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Gli algerini d’Italia e l’arte della resistenza. Una mostra a Napoli

Apre il 2 marzo 2018 e rimane aperta fino al 26 marzo presso Castel dell’Ovo a Napoli, la mostra “Algeria terra infinita – Nomadismo di pensiero e di cuore” con gli artisti Khaled Abdallah, Brahim Achir, Ahmed Bekhokha, Nadjia Chekoufi, Amor Dekhis, Abdelkader Houamel, Mohamed Rouhani, Smail Zizi, Artisti algerini d’Italia e Anna Shamira Minozzi unica italiana della mostra.

La storia degli artisti algerini d’Italia affonda le radici nella lotta di liberazione algerina e nella costruzione dell’Algeria indipendente. L’artista Abdelkader Houamel, a 17 anni raggiunge le fila del Fronte di liberazione nazionale (Fln), in una mano l’arma per la liberazione del paese e nell’altra il pennello d’artista. Il Fln – che aveva adottato, caso unico nei Paesi arabi, un metodo di lotta non solo con armi ma anche con l’arte, il calcio, il teatro, il cinema, ecc. – lo trasferisce a Tunisi nel 1960, dove gli organizza una mostra inaugurata anche da Franz Fanon. Nel 1961 l’Fln manda Houamel a studiare e a perfezionare la sua arte presso l’Accademia di Belle arti di Roma. Apprezzato, fra altri, da Guttuso, da allora Houamel vive fra Italia e Algeria.

Negli anni ’70, la giovane Algeria manda un folto gruppo di ragazzi a studiare arte, design e architettura in Italia, precisamente Firenze. Alcuni, finiti gli studi, tornano nel paese, altri vivono da allora in Italia. Altri ancora arrivano negli anni ’80 come Khaled Abdallah, allievo di Emilio Vedova a Venezia, con la ferma intenzione di studiare arte, aggiungendosi a questo interessante gruppo di artisti algerini d’Italia. Come anche il caso di Zizi Smail, il quale dopo gli studi ad Algeri, sceglie Carrara per specializzarsi in marmo. Scelto come migliore scultore, nel ’92, realizza a Bangkok (Thailandia) il più grande Budda in giada. Come l’operaio Mohamed Rouhani che stupisce tutti con una mostra nel ferrarese alcuni anni fa. Così Brahim Achir, Ahmed Bekhokha, Nadjia Chekoufi, Amor Dekhis, quest’ultimo anche premiato scrittore in lingua italiana, vivono la loro arte fra l’Italia, l’Algeria, diverse capitali europee e città americane, fedeli alle radici antiche e nuove.

La mostra “Algeria Terra Infinita – Nomadismo di pensiero e di cuore” è a cura di Giuseppe Ussani d’Escobar, ed è organizzata dall’Ambasciata di Algeria in Italia e da Sphaerica in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli e con il Patrocinio del Comune di Napoli.

Elezioni in Russia, tra insulti e bicchieri d’acqua in faccia, sette candidati sfidano Putin

epa06564200 Russian presidential candidate from liberal opposition Ksenia Sobchak (C) walks with the other participants, during a demonstration devoted to memory of killed opposition politician Boris Nemtsov in Moscow, Russia, 25 February 2018. Boris Nemtsov was killed by Chechen hitmen 27 February 2015 on a bridge in front of the Kremlin. EPA/MAXIM SHIPENKOV

Risse, urla e parolacce. È storia, ma anche farsa. La campagna elettorale di Russia è iniziata. Le “vybory”, le elezioni si terranno nella gelida domenica del 18 marzo, temperatura sotto lo zero. Tutte le tv e radio, da Mosca a Vladivostock, sono sintonizzate sugli stessi canali per il dibattito elettorale di chi aspira alla presidenza del Paese più grande del mondo, nonostante tutti i cittadini, candidati compresi, sanno già chi vincerà. Sette candidati che si sfidano tra di loro, eccetto l’ottavo: Vladimir Putin.

Mentre il presidente russo ha usato l’annuale discorso sullo stato della nazione per annunciare che la Russia ha sviluppato una nuova serie di armi nucleari “invincibili”, ecco una breve carrellata sui personaggi e i contenuti del dibattito in corso. “Dittatura brutale” è una delle promesse della sua campagna elettorale. Si lamenta dell’alto costo della vodka oggi, più volte ha accusato la Nato di pianificare un’invasione del territorio russo per “rubare l’acqua potabile”. Ha chiamato due giorni fa la candidata alle presidenziali Ksenia Sobchak “prostituta, idiota senza cervello” durante il primo incontro televisivo della campagna elettorale e lei gli ha tirato contro un bicchiere d’acqua fredda. Proprio quello che ha fatto lui, Vladimir Zirinovskij, nel 1995, quando, testa a testa con Boris Nemtsov, allora governatore di Nizhny Novgorod, afferrò il bicchiere di aranciata per bagnarlo. E poi tentare di picchiarlo, davanti alle telecamere. Per lui questa è la sesta volta: Zirinovskij si è candidato sempre alla presidenza, ad ogni tornata presidenziale della Federazione nata dal collasso dell’Unione Sovietica negli anni Novanta. E non ha vinto mai.

Quando la Sobchak, del partito Iniziativa Civile, ha ricordato a Zirinovskij che Leonid Slutsky, un membro del suo partito, l’LPDR, Partito liberal democratico russo, è sotto processo per molestie sessuali, lui ha ribattuto se quelle erano “notizie che aveva avuto di prima mano”. La Sobchak ha continuato, in piedi al tavolo del Pervij Kanal, a chiedere perché «la Russia prosegue con una politica estera aggressiva, perché dimentica di essere un Paese europeo», e Vyacheslav Smirnov, famoso analista politico televisivo, l’ha paragonata a “un agente del dipartimento americano”, perché l’unica candidata donna ha criticato l’intervento di Putin in Siria ed Ucraina.

