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Malati, denutriti e con i parassiti nello stomaco: profughi e soldati in fuga dal regime di Kim

Il leader della Corea del Nord Kim Jong-un con i soldati nei pressi del confine con la Corea del Sud EPA/YONHAP EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Scappano verso quella che credono sia libertà, l’unica che riescono a vedere oltre il confine grigio del filo spinato, dei soldati con i fucili spianati. Via dalle carceri del regime liberticida e dai lavori forzati a cui sono costretti. Ma corrono anche per lasciarsi dietro fame nera, tubercolosi, malnutrizione e infezioni. O l’epatite B contro cui non esiste vaccino. Corrono e arrivano tutti stremati e sotto peso. E se sbagliano attraversamento, vengono rispediti indietro, tra le fauci del regime di Kim. È quello che è successo a dieci nordcoreani che hanno tentato la fuga oltre confine, che speravano di ottenere lo status di rifugiati una volta su suolo straniero, lasciatisi dietro la patria a inizio novembre.

Non è stato così. Perché il suolo che hanno calpestato è stato quello cinese e lo Stato che li ha accolti in fuga da Pyongyang era quello di Pechino. E le dieci persone che erano riuscite a scappare sono state deportate indietro, anche se tra loro c’era un bambino piccolissimo. Sanno cosa li attende adesso. Perfino il bambino di 4 anni conosce il futuro destino di sua madre: il carcere a vita nella migliore delle ipotesi, nella peggiore e probabile, la morte. Suo padre, Lee, li attendeva in Sud Corea, dove è in esilio, dopo una fuga fortunata nel 2015.

Lee crede che al momento si trovino «in un centro di detenzione. Se passi un mese li dentro diventi incredibilmente fragile, senza mangiare. Manca il cibo. Perdi peso perché non c’è niente da mangiare. Se va bene, ricevi 20 germogli di grano al giorno. Non posso descrivere come mi sento, per me il mondo è un inferno, adesso». Se non ti uccide la volontà del governo, ti ammazza la fame.

Lee ha pregato il presidente cinese Xi Jinping e quello americano Donald Trump di intervenire contro il rimpatrio della sua famiglia che cerca asilo, che però è stata registrata sotto lo status di “disertore”. Insieme agli altri nordcoreani che tentavano di raggiungere il futuro in un altro Paese, la sua famiglia è stata arrestata il 4 novembre, a nord est della Cina, nella provincia di Liaoning. La Cina non ha nemmeno considerato la loro richiesta d’asilo come profughi, li ha trattenuti in un centro di detenzione e ora li ha ritrasferiti in un altro, non più cinese, ma nordcoreano, dove, dice Human Rights Watch, «verranno condannati».

Oltre all’ultimo soldato ferito durante le sua corsa rocambolesca in auto, raggiunto dai proiettili delle divise mentre varcava la dogana della Corea del Sud, negli ultimi tre mesi sono stati 49 i nord coreani che hanno abbandonato, rischiando la vita, il regime di Kim Jong Un. Secondo Human Right Watch, il numero di persone che tentano la fuga è in aumento, rispetto alle 51 persone fuggite nell’ultimo intero anno.

È stato proprio il soldato di 24 anni che ha raggiunto l’altra sponda, dopo che i proiettili del suo stesso esercito lo hanno quasi ucciso, a dare i dettagli a Seul su come si vive in Nord Corea. Durante l’operazione chirurgica, mentre i proiettili venivano estratti dal suo corpo, undici vermi sono stati trovati nel suo stomaco. È così che vive la maggior parte della popolazione nordcoreana, con i parassiti da fame e carenza igienica nello stomaco, in un Paese dove è difficile curare perfino l’epatite, per assenza di vaccini e un terzo dei bambini sotto i cinque anni è gravemente malnutrito.

Phil Robertson, direttore di How, che segue la faccenda del soldato e della famiglia di Lee da vicino, ha detto che facendo tornare indietro l’ultimo gruppo di richiedenti d’asilo «la Cina si rende complice delle torture, dei lavori forzati, incarcerazione e altri abusi che subiranno. Verranno condannati e Pechino si rifiuta di proteggerli, cioè si rifiuta di trattarli e registrarli come rifugiati che scappano dalle persecuzioni».

La donna e il mobile

Marica ha 39 anni, è separata e ha due figli (di 10 e di 5 anni) di cui uno disabile. All’Ikea di Corsico era stata assunta per lavorare al bistrot e Marica (come succede a moltissimi) ha incastrato i suoi orari di lavoro con i figli, con i loro ingressi a scuola, i rientri in tempo e soprattutto con le cure per il suo primogenito.

Quando l’azienda le ha chiesto di spostarsi al ristorante Marica (mai un richiamo, mai un appunto, nella sua carriera con l’azienda svedese) ha chiesto solo il diritto di riuscire a organizzarsi. Ha chiesto di poter trovare ancora una volta le fessure in cui incastrare il lavoro, i suoi figli, la sua famiglia. Il diritto di farcela, verrebbe da scrivere.

