Nella bellissima canzone “Non insegnate ai bambini”, uscita postuma nel 2003, Giorgio Gaber ammoniva profetico: «Non insegnate la vostra morale è così stanca e malata potrebbe far male/ forse una grave imprudenza è lasciarli in balia di una falsa coscienza».
La lezione del Signor G purtroppo sembra oramai solo un flebile brusio nelle orecchie distratte della maggioranza degli adulti. Prima a Riccione poi a Rimini dei bimbi di colore, secondo quanto riportano le cronache dei giornali, sono stati allontanati e insultati da altri bambini per il colore della pelle. Gli stereotipi e i pregiudizi hanno sporcato di una violenza più grande di loro i piccoli protagonisti di questi brutti episodi. Eppure, anche in questo mare magnum di disumanità, ci sono dei segnali di confortante speranza.
«Gli stereotipi non sono innati. Sono trasmessi dalla famiglia, dall’ambiente culturale e sociale con vari mezzi. Abbondano nel linguaggio comune e traspaiono anche nelle informazioni che riceviamo dal mondo dei mass media. E dato che gli stereotipi sono aspettative che possono influenzare i nostri comportamenti, costituiscono la base sopra cui si costruiscono pregiudizi, discriminazione e razzismo». Renata Toninato è un’insegnante di scuola media primaria del Veneto, e dal 1988 collabora con Amnesty International Italia dedicandosi all’educazione e ai diritti dei minori. Ha curato un “percorso didattico contro la discriminazione” nel quale indica gli strumenti più idonei da utilizzare nelle scuole per smontare le false conoscenze e sviluppare al contrario la coscienza critica nei ragazzi.
«Gli stereotipi sono delle immagini semplificate, delle scorciatoie che usiamo per comprendere l’infinita complessità del mondo esterno e sono condivise dal gruppo che le ha prodotte.
In questo modo assolvono diverse funzioni: di coesione e difesa del gruppo (ad esempio gli stereotipi nazionali o etnici), di “conoscenza preconfezionata” e spiegazione della società. In realtà, proprio per la loro semplificazione e per mancanza di verifica, questi diventano una “non conoscenza” ed un ostacolo alla reale conoscenza di ciò che ci circonda». Per Toninato è quindi fondamentale che gli insegnanti lavorino per sviluppare il senso critico degli alunni perché «i ragazzi non possiedono i filtri necessari per verificare la veridicità o meno di quello che sentono, vedono o leggono, soprattutto sui social. Gli alunni di oggi hanno infatti strumenti di relazione che noi non avevamo, e questo può mettere in difficoltà gli adulti. In realtà è sufficiente utilizzare strategie mirate, come le metodologie partecipative e i giochi di ruolo, e anche noi adulti possiamo beneficiare di una crescita umana e professionale insieme a loro».
Nel corso della sua lunga esperienza di insegnante, Toninato ha potuto notare come il lavoro paziente e coinvolgente con gli alunni sia stato sempre ripagato: «È giusto non generalizzare sulla generazione attuale degli adolescenti. Accanto a situazioni di sospetto e di rifiuto dell’altro, sempre veicolate dall’esterno, abbiamo raccolto riflessioni molto profonde da parte dei ragazzi. Per questo ritengo non siano da ingrandire gli episodi di Rimini e Riccione. Sono sicuramente dei segnali sui quali dobbiamo interrogarci e ai quali prestare attenzione. È necessario però ragionare su cosa dobbiamo fare noi adulti per i nostri ragazzi. Noi come insegnanti, e i genitori come genitori».
Intanto a Firenze, fatta salva la centralità della scuola nel processo di formazione dei ragazzi, si tenta anche un esperimento educativo “dal basso”: il 4 luglio è nata ufficialmente l’associazione Global friends, che promuove corrispondenze epistolari tra bambini che vivono a latitudini diverse. Un progetto per favorire la conoscenza reciproca tra i bambini del Nord e del Sud del mondo.
«L’intento è quello di una “auto-educazione alla diversità dal basso”, un’educazione alla multiculturalità non filtrata dagli adulti, dove sono gli stessi bambini ad essere parte attiva dell’insegnamento e dell’educazione attraverso la reciproca scoperta, la conoscenza dell’altro e lo scambio di parole. Nell’epoca dei pregiudizi – precisa Jacopo Storni, giornalista e scrittore, e presidente dell’associazione – vogliamo seminare conoscenza, nell’epoca dei muri vogliamo seminare ponti culturali mettendo in relazione coloro che sono i migliori maestri di vita, i bambini, gli adulti del mondo di domani».
