Home Blog Pagina 797

Diritti umani: non è un pianeta per donne e bambini. La mappa globale delle violenze contro le persone più indifese

Afghan children, who along with their families have been displaced due conflicts between Taliban militants and Islamic State (IS) take shelters on the outskirts of Khogiyani district of Nangarhar province, eastern, Afghanistan on November 27, 2017. More than 1500 families were displace in this war. More than 1000 families fled their homes in Khogyani district of eastern Nangarhar province as the two warring parties engaged in fierce fighting, local officials said. (Photo by Wali Sabawoon/NurPhoto via Getty Images)

La battaglia per i diritti umani non è mai vinta definitivamente, in nessun luogo e in nessun momento storico. I confini si spostano di continuo, per cui non c’è spazio per il compiacimento. Nella storia dei diritti umani, questo non è mai stato più chiaro di ora. Nel 2017, questa battaglia globale per i valori ha raggiunto un nuovo livello d’intensità. Gli attacchi ai valori su cui si basano i diritti umani, che affermano la dignità e l’uguaglianza di tutte le persone, hanno assunto vaste proporzioni. I conflitti, alimentati dal commercio internazionale di armi, continuano ad avere effetti devastanti sui civili, spesso secondo un piano prestabilito».

Parole dure quelle di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty international, scritte nell’introduzione al Rapporto 2017-2018 dell’associazione Premio Nobel per la pace (1977) fondata nel 1961 dall’avvocato inglese Peter Benenson. Il Rapporto (Infinito edizioni), presentato in “prima” mondiale il 21 febbraio, è da decenni la “bibbia” dei diritti umani nel mondo e quest’anno prende in considerazione 159 Paesi in cui i diritti individuali e collettivi sono stati messi gravemente a rischio o violati. Tra le emergente esaminate, un ruolo centrale giocano i conflitti, la condizione femminile, il razzismo e la mancanza di giustizia.

«I conflitti iniziati in questo decennio restano purtroppo tutti attivi: da quelli nell’Africa sub-sahariana a quelli nell’area medio-orientale, sempre più crudeli e sempre più segnati dall’accanimento contro civili e infrastrutture civili, con l’obiettivo di rendere invivibile la vita alle popolazioni locali – spiega a Left Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty international -. Il tragico elemento nuovo del 2017 è stata la campagna militare del governo di Myanmar contro la minoranza rohingya, con diffusi crimini contro l’umanità e che ha costretto alla fuga in Bangladesh circa 700mila persone». I crimini contro la minoranza a prevalenza musulmana rohingya sono…

L’articolo di Luca Leone prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

C’è aria da prereferendum del 4 dicembre. In bocca al lupo a tutti

Secretary of Partito Democratico (Democratic Party / PD) Italian party, Matteo Renzi, attends an electoral meeting in Siena, Italy, 22 February 2018. ANSA/FABIO DI PIETRO

C’è il voto utile. La solita solfa ripetuta del “non c’è alternativa” viene trasmessa a canali unificati: vorrebbero farci credere che questo sia l’unico mondo possibile. Poi c’è il pericolo “populismo” che viene sventolato (con l’aggiunta delle fake news che vengono viste dappertutto, anche quando non ci sono, oppure sono semplicemente diverse opinioni e soprattutto solo quelle degli altri) e intanto tutti si lasciano prendere la mano dalla tentazione di diventare populisti.

Poi c’è Junker, ancora: «Dobbiamo prepararci allo scenario peggiore, cioè un governo non operativo in Italia e una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo», ha detto il presidente della Commissione europea. Del resto Junker è lo stesso che non voleva interferire nel dibattito del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, ma disse che non voleva la vittoria del no (che poi vinse). È lo stesso che sbagliò la previsione su Brexit, sull’accordo commerciale tra Olanda e Ucraina. Un indovino, insomma.

Ci sono quelli che dicono che se perderanno se ne andranno (chi dalla politica, chi dall’Italia) che poi sono gli stessi che da vent’anni sono sempre qui.

Ci sono i bulli, convinti di vincere che irridono gli elettori e gli avversari.

Insomma c’è la stessa aria del famoso referendum del 4 dicembre scorso, le stesse festanti previsioni. In bocca al lupo. A tutti.

Buon venerdì.

