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Citto Maselli: La mia Lettera aperta… alla sinistra in crisi

Il 10 ottobre è una data importante per chi ama il cinema. Arriva infatti nelle sale Citto, il film documentario realizzato da Daniele Ceccarini e presentato, in anteprima, al Pesaro film festival. Un lavoro interessante, incentrato sulla figura del grande regista Citto Maselli di cui si ricostruisce il profilo, la storia, il lavoro ma non solo. Citto (il nome deriva dal diminutivo di Francesco ed è frutto dell’intuizione di suo zio Luigi Pirandello), utilizza foto d’epoca che lo vedono con ad autori come Zavattini, Visconti, Antonioni, brevi frammenti di film in cui si riconoscono attori straordinari come Gianmaria Volonté, Claudia Cardinale e tanti altri, amici, registi, collaboratori, compagni di vita e di impegno politico.

Maselli, sulla soglia dei 92 anni rivendica la propria identità e il proprio ruolo politico. Scorrono e si alternano nel documentario, personalità del cinema a dirigenti politici, intellettuali, uomini e donne che lo  hanno incrociato  nel suo percorso. Grazie anche alla collaborazione della sua compagna Stefania Brai, abbiamo avuto modo di intervistare il maestro Citto Maselli nel senso profondo del termine, che ha conservato l’anima giocosa, profonda ma limpida con cui ha attraversato il secolo e le sue risposte conservano una forza e una modernità che hanno ancora molto da insegnare.

La prima domanda è d’obbligo: si riconosce nel modo in cui è stato raccontato nel lavoro di Daniele Ceccarini?
Francamente provo quasi imbarazzo per come il film di Daniele si esprime positivamente nei miei confronti. Mi piacerebbe poter essere davvero come sono raccontato nel film. Ma voglio anche dire che il regista e i suoi collaboratori hanno fatto un lavoro eccezionale, considerando oltretutto che è un film interamente autoprodotto. La cosa che più mi ha colpito e commosso è l’amore di Daniele verso il cinema in generale e verso il mio cinema.

Le attrici e gli attori con cui ha lavorato hanno un modo di parlare di lei che colpisce. Colgono la sua capacità  nel dirigerli sul set e contemporaneamente dicono di sentirsi profondamente rispettati come professionisti. Più di uno parla di amore verso chi è inquadrato dalla cinepresa. Cosa pensa di queste considerazioni?
Nel corso degli anni in realtà ho modificato il mio modo di lavorare con gli attori. Sono partito dall’estrema autoritarietà, seguendo Visconti e in parte Antonioni, nel senso che tendevo ad impostare nei dettagli tutta la recitazione. Poi sono cambiato radicalmente: cerco prima di tutto il rapporto umano e riscrivo il copione mano a mano che va avanti il mio lavoro con gli attori. Ho un profondo rispetto del loro lavoro perché conosco a fondo quanto è delicato e difficile (forse anche perché sono stato per molti anni il compagno di un’attrice). E sono molto felice che questo rispetto venga recepito dagli attori che hanno lavorato con me.

Ceccarini coglie il valore politico del suo lavoro. Come spiegherebbe ad un regista di oggi l’importanza di fare una scelta militante?
Gli racconterei quello che mi ha insegnato Luchino Visconti, di cui ho avuto l’onore di essere stato amico e assistente alla regia: da un lato l’etica del lavoro e dall’altro la consapevolezza che stai facendo un lavoro artistico ma che insieme hai una enorme responsabilità umana e sociale, che poi è anche politica. È la lezione che io, da comunista, ho cercato di mettere in pratica nella mia vita. Come ho già detto, sono dell’idea che non solo questa società debba essere cambiata, ma che l’arte ha una responsabilità e una possibilità in più in questo processo di cambiamento, per contribuire a creare una coscienza generale. Direi ad un regista, oggi, che anche con l’arte si può cambiare il mondo.

Nel docufilm c’è una attenzione particolare sugli inizi, a partire dall’esordio con Zavattini in Storia di Caterina. Come ricorda quell’esperienza?
Zavattini oltre che un grande scrittore e sceneggiatore è stato un grande intellettuale. Intellettuale avido di confrontarsi sui grandi temi del presente con altri intellettuali e con i giovanissimi che lo incuriosivano. Io ero tra questi nel 1951, quando passavamo delle lunghissime serate da lui con Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci e Augusto Frassineti per un film a episodi da immaginare e scrivere, ma in realtà per discutere di tutto: dalle ombre viola di Manet alla modernità sbalorditiva di Goya, dalla riscoperta di Gongora alla pubblicazione di Sant’Elia da Scheiwiller, dal ruolo dell’Unione sovietica di allora alla guerra in Corea dove erano intervenuti da poco “i volontari cinesi” creando discussioni a non finire e portandoci fin da allora implacabilmente al tema centrale della pace. Zavattini aveva visto uno dei miei primi documentari: Bagnaia. Ne era entusiasta e mi dette la possibilità di fare il mio vero primo film. Era convinto che avrei fatto una cosa giusta e forse è la cosa più bella che ho fatto. Con Zavattini si sviluppò poi un sodalizio politico-culturale che è durato 50 anni, fino alla sua morte.

Lei ha provato a rivoluzionare il festival di Venezia mettendo in connessione esperienze artistiche anche molto diverse fra loro. Pensa che nel cinema, come nella vita sociale, sia ancora praticabile il concetto stesso di “rivoluzione”?
La “rivoluzione” di Venezia era nella trasformazione del festival in una istituzione che proponeva a tutti gli artisti di tutto il mondo e di tutte le discipline un laboratorio di sperimentazione, esposizione e confronto capace di consentire alla cultura e all’arte uno sviluppo slegato dalle logiche mercantili e dagli infiniti condizionamenti che pesano su questo settore determinante nella e della vita di tutti. Anche quella piccola rivoluzione è stata poi sconfitta con un ritorno alla cosiddetta “normalità”. Così come sono state sconfitte quasi tutte le conquiste sociali e culturali della metà degli anni 70, che riguardavano i diritti fondamentali dei lavoratori. Per cui sì, il concetto di rivoluzione – nella produzione artistica così come nella società – non solo è ancora praticabile, ma sempre più necessario. C’è uno straordinario editoriale dei primi anni 70 di Luigi Pintor che finisce con parole per me illuminanti, il cui senso ho cercato di illustrare in tanti miei film: lui parla della globalizzazione, dei suoi effetti devastanti, del dominio dell’economia e del profitto ai danni dei parlamenti che divengono “lacci e laccioli” e dei sindacati che non sono altro che “nemici da battere”; tutto ciò – dice Pintor – determinerà migrazioni di interi continenti, vi saranno catastrofi e tragedie inenarrabili: «finché la terra tremerà di nuovo sotto i nostri ben calzati piedi».

Ripensando a Lettera aperta a un giornale della sera cogliamo ancora una grande attualità micidiale, anche se il mondo del XXI secolo è profondamente cambiato. Quali corde voleva toccare con quel film?
In Lettera aperta parlavo di sentimenti e contraddizioni che avevo io stesso vissuto sulla mia pelle: non era una storia vera, ma vero era il meccanismo del rapporto tra intellettuali e partito. È il tentativo di raccontare proprio il disagio profondo di essere persone che vogliono cambiare il mondo dentro un ambiente tutto organizzato per la costruzione del consenso, per l’adeguamento all’esistente. Chiunque sia comunista, in una società capitalistica, vive queste contraddizioni: gli intellettuali in particolare, che hanno canali privilegiati di potere, di denaro, di esposizione mediatica. Oggi il ruolo degli intellettuali comunisti – ma direi di qualunque intellettuale degno di questo nome – è quello della costruzione assidua, accanita di una cultura critica, di un’intelligenza critica della realtà. Dice Gramsci: «Lottando per modificare la cultura… si lavora a creare una nuova arte, non dall’esterno … ma dall’intimo, perché si modifica tutto l’uomo in quanto si modificano i suoi sentimenti, le sue concezioni e i rapporti di cui l’uomo è l’espressione necessaria».

