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Migranti dal Messico nelle celle “frigorifero” Usa: la denuncia di Human Rights Watch

Nei fermo immagine brillano le coperte argentate, intorno a figure sottili e nere, dal capo sempre chino. Nelle foto dall’alto si vedono corpi stanchi, piegati, appoggiati al muro. Sono famiglie intere, – ma più spesso solo donne e bambini -, in stato di detenzione, esseri umani rinchiusi in pochi metri quadrati di cemento e sporcizia, alla frontiera a stelle e strisce d’America. Per gli agenti della sicurezza del confine americano questa è solo una routine. Loro quelle celle glaciali le chiamano “hieleras”, freezers.

I “freezer” sono nei centri di detenzione dove trascorrono notti e giorni i migranti che vengono ammanettati ed arrestati perché hanno provato ad attraversare il confine messicano. Dormono sul pavimento, non hanno diritto a lavarsi, non possono usare i loro beni prima che vengano spostati in altre strutture governative di detenzione. È quanto testimoniato da almeno 100 casi esaminati dall’organizzazione per i diritti umani HRW, Human Rights Watch, negli ultimi tre anni. «I migranti detenuti hanno il diritto di essere trattati con dignità e umanità, i minori, non accompagnati o con i membri delle loro famiglie, vanno salvaguardati secondo la legge internazionale e quella americana» ha scritto HRW nel suo ultimo report, intitolato “Nel freezer: condizioni abusive per donne e bambini nelle celle di detenzione destinate ai migranti in America” con quelle immagini che vengono dalle celle d’immigrazione a Douglas, in Arizona.

Freddo e violenze sessuali. In altre celle inospitali, sono state molestate delle donne, dice una lettera sottoscritta da 45 membri del Congresso americano, indirizzata al dipartimento della Sicurezza interna, la Homeland security, che si occupa della gestione della migrazione. Il luogo è diverso, siamo nella contea di Williamson, nel Texas. Il membro della Camera dei rappresentanti Lloyd Doggett, dopo aver raccolto le denunce di alcune migranti, ha scritto che gli «abusi sessuali da parte delle guardie sulle vittime sono inaccettabili».

Eddie Canalas, della STHRC, South Texas Human Right Center, riprende il report di HRW denunciando “il terribile stato di polizia per i migranti in questo paese”. La sua organizzazione fornisce acqua a chi tenta l’attraversamento del confine Messico-Usa, quando il rischio di morte per disidratazione è alto, soprattutto d’estate. Secondo l’Organizzazione internazionale della migrazione 412 migranti sono morti così,  nel 2017, 392 nel 2016.

La faticosa traversata prima. Il duro stato di detenzione dopo. Le difficili condizioni, la separazione dei genitori dai loro figli. Questi sono tutti deterrenti usati per scoraggiare la migrazione verso gli Stati Uniti, per instillare paura nei migranti, che diventano sempre «più vulnerabili, più escludibili», in quella parte d’America dove non solo non c’è spazio per i diritti umani, dice Canalas, «non c’è spazio per l’umanità».

Gli sfruttati dei musei e degli archivi

Il settore della cultura è da anni costretto a combattere una lotta difficile e travagliata: quella contro le forme di lavoro atipico, precario o coperto dalla maschera del volontariato, sempre più spesso adoperate col fine di soppiantare il lavoro stabile e regolare. In particolare, la diffusione del ricorso al volontariato come attività in grado di rimpiazzare il lavoro pagato è ormai diventata una deriva dalla storia pluridecennale, e che dalle professioni culturali rischia d’estendersi ad altri ambiti. Per opporre un argine a questa tendenza, gli attivisti della campagna Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali hanno presentato la scorsa settimana alla sala stampa della Camera, una proposta di legge per la regolamentazione del volontariato culturale. «Questo uso anomalo del volontariato», afferma Leonardo Bison, archeologo e attivista di Mi riconosci, «sembra quasi un espediente per abituarci all’idea del lavoro gratuito. Vige, purtroppo, il luogo comune che se si ama tanto una cosa, non sia necessario essere pagati per farla: è un concetto aberrante. Così, negli ultimi anni, è stata condotta una grande operazione legislativa per sdoganare questa cattiva prassi». Un’operazione che vide i suoi albori nel 1993, quando l’allora ministro dei Beni culturali Alberto Ronchey varò una legge, tuttora in vigore, che introduceva la possibilità, per il ministero, di stipulare convenzioni con le organizzazioni di volontariato «per assicurare l’apertura quotidiana, con orari prolungati, di musei, biblioteche e archivi di Stato».

