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Il Piano anti violenza. Delle donne non del governo

MANIFESTAZIONE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE NON UNA DI MENO

Poco meno di sette milioni di donne tra i sedici e i settanta anni, circa una su tre, hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, dalla molestia allo stupro. Centoventi tra loro, solo nel 2016, sono state uccise da un marito, fidanzato o un convivente. A nulla è servito l’inasprimento delle pene per i delitti commessi in famiglia previsto dalla legge contro la violenza di genere del 2013. E, pure nel 2017, la media è di una vittima ogni tre giorni.

Un quadro allarmante, quello italiano, che ha portato la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità, Maria Elena Boschi, ad annunciare il lancio, ad inizio settembre, del nuovo Piano nazionale antiviolenza 2017-2020. Ma, nel momento in cui andiamo in stampa, il testo è ancora tutto da definire.
Per ora, sono state discusse presso la Conferenza Stato-regioni soltanto le bozze di un “Quadro strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne” e delle “Linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere”. E gli auspici non sono certo dei migliori. «Abbiamo partecipato sin da febbraio al confronto col dipartimento per le Pari opportunità, in quanto membri del Osservatorio nazionale contro la violenza, per la stesura dei documenti base del Piano antiviolenza governativo, ma alla fine ci siamo trovati per le mani un testo che non ci piaceva». A denunciarlo è Lella Palladino, presidentessa di Dire, associazione che mette in rete oltre 80 centri anti violenza. «La ministra Boschi in un incontro ci disse, con grande franchezza, “ascolto tutti ma decido io”. Peccato che la Convenzione di Istanbul del 2011 non prescriva solo di ascoltare le voce delle operatrici, ma persino di tener conto delle loro pratiche e metodologie». Tanta cordialità, insomma, ma poca voglia di ascoltare. E di collaborare fino in fondo. «Non abbiamo avuto modo di leggere il documento finale», aggiunge. «E, da quanto è trapelato, molte cose non ci convincono».

Per prima cosa, i centri rimarrebbero esclusi dalle Cabine di regia nazionale e regionali che gestiranno operativamente gli interventi, aperte solo ad attori istituzionali (ministeri, rappresentanti di regioni ed enti locali). Inoltre, non ci sono garanzie economiche chiare. «L’unica cosa che sappiamo per certa è lo stanziamento approvato in Conferenza Stato-regioni, di 12,7 milioni di euro per il 2017 – spiega Palladino -. La ministra Boschi ha poi annunciato che nella prossima legge di bilancio i fondi saranno triplicati, ma rispetto ai proclami e agli annunci siamo cauti…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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Nel volto di Cyntoia tre generazioni di donne vittime di violenza

Aveva 16 anni, la ragazzina dai grandi occhi neri, quando l’hanno condannata a una vita in prigione per aver ucciso un uomo con cui è stata costretta a prostituirsi. Aveva 16 anni, oggi 13 anni sono già passati, ma solo ora la sua storia diventa sempre più nota. È bastato un hashtag di qualche star di Hollywood e gli scandali sessuali che scuotono la mecca del cinema. Razzismo, minori sfruttati, violenza contro le donne: i pregiudizi d’America tutti nel corpo e sulla faccia di Cyntoia Brown.

All’età di due anni, Cyntoia è stata data in adozione. La madre naturale, Georgina Mitchell, un’alcolista, è finita lei stessa in prigione e avrebbe rivisto la figlia solo una volta dietro le sbarre. Prima la Brown è stata adottata da Ellenette Brown, un’insegnante, per finire, una volta compiuti i 16 anni, dopo essere stata abusata nell’infanzia sessualmente e fisicamente, tra le braccia di un uomo di 24 anni, che tutti chiamavano “Cut throat”, taglia gola.

Nell’agosto 2004 Tagliagola le chiede dei soldi: deve prostituirsi per guadagnarli, così lui potrà drogarsi. Cyntoia sale sull’auto dell’agente immobiliare Johnny Allen, di 43 anni, davanti a un fast food di Nashville. Nelle due settimane prima di salire su quell’auto, Cyntoia aveva abusato di cocaina per sua stessa ammissione. L’agente immobiliare le fa delle avance, ma poi prende una pistola. Anche Cyntoia la prende, è l’arma che le ha dato Cut Throat e la ragazzina spara per legittima difesa.

Poi prende le due pistole, i soldi e parcheggia in un super mercato Walmart. Poi fu arrestata e processata.

Al processo la giuria rigettò la teoria di legittima difesa per la minorenne, fu ritenuta colpevole di omicidio e prostituzione, la sentenza della Corte condannò alla prigione la ragazzina di 16 anni, che sarebbe uscita solo una volta compiuti i 70 anni.