Fuori e dentro la Russia. Pavel Grudinin, candidato del partito comunista, il KPRF, delfino del vecchio Zhuganov, vuole invece far uscire la Russia dall’Organizzazione mondiale del Commercio. È lo zar delle fragole, che produce nella fabbrica più grande di tutto il Paese, che ha battezzato in onore del comunista nel mausoleo della Piazza Rossa, Lenin. Oltre al dibattito elettorale, Grudinin è impegnato a respingere accuse: secondo la stampa è un “comunista milionario”, in banca avrebbe 7,5 miliardi di rubli, cioè oltre 100 milioni di euro.

Grudinin non è abbastanza comunista per un altro, giovane candidato alle presidenziali, Maksim Surajkin, che nel 2012 ha fondato il suo Kommunisty Rossii, un ennesimo partito comunista russo. Se Grudinin nega la sua ricchezza, non lo fa l’oligarca Boris Titov, del Partija Rosta, il “partito della crescita”, nato dalle macerie del Pravoe Delo, Causa giusta, o anche “causa di destra”. Se Titov parla agli imprenditori, Serghej Baburin parla ai nazionalisti e ai religiosi per il partito Ros, l’Unione dei popoli russi, che mira a riunire in federazione Russia, Ucraina e Bielorussia.

Risiko, risse, fragole e mele. Rimane l’ultimo, Grigorij Javlinskij, del partito ecologista della mela, questo vuol dire “Jabloko”, e proprio come il resto degli avversari politici, Javlinskij sa che non verrà mai eletto. I sette candidati che si sfidano nei dibattiti tv lo faranno per due settimane e non incontreranno mai l’ottavo, l’unico che corre da indipendente alle elezioni, l’unico che ha rifiutato di fare campagna elettorale, Vladimir Putin.

Ne dovremmo licenziare molti, di insegnanti, se leggessimo quello che scrivono

«Ringrazio Dio ogni giorno per avermi fatto fascista», ha scritto una maestra di Rivarossa che insegnava in alcune scuole elementari del Cavanese, in Piemonte. Si chiama Alessandra Pettorusso ed era in servizio l’anno scorso presso la direzione didattica di Castellamonte quando è stata segnalata alla Polizia postale e all’Ufficio scolastico regionale. Aveva il contratto in scadenza e il suo contratto si è concluso con la fine dell’anno scolastico, ha spiegato il dirigente scolastico. Lei si è difesa dicendo che era solo «una ricerca sociologica». Già.

Poi c’è Manfredo Bianchi, che ha pensato bene di portare la bandiera di Salò in cima al monte Sagro, sulle Alpi apuane, e condividere la foto su Facebook, ovviamente insegnante: «Se tutti i fascisti e gli antifascisti fossero stati come lui, allora l’Italia sarebbe un posto migliore» ha detto di lui il consigliere di centrodestra di Carrara.

Oppure c’è Marco Ricchi, che nel suo profilo Facebook (aperto e pubblico) sei mesi fa salutava i suoi studenti dell’Itis Galilei di Arezzo: «Una scuola fantastica della quale porterò sempre un bellissimo ricordo. Ed un bellissimo ricordo saranno tutte le meravigliose ragazze e i meravigliosi ragazzi con cui ho lavorato o che semplicemente ho avuto il piacere e lonore (scritto così, nda) di conoscere», scrive. Peccato scriva cose come:

«Se fossimo nello stato confederato dell’Alabama, quei negri, nel giro di qualche mese, friggerebbero sulla sedia elettrica……..»;

«Si parla di immigrazione all’infinito senza trovare una soluzione ragionevole, per noi e per loro. E invece è tanto semplice risolvere la questione» (aggiungendo la canzone “Faccetta nera”);

Mostra fiero il proprio tatuaggio fascista scrivendo: «Cosa mi succederà onorevole Fiano: il carcere a vita o l’amputazione del braccio?!»;

inneggia al Ku klux klan e via così. Sotto i suoi post ogni tanto qualche suo studente commenta: «Grande prof!»

Ce ne sono decine. Centinaia. Vi do una notizia: gli odiatori seriali di cui sentite tanto parlare in giro stanno sui social ma hanno una vita vera, un lavoro e spesso sono dipendenti pubblici. Eppure sembra d’improvviso che l’unica insegnante di cui parlare sia Lavinia Flavia Cassaro (che secondo la ricostruzione de La Stampa e i video che circolano avrebbe offeso le forze dell’ordine) come se fosse il capro espiatorio di tutti i mali. E, attenzione, qui non si tratta di difendere nessuno, ma di chiedere uguaglianza di trattamento (giornalistico e giudiziario) per tutti. Perché il giochetto di rendere un fatto particolare sintomo generale è un trucchetto infingardo, vigliacco e tipico della propaganda fascista (eccola qui).

Poi, magari, un giorno, la smettiamo di fare politica sfogliando le pagine di cronaca provando a fare altro che appiattirsi subalterni alla narrazione fallace. Magari con uno sguardo ampio. Magari.

Buon venerdì.

Lettera aperta per il 4 marzo. E guardando oltre

Italian film director Massimiliano Bruno poses during a Red Carpet before the 'Globo d'Oro' (Golden Globe) film awards ceremony at the Villa Medici in Rome, Italy, 14 June 2017. The Globo d'oro is an Italian film award given annually by the journalists of the foreign press accredited in Italy. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Caro futuro e incerto Governo,
ho come l’impressione che bisognerebbe cominciare a chiamare le cose con il loro nome. Mi aiuti?

