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Franco Cardini: I miti da sfatare per capire la jihad

PARIS, FRANCE - NOVEMBER 20: A French police officer stands guard as Muslim women leave the Great Mosque of Paris (Grande mosquee de Paris) after the Friday prayers on November 20, 2015 in Paris, France. Following the terrorist attacks in Paris last week, which claimed 130 lives and injured hundreds more, the Muslim community of Paris has seen an increase in security as Paris remains on a high security alert. (Photo by Thierry Chesnot/Getty Images)

Dopo gli attentati dell’11 settembre e da allora ogni volta che si ripete tragicamente un evento simile, in tutti i media italiani e mondiali si parla di Islam, radicalizzazione religiosa e coesistenza fra uno Stato laico occidentale e la religione di Maometto. Fra chi cavalca l’islamofobia, ma purtroppo anche fra chi professa una convivenza fra i due mondi, troviamo molto spesso descrizioni o idee folcloristiche del mondo musulmano che tendono a radicarsi indissolubilmente nell’immaginario del cittadino comune. Per sfatare alcuni miti e avere delle conoscenze precise su cui tracciare la nostra opinione, abbiamo sentito Franco Cardini, storico e saggista italiano, fra i massimi esperti di storia delle Crociate e del mondo e della cultura arabo-islamica.

Da studioso del tema come vede il dibattito sulla coesistenza di uno Stato laico e la religione islamica?
C’è una resistenza a trattare l’argomento, non dico scientificamente, ma con un minimo di serietà e imparzialità. Non si può generalizzare sull’Islam. La Umma (l’insieme delle comunità islamiche) è composta da un miliardo e 700milioni di persone, sparse su tutto il globo, e non esiste un Paese dove vivono solo musulmani o dove sono assenti. In parte questa resistenza è causata dall’ignoranza, ma va riconosciuta anche l’esistenza di una certa malafede. Se nel primo caso è possibile fare qualcosa, purtroppo nel secondo è ben più difficile intervenire.

Nei media e come luogo comune predomina l’idea di un Islam arretrato, è una visione veritiera?
Vige ancora l’opinione comune che l’Islam sia “fermo al Medioevo” senza sapere che è una dimensione storica tipicamente occidentale e non applicabile al mondo musulmano. È in realtà un’entità che muta rapidissimamente. La stragrande maggioranza dei musulmani si sta adattando, modificando in parte anche la propria religione. L’ala marciante dell’Islam infatti è fatta da persone che vogliono continuare a rispettare i dettami della propria cultura religiosa, ma che allo stesso tempo vivono in modo coerente con l’occidente moderno, che al giorno d’oggi, che se ne dica bene o male, ha dato forma alle tradizioni politiche ed economiche dominanti.

Qual è quindi il rapporto fra il mondo musulmano e il radicalismo religioso?
In reazione al cambiamento di cui stavamo parlando, esistono realtà musulmane che sono politicamente e programmaticamente rivolte all’indietro. Gruppi fondamentalisti di utopisti reazionari che…

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Che Storia, cara Rai

«Posso dire con certezza che il progetto di accorpamento di Rai 5 e Rai Storia è interrotto. In consiglio ho fatto pesare una serie di obiezioni per altro in un momento in cui la cultura è già pesantemente penalizzata a causa di una pandemia che le impedisce di esprimersi nelle sue forme più estese». Parola di Rita Borioni, del cda Rai.

Facendo un rapidissimo riassunto delle puntate precedenti della fiction prodotta dal presidente Marcello Foa con la regia dell’ad Fabrizio Salini, Rai Storia e Rai 5 stavano per essere accorpate in un unico canale tematico. Perché? Per ragioni economiche, ça va sans dire. «Di fronte a queste motivazioni da me ritenute risibili, ho fatto presente lo squilibrio del tutto, ribadendo – oltre alla necessità che le offerte dei due canali restassero con le loro peculiarità che non sono da poco e non si capisce chi e quanta quota della propria programmazione avrebbe dovuto cedere di conseguenza – che un segnale di questo genere in un momento come questo sarebbe stato un colpo mortale all’immagine della Rai presso un’opinione pubblica particolarmente attenta all’offerta culturale, qual è il pubblico di quei due canali tematici».

