Cosa c’è di meglio che essere invitate da un uomo ad una manifestazione contro la violenza sulle donne?
Quest’anno per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne Non una di meno, Arci… hanno organizzato un lungo corteo che da piazza della Repubblica si è mosso verso piazza San Giovanni in una pacifica manifestazione contro la violenza, colorata dai volti sorridenti dei partecipanti e da centinaia di palloncini rosa. Verso le 14 in piazza della Repubblica, resa pedonale in un bel pomeriggio di novembre, le persone si guardavano incuriosite, cercando nella folla volti conosciuti e tentando di calcolare se la partecipazione dei cittadini ad una iniziativa tanto importante fosse stata in realtà un po’ tiepida. Dai camioncini pronti a partire per il corteo, venivano diffuse musiche, canzoni e parole chiare come “La prostituzione non è una libertà”. In alcuni angoli tanti musicisti, sempre in prima linea in eventi come questi, preparavano i loro strumenti, provando ritmi e melodie. Ma un altro ritmo, molto vivace, in un altro lato della piazza, non poteva sfuggire ad un occhio attento. Quello di un piccolo gruppo di persone che si esercitavano in italiano e Lis per gridare la loro protesta in un’allegra coreografia diretta da Giuditta Cambieri, nota attrice e regista teatrale legata alla comunità sorda italiana.
Questo semplice gruppo composto da professionisti sordi e udenti, giovani studenti attori, donne e uomini che conoscono la Lis, ha seguito tutto il corteo trovando posto di volta in volta tra Amnesty International, Non una di meno, e tutte le varie associazioni presenti alla manifestazione e le allegre bande di musicisti più che contenti di accompagnare con la loro musica la vivace protesta del gruppo di segnanti. Noi abbiamo intervistato due ragazzi di questo piccolo gruppo. Paolo Di Florio, ventisette anni, informatico. Perché sei qui oggi? “Perché oggi manifestiamo contro la violenza sulle donne e per me un’occasione come questa è un modo per protestare contro qualunque tipo di violenza”.
Contro la violenza visiobile invisibile che non passa attraverso atti fisici o parole ma che può colpire le persone perché è profondamente legata al pensiero e al vissuto interno che determina il comportamento di chi si relaziona con un altra persona. “è un’espressione che mi piace- commenta – perché dice molto bene quello che intendo quando penso alla violenza in generale, la violenza che non si vede”.
Hai fatto molte foto oggi, è stato un modo per partecipare alla manifestazione?
“Sì, mi sono mosso al ritmo del corteo cercando attraverso le immagini che riuscivo a catturare di vedere come potevamo apparire agli occhi di chi ci guardava da lontano, per esempio le persone affacciate ai balconi. Mi sono chiesto perché non scendessero a manifestare con noi. Per me invece è stato proprio questo il lato più bello della nostra protesta: il fatto di manifestare tutti insieme, e non come singoli o gruppi divisi”.
Un altro ragazzo, Andrea Giuliani trentasette anni, impiegato, ha accettato di rispondere alle nostre domande. Qual è stata la cosa più importante per te oggi? “Il fatto di poter manifestare accanto alle donne contro la violenza di cui sono vittime. Venendo la manifestazione infatti pensavo a quanto ormai in alcune situazioni sembra quasi che si voglia associare l’essere uomo all’essere violento. Come se ogni uomo si dovesse sentire responsabile della violenza fatta da altri sulle donne come se gli appartenesse. È vero che io non potrò capire esattamente i pensieri delle mie sorelle, delle mie cugine o delle donne in generale ma non mi sognerei mai di sviluppare per questo una violenza nei loro confronti. Per questo è stato importante per me partecipare oggi, perché sono consapevole della bellezza di manifestare insieme, perché camminando sentivo sciogliersi in me una tristezza profonda e la vergogna malamente imposta di cui parlavo. Non bisogna sopportare la violenza ma rifiutarla.
È stato bello seguire questo piccolo gruppo di persone e vederle trasformare una protesta partecipata in un’occasione di incontro e festa. Bello vedere gli occhi delle persone accendersi incuriosite di fronte al movimento del piccolo gruppo impegnato a segnare e gridare contro la violenza sulle donne”. Pensi sia stato importante mostrare a tutti la Lis in questa occasione abbiamo chiesto a Paolo di Florio, Andrea Giuliani.