Uno che uccide e fa a pezzi una diciottenne dobbiamo chiamarlo «nigeriano» o «assassino»? Uno che a Macerata spara dei colpi contro degli extracomunitari in un bar va chiamato «neofascista» o «delinquente»? Non sarebbe forse il caso di cominciare a chiamare gli «esasperati», «malati di mente»?

Mi piacerebbe vederci chiaro in questo mondo dove siamo divisi in categorie etniche, fisiche e politiche. E allora si semplifica facendo danni irreparabili nell’educazione dei nostri figli, e così: gli italiani rubano, gli egiziani fanno la pizza, i marocchini vendono parei sulle spiagge, gli americani fanno la guerra, e i romani non hanno voglia di lavorare, i napoletani sono Gomorra, i siciliani sono mafiosi e le rumene sono prostitute. Preconcetti razzisti che stanno nella testa sia delle classi più povere che in quella dei benpensanti che criticano mangiando tartine da un attico con una vista meravigliosa.

Perché manipolare e confondere è stato lo sport scelto dalla nostra cultura negli ultimi 2000 anni. Mi sono chiesto come mai nelle nostre teste non riusciamo a vivere serenamente il “diverso da noi”. Perché ne abbiamo paura, perché siamo diffidenti e diventiamo violenti nei loro confronti? Perché ci agitiamo se abbiamo davanti uno che la pensa diversamente? Chiamiamo «negro» chi ha la pelle più scura della nostra e usiamo epiteti ancora più gravi nei confronti di omosessuali, persone di un altro partito o addirittura tifosi di un’altra squadra di calcio? Culattone perverso, comunista schifoso, laziale infame.

E allora ho capito che la risposta sta nelle nostre culture, nelle nostre religioni.

Se è vero che le principali vittime di omicidi efferati sono le donne, cominciamo a ripensare la nostra storia. Magari, perché no, nella prossima Bibbia, Eva non nascerà più da una costola di Adamo e le sarà permesso di mangiare la mela, quella della conoscenza, così noi non saremo più peccatori e nasceremo perfetti, senza bisogno di passare la vita a espiare o compiere atti che ci confermino di essere dei peccatori.

Ecco, caro futuro e incerto Governo, questo mi aspetto da te. La conferma di una cosa in cui credo profondamente: che ognuno di noi nasce sano come un pesce, pulito e con tutte le possibilità del mondo. Solo in seguito la maggior parte di noi si ammala. Il contatto con la madre, col padre e poi con la scuola e il mondo esterno ci cambia, spesso in maniera decisiva. Quindi, Governo, la nostra sanità dipende anche dalla tua condotta. Proponi una Italia senza bugie, dove la parola libertà non significhi fare e dire quello che ci pare ma essere liberi di essere noi stessi senza però ledere la sensibilità degli altri. Una Italia dove dovremmo essere tutti uguali nei diritti ma diversi nel modo di esprimerci.

Massimiliano Bruno è sceneggiatore, commediografo, attore, regista teatrale e cinematografico

L’editoriale di Massimiliano Bruno è tratto da Left in edicola


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Che fine ha fatto il lavoro

Presidio dei lavoratori Embraco davanti all'azienda a Riva Presso Chieri Torino, 20 febbraio 2018 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

C’è chi lamenta che di lavoro in questa campagna elettorale si è parlato poco, in assoluto e relativamente al peso che questa questione ha nella società. Lo lamentano, rivolgendosi ai candidati, anche molti giornalisti nei loro programmi televisivi, gli stessi che al lavoro non dedicano spazio. È necessaria dunque un’analisi che abbia come primo obiettivo quello di rispondere alla domanda: le proposte in campo vanno nella direzione di ribaltare l’impoverimento dei lavoratori? Per rispondere con contezza non è possibile guardare solo alla sezione “lavoro” ma interessare tutto il programma economico. Eppure, è possibile sostenere che il buongiorno si vede dal mattino.

La coalizione di centro destra – Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia – basa tutto sull’introduzione della flat tax, cioè l’aliquota unica sulle imposte sia per le famiglie sia per le imprese. È la formulazione fortemente regressiva del concetto di austerità espansiva per cui i cittadini con più soldi in tasca potranno spendere di più e quindi creare occupazione, via consumi di beni e servizi. Peccato però che il risultato della flat tax è quello di far risparmiare solo i ricchi che non saranno più chiamati a contribuire in modo progressivo al gettito fiscale.

Inoltre, sostenere che la flat tax liberi i cittadini che di conseguenza potranno spendere di più nasconde un grande inganno: se diminuisce il gettito attraverso cui lo Stato finanzia la spesa sociale (sanità, scuole, asili, trasporto locale, ecc) allora ognuno dovrà fare da sé e lo potranno fare sempre e solo quelli che se lo possono permettere. Inoltre, la spesa per soddisfare diritti fondamentali prima serviti dal welfare pubblico andrà a sostituire quella per altri beni, la cui domanda diminuirà. Infine, i risparmi di tasse dei ricchi si traducono molto meno in consumi di beni e servizi rispetto ai meno ricchi, ma molto di più in attività speculative, quelle tese ad accrescere reddito e rendite. Insomma, non è assolutamente vero che gli imprenditori assumeranno di più.

Si aggiunge per Fdi la volontà di accompagnare la flat tax a una «super deduzione del costo del lavoro per le imprese ad alta intensità di manodopera» (cioè la quasi totalità delle imprese italiane). Aumentano i profitti d’impresa risparmiando sia in termini di fiscalità generale sia in termini di contribuzione. Non viene specificato inoltre se tale schema di incentivi debba poi essere coperto dallo Stato (il cui intervento si vuole limitare fortemente) oppure se il taglio dei contributi sarà direttamente un taglio alle pensioni future tout court. La stragrande maggioranza dei lavoratori non beneficerà in alcun modo dal programma del centro destra.

