Sfidando neve e maltempo il Comitato nazionale dei lavoratori delle Fondazioni lirico-sinfoniche invita tutti gli operatori culturali a manifestare a Roma, in piazza del Campidoglio, lunedì 26 febbraio, dalle ore 11 alle 13.30, contro le politiche culturali del Ministro Dario Franceschini, la concezione mercenaria dell’arte e della cultura, la logica del pareggio di bilancio e del profitto a ogni costo, l’idea della cultura come azienda culturale. Nato nel 2016, il Comitato nazionale ha lo scopo di contrastare l’errata gestione delle politiche che hanno indebolito tutte le categorie del settore, in teatri eccellenti come il Regio di Torino, il Carlo Felice di Genova, la Fenice di Venezia, il San Carlo di Napoli, il Maggio Musicale fiorentino, il Comunale di Bologna, il Petruzzelli di Bari, compresa l’Opera di Roma. Per quel che riguarda Roma, quello del CNFLS è un vero e proprio appello, nel settore lirico, ai professori d’orchestra, agli artisti del coro, ai tersicorei, alle maestranze e al personale tecnico amministrativo del Teatro dell’Opera di Roma, affinché tutti partecipino a una manifestazione che riporti l’attenzione su un’eccellenza formata da professionisti, a tutela del loro stesso lavoro.
La manifestazione vede la partecipazione, pertanto, dei lavoratori dei tetri lirici, dei docenti e degli allievi del Conservatorio, degli operatori culturali di musei, biblioteche e beni archeologici. Tutti insieme per respingere l’aggressione all’art. 9 della Costituzione, che promuove lo sviluppo culturale, contestando appieno l’azione demolitrice del ministro Franceschini nei confronti dell’attività dei teatri lirici. Mentre nuove forme contrattuali capestro, hanno indebolito e precarizzato molte figure artistiche professionali, determinandone la quasi totale estinzione, come è accaduto per la chiusura dei corpi di ballo. i manifestanti si rivolgono al sindaco di Roma Virginia Raggi e all’assessore alla cultura Luca Bergamo, affinché valutino, con attenzione la situazione economica gestionale del Teatro dell’Opera di Roma, flagellato, già nelle passate amministrazioni, dai tagli economici procurati da pessime gestioni dirigenziali, a discapito di tutti i lavoratori del settore.
Tra gli aspetti criticati della attuale politica culturale c’è anche l’affidamento delle gestioni delle fondazioni, da parte di Franceschini, al perito agrario Francesco Girondini, ex Sovrintendente dell’Arena di Verona, accusato da chi oggi protesta di aver contribuito al peggioramento della situazione patrimoniale della fondazione. Una maggiore idonea organizzazione dovrebbe, infatti, riflettere sulla possibilità di valorizzare tutti gli operatori degli enti lirici e non premiare singole figure dirigenziali.
L’obiettivo della manifestazione è accendere i riflettori sulla grave situazione che coinvolge qualificati professionisti e anche quasi cinquanta mila studenti del Conservatorio. Un numero considerevole di giovani, il cui futuro professionale rischia di essere seriamente compromesso, in una situazione lavorativa già danneggiata dal massiccio utilizzo dei volontari nei musei, nelle biblioteche, ma anche nelle stesse fondazioni liriche. Ciò è reso possibile dall’art. 24 della Legge 160 (del 7 agosto 2016) a dal Nuovo Codice dello Spettacolo, che comporta un’esternalizzazione della maggior parte di cori, orchestre e ballerini: fattore che aumenta il precariato con relativa perdita di diritti e tutele.
A differenza di altri paesi europei, primo tra tutti la Francia, che nell’ambito culturale investe gran parte delle risorse economiche, l’Italia, dove i luoghi di cultura abbondano e sono assiduamente frequentati con offerte varie e di elevata professionalità, quello teatrale soprattutto è un ambito trascurato dal governo. Questo anche a causa della subita decurtazione, da parte del Fondo Unico per lo Spettacolo, dal 1985 al 2005, del 55%, dimostrando così lo Stato uno scarso impegno nel sostegno della cultura, che colloca l’Italia al penultimo posto in Europa, con un investimento totale dello 0,7%. Tutto ciò, nonostante le file ai musei si allunghino e i teatri, soprattutto lirici, facciano il tutto esaurito a ogni manifestazione, vedendo il coinvolgimento di molti artisti internazionali, che spesso firmano la regia delle rappresentazioni.
