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Amnesty denuncia: «Il segretario di Stato e il capo della Cia di Trump, un pericolo per i diritti umani»

Human rights watch e Amnesty international hanno lanciato l’allarme sulle nomine di Donald Trump di Mike Pompeo a segretario di Stato e di Gina Haspel a capo della Cia, rese note dal presidente americano il 13 marzo. «Sia Mike Pompeo che Gina Haspel, hanno un preoccupante curriculum in tema di diritti umani, il Senato dovrebbe effettuare una seria valutazione prima di confermare la loro nomina» ha dichiarato la direttrice generale di Amnesty international Usa, Margaret Huang.

«Prima di accettare la nomina, Pompeo e Haspel avrebbero dovuto dissociarsi da loro precedenti dichiarazioni e azioni in favore di condotte illegali: la tortura, le rendition e la detenzione a tempo indeterminato sono inaccettabili e non possono mai essere tollerate in nome della sicurezza nazionale», ha detto Margaret Huang che ha messo in evidenza come il dipartimento di Stato abbia «la responsabilità di proteggere le persone in fuga da violenze orribili e persecuzione e di chiedere agli altri governi di garantire la tutela dei diritti umani».  Non si possono affidare questioni così delicate, continua la direttrice generale di Amnesty, a «chi, come Pompeo e Haspel, in passato ha mostrato così tanto disprezzo per i diritti umani».

Anche Human rights watch si è unita ad Amnesty international Usa: «Siamo seriamente preoccupati da queste nomine. Sia Pompeo che Haspel in passato hanno espresso un’opinione positiva sull’uso della tortura, e la loro promozione a posizioni di rilievo internazionale potrebbe allargare l’uso di pratiche lesive dei diritti umani. Questo dovrebbe convincere il Senato a rigettare entrambe le nomine». A dirlo è Sarah Margon, direttrice dell’ufficio di Washington.

Ecco un breve profilo dei due personaggi che destano un così grande allarme.

La carriera di Pompeo nulla ha a che fare con la diplomazia: termina la scuola militare di West point nel 1986 e il suo primo incarico è in una pattuglia americana lungo il muro di Berlino. Partecipa poi alla prima guerra del Golfo, alla fine della quale lascia l’esercito. Una laurea in giurisprudenza e poi entra nel mondo degli affari. Il 2010 per Pompeo è l’anno della svolta politica: viene eletto rappresentante del Kansas al Parlamento, grazie anche al sostegno economico della Nra, la lobby delle armi americana. Durante la sua carriera politica si costruisce la fama di ultraconservatore, vicino al movimento Tea party.

Resterà in parlamento fino al 2017, anno in cui Donald Trump lo nomina capo della Cia. La sua nomina a segretario di Stato non stupisce. Al contrario del suo predecessore, Pompeo ha sempre criticato l’accordo sul nucleare iraniano firmato dall’ex presidente Barack Obama. «Non vedo l’ora di cancellare questo disastroso accordo con il maggior finanziatore del terrorismo al mondo», aveva detto, come riporta l’Huffington Post, il 30 novembre 2017. Non solo l’accordo con l’Iran, ma quasi tutta l’azione politica dell’ex presidente è stata criticata dal neo segretario di stato. Pompeo si è infatti opposto alla chiusura di Guantanamo e di altri campi di prigionia segreti, nonché alla esplicita richiesta di Obama che durante gli interrogatori non venisse fatto uso di tortura. Addirittura Pompeo era arrivato a definire dei «patrioti» i torturatori di Abu Ghraib, riporta Repubblica del 13 marzo. In un tweet, Pompeo è arrivato a definire Obama un «malvagio musulmano comunista».

Pompeo ha espresso opinioni controverse anche sulla Nsa, l’agenzia che assieme alla Cia e l’Fbi si occupa della sicurezza nazionale, sostenendo che andrebbero rese meno stringenti le leggi che regolano la possibilità di violare la privacy dei cittadini americani, quando si conducono indagini antiterrorismo, scrive il Washington Post il 3 gennaio 2016.

Dalle parole sulla tortura di Pompeo all’attività di Gina Haspel, personaggio ancora più controverso. Haspel è entrata a far parte della Cia nel 1985 e da allora ha sempre ricoperto ruoli importanti. La sua carriera è però andata di pari passo con le violazioni dei diritti umani, almeno secondo le denunce delle organizzazioni. Nel 2002, la nuova direttrice della Cia sarebbe stata «direttamente coinvolta nelle torture» di Abu Zubaydah, stando al resoconto di un articolo del Washington Post del 7 maggio 2013. Abu Zubaydah era detenuto in un campo di prigionia in Thailandia dal nome in codice “Occhio di gatto”. Secondo documenti della Cia desecretati, Zubaydah avrebbe subito il “waterboarding”, una tecnica di  tortura che può provocare la morte per annegamento, ben 83 volte in un solo mese. Zubaydah ha subito altre torture ed è stato sottoposto a continue violenze fisiche che gli hanno procurato la perdita dell’uso dell’occhio sinistro. Oltre ai documenti desecretati, il New York Times aveva rivelato che esistevano delle videocassette contenenti riprese delle torture subite da Zubaydah, ma che queste sono state distrutte «per evitare problemi legali agli agenti coinvolti».

L’allarme lanciato adesso dalle organizzazioni per i diritti umani, ad ogni modo, non è nuovo. Già nel dicembre 2016 Amnesty international Usa e un gruppo di altre associazioni avevano diffuso un documento congiunto relativo ai principi da seguire nella nomina di persone a cariche statali, tra i quali il rispetto degli obblighi in materia di diritti umani. Le nomine attuali di Trump vanno in direzione contraria.