Passiamo al programma del Pd…

L’analisi di Marta Fana prosegue su Left in edicola


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Antirazzismo, diritti umani e Costituzione (podcast). Intervista a Antonello Ciervo e Gaetano Azzariti

A partire dalla firma del decreto Minniti-Orlando sulla immigrazione, abbiamo assistito ad una progressiva perdita di diritti per i richiedenti asilo, per i quali è stata resa più difficile la possibilità di ottenere rifugio e protezione in Italia. Il decreto fu emanato a febbraio 2017 (a novembre gli abbiamo dedicato una lunga copertina, “Razzismo di stato”). Ora, a distanza di un anno, abbiamo chiesto all’avvocato dell’Asgi Antonello Ciervo di tracciare un primo bilancio critico sullo stato di attuazione della legge, a partire dalla articolo puubblicato su Left “Fuggi dalla guerra? Peggio per te”.

Ma esiste anche un altro tipo di diritti, i diritti inviolabili dell’uomo di cui si parla nella Costituzione all’articolo 2, diritti che sono stati messi in discussione da un altro articolo, l’81, quello che introduce il pareggio di bilancio, modificato e votato da tutti nel 2012 sotto il governo Monti. Il simbolo – possiamo dire – delle politiche di austerità. Che ora, una legge di iniziativa popolare, vorrebbe modificare. Ne parliamo con Gaetano Azzariti, costituzionalista e professore, che abbiamo intervistato nel numero 8 di Left.

Antonello Ciervo: L’esempio che faccio per spiegare d’impatto la riforma del rito in materia di protezione internazionale apportata dal decreto Minniti Orlando è l’esempio delle sanzioni amministrative. Cioè: se io prendo una multa, ho la possibilità di fare un processo con doppio grado di giudizio e ricorso in Cassazione, ho diritto ad essere ascoltato dal giudice, di far acquisire dal giudice tutta una serie di documenti, testimonianze, posso essere io stesso interrogato dal giudice. E il giudice non si può opporre a questo, a meno che non ritenga queste prove superflue e ininfluenti. È chiaro che tutto questo è un giusto processo che viene applicato nel caso – ad esempio – di una multa stradale, che può ammontare a 90 euro. Mentre, nel caso del nuovo rito in materia di protezione internazionale, siamo di fronte alla abrogazione pressoché totale di tutta una serie di garanzie minime a tutela dei diritti dei richiedenti asilo, e della struttura basica di quello che dovrebbe essere un giusto processo in uno Stato democratico. Ecco, se tutto questo è stato fatto per un nobile motivo, quello di accelerare i tempi della giustizia e snellire le pratica, in realtà tutto questo non serve assolutamente a nulla, perché, come ci ha da poco detto l’Associazione nazionale dei…

Gaetano Azzariti: è un disperato tentativo di riportare con i piedi per terra un dibattito politico alla vigilia delle elezioni, dibattito che mi sembra molto fumoso e campato in aria. Noi assistiamo a vuote parole, a promesse senza fondamento, senza coperture finanziarie. È una politica di rilancio molto “politicistica”, nell’accezione peggiore. Vane promesse. I problemi reali sono altri, e più o meno lo sanno tutti, al di là dei fumi della propaganda di questo momento. Uno dei problemi fondamentali è legato alle regole che permettono di realizzare, non dico le promesse, ma programmi politici seri e condivisi. Ora, la questione che poniamo è la scelta, a nostro modo di vedere avventata e inutile, che fu fatta nel 2012 e che impose come è noto una politica economica neoliberista, di equilibri di bilancio, sacrificando i diritti fondamentali che la nostra Costituzione ritiene siano i diritti fondamentali indisponibili a qualsiasi politica economica. Noi vogliamo ricordare che ci sono delle priorità e che, tra i diritti fondamentali e gli equilibri di bilancio, i primi devono prevalere sui secondi, come…

Le interviste proseguono su Left on air, il podcast di approfondimento del numero 8 di Left – RESPINGIAMOLI

Bernie Sanders è tornato. E stavolta lotta contro la guerra in Yemen

La “guerra” di Bernie vuole portare pace in Yemen. Il senatore del Vermont è tornato. «Gli americani sono “unaware”, ignari di quello che sta succedendo laggiù», a Sana’a. In quella che le Nazioni Unite hanno dichiarato come una delle più grandi crisi umanitarie del mondo in corso, sono già 10mila i morti, 40mila i feriti, 3 milioni gli sfollati. Nel Paese tre quarti della popolazione di 22 milioni di persone ha bisogno urgente di assistenza umanitaria.

Un gruppo bipartisan di senatori americani ha presentato una bozza di risoluzione per mettere fine al supporto americano fornito quotidianamente alla coalizione saudita, che bombarda in Yemen i ribelli sciiti dal 2015. Bisogna tirarsi fuori di lì: una catastrofe di migliaia di morti e feriti, di fame ed epidemie, uno dei “posti peggiori al mondo in cui essere un bambino oggi”, secondo l’Unicef.

Insieme a Sanders ci sono il repubblicano Mike Lee e il democratico Chris Murphy. Il War Powers Act a cui si appellano e fanno riferimento nel documento sottoscritto insieme, risale ad una legge del 1973, l’era in cui la gioventù americana moriva in Vietnam, e dà al Congresso l’autorità di votare per ritirare le truppe se il «conflitto non è stato autorizzato». A differenza di altre guerre, il coinvolgimento militare americano in Yemen non è mai stato approvato dal Congresso a Washington o veramente dibattuto dall’opinione pubblica americana, che è “ignara”, secondo Sanders, del coinvolgimento del suo esercito a fianco della coalizione saudita.