Chi parla, nel documentario di “Storia d’amore” ne coglie il profondo senso politico, anche qui lei sembra sperimentare qualcosa nel narrare che oltrepassa ogni definizione di genere. È questo anche un manifesto profondo del tuo essere comunista?
Ho sempre cercato di sperimentare linguaggi diversi a seconda di quello che volevo esprimere. Quando dico che i film sono prototipi e non prodotti, voglio dire proprio questo: ogni film è un’operazione espressiva unica che non può e non deve ricadere nelle formule preordinate. Riguarda l’essere autore più che l’essere comunista. Se poi le due cose coincidono…

Wilma Labate racconta dei giorni del G8 di Genova in cui andaste in tanti, come registi, a costruire un racconto collettivo necessario. Esiste ancora secondo lei il bisogno di un intellettuale collettivo in grado di capire il presente?
I film collettivi sono nati dall’esigenza di molti autori di raccontare la realtà più profonda delle conflittualità che non sono sempre e necessariamente lotta di classe. Per questo costituimmo l’associazione “Cinema del presente”. La progettazione, la scelta dei temi, la chiave di lettura era frutto di un lungo lavoro collettivo, ma poi lo “sguardo” sulla realtà era ovviamente individuale, per tornare con il montaggio, a formare un “racconto collettivo”. Ma non si può parlare di intellettuale collettivo. Se poi mi chiedi se penso che per capire il presente e ancora di più per cambiare il presente ci sia bisogno di un partito-intellettuale collettivo, la risposta è assolutamente sì.

Il mondo intellettuale e culturale che viene raccontato nel lavoro di Ceccarini  rappresenta con molte sfumature il suo modo di guardare al mondo e all’umanità. Quali sono quelle per lei più importanti?
Sempre guardando alla conflittualità di classe: non però in modo astratto ma attraverso le sofferenze, le contraddizioni, le difficoltà umane e individuali oltre che sociali.

Da ultimo c’è una scena in cui Ken Loach racconta di quando concludendo una serata con vari registi, lei intonò l’Internazionale e gli altri le vennero dietro, ognuno con la propria lingua. È forse quella “futura umanità” in tutte le lingue che dobbiamo, come ogni utopia, continuare ad inseguire?
Assolutamente sì. La versione francese dell’internazionale dice infatti che l’internazionale sarà “il genere umano”.

La pacchia di Giorgia

Ve la ricordate quando Giorgia Meloni diceva «è finita la pacchia» lasciando presagire una sua entrata in campo, questa volta nel lato di chi governa, che non avrebbe lasciato scampo a tutti? Ieri Giorgia Meloni durante la riunione dell’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia ha detto che «ci troviamo di fronte alla fase forse più difficile della storia della Repubblica italiana: siamo nel mezzo di un conflitto, i cui contorni sembrano irrigidirsi ancora di più. Restano incognite sul tema della pandemia, viviamo una crisi economica e energetica che sembra destinata a provocare un effetto domino sui prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari».

Giorgia Meloni che prometteva un’Italia «libera dalle catene dell’Europa» ieri si è affrettata a scrivere che «la lettera del presidente della Commissione europea @vonderleyen ai capi di Stato e di Governo Ue è un passo in avanti per far fronte alla crisi energetica. Una sfida europea che come tale deve essere affrontata e che deve vedere gli sforzi di tutti per aiutare famiglie e imprese».

Lo so, sembra incredibile. Del resto è la stessa Giorgia Meloni che nel 2012, nel bel mezzo del governo Monti, diceva che «non saranno i tecnici a salvare il mondo, ma la politica. Solo i politici, a differenza dei tecnici, sono portatori di una visione del mondo». Poi si scagliò contro il comitato dei saggi voluto da Napolitano per le riforme: «l’idea che pochi tecnici non eletti da nessuno – disse – o pochi politici con idee contrapposte, possano offrire soluzioni all’Italia senza ricorrere a dei compromessi al ribasso su ogni tematica è un’utopia che abbiamo già pagato a caro prezzo nel corso dell’ultimo anno». Fino a qualche settimana fa, parlando dei ministri tecnici del governo Draghi, li descriveva come “gente non voluta dagli italiani”. Ora invece è ormai assodato che nel suo prossimo governo ci saranno ministri “tecnici”: «Se non c’è un politico adeguato, nessun problema ad affidarsi a tecnici». Bene così.

Uno degli aspetti più tragicomici del governo Meloni che deve ancora iniziare è che dopo anni passati a ripetere “siamo pronti, dateci solo le elezioni”, ora ancora prima di cominciare li sentiamo dare la colpa alla guerra, al Pnrr, alle bollette e al quaderno mangiato dal cane. Ha ragione da vendere Carlo Calenda quando dice che «all’opposizione dicono che l’Ue va ribaltata, i barconi affondati e promettono tutto; quando arrivano al governo nominano i tecnici, diventano europeisti e spiegano che per responsabilità istituzionale non possono mantenere le promesse». Peccato che lui abbia fatto lo stesso con il nucleare ma vabbè.

Sta di fatto che la pacchia finita sembra essere quella di Giorgia, alle prese con il governare a cui anelava. Intanto fuori la crisi economica – per le bollette e per l’aumento dei prezzi – rischia di diventare presto una crisi sociale. Gli arrabbiati che hanno foraggiato Meloni rischiano di rivoltarsi contro. E anche questa è una storia già sentita. Chissà se il centrosinistra (o l’area progressista, come la chiamano quelli che si vergognano di pronunciare la parola sinistra) dovrebbe essere pronto.

Buon giovedì.

Nella foto: Giorgia Meloni e Luca Ciriani all’esecutivo di Fratelli d’Italia, Roma, 5 ottobre 2022

L’architettura di Mario Botta, antidoto a kitsch e post-moderno

Su Mario Botta il mondo degli architetti è diviso. Da una parte vi è il gruppo che vuole una architettura dinamica, aperta, slanciata nelle direttrici del mondo circostante, dall’altra c’è chi aspira ad una architettura chiusa su stessa, statica, spesso simmetrica che si pone in maniera autonoma nei luoghi. Proprio per la stessa statura dell’architetto – ticinese di nascita e residenza, ma profondamente legato per formazione alla cultura italiana – i due gruppi sono non-comunicanti, anzi ostili. Gli uni – diciamo i decostruttivisti – snobbano, gli altri – chiamiamoli gli accademici – ammirano. Appartengo al primo gruppo. Ecco dunque subito il valore della mostra “Mario Botta. Sacro e profano” al Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Maxxi) di Roma (la cui chiusura è stata prorogata a domenica 23 ottobre, ndr). Spingere a ripensare, riflettere, apprezzare al di là degli steccati partigiani per cercare un parere il più possibile equilibrato.

Vale la pena ricordare che sul finire degli anni Settanta del Novecento il giovanissimo Mario Botta – nato nel 1943 a Mendrisio dove ha il proprio studio e dove ha fondato una sua Accademia di Architettura – rappresentava una luce in un mondo dell’architettura che stava diventando invaso da archi e colonne e da un kitsch che combinava il pop di Las Vegas con una ricostruzione dell’antico come quella dei cellophane trasparenti che si vendevano nei libretti al Colosseo. Botta in questa fase aveva creato alcune opere sobrie. Usava quasi sempre un mattone in cemento grigio (il ”Leca” di norma 50 centimetri per 25) che definiva una costruzione secca, ritmica e stereometrica. Ma allo stesso tempo l’architetto apriva grandi aperture sul paesaggio e intriganti doppi livelli negli interni, giocava con luce e ombre, usava l’angolo retto, ma a volte anche forme curvilinee. Una parrocchia, una piccola casa, una scuola apparivano baluardi contro il kitsch e il post-moderno. Si era laureato nel 1969 allo Iuav con Carlo Scarpa e Giuseppe Mazzariol (veneziano come Scarpa e direttore della Fondazione Querini Stampalia) e aveva lavorato in precedenza con Louis Kahn e Le Corbusier. Aveva anche lui subito una “certa” influenza da Aldo Rossi, ma i due maestri gli avevano fornito un robusto antidoto. Faceva parte della cosiddetta Scuola ticinese comprendente per esempio il valente coetaneo Ivano Gianola, Mario Campi ed altri tutti presenti nella mostra del 1975 a Zurigo “Tendenzen – Neuere Architektur im Tessin”.

