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Alex Zanardi: che te ne fai delle gambe con un cuore così

“Che bello. Ringrazio mia madre che mi ha messo al mondo, mia moglie che mi ama, mio figlio, il mio allenatore. Dove prendo tutta questa forza? Ma non serve, puoi fare quello che vuoi. Tante persone credono di aver già dato tutto e ancora non hanno tirato fuori il loro potenziale. Sono tre anni che ci do dentro e sono contento di essere riuscito a costruire qualcosa di speciale.”

Alex Zanardi vince l’oro e scrive una dedica che è un manifesto alla vita. Vince la quarta medaglia paralimpica della sua carriera e al solito non perde nemmeno tempo a usare metafore: poche parole dirette, dritte e che non hanno tempo da perdere.

Alex Zanardi è uno dei simboli migliori di quest’epoca; è l’uomo che ha perso le gambe e le ha sostituite ingrossando il cuore insegnandoci che gli arti, così come le occasioni, sono banalmente potenziali canali di forza e nient’altro. Non servono gambe con un cuore grosso così.

La disabilità è una condizione mentale che si siede di fianco alla disperazione nella stanza d’aspetto degli oppressi. Se si riesce a coltivare forza alla fine si può essere veloci anche nella penuria di possibilità. Non conta quante occasioni hai ma quanta forza, voglia e speranza riesci a buttarci dentro: così lui, Alex, finisce per prendere la forma di una cometa e vince sembrando meravigliosamente normale.

“…siamo tutti diversi in questo mondo. Da vicino, perché da lontano, invece, siamo tutti uguali. Per questo io sto in aria” scrive Elisabetta Gnone. Eppure da molto vicino e da molto lontano nessuno di noi è normale. E, lasciatemelo scrivere, quanto è rivoluzionario il momento in cui qualcuno mette in discussione le nostre misure, i nostri valori e i nostri pregiudizi.

Grazie, Alex, per avere smontato tutto ciò che crediamo vero e invece non lo è.

Buon giovedì.

Kader Abdolah, scrivere nella lingua della libertà

Nel suo nuovo romanzo, Un pappagallo volò sull’Ijsse, Kader Abdolah racconta come è cambiata l’immigrazione e l’accoglienza in Olanda, che per lo scrittore iraniano resta un grande laboratorio di futuro

Memed Kamal dice all’avvocato dell’ufficio immigrazione olandese di essere un curdo che fa parte della resistenza a Saddam Hussein. Ma l’accento e il nome del gruppo a cui dice di appartenere tradiscono la sua origine iraniana. Comincia così la sua vita nel Paese dei tulipani che dopo l’assassinio del regista Theo van Gogh, nel 2004, sta cambiando volto. Nella storia di Memed, scappato dalla vivace metropoli iraniana e approdato nel piccolo borgo riformato di Zalk, risuona quella del suo autore, Kader Abdolah: studente di fisica che militava in organizzazioni clandestine di sinistra in lotta contro il regime teocratico e che sognava di diventare scrittore. Da piccolo aveva inventato un linguaggio segreto per comunicare con il padre sordomuto, come la bambina che compare in questo nuovo romanzo Un pappagallo volò sull’Ijsse (Iperborea). Nell’85 scappò dall’Iran per non morire nelle carceri dell’ayatollah, come era accaduto a molti suoi amici, fra i quali un medico e un architetto, di cui porta il nome firmandosi con lo pseudonimo Kader Abdolah. In Olanda si è trovato a dover rinascere in una nuova lingua, imparata da autodidatta. Oggi i suoi libri sono tradotti in 25 lingue ed è diventato il più grande scrittore contemporaneo in nederlandese. Un pappagallo volò sull’Ijsse racconta di un gruppo di immigrati musulmani costretti a fare i conti con la diffidenza dell’Europa dopo l’11 settembre. Ma che non mollano la speranza. Che si innamorano. Cercando con disarmante ostinazione di intrecciare rapporti veri. In un’Olanda che l’autore di Scrittura cuneiforme vede ancora come un laboratorio di nuove identità e di futuro.
Kader Abdolah, al protagonista di questo suo nuovo romanzo ha regalato qualcosa di sé?
Potrei dire che ho incontrato queste persone che racconto nel romanzo, le ho “viste” e cerco di raccontare l’emigrazione attraverso i loro occhi. Sì, è vero (dice ridendo), c’è qualcosa di me in Memed, mi è piaciuto dare qualcosa del mio carattere a questo personaggio.
Quando approdò in Olanda trovò un Paese molto diverso da come appare oggi?
Quando arrivai dall’Iran, dopo essere passato per la Turchia, trovai un Paese che guardava i primi immigrati – che eravamo noi – con gli occhi di un bambino. Non sapevano nulla dell’immigrazione, non sapevano nulla dell’Islam, non sapevano niente di Kader Abdolah e della cultura da cui proveniva. Ti guardavano con occhi curiosi, ti venivano incontro, cercando di conoscerti, provando ad essere amici. Ma dopo l’11 settembre e dopo che gli immigrati sono diventati milioni qualcosa è cambiato. Gli olandesi, -ma anche gli italiani, è la stessa cosa – hanno mutato atteggiamento. Gli immigrati sono cambiati e gli olandesi sono cambiati a loro volta. Niente era più come prima. Hanno cominciato a guardare gli stranieri con occhi diversi, sono diventati più diffidenti, hanno cominciato a chiudersi. Perfino io, Kader Abdolah, sono rimasto stupito vedendo così tante persone arrivare in città. Ma questo flusso di emigrazione così massiccio non si può fermare. Cambierà il nostro futuro. Vogliamo accettare la sfida? Tra cinquant’anni avremo una società culturalmente più ricca e integrata. Altrimenti sarà per tutti un incubo.
Dopo la strage al Bataclan in Francia e gli attentati in Belgio le destre hanno soffiato sul fuoco della paura alimentando sospetti verso i migranti. Come possiamo combattere questi pregiudizi?
Cinque o sei anni fa eravamo immigrati “normali”. Dopo l’11 settembre si è smesso di guardare ai migranti vedendo delle persone costrette a lasciare il proprio Paese, ma in loro si è cominciato a vedere dei musulmani. Intanto alcuni gruppi si sono molto radicalizzati. Io stesso che vengo da un Paese musulmano, che vivo da molti anni in Olanda e mi sento di appartenere ad entrambe le culture, sono rimasto scioccato, mi sono chiesto: che cosa sta accadendo? Che c’è in questa religione? Chi sono queste persone così violente? Come possiamo affrontare questa situazione? Ho moltissimi amici che vengono da Paesi musulmani e come me si chiedono da dove venga l’estrema violenza di questi fanatici. Non la conoscevamo.
Nel romanzo Catherina racconta a Memed un episodio di iconoclastia protestante accaduto secoli fa. La violenza dei cristiani in fondo non è stata molto diversa da quella dei wahabiti?
È proprio così! Io vivo in Olanda dove c’è stata l’iconoclastia protestante, ma potremmo parlare anche di quella cristiana delle origini. Vicino a casa mia c’è una grande Chiesa, dall’esterno architettonicamente molto bella, ma se vai dentro non c’è niente, quattro secoli fa i protestanti hanno distrutto ogni opera d’arte, ogni quadro in cui erano raffigurati la Madonna o Gesù. Ma così hanno distrutto ogni bellezza. L’iconoclastia religiosa è estremamente violenta, accade lo stesso nell’Islam fondamentalista, è come se questa violenza religiosa dovesse distruggere il gusto e il senso del vivere insieme, la bellezza, l’arte. I miliziani dell’Isis operano come i cristiani che distruggevano l’arte pagana.
C’è una radice di violenza in ogni monoteismo basato su un Dio assoluto e trascendente?
Io penso che ci sia un fondo di violenza in ogni religione. Questo è accaduto anche in Iran con la taeocrazia degli ayatollah, ma la grande tradizione letteraria e poetica persiana, i grandi maestri del passato hanno sempre cercato di opporsi alla violenza religiosa trasformandone gli aspetti negativi. Cercavano la bellezza attraverso la poesia. È la specificità della letteratura far nascere il bello anche dal dolore e dalle macerie.
Tornando là dove eravamo partiti: Meded che si spaccia per curdo mi ha fatto pensare a quando lei giovanissimo andò nel Kurdistan per scrivere un libro reportage, che poi nessuno voleva pubblicare perché era troppo pericoloso…
Andai nel Kurdistan iraniano per scrivere un libro a metà strada fra il giornalismo e la letteratura. Gli ayatollah perseguitavano i curdi, era in atto uno scontro feroce in quella zona del Paese e ho scritto un romanzo per raccontare più in profondità la realtà che avevo visto, per mostrare il dolore, la lotta, la resistenza di quelle persone, l’incanto della natura, dei fiumi, ma soprattutto per far sapere a tutto il resto della nazione cosa stava accadendo. Riuscire a farlo fu una vera sfida perché all’epoca le notizie su quelle aree erano censurate, come succede oggi in Turchia, dove i curdi sono oppressi dal governo di Erdogan. Il popolo curdo ha una lunga storia, una straordinaria lingua e letteratura, ma per ragioni politiche è stato frammentato e diviso fra curdi iraniani, curdi che vivono in Turchia, in Siria, in Russia. Ma io penso che sia un diritto umano inalienabile poter parlare la propria lingua, coltivare la propria letteratura, avere i propri rappresentanti politici. È giunta l’ora che i diritti curdi siano pienamente riconosciuti.
I curdi non hanno scelto la via delle armi, in qualche modo vi sono stati costretti?
I curdi sono belle persone, gentili, non vogliono usare la violenza, ma i regimi iraniani, turchi siriani li hanno spinti a imbracciare le armi per difendersi. Nel libro ho cercato di raccontare soprattutto le donne, appassionate, forti, bellissime.

