Si chiedono, e chiedono, il perché di tanto carico d’odio. E se è tutto reale ciò che dicono la Lega e altri partiti. Per esempio, se corrispondono al vero affermazioni di politici (di varia natura) secondo le quali quello che l’Italia fa per gli immigrati, lo pagano gli italiani. Sanno, gli immigrati, ma non sanno bene. Di sicuro, sentono di essere figure scomode. E la campagna elettorale appena finita, che sull’immigrazione ha fatto la conta dei voti, non ne ha dato, certamente, smentita.
«Sono molto preoccupati per questo risultato elettorale e, soprattutto, che le intenzioni siano confermate e assumano forma concreta», dichiara a Left, il presidente dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), nonché delle Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai), Foad Aodi. A fronte di una campagna elettorale, spinta a colpi di strumentalizzazioni politiche sulla pelle degli immigrati, la risposta di trecentocinquanta gruppi di comunità internazionali, in un’indagine del Co-mai che ne ha rilevato le intenzioni di voto, è di protesta contro i partiti di sinistra che «non hanno toccato, in maniera adeguata, il tema dell’immigrazione, tradendo finanche la loro storica identità», precisa Aodi. Cosicché, aggiunge, «il 60 per cento circa degli immigrati si è detto deluso dalle scelte del centro-sinistra che, per non perdere voti, non ha candidato, per esempio, nessun cittadino straniero».
Che si tratti di strumentalizzazione ne è convinto anche il presidente di Baobab Experience, Roberto Viviani, «perché una settimana dopo il voto, quella che sembrava un’emergenza esplosiva è, invece, sparita dai radar politici». Rimane, quella sì, l’eco xenofoba della campagna elettorale, con i suoi episodi, più o meno evidenti, di profondo razzismo, «che preoccupano i nostri ragazzi». Sebbene per molti di loro, appena arrivati e nel pieno di una vulnerabilità estrema, «il coinvolgimento politico e sociale sia impensabile, considerato che le loro più grandi preoccupazioni sono legate a questioni inerenti la sopravvivenza, vivono, comunque, stati di frustrazione e incredulità davanti alla negazione di fondamentali diritti umani», spiega Viviani. Invece, «fra coloro che sono in Italia da più tempo e che hanno superato la scala dei bisogni, e dunque già orientati alle esigenze – continua il presidente di Baobab Experience – sta cominciando ad aumentare la consapevolezza dei loro diritti. E a capire che non si tratta di pretese, più o meno ottenibili a discrezione del buon vento (e del buon cuore) dei politici di turno».
«Quelli più integrati, più sensibili e di più antica emigrazione, che si basano sull’esperienza e su un vissuto ‘italiano’, manifestano un dissenso, che prescinde dal risultato elettorale, dopo il quale, in effetti, non abbiamo riscontrato preoccupazioni esplicite e da riferirsi al dato. Non possiamo, però, escluderle: anche non parlarne potrebbe essere sintomo di paura», racconta Virginia Valente di Progetto Diritti, associazione apolitica e apartitica, impegnata, da oltre vent’anni, nella tutela dei diritti delle fasce più deboli e contro ogni discriminazione. D’altronde, «la situazione non è, poi, così nuova: dalla grande sanatoria del 2002 a opera della Lega fino al decreto Minniti che ha annacquato il problema, lontano dalle coste italiane, la storia politica italiana dell’immigrazione è una retorica ipocrita di minacce irrealizzabili», conclude Valente.
E se fosse un modo per dichiarare, nella maniera più istituzionale (e subdola) possibile, l’odio per il diverso?
Le elezioni viste dagli immigrati. Paura, delusione e la domanda: «Perché l’odio?»

Omicidio Jan Kuciak, Bratislava chiama Roma. E ormai la protesta è di massa

Bratislava vuole la collaborazione di Roma. Il procuratore generale slovacco ha chiesto alle autorità italiane di creare un team congiunto per le indagini sull’omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnirova. Ieri Jaromir Ciznar ha dichiarato che si aspetta che in questo modo investigare sarà “più sofisticato, effettivo, veloce”.