Con il mio amico e collega Luigi Franciosini avemmo giovanissimi la fortuna di costruire una grande villa. Anche noi guardavamo a Le Corbusier e a Kahn e trovammo in Mario Botta un fratello maggiore. Per spiegare come vanno le cose tra schieramenti, Bruno Zevi appena vide la casa inorridì e disse: “Ma è Botta questo, no giammai!”. Fu pubblicata lo stesso nella Guida Zanichelli dell’Architettura italiana la nostra Villa a Sutri. Credo che l’aneddoto sia istruttivo per spiegare la rilevanza del giovane Botta nei primissimi anni Ottanta. Godeva di straordinaria stampa in Italia soprattutto Lotus International e un poco Casabella, il giovane Francesco Dal Co ne era un attento estimatore e soprattutto lo storico inglese Kenneth Frampton, che cercava di costruire un argine contro il kitsch post-modernismo che dilagava negli Stati Uniti, trovava in Botta un campione di “Regionalismo critico”. Frampton intendeva dire che il linguaggio di derivazione modernista aveva la forza di essere declinato in maniera ogni volta diversa a secondo delle aree geografiche, storiche e culturali in cui nasceva l’opera. Gli architetti di Spagna e Portogallo e Mario Botta e la “Tendenza” del Canton Ticino costituivano ottime prove di questa tesi.

Un modello della Sinagoga cymbalista, realizzata da Mario Botta a Tel Aviv (1996–1998) in mostra al Maxxi di Roma

Eppure, nonostante le belle promesse, mano a mano che gli anni Ottanta avanzavano, i progetti di Botta si ingrandivano di dimensione, diventavano enfatici e cominciavano a rendere – almeno chi vi scrive, che pure ne era stato un ammiratore – perplesso. Se alla piccola dimensione di una casa mono familiare una certa staticità di impianto e di forme erano quasi preziose, quando la dimensione aumentava le opere diventavano sempre più rigide e monumentali anzi, diciamola tutta, pretenziose. Molti, forse troppi incarichi legati al grande successo non facilitavano un senso della misura. Alcune opere – come il museo a San Francisco – apparivano come una gigantesca montagna artificiale calata dall’alto. Quanto di più amavo i Morphosis architects – che avevano creato il Palazzo Federale molto vicino all’edificio di Botta – con le loro mutevolezze, le loro vibrazioni di materiali, il loro cambiare lo stesso edificio a seconda delle caratteristiche delle strade e della città circostante. A questo punto creai un teorema. Botta era sempre molto bravo, ma solo nel piccolo, non nel grande. Per esempio avevo molto apprezzato la biblioteca come addizione alla Villa del professor Oechslin a Einsiedeln oppure negli interni come quelli della Fondazione Querini Stampalia a Venezia.

Torniamo ora alla mostra al Maxxi e alla ricalibratura di questo giudizio. Innanzitutto l’esposizione è stata una gioia degli occhi. All’entrata la successione di una serie di modelli in legno hanno una bella intensità plastica e suggeriscono un respiro spirituale: accolgono il visitatore con una grande impressione di bellezza (eh si!). Ci ricordano che Botta conosce l’arte e si autodefinisce scultore e architetto ed è stato vicino al minimalismo anni settanta alla Donald Judd. Ma quello che era stato a volte greve nelle sue opere, in questa ouverture alla mostra diventa plastico. La tensione dei due corpi sono un yin e yang, un abbraccio: non voluttuoso come il Ginger e Fred – la celebre costruzione di Frank Gehry a Praga – ma che invita ad un respiro profondo nella sua stessa ieraticità.

Un modello della chiesa di Santa Maria degli angeli realizzata da Mario Botta sul Monte Tamaro, in Svizzera, tra il 1990 e il 1996, in mostra al Maxxi di Roma

La mostra prosegue sempre mettendo in primo piano i modelli in legno massello delle sue architetture. A volte in sezione fa comprendere la spazialità, a cominciare dal San Carlino alle Quattro Fontane che Botta ricostruisce al vero a Lugano con una interessante scarnificazione per far emergere il dirompente significato spaziale. E poi molte chiese, visto il tema della esibizione. Il ciclo in cui si inserisce “Mario Botta. Sacro e profano” si chiama Nature. Ve ne sono state sette e ricordo molto bene quella bellissima di Francesco Venezia, che forse era stata la prima, e poi quella di UNstudio per la mia vicinanza a questo studio d’avanguardia (quasi agli antipodi di Mario Botta, per intenderci). Il ciclo Nature funziona bene: senza avere il peso di una vera e propria personale, ordina sufficienti materiali per far conoscere e per riformulare quando necessario il giudizio su un autore.

Mario Botta in questi materiali e in questi progetti esce affermando la statura di un architetto di primo piano: e poi il tema del sacro (molto più presente del profano – cioè i Musei – nella esibizione) ben si addice ai motivi della sua architettura. Ormai Botta è in grado di temperare la sua propensione al monumentale e allo statico con uno studio accurato di geometrie di rotazione che, come se fossero mani legate insieme o lastre di una formazione rocciosa complessa, aprono interstizi e fessure di luce nell’ombra. Trasmettono un aura di trascendenza, un risultato non trascurabile.

Accompagna il catalogo un piccolo libro molto interessante a cura di Pippo Ciorra e Margherita Guccione e che ci fanno cogliere il centro della mostra. «Se è facile passare dalle case di Botta ai suoi musei – scrive Ciorra – certamente è ancor più facile passare dalle case alle architetture religiose, “case” più grandi e accoglienti e più condizionate da questioni liturgiche, ma non necessariamente più severe o più monumentali. Grazie a chiese, sinagoghe, moschee, Botta ha spesso l’occasione di allontanarsi dai centri urbani e ritrovare l’amato rapporto esclusivo tra oggetto architettonico e luogo. I suoi edifici di culto sono grandi “case rotonde” o corpi “innalzati” nel paesaggio dove l’autore ha anche l’occasione per dispiegare l’amore per le altre arti e per la collaborazione interdisciplinare. Come nel caso di quello che appare come uno dei suoi capolavori, vale a dire la Cappella di Santa Maria degli Angeli realizzata insieme a Enzo Cucchi sul Monte Tamaro, una vera performance architettonica e spaziale applicata a un paesaggio speciale».

«I suoi musei – scrive Margherita Guccione – sono come cattedrali dell’arte o chiese luoghi di culto e di cultura in cui convivono purezza e simmetria delle forme, uso simbolico e strutturale della luce, gravità dei volumi e utilizzo di materiali naturali, in una sintesi spaziale potente e rivelatrice che sfida lo scorrere del tempo».

Da ricordare che Mario Botta ha costruito moltissimo in Italia a Rovereto, a Lecco, a Parma, a Pordenone, a Firenze, a Como e come si diceva a Venezia e ancora in molte altre città. Una sua opera molo interessante presente in mostra è La chiesa del Santo Volto a Torino. Vale senz’altro una visita ed una riflessione come la poetica cappella con Enzo Cucchi al Monte Tamaro sopra ricordata dal co-curatore.

* L’autore: Antonino Saggio è architetto e urbanista, docente di Progettazione architettonica e urbana all’università La Sapienza di Roma.

In alto, una vista della mostra “Mario Botta. Sacro e profano” al Maxxi di Roma

La soluzione contro le diseguaglianze è tassare gli extraprofitti delle aziende energetiche e redistribuire le risorse

Da diversi mesi siamo tornati a riesumare un termine che sembrava essere ormai riservato ai libri di storia, ai resoconti del problema economico simbolo degli anni Settanta del Novecento, ossia la “stagflazione”, sintesi di stagnazione e inflazione.
Il termine fu coniato per indicare una situazione ritenuta fino ad allora pressoché impossibile da incontrare, ovvero la compresenza di crescita economica nulla o negativa e di prezzi in aumento. Ad eccezione che in situazioni estreme di iperinflazione, i due fenomeni erano considerati incompatibili in quanto, generalmente, i prezzi aumentano quando un’economia cresce e l’adeguamento della produzione non tiene il passo dell’espansione della domanda; mentre quando un’economia ristagna e la disoccupazione aumenta, solitamente ristagnano anche i prezzi.