Il gatto nero che ha fiuto per i buoni libri ci porta a #Pordenonelegge

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Un gatto lucido e nero su campo giallo è l’avatar da seguire se si vogliono fare interessanti incontri con autori e buone letture. La felpata creatura guida i lettori a Pordenonelegge, la rassegna che dal 14 al 18 settembre trasforma la cittadina friulana nella capitale della narrativa e della saggistica impegnata e di qualità.  Anche quest’anno infatti sono molte le proposte che approfondiscono temi sociali e di attualità, come l’emigrazione, la guerra, i diritti umani.  Guardando al futuro e alle nuove frontiere della ricerca e della medicina, ma senza perdere di vista ciò che più ci caratterizza come esseri umani, la creatività, l’arte, la poesia. Nel ricchissimo programma della rassegna suggeriamo qui un nostro percorso con interviste e approfondimenti. Cercando di prendere il gatto per la coda e farsi trasportare in un mondo di fantasia.  Come le favole per grandi e bambini di Roberto Piumini che il 15 settembre dà il via alla giornata di Pordenonelegge incontrando il pubblico per parlare del suo nuovo Io pi, una raccolta di poesie edita da Gallucci in cui reinventa l’eredità di Gianni Rodari. La fantasia di Shakespeare, invece, èal centro dell’incontro con Piero Dorfles che si avventura nell’opera del bardo a 400 anni dalla sua morte.  L’attualità comincia ad affacciarsi con Filippo La Porta che racconta come è nato il suo nuovo libro Indaffarati ( Bompiani) in cui racconta i giovani di oggi, fra mille impegni e lavori precari ma che chiedono di mettere a valore tutto di sé. Pordenonelegge è la festa dei libri, dicevamo,  ma “leggere, cosa e come”? Questo è il tema che indaga Giorgio Zannchini parlando di giornalismo e l’informazione culturale nell’era della rete, a cui ha di recente dedicato un  interessante saggio per Donzelli. Nella serata del 15 settembre invece il gattonero invita a seguirlo in un viaggio lungo La strada del Donbas con l’omonimo libro di Serhij Žadan edito da Voland. Fino ad arrivare nella lontana Mongolia che nel suo nuovo monumentale romanzo pubblicato in italia da Fazi diventa terreno per una storia noir nelle mani di Ian Manook ( ecco la nostra intervista allo scrittore francese).

La giornata di venerdì si  con un importante incontro con l’oncologo e immunologo Alberto Mantovani ( che abbiamo intervistato sul numero di Left in edicola). Incontra il pubblico e gli studenti per  parlare del suo Non aver paura di sognare. Decalogo per aspiranti scienziati ( La Nave di Teseo) e  del lavoro di ricercatore e scienziato. Interessante anche l’incontro con Alessandro Dal Lago e Serena Giordano che discutono con Carlo Sala di un loro graffiante lavoro Mercanti d’aura. Logiche dell’arte contemporanea uscito qualche anno fa da Il Mulino e attualissimo per comprendere le radici della “finanziarizzazione” dell’arte e dello strapotere del mercato sull’arte contemporanea.  Si parla invece dell’esplosione della creatività nella preistoria e del lungo camino di Homo sapiens con Telmo Pievani,  che presenta in anteprima sulle Tracce degli antenati, un bel libro di divulgazione scientifica per i bambini pubblicato da Editoriale Scienza,  mentre è da poco uscito il suo nuovo libro Libertà di migrare, scritto coon Valerio Calzolaio ( ecco l‘intervista di Left a Pievani).