Cyntoia negli anni ha studiato e si è diplomata in prigione. Nel 2011 Daniel Birman ha fatto un documentario su di lei: Me facing life, Cyntoia’s Story, “io che affronto la vita, la storia di Cyntoia”. «Questa ragazza viene da tre generazioni di violenze sulle donne, non aveva possibilità», ha detto il regista. Il Tennessee, lo Stato in cui è stata condannata, ha cambiato la legge nel 2011: le minorenni costrette alla prostituzione sono vittime e non colpevoli. Secondo questa legge, oggi Cyntoia sarebbe innocente, una vittima del traffico infantile, non un’assassina. Ci vogliono 250mila firme perché il caso venga riaperto e finora ne sono state raccolte 200mila.

I prigionieri americani sono tutti unforgiving, imperdonabili, per loro non c’è riabilitazione che tenga. Nel sistema giudiziario americano, se si analizzano i casi e non si bada alla teoria, se sono neri, i minori colpevoli possono essere adulti e ricevere pene da adulti. Se sono bianchi, vengono giudicati da minori, da bambini. Razzismo, minori sfruttati e violenza contro le donne: i pregiudizi d’America tutti nel corpo e sulla faccia di Cytonia.

Contro la violenza. Nei centri per gli uomini maltrattanti

A marzo scorso l’Istat l’ha definito “un fenomeno ampio, diffuso e polimorfo, che incide gravemente sulla quotidianità”. Oltre 4,5 milioni di donne italiane hanno subito maltrattamenti fisici, atti sessuali non voluti, percosse, stupri commessi o tentati, quasi una donna su 4. A 8 milioni è stata inflitta violenza psicologica: svalutazione, sottomissione, minacce, controllo. Gli autori, molto spesso, sono i loro compagni, mariti o ex: uomini maltrattanti.
Se nel resto d’Europa già dagli anni 90 si sperimentavano progetti d’intervento rivolti agli uomini che agivano violenza, in Italia il primo centro nasce solamente nel 2009, il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze. Ora esistono in Italia circa 25 centri che si occupano di uomini autori di violenza nelle relazioni affettive, quasi tutti presenti nel Nord, praticamente nessuna esperienza nel Sud Italia. Si tratta ancora di esperienze molto giovani, spesso non finanziate e talvolta osteggiate. Il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Roma (CAM Roma), di cui sono responsabile, prende avvio nel 2014: a gestirlo, un piccolo gruppo di psicoterapeuti con una formazione specifica sulla violenza di genere agita dagli uomini. Non solo a Roma, ma in tutto il Lazio, non ci sono esperienze analoghe, mentre la domanda sociale e istituzionale si fa sempre più forte.
In questi anni, però, c’è stato un cambiamento di mentalità e si è compreso che è priva di senso una strategia di contrasto alla violenza sulle donne che non preveda un serio e strutturato intervento rivolto anche agli uomini autori di violenza, in una logica in primo luogo preventiva. Finora il contrasto al fenomeno si è realizzato soprattutto accogliendo e aiutando le donne maltrattate, le quali portano una domanda emergenziale, la cui risposta deve essere immediata. E’ come il soccorso ai terremotati: essenziale, primario, urgente, ma non sufficiente.
Il nostro lavoro con gli uomini autori di violenza, invece, non è mai un intervento di emergenza, ma si poggia sulla prevenzione dell’atto: oggetto d’attenzione sono le relazioni, le emozioni, le identità stereotipate di questi uomini.
L’elemento che caratterizza il nostro lavoro è l’interrogazione costante sul rapporto che ognuno di noi ha con la cultura della violenza. La differenza tra la violenza maschile e quella femminile si fonda su una storia millenaria di dominio dell’uomo sulla donna, forse la peggiore che l’umanità abbia mai realizzato, oltre che sui numeri e sulle caratteristiche fisiche.
La cultura della violenza altro non è che uno dei volti della cultura del possesso ed essa implica la distruzione dell’oggetto posseduto. La brama di possesso non si limita agli oggetti, anzi trasforma tutto in oggetti, anche le persone, e distrugge qualsiasi possibilità di relazione: il possesso è sempre esclusivo e predatorio.
La cultura del possesso si nutre d’invidia, di assenza di reciprocità, si tratta di un potere sterile, annichilente, privo di finalità sociali, tutto chiuso in se stesso. Nelle relazioni affettive violente, la partner diviene un oggetto la cui esistenza è fondamentale per confermare e sostenere un’identità maschile vissuta come fragile e fortemente segnata da tentativi sempre più disperati di soddisfare stereotipi e pretese culturali vissute come personali. Nel momento in cui la partner introduce nella relazione il suo essere soggetto, la sua libertà, l’impossibilità quindi di essere un oggetto e di essere posseduta, questo cambiamento viene vissuto come un tradimento, un’azione predatoria, facendo emergere l’altro aspetto della cultura del possesso, la vendetta e quindi la violenza distruttiva. Gli uomini che agiscono violenza, infatti, si sentono sempre vittime di un tradimento, il tradimento delle regole fondanti la cultura del possesso.
Lavorare con gli uomini maltrattanti significa costruire un ponte che ci possa portare dalla cultura del possesso, che trasforma le persone in oggetti generando un potere impotente, a una cultura delle relazioni, dei desideri che nascono quando si accettano i limiti che vengono posti dalla realtà del mondo esterno, di sé e dell’Altro. La cultura del desiderio e del piacere di fare le cose insieme è una cultura che, a guardarla bene, ha molti tratti femminili. Potremmo dire che per anni si è parlato di emancipazione femminile e ora è il momento di parlare di una emancipazione “attraverso” il femminile.