Dopo la morte di Jan avvenuta il 25 febbraio, la crisi politica scoppiata nel Paese slavo ha portato a manifestazioni di piazza, tensioni politiche e dimissioni, tra cui quelle del premier Robert Fico. Jan, prima di essere assassinato, stava scrivendo dei presunti legami economici tra la politica slovacca, in particolare quella vicina al primo ministro, e della criminalità italiana calabrese, la ‘ndrangheta. Fbi, Scotland Yard, Europol, polizia italiana si occupano dell’omicidio di Jan. Ma la richiesta di ieri in arrivo da Bratislava vuole coinvolgere di più le autorità italiane, più esperte rispetto a quelle slovacche sulle organizzazioni mafiose della penisola.
Venerdì scorso, 16 marzo, migliaia di persone hanno chiesto durante una protesta di piazza elezioni anticipate perché #allforjan, siamo tutti per Jan. Robert Fico ha presentato le sue dimissioni, ma continua a tirare i fili della politica del Paese come capo del partito Smer. Il deputato primo ministro Peter Pellegrini, della sua stessa fazione politica, ha ora proposto al presidente slovacco Andrej Kiska la formazione di un nuovo governo, composto dagli stessi tre partiti che c’erano nel precedente. Come ministro degli interni è stato scelto Jozef Balaz, per sostituire il dimissionario Robert Kalinak. Pellegrini vuole «riportare la calma nel Paese» e «creare un governo che mantenga un chiaro orientamento europeo».
Per l’attivista politico Filip Vagac a Bratislava soffia un vento nuovo. «Le dimissioni non sono sufficienti. Il novembre dell’89 ha portato enormi cambiamenti. Credo che questa situazione farà cominciare un processo ulteriore che cambierà la Slovacchia».
Se Robin Hood si riprendesse quei 10 miliardi regalati in Italia ai ricchi
Se si riuscisse a non subire l’egemonia culturale di chi si incarta sui 30 euro (falsi) ai rifugiati, se si riuscisse a non farsi mettere all’angolo dalla facile pantomima sui vitalizi (che non esistono più, che sono un privilegio odioso ma troppo spesso usato per non parlare d’altro), se non avessimo a che fare con chi gioca a fare lo sceriffo contro i ladri di polli e se avessimo il nerbo di fare i forti con i forti e mica solo i prepotenti con i deboli allora ci sarebbero sul piatto 10 miliardi di euro (dieci miliardi di euro) da recuperare subito in nome della peggiore evasione fiscale, quella nascosta tra le pieghe degli accordi seminascosti tra governi e multinazionali.
Con il trucco dell’accordo fiscale le grandi multinazionali strappano regimi da paradiso nel cuore dell’Europa senza che l’argomento provochi un minimo di sollevazione popolare. Quando l’Irlanda venne multata dalla Ue per avere irregolarmente favorito la Apple (che aveva risparmiato qualcosa come 13 miliardi di lire alla faccia dell’uguaglianza tra popoli che dovrebbe essere una delle fondamenta dell’Europa unita) lo sdegno è durato giusto il tempo di qualche campagna di boicottaggio buona per i social network eppure ci sono altri 2.052 casi simili nel Vecchio Continente.
Sono 78 gli accordi di tax ruling (un banale escamotage grazie al quale un governo può concordare con le multinazionali un trattamento fiscale di favore) attivi qui in Italia e, come ha scritto l’Espresso, Philip Morris, Michelin e Microsoft sono tra i beneficiari di un condono preventivo che gli permette di agire in Italia con parametri ben più bassi di quelli nazionali. Per intendersi: ben più bassi dei loro concorrenti e delle altre imprese. Il tutto alla faccia della “libera concorrenza” che viene sventolata ogni piè sospinto. Alla fine del 2016 tra le note del Def il Ministero dell’Economia aveva calcolato che solo all’Italia mancano circa 31 miliardi di imponibile che tradotto in mancato gettito fiscale fanno circa 10 miliardi di euro, lo 0,6% del PIL.
Se volete fare i Robin Hood (come in molti hanno promesso di fare in campagna elettorale) vi viene facile facile.
Buon martedì.