In buona sostanza, lo sciagurato progetto è rientrato. «Ho chiesto e ottenuto la formalizzazione della decisione, cioè il ritiro dell’ipotesi frutto di simulazioni che non tenevano conto di una serie di ricadute negative a fronte di un risparmio economico di fatto nullo». Una vicenda consumatasi all’ombra del cavallo di viale Mazzini che tuttavia mostra la corda di un servizio radiotelevisivo che va totalmente ripensato e ricollocato nella sua funzione pubblica, quale appunto dovrebbe essere, ma che nel tempo, a cominciare dall’apparizione sullo scenario televisivo di sua emittenza Berlusconi, ha inseguito al ribasso la tv commerciale coerentemente con la teoria del pongo: quel materiale che più lo abbassi, più si allarga. Mutatis mutandis, per allargare il consenso di una platea dalla bocca buona, bisognava schiacciare verso il basso l’offerta.

Ed è ciò che nel tempo è avvenuto, fino all’indistinzione fra gli stessi canali delle diverse aziende – pubbliche e private – se non attraverso il logo sul monitor. Un’operazione che, iniziata negli anni 80, è proseguita fino a…

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Serve un reddito per tutti, non gli F35

Theater, cinema and entertainment workers protest against Covid-19 restrictions and government in Rome, Italy, on Ocotber 30, 2020. (Photo by Sirio Tessitore/NurPhoto via Getty Images)

«La crisi la paghino i ricchi! Nessun ricatto tra salute e reddito». Lo striscione sfila per le vie della Capitale sabato 31 ottobre, durante il corteo organizzato da collettivi, sindacati di base, partiti di sinistra, centri sociali e movimenti di lotta per la casa. Sono presenti qualche migliaia di persone. Superano in numero i partecipanti alle recenti iniziative dei neofascisti romani sommate assieme. Parole d’ordine: reddito universale, patrimoniale, investimenti sostanziosi nella sanità pubblica.
Negli ultime settimane, altre proteste hanno avuto altri toni e slogan. D’altronde, la seconda ondata della pandemia in Italia ha urtato una classe lavoratrice mai così frammentata. Agli effetti disgreganti di oltre trent’anni di politiche neoliberiste, si sono aggiunti quelli degli interventi ultra-targettizzati con cui il governo Conte ha risposto ai bisogni economici del primo lockdown. Poi, ciliegina sulla torta, sono arrivate le chiusure selettive del confinamento soft inaugurato il 26 ottobre e poi irrobustito da esecutivo e, qua e là, dalle Regioni. Al nuovo Dpcm di novembre siamo arrivati in questo modo. Passando per un blocco preliminare che ha riguardato in varie misure alcune attività (cinema, teatri, sale da concerto, palestre, piscine, bar, ristoranti, etc.) e non altre (chiese, attività produttive non essenziali come l’industria bellica), con un’arbitrarietà solo parzialmente giustificabile, che ha finito col far cadere altri cittadini nel più classico dei tranelli reazionari, quello della “lotta tra poveri”.