Fuggi dalla guerra? Peggio per te

TOPSHOT - Migrants wait to disembark from the Aquarius rescue Ship run by NGO S.O.S. Mediterranee and Medecins Sans Frontieres in the port of Salerno after a rescue operation in the Mediterranean sea, on May 26 2017. 1004 migrants including 240 children disembark from the Aquarius today. More than 50,000 migrants have landed on Italian coasts since the beginning of this year, not counting those rescued in recent days, while more than 1,400 have drowned or are missing, according to the UN. / AFP PHOTO / CARLO HERMANN (Photo credit should read CARLO HERMANN/AFP/Getty Images)

La campagna elettorale è ormai alle battute finali, e come avevamo tristemente previsto (vedi editoriale di S. Maggiorelli su Left del 23 settembre 2017), la bagarre politica si è disputata in gran parte sulla pelle delle donne e dei migranti. Il fronte ostile a questi ultimi, in particolare, non è mai stato così ampio: si va dalla promessa di abolire il permesso di soggiorno per motivi umanitari targata Fratelli d’Italia (solo nel 2017, per intenderci, ne sono stati concessi 20.166, dati del Viminale), alla risibile boutade di Berlusconi sui 600mila migranti irregolari «che vivono di espedienti e di reati» da rimpatriare, per arrivare a Renzi che – all’indomani di un attentato terroristico di matrice razzista – dichiara a RepTv che «non sono i pistoleri a garantire la sicurezza in Italia, bisogna investire su carabinieri e poliziotti». Come se il “pistolero”, il neofascista Luca Traini, fosse un “giustiziere” sui generis che ha perso la testa, e la giustizia equivalga dunque a sorvegliare e, se necessario, togliere di mezzo persone di colore, colpevoli a priori, in virtù della loro origine.

E poi, per concludere in bellezza la rassegna, c’è il pentastellato Luigi Di Maio, che definisce l’immigrazione una «bomba sociale», e Pietro Grasso, capo politico di Leu, che nel salotto di Lucia Annunziata (a Mezz’ora in più), ammette che la politica del ministro Minniti sull’immigrazione «è condivisibile, in linea di massima». Una politica, la “linea dura” del Viminale contro i migranti, che ha viaggiato negli ultimi mesi su binari paralleli: da un lato il via libera alla missione in Libia e il codice condotta contro le ong che operano nel Mediterraneo, dall’altro l’introduzione del Daspo urbano, per allontanare dalle “vetrine” delle città italiane esseri umani sgraditi – spacciatori, ma anche senzatetto colpevoli di essere indecorosi: sono 465 gli “allontanamenti” disposti nel 2017 – nascondendo così il problema sotto il tappeto delle periferie. Ma il lascito più gravoso del tandem tra i ministri di Interno e Giustizia è senza dubbio il loro decreto su “protezione internazionale e contrasto all’immigrazione illegale”.

La norma che, tra le altre cose: ha abolito il secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che ricorrono contro un diniego; ha eliminato l’obbligo dell’udienza del migrante in tribunale, rimpiazzata dalla videoregistrazione della testimonianza resa in commissione; ha – infine – ampliato il network dei centri di detenzione per gli “irregolari”, gli ex Cie, ora Cpr (ad una disamina critica di queste misure abbiamo dedicato la cover story di Left dell’11 novembre 2017, “Razzismo di stato”). Il decreto è stato emanato il 17 febbraio 2017, è stato convertito in legge in aprile ed è diventato definitivamente operativo in agosto. La stretta sull’immigrazione targata Pd ha dunque appena compiuto un anno. È tempo per fare i primi bilanci. Partiamo dal diritto d’asilo.

«Innanzitutto, nel momento in cui si presenta la domanda di protezione internazionale e si perde la possibilità di ricorrere in appello, cioè un grado di giudizio, è dimezzata la possibilità di avere giustizia», esordisce Nazzarena Zorzella, avvocato bolognese e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). «Inoltre, prima del decreto…

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Liberi di migrare, da sempre

epa06512484 Several rescued migrants arrive at the port of Motril, southern Spain, 10 February 2018. A boat with 45 people was rescued at the Mediterranean sea near the southern coast of Spain. EPA/Miguel Paquet

«Fuori dai piedi». «Portano miseria e malattia». Queste espressioni violente che abbiamo visto campeggiare sulle prime pagine de Il Giornale, Libero, La Verità, scagliate come pietre contro i migranti, tracciano perfettamente il ritratto di chi le ha pronunciate. Non solo in senso metaforico. Lo dicono tutte le ricerche che fotografano lo stato in cui versa il Paese, dall’Istat al Censis, solo per citare gli istituti più noti. Dopo più di un trentennio di politiche liberiste l’Italia è in forte crisi; il gap si è molto allargato, l’ingiustizia sociale la fa da padrone. Ed è vero anche (non è solo una provocazione) che queste politiche hanno portato malattie, poiché 11 milioni di italiani rinunciano a curarsi a causa di problemi economici. Il declassamento del ceto medio, l’impoverimento della classe operaia, la disoccupazione giovanile, l’indebolimento dei sindacati, l’eliminazione o quasi dei corpi intermedi dalla contrattazione, l’atomizzazione della società – con ogni evidenza – non sono la conseguenza dell’arrivo di migranti come il centrodestra e il centrosinistra all’unisono oggi vorrebbero far credere, ma sono il risultato di politiche iperliberiste e di austerity.

