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A 40 anni dalla rivoluzione iraniana

Quella iraniana fu l’ultima grande rivoluzione del Novecento, la prima ad essere trasmessa in tv e a essere immortalata dai reporter di tutto il mondo. Esistono quindi moltissime immagini di quegli eventi, oggi facilmente reperibili sul web: le manifestazioni di massa, la fuga dello scià Mohammad Reza Pahlavi dall’Iran, il ritorno dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni e l’instaurazione della Repubblica islamica. Eventi noti pressoché a tutti. Ma conosciuti probabilmente in modo superficiale proprio perché dati ormai per assodati, come se l’Iran fosse da sempre una Repubblica islamica, un antagonista degli Usa e un nemico di Israele. Il “peccato originale” dell’Iran contemporaneo – agli occhi dell’osservatore occidentale – è proprio la rivoluzione del 1979. Una rivoluzione quasi sempre bollata come “irrazionale” e retrograda, colpevole di aver inaugurato la stagione del fondamentalismo islamico. Una narrazione semplicistica che non prende in considerazione i perché di quella rivoluzione.

Da Mossadeq a Khomeyni: dove lo scià fallisce
Dal 1963, con la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, lo scià vara una serie di riforme con cui vuole scardinare l’impianto “tradizionalista” della società iraniana: concede il diritto di voto alle donne, vara la riforma agraria, tenta di creare una burocrazia manageriale, combatte l’analfabetismo inquadrando i giovani universitari nel cosiddetto «esercito del sapere» e inviandoli a insegnare nei paesini più sperduti. Incoraggia i giovani ad andare a studiare in Europa e negli Usa perché sogna di creare una nuova classe dirigente di stampo occidentale. Paradossalmente, moltissimi di questi studenti all’estero costituiranno un nucleo fondamentale dell’opposizione allo scià: a contatto con altri modelli di partecipazione politica e di potere, trovano…

 

Antonello Sacchetti è l’autore di Iran, 1979 La Rivoluzione, la repubblica islamica, la guerra con l’Iraq  pubblicato da Infinito edizioni (prefazione di Chiara Mezzalama).  Il libro sarà presentato l’8 dicembre alle 13 a Più libri più liberi, nella Sala Vega della Nuvola di Fuksas. Oltre all’autore intervengono Luca Giansanti e Farian Sabahi.

 

L’articolo di Antonello Sacchetti prosegue su Left in edicola dal 7 dicembre 2018


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Presentazione di Left a Più libri più liberi 2018 (video)

“La rivista Left nella promozione del dialogo interculturale”.

Incontro organizzato da Cric-Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura nell’ambito di Più libri, più liberi 2018

Roma, 7 dicembre 2018 – Nuvola di Fuksas

 

I desaparecidos del Paese dei cedri

TOPSHOT - Mothers and relatives of Lebanese citizens who disappeared or went missing since the Lebanese civil war in 1975, carry their pictures during a press conference that revolves around the newly voted law regarding the missing during the civil war, held next to the tent of the families of the missing at the entrance of the United Nations headquarters in downtown Beirut on November 28, 2018. - Lebanon has passed a law to investigate the fate of thousands of people who disappeared during the country's civil war, a move that answers a longstanding demand from human rights groups and families. Around 17,000 people are believed to have been "kidnapped or 'disappeared'" during the 1975-1990 conflict in Lebanon, human rights groups estimate. (Photo by JOSEPH EID / AFP) (Photo credit should read JOSEPH EID/AFP/Getty Images)

La professoressa Carmen Husun Abu Jaudé dell’università Saint Joseph di Beirut non si dà pace: «Come possiamo cambiare la percezione della politica in Libano? Qui si ha l’idea che sia corrotta perché a farla sono dei corrotti, ma in realtà è la fonte per raggiungere la soluzione dei problemi». Ad ascoltarla, in un locale della capitale libanese Beirut, ci sono una sessantina di studenti universitari incuriositi dal tema trattato. Politica è una parola carica di accezioni negative nel Paese dei Cedri: basta vedere l’affluenza alle urne storicamente bassa. Del resto, se per legge le cariche e seggi vanno divisi tra le comunità religiose presenti nel Paese, allora che senso ha andare al votare? Il rigetto della politica istituzionale si riflette negativamente anche nella società civile che, frammentata e sempre più attenta alla difesa della propria setta-gruppo, stenta a creare una vera opposizione dal basso. «Thawra» (Rivoluzione), «Abbasso ai corrotti» gridavano alcuni attivisti durante una manifestazione di protesta tenutasi in occasione del giorno dell’Indipendenza lo scorso 22 novembre. Il titolo dell’iniziativa era tutto un programma: «La nostra indipendenza dal vostro sfruttamento». Ancora una volta nel mirino dei dimostranti era finita l’intera classe politica locale: le voci e cartelli riecheggiavano in parte quelli del movimento You Stink che nel 2015, con il pretesto della crisi rifiuti, era riuscito a creare in Libano per alcuni mesi una vera opposizione dal basso capace di sfidare l’ingessato mondo politico locale. Quell’esperienza…