Parlando di letteratura e diritti umani, da non perdere l’incontro con l’attivista e scrittore turco Burhan Sönmez ( L’intervista qui) che ha da poco pubblicato con Nottetempo Istanbul, Istanbul. Che con Marco Ansaldo parlerà anche della Turchia oggi, sotto la stretta autoritaria di Erdogan. Mentre  l’iraniano  Kader Abdolah presenta il suo nuovo, bellissimo, libro Un pappagallo volò sull’IJssel  il (16 settembre alle ore 16.30 nello spazio BCC Fvg dialogando con Alessandra Tedesco).

Si parla invece del libro Premio Strega 2016
La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati intervistato da  Filippo La Porta. (Qui l‘intervista di Left ad Albinati).  Per i più festaioli da non perdere di vista  il rave letterario con Natalino Balasso e Massimo Cirri. Con la partecipazione straordinaria di Monia Merli. Lo psicologo e autore di  Caterpillar su Radio 2 Massimo Cirri interverrà anche domenica per parlare del suo ultimo romanzo L’altra parte del mondo (feltrinelli) che racconta il dramma di Aldo Togliatti ( ecco Cirri intervistato da Left).

E ancora nella giornata di domenica, segnaliamo la lezione  di Luciano Canfora su Tucidide, a partire dal suo saggio  pubblicato da Laterza. ( ecco l‘intervista al grecista e filologo dell’Università di Bari).  Ma consigliamo anche  l’appuntamento Haiku e sakè con Susanna Tartaro, che ha da poco pubblicato  un volume di haiku con l’editore torinese ADD e a Pordenonelegge in dialogo con Loredana Lipperini.  Che nel pomeriggio presenta anche Gli ultimi libertini (Adelphi) di Benedetta Craveri. Infine assolutamente da non perdere  domenica  alle 17  l’incontro con l’ambasciatore Gerard Russell autore di  Regni dimenticati. Viaggio nelle religioni minacciate del Medio Oriente (Adelphi) in cui racconta le minoranze  zoroastriane, yazide, druse che oggi sono nel mirino dei fondamentalisti dell’Isis.

 

Pordenonelegge e la poesia. Quasi un festival nel festival. Un’ampia senzione del programma è dedicata all’arte dello scrivere versi, forma sintetica ( e per questo quanto mai contemporanea),evocativa, densa di senso. A curare questa sezione sono il direttore artistico di Pordenonelegge Gian Mario Villalta insieme ad Alberto Garlini e a Valentina Gasparet.  Fra i protagonisti Anna Maria Carpi  che il  15 settembre con Gianluca D’Andrea e Paolo Lanaro introdotti dall’editore Claudia Tarolo animano l’i ncontro “Alla sera la poesia… La poesia secondo Marcos y Marcos”. E poi il poeta Maurizio Cucchi che presenta l’Oscar Mondadori “Poesie 1963 – 2015” che raccoglie la sua opera ma parla anche della nuova stagione della collana Lo Specchio, dialogando con Rosita Copioli, Roberto Mussapi e Vivian Lamarque, autrice per Mondadori di “Madre d’inverno”. In primo piano anche i libri in uscita i nuovi titoli delle collane Gialla Oro e Gialla: sono da poco uscite le raccolte di Luciano Cecchinel, Da un tempo di profumi e gelo, e di Francesca Serragnoli, Aprile di là. Seguiranno i volumi, altrettanto attesi, di Maria Grazia Calandrone, Gli scomparsi, Luca Grippa e Gaia Danese. pordenonelegge Poesia sara’ vetrina per i nuovi titoli di questa collane curate dalla Fondazione Pordenonelegge.it con l’editore Lieto Colle, nelle giornate di venerdi’ 16 e sabato 17 settembre. E ….molto altro ancora, qui il programma completo: www.pordenonelegge.it

L’inaugurazione di PordenoneLegge con Dacia Maraini (andata in diretta video)

Europa, i nazionalisti xenofobi accerchiano Juncker

epa05538807 Photographers take pictures of President of the European Commission Jean-Claude Juncker (L) delivering the annual State of The European Union speech in the European Parliament in Strasbourg, France, 14 September 2016. EPA/PATRICK SEEGER

Non si può dire che lo Stato dell’Unione europea sia granché. E neppure che il discorso del presidente della Commissione sia stato all’altezza delle enormi difficoltà in cui versa l’Europa a 27. Se un anno fa Juncker volava alto e usava molta retorica, specie sulla Siria e i rifugiati, il 2016 è l’anno in cui si ammettono le difficoltà, si propone più Europa e si avanzano alcune proposte di quelle incapaci di scaldare i cuori.

Juncker propone di raddoppiare i fondi gestiti dalla commissione da investire in crescita sostenendo che il piano dello scorso anno si sta rivelando un successo, chiede più controllo comuni alle frontiere e un registro dei passeggeri che entrano ed escono dall’Europa, un passo in avanti verso una integrazione dei sistemi fiscali per evitare casi come quello di Apple, Google e le altre multinazionali che evitano di pagare le tasse per i profitti fatti nei singoli Stati membri dell’Unione e un salto di qualità nella costruzione di un esercito comune, creando un comando europeo e istituendo un quartier generale. In sintesi e per slogan, Juncker chiede di rispondere alla crisi dell’Europa e al «populismo galoppante» con più Europa. A partire dall’atteggiamento nei confronti della Siria: «Dov’è l’Europa nei colloqui sul futuro di quel Paese?» si chiede il presidente della Commissione. La risposta è ovvia: non c’è perché su quella, come su molte altre crisi internazionali, l’Europa ha diverse posizioni.

Ma evita attacchi, aggira ostacoli, chiedendo alla presidenza ceca di turno di cercare di comporre le divergenze, specie sul tema dell’accoglienza ai rifugiati – il vertice di Bratislava è tra due giorni, si tratta di un incontro informale il cui obbiettivo è trovare strade per rilanciare il percorso europeo.

Tra le proposte concrete e piccole che Juncker ha fatto c’è quella di corpi volontari di solidarietà, una specie di servizio civile europeo che se esteso e moltiplicato favorirebbe la coesione e consentirebbe di fare esperienze importanti ai giovani d’Europa – un po’ come ha funzionato l’Erasmus.

