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Le “odiose” 8 cose che non sapete su Quentin Tarantino

In attesa di vedere The Hateful Eight, l’ultimo film di Quentin Tarantino, approdare nelle sale italiane il 4 febbraio, mettiamo in fila 8 ossessioni e manie del genio del pulp. L’ultima pellicola del regista di Kill Bill ricostruisce, come i due precedenti, un set storico. Idealmente ci troviamo in Wyoming qualche anno dopo Django Unchained, la Guerra Civile è finita e il Nord ha vinto. Il film a primo impatto è un western, genere adorato da Tarantino, ma finisce per essere anche una sorta di scatola cinese in cui i generi si mescolano passando dal giallo alla “Agatha Christie” all’horror splatter. In ogni caso, nonostante le tre ore di durata, rimarrete con gli occhi incollati allo schermo:

1. Il glorioso 70mm

Il formato utilizzato per girare il film è l’Ultra Panavision 70, che nel mondo del cinema era stato abbandonato da tempo. Usato per l’ultima volta nel 1966 il 70mm usa delle lenti che permettono di ampliare la scena che si fa quasi panoramica. Per Tarantino era la pellicola perfetta per rendere non solo i paesaggi vasti e innevati che fanno da sfondo al film, ma anche per tenere in scena tutti personaggi come se si trattasse di uno spettacolo teatrale. La maggior parte delle riprese infatti avviene nell’emporio di Minnie, ci sono otto personaggi in quella stanza e grazie al 70mm l’inquadratura può essere sempre riempita con tutti e otto gli attori permettendo così allo spettatore di controllarne in ogni momento i movimenti. Per fornire le lenti, che ovviamente non erano più in produzione, Panavision ha tirato fuori dai propri magazzini del materiale straordinario, fra cui le lenti usate nella sequenza della corsa delle bighe di Ben Hur, che, adattate alle moderne macchine da presa, sono finite nuovamente a fare il loro lavoro riprendendo molte scene di The Hateful Eight.

panavision 70 tarantino ben hur

2. 8 il numero magico

Per Quentin Tarantino il numero 8 è un vero e proprio numero magico, lo avevamo già notato in film precedenti, come Kill Bill in cui gli scagnozzi di Oren Hi Shi (Lucy Liu) erano appunto gli 88 folli. Qui l’ossessione si moltiplica visto che si tratta dell’ottavo film di tarantino e che il numero magico è ripreso nello stesso titolo della pellicola. Inoltre i personaggi sulla scena, prima dell’inizio di ogni azione, sono sempre 8 o al massimo numeri che sono il doppio o la metà di 8.

crazy88

3. Il punto di vista di Sergio

Tarantino è un grandissimo fan di Sergio Leone con i quali è praticamente cresciuto. La sua ammirazione per il regista degli Spaghetti Western è tale che per chiedere una bella inquadratura Quentin è solito chiedere «give me a Leone’s» e descrive alcune delle sue scene più riuscite spiegandole con l’espressione «il punto di vista di Sergio».

4. Io fumo solo Red Apple

La fantasia del regista di Pulp Fiction è talmente fervida che è solito inventarsi anche dei prodotti cult che dissemina per i suoi film. Uno di questi è per esempio il tabacco Red Apple, per il quale Quentin ha disegnato un vero e proprio packaging con tanto di pubblicità. Mia Wallace (Uma Thurman) in Pulp Fiction fuma sigarette Red Apple, al suo arrivo all’aereoporto in Giappone la sposa Beatrik Kiddo di Kill Bill 1, passa di fronte a un manifesto pubblicitario delle Red Apple e lo storico marchio lo ritroviamo anche in The Hateful Eight. Citato e ricitato dai protagonisti in una sorta di finto product placement.

Sigarette-Red-Apple

5. L’unico film che ha terrorizzato Tarantino

Quentin sembrerebbe un tipo difficile da impressionare visto che è famoso per essere un amante delle scene violente dove non mancano sangue e botte pesanti, eppure un film che lo ha impressionato c’è. Stenterete a crederci, ma si tratta di Bambi, sì, proprio il cerbiatto della Disney.

6. Dietro le sbarre

Tarantino ha passato 10 giorni in cella nel carcere di Los Angeles. Il motivo? Non aveva pagato oltre 7 mila dollari di multe per divieto di sosta. A 15 anni invece fu arrestato per aver rubato un libro di Elmore Leonard, autore del romanzo Jackie Brown da cui prese poi ispirazione per l’omonimo film del 1997 con la mitica Pam Grier.

