiche, che come spesso capita in Russia si formano, disfano, vengono disfatte dal potere (a colpi di esclusione dalle procedure elettorali, arresti, omicidi). Navalny è forse la figura politica meglio in grado di mettere in difficoltà Putin e ha annunciato la candidatura alle elezioni del 2018. Sempre che una condanna a cinque anni pendente sul suo capo non gli impedisca di correre. Ier, mentre partecipava a manifestazioni anti corruzione contro Dimitri Medvedev, il premier ed ex presidente, che si scambia tuolo con Putin da una decina di anni, Navalny è stato arrestato. Era capitato già diverse volte, in passato l’accusa era di approprazione indebita. L’arresto di ieri è dovuto alla non autorizzazione delle manifestazioni. Gli arrestati sono centinaia, e tra i fermati c’è anche un giornalista di The Guardian, preso perché facvea foto mentre la polizia effettuava gli arresti. Gli uffici della fondazione di Navalny sono stati perquisiti dopo l’arresto. Stati Uniti ed Europa hanno protestato per gli arresti. Matteo Salvini, invece, ha spiegato che le manifestazioni non erano autorizzate e che, dunque, gli arresti sono giustificati.

Alexei Navalny prima dell’arresto

Niente effetto Schulz nel Saarland

Il piccolo Lander del sud tedesco dove si votava per il rinnovo del parlamento locale. La CDU di Angela Merkel, che governava in coalizione con la Spd, ha vinto, guadagnando 5 punti percentuali, mentre il partito dell’ex presidente dle parlamento europeo ha perso pochi punti. Non è necessariamente un test nazionale, ma segnala che non c’è una dinamica clamorosa nello spostamento elettorale verso Schulz. Al dato negativo per la Spd si associa qullo dei Verdi, che non passano la sogila del 5% per eleggere rappresentanti e il successo della destra xenofoba di Alternative fur Deutschland, che ha preso il 6,2%.

I ministri europei, Dublino, la Libia e l’immigrazione

Oggi i ministri della Giustizia e degli Interni si vedono a Bruxelles per discutere – soprattutto – di come implementare l’agenda sulle politiche migratorie approvata a Malta lo scorso 3 febbraio. Tra le cose in agenda c’è il pessimo accordo con la Libia tanto cercato dal ministro degli Interni italiano Minniti e tanto criticato dalle organizzazioni umanitarie, la riforma del sistema di asilo comunitario (il sistema Dublino) e il rafforzamento delle frontiere esterne. Qui l’agenda del meeting.

Gli Usa contro l’Iran in Yemen?

Dopo la bruciante sconfitta sulla cancellazione tentata della riforma sanitaria Obama, la presidenza Trump cerca di rimettere assieme i cocci. Il mancato voto sulla riforma della riforma sanitaria segnala divisioni interne al suo partito che torneranno, con ogni probabilità, anche quando si tratterà di approvare la riforma fiscale trumpiana. A proposito di inversione di marcia rispetto a Obama, Trump sta chiedendo al Congresso di poter aiutare gli Stati del Golfo nella guerra in Yemen contro gli hutu – ne abbiamo parlato la scorsa settimana su Left. Obama ha già partecipato a quella guerra in qualche forma, ma la richiesta di Trump segnala la volontà di rendere la presenza più visibile e mostrare un atteggiamento più duro nei confronti dell’Iran. In questo senso è una inversione a U rispetto alle politiche del suo predecessore.

Due buone notizie londinesi

Sabato scorso a migliaia sono scesi in piazza per una manifestazione pro-Europa. Dopodomani il governo britannico farà scattare l’articolo 50 dei trattati europei che mette in moto il processo di Brexit.

Ieri questa catena umana di donne per la maggior parte musulmane, ha dato un segnale alla città: la comunità musulmana non è per niente contenta quando qualche terrorista decide di uccidere nel nome della religione.

Alatri, l’omicidio di Emanuele e quel modo di trattare le donne

Emanuele Morganti, 20 anni, in una foto tratta dal profilo facebook. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++

Morire a vent’anni per mano del branco. È accaduto ancora: la notte tra venerdì e sabato ad Alatri (Frosinone) Emanuele Morganti è stato aggredito con calci pugni e una spranga di ferro subendo lesioni gravissime alla testa. Erano le due di notte e davanti al Mirò, locale in piazza Regina Mergherita, si è conclusa tragicamente una lite iniziata all’interno, dopo che – stando alle prime ricostruzioni – Emanuele aveva difeso la sua ragazza che veniva importunata da un giovane probabilmente alterato.