Anche per questo motivo le rivendicazioni espresse a Roma dalle varie anime della sinistra sono basilari. Perché, oltre ad essere inaggirabili – e ancor di più lo sono con l’inasprimento doveroso delle misure di contenimento – se si vuole evitare un lacerante aumento delle disuguaglianze sociali, esse possono ricompattare il fronte di chi subisce la spietatezza della logica del Capitale. L’avevamo anticipato su Left del 9 ottobre, rilanciando in copertina la raccolta firme europea per un reddito di base universale in ogni Paese Ue: solo una misura come questa, capace di garantire un diritto all’esistenza al di là del lavoro, può risolvere la contraddizione tra diritto alla salute e “vincoli” economici.
Come è evidente, al cospetto di una proposta del genere, il decreto Ristori non…

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Fratelli tutti, ma meglio se egiziani (e maschi)

Pope Francis (L) covers his head as he walks alongside Egypt's Azhar Grand Imam, Sheikh Ahmed al-Tayeb (2nd-L), as they arrive at Sheikh Zayed Grand Mosque in Abu Dhabi on February 4, 2019. (Photo by Giuseppe CACACE / AFP) (Photo credit should read GIUSEPPE CACACE/AFP via Getty Images)

Per dirla con le parole di una nota canzone, ci si può fidare delle parole di un prete come di chi fa l’autostop in manette. La nuova enciclica di Bergoglio, “Fratelli tutti”, è solo a prima vista l’ennesimo concentrato delle solite banalità ad uso e consumo non solo dei cattolici, ma anche dei cattocomunisti, dei cattosocialisti e dei cattoatei (questi ultimi conosciuti anche come atei devoti). Procediamo con ordine. Le parole rivolte ai credenti, e dunque di stretta pertinenza fideistica, non appassionano e non sono oggetto della presente disamina. Per quanto vengano considerate come documenti di indirizzo spirituale, le encicliche sono documenti di indirizzo politico ed economico sulle quali la monarchia pontificia da sempre costruisce gli obiettivi a lungo termine della propria strategia di sottomissione delle masse.

“Fratelli tutti” richiama la mitologia costruita su Giovanni Moriconi, meglio noto come Francesco d’Assisi. Certe rotture “psicotiche” oggi troverebbero una cura psichiatrica e invece nel 1200 determinvano la gloria e la venerazione da parte dei credenti, ma questa un’altra storia. Quanto al fatto che Bergoglio si sia chiamato papa Francesco sembra più che altro una magistrale operazione di comunicazione, un processo di assimilazione finalizzato a sovrapporre il Francesco del 2020 sul Francesco del 1200.

Nell’enciclica, Bergoglio richiama una visita di Francesco d’Assisi al sultano Malik-al-Kamil e subito dopo, con l’intento di rafforzare il parallelismo, richiama il suo incontro con l’Imam Ahmad Al-Tayyeb. L’analisi politica del documento necessita di una puntualizzazione storica. Dire che l’incontro tra Francesco d’Assisi e il sultano si fosse svolto all’insegna dell’amore, è una grande mistificazione, dal momento che Francesco stava partecipando ad una crociata, ovvero una guerra di aggressione durante la quale la ferocia predatoria dei cristiani, legittimata eticamente dal papa che l’aveva commissionata, era particolarmente brutale. Francesco e il sultano Malik-al-Kamil si sono effettivamente incontrati e gli storici riferiscono che il sultano non ordinò la sua uccisione perché si rese conto, dal suo farneticare dissociato. Nella religione islamica i malati mentali hanno la “protezione” di Allah sicché il sultano lo lasciò tornare al campo dei cristiani e gli regalò un corno, ancora oggi custodito e venerato ad Assisi. Il piano di pace con il sultano fu elaborato, piuttosto, da…

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Fontana bifronte

Lombardy region governor Attilio Fontana speaks during a news conference outside the Lombardy region headquarters, in Milan, Italy, Thursday, Nov. 5, 2020. Lombardy, along with three other Italian regions, was included by government in the so-called red zones, where a stricter lockout is mandatory because of the diffusion of COVID-19 pandemic. (AP Photo/Luca Bruno)

Fontana guida la schiera di presidenti di Regione che se la prendono con il governo per le misure adottate, considerate troppo severe. Bello fare il presidente di Regione in Italia se si è di un colore politico diverso rispetto al governo: si urla per giorni “non decidono! non decidono!” e poi quando decidono ci si lamenta che hanno deciso. Tanto a loro cosa interessa, gli basta fare un po’ di caciara, c’è sempre un potere superiore su cui scaricare le responsabilità.

