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Sulla scelta di voto pesa più il lavoro mal retribuito che la pace

È stata una giornata nera per le giovani generazioni europee anche se devono avervi non poco contribuito con il loro voto. L’estrema destra avanza ovunque, conquista la Francia e l’Austria, assedia la Germania. Il sogno di Ventotene, un’Europa libera e unita o libera perché unita, si allontana tra le urla scomposte di vecchi e nuovi nazionalismi che, mentre reclamano la pace, preparano altri conflitti intereuropei.

Non è, però, la guerra russo-ucraina la causa prima della marea nera che ha investito l’Europa. Le sacrosante ragioni della pace non escono rafforzate dal voto né il voto ha premiato le liste che più si sono spese in quella direzione. Ancora una volta è il disagio sociale provocato dal liberismo e dalla contrazione del welfare a spingere l’elettorato a destra o a fargli disertare le urne.

Nel nostro Paese l’astensione, nonostante i seggi siano rimasti aperti un terzo di ore in più rispetto al 2019, ha varcato la soglia del 50%, certificando che la maggioranza assoluta degli italiani è convinta che la sua sorte poco abbia a che fare con le decisioni che si prendono a Bruxelles.

La prova che il risultato elettorale è stato scarsamente condizionato dal conflitto in Ucraina viene proprio dall’Italia dove le forze politiche che avevano fatto della pace la prima bandiera della loro campagna elettorale sono uscite tutte malconce.

La lista di Santoro non raggiunge neppure il 3%, la Lega di Salvini crolla dal 34% del 2019 al 9%, il Movimento 5 Stelle si ferma al 10%. Al contrario il partito di Giorgia Meloni, che non ha mai messo in dubbio l’aiuto militare a Kiev, e quello di Elly Schlein, che pur con qualche mal di pancia ha sempre votato a favore dell’invio di armi in Ucraina, ne sono usciti rafforzati.

Gli italiani in massima parte desiderano il cessate il fuoco ma sulla scelta di voto pesa ancor più il lavoro mal retribuito e la continua crescita del prezzo dei prodotti essenziali. Giorgia Meloni supera la prova elettorale e anzi in percentuale si rafforza, a riprova che la sirena del sovranismo muscolare italiano è ancora capace di ammaliare con il suo canto illusorio e sgangherato.

Il progetto di revisione costituzionale con l’elezione diretta del premier può proseguire la corsa verso quel modello di democrazia di cui Orban e Putin sono campioni in Europa. Le insidie per la maggioranza potranno venire solo da un alleato divenuto troppo fragile.

Dopo lo schiaffo ricevuto da Bossi a urne aperte e il modesto risultato del suo partito a urne chiuse, Matteo Salvini è verosimilmente alla fine del suo percorso politico e, messo alle corde, potrebbe scalciare come un asino che si sente in pericolo. Fin qui tutto era stato più o meno previsto.

La vera novità di queste elezioni è il risultato ottenuto dai democratici e ancor più dall’Alleanza Verdi-Sinistra che raccoglie un consenso non sperimentato da anni. Non era mai successo prima, a quanto pare di ricordare, che crescesse insieme il Partito democratico e le formazioni collocate alla sua sinistra. Per Schlein, a soli quattro punti dalla rivale Meloni, è una vittoria senza ombre che potrebbe più agevolmente consentirle la messa all’angolo della fronda interna, tanto più considerato il fiasco di Calenda e di Stati Uniti d’Europa che verosimilmente pagano cara l’alleanza con il politico meno amato dagli italiani, Matteo Renzi.

La segretaria del Pd, confortata dall’ottimo risultato dei suoi alleati rosso-verde, potrebbe spingersi più in là di quanto non abbia sin qui fatto nella difesa del lavoro salariato, della sanità pubblica, delle perequazioni territoriali e potrebbe anche, c’è da augurarselo, abbandonare le sue ambiguità in politica estera.

La débâcle della lista di Santoro, cui pure va riconosciuto più di un merito, conferma, invece, la regola che assegna alla sinistra uno spazio tanto più modesto quanto più si frantumi in rivoli il suo elettorato giacché il sorprendente risultato di AVS è in parte il frutto estemporaneo di un’abile selezione di candidati. Se la diarchia Bonelli-Fratoianni volesse consolidarlo dovrebbe superare se stessa. A questa incognita è legato il futuro della sinistra italiana.