«Poiché il Congresso non ha dichiarato guerra, né autorizzato l’uso della forza militare in questo conflitto, noi crediamo che il coinvolgimento americano in Yemen sia incostituzionale e non autorizzato e che il supporto americano alla coalizione saudita debba avere fine» ha detto Sanders. Secondo la Costituzione americana, ha ricordato quello che tutti chiamano ancora Bernie, il Congresso è l’unica autorità che può dichiarare guerra. «Let’s make no mistakes about it, non facciamo errori a riguardo: è scritto nell’articolo uno, sezione otto della Costituzione, il Congresso – solo il Congresso- ha il potere di dichiarare guerra» ha detto in conferenza congiunta con l’avversario politico, il repubblicano Lee. «Non è una questione democratica o repubblicana», ha fatto eco Lee, «questo è un principio costituzionale, american lives are on the line, vite americane sono in gioco”.

Fa sapere l’ufficio del democratico che quello che Sanders sta proponendo sarebbe il «primo voto di sempre in Senato per far ritirare le forze armate da una guerra non autorizzata». Sanders ha per alleati un repubblicano, un altro democratico e la Costituzione. E forse il popolo americano. «Molti americani sono ignari che le persone in Yemen stanno soffrendo oggi per una devastante guerra civile dove c’è l’Arabia Saudita da un lato e i ribelli Huthi dall’altro. Gli americani stanno rendendo questa crisi peggiore. Questa è la bottom line, la linea di fondo».

Le donne cominciano ad essere vittime quando non hanno ascolto

Una foto tratta dal profilo facebook del carabiniere Luigi Capasso +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Tra le favolette che sarebbe il caso di smettere subito di raccontare c’è anche quella che “le donne non denunciano” che, per esperienza personale, mi ricorda le alienanti tavole rotonde in cui qualche prefetto dichiarava l’inesistenza del fenomeno mafioso “perché non ci sono denunce”.

Antonietta Gargiulo, la moglie del carabiniere Luigi Capasso che ieri ha ucciso le due figlie e ha tentato di uccidere la moglie, aveva depositato due esposti in cui raccontava la paura per quel marito “aggressivo e violento” che, come troppo spesso succede, non sopportava l’idea di una separazione da colei che riteneva una sua personale proprietà. Era andata anche dal suo capo, il comandante dei carabinieri di Velletri, per raccontare la difficile situazione. Dicono i comunicati ufficiali che «si è tentata la strada della ricomposizione bonaria», che la donna «temeva che l’uomo potesse perdere il lavoro» e che non erano emersi fatti penalmente rilevanti. Eppure Antonietta aveva anche cambiato la serratura del suo appartamento.

Forse sarebbe il caso di uscire una volta per tutte da questa narrazione medievale per cui la donna deve tornare a casa e cercare di fare pace, come se fossimo davvero in una di quelle fiction sui carabinieri che si vedono in prima serata: le donne cominciano a morire quando hanno la sensazione che le loro denunce non vengano prese sul serio. Al di là della vicenda di Latina (sarà il processo ad accertare le responsabilità, sempre che non ci sia troppa corporazione) sono frequenti i casi in cui le paure delle ex mogli e delle donne vessate sono sottovalutate da istituzioni colpevolmente superficiali. Forse sarebbe il caso di parlarne una volta per tutte.

Buon giovedì.

Migranti, l’accordo Italia-Libia finisce davanti alla Corte costituzionale

Un momento dell'operazione durante la quale la Guardia costiera libica di Zawia ha intercettato la scorsa notte un'imbarcazione con 464 migranti a bordo, riportandoli sulla terraferma. Quello di Zawia è il distaccamento che risulta finora più attivo nel contrasto al traffico di migranti. ANSA/ Ufficio stampa Guardia costiera di Zawia +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Era il 2 febbraio 2017 quando – alla vigilia di un importante vertice europeo a Malta in cui si sarebbe discusso anche di emergenza immigrazione – il Primo ministro Paolo Gentiloni siglava a Roma l’accordo col presidente del Governo di unità nazionale libico Fayez al-Serraj: un memorandum in cui l’Italia si impegnava nei confronti della Libia a fornire strumentazioni e sostegno militare, strategico e tecnologico, oltre a fondi per lo sviluppo, per bloccare le partenze dei migranti in fuga. Un accordo con un Paese, è bene ricordarlo, che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e nelle cui carceri i migranti sono quotidianamente oggetto di violenze e soprusi.

Un impegno preso, inoltre, senza che fosse stato consultato il Parlamento. Per questo un gruppo di politici, supportati da un team di giuristi della Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), ha deciso a distanza di un anno di usare gli strumenti della legge per fare annullare quel patto. «Non sottoponendo la legge di ratifica dell’accordo alla Camera e al Senato, il governo ha violato le prerogative parlamentari, tutelate dall’articolo 80 della Costituzione, che prevede che per i trattati internazionali che hanno contenuto politico e prevedono oneri finanziari sia obbligatorio il passaggio parlamentare». Con queste parole Andrea Maestri, avvocato e deputato di Sinistra italiana-Possibile, annuncia a Left la presentazione alla Corte costituzionale del ricorso per sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. A presentarlo, insieme a Maestri, i candidati con Liberi e uguali alle prossime elezioni Giuseppe Civati, Giulio Marcon e Beatrice Brignone.

Secondo i ricorrenti, il governo avrebbe impedito il legittimo esercizio del potere costituzionalmente garantito dalla Costituzione al Parlamento stesso. «La lesione delle nostre prerogative – spiega Maestri – è facile da individuare, perché io in particolare nei confronti dei ministri Minniti e Alfano ho presentato diverse interrogazioni su questo tema, me ne sono occupato tantissimo, però di fatto non vi è stata possibilità di discutere uno degli atti più importanti di politica migratoria e politica estera di questo governo come appunto l’accordo con la Libia, perciò il vulnus rispetto alla Costituzione è evidentissimo. Direi che si tratta di una questione grave dal punto di vista politico, ma anche costituzionale e oserei dire democratico».

