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L’Università di Bologna apre le porte agli studenti rifugiati che arrivano dai campi profughi dell’Etiopia

Non esiste vincolo fisico o quasi che non possa essere scavalcato da un’apertura mentale e là dove c’è chi chiude porti e centri di accoglienza non manca chi invece tende la mano verso altri Paesi, per costruire ponti con mattoni di cultura. Perché non solo non c’è integrazione, non c’è neanche progresso senza conoscenza. La pensano così all’Università di Bologna, dove è stata recentemente presentata l’iniziativa Uni-Co-Re University Corridors for Refugees (Ethiopia-Unibo 2019-21), promossa dall’Alma Mater e Unhcr Italia – Agenzia Onu per i rifugiati, e realizzata grazie al supporto del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e di enti e istituzioni italiane e internazionali.

Il progetto prevede che alcuni studenti fuggiti dai rispettivi Paesi d’origine e attualmente in Etiopia protetti dallo status di rifugiati, una volta conseguita la laurea all’Università di Makelle vengano selezionati per proseguire gli studi in Italia e frequentare un corso di laurea magistrale presso l’ateneo bolognese, grazie a una borsa di studio. «In molti luoghi i rifugiati non hanno accesso all’istruzione pubblica e anche dove questo avviene difficilmente è possibile raggiungere un’istruzione superiore – spiega Barbara Molinario, tra i responsabili del progetto per Unhcr -. Questi corridoi universitari sono quindi parte integrante di quei canali legali attraverso il quale puntiamo a offrire loro la possibilità di cogliere opportunità che difficilmente si presentano nei Paesi di asilo».
Come ogni prima volta anche in questo caso l’emozione è tanta e tutti coloro che hanno contribuito a rendere reale un’idea tutt’altro che semplice da realizzare contano i giorni che li separano dalla fine di aprile. È previsto per quel periodo, infatti, l’arrivo dei cinque ragazzi selezionati per questa esperienza pilota inserita nel più ampio Unibo for Refugees, che ha tutte le carte in regola per divenire un modello da seguire anche da parte di altri atenei italiani.

I ragazzi che saranno accolti nel capoluogo emiliano oltre a studiare verranno coinvolti in percorsi di integrazione nella vita accademica e non solo, affiancati da un servizio di tutorship offerto dal desk internazionale universitario e dall’associazione Next generation, perché non va dimenticato che nonostante si tratti di una grandissima opportunità, questa esperienza rappresenta anche una difficile sfida, impossibile da affrontare da soli. «Non parleranno italiano e saranno umanamente e culturalmente spaesati, per questo è previsto anche un collegamento con famiglie volontarie che seguiranno gli studenti orientandoli all’interno della comunità», continua Barbara Molinario.

Attualmente l’Etiopia accoglie oltre 900mila rifugiati provenienti principalmente da Paesi confinanti quali Sud Sudan, Somalia, Sudan ed Eritrea, e in numeri minori da Yemen e Siria. Non si sa ancora quale sarà l’origine dei ragazzi che troveranno a Bologna la loro ennesima casa, e forse la prima vera occasione di riscatto sociale e personale. Sconosciuto anche il loro futuro più lontano ma di una cosa si potrà essere certi, ovvero che l’Italia avrà giocato un ruolo determinante, sia che ricopra quello di dimora definitiva che provvisoria. Già perché è troppo presto per sapere se saremo stati noi ad offrire loro l’opportunità della vita o avremo solo contribuito a costruire il terreno più opportuno perché questa si concretizzasse altrove. Su una cosa però non vi è alcun dubbio, ovunque il loro destino li porterà non potranno mai dimenticare che un giorno è esistita una parte bella d’Italia, che quando sembrava più difficile farlo ha creduto in loro, preferendo tendere una mano che alzare un muro.

«Sei uno sporco ebreo»

– «Vattene, sporco sionista di merda»
– «Bastardo»
– «Sporco razzista»
– «È venuto apposta per provocarci»
– «La Francia è nostra»
– «Torna a casa tua»
– «Torna a Tel Aviv»
– «Il popolo siamo noi»
– «Il popolo ti punirà».

Sono alcune delle frasi vomitate addosso  al filosofo Alain Finkielkraut, Alain è nato a Parigi 69 anni fa da Daniel e Janka, ebrei polacchi rifugiati in Francia dopo avere conosciuto Auschwitz e lo sterminio delle proprie famiglie. Sia chiaro: Finkielkraut è un personaggio molto noto anche in televisione e propaganda ogni tanto idee terribilmente conservatrici ma non è questo il punto.