7. Edwige Fenech musa ispiratrice

Tutti conoscono la passione di Tarantino per i B-Movie fra questi rientrano anche i film dell’attrice Edwige Fenech che a detta dello stesso regista sarebbe per lui una vera e propria musa ispiratrice. Addirittura nel 2013, durante il festival di Venezia, si era vociferato di un progetto che doveva iniziare le riprese nel 2014 “Four rooms in Italy”, nel cast oltre alla Fenech ci sarebbe dovuto essere anche l’altro volto della commedia sexy e trash all’italiana: Lino Banfi.

tarantino fenech

8. Gli studi

Tarantino non ha mai terminato le scuole superiori, il suo quoziente intellettivo è di 160, quanto basta per definirlo un vero e proprio genio e un talento naturale, tanto che a chi gli chiede se ha frequentato una scuola da cinema per imparare a fare il regista risponde, irriverente: «No, sono andato al cinema»

 

>> Gallery | I film di Tarantino illustrati

L’artista e graphic designer londinese Sharm Murugiah ha omaggiato i film del regista illustrando le copertine delle sceneggiature di Tarantino edite dalla storica Penguin. Ecco il risultato in una gallery:

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Concorso esterno in armamento (pubblico)

Fosse successo negli USA ci avrebbero fatto sicuramente un bel film. Un thriller di quelli dove il pesce piccolo riesce a scoprire le vergognose magagne del potere e viene portato in trionfo in nome della trasparenza, magari perseguitato dalle organizzazioni paramilitari. Invece qui, niente.

Eppure c’è il cattivo (l’Arabia Saudita), il potente smascherato (il mendace governo italiano), la notizia con il botto (si parla di bombe, per l’esattezza esplose in Yemen) e una violazione di costituzione (italiana).

Ieri Francesco Vignarca (pacifista in un paese militarizzato anche nell’insulto, ormai) a nome della Rete Disarmo ha denunciato l’invio di armi dall’Italia all’Arabia Saudita: “il Governo – ha detto Vignarca – ha autorizzato 5 invii di armi dalla Sardegna all’Arabia Saudita, Paese coinvolto in un conflitto armato in Yemen e resposabile di numerose violazioni dei diritti umani. Anche una sola di queste due condizioni, spiegano le associazioni, vieterebbe l’invio di armi: la legge 185/1990 impedisce l’export o anche solo il passaggio in questi due casi. L’autorizzazione del ministero degli Esteri, non sarebbe quindi in linea con la legislazione che impone trasparenza nell’export di armamenti. Nei documenti richiesti al Governo dalle associazioni non viene fatta menzione del Paese destinatario degli armamenti, ma “i numeri di serie dimostrano che queste bombe sono quelle esplose in Yemen”. E anche Civati ha chiesto a gran voce che questa pratica (illegale) venga interrotta.

Insomma: vivete in un Paese in cui si arma il terrore e si nega l’evidenza. Nel sangue del terrore c’è la nostra bandierina. Possibile che passi così inosservato? Ma davvero siamo così narcotizzati?

Il prossimo documentario di Sky c’è l’avete sotto al naso. Vivetelo, se vi riesce. Incazzatevi. Almeno on demand.

Nuovi colloqui di pace per la Siria. L’opposizione annuncia che non parteciperà

Homs, Syria, September 2012 WFP is providing food assistance to over 223,000 people this month through its implementing partner the Syrian Arab Red Crescent and a local NGO – El Bir Association for Charity. WFP is prioritizing assistance to internally displaced people in public shelters mainly mosques, churches, schools as well as families displaced from one part of the governorate to another area taking refuge with relatives and friends. Communities provide cooked meals to internally displaced people in public shelters using WFP dry rations. Photo: WFP/Abeer Etefa

Oggi è il giorno di un nuovo round di colloqui di pace per la Siria a Ginevra. Già, ma colloqui tra chi e chi? L’opposizione siriana considerata affidabile dall’Onu – ovvero non l’ISIS e neppure la parte più estrema degli islamisti che pure il Califfato lo combattono – hanno infatti annunciato ieri notte da Riad, dove erano riuniti, che non parteciperanno ai colloqui.

Come mai? L’opposizione armata ad Assad chiede che cessino i bombardamenti, spesso russi, contro le città che occupa. E che aumentino gli aiuti umanitari Onu nelle zone da essa controllate. Il governo di Damasco sarà invece presente.

Quello di oggi è il terzo round di incontri e nessuno, ad oggi, ha dato risultati. Steffan de Mistura, il diplomatico italo-svedese incaricato Onu ha spiegato che intende proseguire nei colloqui separati, svolgendo lui il ruolo di intermediario. Le priorità sono quelle di esplorare le prospettive per una serie di cessate il fuoco locali, in maniera da alleviare le sofferenza delle città sotto assedio, di aumentare gli sforzi per combattere lo Stato islamico e un migliore accesso di aiuti alle aree assediate. In agenda non ci sono piani per discutere le questioni chiave: quale futuro per Assad o quale governo di transizione.