Se tornasse di moda la gentilezza

Alla luce dei risultati delle ultime elezioni, ma ancora di più guardando i premiati a classe dirigente di questo Paese, appare evidente che la gentilezza (insieme al senso della misura, la serietà, la cultura intesa come memoria e spessore professionale e più in generale il sapere) sia ormai terribilmente fuori moda, se non addirittura insopportabile. Nel gioco stritolante della selezione delle notizie (che devono essere virali più che vere) l’attacco sfrontato, smodato, possibilmente volgarotto è il metodo infallibile per salire agli onori della cronaca e acquisire velocemente la popolarità fondamentale per diventare qualcuno.

La gentilezza intanto è stata derubricata a debolezza. Il solito gioco di spargere spasmi e disperazioni (vere, presunte o percepite) ha sdoganato la necessità di uomini duri e soli al comando relegando i “gentili” a brave persone non all’altezza della situazione, come se la pratica politica o dirigenziale debba per forza essere un agone di lacrime, merda e sangue piuttosto che l’esercizio di pensiero lungo e visioni aperte. Prendersi cura diventa irrimediabilmente meno importante del distruggere il nemico (e, se il nemico non c’è, ce lo si può sempre inventare), governare è stato svuotato a sinonimo di difendere e l’autorevolezza si misura in base al volume o secondo la simulata ferocia delle promesse messe in campo.

Se tornasse di moda la gentilezza (intesa nel senso più pieno di rispetto e cura benevola, genuina) l’esercito di fanfaroni che farcisce la nostra quotidianità sarebbe fuori gioco. Se tornasse di moda la gentilezza (la cura di esporre con calma le proprie opinioni con un’alta capacità di ascolto) le baggianate sarebbero smontate dal tempo dell’approfondimento. Se tornasse di moda la gentilezza (l’inclinazione ad occuparsi di tutti) la politica, il giornalismo, la gestione delle aziende, l’amministrazione dei partiti si misurerebbero sulla proposta (è obbligo della gentilezza l’essere costruttivi) piuttosto che sulla guerra. Se tornasse di moda la gentilezza (lo so, sembra un’utopia) avremmo una classe dirigente a cui non sarebbe più concesso essere roboante, poi nullafacente e poi roboante di nuovo.

Buon giovedì.

Duterte ritira le Filippine dalla Corte dell’Aja che indaga sui suoi crimini

epa06521548 Filipino President Rodrigo Duterte addresses Filipino household workers who were repatriated from Kuwait, at Manila's international airport, Philippines, 13 February 2018. The Philippine government banned the deployment of Filipino workers to Kuwait following reports of sexual, mental and physical abuse that allegedly led to several deaths and injuries among migrant workers. The Kuwaiti government expressed regret over President Duterte's remarks on the situation of the Filipino manpower in Kuwait, and Philippines' decision to suspend the employment of workers. Kuwaiti Foreign Ministry estimates 276,000 Filipino expatriates are in the country. EPA/FRANCIS R. MALASIG

La Corte lo indaga e lui abbandona la Corte. Duterte contro la comunità internazionale, ancora una volta. «Quindi dichiaro, come presidente della Repubblica delle Filippine, che ritiriamo la nostra ratifica allo Statuto di Roma con effetto immediato». Lo ha detto ai microfoni dei giornalisti Rodrigo Duterte, in seguito a quelli che ha definito «attacchi privi di fondamento, accuse oltraggiose contro la mia persona e contro la mia amministrazione» da parte del giudice della Corte penale internazionale. Per il presidente, la Corte «viola il principio della presunzione di innocenza», e verrebbe utilizzata come «uno strumento politico contro il Paese». Le Filippine abbandonano dunque la Corte. In precedenza, solo il Burundi era uscito fuori dall’Icp; ci aveva provato anche il Sud Africa nel 2016, ma il ritiro fu revocato dalle Nazioni Unite.

L’ultima protesta contro la violenza della politica di Duterte risale solo a qualche giorno fa, quando al palazzo presidenziale a Manila, l’otto marzo, durante la Giornata internazionale della donna, migliaia di attivisti hanno marciato vestiti in rosa e viola.

Le Filippine sono la prima nazione del Sud est asiatico a finire sotto una indagine preliminare, annunciata a febbraio, dei procuratori della Corte penale. La decisione di ritirare la ratifica del 2011 dallo Statuto di Roma – quello che istituisce la Corte penale internazionale – è seguita all’accusa di crimini contro l’umanità mossa a Duterte, per le violenze commesse durante la lotta al narcotraffico nel 2016, in cui dalle quattromila alle ottomila persone, secondo i diversi dati a disposizione, hanno perso la vita per uccisioni extragiudiziali. Ma nel report che lo riguarda, lungo 77 pagine, i crimini di Duterte risalgono a ben prima della sua presidenza, fino al 1988, a trent’anni fa. All’epoca il presidente era il sindaco di Davao.

Grazie Mr.Hawking, per la scienza, l’ateismo e la sua umanità

È scomparso nella sua casa a Cambridge, all’età di 76 anni, l’astrofisico Stephen Hawking. Pubblichiamo il ritratto del grande scienziato che Pietro Greco ha scritto per Left (n.4 del 26 gennaio 2018).  