Era disponibile a fare più tardi la sera, lavorare di più ma aveva bisogno di una maggior flessibilità: quella che, tra l’altro, le era stata promessa. Ora il punto non è tanto che l’azienda non sia venuta incontro alle richieste della sua dipendente ma è tutto in quella lettera di licenziamento con cui Marica viene allontanata con l’onta di avere chiesto “troppo”.

Vengono in mente due pensieri, brevi e veloci. La Svezia, innanzitutto, così attenta al welfare, alle mamme e alle famiglie eppure alla svedese Ikea è bastato pochissimo per italianizzarsi nell’accezione peggiore; abbattere l’articolo 18 martellandolo per anni ha provocato un danno più culturale che legislativo e per le aziende è sempre più un “liberi tutti”.

Poi c’è la bassa natalità in Italia, i numeri che proprio ieri sono usciti e tutte queste facce stupite di chi davvero sembra domandarsi perché: chiedetelo a Marica, come si sta da mamma, qui da noi.

Buon mercoledì.

 

Lucia Senesi e il film “Avanti”: «Racconto Gramsci e la sua fiducia nell’essere umano»

Quando Albert Camus ricevette il Premio Nobel, ringraziò Simone Weil dicendo: «perché i morti, a volte, sono più vicini a noi dei vivi». Ogni volta che qualcuno mi chiede perché ho passato gli ultimi due anni della mia vita in giro per l’Europa a parlare di Gramsci, io rispondo così. Era il Natale del 2014 quando ho letto per caso alcuni passi dei Quaderni del Carcere, e ho capito che era arrivato il momento di una lettura completa.
Ti conquista subito Gramsci, perché è diretto, radicale, lontano anni luce dal politicamente corretto. Se prendi dei pezzi e li estranei dal contesto, intuisci quanto sia facilmente strumentalizzabile dalla Destra e perché a Sinistra tutti se lo litighino un po’: i comunisti lo reclamano come una loro proprietà storica; i socialisti dicono che no, Gramsci aveva fatto marcia indietro, in fondo lo sanno tutti, e lo racconta pure Pertini; poi ci sono gli anarchici che ti rispondono che, per carità, Gramsci non lo si può iscrivere in nessun partito tantoché c’è quel famoso articolo dove irride i marxisti, “Siamo noi marxisti? Esistono marxisti? Buaggine, tu sola sei immortale”. In America lo studiano all’Università, ma come intellettuale. Se specifichi che è uno dei fondatori del Partito comunista italiano, ti domandano sgomenti Seriously? Are you sure?, perché siccome lo amano anche i repubblicani, non possono rassegnarsi all’idea che l’egemonia sia una categoria pensata per qualcosa d’altro che non sia il libero mercato.

Nessuno è probabilmente più inattuale di Gramsci. Eppure è proprio da questa inattualità, e forse in ragione di essa, che sembra tanto moderno. Adorno scriveva che, nel nostro mondo caratterizzato dalla cultura di massa, il moderno è diventato effettivamente inattuale, specificando che la modernità è una categoria qualitativa e non già cronologica. Forse sarà che tutte le crisi, come tutte le famiglie felici, si somigliano un po’, o forse davvero aveva capacità di veggenza, ma c’è tutto in Gramsci: l’analisi del territorio, la linguistica, la letteratura e il teatro, l’economia e la politica, il giornalismo e la critica degli intellettuali, il problema dell’egemonia e quello delle classi subalterne. Diverse le date e i luoghi, ma tutto scritto e analizzato come si trattasse di oggi. Come se nel nostro Paese nulla fosse mai cambiato. Come se problema, analisi e soluzione fossero lì davanti ai nostri occhi, e a noi restasse solo da chiedersi: “beh, perché non lo facciamo?”. È nato un po’ così questo documentario, un po’ per rabbia, un po’ per amore.

Ero arrabbiata, sì, perché i politici, se vogliono fare i politici, devono conoscere la storia, devono avere coscienza del nucleo culturale da cui provengono, e tanto loro quanto gli intellettuali devono rispondere, non ai giornalisti o agli scrittori famosi, ma a tutti, a me che sono la signorina nessuno e gli suono il campanello perché voglio capire come abbiano fatto a consegnarci un Paese in queste condizioni. Ma poi quei campanelli li ho suonati veramente, e ho appreso che la teoria e la pratica sono due cose differenti, che essere arrabbiati è giusto a patto di non perdere la capacità di ascolto e di rispetto nei confronti degli altri, che i leader a volte fanno cose stupide perché anche loro sono umani, e comunque sì, si può sbagliare anche se si è in buona fede, che i partiti sono costituiti da persone e che è ingenuo e infantile pretendere che il buono e il bello stiano da una parte sola, come nei film della Disney. Ero arrabbiata, ma poi ho incontrato Giuseppe Tamburrano e Gianna Granati, che mi hanno aperto le porte della loro casa raccontandomi tutto ciò che si ricordavano, dettagli su dettagli, pomeriggi su pomeriggi, hanno recuperato per me archivi, foto, documenti.