Global Friends ha alle spalle già due anni di attività pilota, nel corso dei quali sono state messe in contatto, sempre attraverso corrispondenze individuali, quattro classi di scuola elementare di Firenze con altrettante classi in quattro luoghi diversi: Mozambico, Brasile, Sahara Occidentale, Senegal.
«L’obiettivo dell’associazione è adesso quello di ampliare la propria attività e coinvolgere altri alunni, altre classi e altre scuole in Italia e nel Sud del mondo. Attraverso queste corrispondenze epistolari – conclude Storni- i bambini imparano a conoscere i loro coetanei che vivono in altri luoghi della terra, a guardare il pianeta e vederlo intero». Un’educazione che, leggendo la cronaca quotidiana, sarebbe d’aiuto anche a molti adulti.
Pregiudizi e razzismo si vincono tra i banchi di scuola

E intanto i Casamonica casamonicano

Come racconta la brava Floriana Bulfon su Repubblica il ritorno a casa del capo clan dei Casamonica Giuseppe (che ha scontato una condanna per traffico di cocaina mica in carcere ma in una più accogliente comunità di recupero in controtendenza con i piccoli spacciatori che invece il carcere se lo fanno per davvero) ha segnato nel giro di poche ore la piena ripresa in possesso della sua zone, Romanina, istituendo una zona franca in cui è impossibile accedere.
Scrive Bulfon: «Davanti alla villa di Giuseppe Casamonica tre giovani con i muscoli in bella vista controllano ogni movimento. Se si prova a domandare, una donna interviene e blocca tutti con lo sguardo. È Liliana, la sorella più grande di Giuseppe. “Non te lo posso dire se è qui, capisci?”, si fa incontro quasi gentile. Lei – arrestata per aver segregato l’ex cognata minacciando di sfregiarla con l’acido e di portarle via i piccoli – gira le spalle ed entra nella casa del dirimpettaio. Sul muro c’è un cartello attaccato con lo scotch: “Ottavio Spada suonare qui”».
Si potrebbe dire che hanno chiuso i porti nel bel mezzo della capitale d’Italia dal loro vicolo Porta Furba fino al Roxy Bar, quello diventato tristemente famoso (ovviamente non più di qualche ora) per il pestaggio che Antonino Casamonica ha inflitto al proprietario come esibizione del proprio potere.
Uno degli aspetti più svilenti del potere (continuerò a scriverlo, imperterrito) è lo sfoggio di forza contro i deboli a cui non corrisponde mai la stessa intensità con i forti. Forse, piuttosto che lanciarsi in bagni in piscina dentro ville già sequestrate da altri o lanciarsi nella promessa di prendere a bastonate i mafiosi sarebbe il caso di usare il pugno di ferro evitando di regalare pezzi di territorio (e di economia) ai clan che spadroneggiano con la sicumera di uno scafista. E lo fanno qui, senza bisogno di coste, in mezzo alla gente.
Eppure la Storia ci insegna che accade sempre così: chi sfoggia i muscoli per racimolare consenso balbetta di fronte alle prepotenze a cui non bastano gli annunci per essere debellate. La guerra alla mafia si fa con l’amministrazione, la politica, la costruzione di reti sociali, la riappropriazione della fiducia dei territori, un’efficace protezione dei denuncianti, la rivitalizzazione del tessuto urbano e della coscienza pubblica e con un’opera culturale di etica condivisa. Troppo, davvero troppo, per stare semplicemente dentro un tuffo o dentro un tweet.
Buon martedì.