Una questione grave, insomma, che non è capitata per caso. «È evidente che c’è un filo rosso sangue che tiene legate le iniziative del governo italiano, sia in Libia che in Niger (il riferimento è alla missione italiana approvata a dicembrendr) che è la volontà di gestire i flussi migratori esternalizzando i confini, delegando il lavoro sporco ad esempio alle milizie libiche e alle tribù tripolitane e del sud del Paese che lo scorso aprile hanno stretto un patto con Minniti, quel “patto di sangue” così definito all’epoca dai capi tribù, come raccontato dal ministro stesso».

A votare la missione militare italiana in Libia di agosto, di supporto alla guardia costiera del Paese nordafricano, furono però anche esponenti di Mdp, ora all’interno di Leu, la stessa lista di Maestri: «La posizione di Liberi e uguali su politica estera, politiche della migrazione, diritti umani – ribadisce il deputato – è assolutamente univoca, al di là delle scelte che magari Mdp ha fatto in passato. Credo che oggi nessuno fra i colleghi di Mdp avrebbe difficoltà a condividere pienamente la linea che abbiamo tracciato attraverso questa azione di denuncia».

Respingiamoli! Sono tutti sulla stessa barca (ma proprio tutti)

Ecco una selezione dei commenti pubblicati sulla nostra bacheca Facebook, in seguito alla uscita della cover di Left n.8 – RESPINGIAMOLI. Buona lettura.

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Roberto Escobar Ecco il programma politico-economico della Bonino, che non solo non è di sinistra, ma è talmente di destra da essere “sinistro”.

«Il debito pubblico italiano (…) è diventato una zavorra insostenibile per l’economia del paese. Per affrontare il problema proponiamo il congelamento della spesa pubblica in termini nominali per la durata della prossima legislatura insieme a una rimodulazione delle tasse con taglio delle aliquote sui redditi di persone e imprese e riduzione della spesa fiscale: in tal modo si realizzerebbe una redistribuzione di risorse dal pubblico al privato (…) Congelare la spesa nominale significa fissarne un limite invalicabile per cinque anni, il che comporta una riduzione della spesa stessa misurata sul PIL se inflazione e crescita economica sono positive. Occorre quindi tagliare uscite correnti e agevolazioni fiscali per compensare l’aumento inerziale dei costi delle pensioni, intervenendo sulla spesa corrente sulla base delle linee guida degli ex commissari alla spending review». (Fonte)

Tradotto: i ricchi se la spassano, i poveri perdono quel che resta di stato sociale.

Maurizio Acerbo Emma Bonino è un’esponente della destra economica neoliberista. Non è mica un’offesa.

Guido Scollo Ho del pudore a giudicare la politica perseguita dalla Bonino,tutta imperniata sulla difesa dei diritti civili,dei rifugiati,dei richiedenti asilo,delle donne e così via. Ciò non di meno l’assenza nei suoi programmi del tema delle diseguaglianze economico-sociali e delle sue cause,ci obbliga a verificare se tutti i suoi propositi sono disinteressati o assoggettati al tentativo di rattoppare questo stanco ma tuttora imperante neoliberismo.

Maurizio Brotini Emma Bonino rappresenta la destra liberista sul piano delle misure economico-sociali. Sia per il taglio del sistema di protezioni sociali sia per l’assoluta centralità dell’impresa. Non casualmente gode del massimo appoggio di Confindustria, memore anche delle sue storiche e ribadite convinzioni e battaglie contro le organizzazioni sindacali ed i diritti dei lavoratori e le lavoratrici. Chiedetele la posizione sulla Fornero, il Jobs Act, art. 18 e servizio sanitario nazionale universale pubblico e gratuito.

Michele Prospero “Tra coloro che non se la sentono di votare Pd, c’è chi (persino tra gli eredi di Togliatti) pensa alla lista +Europa, considerandola una offerta più accettabile. La indubbia coerenza politico-culturale di Bonino, non deve occultare il programma della lista: liberale nei diritti e liberista nell’economia. La filosofia è racchiusa in un elogio degli effetti virtuosi della concorrenza per la ricchezza e opportunità”.

Rita de Petra Scusate se intervengo, mi pare che non si discuta il fatto che i radicali abbiano fatto battaglie di civiltà ma farei sommessamente osservare che se le hanno vinte forse in queste battaglie c’erano anche altri; io ricordo quella sul divorzio e beh l’ho fatta anch’io e mai stata radicale. Ma in questo caso ce lo vogliamo ricordare che lei era commissaria europea col governo Berlusconi? e ditemi chi l’ha fatta la Bossi Fini? i radicali hanno forse disdegnato di governare con le destre? si rendono conto che la situazione attuale della distruzione del lavoro, della scuola asservita all’industria, della Sanità regalata ai privati, dei milioni di poveri che non possono più curasi è il frutto di una politica liberista? e loro sono liberisti! Abbiamo a cuore i migranti, ma non pensate che questo sia una parte del problema e non tutto? la Bonino vuole un’Europa che ci chiedi il respingimento e poi fa la buona perchè sembra schierarsi dalla loro parte , cura il sintomo e non la malattia, scusate. A me pare che lei con la sinistra e con un’idea di sinistra che si batte per i diritti non abbia nulla a che vedere. sarà anche una paladina dei migranti, ma se non cambiamo la nostra situazione economica cosa possiamo offrire se non l’elemosina a chi arriva da noi? e se non mettiamo mano all’Europa, a questa Europa che lei ha contribuito a costruire e che ora non mette in discussione, ho l’impressione che lei con il suo partitino rifarà una bella alleanza col PD e poi con Berlusconi e noi continueremo a discettare sulle sue buone qualità. buona giornata!