Gli aggressori sarebbero stati una decina, italiani e stranieri, in queste ore interrogati dal pubblico ministero Vittorio Misiti. Uno di loro avrebbe inferto i colpi che hanno causata le fratture multiple e il trauma al cranio e alla cervicale con una chiave inglese o qualcosa di simile. Non è bastato il trasporto in ospedale, prima al pronto soccorso locale e poi in elicottero al Policlinico Umberto I di Roma, e il successivo intervento chirurgico. Gli organi di Emanuele Morganti sono stati espiantati per la donazione. Ad Alatri era prevista una fiaccolata rinviata in seguito alla notizia della sua morte.

Nelle stesse ore a Torino un uomo ha visto la sua fidanzata in discoteca in compagnia di un altro uomo e ha accoltellato alla coscia e all’addome quest’ultimo, per fortuna senza raggiungere organi vitali. La notte precedente a Roma – davati allo stesso locale dell’Euro dove un mese prima c’era stata una sparatoria – la lite tra due ragazzi romani è finita con l’accoltellamento al fianco di uno dei due.

Non sempre c’è di mezzo la morte di una persone, come è accaduto questa volta ad Alatri, ma le cronache dei fine settimana sono spesso infarcite di liti e aggressioni a seguito di “apprezzamenti pesanti”, “gelosie accecanti”, “rivalità in amore”. “C’era di mezzo una ragazza” è la frase che sentiamo spesso pronunciare. Certo, spesso ci sono di mezzo l’abuso alcol e l’uso di droghe, ma episodi del genere cominceranno a diminuire quando cominceremo a sentir dire che c’erano di mezzo uomini incapaci di relazionarsi in maniera sana, tra loro e con le donne.

I am a passenger

<h3 style=”text-align: center;”><a href=”https://left.it/category/vignette”><strong>TUTTE LE VIGNETTE</strong></a></h3>

La lezione di Giusi (Nicolini)

epa05761476 Spyridon Galinos (L), Mayor of Lesbos, and Giusi Nicolini, Mayor of Lampedusa and Linosa, pose for a photo in Stockholm, Sweden, on Jan. 30, 2017. Galinos and Nicolini are in Stockholm to receive the 2016 Olof Palme Prize. The prize is awarded to the two mayors 'for their inspiring leadership in one of the most difficult periods of our time, thereby having saved thousands of lives and given hope and belief in the future'. The annual prize is awarded for 'an outstanding achievement in the spirit of Olof Palme' and consists of a diploma and 75.000 USD. EPA/Jonas Ekstromer SWEDEN OUT SWEDEN OUT

Potrebbe sembrare una storia minima eppure Giusi Nicolini ancora una volta ha dato una lezione di umanità in un periodo in cui la politica sembra specializzarsi nell’essere feroce per poter funzionare. E l’occasione del suo incontro con Salvini dei giorni scorsi ci riporta fortunatamente fuori dal recinto dei rodei, della bava, della ferocia e ci abitua tutti a essere un po’ più umani.

I fatti, dunque: nel suo tour delle provocazioni Matteo Salvini decide di fissare una tappa a Lampedusa per toccare con mano il pertugio da cui (secondo la sua millantata teoria) arrivano tutti i mali italiani. Dopo Napoli Salvini ha capito bene che farsi contestare è il modo migliore per meritare uno spicchio di visibilità: cosac’è di meglio che polemizzare con i rifugiati appena sbarcati, deve avere pensato.

Eppure Lampedusa (che è un’isola con un cuore che c’è da sperare che diventi il cuore di tutta la penisola nostra) ha una storia recente che le impedisce di prendere sul serio le salvinate: “Arriva Salvini? Bene, accoglieremo anche lui come accogliamo tutti” è la reazione della sindaca Giusi Nicolini. La solidarietà del resto funziona se è solidale con tutti: essere solidali solo con i sodali è altro, è la giustificazione dell’inizio del clan. Non vale, no.