Il punto vero è l’antisemitismo come attacco, come arma di distruzione di massa, questa volta usata contro un vecchietto che nel video proposto un po’ dappertutto sembra non rendersi nemmeno conto di ciò che accade finché non viene preso sotto braccio da un passante per essere portato via.

La sua colpa non sono le sue idee: la sua colpa è di non essere francese (seppur nato in Francia) ma di essere ebreo. E l’antisemitismo in Francia sta diventando qualcosa di terribilmente serio: qualche giorno fa è comparsa in giallo la scritta «Juden» (ebrei in tedesco) sulla vetrina del ristorante Bagelstein nel Marais e alcune svastiche sul murales di Simone Veil. Anche Macron, criticabilissimo, per carità, viene giudicato «servo degli ebrei Rothschild».

Gli atti antisemiti nel 2018 in Francia sono aumentati del 78%. Avete idea di cosa sia il 78%. Purtroppo in Italia non esiste un osservatorio che sia in grado di rilevare scientificamente gli stessi numeri (e purtroppo troppo spesso le denunce finiscono nei cassetti) ma la situazione, signori, miei è grave.

Grave, schifosa, demente, buia e soprattutto internazionalmente sottovalutata. Varrebbe la pena leggere l’ultimo libro di Liliana Segre per rendersi conto che i segnali per preoccuparsi ci sono già tutti, eppure si scorge in giro una certa stanchezza, quasi un’assuefazione, un’abitudine marcia a ingoiare merda come se fosse tutto normale. Con un particolare, però: lamentarsi dell’opposizione. Ma, mi chiedo, di fronte a fatti di così inaudita gravità l’opposizione non dovremmo essere noi?

Buon lunedì.

La distruzione dell’accoglienza

ROME, ITALY - NOVEMBER 13: Men gather their belongings from the makeshift migrants' camp known as 'The Baobab' as they are removed from the site by police on November 13, 2018 in Rome, Italy. The camp, which was situated near Tiburtina train station was home to around 150 migrants, who had been living at there in unsanitary conditions without running water, electricity or toilets. (Photo by Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images)

Uccidere l’accoglienza dei richiedenti asilo. O almeno limitarne la portata, il numero di Comuni accoglienti, le modalità di gestione. Che questo fosse un obiettivo dichiarato del governo in carica, come di una parte della sedicente opposizione, è cosa acclarata. La legge Salvini, (mancano ancora i decreti attuativi ma si sta già applicando) è uno strumento essenziale ma non l’unico per giungervi. Stupisce che, mentre un sistema, in gran parte ma non del tutto, mal gestito viene smantellato, il racconto pubblico e le reazioni politiche si soffermino su singoli casi senza comprendere la portata di un progetto complessivo, palese e anche gradito. Ognuno spara cifre un po’ a casaccio per motivare tale azione, i “disaccoglienti” più sfegatati parlano di 5 miliardi di euro che potrebbero essere impiegati per “gli italiani poveri”, dimenticando i vincoli che impongono di non distorcere la destinazione d’uso delle risorse stanziate, in parte provenienti dall’Ue.
I “calcolatori” hanno capito che un disimpegno dello Stato potrebbe tradursi in una gestione, senza legge e senza controlli, da parte di privati, proprietari di case, erogatori di servizi che garantirebbe profitti anche non tracciabili dal fisco. Nel mezzo c’è una maggioranza del Paese, ormai abituata all’esistenza dei centri di accoglienza di diversa natura, che non ha colto una mutazione di fase, iniziata 8 anni fa e accelerata in questi mesi. Riavvolgiamo i nastri. Obiettivo dichiarato dei governi precedenti era quello di mantenere l’accoglienza come emergenza sistematica. Dagli sbarchi degli albanesi negli anni Novanta, fino alle primavere arabe, passando per i tanti flussi migratori che si sono succeduti nel Mediterraneo, si è agito come se si trattasse di…

Disattiva per: inglese

L’inchiesta di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 15 febbraio 2019


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Dieci, cento, mille Giordano Bruno