Negli anni Settanta – analogamente a oggi – all’origine di tale situazione vi fu un drastico restringimento dell’offerta di una fonte energetica, quando i paesi dell’Opec (l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) ridussero l’esportazione di prodotti petroliferi verso i paesi che sostenevano la guerra dello Yom Kippur nel 1973-1974, portando a quintuplicarne il prezzo. Quando il prezzo dell’energia sale i maggiori costi di riverberano su tutti quanti i beni e servizi finali, essendo uno dei fattori produttivi centrali in tutti i tipi di produzione. Come vediamo anche oggi, le imprese tenderanno inevitabilmente a trasferire l’aumento dei costi energetici sui consumatori e a limitare al contempo la produzione e l’occupazione, producendo così quell’accoppiata di recessione e inflazione alla quale ci troviamo nuovamente di fronte dopo cinquant’anni.

In tale frangente le autorità di politica economica si trovano messe in un angolo: non possono stimolare l’economia perché ciò si rifletterebbe soltanto in ulteriori aumenti dei prezzi; e non possono concentrarsi solo sulla riduzione dell’inflazione per non aggravare ulteriormente la recessione e i problemi occupazionali.

Oggi ci troviamo in una situazione molto simile. Il taglio di tre quarti delle forniture di gas all’Europa deciso dalla Russia in risposta alle sanzioni, ha comportato un’esplosione del prezzo dell’energia e quindi dei costi di tutte le filiere produttive – in una situazione in cui già i prezzi stavano salendo a causa della crisi delle catene produttive globali indotta dal Covid e da altre tensioni internazionali. Ecco quindi che anche oggi cercare di aumentare l’occupazione e sostenere i redditi rischia di far salire ulteriormente i prezzi, poiché la produzione risulta relativamente bloccata nel breve periodo; mentre alzare i tassi di interesse per moderare l’inflazione rischia di provocare effetti disastrosi in termini sia sociali che finanziari.

L’inflazione, com’è noto, aggrava le disuguaglianze: avvantaggia i soggetti maggiormente in grado di adeguare i propri prezzi ai maggiori costi di produzione mentre per tutti gli altri l’aumento dei prezzi comporta un trasferimento dal basso verso l’alto, poiché impatta proporzionalmente di più sui redditi bassi e meno su quelli più alti.

In una situazione di questo tipo si è soliti richiedere un adeguamento dei salari all’inflazione, cosa che però non viene concessa adducendo la motivazione che in questo modo si rischierebbe solo di innescare la “spirale prezzi-salari”: le imprese continueranno ad alzare di conseguenza i loro prezzi che a loro volta richiederanno un adeguamento salariale e così via, in una spirale in aumento.

Al contempo, però, alleviare la situazione di imprese e famiglie utilizzando gli scostamenti di bilancio (aumenti del deficit pubblico), di cui si è discusso in campagna elettorale, sebbene in certa misura necessario rientra anch’esso tra le politiche che potrebbero aggravare l’inflazione in quanto incrementa la quantità di denaro in circolazione.

Come fare dunque a proteggere le fasce meno abbienti senza aggravare l’inflazione? L’esperienza della stagflazione degli anni Settanta ci offre spunti, oltre che per la diagnosi, anche per due tipi di terapie. La prima è che se nel breve periodo non puoi incrementare o sostituire la produzione di energia, né puoi ridurre i prezzi – e se non puoi né aumentare il denaro in circolazione né ridurlo – allora l’unica soluzione è la redistribuzione. Si tratta di attivare un trasferimento di denaro innanzitutto dai soggetti che si stanno avvantaggiando del blocco energetico, che incassano extraprofitti non meritati in quanto dovuti a un evento esterno contingente, alle fasce sociali che più subiscono il problema. Da questo punto di vista, l’atto di tassare l’intera quota di extraprofitti e girarli alla cittadinanza in base al reddito (o anche in cifre uguali per tutti, per semplicità burocratica), non è altro che un atto doveroso in base a qualsiasi elementare principio di equità. Parliamo di extraricavi per 50 miliardi di euro che al momento si stanno invece spostando da chi guadagna meno a beneficio di poche grandi aziende che stanno facendo profitto sull’aspettativa che la continuazione della guerra faccia proseguire il blocco delle forniture di gas. I vari bonus bollette e benzina vanno in questa direzione sebbene siano legati a una tassa sugli extraprofitti, quella del governo Draghi, decisamente debole e mal congegnata, per cui solo una percentuale minima di profitti è stata acquisita dallo Stato il quale l’ha poi distribuita a una platea ristretta stabilita con criteri decisamente arbitrari (i soli lavoratori dipendenti e a discrezione del datore di lavoro, senza tenere conto di tutte le varie forme di precariato e povertà). Del resto, i governi di destra si riconoscono dall’abilità con cui trasformano politiche di diritti e giustizia sociale in mere concessioni occasionali per alleviare qualche situazione.

La seconda lezione che ci viene dagli anni Settanta è meno immediata ma altrettanto importante. Non riguarda primariamente le aziende energetiche ma il conflitto distributivo più generale connesso all’inflazione. L’esperienza dei paesi che in quel periodo difesero nel modo migliore tanto l’occupazione quanto la stabilità dei prezzi, fu determinata da sindacati forti, con un elevato grado di monopolio della rappresentanza operaia, che (insieme a governi socialdemocratici) seppero adoperarsi per una politica economica di ampio respiro che sostituiva la richiesta di aumenti salariali con l’estensione dei beni e servizi pubblici e del controllo sindacale all’interno dei consigli di amministrazione delle grandi aziende. La moderazione salariale veniva in tal modo compensata da altre forme di benefici economici e sociali, quali servizi di welfare universali, riduzioni dell’orario di lavoro a parità di salario, investimenti nelle politiche attive del lavoro ecc.

Se sindacati e partiti di sinistra avessero il potere di ottenere gli adeguamenti dei redditi all’inflazione, potrebbero usare questa minaccia per scendere a patti con la controparte barattando la rinuncia a tali adeguamenti con un maggior coinvolgimento dei lavoratori o dei sindacati nelle decisioni aziendali o con la trasformazione degli extraprofitti in maggiori salari indiretti o in beni pubblici, impedendo la spirale prezzi-salari senza che ciò comporti un impatto deleterio sui lavoratori meno abbienti.

Se volessimo essere ancora più conseguenti, gli extraprofitti potrebbero “addirittura” essere convertiti in partecipazioni azionarie dello Stato nelle aziende energetiche, ottenendo un controllo che metta i governi in grado di effettuare le forme di redistribuzione di cui si diceva più sopra o di accelerare la conversione energetica a fonti pulite. A suo tempo vi fu una famosa proposta svedese, poi realizzata parzialmente, per cui erano invece i fondi pensione dei sindacati, non lo Stato, ad acquisire le quote azionarie connesse a determinati extraprofitti, facilitando così una forma di democrazia economica indiretta da parte dei lavoratori.

Al di là delle forme specifiche, è utile vedere come la stagflazione comporti vincoli specifici e come storicamente sia stata affrontata anche in modi progressisti.

Nella foto: iniziativa contro il caro bollette, Roma, 31 agosto 2022

Licenziare anche i morti

Ci sono molti dolori nella storia di Sebastian Galassi, il rider morto schiantato contro un suv lo scorso 2 ottobre, in via De Nicola a Firenze, mentre correva per rispettare i tempi dell’algoritmo. C’è la vita di un 26enne che studiava grafica per il web e poi la sera inforcava la bicicletta per racimolare un po’ di soldi, schiavo qualche ora al giorno per provare a mantenersi. C’è una lista di morti schiacciati che comprende William De Rose a Livorno lo scorso 25 marzo, Romulo Sta Ana morto il 29 gennaio a Montecatini e Roman Emiliano Zapata, deceduto il 19 settembre sul Terragno, nel trevigiano.