Migranti, Rom, bambini, donne e anziani: così l’Europa viola i loro diritti
Diritti umani: fondamentali, universali, indivisibili, indisponibili, interdipendenti e inviolabili eppure (troppo) spesso oltraggiati, calpestati, non rispettati. Ancora nel 2018. Ancora diciassette anni dopo l’adozione della direttiva europea sull’uguaglianza e contro le discriminazioni razziali – la 2000/43/CE – e nove anni dopo l’adozione della decisione quadro sul razzismo e la xenofobia – 2008/913/GAI -, i diritti umani dei migranti e delle minoranze etniche, per esempio, continuano a essere violati da diffusi fenomeni di discriminazione e molestie. Che rimangono a livelli assai preoccupanti se si considera che, stando alla Relazione sui diritti fondamentali 2018. Pareri dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), pubblicata l’8 giugno, membri di gruppi di minoranze etniche e i migranti cominciano, anche, a essere oggetto di «profanazione discriminatoria» da parte delle forze dell’ordine.
E, malgrado il numero crescente di accuse di maltrattamenti, raramente vengono intrapresi procedimenti penali – sia per la riluttanza delle vittime (terrorizzate) a sporgere denuncia sia per l’insufficienza di prove – e, dunque, difficilmente si emettono condanne. Funzionari di polizia e guardie di frontiera, nell’ottica (distorta e accecata) di un rafforzamento della sicurezza, profondono sforzi che non fanno altro che aggravare i «preesistenti rischi di violazione dei diritti fondamentali», si legge nella Relazione. Tra i quali, quello alla libertà, tutelato dall’articolo 6 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, sulla cui applicazione interferisce il trattamento illegittimo e arbitrario dei migranti.
Dopo dieci anni dalla (proposta) direttiva sulla parità di trattamento – alla fine dello scorso anno, non ancora adottata – la discriminazione fondata su diversi motivi rimane, tuttora, una realtà nell’intera Unione europea: restrizioni in ambito lavorativo e nei luoghi pubblici, su base etnica, religiosa e culturale continuano a esistere e a interessare, soprattutto, le donne.
Viola il diritto alla non discriminazione, sancito dall’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, anche l’antiziganismo, presupposto per l’esclusione dei Rom dall’accesso all’istruzione, all’occupazione, all’alloggio e all’assistenza sanitaria. Di fatto, il quadro dell’Unione europea per le Strategie nazionali di integrazione dei Rom non ha ancora sortito «progressi significativi e tangibili»: non basta l’aumento della partecipazione all’istruzione se permane il problema dell’abbandono scolastico e non bastano i miglioramenti nei campi dell’occupazione, dell’alloggio e della salute se violenza e crimini generati dall’odio ne ostacolano il pieno esercizio dei diritti.
E i diritti sociali dei bambini e degli adolescenti alla protezione dalla povertà e all’uguaglianza costituiscono ancora una sfida aperta e concreta nella loro applicazione e nel riconoscimento ai minori migranti: i progressi in questa direzione sono molto limitati e i dati raccolti nella Relazione mostrano una carenza di orientamenti nel senso dell’interesse superiore del bambino. Per esempio, avendo messo a punto poche e insufficienti alternative al trattenimento per ragioni collegate allo stato di migrante.
D’altronde, «un approccio in termini di diritti umani non è in contraddizione con la realtà dei bisogni specifici dell’età; al contrario, consente di rispondere meglio a tali esigenze, inquadrandole, al contempo, in un discorso fondato sui diritti umani», dice la Relazione. Cioè a dire che i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali si applicano a tutti. A prescindere dall’età, e agli anziani compresi. I quali hanno il diritto «di condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale». Verso un approccio globale all’invecchiamento (attivo) basato sui diritti fondamentali, il cui godimento è determinato, oltre che dalle condizioni socio-economiche e geografiche, anche dall’appartenenza o meno a una minoranza etnica, dallo stato di migrante, dal genere e dalla disabilità. Condizione, quest’ultima, segnata da lacune attuative in ambiti chiave quali l’accessibilità e la vita indipendente: sebbene, infatti, l’Unione europea e gli Stati membri abbiano compiuto degli sforzi tesi a tradurre nella pratica i diritti denunciati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, la prassi soffre di mancanza di obiettivi chiari, bilanci adeguati e orientamenti operativi. Chissà che quella direttiva sulla parità di trattamento, proposta nel 2008 e che, sulla carta, offrirebbe una protezione completa contro la discriminazione indipendentemente dal sesso, dall’etnia, dalla religione, dall’età, dall’orientamento sessuale e dalla disabilità, trovi piena applicazione negli anni a venire. Il prima possibile.