Lo scorso 8 gennaio Stephen Hawking ha compiuto 76 anni, battendo ogni record per un malato di Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Il giorno prima con la caratteristica voce metallica del suo computer, il fisico più famoso oggi al mondo, teorico della “quantum gravity”, cui a 21 anni è stata diagnosticata la terribile malattia degenerativa, ha tenuto una Reith Lecture al Royal Institute di Londra. Potrete ascoltare la versione integrale del suo intervento diviso in due sul canale Radio 4 della Bbc in altrettante trasmissioni in onda il 26 gennaio e il 2 febbraio. Ma alle 400 persone che lo ascoltavano in diretta, secondo quanto riportato dal quotidiano inglese The Independent, ha detto: «Il messaggio di questo mio intervento è che i buchi neri non sono così neri come li si dipingono. Non sono prigioni eterne, come un tempo si pensava. Le cose possono uscire da un buco nero in due modi: o tornando all’esterno o ritrovandosi possibilmente in un altro universo. Così, se senti di essere in un buco nero, non arrenderti: c’è sempre una via d’uscita».
Nell’incoraggiamento di questa persona che sta da più di mezzo secolo su una sedia a rotelle impossibilitato a muoversi, ma capace di pensare come pochi altri, c’è la sintesi perfetta della vita di Stephen Hawking: fisico teorico tra i maggiori esperti di buchi neri, intesi come oggetti cosmici, e uomo precipitato nell’abisso oscuro della Sla da cui da oltre cinquant’anni riesce, con un coraggio senza pari, a uscire continuamente.
Alla vita di Stephen Hawking sono stati dedicati libri, fumetti, video e film: tra questi ultimi, il famosissimo The Theory of Everything del 2014, diretto by James Marsh e interpretato da Eddie Redmayne. Ma Stephen Hawking è un grande autore di successo – il suo Dal big bang ai buchi neri. Breve storia dell’universo pubblicato da Rizzoli in Italia nel 1988 è stato ed è tuttora un bestseller mondiale – che ha scritto anche di se stesso: la Breve storia della mia vita, pubblicato in Italia da Mondadori nel 2013 è la sua autobiografia.
Ebbene, è difficile fare una sintesi di una vita così lontana dalla normalità e così complessa, una vita raccontata da tanti in tante occasione. Ma poiché merita di essere raccontata di nuovo – per i messaggi impliciti ed espliciti che contiene – possiamo scegliere di sintetizzarla in tre parole che gli sono care: buchi neri, computer e coraggio.
I buchi neri sono uno di quegli oggetti previsti dalla teoria generale della relatività di Einstein a lungo cercati e solo di recente empiricamente osservati. O meglio, osservati indirettamente, perché per definizione di buchi neri non si possono vedere. Neppure la luce, infatti, può uscirne. Tuttavia sappiamo che al centro della nostra – e di tante altre galassie – c’è un buco nero supermassiccio intorno a cui ruotano miliardi di stelle e di pianeti. Anche noi con il nostro Sole ruotiamo intorno al buco nero che è al centro della Via lattea. Ebbene, questi oggetti sono oggetti di studio teorico da oltre mezzo secolo da parte di Stephen Hawking, allievo di un grande cosmologo, Dennis Sciama. Ebbene, Hawking ha prima teorizzato che i buchi neri sono cosmic eraser, una sorta di gomma da cancellare cosmica. Perché di tutto ciò che cattura cancella tutto, compresa l’informazione. Poi si è ricreduto. Ed è grazie ai suoi studi che oggi ipotizziamo che i buchi neri, come ha ripetuto a inizio anno a Londra, non sono poi così neri. Sia perché, grazie alla meccanica quantistica, evaporano: ovvero possono perdere materia. Sia perché, grazia alla relatività generale, possono proiettare chi ci capita dentro in un’altra dimensione dello spazio e del tempo. In un altro universo o, anche, in un’altra parte del nostro universo.
Il rapporto tra la relatività generale e la meccanica quantistica è da tempo al centro dell’interesse scientifico di questa mente acutissima che vive in un corpo quasi del tutto immobilizzato. Il motivo, lo ha spiegato al grande pubblico proprio nel best seller del 1988: la relatività generale contiene i germi della sua propria distruzione. Perché se riavvolgiamo il film della storia dell’universo, alla fine troveremo tutta la materia cosmica in un punticino in cui tutti i parametri fondamentali (come la temperatura, la pressione, la densità) raggiungono valori infiniti. E l’infinito non piace ai fisici. È certo che un po’ prima che questo succeda, entri in gioco a scala cosmica la meccanica quantistica a complicare le cose. Non sappiamo esattamente come. Anche perché nessuno finora è riuscito a rendere del tutto compatibili i due pilastri portanti della fisica: la relatività generale e la meccanica quantistica, appunto. Ecco perché Hawking e molti altri sono alla ricerca di una nuova teoria ancora più generale, una teoria del tutto, che le unifichi in un quadro unitario e organico.
Questa “sindrome ionica”, questa necessità, di cercare per via razionale l’intima unità e armonia del mondo fisico, è il “pregiudizio metafisico” che ha guidato e tuttora guida la vita di Stephen Hawking, redivivo filosofo dell’antica Ionia.
Interessante è l’aneddoto che lo vide protagonista, lui ateo, durante una visita in Vaticano, molti anni fa. Lui e un gruppo di suoi eminenti colleghi furono ricevuti da Giovanni Paolo II, che li esortò sì a continuare le ricerche dell’origine del cosmo. Ma li invitò anche a fermarsi prima dell’attimo iniziale, quella della creazione cosmica. Non sapeva, chiosò Stephen Hawking, che era esattamente quello che io stavo cercando senza bisogno di ricorrere a Dio: come e perché l’universo è nato e si dà la pena di esistere.
In questa ricerca Stephen Hawking è uno dei protagonisti assoluti. La sua speranza è poter dire, come Laplace a Napoleone: «Dio? Non ho bisogno di questa ipotesi».
Non potrebbe fare tutto questo (e altro ancora), Stephen Hawking senza il suo computer. Ovvero senza un supporto tecnologico che gli consenta di trasformare il suo pensiero in lettere e suoni. Prima del 1997, Stephen Hawking poteva muovere almeno un dito delle sue mani e con quello agire sulla tastiera di un computer e scrivere. Un sintetizzatore vocale traduceva poi lo scritto in parlato. Ma da vent’anni non può usare nemmeno quel dito. Ed è stato inventato per lui un software capace di trasformare i movimenti del viso nella scelta di un carattere. Da due decenni Hawking scrive letteralmente con la faccia. Il testo può essere poi trasformato in parola. Con un unico difetto, scherza Hawking: «Mi dicono che il mio accento somiglia a quello di uno scandinavo, di un americano o di uno scozzese». E pare che questo per un inglese sia intollerabile.
Ecco, l’ironia sta accompagnando la vita di quest’uomo incapace di muoversi ma desideroso di vivere. Con coraggio. Ecco cosa ha aggiunto, lo scorso 7 gennaio, il giorno prima del suo compleanno, alla Reith Lecture presso il Royal Institute: «Sebbene io sia stato sfortunato a causa della mia malattia motoria, sono stato fortunato in tante altre dimensioni. Ho avuto la fortuna di lavorare in fisica teorica in un periodo affascinante della ricerca. Questo è uno dei pochi settori in cui la mia malattia fisica non ha alcuna influenza. È anche importante non arrabbiarsi nella mia condizione. Non è importante quanto difficile ti possa apparire, perché puoi perdere ogni speranza solo se non riesci a ridere di te stesso e della vita in generale».
È con questo coraggio e voglia di vivere che, andato in pensione nel 2007 quale professore della cattedra lucasiana dell’università di Cambridge (la stessa di Isaac Newton) per raggiunti limiti di età, l’uomo che ha battuto ogni record di sopravvivenza alla Sla è ancora direttore del Department of applied mathematics and theoretical physics nonché fondatore del Centre for theoretical cosmology, presso il medesimo ateneo.
D’altra parte a 76 anni Stephen Hawking riesce ancora a ridere di se stesso e della vita in generale. «E infatti non ho perso la speranza – dice – di coronare il mio grande sogno: salire, un giorno, su un’astronave e andare a zonzo nello spazio».