C’è un settore che continua a tollerare le condizioni precarie (illegali, bisognerebbe avere il coraggio di scrivere “illegali”) di lavoratori che devono correre perché pagati a cottimo, l’ennesimo lavoro dove il rispetto della sicurezza è un costo solo che in questo caso il costo è addossato ai lavoratori. C’è la narrazione delle grandi piattaforme di consegne (Glovo, Deliveroo e Uber) che chiamano tutto questo “flessibilità” e “libertà”, secondo lo schema ma della solita cosmesi linguistica che racconta i diritti come vincoli. Era accaduto qualche anno fa con la “precarietà”, ci siamo cascati, ci ricaschiamo di nuovo.

Ci sono sentenze (a Firenze, a Bologna, a Milano, a Torino, a Palermo) che dicono che questi lavoratori andrebbero inquadrati diversamente ma non vengono rispettate, rimangono nel fascicolo della letteratura dei diritti. C’è Glovo che licenzia un morto: «Gentile Sebastian, siamo spiacenti di doverti informare che il tuo  – si legge nel testo, una comunicazione meccanica e standardizzata senza traccia di contatto umano -. Per mantenere una piattaforma sana ed equa, talvolta è necessario prendere dei provvedimenti quando uno degli utenti non si comporta in modo corretto». Nella mail risalta un particolare importante: i lavoratori sono chiamati “utenti”. Dietro quella parola si sente l’odore di un lavoro che diventa un favore.

Infine c’è la manifestazione convocata oggi a Firenze che otterrà molto meno spazio dei verbosi editoriali di vecchi intellettuali (vecchi perché fuori dal tempo) che scrivono dei giovani che non lavorano perché non hanno voglia di lavorare e non si chiedono mai – nemmeno un volta – se Sebastian avesse accettato un qualsiasi lavoro, in condizioni più umane, senza dover andare forsennatamente in bicicletta per la città per pochi spiccioli.

Buon mercoledì.

Nella foto: incidente in cui è rimasto coinvolto un rider, Milano, 20 settembre 2022

Cesare Damiano: Il Pd non va sciolto ma ricostruito dalle fondamenta

Cesare Damiano, Rosy Bindi, ma non soltanto lei, sostiene che il Pd vada sciolto. Ha ragione?
Dalle ultime elezioni del 25 settembre sono arrivati dall’elettorato alcuni messaggi alla politica molto chiari, il primo dei quali è che la maggioranza dei votanti ha scelto di votare la destra di Giorgia Meloni, penalizzando sia Forza Italia che la Lega, anche se la somma dei voti è la stessa delle politiche del 2018, mentre cresce il dato relativo all’astensionismo. Il secondo messaggio arrivato alle urne riguarda noi del Pd: l’elettorato ha mostrato di non amare il Pd, questo Pd. Chi ci ha votato, più del 19% dei votanti, come ha spiegato bene Alessandra Ghisleri, lo ha fatto poco convintamente o “turandosi il naso”. È evidente che qualcosa nel profondo va cambiato perché il progetto iniziale del Partito democratico ha fallito la sua missione.

La strada indicata dal segretario dimissionario Enrico Letta, del congresso di rinascita la convince?
A patto che si ricostruisca tutto dalla fondamenta: lo Statuto va cancellato, è una formula farraginosa, che anziché fungere da propellente per la auspicata fusione tra cattolicesimo sociale e socialismo democratico, ha volutamente imbalsamato le diverse culture per il timore che l’una prevalesse sull’altra consumando, peraltro, un segretario dopo l’altro, pensando ogni volta che la soluzione fosse sostituire un nome con un altro. E mi lasci aggiungere: basta con le primarie aperte alle truppe cammellate e ai voti comprati con due euro che consentono ad altri, anche dichiaratamente di destra, di scegliere i nostri amministratori e i nostri segretari. Ridiamo potere agli iscritti e iniziamo ad avere il coraggio di scelte nette.

Scelte nette, Letta ha impostato la campagna elettorale proprio indicando la parola “scegli”, ma non ha funzionato. O meglio, gli italiani hanno scelto la destra.
Letta è arrivato un anno e mezzo fa e ha cercato di tenere insieme un partito dilaniato dal correntismo. Si è andati al voto all’improvviso e in piena estate. Non mi piace e non è nel mio stile indicare un colpevole: se le cose non sono andate bene siamo tutti colpevoli visto che ogni decisione è stata presa collegialmente in Direzione. Il problema è più profondo, abbiamo smesso di ascoltare le istanze che arrivano dalle fasce sociali più fragili, siamo stati affetti dal “governismo” e non abbiamo mai affrontato il tema che era sul tavolo dall’inizio, dalla nascita del Pd: l’identità che vogliamo darci. Siamo un partito senza anima e questo gli elettori lo hanno capito. Dove vogliamo guardare? Siamo un partito progressista? Se la risposta è sì allora assumiamo fino in fondo un profilo progressista, calato nel nostro tempo, che sappia dare una visione sulle grandi questioni che attraversano la società: transizione ecologica, occupazione giovanile, riforma del mercato del lavoro, welfare. La pandemia e la guerra dichiarata da Putin all’Ucraina stanno avendo conseguenze su tutta Europa: siamo di fronte alla più grave crisi economica, politica ed energetica dal secondo dopo guerra. C’è bisogno di un progetto radicale che sappia dare risposte ad un mondo nuovo che corre veloce e che richiede una politica densa di contenuti e non di parole.

Matteo Renzi sostiene che il Pd è morto ed è pronto a coprire dal centro lo spazio che si apre, Giuseppe Conte sostiene la stessa cosa ma si posiziona a sinistra.
Matteo Renzi passa il suo tempo a sparlare del Pd, una vera e propria ossessione: il suo partito e quello di Calenda insieme hanno raccolto il 7,8% dei consensi. Come si permettono di dire a noi cosa dobbiamo fare e quale segretario dobbiamo scegliere? Ancora oggi il Pd sconta i gravi errori commessi durante la sua segreteria, a partire dal Jobs act che non Cesare Damiano ma la Corte Costituzionale ha più volte dichiarato illegittimo in diverse parti. Se non ricordo male aveva annunciato le sue dimissioni dalla politica quando portò il Pd al 18% e invece è ancora qui a dare lezioni di politica a tutti. Quanto a Giuseppe Conte, che da avvocato del popolo si è autolegittimato a leader progressista, gli ricordo che il M5s ha perso 6,5 milioni di voti rispetto al 2018. Quindi il mio invito a tutti è ad abbassare i toni, fare un bel bagno di umiltà e concentrarsi sul futuro: in Parlamento sarà necessaria una opposizione ferma e intransigente che soltanto se si guarda all’interesse del Paese e non a quello di bottega si può concretizzare. Il Pd affronterà il congresso, spero lo faccia cambiando forma e sostanza come ho già detto. Ma resta il secondo partito, il primo di opposizione, che quando discute non lo fa nel chiuso di una stanza.

Già dal giorno dopo le elezioni sono fioccate le candidature per la successione di Letta. Stefano Bonaccini è pronto, come Elly Schlein. E poi ci sono Matteo Ricci, Paola De Micheli…
Una scena poco edificante, la stessa a cui si è assistito troppe volte. Capisco chi chiede tempi non troppo lunghi per il congresso, ma se vogliamo davvero avviare una nuova fase costituente occorre serietà, non autolesionismo. Torniamo a guardare fuori dal palazzo, ascoltiamo, le leadership non si costruiscono a tavolino mettendo insieme il pacchetto di voti più consistente tra correnti.

Con chi si dovrebbe alleare il Pd?
Se non capisci chi sei tu e in quale direzione vuoi andare non puoi scegliere il compagno di viaggio. Ma di certo non si va da nessuna parte con i veti. In questi giorni leggo le dichiarazioni di Calenda che dice “o con me o con i 5stelle”, sento Conte che ribatte “con questa dirigenza Pd nessun dialogo”… Penso che il Pd non debba cadere in questo gioco al massacro. Se non si ristabiliscono regole di rispetto reciproco non se ne esce. La campagna elettorale è finita. Se davvero si vuole costruire una coalizione in grado di sconfiggere la destra bisogna costruire un fronte coeso con un progetto alternativo e chiaro. Abbiamo di fronte mesi durissimi a causa della crisi energetica, gli equilibri geopolitici del mondo stanno cambiando. Le famiglie non riescono a pagare le bollette, a curarsi, i giovani se ne vanno all’estero perché qui non riescono a immaginare un futuro professionale dignitoso: di fronte a questo scenario c’è bisogno di una politica che torni a svolgere il suo ruolo. C’è bisogno di competenze, professionalità e, aggiungo, senso del dovere.