L’asse Roma-Vienna-Berlino gioca a Risiko sulla pelle dei migranti

“Non passa lo straniero”. È lo slogan che caratterizzerà il vertice tra i ministri dell’Interno austriaco, italiano e tedesco, in programma a Innsbruck il 12 luglio, per discutere il coordinamento delle misure volte a chiudere il più possibile le frontiere ai migranti. «Non vogliamo che le decisioni prese dalla Germania, in tema di immigrazione, si ripercuotano negativamente sull’Austria» ha detto nei giorni scorsi il tedesco Horst Seehofer, «Il problema dei flussi migratori in transito – ha aggiunto – riguarda anche l’Italia, e si discuterà in un vertice tra i ministri dell’Interno dei tre paesi quali saranno le misure da prendere nel futuro, per arrivare ad una completa chiusura della rotta del Mediterraneo».
Matteo Salvini da parte sua porterà in dote la Circolare emanata il 4 luglio, in cui, in sostanza, “suggerisce” alle Commissioni territoriali di attuare un giro di vite sulla valutazione delle richieste di asilo politico e protezione umanitaria. Un intervento che l’Asgi (Associazione studi giuridici per l’immigrazione) ha definito «inopportuno ed errato». Inopportuno perché «il ministro dell’Interno è un organo politico che vuole dare indicazioni politiche a un organismo amministrativo – le Commissioni territoriali -, sia in relazione ai tempi amministrativi di definizione delle domande di protezione internazionale, sia per contenere il riconoscimento della protezione umanitaria in base a motivazioni esplicitamente economiche». Ed errato perché la circolare esorta, di fatto, le Commissioni territoriali «a contenere il riconoscimento della protezione umanitaria, istituto che, secondo il Ministro, sopravvive in Italia “Nonostante l’avvenuto recepimento nel nostro Ordinamento della protezione sussidiaria”. Ignora il ministro – osserva l’Asgi – che si tratta di due istituti completamente diversi e che la cd. protezione umanitaria, esiste da ben prima della normativa sulla protezione internazionale. Ma soprattutto Salvini ignora che il fondamento della protezione umanitaria «si trova proprio nella nostra Costituzione, di cui attua vari precetti, tant’è che riguarda tutte le situazioni nelle quali una persona straniera (dunque non solo il richiedente asilo) non possa conseguire un permesso di soggiorno secondo le regole ordinarie, ma lo debba avere in ottemperanza a “serie ragioni umanitarie” o derivanti da obblighi costituzionali o da obblighi internazionali».
In seguito alle reazioni provocate dal suo intervento «inopportuno ed errato», il ministro dell’Interno ha voluto precisare che donne incinte e bambini resteranno comunque in Italia. Fatto sta che, proprio nel giorno della Circolare, è stato lui ad annunciare che il Viminale ha spostato 42 milioni dall’accoglienza dei migranti ai rimpatri volontari, in coerenza con la politica di riduzione degli ingressi fino alla chiusura totale delle frontiere, messa in pratica da quando si è insediato.
Su questa strada Salvini può trovare ora l’incoraggiamento dei colleghi europei di Germania ed Austria, i più interessati dai flussi che arrivano nel nostro paese. In Germania si sta discutendo della possibilità di creare dei centri di transito, in una fascia di confine con l’Austria ampia 30 km, dove i migranti, la cui pratica sia stata esaminata in un altro paese di primo transito, vengano respinti, senza possibilità di ulteriori richieste di soccorso. In pratica i tedeschi farebbero, in maniera più “civile”, quello che i francesi fanno a Ventimiglia – “civile” bisogna vedere poi quanto: Seehofer ha già detto che si tratterà di luoghi di permanenza dove “restare in Germania non dovrà sembrare desiderabile quanto tornare in Austria”-. I migranti verrebbero rimandati, se non al paese di partenza, l’Italia, almeno al paese di precedente transito, appunto l’Austria.
Da notare che la Germania ha aperto, contemporaneamente, due tavoli identici. Oltre a quello con Austria e Italia, ce ne è uno che vede l’Ungheria di Viktor Orban nel ruolo dell’Austria, e la Grecia di Tsipras nel nostro stesso ruolo di Paese di arrivo. Italia e Grecia vengono visti come paesi guardiani di una rotta di mare che si preferirebbe sigillata ermeticamente.