Le stesse che ancora oggi sentiamo spacciare per nuove ricette da un ampio arco politico, da Berlusconi a Renzi e Bonino che con Più Europa guarda con nostalgia alla (disastrosa) stagione Monti, proponendone una versione – se possibile – ancor più feroce e democristiana. La sua ricetta ultra-liberista è innervata di vecchio tatcherismo. Bonino parla bene di Berlusconi, sostiene Renzi. Se la sua lista non raggiungerà il 3 per cento i voti raccolti andranno al Pd, mercé il patto stretto con il cattolicissimo Tabacci che ha evitato a Più Europa la raccolta firme. Certo, Emma Bonino non usa i toni beceri e violenti, non fa sparate razziste alla Salvini e Meloni, non propone una chiusura totale come i grillini («obiettivo sbarchi zero»), non usa slogan dal sapore neocolonialista come Renzi («aiutiamoli a casa loro»), non ama la gestione securitaria dell’immigrazione imposta dalla legge Minniti-Orlando (sulla scia della Bossi-Fini), ma predica “realismo” e accoglienza limitata, seguendo il papa, che ha benedetto la sua campagna “Ero straniero”. Una campagna che fin dal nome stigmatizza la condizione dell’immigrato quasi fosse uno stato di minorità, una colpa da espiare. Di certo tutto questo non aiuta a superare la diffidenza di quella parte impoverita e arrabbiata d’Italia, quella meno attrezzata dal punto di vista culturale, indotta a furia di slogan a temere l’impatto della migrazione sui servizi pubblici.

Per questo non ci stancheremo mai di ripetere i numeri e i fatti che documentano la realtà, la «verità effettuale» come direbbe Machiavelli. Non ci stancheremo di ripetere che per quanto gli sbarchi siano di nuovo aumentati non c’è nessuna invasione.

La propaganda irresponsabile dell’attuale classe politica e di formazioni xenofobe e fasciste come Forza nuova e CasaPound mente palesemente, quando addita i migranti parlando di criminalità. E non solo perché se guardiamo alle statistiche la percentuale dei reati commessi da stranieri è costante dal 2015 mentre gli ingressi sono aumentati. Molti stranieri in carcere hanno subito la condizione inumana e discriminatoria prodotta dal concetto di “clandestinità” introdotto dalla legge Bossi-Fini. Una norma che ha istituzionalizzato il razzismo e creato manovalanza disperata per le organizzazioni criminali. È falso poi che la violenza subita dalle donne italiane sia opera di stranieri. La maggior parte delle violenze e degli abusi, come riportano tutte le ricerche ufficiali, avvengono fra le mura domestiche e nella maggior parte dei casi sono compiute da familiari e conoscenti. E non è vero che i migranti portano le malattie, anche per un fatto drammaticamente evidente, ci vuole un fisico non solo sano ma anche decisamente robusto per poter sopportare le fatiche, i pericoli e gli stenti di viaggi nel deserto e sui barconi. Semmai si ammalano qui anche a causa della “accoglienza” che ricevono.

In vista del 4 marzo abbiamo deciso di tornare a smontare ad una ad una le costruzioni ideologiche e i luoghi comuni sull’immigrazione costruiti ad hoc durante questa bruttissima campagna elettorale giocata sulla pelle dei migranti, non solo da parte delle destre.

La copertina disegnata da Vauro parla chiarissimo: «Respingiamoli». Da Berlusconi, con Salvini e Meloni, a Renzi e Bonino, passando per Di Maio, sono tutti sulla stessa barca delle promesse roboanti e di politiche liberiste e anti sociali. È quanto mai urgente una svolta. È importante far sentire la propria voce andando a votare, anche se c’è questa brutta legge elettorale. Lo sviluppo democratico del Paese passa anche attraverso un lavoro culturale per smascherare le radici ideologiche del razzismo, passa attraverso nuove alleanze fra donne e migranti come ha proposto la piattaforma di Non una di meno, necessita della piena affermazione di identità ancora oggi negate, passa attraverso l’estensione dei diritti, passa attraverso il pieno riconoscimento degli italiani senza cittadinanza. Gli esseri umani sono da sempre migranti, spostarsi da una regione all’altra, da un continente all’altro, è stato un fattore evolutivo nella storia di Homo sapiens. Non possiamo chiudere le porte ai profughi, non solo perché i trattati internazionali affermano che emigrare è un diritto umano universale. La nostra crescita e realizzazione come esseri umani vive degli incontri con lo straniero, con lo sconosciuto.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Diritti umani negati nel mondo, crescono i movimenti di protesta contro i governi

epa06141493 Protesters of social and women's rights collectives participate in a 'Ni una menos' march to protest against gender violence in Lima, Peru, 12 August 2017. EPA/ERNESTO ARIAS

Migranti, minoranze e libertà di parola in pericolo. Odio, retorica e paura al potere. Dall’Egitto al Venezuela. Dai Rohingya in Birmania al dissenso in Turchia, fino ai migranti in America e i diritti per cui si battono le femministe in Polonia. Salverà l’uguaglianza “l’indomito spirito delle donne”. Amnesty International ha appena pubblicato il Rapporto 2017-2018 sui diritti umani in 159 Paesi del mondo: «lo spettro dell’odio e della paura aleggia sulle questioni mondiali», «siamo entrati nel settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, eppure è fuori di dubbio che i diritti umani non possano essere dati per scontati da nessuno di noi», ha detto il segretario generale Salil Shetty.