Lula e le sabbie mobili del ballottaggio

Una giornata particolare. Il 2 ottobre gli elettori brasiliani non si sono recati alle urne solo per la scelta del presidente della Repubblica, ma anche di un terzo del Senato (composto da 81 senatori) e per il rinnovo della Camera dei deputati. Oltre ai parlamentari e senatori che si insedieranno a Brasília, i brasiliani sono stati chiamati a scegliere nuovi governatori e giunte regionali.
Con il 48% delle preferenze, il candidato alla presidenza Luís Inácio Lula da Silva è partito in vantaggio verso il ballottaggio del 30 ottobre prossimo rispetto a Jair Bolsonaro, fermatosi al 43%. La coalizione di centrosinistra soprannominata “Brasil da Esperança” comprende oltre al Partido dos Trabalhadores, il Partido Comunista do Brasil e i Verdi, mentre la coalizione guidata da Jair Bolsonaro raduna tre partiti di centrodestra, il Partido Republicano, fondato da Edir Macedo, a capo della formazione religiosa neopentecostale “Igreja Universal do Reino de Deus”, il Partido Liberal e il Partido Progressista.

Il discorso di Luiz Inacio Lula da Silva dopo la chiusura delle urne. San Paolo del Brasile, 2 ottobre 2022

Trainato da Bolsonaro, che ne ha preso la tessera soltanto il 30 novembre 2021, nel corso della “Giornata dell’Evangelico” (giorno festivo decretato dal governo Dilma Rousseff nel 2010) il Partido Liberal è passato da 43 deputati nel 2018 a 99 in queste elezioni, diventando il partito più votato del Paese.
Subito dopo, alla Camera, segue la coalizione di centrosinistra guidata da Lula. Con 80 parlamentari eletti essa potrà contare sul sostegno di partiti sinistra come Psol e Rede Sustentabilidade, aggregati a quelli degli sconfitti alle presidenziali Simone Tebet (Mdb) e Ciro Gomes (Pdt), totalizzando 139 parlamentari contro i 187 della coalizione di Bolsonaro.
Alla Camera sono stati eletti ulteriori 145 deputati appartenenti a svariate aree politiche che non fanno capo né a Lula né a Bolsonaro e vanno dal centro all’estrema destra, rendendo il percorso di Lula – in caso di vittoria ai ballottaggi – una corsa in salita per quanto concerne la governabilità del Paese. Ogni forza politica vorrà la sua parte.

Alcuni risultati storici vanno però menzionati in questo scenario politicamente complesso. Per quanto riguarda la rappresentatività delle minoranze storicamente oppresse, la Camera può contare oggi su tre deputate indigene. Oltre a Joênia Wapichana (Rede Sustentabilidade), dopo undici anni lontana dal Parlamento, rientra l’ambientalista Marina Silva, fondatrice della Rede. Si uniscono a loro nella lotta per i diritti dei popoli indigeni e l’ambiente Sonia Guajajara e Célia Xakriabá del Psol, partito fondato dall’ex senatrice del Partido dos Trabalhadores, Heloísa Helena.

Ideatore del Movimento dei Lavoratori Senza Tetto, Guilherme Boulos (Psol), risulta il deputato più votato dello Stato di San Paolo con oltre un milione di preferenze. Eduardo Bolsonaro, primogenito del presidente e proclamato nel 2018 «il deputato più votato della Storia», stavolta ha dovuto accontentarsi di un amaro terzo posto.
Per l’estrema destra brasiliana Eduardo Bolsonaro non è una figura di poco conto. Da Steve Bannon ricevette l’incarico di rappresentare in Sudamerica The Movement che, fino al suo ingresso nel 2019, era una coalizione interamente europea di partiti politici di destra nata per sostenere il nazionalismo populista e respingere l’influenza del globalismo.
Anche se The Movement non è mai decollato, Eduardo Bolsonaro è entrato a far parte dei circoli della destra mondiale, essendo frequentemente invitato agli eventi dei conservatori in giro per il mondo. Assieme a Marie Le Pen e Viktor Orbán, è stato tra i primi politici a congratularsi con Fratelli d’Italia per la vittoria alle elezioni del 25 settembre scorso, condividendo sui suoi canali social una foto di Meloni con la didascalia «la premier dell’Italia è Dio, Patria e famiglia».

Anche se Jair Bolsonaro dovesse perdere le elezioni di quest’anno, il bolsonarismo ha già vinto. Ciò spiega l’ingresso alla Camera dell’ex ministro dell’Ambiente Ricardo Salles, responsabile di minacce agli attivisti per l’ambiente, ai dipendenti della Fondazione Nazionale per l’Indio (Funai) e ai questori che svolgono indagini su crimini ambientali, incrociandole con le sue connivenze, omissioni e tangenti ricevute dall’industria del legname che è nota in tutto il mondo per questa frase: «È necessario approfittare della pandemia per far passare la mandria in Amazzonia». Ovvero, va tolto ogni controllo dello Stato in materia di protezione ambientale, affinché l’industria mineraria, del legname e l’agribusiness distruggano il polmone del mondo.

Chiara la vittoria di Bolsonaro nelle regioni più ricche del Sud, del Centro e Sudovest, dominate da latifondisti bianchi o da oligarchie industriali e gruppi finanziari.
Sebbene tra il 2020 e il 2021 il Pantanal, uno dei biomi più umidi del pianeta, sia stato colpito da una raffica di incendi che ne devastarono il 35% del territorio, i cittadini del Mato Grosso do Sul non sono diventati ambientalisti. Hanno scelto ancora una volta il centrodestra alla Camera e al Senato, e Bolsonaro alla presidenza. Anche la senatrice di centrodestra Simone Tebet, ex alleata di Bolsonaro ed appartenente a un’influente famiglia latifondista della regione ha raccolto i frutti dell’elettorato che dall’agribusiness ne dipende, piazzandosi al terzo posto alle presidenziali.

Al Senato lo scenario si presenta altrettanto complesso per Lula, essendo la maggioranza degli eletti appartenenti all’estrema destra o al centrodestra. Colpisce l’elezione di ex ministri di Bolsonaro come Marcos Pontes, difensore di medicinali senza efficacia contro il Covid-19, la pastora misogina Damares Alves e Tereza Cristina, rimasta conosciuta come “lady veleno” dopo aver legalizzato ogni pesticida e agrotossico. Premiati con una poltrona da senatore anche il pastore omofobo e misogino Magno Malta, l’ex vice presidente e generale dell’esercito Hamilton Mourão e l’ex giudice Sérgio Moro, responsabile della condanna e prigione illegale di Lula nel 2018. Oltre al dilemma della governabilità, Lula dovrà convincere milioni di potenziali elettori di votarlo al secondo turno delle presidenziali senza avere alle spalle un piano economico atto a contrastare il fascino perverso dell’agribusiness su buona parte della popolazione, che vede questo settore come l’unico motore capace di portare il paese allo sviluppo, oltre alla fede in dio. Ha poche settimane per tracciarlo, diffonderlo e difenderlo come alternativa migliore alla devastazione dell’ambiente.

Le regioni del centro del Brasile sono l’esempio lampante di una importante faglia comunicativa nella campagna elettorale del centrosinistra. Lusingati da costanti lodi e visite, e premiati con titoli di proprietà da Bolsonaro e “lady Veleno”, migliaia di invasori di terre indigene hanno visto regolarizzare la loro condizione in cambio di voti: da proprietari terrieri abusivi sono diventati “cittadini per bene” disposti a difendere “le loro proprietà” dagli attacchi dei “selvaggi”, cioè, i nativi Kaiowá-Guarani o Xavanti che le avevano in usufrutto dallo Stato. La scelta era ovvia a tutti: hanno eletto governatori di estrema destra e latifondisti al primo turno, nonché deputati e senatori di centrodestra.
Il progetto di Bolsonaro di rendere l’Amazzonia simile al Mato Grosso e Mato Grosso do Sul in materia di “produttività”, lo ha portato ad osannare nel corso dei suoi anni di governo due regioni trasformate in pascoli e lunghe distese di soia e mais.