La pressione per i negoziati è frutto degli sforzi congiunti di Usa e Russia che, dopo aver lasciato correre per anni, hanno deciso di aumentare la propria presenza – anche militare, specie nel caso di Mosca – per fermare l’avanzata del Califfato. La partecipazione di Mosca alle operazioni militari, spesso dirette contro i ribelli e non contro Daesh, è una delel ragioni principali dei successi dell’esercito di Assad nelle ultime settimane. E della frustrazione dei ribelli, che sabato scorso si sono sentiti dire da John Kerry che dovrao accettare la partecipazione di Assad alle prossime elezioni – Kerry ha più o meno smentito i toni del confronto, sostenendo che il ruolo di Assad andrà deciso anche con le opposizioni.

La verità è che i colloqui lanciati a Vienna, di cui Ginevra è il terzo passaggio, per ora non hanno prodotto risultati. Se non quello di far sedere attorno allo stesso tavolo tutte le potenze regionali e non che partecipano direttamente o indirettamente alla guerra siriana. Che a oggi ha fatto 250-300mila morti e milioni di profughi e sfollati.

 

M5s, Grillo li cacciò, ma il giudice li assolve: «il fatto non sussiste»

Assolti perché «il fatto non sussiste». I due ex consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle Emilia-Romagna, Andrea Defranceschi e Giovanni Favia, entrambi cacciati da Grillo e coinvolti nel processo “Spese pazze” sull’uso dei fondi regionali, oggi hanno visto concludersi la parabola in loro favore. Quella giudiziaria quantomeno, perché quella politica pesa forse di più.
Imputati per peculato, dopo un anno e mezzo hanno finalmente visto l’accusa nei loro confronti respinta in toto dal gup Rita Zaccariello, che in rito abbreviato e con formula piena ha decretato: quelle spese erano lecite. Come del resto aveva già precedentemente sentenziato la Corte dei conti («lecite, congrue e razionali»).

Purtroppo però, questa sentenza non rimedia a uno squarcio apertosi nel Movimento. Emiliano romagnolo, e non solo.

Mentre Favia, astro nascente del M5s della prima ora e delfino di Grillo, era stato espulso nel 2012 dopo un fuorionda nel quale parlava della mancanza di democrazia interna al Movimento, Defranceschi era stato espulso senza appello a ottobre 2014 proprio a causa dell’indagine. All’epoca dei fatti unico baluardo cinquestelle rimasto in Regione, Defranceschi era capogruppo nonché probabile candidato alla presidenza della Regione nelle elezioni che si sarebbero tenute da li a pochi mesi.

Un’espulsione, quest’ultima, che spaccò letteralmente in due il partito pentastellato emiliano romagnolo: la maggior parte dei parlamentari regionali e dei consiglieri comunali, incluso il sindaco di Parma Federico Pizzarotti e la sua giunta, non partecipò alla campagna elettorale in segno di protesta per l’arbitrarietà della decisione. Defranceschi infatti, dotato di una certa autonomia, oltre che della stima del territorio, non era annoverabile fra i seguaci fedelissimi dei diarchi Grillo e Casaleggio. Si parlò dunque di esclusione ad personam, con regole comparse sul blog mai utilizzate nelle precedenti elezioni (amministrative, regionali, europee o politiche che fossero).

Quello che ai tempi colpì più di tutto il resto gli osservatori interni ed esterni del Movimento, fu la freddezza della macchina burocratica del blog e l’abbandono immediato e senza la minima comunicazione personale, del suo capogruppo: le comunicazioni avvenivano esclusivamente a senso unico tramite blog e la sola mail venne firmata “staff”. Come molti pentastellati del territorio (semplici cittadini, attivisti o eletti) ora ben sanno, gran parte del lavoro svolto dei due consiglieri in Regione, è andato perduto proprio per queste modalità di relazione.

Oggi, i due ex pentastellati – che nella vita si dedicano a tutt’altro – si prendono le loro amare soddisfazioni. A caldo, Favia affida il suo comento all’avvocato, Francesco Antonio Maisano: «Siamo soddisfatti da questa sentenza che riabilita pienamente e giustamente l’operato umano e politico di Giovanni Favia. La formula assolutoria ‘perché il fatto non sussiste’ spazza via in maniera indiscutibile il teorema accusatorio della Procura di Bologna». Nel pomeriggio, invece, arriva la notizia di una probabile candidatura di Favia a sindaco di Bologna.