Auguri al paesaggio dimezzato

Uno dei luoghi di Pienza (dal 1996 proclamata dall'Unesco Patrimonio Mondiale dell'Umanità) che sara' possibile visitare in occasione della XIX edizione di 'Pienza e i fiori'. L'evento si svolgerà dall'1 all'11 maggio nel cuore della Val d'Orcia, 27 Aprile 2013. ANSA/ UFFICIO STAMPA +++ NO SALES EDITORIAL USE ONLY +++

«Il 14 marzo si celebrerà la seconda edizione della Giornata nazionale del Paesaggio che il decreto ministeriale … del 7 ottobre 2016 ha istituito con l’obiettivo di richiamare il Paesaggio quale valore identitario del Paese e trasmettere alle giovani generazioni il messaggio che la tutela del paesaggio e lo studio della sua memoria costituiscono valori culturali ineludibili e premessa per un uso consapevole del territorio e uno sviluppo sostenibile». La circolare, inviata dal segretariato generale del Ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo, alle direzioni generali, agli Istituti centrali nazionali e dotati di autonomia speciale, ai segretariati regionali, alle soprintendenze, agli Archivi di Stato e alle Biblioteche statali, non lascerebbe dubbi. Il Paesaggio sembra una priorità. D’altra parte per festeggiare il secondo compleanno ci sono eventi in molte città del Paese. Circa 200 tra incontri-presentazioni e mostre, seminari e convegni, visite guidate e contest fotografici. A Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia, ma anche a Trento, passando per Chieti, L’Aquila e Pescara. Senza dimenticare tanti centri delle altre regioni, Sicilia e Sardegna comprese. Una festa in grande stile, insomma. Con la presentazione della «Carta nazionale del Paesaggio», presso il Salone Spadolini, in via del Collegio Romano, sede del Mibact. Il Gotha del ministero schierato per celebrare il Paesaggio. Per salutare il «coronamento di un lungo lavoro di affermazione di questa nuova cultura del Paesaggio e al contempo anche il punto di partenza per un nuovo paradigma su cosa rappresenti per la Nazione italiana il suo Paesaggio», come sostiene il sottosegretario Borletti Buitoni.

Una bella festa! Se non fosse che quei «valori culturali» ricordati nella circolare ministeriale non sempre appaiono «ineludibili» e ancora meno frequentemente «premessa per un uso consapevole del territorio e uno sviluppo sostenibile». Se non fosse che troppo spesso la «nuova cultura del Paesaggio», richiamato dalla Borletti Buitoni, appare inquinata da una visione utilititaristica del Patrimonio culturale. Se non fosse che il «nuovo paradigma su cosa rappresenti per la Nazione italiana il suo Paesaggio» non sia un necessario aggiornamento di quello proposto dall’articolo 9 della Costituzione, ma ne costituisca uno stravolgimento. Insensato e colpevole, allo stesso tempo.

Mentre al Ministero si presenta la Carta del paesaggio e nel territorio nazionale se ne parla attraverso i tanti eventi in programma, l’Italia nella «positiva interazione di uomo e natura» si presenterà per come l’ha guidata il ministro Franceschini dal febbraio 2014. Per come ha voluto che fosse, attraverso riforme e scelte, anche di persone. Per come ha voluto che fosse il Pd di governo, senza che il Pd di opposizione se ne curasse più di tanto. Per come hanno contribuito, in maniera diversa, tante amministrazioni comunali governate da altre forze politiche.

Così a Roma, prima Marino e poi Raggi non hanno contrastato lo scempio perpretato all’area centrale, tra Piazza Venezia e Colosseo, per la realizzazione della metro C. Uno scempio armato che ha stravolto la fisionomia storicizzata di un’area tutelata dall’Unesco, mettendo a repentaglio la stabilità di monumenti straordinari. Il tutto nell’indifferenza del governo in generale e del ministro Franceschini in particolare.