Uno slogan che dovrebbe risuonare il 17 febbraio nelle piazze e nelle strade d’Italia, a 419 anni dalla morte sul rogo di uno dei filosofi più visionari del pensiero umano. Ucciso da Santa Madre Chiesa per aver messo in dubbio la verginità di Maria, aver negato che nell’ostia ci fosse il corpo di Cristo, aver posto l’esistenza di mondi infiniti e collocato il sole, e non la Terra, al centro dell’universo e aver affermato che gli apostoli erano dei maghi. Dopo essere stato a lungo torturato, Bruno fu arso vivo a Roma a Campo dei Fiori, come monito per tutti coloro che avessero osato alzare la testa al cielo e dissentire dai dogmi cattolici. Quasi mezzo millennio è passato da allora, ma ancora oggi abbiamo un disperato bisogno di uomini in grado di sfidare il pensiero imposto e di aprire nuovi orizzonti alla mente e ai corpi degli esseri umani. In un’epoca in cui si innalzano muri, si respingono coloro che scappano da guerre e miseria, si distinguono individui di “serie A” da quelli di “serie B”, si crede a coloro che gridano più forte senza la pretesa della fondatezza delle fonti, si accendono l’ignoranza, la violenza e la stupidità a fari del discorso politico, noi gridiamo: “Dieci, cento, mille Giordano Bruno”! Il filosofo di Nola, ancor prima della rivoluzione scientifica, che risveglierà nella nostra Europa medievale e cristiana il pensiero scientifico al di là delle superstizioni religiose, ebbe l’ardire di intuire un universo infinito, senza centro e confini, in cui, non essendoci più un “alto” e un “basso”, i pianeti, gli astri e tutti gli esseri viventi diventavano uguali. Tutti avevano il diritto di alzare la testa verso il cielo, non solo preti e sovrani, ma anche calzolai e barcaioli. L’atto davvero rivoluzionario fu questo: spazzare via con un colpo di sguardo millenni di gerarchie, di cieli chiusi, di etere cristallino. Adesso, il cielo e la terra erano fatti della stessa sostanza e la creatura più umile diventava uguale a quella più elevata. Bruno proclamava una “filosofia libera” dai dogmi e dai pregiudizi, dove la mano si univa all’intelletto, per un sapere pratico, oltre che intellettuale. «A una nuova concezione dell’universo deve per forza corrispondere una nuova concezione dell’uomo»: un uomo non più scisso fra anima e corpo, ma un tutt’uno che unisse i sensi alla ragione per combattere quello stato “asinino” in cui vivevano gli uomini di Chiesa. Non più…

L’articolo di Elisabetta Amalfitano prosegue su Left in edicola dal 15 febbraio 2019


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La guerra simulata tra Lega e Pd

Italys Interior Minister and deputy PM Matteo Salvini (L) and President of the Latium region, Nicola Zingaretti (R) gesture as they preside over the demolition of some illegally built villas seized by Rome police to the Casamonica mafia clan in the south-eastern suburb Quadraro district of Rome on November 26, 2018. (Photo by Filippo MONTEFORTE / AFP) (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Tuona contro Maduro, visita il cantiere Tav in Val Susa, indica nel varo della devoluzione il vero punto cruciale per la continuità del governo. Salvini non solo cambia divise come gli attori cambiano abito di scena ma interpreta a suo modo, con movimenti repentini, l’essere di lotta e di governo. Si sa che nella “stabile instabilità”, che è il modo di essere del nuovo ordine mondiale, il movimento e l’evocazione del conflitto sono una caratteristica propria del potere. Specie se si tratta di un nuovo potere populista che deve distinguersi dalle élite.

Sono lontani i tempi della “rassicurante” Democrazia cristiana, la balena bianca. Se poi i populisti al governo sono due, il conflitto tra loro è parte del gioco. Specie se tra poco ci saranno elezioni, ed anzi già si vota per qualche Regione. Quindi Salvini non si perita di varcare i confini del contratto di governo e di fare invasioni di campo. Ma la cosa che colpisce, e spaventa, è che quando lo fa – ogni volta – si trova ad incontrare chi per definizione dovrebbe essere proprio su un’altra sponda e cioè il Partito democratico e l’insieme delle forze che ne hanno caratterizzato ed accompagnato la lunga stagione di governo.