Sei anni più tardi, con Giovanna Melandri, il ministero stabilì un protocollo d’intesa per definire un modello di convenzione per disciplinare la partecipazione dei volontari ad attività come l’ampliamento della gamma dei servizi culturali, la promozione delle mostre, lo sviluppo delle attività didattiche. Il resto, invece, è storia recente: nel 2014, il ministro Dario Franceschini, in occasione del summit europeo della cultura che si tenne alla Venaria Reale, auspicò l’impiego di giovani volontari in attività di tutela del patrimonio: una proposta grave, dal momento che la tutela presuppone specifiche competenze e professionalità, maturate in anni di studio e d’esperienza, da retribuire in maniera adeguata. «E se andiamo a mettere in competizione il volontariato con il lavoro», continua Bison, «otteniamo due effetti negativi: l’abbassamento degli stipendi e il deterioramento della qualità del lavoro. Il volontariato non può fare concorrenza al lavoro: deve tornare a essere una risorsa sociale come lo è sempre stata fino a poco tempo fa». La legge quadro del 1991, norma di riferimento della materia, definisce infatti il volontariato come un’attività «prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà». Ma non sono mancati casi in cui questo spirito è stato disatteso. Uno dei più eclatanti fu quello di Expo 2015: proprio nel gennaio di tre anni fa si concludeva la massiccia campagna di selezione di volontari che avrebbero prestato servizio a Milano. Alla fine furono coinvolti settemila volontari, impiegati per un massimo di due settimane ciascuno e inviati a svolgere funzioni d’accoglienza e orientamento: di fatto, a lavorare per più di cinque ore al giorno in cambio d’un pasto quotidiano e del rimborso per le spese di trasferta.

Il modello di Expo 2015 fu destinato a far scuola. Agli inizi del 2017, il ministero dei Beni culturali pubblicò un bando di selezione per 1.050 volontari da impiegare in progetti di servizio civile nazionale presso musei, archivi e biblioteche: non ci volle granché a comprendere che i ragazzi tra i diciotto e i ventinove anni selezionati sarebbero serviti per coprire le mancanze d’un ministero che annaspa nella cronica carenza di personale specializzato. In soli sei anni, dal 2010 al 2016, l’organico del Mibact s’è ridotto di circa cinquemila unità, e il concorso del 2016 per l’assunzione di cinquecento nuovi funzionari non ha rappresentato che un misero palliativo contro l’inesorabile innalzamento dell’età media dei dipendenti e il loro progressivo pensionamento: in compenso, s’è esteso l’utilizzo del lavoro mascherato da volontariato. «La nostra proposta di legge», spiega Bison, «arriva dopo una lunga elaborazione e dopo tante campagne di sensibilizzazione. Ci siamo resi conto che proprio il ricorso scriteriato al volontariato è il principale problema che affligge il lavoro nei beni culturali: da qui l’esigenza di una proposta di legge moderata e di civiltà, da mettere davanti alle forze politiche». La proposta presentata da Mi riconosci intende agire sulla legge Ronchey, sul Codice dei beni culturali e sul regolamento delle carriere del personale nelle biblioteche, con pochi punti, ma precisi e dettagliati. Il primo prevede che i volontari non debbano più essere impiegati per assicurare l’apertura delle strutture del ministero, bensì «per coadiuvare il personale dell’amministrazione dei beni culturali e ambientali» che opera al loro interno.

Altri obiettivi sono la cancellazione della misura che consente d’integrare il personale del Mibact con quello delle organizzazioni di volontariato, e l’inserimento d’una disposizione che impedisca agli istituti di servirsi d’un numero di volontari superiore rispetto a quello dei dipendenti assunti con regolare contratto. Ancora, la proposta di legge prevede d’introdurre una regola che vieti al personale volontario d’occuparsi di conservazione, promozione, valorizzazione, catalogazione, studio e attività educative. Verrebbero poi introdotte misure per impedire l’equiparazione del volontariato al lavoro regolare. «Gli ostacoli che dovremo affrontare saranno molti – conclude Bison -. Tuttavia, siamo determinati. Ci sono parlamentari che appoggiano la nostra proposta. E non c’interessa che la proposta venga semplicemente portata in  Parlamento: sappiamo già che accadrà. Vogliamo che diventi legge. E chiederemo alla politica di sostenerla».

«Caro Salvini la ringrazio: ora i miei figli vivono nel terrore»