Quello di Roma, un caso macroscopico. Ma poi c’è la grande quantità di casi, forse minori, sparsi per l’Italia. Casi di minore impatto mediatico, ma esemplificativi del «nuovo paradigma». Dalle terme romane di Fordongianus, nelle quali si celebrano abitualmente matrimoni, al b&b con affaccio sul foro romano, a Brescia.

Dalle sala Romanelli e dalla sala Gloria della Reggia di Caserta, in affitto per sposi facoltosi, a Capodimonte e i Musei di Napoli, utilizzati per lo yoga, passando per la galleria dei Re del Museo Egizio, trasformata in una palestra dove fare zumba, stretching e pilates. Questo e il molto altro che penalizza sempre più il patrimonio culturale, il quale costituisce un elemento cospicuo del paesaggio, é da imputare a politiche culturali quanto meno distorte. Ma non é tutto. Non é solo questo a rendere il Paesaggio sempre più fragile. Più in pericolo. Continua a mancare una pianificazione del territorio nella quale le aree inedificate siano salvaguardate realmente. Continua a mancare una politica urbanistica nella quale l’inedificabilità non sia solo una possibilità, ma piuttosto l’unica soluzione possibile. Insomma continua a mancare una legge sul consumo di suolo. Al punto che ad elaborare un proprio originale testo normativo, in conformità con i dettami costituzionali, ha dovuto provvedere il Forum nazionale di Salviamo il Paesaggio. Una rete civica nazionale cui aderiscono oltre 1.000 organizzazioni e molte migliaia di cittadini a livello individuale, che recependo i dati allarmanti pubblicati annualmente dall’Ispra sul consumo di suolo, offre una possibilità al prossimo Governo. Quella di recepire la proposta, approvandola. Rendendola legge. Riuscendo cioè dove hanno fallito i Governi Renzi e Gentiloni e prima di loro, Letta e Monti.

Ma continua a mancare anche una seria politica contro l’abusivismo edilizio. Ogni anno vengono realizzate circa 20mila case abusive, che si vanno aggiungere a quelle già esistenti. Comprese quelle sulle quali gravano ordinanze di demolizione. Più di 46.700, secondo i dati fermi al 2011.

Con un patrimonio culturale messo a profitto oppure in abbandono, un territorio nel quale il consumo di suolo prosegue quasi ininterrottamente e un abusivismo in molti parti d’Italia «selvaggio», é possibile parlare di Paesaggio «quale valore identitario del Paese»? Il dubbio che non sia così rimane. Da festeggiare c’è veramente poco. Sia per Franceschini e il Pd, che hanno governato, che per le destre e il M5s, che si agitano per poterlo fare. L’unica certezza é che il Paesaggio che si festeggia é una metà, quella «buona» che il ministro celebra appena può. L’altra, quella «cattiva», rimane in ombra. Quasi nessuno ne parla.

Non rimane che sperare. Magari che il nuovo governo riunisca le due metà. Proprio come accade a Il visconte dimezzato di Italo Calvino. Solo allora il Paesaggio sarà realmente «un valore identitario del Paese».

Il Niger smutanda l’Italia guerresca

Ci sarebbe da ridere se non fosse che in un secondo frani ancora una volta la credibilità italiana e quella della sua ministra della guerra Pinotti e se ci dimenticassimo che in Niger i morti muoiono per davvero: la famosa missione “di pace” (ovviamente) dell’Italia in Niger (quella votata in fretta e furia mentre il Parlamento smobilitava in vista della campagna elettorale) non piace nemmeno al Niger che, proprio in questi giorni, ha educatamente declinato l’invito.

Il ministro degli Interni Mohamed Bazoum, dice il Corriere della Sera, ha detto di non sapere nulla della missione italiana che avrebbe appreso dai giornali (sembra una vicenda di gossip, ma ci sono di mezzo le armi e presumibilmente i possibili morti), e ha chiarito di essere contrario all’intervento italiano. Non solo: secondo le sue dichiarazioni non ci sarebbero stati nemmeno contatti tra i due governi. Avete capito bene: la missione “di fondamentale aiuto” non è gradita da quelli che dovrebbero essere aiutati.

470 militari, 130 mezzi terrestri, due velivoli C130, per una spesa totale di 130 milioni di euro. Buttati via. E allora sarebbe lecito chiedere perché c’è stata tanta fretta nel fare approvare la missione e soprattutto sarebbe da chiedere ai leader incoronati alle ultime elezioni (Di Maio e Salvini) se hanno intenzione di fare un po’ di chiarezza e magari aiutarci a capire. Perché, diciamocelo, dopo quello che accade in Libia e ora con questa notizia dal Niger appare sempre più oscuro come li aiutiamo “a casa loro”.

Buon mercoledì.

India, si chiamano Love commando e salvano gli innamorati dai matrimoni combinati

epa04098673 A bride takes part in a mass marriage ceremony in Bhopal, India, 24 February 2014. Some 45 bridal pairs married during the wedding ceremony organised for underprivileged couples under Mukhyamantri Kanyadan Yojna (Chief Minister Welfare Scheme). Some communities undertake the responsibility of arranging mass marriages for the couples who are financially unsound. EPA/SAJNEEV GUPTA

«Halo, qui è il Love commando». «Salve. stanno per uccidere la mia ragazza. Potete per favore salvarle la vita?». La giovane potrebbe morire nel giro di un paio d’ore. «Potrebbe essere rapita. Potrebbe essere avvelenata. Potrebbe essere bruciata. Potrebbe essere picchiata. Non so dove la stanno portando». La voce dell’amante dall’altro lato della cornetta è disperata. La mano dell’uomo regge il telefono, mentre le labbra si muovono per chiedere l’indirizzo esatto, nella stanza spoglia con tavolo e sedia, qualche manifesto alle pareti, fumo grigio di sigaretta. Bisogna organizzare un’altra fuga, nascondere gli ultimi amanti, evitare l’uccisione di un’altra giovane coppia che sfida tradizione, famiglia, sistema delle caste. Il mondo intero intorno. In India ogni giorno si muore d’amore.