Per quanto riguarda l’Austria, Seehofer non vuole che misure severe, adottate dalla Germania, possano pregiudicare i rapporti tra i due Paesi, per questo si demanda tutto al vertice. Il premier austriaco Kurz, invece, è già molto meno interessato alle “sorti” dell’Italia, ed ha minacciato la chiusura del Brennero, da cui, peraltro, pare non passino molti migranti.
In ogni caso, su queste basi, gli eventuali accordi che usciranno dal vertice potranno solo riguardare maggiori aiuti all’Italia per elargire fondi alla Libia, con l’obiettivo di tener chiusa la rotta del Mediterraneo centrale, perché passino meno migranti possibile: meno persone da soccorrere, meno immigrazione, meno domande da esaminare, meno persone da dover rimandare al mittente. Insomma, per non dover più assistere al solito rimpallo di responsabilità, sulla ridistribuzione o sul ricollocamento dei migranti, assisteremo a una ulteriore abdicazione ai dovere di elementare umanità. E a pagare il prezzo di questo gioco criminale saranno sempre i soliti: donne, bambini e uomini abbandonati a loro stessi, in mare o nel deserto, mentre tentano di fuggire da guerre, carestie e persecuzioni, con la speranza di realizzare altrove quello che gli è negato nel proprio Paese.
A te che lo voti “perché è uno come me mica un radical chic”
A te, che sei sempre alla ricerca di un leader che venga dal popolo ma che in realtà, anche se non hai il coraggio di ammetterlo, speri di trovare molto banalmente qualcuno che ti assomigli: sceglieresti un idraulico perché come te è intollerante al glutine? Ti faresti progettare la casa da un architetto scelto solo perché tifa per la tua stessa squadra? Faresti operare tuo figlio in gravi condizioni da un medico scelto perché come te odia gli zingari, anche se non ha studiato medicina? E, se il giochetto è quello della vicinanza e della famigliarità, perché non vi fate aggiustare l’auto guasta direttamente dalla nonna o perché non fate leggere i risultati dei vostri esami del sangue dallo zio che amate tantissimo perché è un ragioniere come voi?
Il feticcio dell’uomo che è uno di noi è una cretinata pazzesca. È il naturale risultato del continuo abbassamento del dibattito (e anche delle speranze e delle aspettative, purtroppo) per cui ci si sente rassicurati solo da qualcuno che non intacchi la nostra invidia: se ha più soldi di noi (indipendentemente dal fatto che i successi siano stati ottenuti con merito) o se ha più talento di noi o se semplicemente è più bravo di noi a fare qualcosa allora diventa un nemico da abbattere, un raccomandato, un disonesto, un antipatico.
Così, a forza di cercare rassicurazioni alle incertezze, finiamo ogni volta per avere una classe dirigente solitamente composta da qualche leader empatico (come quelli che si fanno un curare da un medico che fa tanto ridere, appunto) e la sua corte di vassalli. E invece noi siamo un Paese (a proposito di nazionalismi che vanno così tanto di moda) che ha delle eccellenze meravigliose, persone smisuratamente più capaci, preparati e geniali nei loro campi. Io vorrei essere governato da quelli, per dire. Io non vorrei mai avere me come ministro dell’Economia, che di economia non ci capisco un’acca, e pur volendo bene a mia mamma non credo che sarebbe una buona idea nominarla presidente del consiglio.
Ma come siamo arrivati qui? Perché è questo, il punto: rovinati da decenni di élite che hanno governato la politica siamo caduti nel tranello di volere uno di noi perché male che vada non può fare peggio degli altri? Davvero? Se troviamo un piastrellista che ci fa un pessimo lavoro chiameremmo un veterinario per la prossima posa tanto non può fare di peggio? A me, non so voi, questa cosa fa esplodere il cervello.
Combattere la povertà accettando incapaci purché siano poveri, fronteggiare la disperazione facendosi guidare da chi ci indica i disperati messi peggio di noi, ascoltare nullafacenti cronici strapagati dalla politica che discettano degli orologi o degli attici degli altri che hanno invece un mestiere, puntare all’uguaglianza intesa come la medesima insoddisfazione per tutti è la via più breve verso il baratro. A tutta forza.
Buon lunedì.