Fontana dice che va tutto bene.

Fontana dice che va bene anche se ormai il tracciamento è completamente saltato.

Fontana dice che va bene anche se in Lombardia il dato dei positivi sulla base dei tamponi eseguiti è pari al 26,6%. In aumento costante.

Fontana dice che va bene anche se ci sono 1.075 letti di Terapia intensiva, il tasso di occupazione è del 40%. La soglia di criticità è identificata al 30%. Il tasso di occupazione dei posti letto per i ricoveri ordinari è al 37%, al limite della soglia critica fissata al 40%.

Fontana diceva che bisognava chiudere, e che la competenza di farlo spetta al governo, e adesso dice che tutto va bene.

Fontana ha scritto una lettera a medici e infermieri in cui scrive: «Mi rivolgo a voi, un nemico invisibile è tornato a condizionare le nostre vite, ad esercitare pressioni sui nostri ospedali. […] Oggi dobbiamo lavorare insieme e rapidamente per piegare la curva epidemiologica e più di ieri siamo nelle vostre mani». «A voi – continua Fontana -, cui noi rimettiamo la difesa della vita, faccio appello per continuare questa lotta».

Fontana ieri ai giornalisti: «Non riusciremo per ora a chiedere alcun allentamento delle misure decise dal Dpcm».

È molto confuso, Fontana. Esattamente Fontana come la pensa?

Buon venerdì.

La teoria svedese sull’amore, al tempo della pandemia

Stockholm, Sweden The City Hall and a heart on the Stockholm Waterfront building during the Corona crisis. | usage worldwide Photo by: Alexander Farnsworth/picture-alliance/dpa/AP Images

Mai come quest’anno la Svezia è stata al centro della stampa internazionale. Il suo approccio “soft” al contrasto della diffusione del virus ha visto l’opinione pubblica dividersi tra chi sostiene il suo totale fallimento, e chi al contrario lo vorrebbe eleggere a modello di riferimento per fronteggiare la pandemia. La stessa Organizzazione mondiale della sanità si è espressa più volte in maniera contrastante: se a fine aprile la Svezia era stata indicata come modello per un post lockdown, a giugno veniva inserita tra i Paesi a più alto rischio contagio, per poi infine tornare ad essere elogiata a metà settembre per il basso numero di casi registrati. Queste giravolte segnalano da un lato un’effettiva carenza di dati statistici, che rende il confronto tra gli andamenti di Paesi diversi più difficile, dall’altra sono il risultato di un’interpretazione dei dati parziale e poco accurata, spesso foraggiata da pressioni politiche ed economiche.

Ripercorriamo i numeri e le misure messe in campo dal governo svedese durante la cosiddetta “prima ondata”.
Mentre, a partire dall’Italia, in tutta Europa si introducevano misure via via più stringenti per frenare la diffusione del virus, la Svezia promulgava quella che sarà l’unica misura ufficiale contro la pandemia: il divieto di assembramenti pubblici per più di 50 persone. Le linee guida di comportamento pubblicate sulla pagina ufficiale dell’Istituto di sanità pubblica svedese hanno, infatti, sempre fatto appello alla sola responsabilità dei singoli, senza mai essere soggette a controlli o sanzioni. Queste includono: l’auto isolamento in caso di sintomi, il distanziamento sociale, il lavaggio frequente delle mani, il tossire o lo starnutire proteggendosi con il gomito, l’incoraggiamento dello smart working e della didattica a distanza per università e classi di liceo con ragazzi di età superiore a 16 anni, l’evitare viaggi non necessari e, verso metà aprile, l’invito rivolto agli over 70 e ai “gruppi a rischio” di rimanere a casa. Ristoranti, negozi, bar, cinema, palestre, musei non sono mai stati obbligati a chiudere. Allo stesso modo scuole primarie e secondarie, per le quali vige l’obbligo di frequenza, non hanno mai adottato misure di didattica a distanza, nemmeno per quei ragazzi i cui familiari appartenevano a “gruppi a rischio”. Infine non è stato mai introdotto alcun obbligo di indossare mascherine in luoghi chiusi o trasporti pubblici, né ne è stato mai ufficialmente consigliato l’uso. Durante la prima ondata, al contrario, le autorità svedesi ne hanno sconsigliato l’utilizzo in quanto avrebbero dato un…