Il segretario della Lega, Matteo Salvini, sul palco allestito in piazza Duomo, 24 febbraio 2018. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Caro Salvini, sono una mamma adottiva di due splendidi bambini africani. Volevo ringraziarla perché sta regalando ai miei figli dei momenti di terrore davvero fuori dal comune. Mia figlia di 7 anni prima di andare a letto mi chiede: “ma se vince quello che parla male di noi mi rimandano in Africa?”. E piange disperata. Mio figlio invece, prende l’autobus per andare agli allenamenti di calcio quasi tutti i giorni e da circa un paio di mesi mi racconta di insulti che è costretto a subire da suoi gentili simpatizzanti. Dire ad un bambino di 12 anni, che oltretutto veste una divisa sportiva: sporco n…., n….. di mer…, torna a casa tua, venite qui rubare e ammazzare le nostre donne ……. credo che sia la palese dimostrazione di come questo paese, grazie a persone come lei, stia lentamente scivolando nel baratro. Nei suoi ipocriti slogan “ prima gli italiani “ c’è tutta l’ignoranza di colui che non ha ancora capito che l’italiano è colui che ama l’Italia non che ci è nato! Come io sono mamma perché amo i miei figli e non perché li ho partoriti. Faccia la guerra a coloro che ci hanno ridotto al collasso. Benpensanti italici che hanno impoverito di cultura e di valori questo bellissimo paese facendo guerre contro i poveri, gli immigrati, i gay, i rifugiati ….. tutto per una sola bieca motivazione. Distogliere l’attenzione dalle malefatte (e non uso termini peggiori perché sono una Signora) che imperterriti continuate a perpetuare a chi in questo paese ci crede davvero .

La lettera l’ha scritta Gabriella Nobile sul suo profilo Facebook. Gabriella è mamma di due bambini che ha adottato, provenienti dal Congo e dall’Etiopia, di sette e dodici anni. Non servono altri commenti perché tutto quello che c’è da dire è tutto scritto ma sono curiose le reazioni. Salvini risponde dicendo: “Basterebbe che la mamma spiegasse ai suoi figli che io allontanerò dall’Italia delinquenti, clandestini e spacciatori, non certo i bambini”, fingendo (è lo stile della sua campagna elettorale) di non capire che il terrore che ha fomentato gli è rimbalzato in faccia già da un bel pezzo. Facebook invece ha censurato il post perché conteneva la parola “negri”.

Dall’Italia, 2018, è tutto.

Buon mercoledì.

Anche Dublino cede sul fronte dell’aborto

epa05554602 Demonstrators gather and hold banners to protest for the repeal of the Eighth Amendment to the Constitution in Ireland, Brussels, Belgium, 24 September 2016. Eighth Amendment to the Constitution is the law against abortion in Ireland. Abortion was decriminalized in Belgium in 1990. EPA/STEPHANIE LECOCQ

Quattordici anni di carcere è la pena inflitta in Irlanda alle donne che abortiscono. Accade in un Paese dell’Europa occidentale dove l’influenza della Chiesa cattolica nelle politiche dello Stato e nella vita privata dei cittadini, è ancora molto pesante. Un Paese dove il 90 per cento delle scuole primarie è gestito dal clero. E dove il divorzio è stato approvato solo nel 1996. Un Paese dove il diritto all’aborto è ristretto a pochissimi casi, quali l’imminente pericolo di vita. E non sempre.

Esiste infatti nella Costituzione irlandese, una legge, l’ottavo emendamento, che stabilisce che il feto fin dal momento del concepimento ha gli stessi diritti della madre. Nonostante tutto, anche qui le cose stanno lentamente cambiando. Dopo il referendum del 2015 che ha approvato le unioni gay, se ne profila un altro per l’abrogazione dell’ottavo emendamento. È previsto alla fine di maggio e lo ha annunciato il 29 gennaio il primo ministro Leo Varadkar. Il referendum cade, guarda caso, a due mesi dalla visita del Papa, annunciata ma non ancora confermata per la fine di agosto. Nonostante le organizzazioni cattoliche irlandesi siano già da tempo sul piede di guerra, nonostante la durissima opposizione delle forze conservatrici, fin dal primo momento, la prospettiva di una consultazione popolare sul tema aborto, ha comunque incontrato il parere favorevole del primo ministro che ha dichiarato che «l’ottavo emendamento è troppo restrittivo e non tutela i diritti delle donne». Si voterà non solo per abolire l’ottavo emendamento ma anche per approvare la nuova legge che prevede l’interruzione della gravidanza alla 12esima settimana.

In Irlanda non si è ancora spenta l’eco della morte di Savita, la donna indiana che nel 2013 è morta di setticemia perché i sanitari si sono rifiutati di praticarle l’intervento di rimozione del feto ormai senza vita. «Siamo in un Stato cattolico» è stata la risposta dei medici alle disperate richieste della donna e del marito. «In questo Paese, ogni donna in gravidanza perde automaticamente i suoi diritti umani», così ha dichiarato senza mezzi termini, Lupe, una donna che ha rischiato di morire perché costretta a vagare da un ospedale all’altro, con dentro l’utero un feto già morto, prima di essere salvata in extremis.