L’invito, pertanto, è quello di riunirsi tutti, operatori e amanti della cultura, in quel del Campidoglio, affinché, coerenti con la normativa costituzionale per l’incremento culturale, si muova un’unica voce, che si estenda a tutta la nazione e distolga i vertici da questioni più effimere, affinché si concentrino sulla possibilità di portare avanti, con sempre maggior vigore, la tradizione musicale e teatrale italiana per la quale, nel mondo, siamo al primo posto.
Fondazioni liriche, nuova protesta dei lavoratori, contro Franceschini
Avviso ai naviganti: la legge funziona anche per Facebook

Mentre frotte di politici da anni continuano a parlare piuttosto a vanvera di diverse modulazioni di bavagli per il web, da Torino arriva una notizia che merita attenzione perché dissolve di colpo tutto il chiacchiericcio e propone una soluzione semplice semplice che vale per i social così come per i bar, sui giornali o in piazza: il rispetto della legge.
Un operaio quarantaduenne di Settimo Torinese ha patteggiato nei giorni scorsi una condanna a 1000 euro (oltre alle spese processuali) per avere scritto su Facebook (ovviamente con un profilo falso, come si conviene ai leoni da tastiera) dopo la morte di Stefano Pulvirenti, 17 anni, siracusano, deceduto in un incidente stradale dopo 23 giorni di agonia nel novembre 2015:
“Sono felicissimo un terrone in meno da mantenere. Quando vedo queste immagini e so che nella bara c’è un terrone ignorante, godo tantissimo. Peccato che ero al Nord altrimenti avrei c.. su quella bara bianca. Buonasera terroni merdosi. Non è morto nessuno di voi oggi?”.
La frase, ripugnante come tante che colano nei vari social network, è un reato. È un reato indipendentemente dal luogo in cui viene scritta o pronunciata e per questo la Procura ha allertato il nucleo investigativo telematico per risalire all’identità del possessore del falso profilo, rinviato a giudizio e poi condannato.
Diffamazione aggravata da odio razziale è il reato. E se ci pensate bene di frasi di questo spessore ne incontriamo spesso durante la nostra giornata. Lasciamo perdere quindi nuove leggi che rischiano solo di limitare le libertà personali e mettiamo le procure nelle condizioni di poter (e dover) intervenire. È semplice. E funziona.
Buon lunedì.
La trappola letale degli psicofarmaci

Nei primi anni di vita dopo la nascita, quando per ciascuno di noi inizia l’attività di pensiero, si realizza un processo di sviluppo estremamente complesso che nell’uomo ha caratteri specie specifici: l’equilibrio psicofisico viene messo in crisi di continuo in un movimento che tende a un livello di maturazione più alto attraverso nuove fasi di trasformazione. La vitalità che emerge alla nascita è cimentata ad affrontare difficoltà crescenti e a consolidarsi nelle relazioni con gli adulti. Il processo di sviluppo può andare incontro a rallentamenti, più o meno temporanei e risolvibili spontaneamente per la capacità di reagire e la vitalità del bambino. In altri casi si hanno veri e propri blocchi: si entra allora nel circuito della coazione a ripetere che persistendo porta alla malattia che in relazione ad una molteplicità di fattori, a volte si manifesta precocemente addirittura nei primi anni di vita con sintomi caratteristici, in altre circostanze si palesa nell’adolescenza se non addirittura nell’età adulta.