Intendiamoci, sui temi ricordati all’inizio e su molti altri la convergenza non è di oggi. Come non ricordare che la Lega votò con il Pd anche il pareggio di bilancio in Costituzione. O chi può negare la continuità e la contiguità sulle politiche migratorie su punti cardine come il rapporto con la Libia. In realtà, nel ventennio dell’“antiberlusconismo” sono molte più le scelte condivise nell’alternarsi o nel coabitare dei due schieramenti che quelle contrastate. Ma oggi…

L’articolo di Roberto Musacchio prosegue su Left in edicola dal 15 febbraio 2019


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Ocalan, vent’anni di resistenza in carcere

Ararat riposa sotto il sole tiepido di un sabato pomeriggio. Sul tavolo la teiera e bicchieri per il chai, il tè. Appiccicato su una roulotte c’è il manifesto del corteo nazionale di sabato 16 febbraio, a Roma: la comunità curda, insieme a tantissime associazioni italiane, chiederà come ogni anno la liberazione di Abdullah ‘Apo’ Ocalan. Sono trascorsi vent’anni dal suo arresto, a Nairobi. Un arresto iniziato qui, nella capitale. Ararat, il centro culturale curdo sorto poco dopo a Testaccio, è una delle tante creature figlie di quell’arresto. Una palazzina a due piani, due stanze utilizzate come dormitorio, una biblioteca, la sala computer, una cucina.
Subito fuori, una piccola postazione per il tè, un biliardino, tavoli e sedie. Sulla terrazza al secondo piano i fili per stendere il bucato e sul piazzale il giardino “Azadi”, libertà, dove ogni anno il 4 aprile si festeggia il compleanno di Ocalan con una nuova pianta.
Ci sediamo in giardino. «Nel 1997 una nave, la Ararat, sbarcò in Calabria. Portava rifugiati curdi, attivisti, giornalisti», ci racconta F. Erano circa 800. Era dicembre. Alcuni di loro si spostarono a Roma, a Colle Oppio.
«Quando Ocalan è arrivato a Roma, l’anno dopo, venne portato all’ospedale militare. E allora tantissimi di quei curdi e tantissimi altri da tutta Europa si ritrovarono a Colle Oppio per abbracciare il loro leader. La gente dormiva all’aperto, si era costruita ripari con il cartone. Molti italiani portavano cibo e coperte. L’avevano ribattezzata Piazza Kurdistan. C’erano famiglie, bambini». Il 15 febbraio 1999 Ocalan viene arrestato in Kenya, dopo essere stato scaricato da Roma. «Il 27 maggio successivo – dice P. – i curdi occuparono questa palazzina, con l’aiuto di Dino Frisullo e degli architetti di StalkerLab». È nato Ararat, come la nave e come la montagna in cui leggenda vuole che si arenò l’arca di Noè. Da allora…

Quella legge ispirata da un apologeta della pedofilia

Una delle immagini usate nella campagna per la raacolta firme #fermatepillon del comitato D.I.Re

L’opinione pubblica comincia ad interessarsi alle posizioni oscurantiste di esponenti del governo in tema di separazioni delle coppie con figli perché il disegno di legge del senatore Pillon in esame al Senato vuole introdurre pesanti modifiche alla legislazione corrente. Si stanno mobilitando numerose associazioni pro e contro i contenuti di questo Ddl senza esclusioni di colpi perché è in gioco la reale possibilità che vengano annullati decenni di conquiste femminili e di tutela dei minori.

Uno degli articoli più pericolosi riguarda la tutela fisica e psichica dei figli quando la separazione avviene per maltrattamenti e/o abusi sessuali verso la madre e i figli (v. anche Left del 28 settembre 2018). In questo caso le madri corrono il rischio di essere accusate di «alienazione parentale» qualora i figli si rifiutino di abitare con il padre come deciso dal giudice in regime di bigenitorialità. Purtroppo queste accuse non sono estranee già da molti anni nei nostri tribunali con gravi conseguenze per i bambini.

L’ideatore nel 1985 della “sindrome di alienazione parentale” è il medico americano Richard Gardner nato a New York nel 1931 e morto suicida a Tenefly nel 2003. Auto-pubblicò tutti i suoi libri con la sua casa editrice Creative Therapeutics ed è stato consulente legale in numerosi processi di custodia legale. La credibilità scientifica e umana di questo personaggio si può valutare grazie alle disgustose affermazioni tratte dai…

L’articolo di Adriana Bembina prosegue su Left in edicola dal 15 febbraio 2019


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Uno Stato fatto a pezzi dalla destra, dove i diritti non contano

ROME, ITALY - DECEMBER 08: Minister for regional affairs Erika Stefani speaks at a a demonstration of La Lega alongside the president of Veneto Luca Zaia, the president of Lombardy Attilio Fontana and the president of Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga attend at a demonstration of La Lega on December 8, 2018 in Rome, Italy. Thousands of people gather for a demonstration organized by Matteo Salvini and the party La Lega. (Photo by Awakening/Getty Images)