«Halo, qui è Love commando». Se gli chiedi come sta, dice «bene, lottiamo». Se gli chiedi come è andata la giornata, il chief, il capo dei Love commando, Sanjay Sachey, parla della “rescue mission”, della missione di salvataggio appena avvenuta poche ore prima, coordinata dall’ufficio della capitale, Delhi, in un villaggio dell’Uttar Pradesh. Missione compiuta. «A Delhi abbiamo sette shelter, rifugi, dove nascondiamo i ragazzi. In tutta l’India ce ne sono circa 450, tutti segreti, alcuni delle coppie che abbiamo aiutato in passato. Gli amanti che hanno bisogno di nascondersi rimangono lì per due o tre giorni, massimo dieci», passano da una città all’altra in uno dei Paesi con la popolazione tra le più giovani al mondo. Il commando che ne evita l’uccisione, li aiuta poi a sposarsi e avviarsi a nuova vita, lontano dalle loro famiglie.

Solo il 30 per cento dei matrimoni oggi in India avviene liberamente. Nel resto dei casi, per chi si oppone alle nozze combinate, per amare un uomo o una donna di un’altra casta o qualcuno che la famiglia non ha progettato o non vuole che sposi, c’è la morte. Botte, fuoco e pietre, per chi infrange la regola. Da nord a sud della nazione una ragazza può essere bruciata se disobbedisce ai genitori, se ha rapporti prematrimoniali, se sceglie di non convolare a nozze per obbligo. Le fiamme sono l’unica cosa che salva, agli occhi di parte della società, soprattutto rurale, l’onore tradizionale della famiglia, una legge non scritta che ritiene l’orgoglio più importante della felicità. Nel migliore dei casi, i ragazzi, una volta fuggiti, sono costretti a ripagare il debito contratto dai genitori per i matrimoni combinati precedentemente, un calcolo della libertà in migliaia di rupie. Le coppie sono pronte a non tornare mai più indietro, mai più a casa. «Ma nessuno li ferma, perché i Love commando sono qui con loro. Niente deve essere impossibile, tutto deve funzionare», dice il chief.

Quando i genitori furiosi dei “love birds” in fuga chiamano la squadra di Sanjay è di solito per comunicargli che “presto abbandoneranno questo mondo”. L’India è un Paese di killer d’amore. “Every day, risky day”, ogni giorno è rischioso. I Love commando hanno smesso di denunciare alla polizia le telefonate e le minacce di morte che ricevono «perché non compiono indagini con progressi concreti. Il problema non sono solo quelli che vogliono vederci morti, ma quelli che non possono apertamente sostenerci in pubblico, hanno paura. Ma il nostro è un compito così: difficile». Le intimidazioni per la squadra che ha deciso di chiamarsi come un’armata dell’amore sono diventate una routine, una parte del lavoro che hanno scelto di compiere, un lato scuro della missione a cui si sono abituati, per vocazione alla libertà, che vogliono per loro, per gli altri, e soprattutto per le new generations, le nuove generazioni, quelle che, dicono, renderanno «l’India un paese senza caste, un posto migliore».

«Nessuno dei partiti al potere si occupa di questo problema, nessuno ha un’agenda per migliorare la vita dei giovani, i diritti di chi si ama in India oggi. Il diritto primario della nuova generazione è l’amore, quello libero. Chi si sposa per amore, chi sfida il tabù delle caste può essere ucciso, per quelli che chiamano honor killings, omicidi d’onore, ma io d’onore non ne vedo nemmeno un briciolo». È difficile calcolare quanti omicidi d’onore avvengano ogni anno in India, perché spesso i decessi vengono dichiarati dalla famiglia come suicidi o incidenti. Non solo morte, ma anche attacchi con l’acido, mutilazione, rapimento e costrizione al matrimonio: di questi ultimi casi, quasi nessuno riesce ad essere denunciato alle forze dell’ordine.
Come ha dichiarato Annie Raja della Federazione nazionale delle donne indiane, questi eventi passano sotto silenzio, sono quasi totalmente “under reported”, non denunciati. Quindi non veramente censibili. Secondo gli ultimi dati presentati al Parlamento indiano più di un anno fa, la polizia ha registrato 251 casi nel 2015. Nel 2017 la più giovane vittima di tutta l’India è diventata una bambina di 13 anni, assassinata perché aveva parlato con un ragazzo nel villaggio di Chintapally. Il padre l’ha strangolata, la madre poi l’ha bruciata. La polizia di Nalgonda, a sud del Paese, ha capito subito che non si trattava di suicidio, come invece voleva far credere la famiglia.

«Gli innamorati vogliono sradicare il fondamentalismo religioso, la società delle caste, ci salveranno i giovani e, soprattutto, quelli innamorati» dice il chief della squadra a telefono su whatsapp, tra una comunicazione interrotta da una minaccia e una missione. «È colpa del sistema religioso delle caste. Le persone che si innamorano senza rispettarlo compiono un atto di ribellione estremo». Sposarsi per amore viene considerato un concetto occidentale, non indiano. «È una giungla, ma qualcuno in questa giungla deve ringhiare». La giornata di Sachey comincia alle quattro del mattino, quando scrive un editoriale per il giornale dove lavora ma che non vuole menzionare. Un giornalista, un decoratore, un negoziante, un artista, un venditore di scarpe. Ognuno nella squadra, aveva o ha, nel tempo che gli resta, un lavoro. «C’è Sonu, che organizza i matrimoni degli amanti, perché molti documenti sono necessari. Rajesh che fa il logista e li tiene al sicuro. Sagar e Goyinda, men of action», uomini d’azione nell’India delle lamiere, povertà e vicoli stretti, angusti.