Il reportage di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola dal 7 dicembre 2018


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Creare lavoro mettendo il territorio in sicurezza

ALCALA DE LOS GAZULES, SPAIN - JULY 03: (L-R) A bark collector 'recogeor' carries bark while axemen 'Hachas' Francisco Velez, 46, and Ismael Jimenez, 26, remove the bark of a cork oak at Parque Natural de los Alcornocales on July 3, 2013 near Alcala de los Gazules, Spain. Spain and Portugal are the largest producers of cork in the world with Los Alcornocales Natural Park in the Iberian Peninsula being the leading region for production. The ancient cork cultivated in these oak forests is a major world export, financially benefitting the region. The bark from the oak is harvested every nine years, through traditional methods. The best planks are sourced for wine bottling corks while the rest is processed into agglomerate cork. (Photo by Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)

È possibile conservare l’ambiente e allo stesso tempo creare occupazione e sviluppo? Di sicuro per affrontare questo nodo cruciale servono un cambiamento culturale e una visione politica ed economica diversa rispetto a quella espressa finora sull’ambiente. È quanto sostengono scienziati, economisti ambientali e agricoltori. Davide Marino, docente di Economia ambientale all’Università del Molise prima di tutto ricorda a Left una grande “lezione del passato”, la politica keynesiana di Roosevelt che, all’epoca della crisi del ’29 dette impulso all’occupazione attraverso la spesa pubblica con «un ripensamento del territorio, la riforestazione, la difesa del suolo, la messa in sicurezza dei bacini idrogeografici». Da una scelta del genere deriva un vantaggio, valido allora come oggi: attraverso la spesa pubblica, mettendo in sicurezza il territorio, si risparmiano i costi di un intervento futuro di ripristino dopo un’alluvione o una frana, ben più onerosi. Sono i cosiddetti “costi evitati”: fonte di risparmio, di investimento e anche di sicurezza, quella reale non quella della propaganda.

Il patrimonio naturale e il benessere umano
Ma torniamo alla domanda: è possibile coniugare sviluppo e protezione dell’ambiente? «Da più di vent’anni a livello internazionale la questione viene affrontata attraverso i concetti di capitale naturale, servizi ecosistemici e benessere umano sostenibile. E lo voglio sottolineare perché in Italia, nonostante alcuni recenti segnali incoraggianti, ci sono ritardi culturali e istituzionali in questo ambito», spiega Marino.
Il capitale naturale si chiama così perché fornisce beni e servizi ai processi produttivi dell’umanità, cioè risorse e un ambiente sicuro in cui vivere. Tre anni fa con la legge 221/2015, la cosiddetta norma della Green economy, venne istituito il Comitato del capitale naturale che ogni anno stende il Rapporto sul capitale naturale. Nella…

 

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola dal 7 dicembre 2018


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Perché le destre xenofobe puntano sul negazionismo climatico

In Italia di clima si parla molto meno rispetto al resto dell’Europa. Tuttavia, la questione ambientale e climatica è viva e vegeta: lo testimonia il successo ottenuto dai Verdi nelle ultime tornate elettorali alle regionali in Germania, ma anche il buon risultato della formazione di Jesse Klaver alle politiche olandesi del 2017. Se non agiamo al più presto, avverte la comunità scientifica internazionale, la razza umana andrà a sbattere contro un vicolo cieco.