Oltre la guerra a colpi di vernice
Fuck war. Così Murad Subay ha intitolato uno dei suoi ultimi murales, dipinto sulla facciata di un palazzo ormai distrutto, nella 60esima strada di Sana’a, la capitale yemenita. Avvezzo al sorriso e alla gentilezza, l’artista quasi si scusa per la crudezza del linguaggio usato: «Purtroppo non ci sono più altre parole per descrivere il punto di vista della popolazione su questo conflitto», racconta. Un grido collettivo, dunque, rappresentato nel murales dalla figura di un uomo con una chitarra in mano, a cui manca un arto, il viso emaciato e gli occhi come due orbite vuote e nere, «a causa degli orrori a cui ha dovuto assistere».
Fa parte della serie, con soggetti simili, che Subay ha dipinto nell’ambito della sua ultima campagna, intitolata “Le facce della guerra”: iniziata a novembre e terminata a metà maggio, racconta l’inferno che la popolazione yemenita sta vivendo sulla propria pelle ormai da anni, tra scontri e bombardamenti indiscriminati, epidemie di colera, mancanza di cibo e dei servizi più basilari. «Non a caso i primi tre murales li ho dipinti nella città portuale di Hodeida – spiega l’artista -, zona particolarmente disastrata in cui vivono migliaia di sfollati organizzati in campi di fortuna, e da cui sono partiti i focolai delle epidemie che stanno devastando il Paese».
Quasi a rappresentare il caos della guerra che non ha forme, per la prima volta Subay abbandona gli stencil per optare su un disegno a mano libera e su uno stile più personale: «In passato utilizzavo gli stencil per il loro linguaggio semplice e universale, volevo che fosse compreso da più persone possibili». Per questo, così come per i messaggi politici e di protesta, in Occidente la figura di Murad Subay è stata spesso accostata a quella di Banksy, lo street artist anonimo conosciuto in tutto il mondo. Con la differenza che Subay non ha mai nascosto la propria identità, anzi: a volto scoperto, in pieno giorno, lui non dipinge quasi mai da solo – anche per questioni di sicurezza – cercando di proposito il coinvolgimento della cittadinanza. Uomini, donne, vecchi e bambini, che spesso si avvicinano per commentare, criticare, incoraggiare, persino unirsi al lavoro.
«Ho iniziato la mia attività di artista di strada nel 2012 quando, con la fine della rivoluzione e l’inizio degli scontri nella mia città, ho capito che le persone stavano ormai perdendo la speranza», racconta. «Volevo coinvolgerli nella mia arte e ho lanciato la campagna intitolata “Colora i muri della tua strada”, in cui artisti e membri della comunità sono usciti per le strade, pennelli e colori in mano, per dipingere ed esprimere istanze e lamentele comuni».
Un evento nato per costruire un ponte tra le persone, sia dentro che fuori dal Paese, tanto che quest’anno…

L’articolo di Anna Toro prosegue su Left in edicola
A Cuba, quale rivoluzione dopo Castro

Avana. Cadillac d’epoca scarrozzano turisti su viali dissestati. Frammenti di vita s’intravedono da porte spalancate. Lo sguardo si fa largo in appartamenti, che sono case e allo stesso tempo negozi, embrioni di attività commerciali che rivelano una domestica rivoluzione capitalistica. Fra un divano e un televisore, rigorosamente sintonizzato su TeleRebelde, donne preparano i famigerati sandwich cubani da vendere a pochi centesimi, anziane friggono churros in olio bruno, uomini aggiustano ventilatori e tagliano capelli. Intorno ci sono cani e bambini. I cani hanno targhette in cartoncino con il nome e l’istituzione che se ne occupa (merito di un progetto comunale che mira ad annullare il randagismo).
I bambini, divisa celeste con camicia a mezze maniche e pantaloncini corti, vanno verso la vicina Escuela primaria “Camilo Cienfuegos”. Tengono la mano dentro quella dei genitori. Se non fosse per statue, santini e foto, potremmo essere in un qualsiasi Paese dell’America latina. Ma le immagini ritraggono ora Fidel Castro, ora suo fratello Raul, ora il comandante Cienfuegos. Paradossalmente meno osannato rispetto agli altri, el Che. Ci sono anche frasi, massime e discorsi. Una donna vestita di bianco, un fazzoletto in testa, ci invita a entrare. Ci accompagna in un tour improvvisato per le classi. Sempre lo stesso copione: «Còmo estàs?», chiedono in coro i bambini. Poi si alzano, si allineano e intonano «la canzone di benvenuto». Dunque parte il coro. Con tanto di ritornello che inneggia agli eroi della rivoluzione e al lider maximo Fidel, che viene salutato con il pugno chiuso. Ridono gli alunni e le insegnanti, ride la donna con il fazzoletto in testa, che esclama: «Questa è l’educazione cubana!».