I turchi entrano ad Afrin. Le milizie curde: «L’occupazione è un pericolo per tutta la Siria del nord»

«L’occupazione turca di Afrin mette in pericolo tutto il nord della Siria». La denuncia arriva da Aldar Xelil, uno dei dirigenti della coalizione di partiti Tev Dem, Movimento per una società democratica, l’organo di governo dell’enclave curda Rojava in Siria, all’interno della quale si trova Afrin. L’intenzione di Erdogan è quella di allargare l’influenza turca sulla parte settentrionale del Paese confinante, come lo era ai tempi dell’Impero ottomano, ha dichiarato Xelil. Il governo di Ankara ha, infatti, annunciato la conquista di Afrin da parte del suo esercito e delle milizie locali sue alleate. Secondo un alto funzionario dello Ypg, le Unità di protezione popolare, la milizia curda che ha difeso la città siriana, si prospetta adesso «una nuova fase nella guerra contro l’occupazione turca». Le Ypg, dal canto loro, promettono battaglia fino alla liberazione della città.
Nonostante la fine delle ostilità, la situazione ad Afrin resta drammatica. L’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus) ha fatto sapere che, una volta preso il controllo della città, l’esercito turco e i suoi alleati si sono dati al saccheggio. Basi militari ed edifici istituzionali abbandonati, ma anche abitazioni private e veicoli sono stati depredati, peggiorando ancor di più la situazione di una popolazione già stremata. L’Ondus ha infatti stimato in circa 200mila i civili in fuga da Afrin.
Come se non bastasse, le forze di Erdogan e sue alleate stanno eliminando simboli e monumenti associabili alla cultura curda. Sempre l’Ondus, documenta l’abbattimento di una statua che era stata eretta quattro anni prima, per celebrare la fondazione dell’enclave curdo.
Intanto, negli ultimi giorni, in Italia e nel resto del mondo, si sono moltiplicate le manifestazioni in supporto alla popolazione di Afrin e delle milizie Ypg e Ypj, la milizia femminile curda. Domenica si è tenuto un presidio alla stazione Termini a Roma, in sostegno della città siriana e per protestare contro l’invasione turca. In concomitanza, una manifestazione di solidarietà si era tenuta anche a Torino, su invito della Rete kurdistan Italia.
Secondo il giornale tedesco Junge Welt, sabato scorso, 20mila tra curdi, turchi, ma anche semplici tedeschi vicini alla causa, hanno manifestato ad Hannover sventolando bandiere dello Ypg e Ypj. Alla manifestazione ha partecipato anche il segretario del partito Die linke, Bernd Riexinger.
Gli ingredienti del trionfo di Putin? Promesse irrealizzabili, patriottismo e concerti gratis

Alla fine Vladimir Putin il suo plebiscito lo ha ricevuto. I suoi spin doctors, che anelavano il “70×70” (70% di partecipazione al voto e 70% di voti per Putin), lo hanno condotto oltre alle aspettative per quanto riguarda le preferenze accordate, il 76,5%, mentre l’affluenza si è fermata al 67,5%.
I brogli e le manipolazioni del voto ci sono stati – documentati da decine di video consultabili su YouTube – ma il successo della mobilitazione al voto del presidente russo è comunque innegabile. Poi biglietti gratis per concerti, sconti in negozi per chi si fosse mobilitato a votare sin dai dalle prime ore del mattino, sono stati la regola un po’ in tutto il Paese, come da prassi.
La campagna per il boicottaggio al voto, sia del populista Alexey Navalny, sia delle organizzazioni di sinistra, ha avuto ben poca presa. Il relativo successo – oltre il 13% – del candidato del Partito comunista Pavel Grudinin (che senza le violazioni del voto avrebbe potuto raggiungere il 20%) dimostrano tuttavia quanto sia ampio lo scontento nel Paese. L’opposizione liberal di Xenia Sobcak, tutta incentrata sulle questione delle donne e dei diritti dei gay, per quanto coraggiosa, ha lasciato da parte le ingiustizie sociali fondamentali che il Paese vive. E altri piccoli dettagli come la messa fuorilegge dei sindacati indipendenti, la censura cinematografica e teatrale, l’intimidazione verso qualsiasi forma di opposizione politica, la mancanza di rispetto dei diritti dei cittadini in generale, sono rimasti nell’ombra.
In mancanza di una alternativa credibile, molti elettori hanno preferito Putin, “l’usato sicuro”.