“Sì, ma per me è stato più importante protestare a fianco di tutte le donne, sorde e udenti”.
Memori dell’intramontabile film Figli di un dio minore, che univa proprio la bellissima storia d’amore tra un uomo e una donna al racconto della coesistenza di due lingue e due punti di vista in Lis e in italiano raccontiamo la battaglia di uomini e donne insieme contro la violenza. Uguali e diversi.
“Segno l’amore, segno il rispetto, segno la fiducia, urlo con la voce, urlo con le mani, urlo con il cuore, urlo con forza, basta violenza, basta violenza.”
Contro la violenza, visibile e invisibile
Putin e il cattocomunismo in salsa ortodossa

Il 4 settembre 2017 alle 5:27 del mattino a San Pietroburgo Kostantin Dobrinin è svegliato dallo scoppio di alcune molotov contro le sue finestre e l’esplosione della sua auto. «Non volevano spaventare me, ma la società intera», dice l’avvocato che rappresenta Andrej Uchitel, il regista del film Matilda che ha scatenato le ultime violente proteste dei cristiani ortodossi russi. Bottiglie incendiarie sono state lanciate anche a Mosca, contro la casa del regista e contro ogni cinema che ha deciso di proiettare la storia d’amore tra lo zar Nicola II e la ballerina di origine polacca, Matilda. Gli ortodossi che, secondo l’avvocato vogliono «dettare agli altri come vivere, cosa guardare, cosa leggere, come vestirsi, cosa credere», hanno colpito anche a Yekaterinburg, proprio dove lo zar Nicola II, canonizzato e venerato come santo dalla chiesa ortodossa russa, è stato ucciso dai bolscevichi nel 1918. «Il messaggio che hanno mandato ai cinema che hanno deciso di proiettare il film Matilda è stato: se lo farete, soffrirete», dice l’avvocato.
Alla fine i circuiti di distribuzione hanno rinunciato, una serie tv con lo stesso tema è stata annullata, due regioni russe l’hanno addirittura bandito. Molti cinema russi hanno ricevuto lettere minatorie firmate dallo “Stato Cristiano della Santa Rus”, un’organizzazione radicale religiosa il cui leader, Aleksandr Kalinin, si trova in prigione. C’è lo Stato Cristiano, ci sono i Rons, l’unione nazionale russa che si batte contro l’aborto e l’educazione sessuale. C’è la gioventù ortodossa, che insieme alla bibbia studia come lanciare coltelli, sparare e picchiare. Dopo la caduta del comunismo, il vuoto che ha lasciato è stato riempito dalla Chiesa, e la falce e martello è stata subito sostituita da una croce.
Come spiega Andrej Kalesnikov, del Moscow Carnegie Center, «non esiste imperialismo e nazionalismo senza religione ortodossa». Vadim Potozky, governatore comunista regionale, dice che è stato «proprio l’ateismo che ha distrutto l’Urss». Prima morivi perché credevi, oggi puoi morire se non credi: dal Manifesto alla Bibbia, dal 1991 al 2008, il numero di russi che si dichiarava cristiano ortodosso è cresciuto dal 31 al 72%, secondo il Pew research center. Dal 2008 ad oggi la crescita è stata vertiginosa. Nel primo Paese al mondo che ha introdotto l’ateismo di Stato, oggi due terzi della popolazione, di 143 milioni di abitanti, è devota alla confessione ortodossa. Un secolo fa il requiem, un secolo dopo un nuovo battesimo. Dalla caduta del comunismo sono state costruite 25mila chiese. Dio è ufficialmente morto in Russia nel 1917, per tornare nel 1990 in punta di piedi, scalzo, a bordo piscina, nella capitale russa. La chiesa di Cristo San Salvatore a Mosca è il prisma da cui si può osservare l’evoluzione del ritorno della religione in un popolo di atei…

L’articolo di Michela AG Iaccarino prosegue su Left in edicola
Il Louvre di Abu Dhabi costruito da nuovi schiavi
All’inaugurazione, tanto attesa dopo dieci anni di lavori nell’isola Saadiyat, c’era il gotha della politica emiratina e francese. Accanto al principe e al primo ministro Sheikh Mohamed bin Rashed al-Maktoum, ha sfilato il presidente francese Emmanuel Macron con la moglie Brigitte. L’evento richiedeva pomposità: il Louvre di Abu Dhabi – disegnato dal pluripremiato architetto francese Jean Nouvel – ha aperto i battenti l’11 novembre. Un luogo avveneristico, in perfetto stile Golfo: una struttura iper moderna, costruita con speciali tecnologie che proteggono seicento opere dalle temperature cocenti del luogo, con rimandi all’architettura contemporanea europea ma senza minimizzare la natura araba.