La morte di Savita ha aperto la strada al consolidamento di un fronte abrogazionista denominato Repeal the Eight, guidato da Amnesty international che ha portato il caso Irlanda all’attenzione della Corte europea per i diritti umani. Un fronte piuttosto ampio a cui hanno aderito numerose organizzazioni per la tutela dei diritti delle donne. «Ci battiamo non solo per il diritto all’aborto entro la dodicesima settimana, ma perché sia garantito un accesso su basi più ampie, anche oltre questo limite», dice Linda Kavanagh, portavoce dell’Abortion rights campaign.

Ogni anno migliaia di donne irlandesi sbarcano nel Regno Unito, dove dal 1967, la legge consente l’aborto entro 24 settimane. Secondo una statistica del dipartimento della Sanità britannico si calcola che lo scorso anno, ben 3265 donne siano volate in Inghilterra e in Galles per abortire. «Il mio Paese è lieto di scaricare le sue responsabilità prima sulle spalle delle donne per poi esportarle all’estero», commenta amaramente Emma Wilson, costretta a rivolgersi a una clinica inglese, perché il feto presentava gravissime malformazioni.
Niall Behan della Irish Family planning association, parla di vera e propria «coercizione riproduttiva» ai danni delle donne irlandesi. «Ogni giorno raccolgo le voci delle donne che arrivano da ogni parte d’Irlanda. La maggior parte ha tra i 20 e i 30 anni. Sono abbandonate dallo Stato e costrette a cercare assistenza in un altro Paese, pagando alti costi fisici, emotivi e finanziari».

Non è certamente più rosea la situazione dell’Irlanda del Nord che pur facendo parte del Regno Unito, non gode degli stessi diritti in materia di interruzione di gravidanza. A dettare legge in questo caso, sono gli ultraconservatori protestanti del Democratic unionist party, il partito di maggioranza, per non parlare delle organizzazioni antiabortiste presbiteriane, come Precious life, responsabili di vere e proprie crociate culminanti in cortei con esibizioni di feti di plastica e repertorio di insulti contro le donne che abortiscono. Un primo tentativo di estendere la legge sull’aborto anche all’Irlanda del Nord, fu bloccato nel 2008 in Parlamento dalla conservatrice Harriet Harman. Anche qui, giochi politici sono stati consumati sulla pelle delle donne. Pare infatti che il governo inglese di allora abbia garantito la non estensione della legge sull’aborto in Irlanda del Nord in cambio del supporto del Democratic unionist party alle politiche di Westminster. L’aborto divide anche gli indipendentisti del Sinn Fein, partito di ispirazione cattolica ma che sta rivedendo le sue posizioni in materia, prevedendo l’interruzione di gravidanza in caso di gravi malattie, incesto, stupro e malattie mentali. Intanto le donne dell’Irlanda del Nord continuano a volare verso le cliniche inglesi, quando tutto va bene. E senza nemmeno la prospettiva di uno straccio di referendum.

L’articolo di Giulia Caruso è tratto da Left n.7 del 16 febbraio 2018


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Slovacchia, Jan Kuciak, il giornalista ucciso con la sua fidanzata, cosa aveva scoperto?

Una immagine di Jan Kuciak tratta da suo profilo Facebook. FACEBOOK JAN KUCIAK +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++

Un colpo al cuore a Jan Kuciak, giornalista, 27 anni. Un colpo alla testa a Martina Kusnirova, la sua ragazza, 27 anni. Forse è accaduto giovedì scorso, forse durante il weekend appena trascorso, dicono gli investigatori. Il reporter slovacco è stato ritrovato morto a casa sua, insieme alla sua compagna, due giorni fa. Un duplice omicidio a Velka Mach, 60 chilometri da Bratislava, capitale di quella Slovacchia membro Ue ma Paese bastione del “gruppo di Visegrad”, che insieme a Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, non accetta di ripartire le quote di rifugiati come chiede Bruxelles. Il Paese del nazionalista Robert Fico, primo ministro del partito “Smer-socialna demokracia”, Direzione- socialdemocrazia.

Per il capo della polizia slovacca Tibor Gaspar l’omicidio “è legato alle attività investigative di Jan”. Su Aktuality.sk Jan scriveva soprattutto di casi di evasione fiscale. L’ultimo grande caso di cui si era occupato era quello di frode legato al Five star residence a Bratislava; uno dei suoi articoli sulla questione nel 2017 aveva scatenato proteste di piazza e manifestazioni, in cui si chiedevano le dimissioni di Robert Kalinak, ministro dell’Interno alleato di Fico e legato all’imprenditore Ladislav Basternak, che però ha sempre negato coinvolgimenti. Nello stesso anno, lo scorso ottobre, Jan aveva denunciato le minacce di morte subite da uno dei cinque imprenditori coinvolti nella frode immobiliare, ma le forze dell’ordine non avevano mosso un dito. Lui invece aveva continuato a scrivere.