Non le valanghe, l’incuria degli uomini uccide

The ruins of Hotel Rigopiano, in a photo of 26 January 2017. The last two bodies of people missing from the avalanche-hit Rigopiano Hotel near the Abruzzo town of Farindola were retrieved by firefighters in the night between Wednesday and Thursday, raising the final death toll from last week's disaster to 29. Eleven survived the disaster. Nine, including all four children at the four-star hotel, were pulled out alive from the rubble and snow by rescue teams. ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

«…In merito alla possibilità di caduta di masse nevose, slavine o valanghe nell’area di Rigopiano, non vi è dubbio che sia il piazzale antistante il Rifugio Tito Acerbo che la strada provinciale che porta a Vado di Sole possano essere interessate dal fenomeno… la zona deve essere tenuta sotto controllo… Suggerisco al signor sindaco e al responsabile del Cnsa (Corpo nazionale soccorso alpino) di Penne che mi legge per conoscenza di procedere ad approfondire il problema mediante uno studio dell’area e alla bonifica delle zone di scorrimento…. Con questi dati la commissione valanghe potrà fornire indicazioni certe affinché in futuro si possa garantire la sicurezza delle infrastrutture alberghiere, delle strade e dei parcheggi della località di Rigopiano»: sono le parole di Pasquale Iannetti, guida alpina che fece parte di quella Commissione Valanghe che dal 2005 qualcuno ha deciso bene di non convocare più e che oggi tornano alla ribalta dopo che la Procura ha emesso 23 avvisi di garanzia per fare luce sui 29 morti.

C’è l’ex prefetto Francesco Provolo che, secondo i pm, «si attivò troppo tardi» solo quando l’unica via d’uscita dall’hotel era ormai ingombra di neve, ci sono i funzionari della Regione Abruzzo che «non si attivarono in nessun modo» e ci sono tutti gli altri accusati di falso e abuso edilizio.

Al di là degli esiti giudiziari del processo che spettano ai tribunali resta il fatto che le valanghe, come qualsiasi fallimento, arrivano a sottolineare di colpo e in modo ferocemente tragico tutto ciò che non è stato fatto prima. Che poi l’incuria degli uomini venga scoperchiata da catastrofi naturali è un dettaglio anche se in molti lo usano per giustificare le proprie colpe.

Il cassetto dei “mai più” detti in Italia è un archivio degli orrori che mai nessuno si prende la briga di riaprire per rimetterci mano e trasformarlo in responsabilità. In un Paese sinceramente responsabile forse l’inchiesta della Procura sui morti di Rigopiano sarebbe l’occasione per dibattere e leggere le proposte politiche e programmatiche della politica su una nuova cura per il territorio, oltre alle dita puntate sui responsabili. Noi aspettiamo fiduciosi.

Buon venerdì.

Hanno impoverito l’università. Blocchiamola, per farla ripartire

La manifestazione degli studenti all'interno dell'università La Sapienza a Roma, 15 marzo 2017 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Dopo anni di riforme che hanno definanziato l’università e ne hanno smantellato la funzione sociale, oggi ci ritroviamo a dover far fronte alla scarsità di risorse per garantire agli studenti e alle studentesse borse di studio, alloggi e mense e al personale docente e amministrativo la propria retribuzione. Inoltre assistiamo all’esclusione di 20mila ricercatori precari dalla stabilizzazione a tempo indeterminato, al calo delle immatricolazioni, al sottodimensionamento di docenti e personale, all’introduzione di sempre più numeri chiusi e alla cancellazione di corsi, secondo criteri arbitrari, legittimati dalla retorica meritocratica.

La necessità di adeguamento ai criteri valutativi imposti dall’alto e la compulsiva subordinazione alle logiche di un mercato strutturalmente in crisi, hanno prodotto un graduale svuotamento dei nostri corsi e uno svilimento della didattica, con l’utilizzo sempre più massiccio dei tirocini per addestrare al lavoro precario. Infatti oggi sulla retorica della formazione che deve coniugare al sapere il saper fare, si consumano veri e propri rapporti di sfruttamento a danni di studenti e studentesse attraverso l’uso distorsivo del tirocinio.

Ormai noi tirocinanti siamo tantissimi, un esercito di riserva utile al mercato del lavoro per sostituire lavoratori con manodopera fortemente subalterna e carente di tutele. Questo esito prevedibile, sta portando all’impoverimento costante dell’università, attraverso l’annullamento della produzione e della trasmissione di sapere critico. Stiamo così assistendo alla trasformazione dei nostri atenei verso un modello asfissiante ed escludente, fatto di rincorsa agli esami e alle pubblicazioni delle ricerche, di compilazione frenetica di questionari e di burocratizzazione di ogni attività. L’università che ci viene consegnata è il risultato di politiche precise, che oggi stiamo continuando a subire.