Roberto Escobar Che Emma Bonino si sia impegnata e si impegni per i diritti civili e per i diritti umani è fuori di dubbio. Ed è fuori di dubbio che molti altri e altre lo abbiano fatto e lo facciano (Laura Boldrini è fra questi, da decenni). C’è però una contraddizione “radicale”. La povertà e le guerre che spingono milioni di esseri umani ad abbandonare i loro paesi per salvarsi dalla morte, anche da quella per fame, sono sempre più il prodotto dell’ideologia e della pratica del neoliberismo, ossia di quella stessa pratica e ideologia che Emma Bonino da sempre fa sue. Che sia in buona fede è certo, che sbagli tragicamente lo è ancora di più.

Franco Beccari Emma Bonino, la guerrafondaia ultra liberista che cerca voti utili a sinistra, non solo ha sostenuto gli interventi militari in Kosovo, Afghanistan, Iraq e Libia (per non parlare delle sue dichiarazioni pro Israele dopo “Operazione Piombo Fuso” a Gaza), ma nel suo attuale programma addirittura descrive i bombardamenti di Belgrado nel 1999 come “bombardamenti dissuasivi”. Oltre 2.500 civili uccisi, tra i quali 89 bambini, oltre 12.500 feriti. 2.300 attacchi aerei che hanno distrutto 148 edifici, 62 ponti, danneggiato 300 scuole, ospedali e istituzioni statali, così come 176 monumenti di interesse culturale e artistico. Poi, ora che è in campagna elettorale, cerca la lacrimuccia per i bambini morti in Siria. “Bombardamenti dissuasivi”. Me lo segno. 

Simone Fana La Bonino con le sue ricette di politica economica alimenta la guerra tra poveri. La sua difesa dei rifugiati e’ funzionale a segmentare e dividere I lavoratori e lavoratrici tra loro. D’altronde per una che considera necessaria una politica di taglio alla spesa pubblica (ancora!!) cioè di riduzione del welfare, sanità, pensioni e scuola, e’ abbastanza evidente che la sua difesa e’ funzionale a garantire l’esistenza di cittadini di serie A (titolari di diritti sociali, politici e civili) e cittadini di serie B (esercito industriale di riserva). Riflettiamo un attimo. Congelamento spesa pubblica significa crescita bassa e diseguale, quello che avviene oggi. Senza investimenti pubblici il Paese non riparte, ormai lo dice anche il Fmi non I bolscevichi di Kronstadt, quindi in una prospettiva di crescita del lavoro povero e della povertà come probabile in un ciclo economico che rischia di arrestarsi dopo aver avuto una congiuntura positiva, congelamento della spesa = tagli a sanità, pensioni, scuola, università. Non voglio credere che si pensi che la ricetta del governo e cioè la crescita si stimola riducendo i salari dei lavoratori e delle lavoratrici abbia prodotto dei frutti. Non lo voglio neanche pensare che possa davvero resistere cosi duramente alla realtà.

Simona Baldanzi Dire che Emma Bonino é per il neoliberismo diventa una specie di bestemmia? Per quale motivo? Su quella barca ci sale da sola difendendo le politiche liberiste, sostenendo le missioni di guerra che poi schiacciano i profughi, difendendo le politiche di austerity e tagli al welfare dell’Europa ecc. Non c’è niente di personale, non ci sono offese, non significa dimenticare le battaglie civili dei radicali, ma anzi evidenziarne le contraddizioni e porre l’attenzione alla chiara volontà di salire su quella barca e di sentirsi pure a proprio agio.

Stefano Iannaccone L’idea del voto utile contro le destre, scegliendo un partito che ha fatto politiche di destra sull’immigrazione, non mi convince. Emma Bonino merita rispetto, ma non si può assumere come esempio di coerenza. Né come esponente di sinistra.

Luciano Belli Paci Non ho mai capito la fascinazione di una parte dell’opinione pubblica di sinistra per la Bonino. Il personaggio è modesto, non per nulla ha fatto per decenni da spalla al santone logorroico. Sul piano politico è del tutto evidente che, se si determinasse quel bipartitismo che la Bonino auspica, lei starebbe sempre con la destra thatcheriana e reaganiana, contrapposta a qualunque sinistra socialista e antiliberista. La sua posizione sui migranti a me pare del tutto coerente: per i “liberali” come lei il lavoro è una merce come le altre, sicché deve essere garantita la libera circolazione dei lavoratori in un mercato che si presume perfetto. Non è una questione umanitaria e men che meno una questione sociale. Del resto, per la sua ideologia la società non esiste, esistono solo gli individui. Che molti elettori stiano pensando di votare la lista Bonino per punire la deriva destrorsa del Pd è un fatto che la dice lunga sul collasso della cultura politica in questo nostro sfortunato Paese.

Roberto Musacchio Io penso che in questi 30 anni stiamo conoscendo un fenomeno col quale si fa ancora fatica a fare i conti: il divorzio tra capitalismo e democrazia. Questa è la contraddizione in cui sta anche Bonino. Appoggiare il neoliberismo e l’austerità e pensare che ciò possa convivere con i diritti dei migranti e delle persone in genere mi sembra privo di senso reale. Il sistema che si è andato affermando spinge pesantemente verso la guerra tra gli ultimi. E la UE è in totale contraddizione con l’idea di una Europa democratica, ne è nemica. Avendo qualche anno mi colpisce che mentre c’è chi a sinistra sta finalmente ponendo il nesso stretto tra libertà individuali e sociali al contrario Bonino non colga ciò che, per dirla con Popper, falsifica il suo discorso. Devo dire anche che gli accordi politicistici che ha realizzato mi sembrano il contrario della riforma della politica che sarebbe necessaria. Accordi che riproducono il quadro che ha determinato leggi pessime e impedito quelle buone.