Hanno paura di poche cose, i Love commando, vergogna ancor meno. «Tutto questo costa. Ma continuiamo. Alcuni di noi hanno venduto le loro case per continuare questo lavoro. Siamo sempre in cerca di fondi per continuare ad aiutare i giovani indiani. Arrivano piangendo, se ne vanno sorridendo. È questo il senso di quello che facciamo, la più grande soddisfazione per noi». In questa guerra sempre meno segreta sono sempre più i ragazzi che si ribellano al patriarcato familiare e religioso.

Quanti ragazzi hanno salvato, non lo sanno con esattezza, il conto è stato perso dal 2010, quando hanno cominciato ad aiutare le coppie a scappare e sposarsi. Si tratta di centinaia di persone, che ora fanno parte della Love commando family. Preoccupati, ma orgogliosi sono i loro parenti: «i nostri familiari ci supportano, credono che quello che forniamo sia un servizio per l’umanità. Lottiamo per la causa dell’amore. L’amore non è una casta e non è religione. Non è cultura, né ha un colore. È natura, bellezza. Sarà l’amore a creare una società senza caste nel nostro Paese» dice il chief, ma quando la società cambierà, non lo sa. «Roma non è stata costruita in un giorno». Per dire che la strada è lunga, ama citare sempre la poesia di Robert Frost, imparata a memoria da bambino, a scuola: nel dark, nel buio I have promises to keep, and miles to go before I sleep, “ho delle promesse da mantenere, miglia da percorrere ancora prima di andare a dormire”.

Ride e conclude: «non so per quante ore potremmo rimanere vivi, se il nostro indirizzo dovesse diventare pubblico. Nemmeno per 24 ore, forse. Con i fondamentalisti religiosi è dura sopravvivere». Poi ancora sigaretta, fiammifero, telefono. Sanjay rimane seduto da qualche parte, somewhere nella città, in un ufficio segreto di Delhi, telefono tra i palmi. «Halo, qui è il Love commando».

Spia avvelenata, Corbyn contro May: «Bisogna ridurre non aumentare i conflitti con la Russia»

epa06595764 Police stand near a cordoned off area in Salisbury after traces of the nerve agent used against former Russian spy Sergei Skripal and his daughter, Yulia, have been found at the Zizzi restaurant in Salisbury, southern England, 11 March 2018. Russian ex-spy Sergei Skripal and his daughter Yulia Skripal were attacked with a nerve agent on 04 March 2018. The London Metropolitan Police Service (MPS) reported that Detectives investigating how former Russian spy Sergei aged 66 and Yulia Skripal became seriously ill in Salisbury southern England on 04 March 2018 exposure to a nerve agent and continue to work with specialist health experts. EPA/NEIL HALL

Novichok in russo vuol dire “nuovo venuto” e da oggi in Gran Bretagna sanno tutti che cos’è: un gas nervino tra i più potenti e letali, prodotto tra gli anni  70 e 80 in Unione Sovietica. La tossina usata per tentare di uccidere l’ex agente del Kgb Serghey Skripal in terra britannica «è di tipo militare, del tipo sviluppato nei laboratori russi». Dal parco di Salisbury in cui è stato avvelenato, accasciandosi su una panchina insieme a sua figlia Yulia, l’ex colonnello dei servizi segreti russi che ha collaborato con l’intelligence britannica, è finito alla Camera dei Comuni, menzionato dalla premier del Paese. «Se non ci dovesse essere risposta credibile, arriveremo alla conclusione che quest’azione equivale all’uso della forza illegale da parte dello Stato russo contro il Regno Unito», ha detto Theresa May.

È “highly likely”, è molto probabile che sia stata la Russia. Ora ci sono due possibili spiegazioni, secondo la May: «o è un diretto atto dello Stato russo contro il nostro Paese o il governo russo ha perso il controllo del pericolosissimo agente nervino e ha permesso che finisse in altre mani».

Le accuse sono in arrivo da Londongrad, la capitale d’Europa con più oligarchi russi d’Europa. La Gran Bretagna ha dato al Cremlino un ultimatum di 24 ore per chiarire. Ma da Mosca hanno già replicato: «E’ uno spettacolo da circo, un gioco pericoloso, una campagna anti-russa, una provocazione». Theresa May ha continuato: «E’ un attacco sfrontato contro il Regno Unito». C’è molto da ricordare, ha detto la May, nella storia degli assassini russi “sponsorizzati dallo Stato” contro quelli che si considerano disertori.

Per la premier del Regno Unito è stata Mosca, ma anche Jeremy Corbyn è intervenuto nella questione e non ha menzionato né il Cremlino né Putin, ma si è rivolto alla May stessa: «sta rendendo le tensioni peggiori» tagliando i contatti diplomatici con Mosca, «dobbiamo ridurre i conflitti, non alimentarli, assicuriamoci che questo non accada mai più, dobbiamo continuare un robusto dialogo con la Russia sulle questioni interne ed internazionali che dividono i nostri Paesi, invece che tagliare i contatti e permettere che le tensioni diventino ancora peggiori». Stando alle ultime notizie, Serghey Skripal e la figlia versano in gravissime condizioni lottando tra la vita e la morte.