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Nessuno resti indietro

A couple walks past a mural in Rome, Wednesday, Oct. 28, 2020. Italy on Tuesday registered nearly 22,000 confirmed COVID-19 infections since the previous day, its highest one-day total so far in the pandemic. The day-to-day increase in confirmed deaths also jumped, to 221, according to Health Ministry figures. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Dunque abbiamo appreso da Toti, il governatore della Liguria, che la vita degli anziani non conta. Sono sacrificabili perché inutili alla produzione: la vita umana di per sé, fuori dal ciclo produttivo, è niente, dal suo punto di vista. E a ben vedere da quello di tutto il centrodestra che, insieme a Confindustria, durante la prima ondata ha chiesto (e chiede oggi durante la seconda) di tenere aperte le fabbriche e i luoghi di produzione anche nelle Regioni e nelle zone industriali di maggior contagio.
Se il criterio è la produttività in base al Pil il prossimo passo non potrà essere che sacrificare i bambini che certamente sono inutili all’industria. Ma in che mondo siamo?

Noi diciamo invece che nessuno deve essere trascurato o rimanere indietro. Non è vero che il lavoro viene prima della salute come sostiene il leghista Borghi che smembra la Costituzione dandone una lettura parcellizzata e distorsiva, negando il senso che promana dalla sua mirabile tessitura, basata sull’uguaglianza, sul diritto alla salute, sul diritto alla piena realizzazione della persona umana, non solo sul lavoro di cui peraltro la salute psicofisica è precondizione necessaria. Quella di ciascuno di noi ma soprattutto quella delle persone più fragili ora è più che mai a rischio. Siamo in mezzo a una seconda ondata di pandemia e i contagi crescono in modo esponenziale. Anche perché ci siamo mossi troppo tardi e lentamente nel mettere in atto misure di lockdown, denuncia l’accademico dei Lincei Parisi su questo numero di Left. E ci siamo mossi con ritardo e in modo insufficiente riguardo all’attivazione di misure di protezione sociale, di sostegno al reddito, come invece hanno fatto Paesi vicini a noi come la Spagna che coraggiosamente ha previsto un reddito minimo proponendo di finanziare con una mini patrimoniale questo e altri interventi di sostegno. Ce lo racconta Marina Turi da Madrid.

Bisognerebbe anche organizzare seri strumenti di tassazione delle grandi piattaforme web che hanno enormemente incrementato i loro profitti grazie alla pandemia, come scrive Giovanni Paglia. Per questo serve un’Europa che sia anche un’unità politica e democratica con una visione lungimirante e progressista. Il presidente del Parlamento Ue David Sassoli aveva avanzato la proposta di un lockdown europeo. Operazione non facile. Ma certo è assolutamente vitale e indispensabile che Bruxelles ora agisca in maniera più coerente e coordinata sul piano sanitario, con campagne di tamponi di massa, costruendo una rete europea di tracciamento, mettendo in rete le competenze scientifiche, sviluppando capacità diffuse di presa in carico come propone l’ex parlamentare europeo Roberto Musacchio su Left. In una parola servirebbe un servizio sanitario europeo. Questa è un’occasione storica per costruirlo e per potersi così presentare preparati (diversamente da quel che sta accadendo oggi) di fonte a nuove ondate di coronavirus e ad eventuali altri pandemie.