Bruxelles chiede chiarezza. «Va fatta giustizia, shock per la morte di un giornalista nell’Unione Europea, nessuna democrazia sopravvive senza stampa libera» ha scritto il primo vicepresidente della commissione Ue Frans Timmermans su Twitter. Antonio Tajani, vicepresidente Commissione Ue, ha detto che «l’Unione non può accettare che un giornalista venga ucciso per aver fatto il suo lavoro, chiedo alle autorità slovacche di avviare un’indagine approfondita con il supporto internazionale, il Parlamento Europeo non si fermerà finché non sarà fatta giustizia».

Giustizia, verità, luce sulla vicenda. L’imprenditore Basternak era già stato accusato dalla Naka, l’agenzia nazionale anticrimine, a marzo 2017, per aver evaso le tasse sulle abitazioni di lusso di sua proprietà. In una di queste risiede un celebre inquilino, che ha definito adesso la morte del reporter «un attacco senza precedenti alla libertà di stampa e alla democrazia in Slovacchia» e ha promesso un milione di euro a chi fornirà informazioni per risolvere il caso. La sua professione è primo ministro, il suo nome Robert Fico.

A cosa assomiglia la propaganda di Goebbels, oggi?

Fu uno dei più importanti gerarchi nazisti, un genio della comunicazione, dicevano che finì per meritarsi il ministero della Propaganda. Oggi dici Joseph Paul Goebbels e subito tutti pensano che sia un metodo lontano, un tempo passato. E invece no.

I suoi Principi (Goebbels’ Principles of Propaganda di Leonard W. Doob, pubblicati in Public opinion and propaganda; A book of readings edito da The society for the psychological study of social issues) vanno letti, stampati, meditati, raccontati. Leggeteli con calma e poi pensate se vi ricordano qualcosa. E ricordate che è un ricordo nero, nerissimo.

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
È necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

2. Principio del metodo del contagio.
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

3. Principio della trasposizione.
Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.

4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.

5. Principio della volgarizzazione.
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.

6. Principio di orchestrazione.
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: «Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità».

7. Principio del continuo rinnovamento.
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.

8. Principio della verosimiglianza.
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.

9. Principio del silenziamento.
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.

10. Principio della trasfusione.
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali. Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.

11. Principio dell’unanimità.
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Buon martedì.

Ungheria, la sorprendente sconfitta all’elezione locale che imbarazza Orbàn

epa06485827 Hungarian Prime Minister Viktor Orban at a press conference after a meeting with Austrian Chancellor Sebastian Kurz (not seen) in Vienna, Austria, 30 January 2018. Orban is on a visit to Austria to meet with main politicians from the ruling parties' coalition. EPA/LISI NIESNER

Ieri in Ungheria la prima roccaforte nazionalista del partito Fidesz è caduta. Una sorpresa insieme alla vittoria da un lato, non semplicemente una sconfitta dall’altro. A poche settimane dalle urne parlamentari ungheresi, alle elezioni locali ad Hodmezovasarhely, dove il partito del premier Viktor Orbán governava ininterrottamente da vent’anni, ha vinto l’opposizione.

Meno di 50mila abitanti, nei pressi dei confini rumeno e serbo, baluardo di un fedele alleato del Primo ministro, Janos Lazar, Hodmezovasarhely è una città «che chiede libertà, democrazia, rispetto della legge, un’economia basata sul mercato, impegno verso l’Europa. Una nuova era comincia oggi, ci siamo alzati in piedi in questa città per dimostrare che vogliamo toglierci di torno quei bulli che tormentano la classe intera» ha detto ai giornalisti Peter Marki-Zay, politico indipendente, appena dopo aver saputo di aver vinto con il 57,5% dei voti, contro il 41,5% del candidato favorito del partito di Orbán, Zoltan Hegedus.

Qui nel 2014 Fidesz aveva raccolto il 61% dei voti. Quattro anni dopo, alle elezioni di ieri, Marki-Zay è riuscito a coagulare lo spettro scisso dell’opposizione del sud dell’Ungheria, in un paesino diventato emblema dell’umore nazionale per gli analisti politici di Budapest: «Questa vittoria insegna molte lezioni. Non è in pericolo il probabile trionfo di Fidesz, ma cambierà sicuramente l’umore del paese nelle ultime settimane prima delle urne».

Manca poco più di un mese alle nuove elezioni, che si terranno l’8 aprile,  e Viktor Orbán, che nel 2010 e 2014 ha raggiunto gli schiaccianti due terzi della maggioranza parlamentare, vincerà per la terza volta l’otto aprile, ma sono i numeri della sua prossima, futura maggioranza a preoccuparlo adesso. Le dinamiche dei quell’opposizione che il premier stesso ha definito poche settimane fa «senza speranza» stanno cambiando.