C’è un punto in cui non c’entrano più la politica o le interviste o le linee di partito, Giuseppe e Gianna erano contenti di avermi a casa loro, prepararmi il tè, venire a passeggiare con me per accertarsi che avessi davvero capito qual era l’intenzione di Nenni o l’atteggiamento di Togliatti in questa occasione o quell’altra. Insieme a me, nei loro racconti, erano di nuovo i giovani che si erano conosciuti e innamorati leggendo le lettere di Gramsci. Ero arrabbiata, e nonostante questo, Giuseppe Vacca mi ha accompagnato al Cimitero Acattolico di Roma e ha risposto a ogni mia domanda, anche a quelle più irriverenti (perché io a differenza sua non sono comunista) con precisione e ironia. Ero arrabbiata ma ho fatto colazione con Juan Carlos Monedero, una mattina a Madrid, e ho imparato che la rabbia va organizzata, e che comunque la più grande lezione di Gramsci è di non perdere mai la fiducia nell’essere umano.

Anche Mirella Delfini era arrabbiata, lei la tessera del Partito comunista l’ha stracciata per davvero, e ha lasciato la politica per occuparsi degli insetti perché «ho pensato che erano più seri loro» mi ha detto. E poi Manolo Monereo, Pepe Gutierrez, Michelangelo Jacobucci, Antonio Scurati, Dimitri Deliolanes, Jacques Bidet, Toni Negri, Stefano Gensini, Alessandra Marchi, Angelo D’Orsi, Fabio Frosini, Guido Liguori e André Tosel, tutti hanno contribuito con il loro pensiero e le loro riflessioni.

C’era un’epoca da documentare e io ne sentivo tutto il peso. Poi Michel, uno dei direttori della fotografia, mi ha detto di smetterla di ossessionarmi con la mia mania di totalità. «Sei una regista, una persona che racconta storie. Scegli qual è la storia che vuoi raccontare». Io volevo raccontare una storia di uomini e di partiti, e spero di averlo fatto restando fedele a quella che è la verità per me. Come scrive J. M. Coetzee: «Gli uomini nuovi dell’Impero sono quelli che credono ai nuovi inizi, ai nuovi capitoli, alle nuove pagine. Io continuo a lottare con la storia antica, sperando che, prima della fine, mi riveli perché pensavo che ne valesse la pena».

L’articolo è stato pubblicato su Left n.16 del 22 aprile 2017.

Il film di Lucia Senesi viene proiettato il 29 novembre, ore 21, alla Casa del cinema di Roma per Riff 2017.

Tra le specialità del “cuoco di Putin” ci sono anche le fake news

SAINT PETERSBURG, RUSSIA - AUGUST 9: (RUSSIA OUT) Russian billionaire and businessman Yevgeniy Prigozhin attends Russian-Turkish talks in Konstantin Palace in Strenla on August,9, 2016 in Saint Petersburg, Russia. President of Turkey is having a one-day visit to Putin's hometown. (Photo by Mikhail Svetlov/Getty Images)

Lo dicono i dossier dei servizi segreti americani che indagano sull’influenza russa alle ultime elezioni Usa 2016: lo scopo dei russi era fomentare i dibattiti, destabilizzare la democrazia, manipolare il paese, produrre fake news. La “strategia del caos” dell’Internet research agency di San Pietroburgo, l’Ira, conosciuta sulla stampa come “fabbrica dei troll”, era accuratamente pianificata per i 35 milioni di visitatori al mese. Essere contro la sodomia, per l’indipendenza del Texas, generava traffico; parlare a favore delle armi e contro le tasse agganciava followers.

Per farlo i russi, dice il giornale Rbc, avrebbero pagato anche attivisti americani: 80mila dollari in due anni, compresi 16 gruppi legati al movimento Black lives matter. La missione non era influenzare il voto, ma l’intera America. Nell’edificio 55 di via Savouchina, a Pietroburgo, aggiornavano i loro profili Facebook e Twitter persone che non esistevano. Ora che la premier May ha stanziato 100 milioni di sterline per la contro-propaganda e il Congresso americano 60 milioni di dollari, l’Ira ha chiuso i battenti, e si indaga sul suo proprietario, il “cuoco di Putin”, che pochi conoscono col suo nome vero, Evgeny Viktorovich Prigozhin.

Il dipartimento del Tesoro Usa lo ha sanzionato personalmente un anno fa. Poi ha sanzionato le sue società. Lo chef del caviale e dei troll è diventato milionario con la ristorazione. Ma più che cibo, dice la Cia, ha cucinato anche le elezioni di Trump.

Evgeny, 56 anni, a 20 anni è finito in carcere per frode e prostituzione minorile. Dopo le sbarre, negli anni 90, col crollo dell’Urss, è entrato nel circolo degli uomini di Pietroburgo. Se Putin è figlio del Kgb, lui è padre dell’azienda che fonda, la Concord. I due si conoscono quando il presidente era il consigliere per gli investimenti stranieri del sindaco di Pietroburgo, i patti tra imprenditori, dopo che sono diventati amici, avverranno sempre tra le mura del suo ristorante.