Persio Tincani Nessuno nega che lei sia stata (o sia ancora, non lo so) a favore dell’estensione dei diritti di libertà, che chiamiamo diritti civili proprio perché la loro estensione è ritenuta un segno di civiltà. Tuttavia, se abbiamo il divorzio e l’interruzione volontaria di gravidanza non è certo stato per il 3% che ci hanno messo i radicali, ma perché la grande maggioranza dei cittadini li ha voluti. Per fare solo un piccolo esempio, la Dc, ai tempi, invitava a votare Sì al referendum sul divorzio, ma gli stessi elettori della Dc non diedero ascolto a Fanfani e, in gran parte, votarono No. Inoltre, e questo è per me il punto più grave, i diritti di libertà non sono diritti gratuiti, né diritti che si realizzano per il solo fatto che per legge siano istituiti. Senza i diritti sociali, senza il welfare che Bonino vede come il fumo negli occhi, si risolvono nel diritto di morire di fame. E questo lo notava Hayek, un liberista, non un marxista. Infine, la vulgata di propaganda che vuole che alla deregolamentazione dei mercati segua il mondo del benessere per tutti, è semplicemente una falsità. Basta pensare a come lavorano adesso i giovani, quelli che hanno questi meravigliosi contratti frutto della (semplifico) deregolamentazione e quali reali prospettive di vita e di benessere abbiano. O alla facilità con la quale si liquida con “beh, è il mercato che è cambiato” il fatto che una fabbrica venga chiusa per essere spostata dove il lavoro costa meno o dove le regole sono meno onerose per i proprietari, con quel che ne segue in termini di reddito, ricchezza e prospettive dei lavoratori, che finiscono in mezzo a una strada. Era un filosofo marxista quello che diceva che se la teoria non corrisponde al mondo reale, allora tanto peggio per il mondo reale. Non mi pare che sia diverso da quello che dicono i profeti della deregolamentazione, Bonino tra questi.

Francesco Somaini A Bonino credo si possa senz’altro rimproverare la relativa disinvoltura con cui si è talora accostata anche ad opzioni politiche in aperto contrasto con molte delle sue battaglie civili e di libertà. Ma, a parte questo, mi pare che il suo attuale sostegno entusiasta alle politiche rigoriste di quest’Europa (l’Europa così com’è, e non come si vorrebbe che fosse) implichi di fatto un’adesione del tutto acritica all’ideologia mercatista che sottende quelle politiche. Non si tratta certo di essere dei fan dello spreco fine a se stesso. Ma è abbastanza evidente che dietro la cultura del rigore esasperato vi è in realtà un’ideologia facilmente riconoscibile. E un’ideologia che si fonda sull’assunto che tutto ciò che è pubblico è male e sbagliato, e che non si dovrebbe nemmeno pensare a governare, regolare e disciplinare i mercati (riequilibrandone le storture), mentre questi dovrebbero piuttosto essere lasciati liberi di regolarsi da sé. Ma questo approccio liberista, che si potrebbe efficacemente riassumere nella celebre formula della “libera volpe in libero pollaio”, è in realtà molto lontano, e direi quasi incompatibile con quella cultura liberale e libertaria cui Bonino si è in altre circostanze ispirata. Perché il punto è che se la libertà non è di tutti, ma solo di pochi, e se non si coniuga con l’eguaglianza, cioè l’eguaglianza per tutti delle opportunità, dei diritti e delle garanzie, allora quella libertà non è più libertà, ma privilegio. E la cultura del privilegio è una cultura di Destra bell’e buona. C’è poco da dire, mi pare.

Federico Oliveri La Bonino è una figura complessa: certamente sul fronte dei diritti civili, e dei diritti umani, compresi dei migranti, ha proposte anche interessanti; ma sul fronte economico-sociale, propone una politica di austerità che neanche il governo Monti. Mi sembra espressione di una borghesia libertaria ma duramente liberista. D’altra parte, sono stati i radicali a proporre nel 2000 un referendum per abolire l’articolo 18, e per abolire il 25% di quota proporzionale dell’allora Mattarellum in nome del maggioritario puro. Per questo, sì, anche lei merita di essere respinta, se vogliamo sopravvivere alla crisi. Elsa Fornero, causa di enormi sofferenze sociali con le sue riforme del lavoro e pensionistiche, oltre che con il congelamento delle pensioni accompagnate dalle famose lacrime, voterà per Emma Bonino. Credo non serva aggiungere altro.

Adriana Miniati Anche secondo me Emma Bonino si può definirla ultraliberista da sempre , libertaria quanto basta ma non in modo continuativo, ( io sono una ex sessantottina) ; una liberale in politica con l aggravante dello zelo liberista…. Per di più le è sempre piaciuto il potere e le sue scelte suddette la hanno sempre collocata nel cosiddetto ” ceto dominante” di cui ha sempre colto e rappresentato umori e tendenze e poi scelte politiche non virtuali. Anche in politica estera sa scegliere sempre bene fra i vincitori certi di tutti gli scontri epocali …..fra Israele e Palestina il suo cuore gronda per lo strapotente e prepotente Israele …… Insomma la maggioranza di noi l’hanno vista bene nella barca di Vauro.

Left Ricordiamo bene quanto e come la Bonino ha criticato il decreto e la legge Minniti. Tuttavia è altrettanto indiscutibile che il neoliberismo è alla radice delle migrazioni forzate. Pertanto ci riteniamo in pieno diritto di criticare il programma politico di matrice neoliberista di +Europa e la scelta di coalizzarsi con il partito che ha partorito la legge Minniti.