Qualche giorno fa è stato pubblicato il testo della Legge di stabilità che non risolve in modo sostanziale nessuno dei punti citati. La condizione drammatica del definanziamento strutturale unita alla ripartizione premiale dei fondi attraverso i dispositivi valutativi dell’Anvur, sta portando gravi conseguenze all’università pubblica e a tutte le componenti che ogni giorno la vivono. Per questo il 6 novembre presso il Politecnico di Torino si è tenuta l’Assemblea nazionale del movimento “Insieme per il riscatto dell’università pubblica”. All’assemblea si sono incontrati studenti e lavoratori di una ventina di atenei e circa 300 persone. Abbiamo confermato la voglia di mantenere viva l’attenzione nel dibattito pubblico sulla necessità di un rifinanziamento complessivo dell’università e una trasformazione radicale del sistema universitario e delle politiche attuate fino ad ora, e di portare avanti una mobilitazione nazionale trasversale alle componenti per il 24 novembre.

È tempo di riscattarci dalle politiche che in questi anni hanno ridotto risorse all’università pubblica, che hanno tagliato sul diritto allo studio, che hanno precarizzato la comunità accademica e negato il futuro ad un’intera generazione. Consapevoli di essere l’ultimo anello nella catena dello sfruttamento, in quella data ci mobiliteremo con la partecipazione di tutte le componenti dell’università con l’obiettivo di bloccare la didattica, gli organi di governo e tutte le attività degli atenei. È il nostro tempo. È tempo di bloccare l’università per far ripartire l’università! Riscatto, è ora!

Andrea Torti è membro dell’esecutivo nazionale di Link coordinamento universitario

Nere, povere e vittime di abusi. La lotta delle badanti e delle colf brasiliane

A woman walks with her dog at the Chapeu Mangueira - Babilonia slum, where the Slums Book Fair, FLUPP, is being held, in Rio de Janeiro, Brazil, on November 5, 2015. AFP PHOTO / TASSO MARCELO (Photo credit should read TASSO MARCELO/AFP/Getty Images)

Nere, poverissime e vittime di continui abusi. Anche sessuali. È la condizione di vita e di lavoro delle lavoratrici domestiche brasiliane, perlopiù di origine africana, su cui si sta alzando il velo del silenzio, grazie agli studi di antropologi, alle lotte dei sindacati e delle associazioni di donne. Quella cappa di piombo che circonda decenni di violenze e di sfruttamento e che richiama alla memoria il passato schiavista messo in atto dai padroni bianchi, è imbarazzante. Visto che ad aggredire e a violentare sono stati anche gli uomini della sinistra brasiliana. «Era qualcosa di diffuso negli anni 70 e 80, un fenomeno tollerato, perché c’era l’idea che si trattasse di una forma di iniziazione alla sessualità», racconta Valeria Ribeiro Corossacz, docente di Antropologia all’Università di Moderna e Reggio Emilia e autrice del libro Bianchezza e mascolinità in Brasile. Etnografia di un ceto dominante (Mimesis, 2016). Nel libro, che nel 2018 in versione aggiornata sarà pubblicato negli Usa (White middle class men in Rio de Janeiro. The making of a dominant subject, Lexington Books Latin American Gender and Sexualities, la docente ha intervistato uomini, esponenti della classe medio alta brasiliana traendone un quadro che permette sia di comprendere i rapporti tra i sessi in Brasile che aprire soprattutto uno squarcio su un mondo, quello delle lavoratrici domestiche che tradizionalmente sono sempre state considerate come “invisibili”, persone “senza storia”.

E invece la realtà, dice Ribeiro Corossacz, è ben diversa. Impegnata sul campo in Brasile da circa vent’anni, ha esteso la sua ricerca proprio a loro, le lavoratrici domestiche. Una categoria da cui si sono staccate le assistenti familiari più “professionalizzate”, proprio per il lavoro di cura alle persone anziane o disabili alle quali si dedicano. Le badanti. «Si stanno autonomizzando, hanno acquisito una loro specializzazione – continua – . Ma in generale tutte le lavoratrici domestiche negli ultimi 10-20 anni sono state protagoniste di grandi lotte per ottenere dei diritti. Un movimento che si è scontrato con la resistenza delle classi benestanti», sottolinea la ricercatrice. Al primo posto delle rivendicazioni il fatto che il lavoro domestico venga equiparato agli altri. Badanti e colf unite per i riconoscimento dei loro diritti «in un mercato del lavoro in cui c’è precarietà e sfruttamento e a cui si aggiunge il razzismo». «Sono donne nere, povere, che vengono da storie molto dure di violenza e miseria. Ecco, quella classica figura di donna rappresentata tradizionalmente come vittima incapace di fare un discorso politico si è presentata invece come soggetto politico capace di articolare una piattaforma di lotta», continua Valeria.