Tant’è che il salvino Salvini alla fine è rimasto disinnescato e alla fine gli è scappato addirittura da dire che “servirebbero corridoi umanitari” per chi ha bisogno di sfuggire dalla guerra (aggiungendo ovviamente il “solo per chi ha bisogno davvero”). “Non scrivetelo però”, ha detto ai giornalisti, come se non sapessimo che il leader leghista proprio sul prurito della stampa ha costruito tutta la propaganda di questi anni.

Ma non è Salvini il punto, ora: quello che ci interessa è che Giusi, da sindaca ma soprattutto da donna che visita tutti i giorni il dolore, ci ha riportato tutti nella giusta misura delle cose. Di fronte al dramma che si consuma in questa Europa diventata un cimitero sotto il mare le provocazioni e i razzismi contano poco di più dell’alito di schifo e indignazione che si meritano: nessuno dei salvati e dei sopravvissuti che si trascinano sulle nostre spiagge ha un reale interesse per le provocazioni bavose del razzista di turno. Qui i temi sono ancora la distruzione, la morte, gli orfani, le vedove e le ferite dell’indifferenza. Se avessimo il cuore abbastanza adulto per continuare a contenere il dramma non ci sarebbe nemmeno lo spazio per le salvinate di chiunque. E Giusi ce l’ha ricordato.

Buon lunedì.

Investimenti green, edilizia sociale, lavoro. Un New deal per una nuova Europa

La bandiera dell'Europa all'esterno di palazzo Senatorio in Campidoglio, Roma, 21 marzo 2017. ANSA/ ANGELO CARCONI

«Siamo qui per rispondere a due domande» ha detto Yanis Varoufakis presentando “Il tempo del Coraggio” al teatro Italia di Roma. «La prima domanda è “Cosa bisogna fare?”. La seconda: “Come si può fare?”». La risposta è contenuta nello European New Deal di DiEM25: un’agenda politica innovativa «in grado di salvare l’Europa e, cosa ancora più importante, in grado di rendere l’Europa meritevole di essere salvata». È proprio per uscire dalla narrazione – imposta dall’alto – di una auterity che non ha alternative, che l’incontro di Roma, al termine di una lunga e difficile giornata, ha messo in fila una serie di misure in grado di dimostrare «come la crisi economica e sociale europea, inclusa quella dell’euro, potrebbe essere stabilizzata subito, riducendo le disuguaglianze e democratizzando la politica economica. Vediamo, in sintesi alcune delle misure del New deal europeo presentate all’assemblea di DiEM25 e contenute del libro di Lorenzo Marsili e Yanis Varoufakis “Il terzo spazio. oltre establishment e populismo”, edito da Laterza.

Investimenti green. L’obiettivo, spiegano Varoufakis e Marsili, è «aumentare la produttività verde in tutti i settori in ogni parte d’Europa». In tutto il continente i risparmi aumentano e gli investimenti nell’economia reale sono troppo bassi, e questo causa stagnazione e disoccupazione. Come sbloccarli? Si potrebbe partire dai 60-80 miliardi che mensilmente la Bce immette nel sistema finanziario e “dirottarli” per garantire l’acquisto di obbligazioni speciali, con interessi prossimi allo zero, al servizio di un piano di riconversione ecologica dell’economia basato su efficienza energetica e rinnovabili, agricoltura sostenibile, riciclo e riuso. E «dovrebbero essere dei comitati ad hoc, composti in parte da politici locali, in parte da esperti, in parte da cittadini del territorio, a valutare la sostenibilità e la desiderabilità dei progetti presentati, privilegiando così indirettamente progetti diffusi e capillari rispetto a grandi opere».

Contro la povertà. «Dobbiamo garantire che tutti gli europei possano godere del diritto ai servizi e beni essenziali (cibo, alloggio, trasporto, energia), a un lavoro pagato, all’accesso all’edilizia popolare, a educazione e sanità di alta qualità e a un ambiente sostenibile in cui vivere» dicono Varoufakis e Marsili nel loro libro, mettendo dunque al centro un Programma di Solidarietà Sociale europeo sulla falsariga dei food stamps americani. Basterebbe, ad esempio, che i profitti sui coupon del debito pubblico dei vari Paesi dell’Eurozona acquistati dalla Bce con il programma di quantitative easing venissero usati per finanziare un fondo di emergenza per un piano contro la povertà. Ogni mese, i più poveri fra gli europei «troverebbero un assegno nella posta firmato dal presidente della Banca centrale europea, proprio come avviene negli Usa».