Lo stesso Evgeny ha accolto nel 2001 Putin e Jacques Chirac “a bordo” di uno della sua dozzina di ristoranti di lusso a Pietroburgo, quello galleggiante sul battello New Island, dove l’anno successivo si è seduto a mangiare anche il presidente George Bush. In una foto di luglio 2002, Putin guarda Evgeny che guarda Bush, che sta guardando nel vuoto, mentre il bilionario gli mostra una bottiglia. Davanti a loro candele e bicchieri di cristallo su un tavolo nero lucido. Nel 2010 vince l’appalto per rifornire le mense scolastiche russe, nel 2012 il cuoco del presidente ne nutre anche l’esercito: vince infatti la gara per sfamare l’enorme serbatoio di soldati della Federazione. Affare stimato? Un miliardo e 400mila dollari.

Da San Pietroburgo al Donbass, fino alla Siria. Dai camerieri ai troll fino ai soldati: Prigozhin ne avrebbe trovati 5mila, pagandoli 4mila dollari al mese, da spedire nelle guerre al confine ucraino e poi quello siriano a Palmira, per difendere i pozzi petroliferi, su cui ha guadagnato il 25% dei proventi per ogni territorio strappato all’Isis, con la società Evropolis.

Per ogni vento di guerra insomma, su internet o sul campo, il cuoco del presidente ha saputo sempre cosa servire, cosa era necessario, all’occorrenza: cibo, soldati o fake news.

Un partito e una lista per la sinistra

Da sinistra: Nicola Fratoianni, Filippo Civati, Roberto Speranza e Francesco Laforgia al sit-in organizzato dalla sinistra contro la fiducia sul Rosatellum in piazza del Pantheon a Roma, 11 ottobre 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

L’appuntamento nazionale del prossimo 3 dicembre è particolarmente importante. Potrebbe segnare una data storica per la sinistra e di conseguenza per la democrazia italiana. La data della rinascita della sinistra in Italia, come parte di un risorgimento europeo. Come forza politica autonoma, organizzata, moderna, rappresentativa, radicata nei territori e nella società, di lotta e di governo.

Bisogna assolutamente evitare gli errori del passato. L’appuntamento del 3 dicembre non deve apparire come solo quello della presentazione di una lista unitaria. La lista è condizione necessaria ma non sufficiente. La politica dei due tempi sarebbe esiziale. Progetto della lista e quello di una nuova formazione politica debbono andare insieme. Sarebbe un segnale importante che nel documento che indice l’Assemblea nazionale del 3 ci sia espresso riferimento alla necessità di costruire al tempo stesso: programma, partito e lista come inizio di un processo aperto.

Chi verrà a Roma il 3 dicembre deve sapere che si impegna non solo per una lista, ma anche per un progetto politico e sociale. Un appuntamento storico e di svolta, con l’obiettivo di cambiare l’agenda di questi anni. Quella della sinistra certo, ma anche del centro-sinistra così come è stato dall’Ulivo fino al Pd. Realizzare infatti una sinistra nuova, adeguata alle sfide del XXI secolo, non può significare solo rompere con le politiche neo-liberiste e di penalizzazione e anzi umiliazione del lavoro e dei suoi diritti; occorre darsi la forza indispensabile a rovesciare una deriva ormai trentennale con un progetto di riforma della società.

Per questo una nuova organizzazione, un nuovo partito, una nuova prospettiva strategica, ma anche una nuova cultura politica. Formule come “contaminazione”, “sinistra-centro”, “campo largo”, “non voglio un partito ma riaprire la partita” non le vogliamo più sentire. Sono alla base delle sconfitte di questi anni, della nostra subalternità, della scomparsa della sinistra. Indizi di una cultura politica vecchia, residuale, perdente. Per noi parole-chiave sono autonomia, alternativa, lavoro, solidarietà, democrazia, Costituzione, ambiente, pace, diritti sociali e civili.

Anche per questo intendo proporre alcune considerazioni sul documento che prepara l’appuntamento del 3. Non prima però di un inciso. L’invito a firma Speranza, Fratoianni, Civati che annuncia il 3 dicembre presenta aspetti imbarazzanti. Detto che comincia con “Cari italiani/Care italiane”, invita poi ad una “grande assemblea popolare”. Assemblea però non declinata politicamente, la parola “sinistra” non c’è, ma non sarebbe bastata da sola senza un recupero dei filoni ideali storici della sinistra: socialista, comunista, libertario, dell’ambientalismo e dei diritti civili. Un appello che pare amorfo e sfuggente. Prosegue con un elenco di punti di programma: lavoro, diseguaglianze, sfruttamento, povertà, Costituzione ecc. Cose certo importanti, ma se manca la definizione del soggetto politico resta solo il tradizionale ‘libro dei sogni’ della sinistra italiana. La conclusione è: “il 3 dicembre daremo vita a qualcosa che ancora non c’è e di cui l’Italia ha bisogno”. Lo speriamo tutti, ma una migliore aggettivazione politica è indispensabile.