C’è differenza con l’Italia dove le lavoratrici domestiche sono perlopiù straniere e quindi non radicate nella società, in Brasile gli abitanti di origine africana sono il 50 per cento della popolazione. Ma in un aspetto la situazione è simile. «Il silenzio. Lo trovi ovunque, anche in Brasile, perché è un modo per resistere, per andare avanti. Il silenzio non è acconsentire, questo va detto. Le donne che tacciono di fronte alla violenza spesso valutano l’impossibilità di prendere la parola perché sarebbe un peso, perché andrebbero incontro ad altre forme di oppressione che sanno di non poter affrontare in quel momento. Questo silenzio va riconosciuto anche come forma di reazione, non come una passività», sottolinea Valeria Ribeiro Corossacz.

Il modo per uscire da situazioni difficili è la fuga e l’alleanza con altre donne. Ma negli ultimi tempi le cose sono un po’ cambiate. «Sono stata in Brasile questa estate e ho trovato una situazione sensibilmente peggiorata, in conseguenza dell’aggravarsi delle politiche conservatrici nei diritti sociali e previdenziali portate avanti dall’attuale governo» di Temer, accusato, ricordiamo, di aver ideato un “golpe” parlamentare che ha di fatto destituito la presidente Rousseff, che invece era stata eletta democraticamente. Ma non per questo cessa la mobilitazione delle donne, «le attiviste del sindacato delle lavoratrici domestiche sono impegnate a diffondere informazioni sui diritti delle lavoratrici domestiche, sulla necessità di battersi per il riconoscimento della dignità del loro lavoro, nel contrasto di molestie psicologiche e sessuali e nella lotta contro il razzismo», conclude la ricercatrice. Un movimento che cerca di uscire dal silenzio, da quel lavoro domestico che è solo la punta di un iceberg, «sotto la quale scavare per osservare diversi livelli di diseguaglianze», scrive Valeria, e che è necessario assolutamente conoscere per affermare i diritti di queste donne ma anche per far diventare un Paese veramente democratico e civile.

Su Left n.47 di sabato 25 novembre, un focus sugli abusi sulle badanti straniere in Italia

Lady Zimbabwe Mugabe, addio sogni di gloria. E anche ai diamanti

epa06338607 (FILE) - Zimbabwean President Robert Mugabe (L) and his wife Grace (R) smile after arriving at the Rudhaka Stadium in Marondera, about 100 kilometers east of Harare, Zimbabwe, 02 June 2017 (reissued 19 November 2017). Media reports on 19 November 2017 state that the ruling Zanu-PF party in Zimbabwe has sacked their leader, the country's president Robert Mugabe, and appointed former Vice-President Emmerson Mnangagwa as party chief. Mnangagwa had been fired by Mugabe just a few weeks before. Grace Mugabe reportedly has been expelled from the Zanu-PF party. EPA/AARON UFUMELI *** Local Caption *** 53562275

Lo Zimbabwe ha un nuovo presidente, Emerson Mnangagwa, che ha organizzato il colpo di stato contro il leader più vecchio del mondo, Robert Mugabe, deposto dal suo stesso esercito. Il potere di Mugabe resisteva da quarant’anni, dall’indipendenza stessa dello stato africano. Sua moglie Grace è la donna per cui tutto questo è successo e ora si dice sia fuggita in Namibia. Per la prima volta in vent’anni, non è più al suo fianco. The Mugabes are over, i mugabe sono finiti, dicono i cittadini in festa per le strade della capitale, Harare. “Dopo quarant’anni, siamo liberi?” si chiedono i manifestanti, senza smettere di porsi questa domanda: “dov’è Grace?”. Qualcuno chiamava la first lady “amai”, madre, ma molti Disgrace, disgrazia, da quando aveva avviato le purghe nel partito di suo marito, lo Zanu Pf, allontanando chiunque ostacolasse la sua ascesa al potere.

Chi è lady Grace. Dopo la morte di cancro della prima moglie nel 1992, Mugabe sposa la figlia dell’allevatore di polli sudafricano scappato dall’apartheid in Sud Africa, la sua timida dattilografa Grace, di 40 anni più giovane, brindando al suo secondo matrimonio con Mandela. Grace, a fianco dell’uomo più potente del paese, dallo sfondo delle foto ufficiali, emerge sempre più in primo piano. Nel tempo indossa abiti sempre più vistosi, perennemente in tinta con quelli del marito, stoffe dove è riprodotto il ritratto del giovane liberatore Mugabe. Quando a settembre 2015 il Parlamento lo copre di fischi, Mugabe sta leggendo lo stesso discorso di un mese prima, ma ha 91 anni, non se ne accorge, torna da Grace che in pubblico diventa la sua voce mentre lui tace. Grace conquista il potere, diventa capo dell’ala femminile dello Zanu Pf, indossando cappelli da cowboy e baschi guevariani.