A supporto di questa tesi c’è l’ultimo report annuale dell’Ipcc, il panel di esperti dell’Onu che studia gli effetti e le cause del cambiamento climatico: se entro il 2030 non riduciamo drasticamente le emissioni in atmosfera, la temperatura del pianeta salirà ben oltre i 1,5-2 °C previsti dall’accordo di Parigi (v. Left del 26 ottobre 2018). Ma per le destre sovraniste di tutto il mondo, in molti Paesi al potere, la crisi ambientale non è tra le priorità. Oppure è colpa degli «ambientalisti da salotto» come direbbero il ministro degli Interni italiano e i suoi seguaci. I cambiamenti climatici e il surriscaldamento globale in tutto ciò sono solo un dettaglio.

Il modello si trova al di là dell’Atlantico, e si chiama Donald Trump. E tra gli emuli europei non c’è solo il Carroccio: dalla tedesca AfD al francese Rassemblement national, dall’Ukip inglese agli Svedesi democratici, tutte le forze nazionaliste di destra, a vari livelli, guardano al successore di Obama con interesse. Anche per quanto riguarda il negazionismo sui cambiamenti climatici.

Il 4 ottobre del 2016 la plenaria di Strasburgo ratifica l’accordo di Parigi sul clima. Il consenso è enorme: la proposta passa con 610 voti a favore, 31 astensioni e 38 contrari. Gli unici voti italiani che si schierano contro sono… 

L’articolo di Giacomo Pellini prosegue su Left in edicola dal 7 dicembre 2018


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La guerra silenziosa

Sono bastati solo 3 mesi al governo grillo-leghista per mettere in crisi la fragilissima ripresa dell’economia italiana. Il Pil nel 3° trimestre, quindi luglio, agosto, settembre, è calato dello 0,1% rispetto all’anno precedente. Le mirabolanti promesse del governo si sono sgonfiate in un tempo eccezionalmente breve. Il dato molto importante di questo calo del Pil è il fatto che dipende essenzialmente dalla diminuzione degli investimenti. Ossia dalla diminuzione di ciò che invece il governo sostiene sarebbe aumentato. In sostanza significa che chiunque abbia soldi da investire, in nuove attività produttive, immobili, acquisti di partecipazioni, investimenti per lo sviluppo, ecc. preferisce non farlo o magari investirli non in Italia. E il motivo è un ragionamento banale. Chi può avere interesse di investire i propri soldi in Italia sapendo che al governo ci sono forze politiche che non nascondono affatto il proprio disegno di uscita del Paese dall’euro? Perché mai rischiare di vedere convertiti d’ufficio i propri soldi in una nuova moneta italiana che è ovvio si svaluterebbe immediatamente almeno del 30% del proprio valore gettando per di più il Paese in una recessione drammatica?

Salvini e Di Maio hanno fatto la voce grossa con gli altri Paesi europei e con la Commissione europea tuttavia il problema non sono direttamente i partner europei ma appunto gli investitori internazionali e soprattutto nazionali. Che la struttura dell’Unione europea abbia bisogno di essere rivista è fuori di dubbio. Ma ribellarsi in maniera così casuale ad essa è profondamente sbagliato e può portare soltanto danni al Paese, come in effetti sta accadendo. Viviamo in tempi complessi in cui apparentemente c’è un superamento delle ideologie e delle categorie novecentesche. Le religioni monoteiste sono tutte in crisi. Le categorie politiche “classiche” sono anch’esse in crisi. Sembra non essere più possibile una rappresentanza politica delle istanze della popolazione. Sembra non essere nemmeno più chiaro quali siano queste istanze.

L’unica cosa che sembra restare in piedi sono le nazioni con le loro lingue e culture nazionali. È allora necessario lavorare perché l’Unione europea si estenda e vada oltre quelle che sono le sue attuali competenze. Che si arrivi ad una unione politica e non solo economica e tecnica. Sarebbe bene che anche a sinistra venga compresa questa semplice logica. Quello che ci vuole è più internazionalismo, in questo caso europeo, e meno sovranismo. La guerra guerreggiata si combatte in ambiti regionali, normalmente lontani dai Paesi più avanzati. Ma se guardiamo meglio è ormai in corso una guerra tecnologica sempre più sofisticata in cui tre grandi potenze si danno battaglia: gli Usa, la Cina e la Russia. Il terreno dello scontro è sicuramente il controllo delle risorse naturali, ma considerando che la tecnologia permetterà in breve tempo di superare la dipendenza dal petrolio, il vero scontro sarà su chi controlla il territorio, in particolare le risorse idriche e la terra coltivabile.