Defranceschi invece, che ha già annunciato che chiederà i danni
e che «a causa dei danni umani subiti» della politica non vuole più saperne nulla, affida a Facebook un suo lungo sfogo personale: «È finito così, come un castello di carte al primo soffio di vento, un calvario di anni. Un anno e mezzo fa questa indagine basata sul nulla, mi ha impedito di ricandidarmi. Per la gioia e il vantaggio di molti, dentro e fuori il Movimento. Che non vedevano l’ora di liberarsi di me». Il riferimento è al consigliere comunale e attualmente autoproclamatosi candidato sindaco con lista bloccata alle prossime amministrative Massimo Bugani, che in quanto fedelissimo, in passato non aveva perso occasione per dare addosso al detestato compagno di partito. «La coerenza, l’onestà e il coraggio di dire la verità e non guardare in faccia a nessuno, sono caratteristiche scomode in questo Paese. E mi si perdonerà oggi questo raro momento di personale orgoglio. Oggi il mio pensiero va a chi mi ha attaccato, deriso, offeso, umiliato. Ai voltagabbana che prima ti riempivano di pacche sulle spalle e complimenti, per poi pugnalarti alle spalle», scrive. Poi aggiunge: «Ma è un pensiero di un attimo. Perché non sono persone, ma omuncoli, e loro si hanno già una condanna». Tuttavia, non vuole saperne più niente, l’ex capogruppo: «Ora però vi prego, abbiate almeno il dono della coerenza, non tornate indietro. Restate dove siete. Le scuse si accettano dalle persone intelligenti e in buona fede. E non è il vostro caso».

A supportarlo, non tardano gli attestati di stima pubblici e privati. Dalla deputata Giulia Sarti «contentissima» alla senatrice bolognese Michela Montevecchi, fino all’oggi eurodeputato Cinquestelle e già collaboratore in Regione di Defranceschi Marco Affronte, che come confida a Left, non aveva dubbi: «Sono molto contento di apprendere dell’assoluzione di Andrea Defranceschi. Ero certissimo del fatto che avesse sempre operato correttamente, ma a volte dimostrarlo è un’altra cosa. L’ho sempre stimato, nel suo ruolo pubblico e nel privato, e la sentenza non fa altro che confermarmi che la stima era ben riposta, se mai ce ne fosse stato bisogno». Poi aggiunge e sottolinea: «Credo che adesso in tanti gli debbano delle scuse. E non parlo di politica, parlo di persone e di rapporti umani».

Nel frattempo, sulla pagina pubblica dell’ex capogruppo, fioccano i commenti di stima, e non mancano note amare, che molto dicono sulle ripercussioni della vicenda sul partito pentastellato: «Per chi ti conosce è una magra consolazione rispetto ad aver perso una persona come te nelle istituzioni ma sopratutto ho la sensazione che non sarà nemmeno di lezione per il MoVimento».  E Maria: «Lo dico da iscritta certificata. Chiedo regole democratiche, chiedo che chi governa il Movimento non sia simile ad un Sultano. La democrazia è la cosa più importante che abbiamo. Oggi, nel Movimento, non c’è». O come quella di Paola: «non ne dubitavamo … purtroppo si è persa una grande occasione per il movimento 5 stelle», o più dirette, come Andrea, che scrive: «un in bocca al lupo..il Movimento a Bologna è stato distrutto dalla banda Bugani,,una esperienza ormai fallita..conclusa malamente..». Rilancia e pronostica alla fine Luigina: «A Bologna il m5s sarà un flop, purtroppo». E la sua, ha tutta l’aria di una sentenza già scritta.

Reato di clandestinità da depenalizzare. Lo dice il primo presidente della Cassazione

Migrants arrive at the Sicilian harbour of Pozzallo, February 15, 2015. Some 275 migrants rescued on Friday from overcrowded boats near Libya arrive safely in Sicily, days after more than 300 others died trying to make the crossover. REUTERS/Antonio Parrinello (ITALY - Tags: SOCIETY IMMIGRATION)

Chissà se Renzi ci ripensa a proposito del reato di clandestinità da depenalizzare. Perché adesso a chiederlo è addirittura il primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio che nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016 ha detto: «La risposta sul terreno del procedimento penale si è rivelata inutile, inefficace e per alcuni profili dannosa, mentre la sostituzione del reato con un illecito e con sanzioni di tipo amministrativo, fino al più rigoroso provvedimento di espulsione, darebbe risultati concreti». Bocciato a 360 gradi il reato che, ricordiamo venne introdotto nel 2009 nel pacchetto sicurezza durante il governo Berlusconi con ministro della Giustizia Maroni.