La copertura è un enorme arabesco, un intreccio morbido di curve; intorno solo acqua dove la grande cupola, richiamo ad una moschea, si specchia. Illuminate dai raggi che penetrano dal soffitto e che il bianco delle pareti rilanciano in un gioco continuo di ombre e luci (nell’idea dell’architetto fanno rivivere l’atmosfera di un suq), le dodici gallerie del nouveau Louvre spaziano dalla preistoria all’oggi. È l’obiettivo del megaprogetto: un museo che racconti la storia dell’uomo, «ponte tra le civiltà» che metta a tacere «i bugiardi che tentano di far passare l’Islam come la distruzione delle altre religioni». Macron ha elogiato il progetto, «prova che le nostre religioni, le nostre civilità, sono collegate». E il Louvre di Abu Dhabi lo dimostra raccontando l’incontro tra popoli, gli scambi, i reciproci arricchimenti culturali: egizi, cinesi, romani, greci, assiri, arabi, cristiani, ebrei e musulmani, il mondo scorre tra le gallerie passando per Leonardo da Vinci e Van Gogh, per Mondrian e Hamdy Bey, per bibbie gotiche, torah yemenite e i più antichi corani, fino a lambire il nostro tempo.
Il costo, per dieci anni di lavoro in partnership con istituzioni francesi, è stato pari a 1,1 miliardi di dollari (quasi la metà per il brand, “Louvre”, utilizzabile per trent’anni). Questo è il costo noto, tangibile. C’è poi un altro costo, tanto pesante quanto invisibile che getta ombre sugli obiettivi dichiarati del new Louvre, «un museo fondato sui diritti umani universali» che si erga a modello «dell’audace avanzata culturale e dell’apertura degli Emirati Arabi». Il costo pagato dalle migliaia di lavoratori migranti che hanno fisicamente tirato su il museo in condizioni di semi-schiavitù…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola
Allattamento, una questione di sensibilità

La diffusione e la continuità dell’allattamento al seno hanno subìto una riduzione in molte zone del mondo per una serie di motivi sociali, economici e culturali. Con l’introduzione delle moderne tecnologie e l’adozione di nuovi modelli di vita, l’importanza attribuita a questa pratica tradizionale è notevolmente diminuita in molte società. La ricerca scientifica ha evidenziato l’importanza dell’alimentazione al seno: il latte che la mamma produce è un latte unico, inimitabile, specifico per il proprio bambino, con una composizione ideale per le sue esigenze nutritive e di sviluppo. Nel latte materno sono presenti nutrienti unici per la specie umana che influenzano l’espressione genica realizzando un processo epigenetico: è ricco di sostanze biologicamente attive che aiutano la digestione del bambino, rinforzano il suo sistema immunitario in maniera permanente, maturano il sistema nervoso e gli altri organi.
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’Unicef raccomandano l’allattamento al seno in maniera esclusiva fino al compimento del sesto mese di vita e consigliano che il latte materno rimanga la scelta prioritaria fino all’anno, anche dopo l’introduzione di alimenti complementari, e se possibile fino ai due anni di vita e oltre, e comunque finché mamma e bambino lo desiderino. Nel secolo scorso molti studiosi di psicologia hanno teorizzato sulla prima infanzia e hanno messo in risalto l’importanza della relazione madre-bambino e del bambino con l’ambiente. Nello stesso periodo metodi di ricerca innovativi hanno rilevato le precoci capacità comunicative del neonato e del bambino nella prima infanzia e la predisposizione al rapporto con un altro essere umano. Si realizzano studi che descrivono “i processi psicologici” nelle varie età di sviluppo, con attenzione all’interazione madre-bambino.