L’infanzia è comunque sempre implicata nell’eziopatogenesi come ben sanno tutti coloro che si occupano di psicoterapia e per questo motivo è importante cogliere i primi segni della malattia per mettere in atto un intervento precoce che ne eviti la cronicizzazione. La ricerca psichiatrica ha chiarito che non esiste una correlazione lineare fra sintomaticità e gravità della patologia. Processi psicotici possono decorrere in modo silente per anni se non per decenni per poi esplodere in modo catastrofico in vari momenti dell’esistenza. La manifestazione precoce del problema psichico non sempre ha significato prognostico negativo in quanto sollecita l’ambiente che è deputato a prendersi cura del bambino, a predisporre un intervento terapeutico specifico e mirato che inevitabilmente coinvolga tutto il nucleo familiare.
Per dimostrare la realtà della malattia mentale nella neuropsichiatria organicista si fa ricorso al concetto di vulnerabilità biologica su base genetica e alla ricerca di alterazioni morfologiche e funzionali con le neuroimmagini. L’idea di una predisposizione costituzionale alla malattia mentale è sempre esistita nella medicina anche se attualmente essa viene…

L’articolo di Maria Gabriella Gatti prosegue su Left in edicola
Come impoverire una lingua millenaria

«Hanzi bu mie, Zhongguo bi wang» (Se i caratteri cinesi non spariscono, la Cina perirà). Con queste parole il padre della letteratura cinese moderna, Lu Xun, attribuiva l’alto tasso di analfabetismo e l’arretratezza del Paese alla complessità della sua scrittura. Erano gli anni in cui l’ex Celeste impero usciva sconfitto da un primo esperimento repubblicano e dalle ripetute umiliazioni internazionali culminate nel Trattato di Versailles (1919). Già assediata dalla spinta riformista di età tardo-imperiale, la cultura tradizionale cinese fu travolta dal fervore progressista divampato negli ambienti accademici e letterari “borghesi”. Una volta fatta a pezzi l’immagine di Confucio, il Movimento di nuova cultura bersagliò la lingua con proposte che spaziavano dalla promozione di una variante vernacolare fino all’adozione dell’inglese e dell’esperanto in sostituzione degli ideogrammi. Da allora la sperimentazione linguistica è proseguita senza sosta sino all’assunzione nel 1956 dei caratteri semplificati (ancora utilizzati nella Cina continentale), seguita due anni dopo dall’introduzione del sistema di romanizzazione (pinyin). Ciò che oggi permette a ogni cinese di scrivere al pc semplicemente digitando le lettere dell’alfabeto sulla tastiera.
Circa dieci anni dopo, con la standardizzazione di 6.196 ideogrammi, la commissione statale per la Riforma della lingua metteva fine alla “fase creativa” inaugurando un periodo di più stringenti regolamentazioni: sì al putonghua (il mandarino standard di Pechino) no all’utilizzo di dialetti nei film e sui mass media. Con il risultato che la vittoria dell’idioma ufficiale si è tradotta nella condanna a morte delle oltre 100 lingue parlate dalle innumerevoli minoranze etniche residenti nella Repubblica popolare. Perché uniformare la lingua vuol dire anche e soprattutto preservare l’identità nazionale (specie nelle aree periferiche del Paese poco permeabili alle politiche centrali) e riaffermare quella “cinesità” insuperbita dalla rapida ascesa economica del gigante asiatico sullo scacchiere internazionale. A distanza di un secolo, Confucio è di nuovo riabilitato e non si parla più di…
Sul rapporto tra scrittura e potere in Cina, su Left del 23 febbraio, potete leggere un approfondimento del sinologo Federico Masini

L’articolo di Alessandra Colarizi prosegue su Left in edicola
Oltre le barriere della Fortezza Europa
Migliaia e migliaia di chilometri percorsi, tre anni di viaggio, 25mila foto, 15 quaderni di appunti, decine di articoli. È frutto di un tenace e coraggioso lavoro La crepa (Add editore) graphic novel con cui il giornalista Guillermo Abril e il fotografo Carlos Spottorno hanno vinto prestigiosi premi, compreso il World press photo. Difficile definire questo loro straordinario volume che fonde inchiesta sul campo, reportage fotografico, con uno sguardo e una modo di narrare partecipe, umanissimo, a tratti anche poetico, nonostante la drammaticità degli eventi che scorrono davanti ai nostri occhi. Tuffandovi nelle pagine di questo grande libro non troverete le classiche strisce disegnate, ma fotografie d’autore scattate (e poi rielaborate) seguendo il cammino dei migranti: tracciano sentieri che sotto i loro piedi si aprono come crepe, lasciando intravedere le pericolose faglie che attraversano il sogno di un’Europa unita culla del welfare e dei diritti. Le storie che i due autori hanno raccolto in queste vivissime pagine parlano, purtroppo, di ostilità, di sospetto, di discriminazione, di un continente che sempre più si è chiuso e arroccato diventando una specie di escludente “Fortezza Europa”, tradendo così le proprie radici multiculturali. Marocco, Spagna, Turchia, Bulgaria, Grecia, Italia e oltre. Ogni tappa, una ferita aperta. Ogni tappa incontri con persone che hanno rischiato tutto per fuggire dalla miseria e dalla guerra, che sono fuggite su barconi di fortuna, che sono state costrette a pagare criminali scafisti e che, una volta approdate alle soglie dell’agognata Europa, si sono trovate di fronte un invalicabile muro.