Perché è ormai chiaro che i grandi temi di questo secolo saranno la crisi climatica con le sue conseguenze e il controllo della tecnologia che di fatto sarà ciò che muoverà e determinerà i flussi economici. In quest’ottica tutte e tre le grandi potenze puntano al disfacimento dell’Unione europea. È molto più facile controllare Paesi isolati con monete nazionali deboli che non un’unione europea che con tutti i suoi grandi limiti è la più grande economia mondiale. Inoltre l’Europa è il continente più vicino all’Africa rispetto agli altri grandi Paesi. Ed è l’Africa il continente con le più grandi possibilità di sviluppo per la gran parte ancora inespresse.

Non a caso l’Africa è il continente dove la Cina sta investendo in assoluto di più per “colonizzare” alla sua maniera, ossia creando infrastrutture e attività economiche connesse ad esse.

Il piccolo cabotaggio di Salvini per non parlare di quello ancor più minuscolo di Di Maio non può nulla di fronte a forze in gioco che sono enormi e possono spazzare via la nostra economia in un battito di ciglia. È senz’altro necessario immaginare una nuova economia che metta al centro della propria struttura teorica l’essere umano e che non sia sempre e solo mors-tua vita-mea. L’economia non può essere sempre a scapito di qualcun altro o di qualcos’altro. Dobbiamo riuscire a superare i contrasti e le contraddizioni e immaginare un futuro che sia diverso. Se l’Europa muore finisce con essa anche la speranza che Paesi diversi possano lavorare insieme per un fine comune più alto che può essere anche un bene comune. Un fine ideale che è sovranazionale perché riguarda tutti gli esseri umani e che nel tempo potrà estendersi a tutti superando l’idea illuministica di Stato nazionale.

Ed è giusto e ovvio che sia così dato che a prescindere dal luogo di nascita siamo tutti esseri umani: uguali per diritto di nascita.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 7 dicembre 2018


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Imprigionati, isolati, umiliati e offesi

Migrants wear Id bracelets aboard of the Norwegian Siem Pilot ship during a migrant search and rescue mission off the Libyan Coasts, Tuesday, Sept. 1, 2015. Four dead bodies and hundreds of migrants were transferred on the Norwegian Siem Pilot ship from an Italian Navy ship and a Doctor Without Borders vessels after being rescued in different operation in the Mediterranean sea. (AP Photo/Gregorio Borgia)

«Mi trovo in una posizione veramente molto difficile, peggio del carcere», afferma un trattenuto presso il centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr “Brunelleschi”, già Cie) di Torino. Si tratta di una dichiarazione significativa, considerando che le persone trattenute all’interno dei Cpr non sono colpevoli di aver commesso un reato, ma sono private della libertà personale in ragione di una irregolarità amministrativa. Il progetto di ricerca “Uscita di emergenza” nasce con l’intento di definire la natura dei centri di detenzione amministrativa per stranieri, che a vent’anni dalla loro istituzione sono ancora luoghi dove tutto può succedere, ma dove niente è adeguatamente prevedibile.

La visita all’interno del Cpr di Torino, nonché il dialogo con le autorità e le interviste svolte con alcuni soggetti coinvolti – tra cui i trattenuti e il personale del Cpr stesso – hanno rivelato come il Cpr sia una zona d’ombra sotto molteplici profili. Uno di questi è quello che attiene al diritto alla salute e alle garanzie dell’accesso alle cure e della continuità terapeutica delle persone trattenute.

Il trattenimento amministrativo dello straniero è privo di una disciplina normativa organica, essendo regolato da una serie affastellata di norme, alcune di rango primario, altre secondario, prive di previsioni di dettaglio. A differenza di quanto avviene negli istituti penitenziari, non vi è alcun obbligo di fornire dati statistici o di documentazione relativi al funzionamento ordinario dei centri. Questo contribuisce a rendere difficoltosa qualsiasi possibile valutazione qualitativa della gestione degli stessi.