Le vittime di tratta ora sono finite nella rete delle mafie transnazionali

20080827 - GENOVA - CLJ - PROSTITUZIONE: COMUNE GENOVA, VIA LIBERA A SGOMBERO 'BASSI'. Alcune ragazze nigeriane attendono l'arrivo dei clienti lungo via della maddalena nel cuore del centro storico di Genova. L'ordinanza, che recepisce il decreto sicurezza Maroni ed e' gia al centro di polemiche anche in seno alla maggioranza di centrosinistra, e' stata messa a punto nei dettagli ieri sera in un incontro tecnico tra l'assessore alla Sicurezza Francesco Sidone, i dirigenti della Polizia municipale e i legali dell' Avvocatura. Dopo l'ok del Prefetto sara' firmata dal sindaco. L'obiettivo, ha spiegato oggi in una conferenza stampa l'assessore alla Citta' sicura Francesco Sidone, ''e' di eliminare il degrado che deriva anche dalla prostituzione e di restituire la zona della Maddalena a abitanti, turisti e commercianti. ANSA/LUCA ZENNARO/i50

La tratta, un crimine lo è sempre stato. Ma, ora, quella delle donne straniere, per lo più nigeriane, a scopo di sfruttamento sessuale è diventata un vero e proprio affare criminale. Ammantato di magia, da riti woodoo usati a fini manipolatori, è un dramma esistenziale che da una parte, le assoggetta al vincolo del debito contratto con le organizzazioni che ne hanno consentito l’espatrio e dall’altra, le subordina, economicamente, moralmente e psicologicamente, agli sfruttatori con il patto di restituzione del denaro ricevuto. Fra i venticinque e i trentacinque mila euro.

«Visti i numeri – i dati più attendibili sono quelli dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni del 2017 -, e si parla di migliaia di donne, è, senza dubbio alcuno, un traffico organizzato da una struttura internazionale», spiega a Left il presidente di Piam onlus (Progetto integrazione accoglienza migranti), Alberto Mossino, esperto di tratta, scrittore (politicamente scorretto) sul tema, con all’attivo un premio John Fante, e primo, in Italia, ad aver sperimentato, con successo, modi e percorsi per l’accoglienza diffusa. Mossino continua: «Non è più il fenomeno degli anni Novanta: la figura della madame, che gestiva le donne dal reclutamento fino alla prostituzione nella terra di destinazione, è superata. Ormai, è un vero e proprio affare mafioso».

A confermarlo, sia l’ultimo rapporto sulla criminalità organizzata, elaborato semestralmente dalla Direzione investigativa antimafia, che riconosce il traffico nigeriano come associazione di stampo mafioso, sia la sua stessa struttura. «Queste mafie transnazionali hanno capacità monetarie ed economiche piuttosto consistenti, capacità logistiche di darsi controllo e di corruzione politica: conoscono molto bene il sistema legislativo e come aggirarlo; hanno precisi contatti italiani, anche con studi legali che, guarda caso, sono sempre gli stessi per tutte le ragazze che vanno (indirizzate) a fare richiesta d’asilo», precisa Mossino.

Che ci sia un nucleo criminale ramificato, nuovo rispetto al passato, lo si scopre anche dal differente assoggettamento schiavistico delle vittime. «Per questo cambio di passo – dice Mossino -, se le vittime nel 2000 erano molto più schiavizzate, sottoposte a un pressante controllo quotidiano, ora, il ricatto per pagare il debito, ricadendo sulla famiglia d’origine, le ‘libera’ dal puntuale dominio fisico e, seppure ugualmente oppresse, hanno più possibilità di movimento».

In concreto, «prima la madame picchiava la ragazza se non portava i soldi, adesso questa prassi si è allentata perché l’organizzazione, appunto, permette, in ogni momento, di rintracciarla e, soprattutto, di rivendicarsi sulla famiglia in Nigeria», racconta il presidente di Piam. Secondo il quale, per fermare un sistema internazionale ultraorganizzato, «bisogna colpire i trafficanti con operazioni che non possono essere messe in atto solo dalle nostre procure, peraltro ben funzionanti e le più temute in Europa, ma devono essere strutturate a livello internazionale». Perché, aggiunge, «i nostri servizi rispondono bene, la direzione è giusta, è la pressione che manda in burnout il sistema italiano». E anche perché loro denunciano raramente. Immaginano maledizioni conseguenti al tradimento del rito di magia nera. Nera come la prostituzione.

«Naviga italiano»

«Navigare italiano non è solo uno slogan ma un impegno: significa darvi solo il meglio e trasformare ogni vostro viaggio in una vacanza con un servizio 100% made in Italy»: è lo sconcertante messaggio pubblicitario che Moby e Tirrenia hanno pensato per promuovere i propri servizi e che ieri campeggiava a piena pagina su alcuni quotidiani e faceva bella mostra sulla pagina Facebook della compagnia. Per leggere i commenti vi basta fare un giro sui social e fare due conti su come agitare un po’ di nazionalismo per un pugno di biglietti non sia stata un’idea brillantissima.

Secondo Moby (che poi è anche Tirrenia e Toremar) il fatto di avere dipendenti tutti italiani sarebbe di per sé una garanzia di buon servizio (forse per l’adagio degli italiani popolo di santi e navigatori) nonostante gli schettini. Secondo loro, in pratica, alla stregua di una buona pizza il traghetto senza stranieri sarebbe un certificato di autenticità nel carico scarico di auto vacanziere.

Saltano all’occhio un paio di cose, intanto. La compagnia ha 4.750 lavoratori stranieri (che i capi sminuiscono con un “sono meno del 6%” come se fossero un’onta). Ma c’è di più e peggio: Vincenzo Onorato, patron della compagnia, ci dice che il razzismo non c’entra nulla e che quel messaggio starebbe solo a significare che tutti i suoi dipendenti sono “regolarmente pagati con contratti nazionali” a differenza dei suoi competitori che sfrutterebbero i lavoratori.

Così viene da chiedersi se fosse tanto difficile scrivere «Naviga con lavoratori regolarmente assunti» che avrebbe avuto un sapore del tutto diverso e che probabilmente avrebbe avuto anche un discreto successo rispetto alla cretinata partorita dagli illustri pubblicitari al soldo di Moby. O forse, semplicemente, ancora una volta ciò che conta è gettare l’amo per riuscire a far parlare di sé. “Molti nemici molto onore” diceva quel tale. Tutto italiano.

Buon martedì.