Putin ha fatto molte promesse esorbitanti in campagna elettorale. Riduzione della povertà, aumento degli asili nido e dell’aspettativa di vita a 80 anni, costruzione di edilizia “popolare”, crescita economica al 3,8% nei prossimi anni. Chi conosce il suo caro amico italiano, sa quanto queste promesse potranno essere mantenute, a meno che il prezzo del petrolio esploda sul mercato mondiale. E infine ha garantito che la Russia non si farà umiliare su scala internazionale. Un richiamo patriottico che fa sempre il suo effetto sui russi.
Dopo il 18 marzo la Russia resta nel guado e chiusa su se stessa: eterno dilemma di un Paese a cavallo tra Europa e Asia.
Buongiorno Mosca,
Storie, vicende e riflessioni dalla Russia
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Elezioni in Russia, Putin vince con il 76,6% e ringrazia la Gran Bretagna

Nel giorno dell’anniversario della riunificazione della Crimea, ieri, il 76,6% dei russi – l’affluenza è stata del 67,49% – ha votato per lui. Non doveva battere nessuno dei sette candidati, ma l’apatia elettorale, l’astensione alle urne e i risultati delle presidenziali raggiunti nel 2004, suo record storico. Putin oggi comincia il suo quarto mandato, che durerà fino al 2024: sarà il secondo leader russo più longevo, secondo solo a Stalin.
Il liberale Vladimir Zirinovskij ha raggiunto quasi il 7% dei voti. Il comunista Grudinin il 14% «alle elezioni più sporche mai viste», come le ha definite. Per l’ex popstar Ksenia Sobchak ha votato meno del 2% dei russi. Nella Federazione le urne sono state aperte in tutte le scuole, all’aereoporto di Domoedogo, su 38 treni in corsa da Piter alla Siberia, un voto è arrivato dalle stelle, dal cosmonauta Anton Shkaplerov sulla stazione spaziale. Alcuni seggi sono stati trasportati con l’elicottero tra i ghiacci dell’estremo nord. Quando i russi votavano in Kamchatka, al capo opposto dello stesso Paese, era ancora notte. Con 11 fusi orari, 109 milioni di elettori, oltre 100mila seggi in 85 regioni, da Kaliningrad a Vladivostock, il Paese più grande del mondo ha votato. A Mosca il conto alla rovescia è cominciato al mattino, con le ore che scorrevano all’indietro sugli schermi: “vi rimangono 12 ore per votare”. La cartina si è colorata di giallo ieri dopo le 6: metà del Paese ha già partecipato alle vybory budushego, le elezioni del futuro.
Ai seggi c’è chi è andato nudo, vestito da orso, da missile nucleare Sarmat. I video dei brogli vengono postati sul web ogni ora, dalla Cecenia al Daghestan, dove gli osservatori sono stati picchiati. Migliaia di irregolarità sono state registrate dall’ong Golos. È tutto un obman, un inganno, queste sono state ne-vybory, “non elezioni”, ha detto il blogger Aleksey Navalny. «Avevo promesso di non arrabbiarmi. Ho provato a dare voce ai cittadini, ci riproverò il prossimo anno».
Per lo scandalo del caso Skripal, il giorno dopo la vittoria, il Cremlino ha commentato così: «l’affluenza è stata più alta di quello che speravamo, del 10%, per questo noi ringraziamo la Gran Bretagna». Andrej Kondrashov, il portavoce della sua campagna ha dichiarato: «ogni volta che la Russia viene accusata di qualcosa, le persone si riuniscono intorno al centro del potere. E il centro del potere oggi è certamente Putin».
Se non c’è la grotta la nascita è un reato

Benoît Duclos è una guida alpina e fa parte dei volontari di «Refuge solidaire», il gruppo che da mesi lavora a cavallo tra Francia e Piemonte per operazioni di soccorso nei confronti dei tanti migranti che, respinti a Ventimiglia, si avventurano ad alta quota, incuranti delle temperature e dei pericoli per provare ad attraversare la frontiera.
Era tra il Monginevro e Claviere quando ha avvistato una famiglia di nigeriani arrancare tra la neve (a 1900 metri) con due bambini piccoli di due e quattro anni. La madre era incinta, all’ottavo mese, ed era sfinita per l’avanzato stato della gravidanza. Benoît l’ha soccorsa. Mentre la portava in auto all’ospedale più vicino la Gendarmerie ha bloccato l’auto di Duclos con a bordo la famiglia e ha contestato la mancanza di documenti. Racconta Duclos di avere implorato i poliziotti di poter raggiungere un posto sicuro per il parto, un ospedale non distante dal punto in cui è avvenuto il controllo. Niente da fare. Intanto la donna ha cominciato ad avere le doglie e da lì a poco ha partorito.