Ma veniamo al vero e proprio documento. Inizia dicendo che insieme ad una lista unitaria alle prossime elezioni politiche, intendiamo costruire “un progetto credibile solido ed autonomo”. Anche qui giusto ma insufficiente, per non dire sfuggente. Manca il coraggio di dire che con la lista nascerà un nuovo partito che ridia una rappresentanza al popolo, che vive del suo lavoro o nella speranza di averlo. Anche più avanti c’è l’invito a “costruire un grande spazio pubblico”, ma non si fa politica con “un grande spazio pubblico”. Queste ambiguità sono indice di un problema politico di fondo. Dobbiamo affrontarlo e risolverlo, altrimenti gli stessi punti di programma individuati nel documento, giusti e condivisibili, non avranno gambe per camminare.

C’è una divaricazione fra programma e politica. Occorre assolutamente rimediare. Le forze ci sono, finora rifugiate nell’astensione o nella protesta. Bisogna recuperare lo spirito del referendum del 4 dicembre, la domanda di democrazia, tradita dalle leggi elettorali incostituzionali e di novità che la straordinaria vittoria del “No” ha imposto al sistema politico tutto.

La sinistra italiana può rinascere. Bisogna tornare a disporsi, con forza e intelligenza, dalla parte giusta della storia.

 

Così la discriminazione razziale fa ammalare corpo e psiche

Medicinali donati dall'Elemosineria Apostolica Vaticana, alle numerose persone e famiglie accampate in via Cupa, presso l'ambulatorio di Medicina Solidale, Roma, 28 luglio 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

“Effetto migrante sano”. Questo è quanto. Ed è ufficiale. A dichiararlo la Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti e sulle risorse pubbliche impiegate, nella Relazione sulla tutela della salute dei migranti e della popolazione residente.
Con buona pace di coloro che gridano all’untore straniero, il fenomeno migratorio in atto riguarda «persone in condizioni di salute più che buone». Addirittura «migliori di quelle dei residenti». Che, fra le altre malattie, sarebbero evidentemente affetti dalla Sindrome di Salgari, ossia dal timore ingiustificato di una imminente diffusione incontrollata di malattie infettive da parte del migrante.
Se a scongiurare il loro terrore non bastasse considerare che la tendenza a porre in atto il viaggio migratorio è sostenuta, a prescindere dalle motivazioni personali, da una selezione naturale, forse servirà sapere che la paura non è supportata da alcuna evidenza scientifica derivabile da «studi epidemiologici formali o da sorveglianze sanitarie (…) e che un controllo proporzionato sui rischi di diffusione di malattie infettive viene già effettuato dagli organismi preposti, soprattutto al momento dell’arrivo dei migranti in Italia».
Una popolazione giovane, destinata e pronta a produrre una qualche forma di reddito, che si sottopone a un viaggio, non solo rischioso, ma anche molto faticoso non può che essere sana ed esente da “esotismi sanitari”. Infatti, «le evidenze epidemiologiche mettono in luce il fatto che l’incidenza delle patologie infettive di importazione è rimasta, nel tempo, del tutto trascurabile (…) in assenza di vettori specifici e delle condizioni socio-economiche favorenti la loro diffusione», si legge nelle Relazione.
Quelle che, invece, farebbero ammalare gli immigrati in Italia, esponendoli alle insidie della marginalità: la continua esposizione a condizioni di povertà in cui sono costretti a vivere comporta il depauperamento del patrimonio di salute di cui arrivano provvisti, generando l’“effetto migrante esausto”.
Recenti studi hanno dimostrato che la maggior parte delle infezioni, per esempio l’Hiv e la tubercolosi, sono avvenute durante la loro permanenza nel Paese di destinazione per il degrado e le pessime condizioni generali a cui si associano malnutrizione e alcolismo, senza trascurare che la perdita di salute del migrante è una conseguenza, pure, della ridotta possibilità di accesso ai servizi sanitari italiani per le scarse informazioni, la difficoltà comunicativa e la precarietà che sopportano. Fatta di disagio e solitudine in una “normalità” che ammala più dell’emergenza: con il rischio che la vulnerabilità si trasformi in malattia (fisica e psichica).
Prova ne sia l’esperienza del poliambulatorio dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp) a Roma che, nel periodo compreso tra il 2008 e il 2016, su circa ventitremila pazienti senza permesso di soggiorno ha riportato un quadro diagnostico caratterizzato da problemi di salute mentale quali depressione nel 28 per cento dei casi, disturbo da stress post traumatico nel 27 per cento, e ansia nel 10 per cento.
E c’è un importante determinante di salute (fisica e mentale), sconosciuto ai più: la discriminazione basata sull’origine culturale nei luoghi di lavoro. Uno dei pochi studi in materia realizzato dall’Inmp e riportato nella rivista Epidemiologia & Prevenzione nel volume Lo stato di salute della popolazione immigrata in Italia: evidenze sulle indagini multiscopo Istat, dimostra robuste associazioni tra discriminazione razziale percepita ed esiti negativi di salute fra gli immigrati.
Premettendo che il lavoro e le sue implicazioni costituiscono l’aspetto più rilevante di un progetto migratorio e la cui «realizzazione è determinante per la propria percezione esistenziale», percepire una discriminazione in quest’ambito è particolarmente pernicioso. Al di là del dato oggettivo per cui sperimentano maggiori difficoltà nell’accedere a posizioni qualificate e certamente meno corrispondenti al livello professionale che avevano nel Paese di provenienza, vivono sulla loro pelle episodi di invisibile discriminazione a causa delle cattive relazioni tra colleghi o con i superiori. E se è vero che la maggior parte dei loro progetti è orientata al lavoro, «dopo la fase iniziale in cui è prioritario garantirsi la sopravvivenza economica, subentra una visione più ampia, finalizzata a ottenere legittime soddisfazioni di tipo professionale e personale», si legge nello studio. Tradotto: per l’investimento, come «risorsa produttiva per l’arricchimento sociale e culturale», che esprimono nel Paese in cui sono immigrati, desidererebbero un riconoscimento (almeno) dei loro diritti di cittadini e, ottenendolo di rado, «il crollo delle aspettative riposte nella società ospitante influenza negativamente la percezione della propria soddisfazione di vita».
E allora che cosa potrebbe accadere? Il migrante in condizioni di difficoltà, soprattutto di salute, tende a tornare nel proprio Paese d’origine. È il cosiddetto “effetto salmon bias”, certamente meno pericoloso della Sindrome del padre di Sandokan…