Con l’aiuto di eminenti scienziati e ricercatori – i fisici Giorgio Parisi e Ilaria Maccari, e il virologo Fabrizio Pregliasco – abbiamo cercato di analizzare l’andamento della pandemia ma anche i metodi di contenimento più efficaci dal momento che non abbiamo ancora un vaccino. In particolare abbiamo chiesto a Ilaria Maccari, ricercatrice del KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma, di aiutarci a capire quale sia stato l’approccio svedese, tanto esaltato da politici conservatori e ultra liberisti come Boris Johnson e sbandierato come modello anche da esponenti del centrodestra italiano. Con pragmatismo, anche «per non spaventare» la popolazione, il governo si è limitato a raccomandare di evitare luoghi affollati. Nessuno o quasi porta la mascherina. Il risultato è stato un numero spaventoso di morti. E con la seconda ondata i contagi galoppano. «L’andamento dei nuovi contagi giornalieri ha raggiunto a fine ottobre il valore di 200 nuovi casi giornalieri ogni milione di abitanti con un tempo di raddoppio di circa 8 giorni», scrive Maccari, che non ci offre solo una fotografia dell’andamento della pandemia in Svezia ma, con il regista de La teoria svedese dell’amore Erik Gandini, ci propone qui anche importanti spunti di riflessione su che impatto abbia avuto in questa emergenza sanitaria lo spiccato individualismo svedese combinato con gli effetti della privatizzazione della sanità.
Invitandoci a riflettere sulla inefficacia e la responsabilità di politiche che si limitano alla gestione “razionale” dello status quo, mettendo al centro il funzionamento del sistema e non l’interesse reale per le persone.

L’editoriale è tratto da Left del 6-12 novembre 2020

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Giorgio Parisi: Siamo in ritardo di venti giorni

A nurse has a moment of relax outside the Gemelli COVID-19 hospital in Rome, Tuesday, Oct. 27, 2020. Italy registered just over 17,000 new confirmed COVID-19 cases on Monday. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

«Arrivati a questo punto le chiusure sono l’unica scelta: avremmo dovuto agire prima, ma per i cittadini non sarebbe stato facile accettarlo. Hanno bisogno di vedere i letti degli ospedali pieni. Sarà un inverno lungo e molto duro. Siamo in una situazione drammatica che ci riguarda tutti, senza eccezione. Nell’ultima settimana il numero di nuove infezioni è salito alle stelle. Le strutture sanitarie sono spesso al limite, il numero di pazienti in terapia intensiva è raddoppiato in una settimana. Ciò dimostra che siamo in una situazione drammatica, all’inizio della stagione fredda». Pochi leader al mondo (forse nessuno) sono stati più chiari e netti di Angela Merkel nell’annunciare la necessità di predisporre un lockdown nel proprio Paese per tentare di rallentare la crescita esponenziale dei contagi da Sars-cov-2.

La cancelliera tedesca ha così annunciato quale sarebbe stata la direzione della Germania parlando durante una videoconferenza con gli altri capi di Stato e di governo dei Paesi Ue per ragionare sulla possibilità di un approccio comune di fronte alla crisi sanitaria. Come ha raccontato l’inviato de La Stampa a Bruxelles Matteo Bresolin, «le telecamere Ue hanno registrato lo stupore di diversi leader, increduli di fronti alla sua franchezza». Non stentiamo a crederlo. Era il 30 ottobre e la Germania per la prima volta da quando l’epidemia è arrivata in Europa aveva superato la soglia dei 18mila contagi in un giorno. Poco dopo Merkel e i ministri presidenti dei Laender hanno annunciato un semi-lockdown che è scattato lunedì 2 novembre. Obiettivo: riportare la soglia dei contagi sotto i 50 casi ogni 100mila abitanti dagli attuali 215 (Fonte: European centre for disease prevention and control, al 2 novembre).