Lui, Benoît Duclos, il 14 marzo ha ricevuto un avviso di garanzia per avere violato le leggi sull’immigrazione e presumibilmente andrà a processo. Da mesi la Francia non riesce a trovare il modo per bloccare gli ingressi illegali ma evidentemente la soddisfazione di punire chi evita che muoiano è un balsamo ideale per lenire il fallimento politico.
E così far nascere un bambino straniero, se non c’è l’addobbo natalizio, diventa una turpe azione da perseguire con forza. Come la nave della ong Open Arms che ieri a Pozzallo il prode Zuccaro (sempre lui, quello della famosa inchiesta che ha fatto tanto rumore sui taxi del mare per poi finire in niente) ha deciso di sequestrare perché “colpevole” di non avere dato donne e bambini in mano ai torturatori libici. Avanti così.
Buon lunedì.
Gli imprenditori del rancore prosperano nel Mezzogiorno

Il 4 marzo è cambiata radicalmente la storia politica del Paese. Al Nord si afferma un centrodestra sempre più egemonizzato dal leghismo 2.0 di Matteo Salvini, alfiere di una caccia all’untore che tenta di canalizzare timori politici e sociali, lucrando sulle inquietudini individuali, individuando facili quanto improbabili capri espiatori (gli immigrati, l’Europa, la microcriminalità). Investe e scommette sull’egoismo proprietario, schierando i cavalli di Frisia di un’identità etnico-religiosa che maschera il rifiuto della diversità e della tolleranza. In questo senso, Matteo Salvini s’impone come un vero e proprio imprenditore della paura.
Al Sud, il M5s raccoglie, invece, la rabbia di un Mezzogiorno da molti anni abbandonato a se stesso, che ha perso 12 punti di Pil tra il 2008 e il 2015, che ha visto moltiplicare la povertà e diminuire l’aspettativa di vita, spogliato di risorse umane e materiali, fino a rischiare di trasformarsi in un vero e proprio deserto. E se Salvini capitalizza le paure, Grillo fa la stessa identica cosa con il rancore, offrendo facili e fuorvianti soluzioni a problemi drammatici e complessi.
Il rancore, infatti, è oggi il sentimento più diffuso nel Sud: contro un’Italia che ha esternalizzato la questione meridionale, affidandola alla lotteria dei fondi europei e alla fragilità progettuale delle regioni; contro l’insipienza delle classi dirigenti interne ed esterne, sempre meno capaci di rappresentare problemi ed elaborare soluzioni ai grandi drammi vissuti dal territorio; contro la politica in generale e contro un’Europa tanto attenta ai bilanci quanto distante dalle ansie e dalle sofferenze dei cittadini dei territori più in difficoltà. Un rancore che è stato terreno di coltura anche del movimento neoborbonico e dei suoi improvvisati contro-storici, rivelatisi fallimentari per la vacuità dell’analisi e della proposta, non certo per la mancanza dei problemi da sollevare.
In questa luce, non credo che si possa archiviare la pratica pentastellata con un ennesimo richiamo al carattere geneticamente assistenziale dei “sudici”, alla povertà della civicness meridionale o addirittura al familismo amorale che impedirebbe loro di accedere a un’idea della politica più matura e razionale. Certo, nell’attirare verso Di Maio e soci ha avuto un indubbio peso la proposta di un sostegno economico a carattere universale. Tuttavia, anche altri avevano avanzato proposte analoghe, Leu compresa, senza che ciò abbia minimamente influito sulla dinamica elettorale.
Il punto vero è che Grillo, al pari di Salvini, prospera nel vuoto strategico di una sinistra priva di una visione alternativa della società, vittima di una sconfitta avvenuta sul terreno dell’egemonia e dalla quale tarda a riprendersi. Un vuoto che, proprio per il suo carattere di fondo, non ha necessità di risposte episodiche e tattiche, magari per scaricarsi dalle responsabilità ed elaborare un lutto elettorale. Chi imputa i problemi alla gestione di liste e campagne elettorali, vorrei dire a Nicola Fratoianni, guarda per l’ennesima volta il dito, distogliendo lo sguardo dalla luna.