L’autore: Pino Ippolito Armino ingegnere e giornalista, dirige la rivista “Sud Contemporaneo” e fa parte del comitato direttivo dell’Istituto “Ugo Arcuri” per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Tra i suoi libri, “Il fantastico regno delle due Sicilie” (Laterza 2021)

In foto: a segretaria Pd Elly Schlein durante la campagna elettorale per le europee

In cerca di giustizia. La lotta continua di donne palestinesi ed israeliane

Abbiamo lavorato al libro Palestina Israele, parole di donne (Futura editrice) in fasi diverse: quella della raccolta delle interviste, tra il 2022 e il 2023, della loro trascrizione, e poi quella nei giorni terribili, dal 7 ottobre, condividendo il nostro dolore e angoscia con quelli delle donne intervistate e chiedendo loro commenti. Mentre eravamo sopraffatte dalla quotidiana terribile conta di morti, stragi, massacri. Oggi siamo ancora dentro quel sangue, quelle macerie di Gaza, quelle scene di distruzione di una popolazione per bombe per fame per malattie, quella furia genocida di Israele che niente potrà mai giustificare.
In Palestina e in Israele ci andiamo da molto tempo, per passione, impegno, “fedeltà” forse, a un luogo, ai suoi abitanti, alle loro storie. Oggi, in uno dei momenti più tragici della storia, vogliamo raccogliere e fissare volti, voci e storie di chi in quei territori vive e anche di chi là è andata partendo da qui. È l’esito di un lavoro di ricerca con interviste, e racconti, condotto con donne palestinesi, israeliane, italiane tra il 2022 e il 2024, qui ordinate per età, dalle più anziane alle più giovani.
Proprio in questi giorni terribili rivediamo immagini di quel Forum delle donne a Gaza, occasione davvero straordinaria, di incontro con oltre 200 donne palestinesi, per lo più giovani dove noi due eravamo la voce della Casa internazionale delle donne di Roma. Ad essa infatti il gruppo di ragazze italiane del Gaza Free Style, insieme a Meri Calvelli, direttrice del Centro Vik, centro di scambi culturali Italia-Palestina a Gaza, avevano chiesto di fare da “madrina” del progetto di una Casa internazionale delle donne a Gaza. Abbiamo saputo da qualche giorno che anche il terreno e l’edificio destinati ad essa sono stati bombardati. Chi è sopravvissuta ha perso casa, amici, familiari.
Le interviste sono nate dal nostro desiderio di capire e dare voce a donne, alcune amiche da anni, altre recenti, per far conoscere i cambiamenti, le novità, gli stati d’animo e le riflessioni di persone di età e collocazioni diverse, sia geografiche – Gerusalemme, territori occupati, Israele, Gaza – che sociali, nel corso di tanti anni: dalla prima Intifada (1987-1993) ad oggi. Abbiamo poi raccolto secondo una relazione “triangolare” che data dagli anni della prima Intifada, anche i racconti di alcune italiane, che hanno conosciuto e praticato la Palestina in tempi diversi.
Dopo la terribile mattina del 7 ottobre. 2023 e l’attacco a sorpresa condotto, oltre la recinzione tra Israele e Gaza, da gruppi armati di Hamas ed altri, con l’uccisione di 1.200 persone, tra queste centinaia di civili, e presi oltre 200 ostaggi (fonti israeliane); dopo la vendetta, il genocidio, ancora in corso, scatenato da Israele contro tutta la popolazione di Gaza, abbiamo chiesto alle nostre intervistate pensieri su questa nuova catastrofica fase. Alcune hanno aggiunto i loro commenti alle interviste fatte in precedenza. Altre hanno rilasciato le loro interviste o scritto racconti dopo il 7 ottobre, includendo i commenti su quei fatti.
Abbiamo anche pensato che fosse utile far precedere le voci di oggi da uno sguardo storico, che spieghi anche se per sommi capi, le origini lontane di questa vicenda, e da una riflessione sulle relazioni tra donne di luoghi lontani. Poi il mosaico di voci, di interrogativi e sguardi sul futuro. Lo dedichiamo a tutte/i coloro che hanno interesse o curiosità per la Palestina e per Israele, che sentono l’ingiustizia profonda che abita quei luoghi. Le tessere del mosaico sono voci di donne: un soggetto forte, lì come altrove, in grado di resistere, costruire, creare, in terre difficili. Queste donne parlano nel contesto di una pluridecennale occupazione israeliana, ormai conclamato apartheid, segnato da mancanza di diritti, opportunità e libertà di movimento, violenza. Insomma di tutto quanto fa della Palestina un caso globale di ingiustizia, da troppi anni ignorato dal mondo, dalla politica, dall’informazione.