In Italia questo rapporto è più del doppio: 488,9 ogni 100mila abitanti, e i morti dall’inizio della pandemia sono 39.059 contro i 10.530 della Germania.
Il 23 ottobre, una settimana prima dell’allarme lanciato dalla Merkel, il fisico Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia dei lincei, nonché uno dei massimi esperti di fisica statistica a livello internazionale, sulla base dei suoi calcoli ne aveva lanciato uno altrettanto drammatico dalle pagine di Repubblica: «A marzo stavamo per essere investiti da un Tir che viaggiava a 130 chilometri orari. Oggi ci sta arrivando addosso a 60 chilometri orari: abbiamo il tempo per scansarci, ma se non lo faremo ci ammazzerà lo stesso, anche se va più piano». E ancora: «Ragionevolmente, i quasi 20mila nuovi casi di oggi corrisponderanno a circa 250 morti di venerdì prossimo (30 ottobre, ndr). Se dunque le misure prese nei giorni scorsi non dovessero rallentare questa tendenza, basta un po’ di aritmetica per calcolare che a metà novembre ci ritroveremo con 500 morti al giorno». Il 29 ottobre i decessi sono stati 217, il 30: 199 e il 31: 297. Mentre andiamo in stampa sta per essere varato un nuovo Dpcm che dovrebbe dividere l’Italia in tre zone di rischio – rossa, arancione o gialla – da sottoporre a restrizioni in base all’andamento della pandemia da coronavirus. Al professor Parisi chiediamo se stiamo andando nella direzione giusta.
«Siamo andando nella direzione giusta – osserva il fisico – ma ci stiamo muovendo molto ma molto lentamente. I 297…

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La dirittifobia e la Legge Zan

I fratellini di Fratelli d’Italia ieri si sono imbavagliati (a proposito di priorità e di tempismo) in Parlamento quando il presidente della Camera Roberto Fico ha annunciato la votazione finale della cosiddetta Legge Zan, la legge per contrastare l’omotransfobia, la misoginia e le violenze contro le persone disabili.

Dicono i meloniani che questa sarebbe una legge liberticida poiché limiterebbe “il diritto di espressione”. In sostanza vorrebbero essere liberi di gridare “frocio di merda” al primo omosessuale per strada, oppure dare dell’handicappato come offesa poiché lo ritengono un indice di libertà.

Il testo della legge, presentato dal deputato del Partito Democratico Alessandro Zan, prevede di estendere la legge Reale-Mancino dall’ambito del razzismo a quello dell’omotransfobia per punire chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione o violenti per motivi «fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità  di genere». E la libertà di idee? C’è anche quella. La cosiddetta “clausola salva idee” chiarisce che la «libera espressione di convincimenti ed opinioni» non rientra nell’istigazione a compiere atti discriminatori o violenti. I primi due articoli introducono poi l’orientamento e il genere sessuale negli articoli del codice penale, il 604 bis e ter, che puniscono la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione.

Non è un’invenzione di questo tempo, una legge del genere: sono 24 anni che si tenta di varare un testo del genere. Anche per questo è una vittoria che conta.

Ma il punto sostanziale è sempre lo stesso: quando si parla di diritti non si riesce a capire che la politica debba occuparsi dei diritti “degli altri” poiché sono sempre le minoranze a ritrovarsi schiacciate e ad avere bisogno di essere tutelate. E questo dalla parte della destra peggiore di sempre evidentemente non passa: la loro è una vera è propria dirittifobia che teme che ogni nuovo diritto non sia un vantaggio ma una discussione del proprio comodo status quo. Tipo quello di prendere in giro un omosessuale semplicemente per il fatto che sia omosessuale.

Buon bavaglio, fratelli.

Buon giovedì.

Ora l’Election night lascia il posto alla Election week

Rita Brown, a supporter of Democratic presidential candidate former Vice President Joe Biden, watches election results at a watch party in Bloomfield Hills, Mich., Tuesday, Nov. 3, 2020. (AP Photo/David Goldman)

Poche certezze e tante domande ancora senza risposta dopo una Election night che, come si preannunciava, non è stata foriera di risultati definitivi.