Né fake news, né i social: il problema è la maleducazione alla complessità

Il tweet con cui la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, commenta un fotomontaggio che la ritrae in compagnia della presidente della Camera, Laura Boldrini, al funerale di Totò Riina, Roma, 23 Novembre 2017. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Abbiamo spinto perché fosse tutto veloce, immediato, superficialmente pungente: sarà stato per un incasso pubblicitario che sul web è calcolato sul clic piuttosto che sul tempo di lettura o forse sarà stata per tutta questa smania di arrivare per primi piuttosto che meglio ma alla fine il giornalismo che si sostiene con le colonnine fitte di pruriti, scapezzolamenti, gattini e video più brevi dell’advertising che li introduce ha la sua fetta di responsabilità per questa disabitudine alla complessità che  è diventata rissa, bile seriale e inevitabilmente anche valanga di castronerie bevute per vere.

Forse converrebbe andare a ricercare con cura da archeologo innamorato dove sia il punto in cui si è deciso che tutto ciò che è troppo complesso sia inutilizzabile per la comunicazione “smart” a cui si sono affezionati in tanti poiché fascinosamente comoda e deresponsabilizzante. Sarebbe il caso di interrogarsi quando si è deciso, il giorno esatto (magari saperne anche l’ora, per appuntarcela nel diario delle nostre sviste peggiori) in cui abbiamo permesso di ridurre ogni dibattito alla combutta in cui possano partecipare al massimo due squadre, quella del fortissimamente sì e del fortissimamente no, buttando via tutto quello che ci potrebbe stare in mezzo poiché troppo lento da intuire, troppe battute per poterlo comunicare, troppo complesso (appunto) e quindi barboso, complicato, etichettato come 1.0.

Un Paese che si scanna su Riina tra la fazione di chi lo vorrebbe seviziare anche da morto e chi lo vorrebbe santo e intanto sono superflui tutti i commenti intermedi; un Paese che riduce il tema del maschilismo all’inneggiare qualcuna come Giovanna D’Arco o all’affondarla come puttana ed è barboso tutto il resto; un Paese che spreca paginate di politica sul gioco della torre dei futuribili premier, travestendo il quiz da editoriale di analisi politica; un Paese per cui Giulio Regeni o è vittima o è carnefice, e ci siamo persi il ragazzo, la sua storia, la sua famiglia, la politica estera e tutto il resto; un Paese in cui una notizia falsa che corrobora una nostra convinzione è una bugia bianca mentre invece una notizia vera che disturba le nostre idee è un “pensiero unico imposto” che smontiamo con un “ma anche” per chiudere la discussione.

E poi ci stupiamo se lì dove ci dovrebbe essere un senso di appartenenza figlio di una condivisone d’intenti e di ideologie (anche le ideologie, insieme alle idee, sono diventate roba troppo complessa per avere il permesso anche solo di pronunciarle) alla fine ci troviamo solo tifo. Abbiamo concesso una lenta e sistematica rottamazione della credibilità dei saperi e ora ci fingiamo stupiti di fronte all’ignoranza. Abbiamo dopato la vitalità trasformandola in culto e ora ci lamentiamo della propaganda. Ne scrivevo in un mio buongiorno di un anno fa: c’è da innamorarsi dei dubbi e da allenarsi all’essere terribilmente fallibili. Un popolo incapace di leggere le complessità sarà sempre arido, inumano, sloganizzato e continuerà a sentirsi comodo solo dentro il perimetro stretto di un commento sui social o un luogocomunismo da aperitivo.

C’è da studiare, rimboccarsi le maniche, ambire a saperne di più, a fare meglio. Anche se sembra così terribilmente fuori moda.

Buon martedì.