È infatti la Lega Nord che minaccia addirittura un referendum se il governo Renzi depenalizzerà il reato di immigrazione clandestina. Ma per ora non c’è nessun pericolo. Qualche giorno fa infatti il presidente del Consiglio aveva annunciato che la depenalizzazione di questo reato non sarebbe stata sul tavolo del Consiglio dei ministri. «C’è percezione di insicurezza da parte dei cittadini», aveva detto. Una frase “pesante” che in qualche modo potrebbe anche contribuire a far crescere l’allarme tra i cittadini, dopo gli attentati terroristici in Francia. E poi perché legare ancora una volta l’immigrazione con la sicurezza e il rischio terroristico? Lo stesso primo presidente della Cassazione ha puntualizzato questo aspetto. La lotta a «ogni forma di criminalità organizzata o terroristica, anche quella internazionale di matrice jihadista», ha detto, deve essere condotta «nel rispetto delle regole stabilite dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato – afferma Canzio -. Diversamente tradiremmo la memoria» dei magistrati «caduti in difesa dei più alti valori democratici», come Emilio Alessandrini, «e non faremmo onore al giuramento di fedeltà che abbiamo prestato».
Le parole di Canzio sono solo le ultime che si uniscono al coro di critiche che negli anni hanno accompagnato questo reato, che, ricordiamo, è stato abolito dal Parlamento nel 2014, con delega al Governo che avrebbe dovuto cambiarlo in illecito amministrativo. All’epoca dell’introduzione del reato, molti giuristi e costituzionalisti italiani tra cui Luigi Ferrajoli, Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Livio Pepino, Valerio Onida si erano espressi contro. Perché rendere una «condizione individuale», quella di migrante, un motivo di incriminazione per il codice penale, «assume un connotato discriminatorio» contrastante non solo con il principio di eguaglianza, «ma con la fondamentale garanzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si può essere puniti solo per fatti materiali». Insomma, non si può essere puniti penalmente per una condizione di esistenza. Renzi ascolterà il richiamo del presidente della Cassazione o invece le sirene del centrodestra? 

L’estetica del lavoro nel bianco e nero di Tuggener, per la prima volta in Italia

L’elegante bianco e nero del fotografo e pittore svizzero Jacob Tuggener (1904-1988) – a cui il Mast di Bologna dedica fino al 17 aprile una mostra – rivela uno sguardo sul mondo del lavoro attento all’umano: con un taglio da fotografia sociale ma un’estetica d’avanguardia anche se critica nei confronti del rapporto uomo macchina che invece era esaltato dal Futurismo. Nel libro fotografico Fabrik 1933-1953, Tuggener denunciava tra le righe i pericoli di una industrializzazione e di una innovazione tecnica che ignorava le conseguenze sociali, soprattutto nel settore bellico dove la Svizzera era particolarmente forte.

Nel museo bolognese – che sta diventando uno dei centri più vivi per la fotografia in Italia – sono esposte 150 stampe tratte da Fabrik insieme ad opere della serie Nuits de bal (1934-1950) in cui il fotografo svizzero racconta l’upper class di Zurigo e di Berlino, dove per altro aveva vissuto intorno al 1930, quando a 26 anni per studiare arte e design alla Reimann school e dove si era interessato all’espressionismo cinematografico tedesco degli anni Venti. Per quanto amasse presentare il proprio lavoro in modo ossimorico come «macchine e seta» anche nel caso di Nuits de bal il suo sguardo non si posava solo sui vestiti eleganti e raffinate mise femminili, ma anche e soprattutto sugli “invisibili” di queste feste, camerieri, musicisti, cuochi, inservienti agli ordini dei maître.

Come si evince da questa mostra bolognese curata da Martin Gasser e Urs Stahel che per la prima volta porta presenta una retrospettiva di Tuggener in Italia, i suoi scatti, nel teatrale contrasto di bianco e nero e nell’approccio mai freddo, in parte risentono dell’influenza del fotografo Robert Frank. Tuggener, proprio in America, conobbe un momento di particolare notorietà intorno alla metà degli anni Cinquanta, quando Edward Steichen, allora direttore del dipartimento di fotografia del MoMA, presentò a New York alcune sue fotografie nella mostra The Family of Man. Gran parte del lavoro di Tuggener è stato raccolto dalla Foundation for photography in Winterthur, ed è oggi conservato nella sede di una fondazione ad Uster.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/simonamaggiorel” target=”on” ][/social_link] @simonamaggiorel

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Cosa c’è dietro alla crociata contro le unioni civili che andrà in scena al Family day