Il tema del giorno, forse, è però un altro: la platea che il discorso sullo Stato dell’Unione offre alla furibonda e unitaria offensiva dei nazionalisti e anti-europeisti. Mentre, insomma, Juncker abbassa i toni rispetto allo scorso anno, Farage, le Pen, Salvini e simili usano toni feroci ed esagerati e danno risposte per slogan che si vendono bene. Molto meglio di quelle usate dai popolari, dai socialdemocratici e dalla sinistra, specie quella mediterranea, che critica l’Europa, ma non fornisce risposte con lo stesso appeal truce di quelle della destra nazionalista.

Nigel Farage consola Juncker sulla Brexit parlando di Barroso: «I big boys delle banche si prenderanno cura di lei, mr Juncker, come si sono fatti carico di Barroso quelli di Goldman Sachs». Farage insiste sul successo del suo referendum e attacca con violenza Guy Verhofstadt, incaricato del Parlamento come negoziatore: «Le vostre idee non fermeranno i No, i referendum e l’opposizione di diversi Paesi centro ed est europei. Lei è un nazionalista europe, la sua nomina a negoziare è una dichiarazione di guerra». Il leader dell’Ukip aggiunge, e sarebbe interessante capire cosa pensano nel governo conservatore di Theresa May: «Se davvero volete mantenere il trattato commerciale in cambio della libera circolazione di persone, non avremo un accordo».

Marine Le Pen è ancora più aggressiva, dal punto di vista retorico: «Raramente abbiamo sentito un discorso così senza visione e tanto insipido. Mi è sembrato di assistere all’elogio funebre dell’Unione europea. Lei ignora la enorme spinta alla voglia di riguadagnare la propria identità nazionale. I giovani ci votano e il Brexit ha rotto un tabù. Vi sarebbe piaciuto vedere l’apocalisse abbattersi sui britannici, ma non è andata così. Terrorismo, immigrazione, agricoltura…rispondete solo con più Europa. Una formula senza speranze». Le Pen e gli altri nazionalisti hanno buon gioco a usare terrorismo e islamismo, ma anche la politica economica, le tasse, le banche: «Fate crescere l’islamismo e il terrorismo, avete distrutto la crescita del Sud per difendere l’euro», dice le Pen, che è chiaramente la leader di questa componente: «Lasciate le nazioni liberarsi, cooperare tra loro, lasciate ai popoli determinare i loro destini». La leader del Front National a domanda risponde anche sull’uscita della Francia dall’Unione: «Se diventerò presidente organizzerò un referendum sulla Frexit».

L’italiano Salvini è la fotocopia rozza di Le Pen, ma senza un bravo ghostwriter: «Ennesima farsa ed ennesime parole al vento» quelle di Juncker, «Aiutate e finanziate il terrorismo con ogni barcone che sbarca, con le folli sanzioni alla Russia e dando soldi alla Turchia in cambio di niente». Poi la difesa del gruppo di Visegrad, i governi nazionalisti dell’est che si oppongono alla redistribuzione dei rifugiati: «Alimentate la rabbia popolare prendendovela con governi democratici. È l’ultimo discorso a vanvera che lei fa perché i cittadini si stanno svegliando». Ovvero, io sto con Le Pen, Orban e la Polonia.

Il discorso di Juncker non fornisce risposte alla retorica della destra, così come nessuno, in questi anni ha saputo trovare un discorso ideale capace di contrastare i discorsi di Orban, Farage e compagnia. Ai burocrati di Bruxelles e ai governi nazionali servirebbero idee nuove e diverse dall’austerity e i patti con i Paesi terzi per gli immigrati. Uno scatto su qualche fronte che non sia quello della sicurezza o la paura del terrorismo, strada questa scelta dal francese Hollande. All’orizzonte non si vedono risposte simili. E all’Europarlamento, tranne il liberale Verhofstadt, che almeno aggredisce gli avversari politici con i loro mezzi, azzeccando le battute, non c’è nessuno capace di rispondere ai nazionalisti a tono.

 

 

È anche colpa nostra se ancora l’Italia grida puttana

Sbatti il mostro in prima pagina. «Tiziana Cantone, gira un video hard con l’amante e diventa il nuovo idolo del web». Il titolo è quello di un articolo, fra i tanti dell’epoca, comparso poco più di un anno fa sul sito del Fatto Quotidiano (il cui link ora reindirizza ad un editoriale di scuse di Peter Gomez). Tiziana Cantone è la 31 enne che si è suicidata lunedì 13 settembre dopo che un video hard girato in privato era finito in rete diventando oggetto di meme e scherni, anche se per qualcuno evidentemente aveva avuto il merito di farla diventare “il nuovo idolo del web”. La vicenda di Tiziana è tragica e riapre un dibattito dolente nel nostro Paese, dove sembra ancora impossibile scardinare la retorica sessista del “se l’è cercata”. Ma il titolo di un anno fa del Fatto Quotidiano aggiunge a ciò che è successo i toni della superficialità e del grottesco. Quel nome e cognome messo lì in bella mostra, per acchiappare qualche click sull’onda del fenomeno del momento che imperversa in rete, sembra tanto la versione pruriginosa e sciocca di sbatti il mostro in prima pagina. Si legge nell’articolo:

«Magliette, video parodia e pagine facebook dedicate: lei Tiziana Cantone, il nuovo idolo del web. “Stai facendo il video? Bravo.” Questa la frase cult di tutta la storia. Partiamo dall’inizio: un video dove una ragazza tradisce il suo fidanzato praticando del sesso orale con l’amante. Lei chiede a lui come poteva essere definito il suo compagno affianco a lei, lui orgoglioso risponde “un cornuto” e il rapporto continua. Il video ha iniziato a girare su whatsapp ed è subito diventato virale.
Rivendicazione di un amante o marketing di una futura pornostar? Pare infatti che i video in rete in cui la vedono protagonista siano più o meno cinque. C’è chi la considera vittima, chi invece pensa che sia tutto un’operazione studiata a tavolino. In Campania è diventata un vero e proprio personaggio tanto da vantare numerose parodie tra le più cliccate su youtube “Stai facendo un video? 50 sfumature di Bravoh!” un mash up del trailer del primo film tratto dalla serie di E.L. James con le immagini del video bollente.
Su Ebay sono in vendita i prodotti con su stampata la frase diventato il primo tormentone di questa primavera 2015: dalle magliette per lui e per lei alle cover per gli smartphone. Ma oggi dove è Tiziana? Al momento non c’è nessuna notizia ufficiale e nessuna dichiarazione da parte sua. C’è chi ipotizza una fuga all’estero dopo il tam tam mediatico, chi invece sostiene che questo silenzio faccia parte della strategia di comunicazione. L’unica cosa certa è che al momento la ragazza è sulla cresta dell’onda».