La scuola come bottega di filosofia, altro che stage in azienda

Mentre tutti non parlano che di alternanza scuola/lavoro al Liceo Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli (Fi) si prova ad andare in “direzione ostinata e contraria” mettendo su una vera e propria Bottega dei filosofi con professori universitari che incontreranno docenti e alunni dell’Istituto per parlare di grandi questioni filosofiche. La scuola incontra l’Università per imparare dai grandi Maestri e formare uno sguardo critico sul presente.

Si inizia mercoledì 29 novembre (dalle 11.20 alle 13.10) con il professore Marino Rosso dell’Università di Firenze che parlerà delle filosofie orientali. Un’occasione per schiudere le porte su un pensiero diverso e lontano da quello occidentale e verso cui i giovani di oggi mostrano sempre più interesse e curiosità.

Il 26 gennaio invece il professor Michele Ciliberto approfondirà una figura di grande rilievo e originalità, ma che, spesso, è lasciata ai margini dei programmi scolastici tradizionali: il nolano Giordano Bruno.
A febbraio, da Padova, arriverà il professore Enrico Berti che affronterà con gli alunni delle classi terze la complessità della filosofia di Aristotele e, infine, concluderà il ciclo la professoressa di Firenze Elena Castellani che illustrerà il rapporto tra scienza filosofia, tema cruciale per un Istituto che, fra i vari indirizzi, ha quello del liceo scientifico.

Finalmente il mondo dell’università e della ricerca verranno a stretto contatto con le domande dei più giovani, i quali invece che studiare il sapere sui libri proveranno con mano ad ascoltare e argomentare con i filosofi dei nostri tempi. Passato e presente si fondono insieme nel gusto della ricerca e della dialettica per far scendere la filosofia dal cielo alla terra, dall’astrazione alla concretezza. In questo senso “bottega della filosofia”: per sottolineare l’aspetto pratico, oltre che teoretico, della conoscenza, per unire mano e intelletto all’insegna di una concezione unitaria del sapere e dell’uomo. Mentre il mondo corre, alla ricerca dell’utile, in nome del mercato e del profitto, noi tenteremo di prenderci del tempo, per riflettere, approfondire, discutere, analizzare e lo faremo per niente, non per un utile immediato e misurabile, ma per diventare più liberi e umani.

Margot Wallstrom, ministro degli Esteri che si batte per i diritti delle donne e fa litigare tutti

epa05926532 Swedish Foreign Minister Margot Wallstrom delivers a speech at the high-level pledging event for the humanitarian crisis in Yemen at the European headquarters of the United Nations in Geneva, 25 April 2017. Members of the international community gathered for a pledging conference on Yemen to ease the suffering of the conflict battered Arab country, where millions of people are in desperate need of assistance. EPA/VALENTIN FLAURAUD

Più di trent’anni fa un uomo in Svezia ha preso la sua fidanzata per i capelli e l’ha tirata contro l’armadio. Ha usato così tanta forza che un ciuffo di capelli gli è rimasto tra le mani. La ragazza aveva poco più di 20 anni. Era un’attivista del partito socialdemocratico svedese. Quando decise di lasciarlo, lui si presentò con un coltello nella sua stanza, le tagliò la maglia e la pelle intorno alla gola, la lasciò in stato di shock e se ne andò. La ragazza, cresciuta nella campagna nordica svedese, figlia di un falegname, non frequentò mai l’università. La ragazza ora ha 63 anni ed è il ministro degli Esteri svedese.

Margot Wallstrom è una provocatrice. È una donna, che spesso si trova in riunioni dei ministri stranieri dove i suoi colleghi sono tutti uomini, e ha deciso di virare politicamente verso quella che chiama “una politica degli esteri femminista”, dove l’eguaglianza è alla base di ogni relazione internazionale.

“Ho poco tempo e non ne ho da sprecare ai cocktail party, non è il lavoro di un politico” ha detto la Wallstrom. Internet: ecco dove capire meglio “da dove arriva questa visione ostile, misogina delle donne”. “Perché sopportiamo tutto questo? Perché permettiamo che ci parlino in questo modo?” chiede Margot. Prima di diventare ministro degli Esteri è stata autrice di una legge sulla prostituzione che penalizzava il cliente e non la prostituta, dopo essere stata a lungo in Congo e Sierra Leone ad ascoltare le storie delle donne stuprate dai soldati.

Il suo attivismo, che prevale sulla real politik, ha antagonizzato potenti giocatori in Svezia, un Paese tra i più grandi esportatori di armi al mondo. Non è un segreto che non le piaccia Trump e da quando il presidente americano ha smesso di appoggiare finanziariamente i gruppi di aiuto alle famiglie che decidono di abortire, la Norvegia e Margot hanno offerto di sopperire ai fondi tagliati. Poi il vicino di casa degli Stati Uniti, il Canada, ha deciso di adottare la sua idea, annunciando “un programma d’assistenza internazionale femminista”.