È grazie a questi studi di osservazione diretta dei neonati con le loro madri e nel loro ambiente che si sono potute superare le vecchie ideologie secondo le quali il bambino nasce narcisista (chiuso in se stesso) e polimorfo-perverso (naturalmente cattivo). Presupposti che hanno avuto come conseguenza un’educazione rigida e moralizzante. La cultura positivista ha paragonato il neonato ad una “tabula rasa”, un contenitore vuoto che deve essere riempito di nozioni, schemi comportamentali e regole morali. Oggi si cerca di avere una visione integrata cercando un nesso tra le ricerche neurobiologiche e quelle dello sviluppo della psiche…

L’articolo di Maria Gabriella Gatti prosegue su Left in edicola
Igiaba Scego: Quella volta che il razzismo invase l’etere
Internet ancora non c’era. Faceva caldo in quel luglio 1986. Qualcuno pensava agli amori, altri ai ghiaccioli che sporcavano le dita di colorante. Poteva essere una bella estate. E invece fu l’estate in cui l’odio sgorgò dalle viscere di un’Italia che già odorava la fine del benessere economico. In quell’estate una radio nata 10 anni prima, Radio radicale, visse un momento di grande difficoltà economica. L’emittente fondata da un gruppo di attivisti aveva un ruolo doppio dentro l’etere italiano. Da una parte era la radio del Partito radicale, quindi informava i propri radioascoltatori della vita politica del partito, dall’altra però era una grande radio di servizio attenta non solo ai fatti italiani, ma con un grande occhio agli eventi internazionali. Presto si era ritagliata una bella fetta di radioascoltatori fedeli. Ma in quel luglio 1986 la radio rischiò la chiusura.
Fu allora che il gruppo dirigente decise di sospendere i programmi per dare la parola agli italiani, per avere un messaggio di solidarietà, un abbraccio da chi ogni giorno fruiva dei suoi servizi. Fu così che furono installate trenta segreterie telefoniche. La regola era che i messaggi non potessero durare più di un minuto. Qualche messaggio solidale arrivò effettivamente, ma quello che calò sulla radio fu uno tsunami di messaggi sconcertanti. Nessuno se lo aspettava. Ma il gruppo dirigente decise di mandare comunque tutto in onda, senza censure.
E fu così che in mezzo a Tonino che voleva cercare Carla il suo grande amore e a chi si lamentava dei politici corrotti, si intrufolarono prima alla spicciolata e poi sempre con più ferocia insulti razzisti e omofobi.
E improvvisamente le trenta segreterie si riempirono di quei primi slogan leghisti contro il Sud Italia…

L’articolo di Igiaba Scego prosegue su Left in edicola
Migranti, la pulizia etnica di Algeri

«Era l’una di notte quando abbiamo sentito sbattere rumorosamente alla porta del dormitorio. La gendarmerie ha iniziato ad arrestare tutti i neri, picchiando con i manganelli chiunque opponesse resistenza. Ci hanno buttato su un bus urlandoci «rimpatrio! rimpatrio!». Quando è stato arrestato, Ibrahim (il suo e gli altri nomi citati in questo articolo sono di fantasia, per ragioni di sicurezza e di tutela dell’incolumità, ndr) si trovava nel dormitorio adiacente al cantiere di costruzioni dove lavorava con molti connazionali della Guinea e cittadini di Paesi limitrofi, nella periferia est di Algeri. All’ombra dei crimini compiuti nella vicina Libia ai danni di donne e uomini in partenza verso l’Europa, anche l’Algeria torna a essere un inferno per i migranti dell’Africa subsahariana, che qui arrivano per lavorare fermandosi mesi, talvolta anni. In pochi vedono l’Algeria come Paese di destinazione ultima e una gran parte tenta poi, con qualche risparmio, di attraversare la frontiera col Marocco, per raggiungere Melilla o Ceuta, o si sposta verso est per entrare in Libia.