D’altronde la notizia data dall’articolo si ferma lì, “nuovo fenomeno in rete”, “la ragazza è sulla cresta dell’onda”. Quando si tratta di fare like o farsi leggere (giornali o singoli utenti) siamo subito pronti ad usare qualsiasi cosa. Senza chiedersi ma poi? È davvero solo questo? Forse è solo che la solita vecchia storia di una donna vittima di quello che è a tutti gli effetti un abuso sulla sua privacy e diffamazione della sua persona, tira molto meno di quella di una potenziale porno star. È questione di narrazioni dominanti. Dominanti nel senso aggressivo, violento e fascista della parola.
E dopo il gesto estremo di Tiziana, i giornali si gettano su un’altra narrazione dominante quella del web dei cyberbulli, la colpa per quella morte è di internet e dei suoi meccanismi perversi.
Troppo facile, la colpa invece è nostra. È nostra quando con troppa facilità usiamo gli appellativi troia, puttana o zoccola. È nostra quando chiosiamo moralisti “se l’è andata a cercare”. È nostra quando ridiamo come i coglioni su cose che ridere non fanno se ci si ricorda che dietro c’è una persona. È nostra perché in questo mondo iper connesso dove tutto corre velocissimo abbiamo troppo raramente l’intelligenza o il coraggio di fermarci a riflettere prima di scrivere, postare, linkare, taggare. E nella fretta travolti dal flusso ci scordiamo che schiacciare il tasto “pubblica” (per un video hard privato come per un articolo su un eminente testata nazionale) non è un obbligo, ma un’azione che genera conseguenze.
È colpa nostra. Si parte da qui, per cambiare le cose.

La diretta dello Stato dell’Unione di Juncker

epa05528323 Jean-Claude Juncker, the president of the European Commission, arrives for the weekly college meeting at the European Commission, in Brussels, Belgium, 07 September 2016. EPA/STEPHANIE LECOCQ

Dalla pagina dedicata, la diretta del discorso del presidente della Commissione Juncker per uno Stato dell’Unione europea molto delicato. Rifugiati, Brexit, commercio internazionale tra i temi cruciali.

Melito di Porto Salvo: un paese a forma di buco. Con una bambina dentro.

Prima fila da SX: Iamonte Giovanni, Principato Pasquale, Benedetto Daniele. Seconda fila da SX: Tripodi Lorenzo, Nucera Michele, Verduci Antonio, Schimizi Davide. Non si placano le polemiche sulla vicenda delle violenze sessuali di gruppo subite per anni da una tredicenne di Melito Porto Salvo, nel Reggino, per le quali i carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo hanno arrestato nei giorni scorsi otto persone (le loro foto sono state diffuse il 12 settembre 2016) e notificato un obbligo di presentazione alla Pg ad un nono giovane. ANSA / US CARABINIERI +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

Hanno cominciato a violentarla che aveva tredici anni e oggi ne ha sedici. L’hanno resa il loro passatempo andando a prendere a scuola per portarla dove gli veniva più comodo abusare di lei. Loro, il branco di vigliacchi schiavi di un cervello a forma di glande, sono “gente bene” di Melito Porto Salvo, il paese che ora si offende e, come spesso succede, cerca di difendersi attaccando la stampa senza capire che quello che è successo sarebbe feccia anche se Melito fosse in provincia di Aosta. Ma non è questo il punto.

Centinaia di articoli morbosi usciti nei giorni scorsi per aiutarci a immaginare la vittima. Ogni volta che c’è uno stupro la stuprata diventa prelibatissima per fantasiosi safari del prurito e così si sprecano le descrizioni, il peso, l’altezza e tutto il resto. Dopo lo stupro qui ti tocca il patibolo: nome, cognome, ricerca ossessiva di foto e profili social per la vittima mentre gli abusatori godono di un certo nascondimento approfittando di essere bestie e poco altro.

Invece qui le bestie hanno storie, nomi e cognomi. E vanno spiattellate dappertutto, spalmate nei nostri discorsi al bar e se possibile ripetute nella piazza del paese per i prossimi cent’anni perché lì dentro, tra quella banda di vermi, c’è il cancro di questo Paese. C’è Giovanni Iamonte, dell’omonimo clan di ‘ndrangheta, che gioca a fare il boss con il cazzetto piccolo. C’è un figlio di un maresciallo dell’esercito, che dovrebbe occuparsi dei figli oltre che delle reclute e c’è il fratello di un poliziotto che piuttosto che far rispettare la legge s’impegna a impartire al fratellino lezioni di omertà.

Sono da ricordarsi tutti. I nomi e le facce.

Giovanni Iamonte (30 anni), Daniele Benedetto (21), Pasquale Principato (22), Michele Nucera (22), Davide Schimizzi (22), Lorenzo Tripodi (21), Antonio Verduci (22). Il branco di stupratori di gruppo. E le loro facce:

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E poi c’è il paese. Diecimila anime che non riescono a mettere insieme uno sputo di fiaccolata decente. Gente che non parla, che bisbiglia sottovoce che “quella se l’è andata a cercare” e preti che minimizzano. È una colata di vomito. Tutto uno scrivere e domandare di lei, la ragazzina, che forse meriterebbe silenzio e protezione. Mentre sono queste facce da appiccicare su tutti muri. E costringere i compaesani a guardarli negli occhi piuttosto che limitarsi ad amorevoli discorsi tra compagni di taverna.

Una comunità deve fare i conti con se stessa. Che sia paese, regione e nazione. Ce la facciamo questa volta?