Si è battuta all’Onu contro il nucleare, ha riconosciuto ufficialmente la Palestina, si è scagliata contro uno dei maggiori partner commerciali della Norvegia, l’Arabia Saudita, un miliardo e tre milioni di export svedese verso il Paese arabo non l’hanno fermata. Ha criticato Riad per il trattamento riservato alle donne e la mancata libertà di parola, suggerendo all’Arabia di ritirare il suo ambasciatore. Allora ad attaccarla sono stati i colossi commerciali della Ericsson e H&M. “Dei codardi, comunque non è successo niente, zero risultati” dice. Per far riprendere le relazioni c’è voluta la lettera del re svedese Carlo XVI al re Salman. Lei ha rilanciato dicendo che si batterà per non far vendere nessun’arma a Paesi che non rispettano i diritti umani, come le Filippine. “Io preferirei, in generale, che non producessimo armi, che esportassimo altro, ma sapevo che svolgendo questo ruolo, era parte di quello che dovevo accettare”.

Un altro dei suoi avversari potenti è stato il segretario americano della Difesa, James Mattis, che ha inviato una lettera al governo svedese quando Margot ha tentato di ratificare il trattato Nato sul nucleare, nonostante la Svezia non ne faccia parte. “Non permetteremo a nessuno di fare il prepotente con noi, devono smetterla con i loro ritornelli” gli americani, dichiarò pubblicamente lei in risposta. In patria non ha una vita facile, esperti e colleghi la criticano, accusandola di mettere a repentaglio la sicurezza commerciale e di non fare gli interessi finanziari svedesi. “Quando la gente l’accusa di essere non-diplomatica, sorridendo lei dice di essere d’accordo” scrive il Nyt.

L’ultima sua battaglia riguarda la Turchia. Molti turchi in Svezia hanno detto di essere stati minacciati da organizzazioni vicine al governo di Ankara, per aver espresso opinioni critiche sul regime. Il Riksenheten för säkerhetsmål, l’autorità giudiziaria per la sicurezza, ha cominciato ad investigare sui turchi cittadini del Paese scandinavo e raggiunti dal Paese d’origine, che è riuscito ad ottenere i loro dati in maniera fraudolenta. La ministra lo scorso luglio ha criticato il Governo apertamente e lo fa da luglio, quando il consulente Ali Gharavi è finito in prigione insieme ad altri attivisti per i diritti umani svedesi.

A volte Margot ripensa a Benny, il ragazzo del coltello. “Era disperato, era una dimostrazione di potere”. Dice che quando lasciò la sua stanza, lei era cambiata, meno ingenua. Pochi mesi dopo l’accaduto, entrò in Parlamento. Aveva 25 anni. Sposò un carpentiere di nome Hakan, hanno avuto due figli. Quando le donne stuprate le raccontano cosa è successo, lei ricorda quel senso di impotenza. “È un’esperienza degradante, quando sei sotto il controllo e il potere di un’altra persona”. Benny ha comunque cambiato, dice lei, il suo modo di vedere il mondo.

Le “fake news” e la pessima stampa

Matteo Renzi e Luigi Abete, durante la presentazione del libro 'Soft power dell'Italia' di Giuliano da Empoli all'interno degli spazi del Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano, Roma, 23 novembre 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Dunque a leggere i giornali par di capire che per questa settimana, i prossimi mesi e se ci riusciranno fino al tempo delle prossime elezioni la bolla delle “fake news” verrà usata dalla politica come tagliola da agitare in faccia all’avversario, con buona pace di tutti noi che ancora ci illudiamo di ascoltare soluzioni reali a problemi reali del Paese reali.

Sia chiaro, il tema delle notizie false (o meglio ancora delle credenze popolari trasformate in fatti) è qualcosa su cui urge una riflessione da parte dei media e della politica (la scorsa settimana a metà tra la provocazione, la satira e l’installazione artistica, scrissi un finto editoriale su Salvini e alcuni commenti sono uno spaccato di questo tempo); resta però da capire se la deontologia della stampa e della politica possa essere messa in discussione oppure se ne vuole semplicemente fare una questione di tifo.

Mi spiego. Ieri Renzi ha parlato del problema delle fake news (con un simpatico scivolone in cui ha detto «abbiamo sgamato gli stessi codici dietro alcuni siti» riferendosi a un’inchiesta di Repubblica, che quel «abbiamo» lascia intendere in accordo con lo stesso Renzi) e tutti i giornali hanno scritto che sarebbe arrivata una nuova legge. Titoli dappertutto: “Renzi, buona legge contro le fake news”. Finché lo stesso Renzi ha detto: «Vi diciamo che ogni 15 giorni in Pd presenterà dei rapporti ufficiali sulla rete di tutte le schifezze che troviamo, non chiediamo interventi normativi». Quindi? Niente legge. Titoli falsi. Fake news.

Oppure vale la pena ricordare cosa successe in occasione del referendum: decine di pagine Facebook improvvisamente cambiarono argomento e si misero a fare campagna per il sì. Qui c’è un articolo di Vice che racconta la vicenda.

Il tema delle “fake news” si inserisce tra una stampa e una politica che già naturalmente hanno fatto di tutto per screditarsi. Se vogliamo aprire il dibattito, avanti pure. Ma vale la pena partire da qui.

Buon lunedì.