È questo il cuore e il senso della narrazione che comincia nel 2011 nella Spagna degli Indignados e delle primavere arabe che avevano fatto sperare in una nuova stagione di conquiste democratiche. Inizia nel Paese di origine dei due autori, senza trascurare drammatici antefatti: fino al 1991 la Spagna aveva un confine aperto con il Nord Africa.
I lavoratori migranti andavano in terra iberica per il lavoro stagionale e poi tornavano a casa. Nel 1986, la neo-democratica Spagna aderì all’Unione europea e chiuse i propri confini nord africani. Quattro anni dopo è stata ammessa nel gruppo Schengen. La chiusura dei confini non fermò i lavoratori migranti, che cominciarono a prendere piccole imbarcazioni per attraversare il Mediterraneo. Il 19 maggio 1991 i primi corpi di migranti “clandestini” furono trovati a riva. Da allora, si stima che oltre 20mila persone siano morte nel Mediterraneo mentre cercavano di entrare in Europa. La Spagna è stato uno dei primi Paesi europei ad alzare insormontabili barriere e a dare la caccia ai migranti.
Abril e Spottorno raccontano e mostrano cosa è accaduto dopo. Nel 2014 approdano nella città blindata di Melilla, enclave spagnola in Marocco, raccontano la barriera crudele che divide l’Africa dall’Europa e il drammatico momento del salto, dove non pochi rischiano la vita e l’amputazione degli arti; ma raccontano anche la vita nell’accampamento di fortuna, cercando di sfuggire alla fame e alla scabbia, per mesi e anni, aspettando il momento per saltare. Alle sguardo dolente e profondo dei migranti fa riscontro – ed è agghiacciante – la fatuità dei poliziotti che ai giornalisti embedded annunciano «ne vedrete delle belle», come se le ronde fossero un gioco virtuale. «Saltare è un atto violento», dicono. E la Guardia civil non perdona. Dopo aver toccato terra, chi ce la fa senza farsi troppo male, inizia a correre. I “saltatori” sfrecciano terrorizzati per le strade di Melilla. L’obiettivo? Arrivare a un documento ufficiale con l’ordine di espulsione. Almeno è uno straccio di documento. E l’ordine non viene quasi mai eseguito.
Cambio di scena, siamo in Tracia, alla frontiera fra Grecia, Bulgaria e Turchia finanziata dall’Europa per far da carceriere, per bloccare in ogni modo i migranti. Eccoci ad Edirne, la Grecia ha chiuso le porte e i due autori documentano la deportazione dei siriani. Più di un milione di profughi è passato da qui per raggiungere l’Europa. E ancora. Lampedusa, raccontata in questa potente e drammatica immagine di apertura che ricorda silenziosamente le 366 persone che qui hanno perso la vita nel 2012. Purtroppo non sono state le sole. Eccoci infine al centro di accoglienza di Mineo in Sicilia, il complesso residenziale che ospitava i militari della base Usa. È diventato centro di detenzione di richiedenti asilo. Prigioni, esercitazioni militari, i due autori denunciano in modo essenziale, incisivo, diretto – con poche frasi e la forza delle immagini – l’inaccettabile gestione securitaria e militare di un fenomeno migratorio che esiste da sempre e che oggi anche nella civilissima Europa avviene nella più grave violazione dei diritti umani.