L’esercizio dei diritti fondamentali delle persone trattenute è ostacolato da…

L’articolo di Carolina Di Luciano e Luca Falsone prosegue su Left in edicola dal 7 dicembre 2018


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E questo invece è successo a me

Passeggeri si accalcano per salire su un bus durante lo sciopero dei trasporti alla stazione Termini, Roma, 22 marzo 2018. ANSA/ANGELO CARCONI

Roma, stazione Metro A, fermata San Giovanni. Una giovane rom con la figlia di 3-4 anni tenta di rubare il portafogli a un passeggero. Il furto viene sventato. Interviene un vigilantes. Il resto l’ha scritto Giorgia Rombolà, giornalista di Rai News 24 e l’ha raccontato così bene che non serve aggiungere altro:

“Ne nasce un parapiglia, la bambina cade a terra, sbatte sul vagone. Ci sono già i vigilantes a immobilizzare la giovane (e non in modo tenero), ma a quest’uomo alto mezzo metro più di lei, robusto (la vittima del tentato furto?) non basta. Vuole punirla. La picchia violentemente, anche in testa. Cerca di strapparla ai vigilantes tirandola per i capelli. Ha la meglio. La strattona fina a sbatterla contro il muro, due, tre, quattro volte. La bimba piange, lui la scaraventa a terra”.

Giorgia Rombolà interviene chiedendo di non picchiare la ragazza, davanti agli occhi della bambina.

“Un tizio che mi insulta dandomi anche della puttana dice che l’uomo ha fatto bene, che così quella stronza impara. Due donne (tra cui una straniera) dicono che così bisogna fare, che evidentemente a me non hanno mai rubato nulla. Argomento che c’erano già i vigilantes, che non sono per l’impunità, ma per il rispetto, soprattutto davanti a una bambina. Dicono che chissenefrega della bambina, tanto rubano anche loro, anzi ai piccoli menargli e ai grandi bruciarli. Un ragazzetto dice se c’ero io quante mazzate. Dicono così. Io litigo, ma sono circondata. Mi urlano anche dai vagoni vicini. E mi chiamano comunista di merda, radical chic, perché non vai a guadagnarti i soldi buonista del cazzo. Intorno a me, nessuno che difenda non dico me, ma i miei argomenti. Mi guardo intorno, alla ricerca di uno sguardo che seppur in silenzio mi mostri vicinanza”.

Ma il nodo della questione è tutto nelle ultime righe: “Cammino verso casa, mi accorgo di avere paura, mi guardo le spalle. E scoppio a piangere. Perché finora questa ferocia l’avevo letta, questa Italia l’avevo raccontata. E questo, invece, è successo a me”.

Ed è proprio questo il punto: sdoganare la violenza e la vendetta non può mai essere indolore. Ogni granello di ferocia gira, come le pallottole, e prima o poi torna. Quando arriverà in faccia a noi non ci ascolterà nessuno perché saremo noi a essere sbagliati: ci vuole poco per spostare un limite etico e poi ci vogliono anni per riportarlo indietro.

Buon venerdì.

Omicidio Cucchi, il processo e le indagini puntano in alto

Il presidente prima corte d'assise del tribunale di Roma Vincenzo Capozza, mostra un'immagine di Stefano Cucchi durante il Processo Cucchi bis, all'interno dell'aula, Roma, 27 settembre 2018. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Chi diede l’ordine di truccare le annotazioni di servizio relative al passaggio di Stefano Cucchi nella caserma di Tor Sapienza? Perché quella notte non fu avvisato il comandante di stazione del fatto che ci fosse un detenuto per il quale era stato chiesto l’intervento dell’ambulanza? E perché il comandante della Compagnia decise di visitare quella caserma proprio il giorno dopo la morte di Cucchi?

La nuova udienza del processo per l’omicidio di Stefano Cucchi continua a scavare verso l’alto proprio dove sembrano puntare le indagini ancora in corso: nelle testimonianza ricorrono i nomi degli ufficiali che comandavano la Compagnia e il Gruppo. Nell’udienza di oggi per la prima volta l’attività integrativa d’indagine della procura sul depistaggio, entra a far parte del dibattimento con l’audizione del luogotenente Massimiliano Colombo Labriola, uno degli indagati in quella che è definita l’inchiesta ter sulla vicenda.

Ed è arrivata l’ennesima conferma: le annotazioni sulle condizioni di Cucchi nella notte del suo arresto per droga (morì dopo una settimana in ospedale, nell’ottobre 2009) furono modificate. È stata oggi ricostruita temporalmente e cronologicamente la vicenda nel suo complesso. «Io non ho mai visto Cucchi – ha detto Colombo Labriola, comandante della Stazione Cc Tor Sapienza -, solo la mattina del 16 ottobre 2009 ho appreso che nella notte i carabinieri della Stazione Appia avevano portato nelle nostre camere di sicurezza un detenuto, e che durante la notte non si era sentito bene, tanto che era stato chiamato il 118». Il luogotenente non sentì parlare più del giovane, fino al 26 ottobre 2009. «Mi telefonò il maggiore Soligo (comandante della Compagnia Montesacro, ndr) che mi invitò a raggiungerlo. Nel suo ufficio mi disse che Cucchi era morto, la procura aveva aperto un’inchiesta e che i militari in servizio quella notte avrebbero dovuto fare un’annotazione di servizio per indicare il loro ruolo».