Lussemburgo: «Ungheria fuori dall’Ue se non cambia sui rifugiati»

epa05212432 Hungarian Prime Minister Viktor Orban delivers a speech during a ceremony celebrating the national holiday, the 168th anniversary of the outbreak of the 1848 revolution and war of independence against the Habsburg rule, at the Hungarian National Museum in Budapest, Hungary, 15 March 2016. EPA/TAMAS KOVACS HUNGARY OUT

«Lo sapevate che Bruxelles vuole trasferire l’equivalente di una città di immigrati clandestini in Ungheria?». «Lo sapevate che dall’inizio della crisi immigrazione le molestie delle donne è aumentato notevolmente in Europa?». Queste due frasi fanno bella mostra di sé su cartelli pagati dal governo ungherese, che evidentemente non è neutrale nel referendum sulle politiche migratorie dell’Unione europea a cui i cittadini ungheresi sono chiamati a rispondere il prossimo 2 ottobre. I soldi per pagare i cartelloni, come anche un opuscolo da 18 pagine spedito a 4 milioni e 100mila ungheresi è costato 16 milioni di euro.

Tra le altre cose, sull’opuscolo leggiamo (qui tradotto in inglese):

Abbiamo il diritto di decidere con chi vogliamo vivere (…) più di 1,5 milioni di immigrati illegali è entrato in Europa. Bruxelles, invece di fermare le migrazioni, prevede l’ulteriore insediamento di decine di migliaia di migranti. Non possiamo permettere che il futuro del nostro Paese per essere deciso da altri. Solo noi ungheresi possiamo decidere con chi vorremmo vivere. A tal fine, il governo ha avviato un referendum contro l’insediamento forzato (di poco più di un migliaio di rifugiati, ndr)

Anno dopo anno, il numero di immigrati illegali cresce. Le élite europee negano il problema e l’Europa non protegge i suoi confini. Bruxelles ritiene che l’immigrazione sia un buon modo per affrontare il declino della popolazione e la carenza di manodopera. L’Ungheria rifiuta questo approccio. L’élite di Bruxelles sostiene che la nuova manodopera sia necessaria. Tuttavia ci sono già 21,4 milioni di disoccupati in cerca di lavoro in Europa. Il numero di immigrati illegali arrivato in Europa: 336.000 nel 2012, 432.000 nel 2013, 627.000 nel 2014, 1,5 milioni nel 2015

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L’opuscolo (una pagina qui sopra) parla anche degli attacchi terroristici e, nota bene, parla di immigrati irregolari e non di profughi in fuga dalla guerra destinati a chiedere asilo. Ora, se c’è una certezza, è che i flussi imponenti passati per l’Ungheria nel 2015 coincidevano con l’esodo dei milioni in fuga dalle bombe in Siria. Il libello parla anche di “no go zones” zone delle capitali d’Europa dove è impossibile accedere per via della presenza di immigrati che le rendono pericolose. Da ricordare che persino il quesito referendario sul quale gli ungheresi sono chiamati ad esprimersi è fuorviante: «Siete d’accordo che l’Europa possa decidere di spostare persone non ungheresi in Ungheria senza il parere del Parlamento nazionale?» è una domanda che non vuol dire nulla. L’Ungheria ha l’obbligo, fino a quando aderisce ai trattati internazionali sul diritto d’asilo, ad accogliere persone non ungheresi, a prescindere dall’Europa.

Per questa campagna e per i comportamenti tenuti in questi anni nei confronti dei rifugiati l’Ungheria andrebbe espulsa dall’Unione europea. O almeno così la pensa il ministro degli Esteri lussemburghese Asselborn, che in un’intervista al tedesco Die Welt sostiene che il Paese ha trattato i rifugiati «peggio di animali selvatici – e che – Chiunque, come l’Ungheria, costruisce recinzioni contro profughi di guerra o che viola la libertà di stampa e l’indipendenza della magistratura dovrebbe essere escluso temporaneamente, o se necessario, in maniera permanente dall’Unione europea». Il ministro lussemburghese chiede nuove regole per mettere ai margini un Paese come «l’unico modo per preservare la coesione e i valori dell’Unione europea».

Sono parole forti, ma tutto sommato giuste. L’Europa, presa dalla paura della Brexit e consapevole che il tema dei rifugiati è potenzialmente delicato e politicamente scivoloso – in Gran Bretagna il Sì ha vinto anche sulla retorica anti-immigrazione – fischietta invece di aprire procedure di infrazione, come ad esempio ha fatto con la Polonia.

L’intervista è destinata a provocare una risposta violenta da parte di Budapest e degli altri del gruppo di Visegrad – Polonia, Repubblica ceca, presidente di turno dell’Ue, e Slovacchia – che lavora per far saltare la politica di asilo Ue e utilizza l’esito del referendum britannico per avvalorare la sua tesi che l’Ue è impopolare.

Hanno degli argomenti e ne è conscio Donald Tusk, che in vista del vertice di Bratislava, venerdì prossimo, lavora per cercare di tenere assieme le varie istanze provenienti dall’Unione, con i Paesi dell’est ossessionati dall’immigrazione e dall’eccessivo potere di Bruxelles, la Germania e gli altri nordici attenti all’austerity e tutto sommato favorevoli a riscrivere le norme di libera circolazione delle persone in Europa e i Paesi del Sud che chiedono flessibilità e un cambio di passo della politica economica.

Tra le cose che Tusk proporrà a Bratislava – come rivela politico.eu che ha ottenuto una bozza di documento di discussione – ci sono il sostegno alla frontiera bulgara con la Turchia, gli accordi con i Paesi terzi , guardia costiera, ma anche strumenti per verificare e tracciare gli spostamenti dei cittadini Ue all’interno dei confini. L’idea, insomma, è proprio quella di riqualificare un po’ l’Unione mostrando che è efficace nel fermare le migrazioni. Come se quelle a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno e mezzo, quelle che hanno impressionato la società europea, fossero appunto migrazioni e non fuga dalla guerra.

Il problema, con il governo ungherese, così come con quelle parti di società che sono spaventate dall’immigrazione e chiedono risposte brutali sognando un passato in cui tutto andava bene, l’economia correva e non c’era delinquenza (passato che non esiste come ha scritto il vice capo dell’Alto commissariato per i diritti umani Zeid), è che nulla sembra bastare. È normale, le sfide e le difficoltà dell’Europa ci sono eccome e servirebbe inventiva e capacità di rilanciare l’ideale europeo (così chiedono 171 organizzazioni delle società civile che hanno firmato un appello al consiglio chiedendo di rigettare le soluzioni per la crisi europea avanzate dai populisti).