La maggioranza lavora in cantieri edilizi e nell’agricoltura, arrivando spesso regolarmente in virtù degli accordi bilaterali sulla libera circolazione, in particolare per i cittadini maliani, che si ritrovano poi in situazione irregolare alla scadenza dei tre mesi. La legge 08-11 del 2008 relativa alle condizioni di entrata, soggiorno e circolazione degli stranieri in Algeria ha inasprito le possibilità di regolarizzazione obbligandone migliaia all’informalità. Dopo un periodo di relativa tolleranza verso i migranti senza documenti da parte delle autorità, dal 2014 l’Algeria ha adottato la linea della tolleranza zero. Sfociata nei mesi scorsi in violenze, arresti arbitrari e, infine, espulsioni nel deserto. Sono più di tremila le persone espulse illegalmente dall’Algeria da agosto ad ottobre 2017 verso la frontiera con il Niger, e in misura minore verso il Mali. Provenienti da Niger, Guinea, Burkina Faso, Benin, Nigeria, Mali, Costa D’Avorio, Camerun, sono stati arrestati nelle periferie della capitale Algeri. Le autorità hanno effettuato fermi sui cantieri di lavoro, per le strade, irrompendo addirittura in alcuni domicili privati.
«Ci hanno detto che in quanto africani, siamo portatori di malattie. ‘Dovete rientrare’, ci hanno ammonito. Molti sono stati picchiati duramente dalla polizia, altri sono rimasti feriti nel tentativo di scappare», continua Ibrahim, raggiunto telefonicamente al suo arrivo ad Agadez, in Niger, dopo la sua espulsione forzata il 5 ottobre. La dinamica dei rastrellamenti evidenzia un caso flagrante di discriminazione razziale ai danni di persone colpite solo in ragione del colore della pelle…

L’articolo di Debora Del Pistoia prosegue su Left in edicola
Contro la violenza sulle donne, il docufilm dedicato a Sara Di Pietrantonio
Sta diventando un simbolo della violenza contro le donne la storia di Sara, uccisa e bruciata il 29 maggio 2016 dal suo ex fidanzato, e il film che la racconta suscita reazioni forti. Anche il 24 novembre, nella Sala della Regina della Camera, dalla platea affollata di studenti delle scuole superiori saliva durante tutta la proiezione un’emozione unanime, rotta nel finale da un lungo applauso. Nessun dibattito, naturalmente, solo le presentazioni da parte delle Istituzioni, la Presidente della Camera e il procuratore aggiunto Maria Monteleone (per anni magistrato in prima linea e oggi coordinatore del pool per i reati contro donne e minori), della madre di Sara, di Marinella Soldi, Amministratore Delegato di Discovery Italia (che trasmetterà il film dal 25 novembre su Real Time) e degli autori. E tra tutti proprio il discorso di Daniele Autieri (che insieme a Stefano Pistolini e a Giuseppe Scarpa ha ideato e realizzato il film), ha toccato punti di fondamentale importanza, uscendo dal tono e dai temi tipici del cerimoniale per dire che se si vuole davvero fare prevenzione, bisogna cercare gli strumenti per scoprire la violenza invisibile di uomini come Paduano, l’assassino di Sara, che perseguono lucidamente lo scopo di annullare l’identità della donna, uccidendola due volte, ancor prima e anche senza passare all’atto, quando la storia non finisce in tragedia. Seguendo questo docufilm nella sua breve vita, dalla prima al Maxxi, (per la Festa del Cinema di Roma), passando per il Teatro Tor Bella Monaca, fino a ieri, se ne scopre l’innegabile pregio di suscitare una ricerca necessaria e urgente: quella sulle cause più profonde e sulla natura stessa della violenza nel rapporto uomo-donna. E – sarà forse per la forza del linguaggio per immagini – le domande vengono proprio dal pubblico, quando lo si ascolta com’è accaduto il 3 novembre a Tor Bella Monaca, dove gli spettatori, giovani e adulti, ciascuno a proprio modo, si ribellavano all’idea che il male, nella sua “normalità”, sia la causa della violenza. Dal 25 novembre “Sara” entrerà nelle case di tantissime persone che andranno a dormire con le loro domande, alle quali non si può più negare una risposta.
L’appuntamento è alle 21:15 su Real Time (Digitale terrestre free: canale 31 – Sky: canale 131 e 132)
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Eva Cantarella: «La violenza sulle donne ha radici culturali antiche»
La figura prepotente del capo famiglia e dell’uomo che considera la donna un proprio possesso ha radici culturali antichissime. Basti dire che ancora nella Grecia del V e IV secolo a.C. le donne perlopiù vivevano segregate nel gineceo, senza partecipare alla vita pubblica. Nei suoi libri la storica del diritto antico Eva Cantarella ha mostrato quanto fosse radicata la misoginia nel pensiero dei maggiori filosofi antichi come Platone e Aristotele, che al più riconosceva alla donna una funzione materiale nella riproduzione. In nome di una «ordinata riproduzione dei cittadini», scrive Cantarella nel suo nuovo libro Come uccidere il padre (Feltrinelli), in Grecia come a Roma si eliminavano i neonati “in più” e si esercitava un controllo assoluto sulla sessualità delle donne, che dovevano essere fedeli e pudiche, sposate o nubili che fossero.