Lo stile di vita texano, importato dagli Stati Uniti oltre mezzo secolo fa nel cuore del Brasile, oggi detta non solo l’abbigliamento e la religione in queste zone. La musica country o gospel trasmessa dalle radio a tutta potenza, essendo l’unica che il presidente afferma di ascoltare, è stata adottata dall’estrema destra brasiliana come elemento distintivo, per la gioia degli artisti del settore, pronti a tessere lodi all’operato dei politici bolsonaristi e attacchi alla cosiddetta “cultura di sinistra” che impediva loro di farsi conoscere nel resto del Paese. La cucina “tex-mex”, inoltre, ha sostituito la brasiliana. La passione per le armi e il disprezzo dell’ambiente chiudono il quadro, rendendo tali territori più aridi del deserto dell’Arizona per la sinistra, ogniqualvolta si avvicina a mani vuote e senza proposte concrete per bucare la bolla bolsonarista.

 

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Intervista di Ivanilde Carvalho alla candidata Larissa Gaspar

 

Intervista di Ivanilde Carvalho alla candidata Juliana Cardoso

Nostra signora dell’Ipocrisia

La politica fertilizza la memoria breve, brevissima. Funziona così perché gli italiani hanno molto meno tempo per la politica di quanto pensino politici e commentatori: lavorano, si ingegnano sul come galleggiare, stiracchiano redditi troppo corti per coprire tutto il mese e trascinano famiglie. La memoria breve fortifica la speranza: convincersi che tutto sia veramente nuovo aiuta a credere a un cambiamento reale.

Sarà per questa maledetta memoria breve che non ci si accorge dell’ipocrisia di Giorgia Meloni che i giornali compiacenti chiamano “maturità”. La leader che urlava in Spagna con i camerati di Vox promettendo sfaceli e additando poteri forti e criminali se ne sta in un angolo cinguettando con Draghi che fino a qualche giorno fa era un vampiro da trafiggere. Dopo avere incassato il 26% dei voti ripetendo che non andava bene niente, che tutti erano sbagliati e che il suo merito più grande fosse quello di essersi opposta (l’unica a destra) a questo obbrobrio oggi Giorgia Meloni muore dalla voglia di non interrompere il flusso del governo dei migliori.

Non è una questione meramente tecnica (il presidente della Repubblica deve iniziare ancora le consultazione, deve ancora affidare l’incarico per la formazione del governo): in un periodo di crisi spaventosa che si abbatte sui cittadini e sulle imprese Giorgia Meloni non trova la lingua per dire agli italiani quale sarebbe la soluzione che vorrebbe intraprendere, la destra non trova una posizione unica per tranquillizzare gli italiani sulle prossime bollette. Rimangono le cronache di “contatti tra Draghi e Meloni” sulle pagine dei giornali, utili a una riverniciata di credibilità internazionale e poco altro.

Giorgia Meloni che sì presa i voti dei “tutti a casa!” è tentata dal tenersi il ministro Franco all’Economia. Franco, tanto per capirsi, è il ministro del migliori che Mario Draghi ha sempre ritenuto il suo più fidato collaboratore. Franco, tanto per capirsi, era il papabile presidente del Consiglio se Mario Draghi fosse andato al Quirinale. «Se mi chiede cosa penso di Daniele Franco le dico che ho gli occhi a cuoricino» ha detto ieri Federico Freni, Sottosegretario al ministero dell’Economia (Lega), ospite a Restart su Rai2.

Intorno a nostra signora dell’Ipocrisia soffia forte il vento del paternalismo. La “prima donna” che avrebbe dovuto essere l’inizio di una rivoluzione ha scatenato lo spirito protettivo patriarcale di un’orda di maschi che con artefatto paternalismo consigliano Meloni, le sussurrano quanto è brava, la invitano a godere dell’ombra di Draghi e la applaudono come una bambina che muove i suoi primi passi.

Accade il contrario di ciò che urlacciando lei aveva promesso. “Diamole tempo”, diceva ieri un interessato Calenda. Già.

Buon martedì.

 

Bruxelles rispolvera l’austerity con la scusa dell’inflazione

L’inflazione ci sta riportando velocemente indietro, con pericoli antichi e nuovi al tempo stesso. Il debito pubblico italiano è esploso a partire dagli anni Ottanta, quando è diventato insostenibile il peso degli interessi da pagare per collocarlo. In pochi anni si è passati da un rapporto debito-Pil del 50% ad uno del 120%, sulla spinta del debito secondario. Tali interessi dovevano essere pagati dal Tesoro italiano per reggere la concorrenza di altri titoli di Stato, a cominciare da quelli degli Stati Uniti che beneficiavano della copertura del dollaro come moneta di scambio e di riserva internazionale.

Oggi sta riproponendosi una situazione in parte simile. I tassi di interesse delle banche centrali sono saliti e i rendimenti dei titoli di Stato dei vari Paesi sono cresciuti per far fronte al loro deprezzamento, in parte dettato dall’inflazione. I Bund tedeschi hanno perso in pochi mesi il 18% del loro valore, i Btp italiani il 20% e questo ha spinto i rendimenti al rialzo. In tale ottica lo spread non cresce perché sia Italia sia Germania sono costrette ad alzare i tassi e dunque non sarà lo spread a determinare il quadro di riferimento, anche in termini politici. Pesa invece, come negli anni Ottanta, la concorrenza dei titoli di Stato americani che rendono, sul decennale, il 4,5% e dunque sono molto appetibili. Ancora una volta, come allora, il Tesoro degli Stati Uniti può permettersi una simile operazione grazie alla forza del dollaro che sta schiacciando l’euro a 0,96 e sempre più giù.

In altre parole, la politica economica degli Stati Uniti viene costruita, come in passato, scommettendo sulla debolezza degli altri Paesi e sull’aspettativa che la Cina non abbia intenzione, almeno nel breve periodo, di sganciarsi dal dollaro. Solo se l’Europa avesse una vera credibilità internazionale questa pesante rendita di posizione si indebolirebbe; in caso contrario ci troveremo a fare i conti con un nuovo decollo del debito soltanto per gli interessi da pagare.

Dalla Nadef, la nota integrativa di politica economica presentata dal governo italiano, emerge, tra gli altri, un dato chiarissimo. La decisione della Bce di bloccare gli acquisti dei titoli del debito pubblico, a cominciare da quello italiano, ha generato già nel 2022 un conto interessi da pagare per lo Stato italiano di 76 miliardi di euro che per il prossimo anno, con l’ulteriore impennata dei tassi al di sopra del 4,5% per i decennali, comporterà un’ulteriore importante crescita per tale voce di spesa pubblica, nonostante le scadenze medio lunghe del nostro debito.

In estrema sintesi, è probabile che si torni a pagare circa 80-90 miliardi di euro di interessi, resi necessari per far fronte al collocamento del debito in scadenza nel 2023 pari a 350 miliardi e di quello nuovo per altri 100 miliardi sempre nel 2023. Dunque la scelta della Bce costringe lo Stato italiano a pagare una trentina di miliardi in più rispetto alla fase degli acquisti operati dalla stessa Bce. Questa decisione, peraltro, avrà ulteriori effetti negativi perché priverà la Banca d’Italia, e quindi in larga misura lo Stato, degli interessi che proprio l’acquisto dei titoli del debito italiano gli garantiva – operando Bankitalia come acquirente con le risorse della Bce – e perché il maggior esborso da parte dello Stato per gli interessi non si tradurrà in alcun modo in un incremento del reddito nazionale visto l’esiguo numero di risparmiatori italiani ancora coinvolti nella sottoscrizione del debito del nostro Paese.

Per essere ancora più chiari, la scelta della Bce di smettere di comprare debito italiano produrrà un forte incremento della spesa pubblica improduttiva – quella per interessi – sottraendo 30 forse anche quaranta miliardi di euro in più rispetto al 2021 ad altre voci ben più rilevanti come sanità e sociale; in pratica un inutile raddoppio della dimensione della legge di Bilancio.