Camminare sul filo, non fare uno scatto, rincorrere un po’ le idee della destra, spiegando che non bisogne esagerare, è quel che si fa da due anni. E in questi due anni, le destre europee hanno ottenuto solo successi. E alzano la testa: c’è il gruppo di Visegrad, c’è la propaganda come quella dell’opuscolo ungherese, ci sono i leader ungherese e polacco che una settimana fa si incontrano e dicono scherzano tra loro: «C’è un detto in Ungheria che, se ti fidi di qualcuno, ci puoi rubare cavalli insieme» ha detto Orban «Ci sono un paio di stalle, e una particolarmente grande di nome l’Unione europea, dove siamo in grado di rubare i cavalli con gli ungheresi» ha risposto Kaczynski. Prima avevano parlato di «puzza di grande capitale a Bruxelles» che vuole «annullare le identità nazionali»:

Sarebbe il caso, come spiega la responsabile per l’Europa di Human Rights Watch Lydia Gall, che la presidenza della Commissione si muovesse, anziché inseguire i leader dell’Europa populista sul loro terreno.

 

 

Quando Ermanno Rea si scagliava contro «il Partito della nazione senza Nazione»

Left aveva intervistato Ermanno Rea, lo scrittore scomparso oggi, il 29 novembre 2014. Riproponiamo qui le sue parole, ancora attualissime.

«Il signor Renzi vuole fare il partito della nazione? Prima pensi a unirla, la nazione, perché adesso è spaccata». Parla della frattura tra Nord e Sud dell’Italia, Ermanno Rea, e parla anche del presidente del Consiglio e del suo programma di «unanimismo elettorale» che però, avverte lo scrittore, non serve al Paese. Anzi, potrebbe renderlo ancora più immobile: un’altra occasione persa dopo 150 anni di unità rimasta sulla carta. E le ricette del presidente del Consiglio, a proposito di integrazione nazionale, continua Rea, non portano nulla di nuovo rispetto ai suoi predecessori Berlusconi, Monti e Letta.

Abbiamo incontrato lo scrittore napoletano nei giorni in cui lo scontro tra sindacati e premier aveva raggiunto una durezza mai vista finora a sinistra. Anche se già in precedenza Renzi non aveva risparmiato – talvolta con uscite non propriamente tenere – chi all’interno del Pd aveva mostrato di avere un pensiero diverso dal suo. Insomma, quella del premier – per iperbole, certo – potrebbe sembrare una gestione del potere che richiama la «polverizzazione di ogni forma di dissenso» come scrive Ermanno Rea in Mistero napoletano (Einaudi) la storia di una donna comunista, allo stesso tempo utopista e ribelle, schiacciata dall’ortodossia comunista nella Napoli degli anni Cinquanta.
Durante l’incontro con Rea nella sua bella casa romana popolata di libri e fotografie («scattate con la Leica») verrebbe quasi da azzardare una domanda su un eventuale, ipotetico parallelismo tra i due partiti e i due leader. «Ma quelli di Togliatti e Renzi sono due mondi diversi!» esclama sorridendo questo elegante signore di 87 anni dalla barba candida e dagli occhi chiarissimi. Giornalista de l’Unità negli anni Cinquanta – quando dominava la figura di Giorgio Amendola, il “maestro” del presidente Napolitano – Rea ha vissuto in prima persona quel clima politico di controllo e di sospetto che si insinuava lentamente nelle vite delle persone, fino a distruggerle. Accadde alla Francesca di Mistero napoletano, così come al personaggio dell’ultimo libro Il caso Piegari (Feltrinelli) fatto impazzire dal comunismo allora imperante sotto il Vesuvio. Ritorna poi lo scrittore sul confronto tra passato e presente: «Io non sono un difensore a oltranza di Togliatti ma devo dire che era di una cultura sterminata, di una raffinatezza… Renzi, invece, nella sua aggressività rivela una rozzezza di fondo, percepisce come un primitivo che il proprio successo sta lì e cerca di cavalcarlo nel modo più spregiudicato». Ma un parallelismo tra la politica di ieri e quella di oggi, utile a comprendere la crisi attuale, invece è evidente e drammatico allo stesso tempo. «La questione meridionale», afferma convinto lo scrittore.

Nel suo ultimo libro Il caso Piegari quando parla di «attualità di una sconfitta» si riferisce alla questione meridionale?
Sì, è proprio la questione meridionale che può essere affrontata solo come questione nazionale. È questa l’attualità della storia che racconto nel libro. A Napoli negli anni Cinquanta c’era un medico di grandissimo talento, Guido Piegari, uno scienziato che aveva una cultura storica gigantesca e che gestiva il gruppo Gramsci, molto importante in città in quegli anni. Lui dissente da Giorgio Amendola (responsabile della Commissione meridionale del Pci, ndr), critica la sua visione del meridionalismo e giudica il dirigente comunista uno che non promuove una politica a favore dell’integrazione nazionale, gramscianamente intesa nell’incontro della classe operaia del Nord con i contadini del Sud. Piegari viene espulso dal Pci. Come sempre, mettendo in moto una macchina del fango – si dice che è mezzo pazzo – e provocando in lui anche un disastro psicologico. Come il mio amico Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto per gli studi filosofici, che faceva parte del gruppo Gramsci, io opto per la visione proposta da Guido Piegari che affermava la necessità dell’integrazione nazionale.

Veniamo all’oggi: quali sono le conseguenze della mancata integrazione tra Nord e Sud?
I dati dell’ultimo rapporto Svimez parlano chiaro, addirittura si denuncia il rischio di desertificazione per il Sud. Io sono convinto che l’Italia non sarà in grado di uscire dal suo baratro fino a quando non realizzerà una unità nazionale. Se uno oggi mi dovesse chiedere qual è la malattia del Paese, la mia risposta convinta sarebbe questa: un’infezione profonda e lontana mai sanata che si è sempre più aggravata, la frattura tra Nord e Sud. Adesso perdiamo tutti: anche il ricco Nord è in crisi, e le periferie scoppiano là non meno che a Roma o Napoli. Com’è possibile che l’Italia, in una situazione di questo genere, possa riuscire a trovare una sua credibilità anche internazionale e una sua capacità di rigenerarsi? Tornando a ciò che racconto nel libro, esiste una responsabilità comunista? Su questo sono cauto, il Pci ha avuto tanti torti ma anche tanti meriti. Io sostengo solo che non si è mai voluto rivedere autocriticamente la vicenda della questione meridionale e riuscire a separare, come si suol dire, il bambino dall’acqua sporca.