Cosa c’è dietro alla crociata contro le unioni civili? Left che esce il 30 gennaio, il giorno del Family day, da una parte indaga sulle paure e le ossessioni del fronte cattolico e dall’altra dà voce a quanti difendono le unioni civili e i diritti delle coppie omosessuali all’adozione dei figli del partner, oggetto del ddl Cirinnà. Così la sociologa Chiara Saraceno sottolinea come i veri nemici della famiglia siano altri: la crisi, la povertà, l’assenza di politiche pubbliche, mentre il teologo Vito Mancuso sottolinea che dietro all’atteggiamento dei fondamentalisti ci sono la paura e l’ignoranza. La realtà invece è un’altra, e lo raccontano sia Marco Cappato che Filomena Gallo dell’associazione Coscioni con il loro progetto di legge sulla maternità surrogata che Melita Cavallo, giudice minorile per 40 anni che ha scritto una sentenza in cui concede l’adozione a una coppia di donne omosessuali.
Il ddl Cirinnà sulle unioni civili è al centro di un acceso dibattito in Parlamento. Ma quale Parlamento? Quello del trasformismo, un fenomeno antico ma che si è ripresentato in questa legislatura con il cambio di casacca per 247 parlamentari, 131 deputati e 116 senatori. Il vento della rottamazione renziana non è servito a cambiare verso. E a proposito del premier, continua il rafforzamento del Giglio magico, il gruppo dei collaboratori toscani di cui si è circondato a Roma. L’ultimo in ordine di tempo è Marco Carrai, fedele amico di una vita, a cui il premier vorrebbe affidare un incarico delicatissimo, quello di consulente nei servizi di sicurezza informatica. Continua il viaggio di Left tra le città al voto per le elezioni amministrative di giugno. Questa volta è Bologna, alle prese con l’astensionismo e con il pullulare di liste civiche. E ancora: un focus sul destino delle migliaia di minori che sbarcano tra i profughi e che svaniscono nel nulla. Left partecipa alla proposta di una Carta dei diritti dei minori portata avanti da numerose associazioni che si occupano dei diritti dei migranti. Negli Esteri, il punto sulle primarie negli Usa, con i repubblicani che si spaccano pro e contro Trump e la Clinton che deve convincere i suoi che è migliore di Sanders. Ancora: la guerra del petrolio dove la spirale del ribasso viene calcolata ad hoc, le ultime proteste in Tunisia, a quattro anni dalla rivolta dei gelsomini e un bellissimo graphic novel di Valentina Boldrini, Appunti di viaggio dal Pacifico.
Ancora voci dalle terre in cerca di libertà in Cultura. Stavolta a parlare sono gli artisti del movimento Gezi Park che avevano infiammato la Turchia e che espongono le proprie opera al MAXXI di Roma. Per la scienza, il laboratorio in Giordania SESAME, alla ricerca di onde elettromagnetiche che procurano un nuovo tipo di energia e l’intervista a Elena Cattaneo, scienziata e senatrice a vita che punta l’indice contro uno studio sugli Ogm.

#NonEsisto, in Italia 15mila invisibili attendono una legge sull’apolidia

In Europa sono 600mila gli apolidi, nel mondo 10 milioni, la metà circa bambini. Non hanno accesso all’istruzione e al lavoro, non possono avere documenti e diritti perché hanno perduto o non hanno mai avuto la cittadinanza del loro Paese di origine.

Lo scorso novembre, la commissione Diritti umani del Senato ha presentato un disegno di legge per riconoscere lo status di apolidi anche in Italia in collaborazione con Consiglio Italiano per i rifugiati (Cir) e Unhcr. L’Italia ha ratificato la Convenzione del 1954 e ha aderito lo scorso settembre alla Convenzione sulla riduzione dell’apolidia del 1961. Se ora il progetto di legge venisse approvato dal Parlamento, a valle di un iter semplice e accessibile si avrebbe l’identificazione e quindi il riconoscimento dello status per gli aventi diritto, che attualmente sono letteralmente “invisibili” per la legge e per le istituzioni.

Nel nostro Paese soltanto a 606 persone sulle 15mila che ne avrebbero diritto è stato riconosciuto lo status di apolide e con esso la possibilità di godere dei diritti fondamentali. Vivono quasi sempre in condizioni di abbandono, senza lavoro e senza accesso ai servizi di base, come documentano le storie raccolte nel sito nonesisto.org.

Attraverso il progetto “Listening to the sun” il Cir, con il sostegno della Open Society Foundations, ha lanciato la campagna #NonEsisto, per sensibilizzare gli italiani sulle difficoltà che incontrano le persone non riconosciute come apolidi e i loro familiari. Spesso, spiegano dal Cir, a pagare le conseguenze peggiori di questa situazione sono i bambini, come quelli nati dalle famiglie sfollate in Italia dalla ex Jugslavia, che hanno ereditato una nazionalità incerta e non possono ottenere la cittadinanza italiana pur essendo alla seconda o terza generazione. Lo stesso, in Italia, avviene per tante famiglie arrivate da Palestina, Tibet, Eritrea, Etiopia, e dai paesi ex Urss.