In questa terra di partigiani e di combattenti pare che il tempo si sia cristallizzato 59 anni fa. Quando…

Il reportage di Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni prosegue su Left in edicola
C’è già chi lo chiama quarto polo
«In fondo, a sinistra, ci sono certo le europee del 2019, quando servirà una lista capace di oltrepassare lo sbarramento del 4 per cento. Ma, prima ancora, ci sarà l’autunno. Sarà allora che prenderanno forma le politiche sociali ed economiche del governo Lega-M5s prefigurate finora dal succedersi incalzante dei tweet più che dai fatti concreti. In un mese, l’esecutivo ha prodotto solo due decreti – uno sul tribunale di Bari, l’altro sul rinvio a gennaio della fatturazione elettronica per i benzinai – e un blando decreto “dignità” che, dopo un avvertimento di Confindustria, non ha intaccato il Jobs act. «Ma se non tocchi il Jobs act, di quale dignità parliamo?», si chiede Viola Carofalo, portavoce di Potere al popolo.
Di concreto ci sono solo la blindatura dei porti, l’esternalizzazione delle frontiere, la guerra alle Ong, il corollario di stragi nel Mediterraneo contro cui prova a ritessersi la trama di un’opposizione sociale e politica che deve resistere sia alle sirene del “fronte repubblicano” – lanciato proprio da chi ha preparato il terreno per la xenofobia – sia alle tentazioni di un populismo versione “di sinistra”. C’è chi lo chiama già “quarto polo”, da quando De Magistris, alla fine di maggio, ha annunciato di essere «pronto a una stagione davvero nuova», «qualcosa che valorizzi le differenze, accanto a gente non compromessa». Un mese dopo, nella Sala del Consiglio della città metropolitana, nell’ex convento di S. Maria La Nova…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola
Dov’è la ripresa economica per i cinque milioni di poveri?

«Chi sono, oggi, i poveri? Indubbiamente i migranti che fuggono senza posa da guerre, disastri climatici, land grabbing, carestie. Ma c’è una povertà di nuova natura, diffusa ovunque, imposta dalla disoccupazione di massa come fenomeno strutturale, dalla privatizzazione del welfare (istruzione, sanità, previdenza), dalla sotto-occupazione e dalla svalorizzazione oltre misura del lavoro». Lo scrive Francesco Raparelli, in uno tra i commenti a margine dell’ultima edizione del Manifesto di Marx ed Engels (Ponte alle grazie, 2018). E lo confermano, in modo spietato, gli ultimi dati dell’Istat. Preoccupanti. I cosiddetti “poveri assoluti” aumentano, e arrivano a superare, pur di poco, quota 5 milioni. Sono circa 300mila in più rispetto al 2016. Non solo: si tratta del valore più alto dall’inizio della serie storica, che parte dal 2005. E più di un milione fra loro sono minori.
Un trend allarmante, che costringe a fermarsi e riflettere sui dati. «Purtroppo, il fenomeno conferma una tendenza che prosegue dagli scorsi anni, ma c’è un elemento nuovo. Sta ricominciando a crescere la povertà tra gli anziani». A commentare per Left l’ultimo report Istat è Chiara Saraceno, sociologa e filosofa, conosciuta nel mondo per i suoi studi sulla questione femminile. Ma anche sulla famiglia e – appunto – della povertà. «Durante tutto il periodo della crisi gli anziani erano rimasti protetti – spiega – grazie alla pensione. Invece adesso, quel minimo di ripresa dell’inflazione ha inciso sulle loro condizioni, anche se tutt’ora sono fortissimamente più al riparo rispetto ai minori, che resta il gruppo d’età più colpito».
L’incidenza della povertà assoluta, a fronte di una lieve diminuzione tra i ragazzini e i bambini (siamo comunque all’esorbitante cifra del 12,1%), segna rispetto all’anno scorso…