I nodi vengono al pettine. La riforma del Titolo V voluta nel 2001 dal centrosinistra nell’intento di impedire l’avanzata elettorale della Lega al Nord, pur essendo ancora lontana dalla sua attuazione, sta per produrre uno dei suoi effetti più nefasti: l’autonomia differenziata di tre regioni (Veneto, Lombardia e Emilia Romagna). Il rischio, secondo economisti e giuristi, proprio per come il processo di regionalizzazione è stato condotto – «una sorta di trattativa privata tra la ministra leghista degli Affari regionali e i tre governatori», dice a Left Massimo Villone – è che salti in aria l’intero impianto della Repubblica. Con le tre regioni “forti” – producono il 40% del Pil – che gestiranno per conto loro molte materie tra cui, in modalità diverse, istruzione, sanità, ambiente, infrastrutture, beni culturali. Pd e Lega ormai viaggiano sullo stesso binario, con il Partito democratico nel totale silenzio, pur essendo all’opposizione. Del resto era stato il governo Gentiloni ormai in scadenza, il 28 febbraio 2018, a siglare la pre-Intesa tra lo Stato e le tre regioni, di cui, una, l’Emilia Romagna, a guida Pd. Nessun ostacolo per la ministra Erika Stefani nel portare avanti quell’autonomia differenziata prevista dall’art.116 della Costituzione riformata nel 2001.
Al governo Conte spetta il compito – la data fatidica è il 15 febbraio ma probabilmente ci sarà uno slittamento – di varare la proposta di legge che recepisce le richieste delle tre regioni. Una “secessione dei ricchi” l’ha definita l’economista Gianfranco Viesti che ha lanciato una petizione su Change.org (v. Left del 21 settembre 2018) e ha pubblicato per Laterza un agile e istruttivo e-book scaricabile in rete (Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale). Secessione dei ricchi perché, in estrema sintesi, là dove si produce di più arriveranno più soldi nei prossimi anni penalizzando le regioni con capacità fiscale più debole. Il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini…

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola dal 15 febbraio 2019


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Caso Cucchi, per le prove manomesse indagato un colonnello dei carabinieri

Ilaria Cucchi e sullo sfondo una foto del fratello Stefano, durante la registrazione della trasmissione televisiva 'Porta a Porta'' in onda su RAI Uno, Roma 11 ottobre 2018. ANSA/FABIO FRUSTACI

Il colonnello Lorenzo Sabatino è un altro alto ufficiale (per il caso precedente vedi Left) indagato nell’inchiesta sull’omicidio Cucchi e la poderosa macchina di depistaggi che si mise in moto alla morte, sei giorni dopo l’arresto del giovane geometra romano, il 22 ottobre del 2009. Chi conosce i fatti e le carte di questa lunga storia è convinto che sia l’ennesimo ma non certo l’ultimo colpo di scena, soprattuto per il filone di indagine che risale lungo la catena del comando.
Sabatino oggi è comandante provinciale dei carabinieri a Messina. È stato interrogato mercoledì pomeriggio come indagato dal pm Giovanni Musarò. Gli viene contestato il reato di favoreggiamento per l’attività di occultamento e manipolazione delle prove condotta nel novembre 2015 dal reparto operativo dell’Arma di Roma, di cui era allora comandante.

Il suo compito sarebbe stato quello di far deragliare anche l’inchiesta bis sull’omicidio, quella per cui si sta celebrando il processo ai tre carabinieri responsabili del pestaggio di Stefano e ad altri due per gli abusi collegati. Quel novembre del 2015, Sabatino aveva ricevuto l’incarico di raccogliere e trasmettere alla Procura tutti gli atti interni all’Arma su Cucchi ma per il pm Musarò non avrebbe segnalato che erano state «manomesse» due delle evidenze chiave in grado di ricostruire cosa fosse accaduto la notte del 16 ottobre 2009, quella dell’arresto e del pestaggio di Stefano Cucchi: le ormai famose relazioni di servizio “addomesticate” scritte dai carabinieri Colicchio e Di Sano, piantoni di guardia nella caserma di Tor Sapienza, dove Stefano trascorse la notte dell’arresto.