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Ora il timore dei promotori di #NonEsisto è che una condizione analoga si possa verificare per i figli dei migranti che in questi ultimi anni sono arrivati da Paesi come la Siria, dove la legge non consente alle donne di trasmettere la loro cittadinanza. I figli di donne siriane sbarcate in Italia senza un marito, quindi, non sono siriani e senza una legge non potranno essere riconosciuti neanche come apolidi.

La campagna #NonEsisto del Consiglio Italiano per i Rifugiati, foto e video di Denis Bosnic, con il sostegno della Open Society Foundations in Italia, racconta dei problemi degli apolidi in Italia.

Stefano Bollani racconta Gershwin e la musica senza confini

«Un mio commento su David Bowie e Pierre Boulez? Caschi male, non mi hanno mai attirato granché. Un’altra domanda?». Ride, Stefano Bollani. Lui è così: schietto e diretto. Come i suoi innamoramenti per alcuni musicisti che ha raccontato insieme con Alberto Riva nel libro Il monello, il guru, l’alchimista (Mondadori).Tra i suoi miti c’è anche George Gershwin, e proprio la Rapsodia in blu l’attende il 29 gennaio a Firenze con l’Orchestra musicale del Maggio diretta da Zubin Mehta. Una prima volta con la prestigiosa orchestra della sua città.

Cominciamo da Gershwin: che cosa rappresenta per te? Libertà, profondità?

Libertà, la sposo subito! Forse è un’impressione che provavo anche da bambino, ma di sicuro è quello che provo oggi. Significa sentire una musica che non ha bisogno di essere definita. Musica e contenuto non catalogabili: finalmente. Per chi fa il musicista la cosa più importante è proprio cercar di sfuggire alle catalogazioni che ti vengono date e che poi influenzano quello che fai successivamente. Gershwin è un ottimo esempio di libertà estrema nel comporre, come del resto Piazzolla e tanti altri. Non parliamo di Frank Zappa e dei Beatles… In pratica tutti quelli di cui parlo nel libro hanno tentato di essere liberi e ci sono pure riusciti.

Tu scrivi di musicisti che vogliono salvare il proprio mondo rinchiudendosi in una fortezza come Ravel e di altri, invece, che il mondo attorno lo vivono. Gershwin era tra questi ultimi?

Eh sì, lui c’era. Era lì, nel mondo, e ha fatto la colonna sonora di quegli anni, così come Scott Fitzgerald con Il Grande Gatsby ne ha scritto il libro. Anzi, mi viene il dubbio che non sia stato Gershwin a fare la fotografia di un’epoca ma che sia quell’epoca che si sia conformata alla Rapsodia in Blu!

Le categorie ti danno l’allergia, questo si è capito. Ma la distinzione tra cultura alta e bassa c’è ancora oggi…

Guarda, io penso che la distinzione tra cultura alta e cultura bassa serva per distrarci. Ed è un’operazione che viene dall’alto. Perché se parliamo del basso, dei cosiddetti strati popolari della popolazione, alla gente un film o una musica piace o non piace. Invece in alto ci si pone un sacco di problemi: decidere che “questo non è interessante, questo non è bello, questo ha un sacco di difetti” ecc. Ma tutti questi distinguo non ci fanno godere di un film o di un brano musicale per poi decidere, nel caso, se ci piace o no. È una grandissima opportunità che sprechiamo.

Mi viene in mente la cosiddetta scuola di Darmstadt che negli anni 50-60 sosteneva una musica basata su architetture molto razionali e astratte che quasi respingeva il pubblico. E magari chi si lasciava andare di più verso la melodia veniva accusato di essere un “borghese”.

Era un periodaccio, quello che racconti. Io penso semplicemente che la musica debba essere un campo libero in cui anche il pubblico può prenderla come crede. Ma se si usano – come fanno ancora molti compositori contemporanei – miliardi di parole per spiegare un brano di cinque minuti, allora significa che c’è un problema. La musica è prima di tutto linguaggio che dovrebbe portare contenuti molto più alti di quelli che porta la parola che può essere sempre travisata, mentre la musica no, parla direttamente alla pancia delle persone.

Esiste una musica che provoca più emozioni di un’altra?