«Fidesz è ancora il partito favorito alle elezioni parlamentari, ma l’opposizione ha appena ricevuto un impulso inaspettato. È stata una perdita umiliante per Fidesz e un raggio di speranza per l’opposizione che può sconfiggere Orbán ad aprile, se i partiti cominciano a coordinarsi nei distretti elettorali seguendo il modello Hodmezovasarhely» ha detto Attila Tibor Nagy, dal Meltanyossag politikaelemzo kozpont, Centro di analisi politica di Budapest. «Questo risultato ha un significato psicologico» ha detto Robert Laszlo, di Political Capital. «Dimostra che Fidesz si può sconfiggere perfino in posti come questo».

Buongiorno Mosca

epa06556978 Russian President Vladimir Putin (L) attends a wreath-laying ceremony at the Tomb of the Unknown Soldier memorial in Moscow, Russia, 23 February 2018. Russia marks today a Day of the Fatherland Defender. EPA/SERGEI CHIRIKOV

Il Cavalier Berlusconi, ci ha deliziato (si fa per dire) con una intervista a Otto e mezzo di Lilli Gruber. Per sostenere la bontà della flat tax (aliquota unica) ha citato anche l’esempio della Russia dove esiste effettivamente una flat al 13%. Essa fu introdotta nel 2001 dall’allora ministro delle finanze Alexey Kudrin. Berlusconi ha sostenuto che i risultati economici ottenuti dalla Russia sarebbero dovuti a questo sistema di tassazione che avrebbe «risolto i problemi di evasione e elusione fiscale». Affermazioni fatte con la solita sicumera di cui l’ex presidente del Milan ci ha da sempre abituato. L’unico problema dell’economia russa per leader di Forza Italia! Sarebbe legato all’eccessiva corruzione, «un prodotto del passato comunista». Ma è davvero così?

Vediamo nel dettaglio. In primo luogo la flat in Russia fu introdotta assieme a una tassazione alla fonte sulle esportazioni del 40-45% delle aziende del settore energetico. Sono queste aziende che forniscono gran parte del gettito russo che alimenta la spesa pubblica. La Russia crebbe economicamente a un ritmo sostenuto del 6% medio tra il 2001 e il 2011. Risultati importanti sicuramente, ma che furono il prodotto in primo luogo dall’alto prezzo del petrolio che in quella fase oscillò per lunghi periodi tra i 100 e i 150 dollari al barile. A partire dal 2011 la crescita economica iniziò a stagnare e addirittura secondo Kudrin l’effetto dei rialzi del prezzo del greggio iniziò ad essere sempre più ridotto. Nel biennio 2015-2016, l’economia russa entrò in recessione perdendo il 5% del Pil in due anni mentre il valore del rublo perdeva il 100% del suo valore sui mercati valutari. Non abbiamo qui dati molto recenti per quanto riguarda l’evasione fiscale in Russia ma secondo l’ufficio statale di statistica nel 2016 l’evasione fiscale aveva raggiunto i 102 miliardi di rubli (mentre il Pil era di circa 8.600 miliardi di rubli) ed era aumentata rispetto all’anno precedente del 25,9% e di due volte rispetto al 2014. Risulta evidente che con l’incedere della stagnazione economica l’evasione torna ad aumentare rapidamente indipendentemente dall’esistenza della flat tax. Inoltre, come è noto, la Russia è il paese che ha il record di fuga di capitali al mondo: nei paradisi fiscali finiscono circa 50 miliardi di dollari all’anno.

Quando Putin ascese alla presidenza nel 2001 sostenne che la Russia avrebbe avuto bisogno di una crescita del 8% di crescita del pil per 15 anni per raggiungere il paese più povero dell’Europa Occidentale. A distanza di 15 anni l’obbiettivo non è stato raggiunto. Il Pil russo pro capite a parità di potere d’acquisto è inferiore di circa il 15% di quello del Portogallo, il 75% in meno di quello italiano e oltre del 100% di quello francese.
Il sistema fiscale russo funziona talmente bene che seppur in campagna elettorale il ministro delle Finanze russe Anton Siluanov ha dichiarato a Soci il 15 febbraio scorso che «stiamo pensando a rivedere il sistema fiscale russo… abbiamo bisogno di maggior gettito» al fine di garantire maggiori investimenti e rinnovare le infrastrutture. La flat tax finirà nel cestino anche in Russia dopo non aver raggiunto nessuno degli obiettivi per cui era stata lanciata nel 2011.

Berlusconi è da sempre abituato a raccontare un’Italia che non esiste. Per una volta, ha raccontato una favola diversa: quella di una Russia che non esiste.