Di lì, l’escalation che è poi approdata alla “modifica” delle annotazioni. «Il 30 ottobre 2009 – ha detto Colombo Labriola – era in programma la visita quadrimestrale del comandante della Compagnia; quella mattina il maggiore Soligo mi contattò dicendo che le annotazioni redatte dai carabinieri Colicchio e Di Sano (autori delle annotazioni) non andavano bene perché il contenuto era ridondante, erano estremamente particolareggiate e nelle stesse si esprimevano valutazioni medico-legali con non competevano a loro». I due carabinieri furono ascoltati dal maggiore Soligo; i files furono trasmessi al tenente colonnello Francesco Cavallo (all’epoca Capo Ufficio Comando del Gruppo Roma) e poi ritornarono indietro con testo cambiato e la scritta «meglio così».

In realtà, Left lo ha scritto anche il 24 ottobre scorso, quando il carabiniere Colicchio rivelò che gli fu chiesto di firmare roba che «non era farina del mio sacco». La questione fruttò la “nomination” del tenente colonnello Francesco Cavallo, all’epoca dei fatti capo ufficio comando del Gruppo carabinieri Roma e la certezza che fosse «una storia costellata di falsi», come avrebbe detto il pm Musarò, titolare della nuova inchiesta. Oggi Gianluca Colicchio è tornato in aula, a piazzale Clodio, per puntualizzare, alla luce delle nuove indagini, i passaggi della sua deposizione. Qualcosa non gli quadrava fin dall’inizio, anche se si limita a dire: «L’unica sensazione che ho avuto è che Cucchi stesse male; non ho mai detto di aver avuto la sensazione ce era stato picchiato». Tuttavia, «fui io a decidere di contattare il 118 in quanto lo stato di salute di Cucchi destava impressione già all’ingresso in caserma. Ero solo: la terza voce che da intercettazione si sente dire “sputato sangue” non era di qualcuno con me. Quella notte non ritenni di avvisare il comandante di Stazione per non disturbarlo».

Ma è la vicenda della doppia annotazione di servizio sulle condizioni di salute di Cucchi quella notte in caserma a tenere banco: «Come ho detto la scorsa udienza, di una riconosco la firma, il contenuto della seconda non lo riconosco. In particolare disconosco il passaggio in cui c’è scritto che Cucchi “dichiarava di soffrire di epilessia, manifestando uno stato di malessere verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza e lamentandosi del freddo e della scomodità della branda di acciaio”. Disconosco anche il passaggio in cui c’è scritto che Cucchi rifiutava il ricovero “riferendo di sentirsi bene e non averne bisogno”».

In sintesi, a Colicchio e Di Sano fu chiesto di “correggere” le annotazioni di servizio e, mentre Di Sano acconsentì pare per timore che gli fosse bloccata la licenza, Colicchio riferisce di essere stato piuttosto scosso dalla richiesta dei suoi superiori ma quella dichiarazione firmata da lui finì in archivio anziché essere distrutta e trasmessa forse all’insaputa del carabiniere. Altre due domande da aggiungere a quelle formulate nell’attacco di questo pezzo: chi trasmise quell’annotazione? E perché non era stata distrutta? «Quella modifica cambiava la natura dell’episodio e il tempo di quello che volevo raccontare – ha spiegato Colicchio – l’ho lasciata lì nella convinzione che non sarebbe stata inoltrata». E, ancora, «Credo che la regìa non fosse del maggiore Soligo, che anche lui rispondesse agli ordini della sua catena gerarchica».