L’articolo di Simona Maggiorelli prosegue su Left in edicola
Non possiamo farci ingannare. Ecco perché non trovo sbagliato vedere il viso della Bonino su quella barca, con Renzi e gli altri
Ancora una volta, sono d’accordo con Left. Mettere la Bonino su quella barca è avere uno sguardo onesto e non ideologico. La Bonino ha la sua storia, è vero. E proprio quella storia va vista, per fare qualche precisazione. Ho letto in moltissimi commenti la rivendicazione delle enormi battaglie di civiltà e per i diritti portate avanti dai Radicali a partire dagli anni ’60-’70. Tutto vero, nessuno lo nega. Ma intanto da “storico” vorrei precisare che, se abbiamo avuto in quel momento storico il periodo di maggiore riformismo nel nostro Paese (basterebbe citare le leggi su divorzio e aborto), è stato prima di tutto per una società in trasformazione, un ingresso nuovo dei giovani in politica, per le tante voci di donne che hanno cominciato a farsi sentire, insomma per una sensibilità nuova che si stava sviluppando. Di tutto questo i Radicali furono il megafono parlamentare, e gliene va dato atto.
Ma la storia della Bonino non è solo quella: è anche la storia di posizioni bellicistiche, mai nascoste, e a favore dell’intervento duro in Medio Oriente, prima di tutto in Afghanistan (cfr. link1; link 2 ). E la storia di un pensiero geopolitico che vede Israele come uno stato democratico, con cui confrontarsi, anzi da usare come “testa di ponte” per gli interessi dell’Unione Europea per la pace in Medio Oriente (cfr. link 3).
E qui i primi brividi. I brividi di fronte a un pensiero lucido, razionale, che mette gli Stati nella giusta ottica internazionale, pesandone forze e interessi, tentando di prevederne equilibri e debolezze. Un pensiero freddo. Un pensiero che, mi viene da dire, “tralascia” di considerare che questi bei calcoli hanno una ricaduta su vite umane. Non le ho mai sentito usare l’espressione “danni collaterali”, ma sembra la logica conseguenza del suo ragionare.
E che altro ci dicono il passato e il presente della Bonino e dei candidati radicali di +Europa? Il liberismo più sfrenato. Questo è scritto con parole inequivocabili sul programma elettorale, e fa parte da sempre del loro orientamento. Ma con la consueta ambiguità: per difendere l’Europa. Ancora una volta, la difesa di un’entità sovranazionale, di un’astrazione portatrice di diritti.
E gli esseri umani?
Privatizzazione delle imprese statali, imposte indirette, “semplificazione” delle aliquote, rimozione degli “ostacoli di sistema” (incluso il sistema formativo poco diretto alle imprese). Per chi è un minimo abituato al gergo politico-economico, si possono leggere con facilità dietro questi punti degli interventi pienamente neoliberisti, di destra, che mirano ad un mercato sempre più libero, ad un’impresa sempre più agevolata, ad uno Stato sempre meno presente e, fondamentalmente, a lavoratori di ceto medio o basso sempre più poveri e meno tutelati.
Quindi sì, i diritti civili, continue battaglie di civiltà, la campagna “Ero straniero”. Ma su questo sfondo, sempre presente. Quello di un pensiero freddo e razionale, “umano” per ideologia, come nella Rivoluzione francese. Un pensiero che difende i diritti ma non vede, non riconosce gli esseri umani. Ecco perché non trovo sbagliato vedere il viso della Bonino su quella barca, con Renzi e gli altri. Perché la sua ideologia umanitaria è profondamente contraddittoria e cade immediatamente, se la si vede dal verso giusto. Se si seguono con la giusta sensibilità le sue parole. È questione di volto, di quel volto che ha deciso di esibire in primo piano nel suo spot elettorale: quel volto non mi racconta di un interesse umano sincero. Non possiamo farci ingannare.