Il M5s (ma il ragionamento, pur nel mutare del contesto e delle condizioni, varrebbe pari pari per la Lega) non è certo la causa dei nostri problemi, ma nemmeno una plausibile risposta agli stessi. In qualche modo è la rivelazione della crisi, l’epifenomeno che favorisce un’ulteriore degenerazione della vita pubblica, all’insegna di umori assolutamente retrivi e ai danni di qualsiasi valore che abbia a che vedere con la solidarietà umana, il senso del limite e la giustizia sociale. Una sinistra che voglia avere una speranza di rinascere ha un lungo cammino da fare. Tuttavia, scontate le convergenze possibili su singoli provvedimenti, la traversata nel deserto della sinistra italiana deve iniziare prendendo atto della sconfitta, dall’opposizione e in nome delle proprie ragioni. Senza fare più alcun passo indietro.
Giovanni Cerchia è docente di storia, presso l’Università del Molise

L’articolo di Giovanni Cerchia è tratto da Left in edicola
Vladimir lo zar, delfino di se stesso

Allo stadio vicino all’università di Mosca la gente arriva alla spicciolata: il termometro segna -15 gradi e il sole è fiacco. Non è in programma una partita di calcio ma la prima uscita elettorale di Vladimir Putin a soli 15 giorni dalle presidenziali che si terranno il 18 marzo. All’ingresso vengono distribuiti cartelli con scritto «Un presidente forte per una Russia più forte!». Sugli spalti la gente parla di tutto, meno che di politica. Un gruppetto di ragazze bionde infreddolite, ballano al ritmo del pop russo sparato a tutto volume dagli altoparlanti. La maggioranza di chi è qui sta facendo in realtà una sorta di straordinari non pagati. Tutti i dirigenti di aziende statali o che ricevono finanziamenti pubblici, hanno ricevuto giorni fa un sms da Russia unita, il partito del presidente. Vi era scritto quante persone dell’azienda avrebbero dovuto partecipare al comizio, segnalando per tempo all’organizzazione nome e numero di telefono. Indispensabile portarsi bandiera nazionale appresso, cosa che quasi tutti hanno diligentemente fatto. Come da programma, alle 13 inizia la manifestazione. Salgono sul palco i vincitori delle medaglie alle recenti olimpiadi invernali di Corea. Applausi convinti. Dopo 20 minuti arriva Putin e sciorina qualche promessa: nei prossimi sei anni ridurremo il numero dei poveri, la sanità sarà più efficiente, ci sarà una pioggia di rubli per le donne che faranno due figli. «Qui hanno vissuto i nostri avi, qui viviamo noi e i nostri figli e vivranno i nostri nipoti. E noi faremo tutto perché essi siano felici!» conclude poi Putin.
La sera al telegiornale si parlerà di più di 10mila partecipanti ma ad occhio ce ne saranno stati giusto la metà. È una campagna elettorale soporifera, quella targata 2018. Alexey Navalny, il leader populista e anti-corruzione che qualche anno fa ottenne il 27 per cento dei voti nella corsa alla poltrona di sindaco di Mosca, è stato estromesso con motivazioni discutibili dalla competizione. Non avrebbe comunque vinto, ma nelle grandi città europee, dove esiste un’opinione pubblica “liberal”, avrebbe potuto creare qualche grattacapo a “Zar Vladimir” nella sua corsa solitaria al quarto mandato presidenziale. Gli altri candidati non destano timori al Cremlino: ci sono il solito xenofobo Vladimir Zirinovsky e l’outsider Xenya Sobcak figlia del celebre sindaco di San Pietroburgo degli anni 90 e star dell’edizione russa dell’“Isola dei famosi”. I comunisti hanno all’ultimo momento scelto come front-runner Pavel Grudinin titolare di un’azienda-modello agroalimentare della provincia della Capitale, cercando di svecchiare l’immagine di un partito in declino inarrestabile. «La “tecnologia elettorale” russa dell’era Putin è qualcosa che gli occidentali difficilmente possono comprendere», dice il politologo Boris Kondakov. «Putin – spiega Kondakov – si mostra solo nei telegiornali, sempre indaffarato a risolvere i problemi del Paese e a contrastare nel mondo l’egemonia americana, mentre agli altri candidati è concesso solo di partecipare a talk-show vocianti. Così il telespettatore interiorizza e percepisce che l’unico candidato credibile sia il presidente in carica».