Buongiorno Mosca,
Storie, vicende e riflessioni dalla Russia
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Siria, Yemen, bambini morti, bombardamenti e indignazione selettiva

Ci arrivano da “Ghouta” immagini terribili – rese ancora più terribili in Italia dal black out mediatico per tutto il resto del tempo in cui sembra che non succeda nulla e all’improvviso l’inferno -. A leggere e sentire i media sembra che quel “feroce dittatore” che è Bashar Al Assad, si svegli una mattina con la luna storta e schiaccia un bottone, senza motivo e senza avvertire, per scatenare l’inferno su città e sobborghi nei quali regnava un attimo prima la pace, l’amore e la serenità. Così da un giorno all’altro assistiamo impotenti all’invasione di immagini di bambini dilaniati. Così da un giorno all’altro il termometro dell’indignazione schizza alle stelle. Come per dire: per il resto del tempo che muoiano bambini o vecchi o donne, non li vediamo e il cuore non duole, ora li vediamo o ci sembra di vederli e quindi non sappiamo dove nascondere la faccia davanti a queste terribili immagini. E non importa se alcune di quelle immagini sono di bambini yemeniti morti sotto bombe fabbricate in Sardegna. Bambini yemeniti, sembra, non in grado di commuovere qualcuno: possono morire sotto le bombe o di colera non fa nessuna differenza per la nostra indignazione selettiva. Anzi immoralmente condividiamo le loro immagini perché siamo… altamente indignati… per un altro conflitto. Terribile scissione della personalità.

Ma perché la Siria schizza ogni tanto agli onori della cronaca e agli onori dell’indignazione selettiva? Siamo così, può chiedere legittimamente qualcuno, manipolati dai jihadisti? No, siamo manipolati dai manipolatori dei jihadisti. È un copione già visto a Qusayr, a Baba Amr, ad Aleppo e nella stessa Ghouta di oggi qualche anno fa. Copione che fa salire ogni volta di colpo la tensione alle stelle con tanto di riunioni all’Onu – come oggi – per fare pressione sulla Siria per aprire un corridoio umanitario, ufficialmente per portare aiuti alle popolazioni, ma in realtà è per far uscire forze speciali straniere in tutta sicurezza.

Ai manipolatori non importano i jihadisti, loro mercenari, non importano i bambini siriani. A Baba Amr, nel 2012, un numero imprecisato di agenti francesi furono catturati dall’esercito siriano. In quel momento, i media sono stati invasi da immagini e video del tutto simili a quelli di oggi, la stessa polvere, la stessa nebbia, la stessa scenografia, cambiano solo le persone, cambiano i morti. Baba Amr fu battezzata dai media la Stalingrado della Siria. Lo Stato siriano ha trattato, in segreto ovviamente, e ha consegnato quei soldati alla Francia, non si sa per quale contropartita. Poi dopo tutto fu facile, lo Stato ha negoziato con i jihadisti e li ha trasportati con autobus verdi verso Idlib: come è successo a Qusayr, ad Aleppo, a Homs e altrove, per questo, fateci caso, una volta la città o il quartiere ripreso dall’esercito siriano, cessa come per incanto di esistere nelle cronache, non ci è dato sapere che fine fanno i sopravvissuti di quelle città e di quei quartieri.

E così le città sono tornate allo Stato siriano, molte persone alle loro case e in qualche caso si è persino avviata la ricostruzione. Ci sarà anche questa volta la trattativa e gli autobus verdi? Staremo a vedere.

Questa volta il quadro sembra più complicato perché la posta in gioco è altra ed è alta: gli Usa intendevano introdurre jihadisti dell’Isis, cooptati dopo la sconfitta dello Stato islamico con l’aiuto delle Forze di Siria Democratica (SDF) e delle asha’er (le tribù), cooptazione documentata dalla BBC nel reportage “Raqqa’s Dirty Secret” (cercatelo su Internet, è molto istruttivo). Questi ex jihadisti dell’Isis, con i quali i nordamericani volevano in un primo tempo creare una forza da disseminare lungo la frontiera turca, progetto fallito sotto i colpi dell’esercito turco. Colpi che hanno svegliato i curdi del YPG della loro sbornia di collaborazione con gli Usa e sono tornati a collaborare con lo Stato e l’esercito siriano. Ora sembra che gli americani li vogliano portare dal deserto siriano e da Tanaf, a circa 75 km da Ghouta per aprire un fronte nella campagna di Daraa a 46 km dalla stessa Ghouta. L’esercito siriano, per sventare questa operazione, ha inviato le sue Forze speciali Nimr (Tigre) che non hanno mai perso una battaglia fino a questo momento. Tutto parte da cui: se queste forze entrano in questo momento a Ghouta rischiano di far prigionieri imbarazzanti per Usa e alleati. Da qui una guerra mediatica contro la Siria. Da qui l’invasione di immagini inviati da feroci assassini per “intenerire il mondo”.