Edilizia sociale. L’accesso all’abitazione, stando al New deal europeo di DiEM25, va invece garantito con un programma di edilizia sociale pubblica e proteggendo i proprietari di casa nel caso non riescano a far fronte alle rate del mutuo «permettendogli di rimanere nella propria abitazione a fronte di un canone concordato e deciso a livello locale».

Lavoro. Lavori nel settore pubblico e non-profit gestiti a livello locale, pagati il necessario per vivere dignitosamente. Si lavora 4 giorni a settimana «per lasciare tempo libero per la crescita personale, la ricerca di lavoro e per iniziare a rendere standard la settimana corta» spiegano gli autori. Questo produrrebbe un miglioramento dell’economia e di conseguenza la possibilità di trovare lavori più appaganti nel settore privato.

Tasse. Ma come si sostengono queste misure? La risposta di DiEM25 è, intanto, che quando ha voluto l’Europa le risorse le ha trovate (vedi il salvataggio delle banche) e poi che una “carbon tax” sulle attività più inquinanti favorirebbe la conversione ecologica e sposterebbe risorse su un piano straordinario di garanzia del lavoro. Altra proposta è quella di depositare una quota di ogni Opa in un fondo comune a controllo pubblico, con una crescente partecipazione azionaria nelle aziende più innovative. I dividendi rappresenterebbero la base per un dividendo di base universale: parte dei profitti tornerebbero così alla collettività. Altra proposta è una tassa sul valore di mercato del terreno utilizzato dalle grandi aziende (non agricole) inversamente proporzionale al numero dei lavoratori utilizzati. In altre parole, paga più tasse chi crea meno occupazione in relazione al suolo che “consuma”, come le imprese che fanno – e faranno sempre più – ricorso ai robot e all’intelligenza artificiale.

Del futuro dell’Europa parliamo su Left in edicola

 

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La sfida di Klaver inizia ora. Ed è contro il razzismo istituzionale

GroenLinks candidate Jesse Klaver visits a high school in Amsterdam, on March 1, 2017, during his campaign for the upcoming national elections. Founded in 1990, the "GreenLeft" party is led by Jesse Klaver, at 30 the country's youngest party leader. Amid a certain weariness with traditional politics, it has drawn increasing support, particularly among young voters. / AFP PHOTO / ANP / Remko de Waal / Netherlands OUT (Photo credit should read REMKO DE WAAL/AFP/Getty Images)

Il razzismo istituzionale continua a essere un problema nei Paesi Bassi. Lo dimostrano le statistiche sulla segregazione sul mercato del lavoro e nelle scuole. Eppure, paradossalmente, la scorsa campagna elettorale olandese è stata contraddistinta dal tema “identitario”. Merito di Geert Wilders, certo, ma anche degli altri partiti che hanno seguito l’agenda del leader populista. Due giorni dopo le elezioni che passeranno alla storia per la mancata vittoria del Partito per la libertà (Pvv), il partito dell’islamofobo Wilders, Randeep Ramesh ha titolato così per il The Guardian: “Geert Wilders è stato sconfitto, al costo di riempire l’Olanda di razzismo”. Ed è forse per un curioso caso del destino che, proprio tre giorni dopo il voto, sia iniziata la “Settimana europea contro il razzismo”. Come a dire: al di là delle elezioni di turno, i problemi sociali continuano a esistere. Ma non importa. Il mondo ha gioito. E a sinistra è ufficialmente nata una nuova stella: Jesse Klaver.

Sulle pagine di Left in edicola da sabato, vi raccontiamo un viaggio tra gli elettori dei verdi di GroenLinks, nella comunità musulmana e tra chi ha perso la fiducia in una sinistra che gioca troppo con le parole.

Il servizio integrale lo trovate su Left in edicola

 

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Trent’anni di grunge. Kim Thayil ci racconta i suoi Soundgarden

Riff che entrano dentro il cervello, feroci e repentini, con precisione e decisione. Quando nel 1988 i Soundgarden fanno irruzione nella musica, con Ultramega ok, nulla rimane lo stesso. Tantomeno il grunge. È il 1984 quando la voce di Chris Cornell, il basso di Hiro Yamamoto (oggi tra le dita di Ben Shepherd) e le corde di Kim Thayil si incontrano, poco dopo arriverà la batteria di Matt Cameron. Così nascono i Soundgarden, rubando il nome a un’installazione di Douglas Hollis, a Seattle, dove il soffiare del vento tra i tubi di metallo e i pannelli produce insoliti suoni. I “quattro di Seattle” in trent’anni hanno prodotto una dozzina di lavori, tra album ed Ep, e venduto più di 20 milioni di copie in tutto il mondo. Del loro ritorno, di questi trant’anni e della capitale del rock sul Pacifico abbiamo chiesto a Kim Thayil. Padre del “drop D tuning”, l’accordatura “scordata” tipica del grunge, il centesimo miglior chitarrista di tutti i tempi, a giudizio di Rolling Stone.