Una vittoria di Joe Biden in Florida avrebbe avvicinato l’ex vicepresidente di Barack Obama alla Casa Bianca, concedendogli di dormire sogni (quasi) tranquilli già da stanotte. Lo Stato di Miami però è andato al presidente Donald Trump: Biden non è riuscito ad accattivarsi a sufficienza il voto latinoamericano in un territorio dove molti latinos sono esuli cubani o loro figli, cosa che li rende tendenzialmente repubblicani.

In diversi Stati, però, i risultati sono molto parziali, quasi falsati dalla mancanza nei conteggi dei voti per posta che in qualche caso devono ancora arrivare o essere scrutinati. È il caso ad esempio della Georgia, stato tradizionalmente repubblicano, partita con un vantaggio di Biden e diventata sempre più rossa nel corso delle ore per poi tornare a pendere leggermente verso i Dem (ma la situazione è ancora troppo incerta). Al conteggio di questa mattina, il Sud sembra essere rimasto una salda roccaforte repubblicana (tranne che per l’Arizona), mentre la situazione nella cosiddetta Rust Belt, la zona industriale del Nord degli Stati Uniti, sembra pendere più verso Joe Biden.

In pochi aspettavano un risultato certo questa notte: l’alto utilizzo del voto per posta ha caratterizzato queste elezioni segnate dal Covid-19, disperdendo nel tempo il nome del vincitore. In alcuni Stati ci potrebbero volere settimane prima di conoscere il risultato reale delle elezioni. C’è stata una diffusa prudenza da parte di reti televisive e quotidiani statunitensi nel “chiamare” il vincitore negli Stati più combattuti. Sicuramente i passi falsi del 2016 hanno costituito un precedente, ma anche il rischio di tensioni per le strade ha tenuto a freno le previsioni. Gli Stati Uniti si sono preparati a gestire possibili scontri tra sostenitori dei due candidati soprattutto dopo la dichiarazione di Trump di dichiarare vittoria appena si fosse trovato in vantaggio.

Queste elezioni presidenziali hanno visto contrapporsi due uomini bianchi di oltre settant’anni alla Casa Bianca, mentre sono state le elezioni più inclusive di sempre per quanto riguarda la questione di genere al Congresso. Ben 318 donne si sono candidate per i 470 seggi disponibili tra Camera e Senato, superando il numero da record del 2018 quando si presentarono in 257. Di queste 318, ben 117 sono di colore, un chiaro messaggio del cambiamento della politica statunitense. Alexandria Ocasio-Cortez ha vinto di nuovo alla Camera, così come Ayanna Pressley e Ilhan Omar, sue compagne “di squadra” al Congresso.

In un sistema elettorale complesso come quello statunitense, non è il numero dei cittadini che va a votare che determina il vincitore, ma quello dei Grandi elettori che ogni candidato ottiene per sé. In tutti gli Stati tranne due (Maine e Nebraska) basta vincere anche di pochissimo per ottenere tutti gli elettori in palio. Per avere il nome del prossimo presidente bisognerà aspettare i risultati di alcuni Stati in bilico come Michigan, Wisconsin ma soprattutto Pennsylvania che, con i suoi 29 Grandi elettori, fa molta gola a entrambi i candidati. Durante un breve discorso pronunciato da Wilmington, in Delaware, alle 6.40 del mattino in Italia, Biden ha incoraggiato i suoi sostenitori ad avere pazienza perché la strada è aperta verso la vittoria, anche se ci vorrà tempo per conoscere il nome del vincitore. Non è tardata ad arrivare la risposta tramite tweet del presidente Trump: «Stiamo vincendo alla grande, ci vogliono rubare le elezioni». Il cinguettio del tycoon è stato bloccato da Twitter, che ha marcato il contenuto come fuorviante. La Election night si sta trasformando in una Election week.