«In almeno trenta Paesi», si legge nel rapporto, «più della metà dei Paesi monitorati, la libertà dei media è stata ridotta, i giornalisti criminalizzati. Silenziare il dissenso è comune in Angola, dove il governo ha usato leggi di diffamazione contro reporter ed accademici. Blogger sono stati arrestati in Etiopia». Fake news e paesi-carcere per giornalisti, secondo Amnesty nel 2017, sono stati soprattutto Turchia, Egitto, Cina, dove Liu Xiaobo è morto in cella per aver criticato il governo, insegnandoci però «che dobbiamo dire la verità in faccia al potere proprio quando pare impossibile farlo», ha detto Shetty. «Leader come al Sisi, Duterte, Maduro, Putin, Trump, Xi stanno minando i diritti umani di milioni di persone, sono pochi i governi che li proteggono, sono deboli le risposte ai crimini contro l’umanità commessi in Siria, Sud Sudan, Iraq, Myanmar, Yemen».

Il malcontento sociale si diffonde «in maniera impressionante», ma rimane sempre più difficile esprimerlo. Nel 2018 non sarà scontato essere liberi «per protestare e criticare i governi, prendere la parola è sempre più pericoloso» ha continuato Shetty. Ma «l’indomito spirito delle donne alla guida di potenti movimenti per i diritti umani ci ricorda che il desiderio di eguaglianza, dignità e giustizia non verrà mai soppresso. I movimenti di protesta stanno crescendo ovunque nel mondo. Se i governi si opporranno a questi movimenti, la loro legittimità ne farà le spese».

Su questo tema leggi l’approfondimento su Left in edicola dal 23 febbraio.

Ferroni, Potere al popolo: «CasaPound a Perugia? L’altra sera ha passato il segno»

In oltre 300 hanno partecipato nel centro di Perugia a un presidio "di solidarietà" con i due attivisti di Potere al popolo "aggrediti" alla periferia di Perugia e "contro il fascismo, la violenza fascista e l'austerity che lo alimenta", 21 febbraio 2018. ANSA/DANILO NARDONI

«Quello che è successo va condannato ma questa aggressione va avanti da tempo ed è di chiara matrice fascista» ha detto Andrea Ferroni, candidato capolista di Potere al popolo alla Camera nel collegio plurinominale dell’Umbria. Ferroni ne ha parlato nel corso di un presidio organizzato la sera del 21 febbraio in solidarietà ai due militanti della formazione di sinistra aggrediti da un gruppo di appartenenti a CasaPound la notte precedente. Al presidio hanno partecipato oltre 300 persone. «Il clima di odio scatenato sta producendo i suoi frutti avvelenati – ha aggiunto Ferroni durante il presidio – ma dinanzi all’ennesimo atto di violenza non potevamo rimanere indifferenti. Mobilitarci è un dovere civico contro chi alimenta odio e lo faremo anche con un grande manifestazione nazionale antifascista non partitica ma trasversale in programma domenica 25 a Perugia».

Abbiamo cercato di ricostruire cosa è accaduto la notte del 20 febbraio ai militanti di Potere al popolo. A Left Ferroni riferisce che, attorno alle 22:30 di martedì scorso, i due attivisti di PaP si trovavano a Ponte Felcino, periferia nord di Perugia, impegnati ad attaccare dei manifesti elettorali, quando si sono scontrati con un gruppo di quattro militanti di CasaPound. Tutto è cominciato come una zuffa, ma ha preso una piega ben più seria quando uno dei membri del gruppo di estrema destra ha tirato fuori un coltello, con cui ha colpito quattro volte uno dei due giovani di PaP mentre era a terra: due volte alle gambe e due volte alla schiena. Le ferite non sono gravi, grazie agli strati di vestiti che il ragazzo indossava.

«Non siamo nuovi a situazioni del genere, zuffe e parapiglia vari tra noi e CasaPound sono già capitate in passato. Perugia è piccola, gli spazi per attaccare i manifesti sono pochi, ed è facile che ci si incontri e ci si scontri, ma il segno è stato passato l’altra sera quando è saltato fuori il coltello. Un’aggressione del genere a Perugia non avveniva dai tempi della prima repubblica» continua Ferroni. E aggiunge: «CasaPound attacca spesso manifesti in spazi dove non è consentito. Allora noi ci siamo organizzati in diversi gruppetti per ripulire e anche attaccare i nostri manifesti dove invece è consentito. Poi, è successo quel che è successo.»