Siete considerati tra i musicisti più tecnici e precisi al mondo. E la leggenda narra che nel 1988 non foste convinti del missaggio – soprattutto Cris Cornell – ma che l’immediato successo vi ha impedito di remixarlo e ristamparlo. È per questo che adesso tornate con Ultramega ok, vi pesava tanto quella “bassa qualità”?
Non credo che la competenza tecnica, o la precisione, sia una caratteristica importante in ciò che facciamo in modo creativo. In realtà, non è un fattore significativo nel successo di molti dei generi “popolari” tra cui rock, blues, country, R & B, hip hop, ecc… Può essere utile, ma non è necessario. Perciò, in questo caso semplicemente non ci piaceva il mix originale di Ultramega Ok. Perché, collettivamente, i Soundgarden hanno ritenuto che non rappresentasse al meglio il nostro sound, né la forza delle canzoni.

L’intervista a Kim Thayil e la piccola storia grunge dei 30 di Seattle su Left in edicola

 

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L’offensiva mediatica di Assad e la guerra senza fine in Siria

TOPSHOT - Mohammed Mohiedin Anis, or Abu Omar, 70, smokes his pipe as he sits in his destroyed bedroom listening to music on his vinyl player, gramophone, in Aleppo's formerly rebel-held al-Shaar neighbourhood. / AFP PHOTO / JOSEPH EID (Photo credit should read JOSEPH EID/AFP/Getty Images)

Tra il 1975 e il 1990 il Libano è stato attraversato da guerre civili che erano assieme guerre per procura tra Urss e Stati Uniti, guerre confessionali e anche regionali nelle quali hanno giocato la parte del leone Israele e la Siria – e dove le centinaia di migliaia di profughi palestinesi sono stati assieme vittime e attori. Vi sembra familiare come descrizione di un Paese nel caos e alla rovina? In Siria siamo al sesto anniversario di una guerra che ha già fatto mezzo milione di morti e messo in fuga milioni di persone e la fine non sembra vicina. Su Left in edicola cerchiamo di dare un quadro analitico di una situazione ingarbugliata: alleanze, disegni strategici, errori e ragioni per cui l’opposizione qaedista è più forte delle altre – c’entra molto il modo in cui Assad e i Paesi del Golfo, che pure si combattono, l’hanno aiutata direttamente o indirettamente.

La mappa della Siria qui sotto mostra le divisioni religiose e comunitarie del Paese, che sono – solo in parte – una chiave di lettura possibile. Prima della guerra molte città, a Damasco in particolare, infatti, i vari gruppi siriani convivevano. La mappa è utile per capire il futuro: gli spostamenti forzati di popolazione stanno infatti accentuando il carattere etnico delle varie aree del Paese. Nell’area cristiana, al confine con l’Iraq, vivono anche gli yazidi.

Nell’infografica sono invece rappresentate le varie forme prese dal conflitto siriano: chi sostiene chi, e chi combatte chi.

Il servizio integrale lo trovate su Left in edicola

 

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Né establishment né populisti. Ecco perché serve una nuova forza politica europea

Former Greek Minister of Finance, Yanis Varoufakis, during the press conference at Foreign Press headquarter, about presentation of 'DiEM25' that lands in Rome this weekend to present its ?European New Deal?, Rome, 24 March 2017. ANSA/ GIORGIO ONORATI

Nel momento in cui il primo ministro britannico Theresa May ha fatto scattare l’articolo 50 del trattato di Lisbona per rendere inevitabile la Brexit, l’Europa si è trovata stretta tra due paradossi che rappresentano minacce immediate per l’Unione. David Cameron, il predecessore della premier conservatrice, ha tutte le ragioni per essere interdetto dagli esiti della sua sconfitta. La Gran Bretagna sta lasciando l’Europa dopo che la sua richiesta originaria di “geometrie variabili” che avrebbero consentito a Londra di chiamarsi fuori dai principi base dell’Unione europea venne respinta con forza da Berlino e, in forme meno severe, da Parigi. Eppure, proprio a causa della Brexit, Berlino e Parigi hanno finito con il prendere in considerazione l’idea di geometrie variabili come strada praticabile.