Gaetano Azzariti: Prima i diritti dei conti di bilancio

I tagli alla spesa pubblica e al welfare trovano la loro origine in quelle poche righe scritte nel 2012, nero su bianco, nella Costituzione. Nella legge fondamentale dello Stato si è infiltrata un’ideologia liberista che nulla ha a che fare con il pensiero di chi ha scritto l’articolo 3 e tutti gli altri sui diritti inviolabili della persona. Ne parliamo con il costituzionalista Gaetano Azzariti che ha presentato alla Camera dei deputati il testo di legge di iniziativa popolare di modifica dell’art.81, votato quasi all’unanimità, ricordiamo, sotto il governo Monti. La raccolta delle firme è appena partita e, anche se il pareggio in bilancio non è un tema prioritario nella campagna elettorale, è tuttavia centrale per chiunque si proponga di rinnovare la politica italiana partendo dal rispetto dei diritti delle persone.
Professor Azzariti, in questo momento storico come si colloca questa proposta di legge di iniziativa popolare?
Abbiamo tutti un compito fondamentale: ricostruire una sana democrazia costituzionale, perché purtroppo abbiamo attraversato una lunga fase di declino dal punto di vista del diritto costituzionale. Al di là dei giudizi, quello che più conta sono i dati di fatto. E i dati di fatto sono due riforme costituzionali che sono entrate in vigore ma che sono dichiaratamente dei fallimenti. E cioè: la riforma del Titolo V del 2001 e, appunto, la riforma del pareggio di bilancio del 2012.
Perché sono riforme fallite?
La prima, perché non è riuscita a introdurre un buon regionalismo e lo dimostra il fatto che l’ultima riforma costituzionale, quella bocciata dal referendum del 2016, stravolgeva e ricentralizzava tutto. È stata una ammissione di colpa anche da parte di chi quella riforma aveva voluto. Che sia stata poi un fallimento anche quella del 2012, approvata all’unanimità dal Parlamento, lo dimostra il fatto che ora si sta andando in Europa a pregare di cambiare le proprie politiche di rigore. Si è pure introdotto questa strana categoria della “rigidità flessibile”, un ossimoro, e che dimostra quantomeno la coscienza sporca. Questi sono i primi due dati di fatto: le riforme costituzionali riuscite e poi fallite. Poi c’è un altro dato da…

L’intervista di Donatella Coccoli al costituzionalista Gaetano Azzariti prosegue Left in edicola
Liam Young, Labour: «Una rivoluzione è in atto tra le giovani generazioni»

Secondo alcuni, alle elezioni politiche di marzo addirittura il 70 percento dei giovani potrebbe decidere di rimanere a casa e non votare. Più in generale, dal racconto di stampa e televisione emerge il ritratto di una generazione disinteressata alla vita politica – non solo elettorale – del Paese. Indifferenza e rassegnazione sembrano essere la cifra di un’intera generazione. C’è il rischio, però, che si tratti di una semplice fotografia del dato più esteriore. Una spiegazione che non spiega e che non aiuta a capire possibili traiettorie future. Per andare più in profondità abbiamo fatto alcune domande a Liam Young. Ebbene sì: come si evince dal nome non è italiano. E no, non è un esperto sociologo.
Liam è nato a Lincoln (Inghilterra), e ha solo 21 anni. Scrive per Independent, New Statesman, e Vice. L’8 marzo in Gran Bretagna uscirà il suo primo libro. Rise, questo il titolo, racconta di una generazione, quella dei giovani e dei giovanissimi, che si alza in piedi (rise, per l’appunto) contemporaneamente all’ascesa di Jeremy Corbyn a leader del Labour party. E diventa protagonista. Dopo che per anni nessuno l’aveva vista. Liam, in un’epoca in cui i processi politici sono sempre più interrelati e sempre meno costretti entro gli angusti confini nazionali, può offrirci nuove lenti e aiutarci a gettare una luce diversa sulla nostra situazione, nel qui ed ora dell’Italia che si avvicina al voto del 4 marzo, con i giovani – apparentemente – assenti dal dibattito pubblico.