La Ghouta (est), zona di 150 km2 circa, è controllata attualmente dai jihadisti di Jeish Al-Islam (L’esercito dell’Islam) con 15mila combattenti, da Failaq Al-Rahman (Corpo d’armata del Misericordioso), alleato di Jabhat Al-Nusra – Al Qaeda in Siria – con 6mila combattenti e da altri gruppi meno importanti numericamente come Ahrar Al Sham (Liberi di Siria, o Siriani Liberi) e Al Fustat (dal nome antico del Cairo). Tutti questi gruppi sono finanziati dalle monarchie del Golfo. Questi gruppi jihadisti, in conflitto fra di loro, si mettono d’accordo per due cose: nell’esporre civili e prigionieri in gabbia (gabbie chiamate “sujun attawba”, prigioni del pentimento; il pentimento per i jihadisti si compie anche con la morte) nelle strade come scudi umani contro i bombardamenti dell’esercito siriano e nel bombardare quotidianamente Damasco, bombardamenti che provocano centinaia di morti, di cui, stranamente, non si sente mai parlare. Ci sono morti più morti di altri.

Rom e sinti, identità negate in Italia

Quasi a rivendicare una certezza di tutti ma che a loro sembra essere negata, in lingua romanès, Rom, vuol dire essere umano. E non una minoranza con una specificità razziale, culturale, linguistica e religiosa opaca e avulsa dalla dialettica sociale. Caratteristiche rigidamente definite, secondo un approccio piuttosto diffuso in gran parte della letteratura, non solo ne hanno sfregiato la costruzione identitaria ma sono scivolate in una deriva etnica, intrisa di strabico relativismo. Un’immagine omogenea, essenzialista e parziale che ha condizionato incessantemente il discorso pubblico e l’azione politica sui Rom.

Prova ne sono l’impostazione culturalista utilizzata nella prassi della Strategia nazionale per l’inclusione dei rom 2012-2020 e gli interventi legislativi regionali. «Si comprende bene come dal 2012 a oggi, le principali azioni condotte a livello istituzionale e le proposte legislative non abbiamo posto al centro il superamento dei mega insediamenti monoetnici, azioni di contrasto alla povertà estrema e alla discriminazione, o la lotta alle azioni di sgombero forzato e alla violazione dei diritti fondamentali», dichiara il presidente di Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla, partecipando al convegno “Riconoscimento, tutela e promozione sociale delle comunità rom e sinti in Italia. Quali azioni promuovere?”, tenutosi al Senato, qualche giorno fa. E aggiunge: «Abbiamo, piuttosto, assistito a proposte per il riconoscimento linguistico, per salvaguardare la realizzazione di micro aree del Nord Italia dove esistono dignitose case mobili, per tutelare specifiche tradizioni artistiche. Battaglie legittime ma che nell’Italia segnata da centocinquanta baraccopoli istituzionali, non possiamo sicuramente considerare prioritarie!».

Ci sono 28mila rom senza voce ma ipervisibili in uno stato di estrema povertà, marginalità e segregazione ‘autorizzata’. Che finiscono nel mirino di atti xenofobi e discorsi d’odio, colpevoli(zzati) di essere portatori scelti di differenze culturali segreganti. Senza sapere che «l’esclusione sociale di cui parte dei rom è vittima – sostiene Antonio Ciniero, ricercatore presso il National Institute of Statistics (Istat) e l’International Centre of Interdisciplinary Studies on Migrations – è, in primo luogo, una questione di politica sociale e come tale dovrebbe essere affrontata, non in termini etnico-culturali» perché la condizione in cui versa altro non è che la conseguenza (visibile) di disuguaglianze sociali, reiterate per generazioni, in parte incentivate o sostenute proprio dagli interventi politici che sanciscono, il più delle volte, una differenza che inevitabilmente produce effetti sociali.

E non solo. «L’ostilità nei confronti di rom, sinti e camminanti nasce da molte motivazioni – specifica il presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi -, una di queste è la cancellazione della loro storia. Pochi conoscono il numero dei morti rom e sinti nei campi di concentramento. E’ necessario riconoscere la dignità storica di questi gruppi».

Conoscere e riconoscere è l’unico movimento (virtuoso) per sfatare interpretazioni distorte dell’identità culturale dei rom. Ne è convinto il presidente della Fondazione Romanì Italia, Nazzareno Guarnieri, intervenuto al convegno: perché «un’errata rappresentazione etnica ha condizionato la stesura dei testi normativi e giustificato politiche differenziate e di assistenzialismo culturale». L’equivalenza tra rom e nomadismo, per esempio, ha portato «a ridurre il nutrito corpus delle leggi regionali degli anni ottanta alla salvaguardia della cultura rom con la tutela del diritto al campo nomadi e ha, più che altro, contribuito a cristallizzare un’idea (deformata) della minoranza romanì». Che marginalizza, esclude e nega i loro diritti fondamentali. Uno su tutti, quello all’inclusione, possibile solo eliminando dispositivi politici o giuridici che tendono a separare i rom dal resto degli esseri umani.