Il paradosso smette di essere tale se lo si osserva attraverso le lenti della consuetudine europea di rendere ogni sconfitta una virtù. La cancelliera tedesca Merkel si è sempre opposta a un’Europa a più velocità. Dopo il 2008, quando l’Eurozona ha cominciato a frammentarsi a causa della crisi finanziaria, si è persino opposta a incontri tra i leader dell’Eurozona per timore che minassero l’integrità dell’Unione. Oggi, dopo che la catastrofica gestione della crisi ha indebolito la legittimità dell’Europa, ha dato impeto ai brexiter e ha causato uno scivolamento dell’Unione verso la disintegrazione, la signora Merkel ha fatto propria l’idea che, non solo sia possibile consentire ai singoli Paesi europei di procedere a velocità diverse, ma anche di avere il diritto di andare in direzioni diverse.

L’Europa non può sopravvivere come istituzione dell’“ognun per sé”, del liberi tutti e dell’austerità, costruita su un processo decisionale in materia economica de-politicizzato che funge da foglia di fico a un federalismo nel quale alcuni Paesi sono condannati alla recessione permanente e ai debitori vengono negati i diritti democratici. L’Europa, insomma, ha bisogno di un New Deal che attraversi il continente, abbracciando tutti i Paesi, indipendentemente dal fatto che siano nella zona euro, nell’Unione europea o in nessuna di queste due.

Questo è il motivo per cui, il 25 marzo a Roma, mentre i leader europei venderanno la disgregazione della Ue come una storia di successo, DiEM25 presenta la sua proposta per un New Deal europeo e lancia un appello pubblico per portare il New Deal ai popoli d’Europa.

*L’autore è co-fondatore di DiEM25 ed ex ministro delle Finanze della Grecia

L’articolo completo è su Left in edicola

 

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Abbiamo chiesto ai leader della sinistra perché hanno accettato l’invito di Varoufakis

Foto Nicoloro G. 19/02/2017 Rimini Terza giornata conclusiva del Congresso fondativo di Sinistra Italiana. nella foto da sinistra Pippo Civati, Luigi De Magistris e Nicola Fratoianni.

Yanis Varoufakis butta sul tavolo le sue proposte e, insieme alla sua DiEM25, lancia un invito senza mezzi termini: un partito transnazionale in vista delle Europee del 2019 e uno spazio di convergenza italiano da realizzare il prima possibile. Un «fronte progressista», lo chiama l’ex ministro greco, alternativo ai nazionalismi di Trump, Le Pen e Salvini ma anche all’establishment della Troika e di Wall Street. Al centro del dibattito le proposte che avete letto nelle pagine precedenti, e sullo sfondo una buona occasione di incontro per le forze di sinistra del nostro Paese. Un’occasione per uscire dal pantano del politicismo italico che è stata raccolta da molti. Abbiamo chiesto loro perché.

Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha sottolineato l’importanza che «la forza delle città ribelli», deve avere in qualsiasi percorso unitario, di sinistra ed europeista. Se c’èì una cosa che convince più di tutte Pippo Civati è quell’idea di Yanis Varoufakis per cui «bisogna salvare l’Unione europea da se stessa», ci ha spiegato il segretario di Possibile. Disponibile a convergere anche Nicola Fratoianni – «perché è utile continuare a lavorare nella direzione di uno spazio pubblico e politico, europeo», dice – e Paolo Ferrero, che ne condivide «un obiettivo di fondo: costruire un terzo polo antiliberista e cosmopolita». Con un occhio all’establishment e l’altro alle destre nazionaliste che avanzano e, anche se per ora non sfondano, lasciano i loro segni in profondità, ci ha fatto notare l’eurodeputata del Gue Ngl Eleonora Forenza, perché «al di là del consenso nelle urne, il punto è come stanno condizionando il dibattito politico e il senso comune».

Del futuro dell’Europa e della sinistra parliamo su Left in edicola

 

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