Altrimenti, a Roma, potevano anche essere mandate a morte. Condannate a morire di inedia, murate vive. Il paterfamilias esercitava un potere assoluto su mogli e figli, nipoti e pronipoti. «L’abbandono dei neonati considerati “in eccesso” era pratica comune», ricostruisce Cantarella. «Il paterfamilias romano aveva il diritto di esporre i neonati. Poteva decidere se li voleva accettare in famiglia o meno. Se sì, sollevava il bimbo in alto nelle sue mani in segno di accettazione. Se lo rifiutava veniva esposto, come ci racconta la stessa storia di Romolo e Remo. Questo accadeva anche in Grecia e in altre società che non conoscevano altri modi di controllo delle nascite. Venivano esposti i figli considerati illegittimi o perché “erano di troppo”.
Le bambine venivano esposte più dei maschi?
In questo le femmine sono sempre state le vittime “privilegiate”. Anche in Cina ancora accade, purtroppo.
A Roma, la patria potestas era a tempo indeterminato. Non bastava nemmeno avere un proprio ruolo nella società, per sottrarsi al giogo?
Non era sufficiente dal punto di vista patrimoniale privato. Dal punto di vista del diritto pubblico il maschio maggiorenne era “cittadino”, poteva diventare magistrato, fare carriera, purché il padre lo sostenesse economicamente.
Il numero di parricidi, lei rileva, era molto alto…

L’intervista di Simona Maggiorelli prosegue su Left in edicola
Gli abusi sulle badanti nel silenzio della casa
Kateryna rimane in silenzio, poi sorride, scuote i capelli neri e comincia a parlare. Il suo italiano è ancora un po’ stentato ma si capisce benissimo cosa sta raccontando. «Era un continuo provarci con me. Era anziano, ma era forte, mi metteva le mani addosso e non mi dava pace». La notte lei si chiudeva in camera e lui andava a bussare, offrendole anche dei soldi. «Io non riuscivo a dormire, avevo paura». Paura a parlare di quello che stava accadendo, ai figli di quell’uomo, i suoi datori di lavoro, il primo per lei, donna quarantenne arrivata dall’Ucraina. Paura sì, perché con il lavoro se ne sarebbero andati anche il permesso di soggiorno e la casa, problema non di poco conto.
La storia che racconta Kateryna si svolge nei primi anni 2000, prima delle sanatorie ad hoc per le assistenti familiari, ma in seguito la situazione non è cambiata. Abusi a sfondo sessuale, maltrattamenti verbali, violenze psicologiche: sempre tutto uguale. Su donne, ricordiamo, che spesso lasciano i figli a casa e che alle spalle hanno a volte mariti violenti, che tuttavia devono mantenere con il loro lavoro. «Sì, a me è capitato, ma anche a molte mie amiche», aggiunge Olga, rumena. Lei se n’è andata dalla casa dei soprusi, ma altre non hanno trovato la forza per farlo, dice. «In quei momenti devi resistere e poi pensare con calma a cosa puoi fare. A me è andata bene perché mi è stata offerta un’altra occasione di lavoro e sono scappata», racconta in un italiano con lieve accento romano.