L’aggressione ai due militanti di PaP è avvenuta appena due ore dopo che a Palermo, Massimo Ursino, responsabile provinciale di Forza nuova, è stato accerchiato, legato mani e piedi, e picchiato da un gruppo di persone. Per l’aggressione ad Ursino, sono stati fermati il 21 febbraio due ragazzi, identificati grazie ai video delle telecamere. Ursino era già stato arrestato nel giugno 2005 per aver malmenato, assieme ad un complice, un cittadino di origine nigeriana ed un altro ragazzo siracusano, in una via del centro di Palermo. Ursino è poi finito di nuovo in manette nel luglio del 2006 per aver rapinato e picchiato, con la complicità di altri esponenti di Fn, due bengalesi, sempre nel centro di Palermo.

Immediata la reazione di condanna da parte della politica ad entrambi gli eventi: «Condanno la brutale aggressione di Palermo ai danni di un esponente di Forza nuova. I violenti non usino l’antifascismo per giustificare le loro azioni. L’antifascismo è una cultura di pace» ha scritto la presidente della Camera e candidata per LeU, Laura Boldrini, su Twitter.

Anche Pietro Grasso, leader di LeU e presidente del Senato, ha affidato il suo commento a Twitter: «Palermo, Perugia, Roma: l’odio politico che sta divorando il Paese ribolle da troppo tempo. Non aspettiamo oltre, non aspettiamo il morto per fermare tutto questo.»

Tornando a Perugia, l’analisi di Andrea Ferroni sul clima politico di questo momento è la seguente: «Con questa contrapposizione violenta tra estrema destra ed estrema sinistra si spiana la strada per un governo di unità nazionale del presidente. E intanto nella campagna elettorale si parla di tutto tranne che dei problemi veri, come salario minimo, Europa, lavoro. Le forze come CasaPound e Fn – continua Ferroni rispondendo a Left – non nascono dal nulla, non sono solo tollerate, ma trovano terreno fertile tra le fasce più deboli della popolazione, impoverite da anni di tagli al welfare, attuati da governi di destra come di governi che, ancora più grave in questo caso, si dichiarano di sinistra. In questo modo hanno creato un mondo in cui i penultimi sono in concorrenza con gli ultimi e la disperazione porta anche a supportare formazioni politiche dichiaratamente fasciste. Gli italiani non si sono svegliati da un giorno all’altro fascisti e razzisti», conclude il candidato di PaP.

Sabato 24 febbraio si svolgerà a Roma la manifestazione “Mai più fascismi”, promossa da oltre venti tra associazioni e partiti, come Cgil e Anpi. L’appuntamento è alle 13:30 in piazza della Repubblica, da lì il corteo si sposterà verso piazza del Popolo, dove l’arrivo è previsto per le 15.

“Dovrei pagare tasse molto più alte”

epa06473386 Bill Gates, Co-Chair, Bill and Melinda Gates Foundation, attends the 48th annual meeting of the World Economic Forum, WEF, in Davos, Switzerland, 25 January 2018. The meeting brings together enterpreneurs, scientists, chief executive and political leaders in Davos January 23 to 26. EPA/GIAN EHRENZELLER

“Ho pagato più tasse, oltre 10 miliardi, di chiunque altro. Ma lo Stato dovrebbe chiedere a me e alle persone nella mia posizione di versare molto di più”. E poi: “Non è una riforma progressiva, ma regressiva. I più ricchi tendono ad avere maggiori benefici rispetto alle classi medie o ai poveri: stiamo andando nella direzione opposta a quella auspicabile, in cui si allarga la rete di sicurezza per i meno abbienti “e chi sta in cima paga più tasse”.

A pronunciare queste parole non è stato un pericoloso sindacalista e nemmeno un estremo capo partito di sinistra: il discorso è di Bill Gates, uno degli uomini più ricchi del mondo, che in un’intervista alla Cnn ha attaccato la riforma fiscale di Trump che abbassa le tasse ai più ricchi.  “Ho pagato più tasse, oltre 10 miliardi, di chiunque altro. Ma lo Stato dovrebbe chiedere a me e alle persone nella mia posizione di versare molto di più” ha detto Gates, aggiungendo: “Abbiamo un sesto della popolazione che vive in condizioni che ci dovrebbero far vergognare, e il governo si dovrebbe chiedere: ‘Perché non stiamo facendo qualcosa di più per loro?'”.

La storia, seppur americana, si sovrappone perfettamente alla proposta di un certo centrodestra (che strizza l’occhiolino anche a un pezzo di centrocentrocentrocentrosinistra) di una “flat tax” che, dicono, rilancerebbe l’economia. Più guadagni meno paghi, dicono i liberisti, cercando di convincerci che poi i ricchi ridistribuiranno la loro ricchezza per creare occupazione. La politica talvolta è molto più semplice di quello che vorrebbe simulare: c’è chi sta con i ricchi (legittimo, per carità) e chi sta con i meno abbienti. Semplice, lineare. Però fa sorridere che nemmeno gli straricchi a volte siano d’accordo con loro.