Ognuno si emoziona come crede, è il bello della varietà ma è difficile parlare di musica bella o brutta, che sono categorie non definibili scientificamente. Mentre invece scientificamente è rintracciabile nella musica un tipo di suono che ci “fa bene”: è una questione tutta fisiologica. Per fare un esempio, c’è una questione aperta tra i musicisti sull’accordatura degli strumenti. Oggi per convenzione viene fatta sul La a 442 hertz ma molti vorrebbero tornare a 432, con una frequenza, cioè, più vicina alle sequenze numeriche che si ritrovano in natura. Io sono d’accordo, perché la frequenza che si alza in realtà non fa bene al nostro organismo e infatti a casa io ho un piano accordato a 432 hertz.

Nel tuo libro c’è un personaggio, la fantomatica musicista Belinda che è una convinta sostenitrice della frequenze a 432 hertz. Che mi dici?

Sì, però prima dimmi tu di Belinda…

Beh, Belinda sei tu!

Ah, sì sì. Cioè, non sono io, è un personaggio inventato. Per l’appunto mi hai beccato perché lei la pensa allo stesso modo…Ti spiego: stavo cercando un musicista che avesse trattato questi argomenti, non lo trovavo e allora l’ho inventato (ride)!

C’è stato qualcuno che ci ha creduto?

A dir la verità tutti pensano che la compositrice Belinda sia vera, finché non leggono la nota finale. Ma tu l’hai capito subito?

Nel libro riporti una intervista a Belinda piuttosto strana e poi risuonava qualcosa delle invenzioni di cui tu e David Riondino eravate maestri nel programma Dottor Djembé su Radio3.

Ecco sì, Belinda è una piccola “macchia” del dottor Djembé!

Una domanda, diciamo, di attualità: che ne pensi di Quentin Tarantino che ha paragonato Ennio Morricone a Mozart?

(ride) Innanzitutto lui sta in America e l’ha detto alla festa del Golden Globe. Forse (ride ancora) era un po’ su di giri, quindi, di conseguenza, confonde un po’… visto poi che iniziano tutti e due per la M, Morricone, Mozart… Non so, bastava dire che Morricone è un grande della musica, che va benissimo.

Il tuo programma alla Rai Sostiene Bollani? Come è andata a finire?

È andata proprio a finire. Nel senso che la prima edizione del programma me l’avevano proposta loro e c’era un grande entusiasmo. La terza, che avevo proposto io, non si fa. Perché? Non lo so. Il programma doveva iniziare a gennaio ma non c’è. È un mistero anche tentar di capire il motivo. Politico, personale? La Rai è come il Vaticano, non ti dicono niente.

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In Thailandia un villaggio per i lavoratori migranti. Fatto di container di metallo

ANSA EPA/DIEGO AZUBEL

File di container di metallo color giallo sole, che si ripetono per tre piani, come fossero case. Anzi, sono case. A Samut Prakan, periferia di Bangkok, in Thailandia, un’impresa di costruzioni ha pensato di installare una specie di villaggio a uso abitativo per i lavoratori migranti impegnati in un progetto che durerà circa tre anni, e per le loro famiglie. Lo chiamano “Container Village for Migrant Workers” e i lavoratori in questione arrivano da Cambogia, Myanmar e Laos, ma ci sono anche molti thailandesi. In totale, sono più di 400 e fanno parte dell squadra di costruzione che lavora su due siti separati, ma per lo stesso datore di lavoro.

Scale e passerelle, all’interno, collegano i grandi container. Ogni blocco di 12 metri è diviso in quattro “case”, e in alcune ci vive un’intera famiglia. La corrente elettrica, c’è. Ogni casa è dotata di prese per la corrente e spesso al loro interno c’è posto anche per una tv o un impianto per la musica. Mentre i bagni e l’acqua corrente sono in uno spazio comune, dove sono state collocate quattordici grandi vasche per i migrant workersTutto intorno: negozi di generi alimentari, una scuola e un parco giochi per i figli degli operai. Campi di pallavolo e di speck takraw.

Arrivare in Thailandia, per un migrante, non è cosa semplice. Nemmeno se chi ci prova sta scappando dai campi di prigionia nella giungla al confine con la Malaysia Le politiche migratorie di Bangkok sono durissime e prevedono anche i respingimenti in mare. E non mancano i traffici illeciti: la scorsa estate 72 persone – tra cui un alto generale dell’esercito e alti ufficiali – sono state incriminate con l’accusa di traffico di esseri umani.

A dire del reporter, la gran parte degli abitanti di questo strano villaggio sta bene, anche se le condizioni di vita potrebbero essere migliori. Perché è di lavorare in Thailandia che sono contenti, quasi tutti dicono di non voler tornare nei loro Paesi d’origine quando il lavoro del momento sarà finito. Un nuovo progetto arriverà. E allora il villaggio sarà smontato e riposizionato per continuare a essere la loro casa temporanea.

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Gallery a cura di Monica Di Brigida