A fine ottobre Grace decide di far cacciare Emerson Mnangagwa, il vice presidente di Mugabe, detto il “coccodrillo”, cioè l’ultimo alfiere che le impediva di diventare regina dello Zimbabwe alla morte del presidente 93enne. Il “coccodrillo” è stato all’ombra del vecchio Mugabe da quando ha 16 anni, l’età in cui è diventato un freedom fighter contro i britannici. Oggi di anni ne ha 75 anni e tutti sapevano che non avrebbe accettato la defenestrazione di Grace. Prima di farlo cacciare accusandolo di tradimento, la first lady si è dovuta a sua volta difendere dalle accuse di aver tentato di avvelenarlo.

Mnangagwa, il nuovo presidente, di soprannomi ne ha uno, Grace tanti: first shopper, per i suoi acquisti da centomila dollari al giorno a Parigi, 15 valigie di abiti per tornare a casa, Rolls Royce e limusine. “I nostri diamanti sono nostri, non degli americani o britannici” diceva il Mugabe rivoluzionario negli  anni 80. Nel 2017 stringeva la mano della moglie con un diamante da un milione e 400mila dollari al dito. Quando la First Grace visita la sua vecchia scuola a Sadza, Mashanoland est, 800 bambini e 21 insegnanti, arriva in elicottero, se ne va delusa e non invia aiuti.

Lady Macbeth Mugabe provoca le proteste degli accademici quando si iscrive all’università di Harare e ne esce due mesi dopo con un dottorato. Ha da poco fatto ricorso all’immunità diplomatica per uno scontro con una modella sudafricana. Al fotografo del Sunday Times che la immortala ad Hong Kong in un albergo di lusso rimasero in faccia i tagli del suo pugno di diamanti. Al reporter sono rimaste le cicatrici, a lei le pietre preziose, ne possiede una miniera: i proventi li reinveste in palazzi di lusso in Sud Africa, dove la maggior parte dei suoi beni milionari è concentrata.

«Non potete dire che Mugabe è vecchio, siete vecchi anche voi, allora noi che non c’eravamo negli  anni 80, we take over, prendiamo il controllo» aveva detto Grace in una delle sue ultime apparizioni, paventando l’ipotesi dell’ascesa al potere del gruppo di cui è capo, il G40, i cui membri sono più giovani ed in contrasto con l’ala più anziana del partito, quella dei veterani liberatori del Paese, di cui il presidente coccodrillo è a capo.
Grace ai comizi parlava in dialetto shona, oppure in inglese. «Boo! Go ahead! I don’t care!», andate avanti, non me ne frega, diceva ai nemici. Quando è morto Gheddafi, ha ripetuto: «pensateci quando pensate di deporre Mugabe, quest’uomo è insostituibile, his word is the final», la sua parola è l’ultima. Incitava la folla contro il “team lacoste”, l’avversario coccodrillo: «alle donne del coccodrillo, vi dico, you are dead, voi siete morte».

Mentre il tempo passava, il vecchio presidente cercava di dimenticare che diventava sempre più vecchio con lo sfarzo sfrenato delle sue feste di compleanno, mentre i suoi cittadini morivano di fame fuori. Un cucciolo di elefante al barbecue per gli 89 anni, per i 90 tondi, Grace ha cantato come Marylin happy birthday al microfono. Grace ha sempre detto a Mugabe che sarebbe stato presidente fino alla morte, evitando di continuare la frase: dopo la sua morte, sarebbe toccato a lei. A febbraio scorso la Mugabe aveva dichiarato che il marito avrebbe partecipato alle prossime elezioni «also as a corpse», anche da cadavere. Adesso Grace è scappata, c’è un nuovo presidente senza che alcun elezione si sia svolta, le divise hanno preso il potere ad Harare, proprio come fecero le truppe di Mugabe contro gli inglesi nel 1980.

Matteo Salvini accoglie due rifugiati e dona in beneficenza il suo eurostipendio ai minori non accompagnati

Matteo Salvini alla stazione di Palermo, dopo esser partito all'alba da Trapani e aver fatto un percorso di circa sette ore tra treno e autobus, per il suo tour a sostegno del candidato del centrodestra Nello Musumeci alle prossime elezioni, Palermo, 30 ottobre 2017. ANSA / FRANCO LANNINO

Chi ha assistito alla scena racconta che come primo gesto abbia deciso di scusarsi per essersi «fatto prendere la mano per qualche voto in più piuttosto che occuparsi della ‘famiglia umana’ così come è scritta nella Dichiarazione universale dei diritti umani». Come scrive il Gazzettino di Bengodi il segretario della Lega si è presentato alla Stazione centrale di Milano di prima mattina per accogliere i due rifugiati somali che soggiorneranno da lui nelle prossime settimane. Da alcune fonti di stampa si viene a sapere anche che avrebbe promesso di impegnarsi a non farsi scappare più la parola “clandestini” e ai cronisti presenti avrebbe detto che non chiederà della fede religiosa ai suoi nuovi ospiti preferendo concentrarsi sulle motivazioni di chi oggi si ritrova a non spostarsi più per arricchirsi ma semplicemente per sopravvivere.