Se qualcuno vi parla di flat tax rispondetegli con le parole di Bill Gates.

Se insiste ricordategli l’articolo 53 della Costituzione:
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Buon giovedì.

“Basta privilegi alla Chiesa cattolica. Aboliamo il Concordato” (podcast). Intervista a Carla Corsetti e Raffaele Carcano

Carla Corsetti (segretario nazionale di Democrazia atea): Abbiamo sempre sostenuto che i Patti lateranensi non dovessero essere inseriti nella Costituzione. La differenza tra democrazia e teocrazia passa per i Patti. L’Italia è una teocrazia di fatto. Gli italiani non si percepiscono autonomi sotto il profilo democratico a causa di questo accordo internazionale che dovrebbe essere stracciato. La deriva e l’ingerenza teocratica nella vita quotidiana e nella politica non è avvertita e di questo sono responsabili i media e certi politici, con i loro costanti riferimenti alla teocrazia confinante. Che si tratti di un altro Stato non viene percepito, che si tratti di uno Stato teocratico e di una monarchia assolutista non viene percepito. Basti pensare agli esponenti di sinistra che non si fanno scrupolo di prendere come riferimento Bergoglio: un peronista, ultra conservatore di destra e detentore del potere assoluto che gli è stato attribuito da una setta cattolica di soli uomini. E per costoro nemmeno conta che questo gesuita stia veicolando la teoria del popolo.

Raffaele Carcano (ex segretario nazionale della Unione degli atei e degli agnostici razionalisti e responsabile editoriale di Nessun dogma ed.): Se in Francia la laicità entra nella costituzione, in Italia, nel 1948, ci entrano gli accordi stipulati con il fascismo. Calamandrei chiede nel suo intervento che, se proprio si vuole «proclamare una Repubblica confessionale», lo si deve dire apertamente: non si devono fare «cose di tanta importanza alla chetichella». Ma a favore dell’articolo 7 votano anche i comunisti. Anziché ringraziarli, due mesi dopo i democristiani li buttano fuori dal governo. Per la Chiesa cattolica è un secondo colpo grosso: mantiene tutti i vantaggi derivanti dal concordato ed elimina ogni preoccupazione politica e ogni dissenso tra le sue fila. La costituzione democratica ingloba un trattato che definisce il cattolicesimo «la sola religione dello Stato».

L’intervista prosegue su Left on air, il podcast di approfondimento del numero 7 di Left – ESPROPRIO VATICANO

Corbyn spia dell’Est? La bufala sul leader labour svela le paure della destra britannica

epa06480119 Britain's opposition Labour Party Leader Jeremy Corbyn arrives for an interview at British Broadcasting Corporation's (BBC) Broadcasting House in London, Britain, 28 January 2018. EPA/NEIL HALL

«Abbiamo una notizia per loro. Il cambiamento sta arrivando». Jeremy Corbyn risponde alle ultime accuse di tre quotidiani britannici conservatori e ai loro pallidi fantasmi della Guerra fredda. «Negli ultimi giorni Sun, Mail e Telegraph sono diventati un pò James Bond» ha detto Corbyn. La battaglia tra la stampa e Jeremy “il rosso” ha avuto inizio una settimana fa, quando il tabloid Sun ha scritto che il leader laburista avrebbe incontrato e passato informazioni ad un agente cecoslovacco tre volte nel 1986 e 1987. Corbyn ammette che gli incontri siano avvenuti, ma la “spia”, Jan Sarkocy, era all’epoca semplicemente un diplomatico che lavorava all’ambasciata cecoslovacca a Londra, poi espulso nel 1989 dal Paese.

Secondo le dichiarazioni di Sarkocy, i due si sarebbero incontrati negli anni 80 nella House of commons e Corbyn sarebbe stato un informatore pagato dalla StB, il servizio di sicurezza cecoslovacco. Per l’intelligence britannica, che ha avuto accesso ai dossier dell’epoca, mancano le prove a sostegno di questa tesi. Ma la vicenda, scivolata dai polverosi archivi cecoslovacchi all’inchiostro della stampa del Regno Unito, è finita sulle labbra della premier Theresa May, che ha richiesto al leader laburista di parlare apertamente del suo passato.

Corbyn lo ha fatto, in un video pubblicato ieri. Questa campagna denigratoria «mostra solo come i media siano spaventati da un governo labour, i labour si leveranno contro i potenti e i corrotti e prenderanno le parti dei many, not of the few», dei molti, non dei pochi, ha detto Corbyn. «Le ultime elezioni hanno mostrato come i baroni mediatici stanno perdendo la loro influenza. La stampa libera è essenziale per la democrazia, molta della nostra stampa non è libera, ma controllata da milionari in esilio fiscale, determinati a non pagare la loro quota per i nostri servizi pubblici. Abbiamo una notizia per loro. Il cambiamento sta arrivando».