Il vero timore dello staff di Putin è che la partecipazione al voto sia bassa. Per questo la macchina propagandistica si è messa in moto, e a farla girare sono gli apparati governativi a tutti livelli. Il sindaco di Mosca, Sergey Sobyanin, sta girando in questi giorni in tutte le aziende municipalizzate tenendo comizi improvvisati nelle mense durante l’orario di lavoro. «Ci saranno ancora più investimenti per le vostre imprese» rassicura. Naturalmente se i dipendenti andranno in massa a votare. Nelle elezioni per la Duma, il parlamento russo, nell’ottobre 2016, la partecipazione al voto nelle grandi città è stata desolante: a Mosca ha votato il 28% a San Pietroburgo il 25. «La campagna di Putin è tutta tesa a rassicurare un popolo impaurito da quattro anni di crisi e di svalutazione del rublo che ha portato alla riduzione reale dei salari di oltre il 30%», sostiene Ilya Budraitskis, docente di scienze politiche all’Università di Mosca e attivista del Movimento socialista russo. «Noi non siamo astensionisti di principio – afferma convinto Budraitskis – ma oggi l’unico modo per opporsi allo strapotere di Putin è non andare a votare». I motivi di paura e di insofferenza nel Paese, del resto, non mancano.
Lo scorso anno secondo uno studio della Vneshekonombank i redditi dei russi sono calati del 6,9%. La forbice tra ricchi e poveri continua ad aumentare e ha riportato la Russia al livello di diseguaglianza dell’anno 1905. Oggi il 10% più ricco della società si prende il il 45,5% delle entrate nazionali, il 50% più povero solo il 17% e il 40% del “ceto medio” il restante 37,5%; 14mila persone guadagnano all’anno più di 5mila volte del 20% più povero della società. Per provare a cambiare le cose ci volle la prima rivoluzione antizarista, ma i russi hanno smesso da tempo di credere in cambiamenti radicali dopo le tragedie vissute nel XX secolo. Così le soluzioni diventano individuali. Secondo un sondaggio della società Levata il 15% dei russi ha un doppio lavoro e la Russia è la quinta nazione in cui si lavora di più al mondo. Basta allontanarsi da Mosca per iniziare a conoscere un altro Paese. Case popolari di epoca krushioviana malconce, ponti che cadono a pezzi, autobus di epoca sovietica che rantolano su strade sconnesse. È l’altra Russia: quella dei 20 milioni di persone che sopravvivono con 170 dollari al mese.
Il 1 marzo nell’annuale “Discorso sullo stato della Federazione” Putin ha promesso per i prossimi anni un programma economico-sociale faraonico: crescita demografica, rilancio dell’economia, rinnovamento delle infrastrutture e anche la produzione dell’ormai famosa “superbomba Satan”, che non sarebbe contrastabile neppure dai più sofisticati sistemi di difesa anti-missile. Il presidente russo ha indicato gli obiettivi volti a far tornare in pochi anni la Russia una potenza mondiale, non solo in campo militare. L’inquilino del Cremlino vorrebbe, durante il prossimo mandato, ridurre della metà il numero di persone sotto il livello della povertà e portare il Pil pro capite a parità di potere d’acquisto dei russi, a 40mila dollari annui. Per affrontare il calo demografico, che rischia di far scendere la popolazione russa – secondo la Banca mondiale – a soli 131 milioni nel 2050, Putin vuole creare 270mila posti di asilo-nido entro i prossimi tre anni, sovvenzionare le madri russe che faranno più di due figli con 500 euro mensili, aumentare l’aspettativa di vita media dei russi oltre gli 80 anni investendo 3,4mila miliardi di rubli nella sanità e nella lotta alla piaga dell’alcolismo.