Dopo un lungo e commosso abbraccio il politico avrebbe anche promesso di iniziare quanto prima un progetto per un sito internet che attraverso i suoi canali social quotidianamente elenchi le notizie erroneamente accreditate per vere in questi ultimi anni per «ristabilire un po’ di verità, almeno, non di giustizia» e ha raccontato di essere rimasto molto colpito nel sapere che tra i sopravvissuti del Mediterraneo ci siano migliaia di bambini che sbarcano senza genitori e che, troppo spesso, finiscono tra le braccia di una criminalità italianissima e dalla pelle bianchissima. Per questo avrebbe deciso di dare in beneficenza il suo lauto stipendio da europarlamentare per una campagna di sensibilizzazione a favore dei minori non accompagnati.

«Chi odia qualcosa o qualcuno, che sia anche solo per etnia, fede religiosa o appartenenza politica, finisce inevitabilmente per odiare tutti, prima o poi», avrebbe raccontato a un cronista del Gazzettino di Rogoredo, che ha riportato l’indiscrezione sul proprio profilo Facebook.

Poi, beh, la notizia si è rivelata falsa. È proprio falsa.

Ma alla fine comunque anche se in questo caso può essere capitato di affidarci alle fonti sbagliate alla fine lo sappiamo tutti che comunque le cose stanno così. No?

Buon giovedì.

 

Rom, il grande abbaglio culturale della politica italiana che ha costruito i ghetti

Un bambino nel campo nomadi sulla via Pontina a Roma, 18 ottobre 2017. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Potrebbe suonare come una smisurata sensibilità antropologica quella di riconoscere la romantica e suggestiva natura nomade ai rom ma, a guardare l’esito, non è altro che un “grande abbaglio culturale”. «Nella convinzione che tutti i rom fossero nomadi – spiega a Left, Elena Risi dell’Associazione 21 luglio – a partire dal 1984, alcuni legislatori regionali hanno cominciato a creare le ‘aree di sosta temporanea’ per soli rom, perché, in quanto nomadi, dovevano vivere nei campi». Sulla concezione, tutta italiana, si sono basate «le politiche nazionali e locali che hanno investito sempre più risorse in questi luoghi, concentrando energie su azioni volte alla segregazione piuttosto che all’inclusione, fino a diventare i posti che sono oggi», continua. A parte il fatto che «solo il 3 per cento dei rom è effettivamente nomade, in genere perché legato a lavori stagionali, ma, poi, chiamarli ‘campi nomadi’ è di per sé un controsenso se si pensa che le persone che vivono nelle baraccopoli istituzionali sono ormai giunte alle seconde e terze generazioni», specifica l’operatrice dell’Associazione 21 luglio.

Ma tant’è: l’Italia rimane il Paese dei campi. E sebbene la stragrande maggioranza dei rom non viva situazioni di disagio socio-economico, i campi rimangono ancora la loro (nostra) rappresentazione nonché una (loro) emergenza. «I dati dimostrano come i rom che vivono in condizioni di emergenza abitativa siano, in realtà, solo la parte più visibile ma non quella maggioritaria dell’intera comunità: molti rom che vivono in casa, lavorano e hanno una vita come tanti nemmeno dichiarano la loro etnia sia per non subire discriminazioni sia perché, in effetti, non ce ne sarebbe ragione», precisa Risi.

E, però, lo stigma di zingaro nomade e le decennali scelte governative sull’onda di questa impostazione sono sfociate in emergenza abitativa. «Non si hanno dati precisi che indichino il numero totale di rom presenti in Italia – continua – ma le stime si mantengono all’interno di una forbice molto ampia, compresa tra le 120 e le 180mila unità. Secondo il nostro monitoraggio, sono 28mila i rom in emergenza abitativa in Italia, di cui 18mila risiedono all’interno di insediamenti formali (baraccopoli istituzionali) gestiti totalmente dalle autorità pubbliche e 10mila vivono tra insediamenti informali e centri di accoglienza per soli rom: in tutti i casi, si tratta di luoghi monoetnici e segreganti dove le condizioni igienico-sanitarie sono al di sotto degli standard internazionali».
Prova ne sia la preoccupazione espressa di recente dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, affermando che è quanto mai necessario introdurre misure per «prevenire l’assenza di alloggio, cessare gli sgomberi forzati e chiudere gli insediamenti e i centri di accoglienza per soli rom esistenti, attraverso l’offerta di alternative abitative ordinarie ed effettivamente integrate alle famiglie coinvolte».