Mary e la Bestia. Un convegno per il bicentenario di Frankenstein

Frankenstein Junior

Nell’“anno senza estate” che Mary Shelley concepisce l’idea di Frankenstein, o il moderno Prometeo. L’eruzione del Tambora, vulcano di una remota isola dell’Oceano Indiano, avvolge di polveri l’emisfero settentrionale, riduce la radiazione solare e sconvolge le stagioni. Tutto avviene in quella fredda estate di 200 anni fa sul lago di Ginevra, dove la diciottenne Mary, assieme al futuro marito Percy Shelley, è ospite di Lord Byron, della sorellastra Claire Clairmont, amante del poeta, e del loro medico John Polidori a Villa Diodati. Costretta in casa dal maltempo, la compagnia inganna le ore leggendo storie di fantasmi e Byron, in una sorta di concorso letterario, lancia una sfida: ognuno di loro dovrà scrivere un racconto dell’orrore. Tutti si impegnano ma solo due onorano la scommessa, Mary con Frankenstein e John Polidori con il racconto Il Vampiro che suggerirà Dracula a Bram Stoker. L’ispirazione, che per la Shelley tarda a venire, si palesa con forza una notte nel dormiveglia: «Vidi lo scienziato dall’arte sacrilega, inginocchiarsi, pallido, accanto alla cosa che aveva messo assieme, l’orrida forma di un uomo disteso, vidi una macchina che entrava in azione e il cadavere che mostrava segni di vita. Aprì gli occhi e io sgranai i miei per il terrore».
Nasce così un fenomeno letterario unico che attraversa intramontabile questi due secoli: travalica i confini del gotico per affondare nelle paure del Romanticismo; sfrutta il romanzo epistolare per adottare una rarità assoluta; genera il primo romanzo di fantascienza per entrare come mito nella cultura popolare. Un’opera cioè senza tempo e senza contesto che talvolta si fa solo titolo. Chi ode la parola Frankenstein crea in sé un’immagine o un pensiero, ma dietro sono spesso scomparsi l’autrice, la trama, i personaggi. È curioso infatti che Frankenstein vada spesso erroneamente ad identificare l’essere deforme richiamato alla vita dalla materia inanimata e non il suo creatore Victor, «scienziato dall’arte sacrilega». Il mostro è, e va osservato, senza nome. Ma questo banale quanto comune equivoco può essere il pretesto per approfondire la ricerca e cogliere, dietro gli apparenti aspetti di continuità, i tratti del romanzo che creano una rottura con la tradizione letteraria e filosofica dell’epoca. Ma per comprendere oltre è forse necessario ricordare la trama dell’opera che si articola in tre narrazioni autobiografiche, quella dell’esploratore, dello scienziato e della creatura, in un intreccio, che, come un’onda, si richiude su se stesso a ritroso. Durante una spedizione al Polo Nord il capitano Walton incontra Frankenstein, giovane brillante che, dedito agli studi di chimica e filosofia naturale, è ossessionato dall’idea di poter dare vita alla materia inanimata e creare “un essere perfetto”. Una notte la creatura prende vita ma Frankenstein, scosso dall’orrore per l’insostenibile bruttezza dell’essere che ha appena creato, fugge sperando che «lasciato a se stesso, il lieve barlume di esistenza che era stato trasmesso si sarebbe dissolto e che quella cosa dalla vitalità così imperfetta si sarebbe di nuovo trasformata in materia morta».

Il mostro invece vive e la fuga di Frankenstein sarà devastata da disgrazie e delitti che, si scopre quando i due si rincontrano su un ghiacciaio delle Alpi, sono opera del mostro. Da qui, racchiusa al centro del romanzo, si snoda la terza triste storia, quella dell’orripilante creatura che, contrariamente a ciò che ha potuto fin qui pensare il lettore, è un essere mite ma distrutto dalla violenza dell’abbandono. Inoffensivo per natura, se respinto avverte «nella mente una sorta di pazzia che va al di là di ogni limite della ragione e della riflessione». Il tragico epilogo vede i tre, di nuovo, nella vastità ghiacciata dell’Artico dove il cerchio si chiude. Frankenstein, trascorso il resto della vita ad inseguire il suo persecutore, muore di stenti e privazioni; l’esploratore, compresa la vanità della presunzione, porterà in salvo la propria ciurma, e l’innominata creatura si dirige verso il polo dove sparisce per sempre.