Il partito della nazione lanciato da Matteo Renzi in una direzione del Pd di un mese fa – tra l’altro resuscitando il progetto di Pier Ferdinando Casini – potrebbe rappresentare allora la soluzione per risolvere il problema dell’unità d’Italia?
Per risponderle cito un articolo di Ernesto Galli della Loggia – che scrive cose di cui io non condivido quasi mai nulla – ma che nel 2010 sul Corriere della Sera aveva sollevato il problema dell’unità nazionale. Su cui, fino ad un certo punto, mi trovava d’accordo. Galli della Loggia infatti scriveva che chi fosse riuscito a rinsaldare il patto tra Nord e Sud si sarebbe installato al centro dell’azione politica «diventando forza egemone per un lungo tempo a venire». Va bene, ma se si parla di partito nazionale, per amor del cielo, io lo intendo nel senso di un partito che abbia la possibilità di integrare finalmente un Paese diviso da 150 anni, non di creare una “specie” al contrario. Il rischio è creare un equivoco bestiale perché il signor Renzi quando parla di partito della nazione parla di un consenso generalizzato alle sue idee e alla sua politica, ma cosa c’entra questo con la soluzione del problema? Al contrario, solo una sinistra vera può assumere su di sé questo ideale, questa bandiera e portarla avanti. Il partito della nazione va bene in quanto integrazione della nazione, ma non in quanto unanimismo elettorale che poi è l’obiettivo vero del signor Renzi. Lui vuole un bel pantano immobile. Ma questo è semplicemente un ulteriore modo di degradare quello che invece è un obiettivo politico di grande rilievo.

Lei quindi non vede proposte concrete nella politica del Governo indirizzate a risolvere la frattura esistente tra il Nord e il Sud del Paese?
Renzi non propone nulla di strategico. È un barcamenarsi, cercando di premiare ora una parte e ora un’altra. Le sue scelte tendono a ribadire il vecchio, a riconfermare quello che già c’era. Il mutamento è puramente formale, di facciata. Tutto il processo che va da Berlusconi a Monti fino ad arrivare a Letta e a Renzi, cosa ha portato di nuovo? Cambiare tutto perché tutto resti uguale: mi pare che il Gattopardo trionfi ancora una volta. Il quieta non movere. Tornando poi al successo di Renzi – che io giudico estremamente provvisorio – deriva dalle parti più fragili del Paese oppure da quelle più interessate. Infatti, il ceto imprenditoriale plaude fragorosamente a questo personaggio perché si sente rassicurato in quello che fa. E poi, se la politica è rappresentanza, Renzi chi rappresenta? Per il momento c’è una massa amorfa che applaude.

Nel sottotitolo del suo saggio La fabbrica dell’obbedienza si legge del «lato oscuro e complice degli italiani». Che cosa significa?
Qui mi rifaccio al filosofo napoletano di metà Ottocento Bertrando Spaventa. Lui sosteneva una tesi affascinante di cui mi approprio. La tesi è questa: il cittadino responsabile viene inventato in Italia con l’Umanesimo, la piazza, il palazzo comunale. Ma con la Controriforma costui viene in pratica espulso dal Paese e da cittadino reponsabile diviene suddito deresponsabilizzato. Perché? La storia è semplice, la raccontiamo anche ai ragazzini alle scuole medie. Mentre Lutero in Germania traduce la Bibbia in tedesco, esorta il popolo ad avere un rapporto diretto con Dio, moltiplicando quindi il senso di responsabilità, in Italia, al contrario, Santa Romana Chiesa sancisce che il rapporto con Dio passa attraverso il suo ministro, che assolve il fedele. E questo porta alla creazione del suddito deresponsabilizzato. Se c’è un difetto nella cultura media italiana, è proprio la mancanza di senso di responsabilità. A proposito di Togliatti, uno dei suoi grandi torti è stato proprio quello di aver pensato che senza la Chiesa nulla era possibile e che ogni tentativo di modificare il Paese sarebbe stato inutile. È stato succube dell’idea dell’incontro, dell’intreccio, del compromesso con il cattolicesimo che è una costante della storia italiana.

L’ultima domanda è sul futuro. Lei che è stato candidato con la lista Tsipras alle europee pensa che sia possibile che in Italia nasca un partito dal basso come è accaduto per Podemos, frutto degli Indignados?
Non ho la palla di vetro, so che in Italia, non meno che in Grecia e in Spagna, esiste un’opinione pubblica di tutto rispetto. Ci sono persone capaci, di tutte le età. Potrei citarne tante. Soltanto alcune sere fa sentivo Stefano Rodotà e Benedetta Tobagi ospiti della trasmissione Otto e mezzo. Due poli opposti, una ragazzina e un signore ottantenne che ci mostrano un’Italia bella, onesta, intelligente. Non è tutto così nero, ne esistono ancora migliaia di esemplari umani di questo genere.

Cile, Isabel Allende si candida alle presidenziali 2017

La senatrice socialista Isabel Allende figlia del presidente Salvador Allende

«Se siente, se siente, Allende presidente». Un boato dei socialisti ha accolto la candidatura di Isabel Allende alla presidenza del Cile. Isabel lo ha annunciato mentre il suo Paese celebrava l’anniversario dell’assassinio del padre Salvador Allende, durante il colpo di Stato di Pinochet: «Ho reso nota la mia volontà di candidarmi, se così vorranno i socialisti», così la figlia del presidente Salvador Allende davanti al Consiglio generale del Partito socialista riunito in vista delle prossime scadenze elettorali, quelle municipali del 23 ottobre – primo ritorno alle urne dei cileni dal 2013 – ma soprattutto quelle presidenziali del 2017.

Allende, che presiede il Partito socialista dell’attuale presidente Michelle Bachelet, è senatrice per la regione di Atacama, terza figlia del presidente Salvador Allende e cugina della omonima scrittrice cilena Isabel Allende Llona, autrice di numerosi romanzi che hanno fatto il giro del mondo. Alle primarie Isabel dovrà confrontarsi con il socialdemocratico Ricardo Lagos, ex presidente dal 2000 al 2006,  una sorta di “rottamatore cileno” che propone il “rinnovamento” del partito. Chi vincerà le primarie dovrà poi confrontarsi con il candidato di centrodestra che, probabilmente, sarà l’ex capo di Stato conservatore Sebastián Piñera, che ha governato il Paese dal 2010 al 2014. Il mandato dell’attuale presidente Bachelet scade a marzo 2018, perciò le  presidenziali si terranno alla fine del 2017.

«Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore», queste le ultime parole del presidente Salvador Allende prima che il generale Pinochet riuscisse a prendere La Moneda e la sua vita terminasse in circostanze ancora sospette. Oggi quel «viale» è Isabel Allende a indicarlo. E di questi tempi in America Latina ha tutta l’aria di un’uscita di emergenza.