Il soggetto collettivo del tuo Rise sono i giovani britannici. Ci racconti qual è la loro situazione e com’è cambiato il loro rapporto col resto della società?
I giovani si trovano in una situazione difficile in tutto il mondo. So che i giovani italiani stanno affrontando problemi simili a quelli che esistono qua in Inghilterra. Parte del messaggio del libro, non a caso, è che una rivoluzione mondiale che coinvolge le giovani generazioni è in corso. In molti Paesi occidentali i giovani si stanno ribellando contro un’economia e un sistema politico ingiusti, in alcuni casi con più successo che in altri. Nel passato, i politici hanno affrontato le elezioni senza…
Sui militanti del Labour e sull’associazione Momentum, che sostiene con passione Jeremy Corbyn, su Left del 23 febbraio potete leggere anche un focus firmato da Domenico Cerabona

L’intervista di Bethan Bowett-Jones e Giuliano Granato a Liam Young prosegue su Left in edicola
Siria, continua il massacro per i raid aerei di Assad. «Subito il cessate il fuoco»

Più di 400 morti. Tra loro più di cento bambini. Oltre duemila i feriti da quando il 18 febbraio l’offensiva aerea è ricominciata contro la roccaforte degli oppositori del regime di Assad. Per i civili l’inferno di Ghouta est continua. Di tredici ospedali in tre giorni rimangono macerie o danni, dice Medici Senza Frontiere.
E i bombardamenti degli aerei governativi siriani proseguono, secondo l’Ansa, a Ghuta, l’area a est di Damasco, controllata da gruppi armati delle opposizioni e dove si trovano circa 400mila civili assediati da cinque anni.
I report di Msf sono drammatici: «Tredici ospedali e cliniche supportate dall’organizzazione sono stati distrutti o danneggiati in soli tre giorni, la necessità di medicinali è critica, l’assedio di Ghouta rende impossibile il rifornimento di medicinali essenziali per le cure. Dall’inizio dell’anno negli ospedali supportati da Msf sono stati 1600 i feriti e 180 i morti. I bombardamenti sono stati intensificati e in due giorni e mezzo i report riferiscono di 1285 feriti, 237 morti». Ma i numeri delle vittime, dice l’organizzazione, salgono ora dopo ora.
«La situazione è spaventosa, abbiamo bisogno del cessate il fuoco che metta fine ad entrambe le cose, il terribile, pesante bombardamento di Ghouta est e l’indiscriminato bombardamento di mortai su Damasco» ha detto l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura al Consiglio di Sicurezza, premendo per l’immediato accesso all’aiuto umanitario per la popolazione e per l’evacuazione dei feriti.
Il governo siriano, con l’aiuto dell’aviazione degli alleati russi, continua il bombardamento costante sull’enclave. Al Palazzo di Vetro dell’Onu si ripete la stessa parola da mesi: tregua. Ma la risoluzione umanitaria per la Siria rimane ancora solo una bozza al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: le controparti attive nel conflitto devono concordare su 30 giorni di cessate il fuoco, ma, riferisce il Cremlino, questo è possibile solo se non riguarderà i terroristi dell’Isis e di Al Nusra. Il ministro degli Esteri russo Serghey Lavrov da Belgrado ha detto che «è difficile essere contro gli appelli, ma i nostri partner occidentali non sono d’accordo nell’escludere i terroristi dalla tregua».
Secondo il Guardian, non è più guerra, ma un massacro: Ghouta est è la nuova Srebrenica. «Con ogni bambino che muore, ogni atto di brutalità commesso e non punito, Ghouta est ricorda quello che Kofi Annan ha definito una volta il peggiore crimine commesso su suolo europeo dal 1945. Ghouta est sta diventando la Srebrenica siriana», ha scritto Simon Tisdall sul quotidiano inglese. Proprio come a Srebrenica, i rifornimenti di cibo e di medicine sono bloccati. «Nel 1993 le Nazioni Unite designarono Srebrenica come “area sicura”, proprio come al processo di Astana l’anno scorso i russi hanno dichiarato Ghouta una zona di de-escalation».