Un’opera innovativa per forma: il classico schema settecentesco del romanzo epistolare, ideato per accrescere curiosità e tensione attraverso la sospensione della narrazione, perde vigore di fronte al sistema a scatole cinesi che Mary Shelley propone con i tre livelli narrativi. Innovativa per contenuto: chi allinea Frankenstein al gusto del gotico, che denuncia la povertà del pensiero illuministico, non osserva che il mostro della giovane esordiente nasce in uno stato d’innocenza rousseauiano e cresce secondo i principi di Locke: da tabula rasa ad erudito. Di gotico c’è ancora in Mary Shelley l’ossimoro terrificante-stupendo ma l’anfratto buio e angusto del castello, il minaccioso sotterraneo diventano la distesa gelida del Mar glaciale artico, immagine tutta romantica del tremendo fascino di fronte alla maestosità della natura. Eppure, e questo è il tratto che merita di essere approfondito, l’autrice oltrepassa il Romanticismo stesso quando lo straordinario non diventa trascendente, quando il demiurgo è scienziato. è per questo ultimo aspetto che Frankenstein è divenuto, a ragione, precursore del genere fantascientifico ed è entrato di diritto nei dibattiti culturali come emblema della bioetica.

Tuttavia, approfondendo e contraddicendo l’interpretazione comune, non pare che il senso dell’opera sia da ricercare nel ruolo dello studioso che, tracotante, ignora e travalica i limiti della scienza. Non pare cioè esserci da parte dell’autrice alcun monito alla superbia umana che intende sostituirsi al divino. La Shelley, figlia del filosofo illuminista William Godwin e della scrittrice Mary Wollstonecraft, strenua promotrice dei diritti delle donne e anticipatrice del femminismo, vive un ambiente familiare e sociale estremamente ricco di cultura ermetico-alchemica e di interesse per gli studi sul galvanismo, un ambiente che è più facile immaginare divertito che non impressionato o spaventato di fronte alle sfide della scienza. Il sottotitolo Moderno Prometeo, più che un monito, appare piuttosto il tentativo di opporsi alla religione e ad ogni forma di trascendente che trova conferma sia negli espliciti riferimenti al Paradiso perduto e al Faust sia nell’iniziale allusione a Coleridge quando l’esploratore, a differenza del vecchio marinaio della Ballata del poeta inglese, non uccide l’albatro. L’uomo non ha più paura del fuoco e fa sua la luce. Questi gli spunti che offre direttamente la lettura del romanzo e che ci mostrano una diciottenne viva e coraggiosa, poco incline ad accettare passivamente le mode del tempo. Se poi, sollecitati dalle interpretazioni più popolari e dagli accostamenti letterari proposti per il Frankenstein, un monito volessimo proprio leggerlo, questo per noi sarebbe di segno opposto: allo scienziato illuminista non viene affatto rimproverata la ricerca in sé, quanto l’ottusità di pensiero che guarda solo al meccanismo che fa vivere il corpo, la stupidità nei riguardi della ricerca sulla realtà umana che non vede gli affetti della strana creatura.

Una cecità affettiva che la Shelley fa affiorare nel contrasto di ritmo delle due narrazioni: piana, lenta e descrittiva quella di Victor, incalzante e appassionata quella del mostro. Ora, vedendo tutti i limiti dell’autrice e del pensiero dell’epoca, vorremmo comunque riconoscere a questa giovane donna il tentativo di inventare una favola sull’“uomo nuovo” tradito dalla lucidità del pensiero illuminista che lo esilia nell’oscurità: è esplicito nel romanzo il passaggio dalla luce di luoghi ameni al buio dei ghiacci eterni. In questo senso ci paiono poco calzanti i paragoni letterari solitamente suggeriti: è brutto ma non è, almeno in origine, la cattiveria di Mister Hyde del racconto di Stevenson; è brutto ma non è la violenza inestinguibile del Vampiro né la freddezza di Olimpia, l’automa concepito da Hoffmann ne Il Mago sabbiolino. Pare più la sfida, ben conosciuta al tempo, di saper “vedere”, intuire, la bellezza interiore al di là delle fattezze fisiche. Deluso dall’assenza di amore (le vaste gelate dell’Artico) e dal non riconoscimento (non ha nome), il mostro diventa violento. Diventa violento. Il resto è fantasia.

Sono trascorsi due secoli da quella fredda estate e ci siamo lasciati alle spalle storie assai più insidiose e subdole del Frankenstein di Mary Shelley. Tutte quelle che, nell’oscurità della notte quando senza coscienza e parola si esprime l’altro tempo della nostra vita, hanno voluto vedere cattiveria e bestialità, hanno voluto fare dei sogni «la manifestazione più feroce della pazzia», negando così la possibilità di conoscere il pensiero che le immagini oniriche raccontano. Capito il senso del fuoco e della luce, Psiche vede Amore e scopre che è «di tutte le fiere, la più mite e la più bella».

Il convegno. Il 21 e 22 febbraio, 45 studiosi di tutto il mondo sono all’università Ca’ Foscari per celebrare il capolavoro di Mary Shelley. L’evento si articola in sessioni parallele e si apre con la relazione plenaria di Marie Mulvey-Roberts, autrice di svariati studi su Mary Shelley cui seguirà il giorno successivo quella di David Punter, il maggiore esperto in Europa di letteratura gotica