La fase emergenziale si è cronicizzata e, secondo quanto si legge nel Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, redatto dall’associazione A buon diritto e pubblicato il 10 novembre scorso, «l’Italia continua a progettare e finanziare un sistema abitativo parallelo e riservato ai soli rom, con concentramento, di fatto, articolato su base etnico-censuaria». L’approccio rimane quello storico: ghetti, controllo, repressione generalizzata e nessuna progettualità a lungo termine. La scelta del governo, fatta al momento del varo della Strategia nazionale di inclusione sociale dei rom, dei sinti e dei caminanti, nel 2012, «di demandare ai governi regionali e alle amministrazioni locali la sua attuazione – si legge nel Rapporto – può ormai essere giudicata in tutto il suo fallimento». «Politiche ventennali realizzate su base etnica – conferma Elena Risi dell’Associazione 21 luglio – e destinate ai rom in quanto rom (e non come risposta al reale bisogno sociale) hanno, negli anni, alimentato il circolo di povertà ed esclusione, ostacolando le famiglie rom svantaggiate e traducendosi in barriere per l’accesso ai diritti umani fondamentali, come l’alloggio e l’educazione scolastica».

Tradotto: ancora nel 2017, ai rom per esigere diritti tocca attendere di essere inseriti in qualche piano pluriennale o aspettare la prossima emergenza.

Mladic condannato per il genocidio di Srebrenica, ergastolo al “macellaio dei Balcani”

Il tribunale penale internazionale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia (Tpi) ha condannato all’ergastolo, in primo grado, l’ex generale Ratko Mladic, ex comandante dell’esercito serbo bosniaco, per genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati durante la guerra in Bosnia (1992-95).

Il martello dei giudici che ha condannato all’ergastolo il boia di Srebrenica ha atteso 22 anni per battere. Dopo quattro anni e mezzo di udienze e trecento testimoni ascoltati, al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja hanno pronunciato la sentenza di primo grado a carico del generale serbo Ratko Mladic, accusato di genocidio e crimini contro l’umanità. È l’ultima parola della storia: così, dicono, finiranno le guerre balcaniche.

Mladic non si è mai pentito. Ha sempre ripetuto la stessa frase: «Ho difeso il mio paese». Al processo voleva presentarsi con la sua uniforme con le stelle sulle spalle, come quando comandava la sua unità di paramilitari, gli Skorpioni. Le madri dei morti del massacro di Srebrenica saranno, come sempre, dietro al vetro a vedere quale l’espressione comparirà sul volto di quello che era lo spietato comandante serbo bosniaco ed è oggi un vecchio stordito. Mladic ha metà del corpo paralizzato, lo sguardo svuotato da 16 anni di latitanza e 3 ictus.

Oggi a volte passeggia nelle ore di luce nel corridoio della sua cella, ieri era alla guida del nono corpo d’armata jugoslavo contro i croati, poi al comando del secondo distretto militare a Sarajevo. Mladic diventò comandante dell’esercito serbo di Bosnia nel 1992.

Durante i 44 mesi d’assedio di Sarajevo, l’11 luglio 1995, i suoi uomini presero il controllo di Srebrenica e l’ufficiale scelto da Karazic, il temuto Mladic, ordinò di prendere in ostaggio 200 caschi blu, prima di procedere al massacro di 8mila musulmani. Alain Tieger, prima della rogatoria finale all’Aja, ha detto che le stragi di civili e «la pulizia etnica non erano conseguenza della guerra, ma il suo obiettivo. Qualsiasi pena che non sia la prigione a vita è un insulto alle vittime, vive o morte, e un affronto alla giustizia».

Milosevic è morto nel 2006 nella sua cella senza sentenza e ora i giudici hanno condannato Mladic, 74 anni, prima che lo faccia il tempo. I suoi avvocati, che hanno tentato di evitare il processo con 11 capi d’imputazione, tra cui deportazione, genocidio, persecuzione, crimini contro l’umanità, dicono che il vecchio generale condannato all’ergastolo, non ha più le capacità per capire cosa stia succedendo. Non si rende più conto di cosa ha intorno. Per dimostrarlo hanno mostrato le immagini delle risonanze magnetiche, ma l’Aja ha deciso di non fermarsi.

Se in Bosnia Mladic è sinonimo di genocidio, in Serbia lo è ancora di liberazione. Se a Sarajevo la sua faccia incarna per antonomasia le atrocità del conflitto, per le strade di Belgrado è ancora l’icona simbolo della resistenza serba. Ana Brnabic, premier serba, ha detto che «il tribunale dell’Aja contribuisce solo al peggiorare della situazione e non è mai stato imparziale verso tutti i lati del conflitto dall’inizio». È tempo di giustizia dal lato musulmano, di senso di sopraffazione da quello slavo. «Un processo non può condurre alla pace, questo può accadere solo se è iniziativa della società civile». Vladimir Vukcevic, prosecutore che ha arrestato Mladic nel 2011 dopo la sua fuga durata oltre 15 anni, dice che «ogni nazione ha ancora la sua personale versione della verità, finché sarà così, non ci sarà riconciliazione».

Il tribunale che ha assicurato alla giustizia 161 autori dei massacri più atroci dalla Seconda Mondiale, per la guerra che ha ucciso più di 100mila persone in tre anni, chiuderà i battenti a dicembre dopo 24 anni. Forse così le guerre deo Balcani saranno finite davvero.

Articolo aggiornato il 22 novembre 2017 alle 12:25