Un vasto programma keynesiano è previsto anche per il rinnovamento delle infrastrutture: raddoppio della rete autostradale e della linea ferrovia, l’aumento del 50% del numero di voli internazionali, collegamenti internet ad alta velocità anche nelle regioni più remote del Paese. Secondo Putin questi risultati potranno essere raggiunti anche se non ci sarà nel prossimo futuro un aumento del prezzo del petrolio, una tesi che molti economisti considerano bizzarra, visto che nei primi anni Duemila il prezzo del greggio sopra i 100 dollari il barile fu decisivo per determinare quel boom economico che si prolungò per quasi un decennio. Ma essendo comunque in campagna elettorale, Putin non ha voluto svelare l’altro lato della medaglia di programmi così ambiziosi: la riforma delle pensioni e l’aumento delle tasse. Il sistema pensionistico è rimasto quello sovietico: ancora oggi le donne smettono di lavorare a 55 anni e gli uomini a 60. Putin ha evitato finora di affrontare un problema così spinoso come quello dell’innalzamento dell’eta pensionabile, ma appena eletto dovrà convocare la ragioneria dello Stato e provvedere a una “riforma” che desterà sicuramente più di un malumore nella popolazione. E per quanto ciò possa dispiacere a Berlusconi, Putin dovrà anche cancellare la flat tax al 13% e tornare a forme progressive di tassazione, come ha confermato il 15 febbraio a Soci il ministro delle Finanze Anton Siluanov. «Soprattutto per questo – conclude Kondakov – il presidente ha bisogno un plebiscito tra due settimane. Si potrà così considerare legittimato a far deglutire qualche pillola amara ai russi».

L’inchiesta di Yurii Colombo è stata pubblicata su Left del 9 marzo 2018
Metti una sera a Shangai, in libreria

Quando nel 2003 Qidian.com (China Reading) lanciò il primo portale cinese di lettura online a pagamento, solo pochi ne avevano intuito la natura rivoluzionaria. A distanza di quindici anni, il mercato delle pubblicazioni in rete ha raggiunto un valore di 9 miliardi di dollari, confermando un tasso di crescita annuo del 20 per cento. Nel frattempo, China Literature Ltd. – sussidiaria del colosso tecnologico Tencent a cui è affiliata Qidian – è sbarcata a Hong Kong raccogliendo oltre un miliardo di dollari in quella che si è rivelata l’offerta pubblica iniziale più redditizia degli ultimi 10 anni sulla borsa dell’ex colonia britannica. Ma sorge una domanda: con oltre 10 milioni di titoli a portata di click, chi avrà mai più la voglia di entrare in libreria? Secondo un sondaggio della Chinese academy of press and publication (Capp), nel 2016, il 33,8% dei cinesi ha letto testi online, contro un 51,6% ancora fedele alla carta stampata – tanto per avere un’idea, negli Stati Uniti solo il 28% degli americani si avvale di testi digitali. Con il risultato che nel 2016, le vendite al dettaglio sono diminuite del 2,33% su base annua. A ciò si aggiunga la limitata propensione dei cinesi per la lettura: stando alle stime dei media governativi un adulto legge mediamente meno di otto libri l’anno (4,58 cartacei e 3,26 in formato elettronico), dedica alla lettura 15 minuti al giorno (contro i quasi 100 trascorsi davanti alla tv e i 45 su internet), ed è disposto a spendere attorno ai 14 yuan per un testo di 200 pagine, circa 2 euro, ovvero la metà di quanto costa un Frappuccino da Starbucks. Tanto che mentre la multinazionale americana continua a estendere il proprio impero cinese, le librerie sono state costrette a stringere la cinghia.
Secondo la All-China federation of industry and commerce, tra il 2000 e il 2012 (l’anno peggiore in termini di vendite), l’ascesa degli e-book ha corrisposto alla chiusura di circa la metà dei negozi fisici. Tra le vittime, persino Xinhua Bookstore, la più grande catena nazionale (rigorosamente statale) che deve il suo logo a un esercizio calligrafico di Mao Zedong. Da quando è stata fondata 80 anni fa, ha raggiunto un picco di 17mila punti vendita salvo poi assestarsi su cifre ben più contenute. Strana sorte per il Paese che ha inventato la carta e la stampa a caratteri mobili. C’è chi tuttavia intravede nella morte del settore lo spunto per una nuova rinascita. Complice l’aumento del potere d’acquisto di una classe media in rapida ascesa. Secondo la Capp, sempre più case editrici stanno aprendo nuove librerie, mentre molte di quelle già esistenti nei campus universitari si stanno …..