A entrambi, come l’indagine della Procura ha ormai accertato, venne imposto dalla catena gerarchica dell’Arma di correggere quanto avevano inizialmente annotato per iscritto nelle loro relazioni in modo tale che scomparisse ogni riferimento alle tracce, già in quella notte dell’ottobre 2009 evidenti, del pestaggio appena subito da Stefano dai carabinieri che lo avevano arrestato. E vennero dunque confezionati due falsi, due nuove annotazioni che di quelle originali avevano la medesima veste grafica e lunghezza, riportavano la stessa data, «ma erano appunto purgate nei contenuti». Sabatino non notò quella discrepanza ma affastellò originali e falsi in un unico malloppo di carte che, tuttavia, il pm Musarò è riuscito a dipanare. Il colonnello Sabatino avrebbe provato a cadere dalle nuvole e scaricare la responsabilità della mancata segnalazione alla Procura prima sul capitano Testarmata, quindi sull’allora comandante del Nucleo Investigativo.

Sabatino è stato citato anche nell’udienza di ieri, 14 febbraio, quando ha deposto il maggiore Pantaleone Grimaldi, l’ufficiale che si accorse dello sbiachettamento del nome di Cucchi dal registro del fotosegnalamento. «Capii subito che si trattava di un’irregolarità, un’irregolarità tra l’altro sanzionabile anche con un provvedimento disciplinare. Dissi al capitano Tiziano Testarmata che il documento doveva essere sequestrato ma all’epoca riposi la mia fiducia su Testarmata e decisi di non insistere». Grimaldi, che nel 2015 divenne comandante della Compagnia Casilino, nel novembre di quell’anno venne contattato dal comandante del Reparto operativo, il colonnello Lorenzo Sabatino, il quale lo avvertì che sarebbe arrivato il capitano Testarmata per acquisire documenti sul caso Cucchi che erano conservati ancora in un armadio chiuso a chiave. «Notai anche che nel campo dove si deve scrivere chi effettua il foto segnalamento c’era scritto solo addetto», ha aggiunto Grimaldi, sentito già lo scorso novembre dal pm Giovanni Musarò quando riferì di aver detto a Testarmata, in quell’occasione, che non poteva essere solo un caso che quella serie di irregolarità riguardassero la vicenda Cucchi.

Ieri, al termine della lista dei testi convocati dal pm, è iniziato l’ascolto dei testimoni delle parti civili. Tra questi una serie di persone che hanno avuto contatti con Cucchi nella palestra che frequentava: tutti hanno detto che all’epoca precedente il suo arresto, il giovane si allenava regolarmente, nonostante la magrezza, vero chiodo fisso delle difese degli imputati. E poi, Massimiliano Di Carlo, un agente della penitenziaria che vide il giovane nelle celle del tribunale prima del suo accompagnamento in aula per l’udienza di convalida dell’arresto. «Aveva il volto tumefatto con delle macchie scure di colore marrone sul viso – ha detto testimoniando per la prima volta al processo – All’epoca commentai con un collega, dicendo “guarda com’è conciata questa persona”».

Il 27 febbraio si ritornerà in aula. Tra i testimoni citati ci sarà il generale Vittorio Tomasone, all’epoca comandante provinciale dei carabinieri di Roma e che, secondo alcuni testimoni ordinò verifiche interne su quanto accaduto in caserma nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, quando Cucchi fu arrestato. Ma quel giorno entrerà in aula anche la vicenda della radiografia a metà e il referto non firmato. Misteri che questo processo sembra deciso a chiarire.

Il diritto di essere amati

Passato San Valentino? Buon per voi.

C’è una poesia, risale al 30 gennaio del 2014 di ben cinque anni fa. Cinque anni fa se ci pensate è un’era geologica.

L’ha scritta un ragazzino delle medie, Andrea Tirrè. Eccola qua:

Tutti i bambini del mondo hanno diritto di essere amati,
di essere accompagnati
e di essere coccolati.

Qualunque sia il loro colore
la loro carnagione
e la loro religione.
Non è importante, perchè la cosa migliore è l’amore.

Anche i bambini cattivi hanno il diritto di essere amati
di essere apprezzati
e di essere guidati,
fino a quando non saranno maturati.

E’ bello essere amati e coccolati
fino a quando non saremo tutti cresciuti.

Io la trovo bellissima. Ci aggiungerei una cosa soltanto. Tutti hanno il diritto di amarsi e di essere amati. Tutti, non solo i bambini. E nessun uomo ha il diritto di guardare dall’alto in basso un altro uomo in difficoltà senza tendere la mano. Se nella Costituzione ci fosse scritto che tutti hanno il diritto di essere amati metà dei provvedimenti della politica internazionale sarebbero fuori legge. Pensa te.

Buon venerdì.