«Ricordo che il 27 ottobre 2009, in occasione della visita quadrimestrale del comandante in Stazione, il collega Colicchio era arrabbiatissimo e, andandosene, ebbe con me un breve sfogo. Mi disse “mi volevano fare cambiare l’annotazione, ma li ho mandati aff…”», dirà infine il maresciallo Ciro Grimaldi, ultimo testimone di oggi. Nei giorni successivi «capii che l’annotazione in questione – ha aggiunto – riguardava il servizio svolto nella notte in cui Cucchi era stato ristretto presso la camera di sicurezza della stazione di Tor Sapienza». Per quanto riguarda il resto, il maresciallo Grimaldi ha detto di non aver mai visto Cucchi. Quando in caserma arrivò il 118 «gli infermieri entrarono nella cella insieme con Colicchio; io restai sulla porta. Ricordo che Cucchi era coperto e non voleva farsi visitare; l’infermiere riuscì solo a prendergli i parametri vitali». Fu Colicchio «a dirmi che era molto magro e, commentando gli articoli di stampa successivi alla morte, mi disse “ma come si fa a picchiare uno così?”. Mi raccontò che Cucchi aveva la cinta rotta e alla richiesta di cosa fosse successo, rispose «me l’hanno rotta l’amici tua». Nei giorni successivi alla morte, «il piantone mi passò una telefonata del maresciallo Mandolini (uno degli imputati, accusato di calunnia, ndr) e mi chiese d’inviargli l’annotazione di servizio del militare che lo aveva piantonato quella notte; e se durante la notte Cucchi avesse compiuto gesti di autolesionismo in camera di sicurezza. Gli risposi che non mi risultava nulla del genere».

In aula, oltre ai “soliti” attivisti di Acad, anche Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana, in rappresentanza anche del segretario generale Raffaele Lorusso e del presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, per confermare l’impegno assunto a essere «scorta mediatica» di ogni cittadino che reclama verità e giustizia. «Non vi è dubbio – spiega una nota – che la tragedia che ha colpito la famiglia di Stefano Cucchi sotto questo profilo sia esemplare, proprio perché il muro dei depistaggi, delle connivenze e dei silenzi è stato incrinato in primo luogo dal coraggio della sorella Ilaria e di tutta la famiglia, dell’avvocato Fabio Anselmo e dei non pochi cronisti che non hanno accettato le verità di comodo e hanno deciso di “illuminare” quello che doveva restare oscuro».

Storie di resistenza green e coerente

L’8 dicembre, per la Val di Susa, non è una data qualsiasi. Quel giorno, nel 1943, in una frazione del comune di San Giorio di Susa, una pattuglia di partigiani si incontra, per giurare di non cessare la lotta contro l’occupante nazista e il traditore fascista sino alla liberazione. Sessantadue anni dopo, nello stesso giorno del 2005, in quella medesima vallata, la popolazione si attiva per allontanare un altro occupante. Al posto dei carri armati: ruspe, gru, macchinari. Sono gli strumenti con cui i vincitori degli appalti intendono attuare il progetto di deturpazione della valle ordinato dai governi italiano e francese: una linea ferroviaria ad alta velocità destinata in massima parte al trasporto di merci. Il cui transito complessivo sull’arco alpino da venti anni – è bene ricordarlo – è in calo costante. Nel dicembre di tredici anni fa, gli abitanti della Val di Susa decidono di riappropriarsi  simbolicamente di Venaus, facendo irruzione nel cantiere del primo maxisondaggio. Per dimostrare che fermare il disastro è possibile.

Uno scempio economico e ambientale che costerebbe complessivamente circa 11 miliardi di euro (considerando il tratto transfrontaliero, di cui più di 3 li dovrebbe mettere l’Italia, al netto di contributi francesi ed Ue), mentre l’attuale linea merci resta – di fatto – sottoutilizzata. Fermare tutto non comporterebbe penali (non previste dall’accordo bilaterale Italia-Francia), e nemmeno lascerebbe l’opera a metà, dato che né sul lato francese né su quello italiano è ancora stato deposto un metro di binari.

Ma una galassia di poteri forti – lobbies industriali in testa – non ci sta, e lavora per stroncare una resistenza ormai quasi trentennale. Una dinamica, questa, che viene replicata in molti territori. Dal nord al sud del Paese. Per questo motivo, i movimenti contro le grandi opere inutili dannose e imposte torneranno a farsi sentire, all’unisono, l’8 dicembre.

«È diventata la data delle lotte ambientali un po’ per tutti», spiega Nicoletta Dosio, storica militante, simbolo della lotta No Tav. La nuova mobilitazione dei valligiani, in particolare, assume un…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 7 dicembre 2018


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