Ma perché la Bce ha cessato gli acquisti di debito? Le risposte canoniche sono, appunto, le solite: il debito pubblico non può crescere sempre, soprattutto in una fase di inflazione che impone invece un rialzo dei tassi e una contrazione della liquidità. Mi sembrano risposte ormai davvero fuori dal tempo che stiamo vivendo. L’inflazione attuale dipende dalla speculazione finanziaria che non si batte riducendo la liquidità, con effetti devastanti su economie già piegate e su debiti pubblici nazionali sempre più indispensabili per contrastare il crescente impoverimento di fasce estese di popolazione. La strada per battere la finanziarizzazione che genera inflazione è quella di sfoltire l’abnorme pletora di prodotti dell’ingegneria finanziaria che hanno reso i prezzi una variabile impazzita e in larga misura sganciata dall’economia reale. Introdurre un nuovo rigore monetarista, limitando l’azione della Banca centrale europea vuol dire mettere a repentaglio la tenuta sociale di molti Paesi e non centrare l’obiettivo di bloccare l’inflazione finanziaria in grado ormai di procedere anche senza l’allagamento di liquidità degli anni passati, data l’enorme mole di operazioni “allo scoperto”.

Se l’Italia dovrà affrontare il 2023 senza la possibilità di ricorrere al debito per effetto della scelta della Bce, è molto probabile che sarà priva di risorse per coprire almeno il 40% delle misure necessarie ad affrontare l’esplosione delle bollette e a tentare di adeguare le retribuzioni all’inflazione. Il governo della moneta, avrebbero detto alcuni teorici del passato, non può non avere una forte dimensione politica.

* L’autore: Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. È autore di numerose pubblicazioni e articoli sulle tematiche della storia economica e dell’economia

Per la sinistra è giunto il tempo di tornare a “fare la sinistra”

I risultati delle elezioni sono stati chiarissimi. Una parte degli elettori – mai così consistente, il 36,1% – non si è recata alle urne. La destra ottiene la maggioranza (44%, aveva il 37%), ma non è la prima volta; il centro-sinistra prende il 26,1% (aveva il 25,9%), su un numero di voti validi, però, che è molto più basso del 2018. E la legge elettorale maggioritaria/proporzionale dà alla destra una maggioranza di tre quinti delle due camere.

Il centro-destra aveva già ottenuto un successo anche maggiore: nel 2008, infatti, il PdL di Berlusconi (con la Lega Nord) aveva ottenuto il 46,8%, con 17 milioni di voti (e la destra, da sola, il 2,6%, con 885mila voti). Allora, il neonato Pd di Veltroni aveva preso 12,1 milioni di voti (33,2%) e le altre sinistre 1,3 milioni (3,6%). Da allora, il Pd non ha fatto che perdere in numeri e in percentuale, per arrivare ai 5,4 milioni di oggi (il 19,1%), mentre le altre sinistre – dall’alleanza Si+V ad UP e Rizzo – non arrivano a 1,8 milioni (5,9% complessivo).

Il dato prevalente, ovviamente, è la crescita dell’estrema destra (come i commentatori all’estero, giustamente, la chiamano) che passa tra il 2018 e oggi da 1,4 a 7,3 milioni di voti, “prosciugando” Lega e Forza Italia. Nel complesso, il centro-destra non cresce, però, e mantiene i suoi 12 milioni e passa di voti. Il centro-sinistra, invece, ne perde quasi 800mila, mentre il gruppo di Calenda e Renzi ne ottiene 2,2 (e qui si vede quanto ha contato essere su tutti i canali televisivi ogni giorno). Il grande perdente, in questo senso, è il M5s, che dei 10,7 milioni di voti che aveva ne raccoglie appena 4,3, dissipandone così 6,4. Eppure, tutti a dire che Conte ha ottenuto un buon risultato.

Dove sono andati quei voti? Chi aveva votato 5 Stelle, già dal 2013, aveva visto in quello una proposta politica che andava contro l’establishment portando avanti istanze ambientaliste ed egalitarie. Un voto populista “di sinistra”, si era detto, dacché aveva fatto presa sui ceti medi proletarizzati e i ceti popolari che non trovavano più risposte a sinistra, soprattutto al Sud e nelle aree urbane periferiche. Dopo un’intera legislatura al governo, i 5S hanno chiaramente disatteso quelle domande e hanno così pagato. Ma i loro elettori solo in parte si sono rivolti altrove, preferendo astenersi. Solo così si può spiegare l’enorme calo dell’affluenza che, non a caso, è stato maggiore nel Meridione (in molte aree, di poco superiore al 50%).

In sostanza, quell’Italia sofferente e insofferente, che già non aveva trovato rappresentanza nell’offerta politica dei partiti che erano stati al governo dal 1994 – tanto del centro-destra che del centro-sinistra – ha definitivamente scelto di restare a casa. E ciò deve fare riflettere soprattutto le forze di sinistra che a quell’elettorato si rivolgono. Perché il loro “appeal” appare oggi parecchio sbiadito. L’Italia divisa che si era già manifestata nel 2018 è lì, ancora più evidente. Il Paese reale, quello del lavoro precario, della povertà, escluso, che vive nell’instabilità e nell’incertezza, si sente sempre più lontano dai palazzi della politica, che non trovano linguaggio e modi per dargli voce. E ha detto no.

Le tendenze, già manifestatesi nel 2018, si sono confermate tutte. La destra ottiene più consensi nei comuni piccoli e delle aree “interne”, più marginali, o peri-urbane, mentre centro-sinistra, Azione e M5s (al Sud) prevalgono nei centri urbani più grossi. E questo è vero anche per la sinistra. Nei comuni con maggiore presenza di stranieri, soprattutto se piccoli, prevale la destra. Il centro-sinistra e la sinistra, invece, si affermano dove maggiore è la presenza di laureati. Tra disoccupati e persone in difficoltà economiche, prevale il non voto o, in alternativa, il voto ai 5Stelle (ma anche alla sinistra e non al Pd). E sono i comuni a più alto reddito a premiare il Pd e Calenda, mentre dove il reddito delle fasce basse è prevalente, soprattutto se periferici, prevale la destra o i 5 Stelle (al Sud) o, anche se in misura minore, la sinistra. In sostanza, i ceti popolari, i più colpiti da disuguaglianze e precarietà, si sono allontanati, non solo dalla sinistra, ma dal sistema tutto: non ci credono più, non si sentono più rappresentati.

L’altra sinistra (Up) prende relativamente più voti al Sud – dove evidentemente il suo messaggio “passa” meglio – e in varie altre zone a maggiore “politicizzazione”, come in Toscana ed Emilia-Romagna. Ciò ha a che fare sia con l’influenza dei media locali e nazionali – sui quali è stata bandita – che con la presenza sul territorio. I grandi media hanno oscurato, deliberatamente, le liste di sinistra, lasciando passare l’idea che non vi fosse altra sinistra oltre a quella raccolta sotto l’ombrello Pd. E su di essa ha anche pesato una campagna elettorale preparata troppo in fretta. Quanto la divisione tra le forze della sinistra le abbia penalizzate è difficile dire. Sinistra italiana ha preferito presentarsi sotto l’egida del Pd, di fatto separandosi da chi voleva invece rimarcare l’alternativa a quel blocco. È facile lamentare oggi tali divisioni. Ma finché in Italia non si prende atto che il “progetto Pd”, di una forza che pretende di rivolgersi alle classi popolari ma poi guarda (solo) ai ceti medi, è fallito, non se ne uscirà.

Il tempo è giunto, per la sinistra tutta, per ripensarsi, per tornare a “fare la sinistra”. Sinistra italiana dovrà decidere che strada prendere, se restare ancillare al Pd o lavorare in direzione unitaria. Unione popolare dovrà crescere, allargandosi verso quell’elettorato perduto, ridandogli una prospettiva. Il Pd, auspicabilmente, avvierà una discussione al suo interno, che andrà favorita. Tutta la sinistra dovrà incalzare il dibattito, dentro e fuori il Pd, per trarre finalmente una lezione da queste elezioni il cui risultato, per una volta, è chiarissimo.

L’autore:  Pier Giorgio Ardeni è professore ordinario di Economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna. È stato candidato per Unione popolare in Emilia Romagna