Ogni badante ha una storia personale, sempre però con un filo comune. «Se vieni dall’Est o dal Sud America la prestazione sessuale fa parte del pacchetto», dice Angela Maria Toffanin, ricercatrice di Padova che dal 2010 ha compiuto una ricerca sulla violenza di genere nelle relazioni quotidiane in cui sono coinvolte le lavoratrici straniere. «Anche per capire qualcosa di più dell’Italia». Il quadro è desolante…

L’inchiesta di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola
Libere dalla paura e dall’oppressione

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. E per Left, che non spegne mai i riflettori su questo tema, non è un’occasione rituale ma di ulteriore approfondimento e di denuncia di quel che sta accadendo in particolare nel nostro Paese. Con le battaglie degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta le donne in Italia hanno conquistato diritti giuridici e civili, che incredibilmente ora sono di nuovo a rischio. Oppure finiscono per rimanere lettera morta. Basta pensare alla legge 194 disapplicata in molte regioni a causa dell’altissimo numero di obiettori. O alla antiscientifica legge 40 che confonde feto e neonato e che non è ancora stata abolita, nonostante le numerose sentenze di condanna in Italia e in Europa che l’hanno smontata pezzo dopo pezzo. Nel frattempo i Pro life tornano a tappezzare Roma con i loro violenti manifesti che accusano le donne di assassinio. Spalleggiati da deputati europei, anche di centrosinistra, che hanno sostenuto la medievale campagna «l’embrione è uno di noi». Dal Fertility day lanciato nel 2016 dal ministro della Salute Lorenzin alle recenti e imbarazzanti dichiarazioni di politici, ministri e sindaci che fanno a gara con il papa nello stabilire quanti figli debbano mettere al mondo le donne italiane, in questo anno abbiamo assistito all’inquietante ritorno di brandelli un’ideologia che speravamo di esserci lasciati alle spalle per sempre, un’ideologia cattolica e conservatrice che parla di Dio, patria e famiglia. E che ha radici antiche (greco-romane e cristiane) quanto la violenza sulla donna, come ci ricorda Eva Cantarella. La studiosa in queste pagine mostra come la figura prepotente e oppressiva del paterfamilias sia ancora presente nella cultura di questa Italia che solo nel 1975 ha cancellato la figura del capo famiglia, che fino al 1981 ammetteva il delitto d’onore e fino al 1996 considerava lo stupro un delitto contro la morale.
Le cifre che riguardano i femminicidi sono spaventose. Per quanto dal 2011 in Italia siano in costante calo gli omicidi, è aumentato il numero di donne uccise in famiglia. Nel 2011 erano vittime del 61 per cento degli omicidi in famiglia, nel 2016 sono salite al 73 per cento e nei primi nove mesi del 2017 siamo al 71 per cento: sono già 61 le donne vittime di omicidi in famiglia. Questo agghiacciante quadro è stato tratteggiato dal ministro dell’Interno Marco Minniti di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio. Allargando il campo d’osservazione, stando a una ricerca Istat, sempre sui dati del ministero dell’Interno, sono state 149 le donne uccise nel 2016 in Italia. Di questi omicidi, quasi 3 su 4 sono stati commessi nell’ambito familiare: 59 donne sono state uccise dal partner, 17 da un ex partner e altre 33 da un parente. E ancora, da una indagine dell’Istituto superiore di sanità emerge che oltre il 35 per cento dei casi di violenza subita da donne tra i 15 e i 49 anni è dovuto ad aggressione da parte del coniuge o partner. Quasi l’85 per cento dei casi di violenze su donne è compiuta da conoscenti. Sono dati che parlano da soli… Di fronte a tutto questo il governo non trova di meglio da fare che depenalizzare lo stalking, salvo poi cercare di salvare la faccia, cancellando la pena pecuniaria. Beninteso le leggi servono. Purtroppo però non bastano. Lo hanno ben chiaro anche le giovani e giovanissime del coordinamento Non una di meno, che lancia una ampia piattaforma politica ma anche culturale in occasione della manifestazione del 25 novembre a Roma.
Convinti che oltre all’inchiesta sul campo (su questo numero ci occupiamo in particolare degli abusi che subiscono ogni giorno le badanti) importantissimo sia il lavoro per comprendere quali siano le radici della violenza sulle donne, abbiamo chiesto allo psichiatra e psicoterapeuta Paolo Fiori Nastro di approfondirne gli aspetti psico-patologici. Perché non crediamo che l’uomo sia per natura violento e che la malattia mentale che porta a violentare e uccidere sia la naturale dimensione umana. Per chi volesse continuare la ricerca, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulla donna indetta dall’Onu, abbiamo pensato di accompagnare l’uscita di questo nuovo numero con la pubblicazione online di una selezione di interventi di filosofi, psichiatri, storici e sociologi usciti in questi primi 12 anni di vita di Left.