Troverete voci di donne curiose e vivaci, ora entusiaste, ora amareggiate, sempre lucide anche nella analisi critica, sociale e politica. Nel corso degli anni la scelta di dichiarare una comunità di intenti con le Palestinesi è stata ferma e chiara: la differenza tra noi e loro, anche troppo ovvia, era una sfida a indagare e capire. Più impegnativo il sostegno alle israeliane che hanno scelto, oggi come allora, con difficoltà e tormento, di stare dalla parte del “nemico”, le palestinesi. Per alcuni anni, soprattutto negli anni della speranza, prima e all’inizio degli accordi di Oslo, è durata la relazione “triangolare”: palestinesi, israeliane, italiane. Nel corso del tempo le voci si sono affievolite, o inasprite, alcune si sono silenziate, si è allontanata la disponibilità all’ascolto reciproco.
Non è difficile capirne le ragioni. Che cosa vuol dire la parola “pace” nel mezzo di un continuo espandersi delle colonie, della violenza israeliana, del sempre più chiaro disegno di volersi prendere tutta la terra, della Palestina.
Il desiderio di libertà e liberazione, di giustizia, erano forse simili per tutte, attraverso i confini, ma è sempre più difficile riconoscersi in un mondo comune.
Dal 7 ottobre le distanze si sono approfondite: i confini sono sempre più difficili da attraversare, anche perché sono entrati nelle teste e nei cuori; lo scambio tra palestinesi e israeliane si è fatto sempre più arduo, quando non impossibile.
Le donne che in questo libro ci parlano di sé sono molto diverse tra loro, diverse per età, collocazione geografica e sociale. Tra le Palestinesi c’è chi, come Rima Tarazi, ripercorre le fasi storiche attraversate nella sua lunghissima vita di musicista attivista, dai tempi del mandato britannico fino ad oggi; chi parla del lavoro, dei sogni, di sofferenze e aspirazioni, in una associazione per i diritti e contro la violenza sulle donne, come Lamya Naamneh di Haifa; oppure in un ministero come Khitam Hamayel; in una piccola impresa di trasformazione del latte o nell’organizzazione di cooperative agricole, come Sawsan Saleh. Ci parla anche un gruppo di giovani di Gaza, We are not Numbers, che fanno video e fotografano il loro mondo, scrivono di sé e della loro terra. La giovanissima Ahed Tamimi esprime con fermezza il senso del suo infaticabile coraggioso attivismo contro l’occupazione e l’esercito israeliano, che le è costato mesi di prigione e un’altra giovanissima Siwan Awayes, che dirige un laboratorio di ceramica, vicino Sebastia, ci parla del suo sogno di diventare archeologa. Il loro essere palestinesi è ragione di sofferenza per un verso e di orgoglio identitario per l’altro. Tutte ci dicono che riconoscersi tra donne attraverso confini difficili è la conferma di un mondo comune, attraversato dal bisogno di giustizia. C’è anche chi saggiamente ci esorta a non fare di loro simboli astratti di “giuste lotte”, perché lo svanire di una prospettiva a lungo accarezzata, la disillusione, sono un rischio costante che qualcuna, come Zahira Kamal, ha già dolorosamente sperimentato.
Pensando alle origini dei nostri viaggi in Palestina e Israele, ci è sembrato coerente inserire in questa raccolta anche le voci di alcune donne ebree israeliane, energiche sostenitrici dei diritti palestinesi e della fine della colonizzazione. Hanno preso la parola per dire di sé, dell’impegno attivo per costruire un discorso di pace e giustizia contro disparità, disuguaglianze, e tutto ciò che definisce i “vicini” come nemici.
Sono donne che professionalmente difendono palestinesi nelle Corti di giustizia come l’avvocata Leah Tsemel, o come Neta Golan, una vita da attivista, o ancora Orna Akad, anch’essa come Neta, sposata a un palestinese e dedicata a praticare la convivenza nella vita privata e pubblica, o Moria Shlomot che a Tel Aviv organizza gruppi di genitori i cui figli dai 12 ai 18 anni sono prigionieri nelle carceri israeliane; parla anche una “educatrice” come Nurit Peled, che analizza e denuncia gli stereotipi diseducativi e aggressivi verso i palestinesi usati dall’educazione israeliana nelle scuole. E ci sono anche le giovanissime refusenik, come Sonia Orr, disposta ad andare in carcere pur di rifiutare di servire nell’esercito, fautore di una malintesa parità. «Non in nome del femminismo» è il suo grido contro armi e guerra.
È grazie alle loro voci che riusciamo a ritrovare, anche nel presente più che mai lacerato da violenze e distruzioni, tracce di una tensione, dentro Israele, anche se di pochi e poche, verso giustizia e pace.
Troverete infine racconti e pensieri di donne italiane, con esperienza di vita vissuta in terra palestinese, talvolta lunga, altre volte più breve, ma sempre intensa. Anche ad alcune di loro abbiamo chiesto racconti in prima persona, sulle scoperte in quella parte di mondo.
Elisabetta Donini, Raffaella Lamberti e Luisa Morgantini hanno raccontato i primi passi del «visitare luoghi difficili» tra Libano, Palestina, Israele; Meri Calvelli ha risposto alle nostre domande con una riflessione sui suoi 25 anni di vita e impegno a Gaza, tra allora e oggi; di Gaza, parlano anche il testo critico e appassionato di Patrizia Cecconi, le giovanissime come Cecilia Fiacco, che testimonia soprattutto la forza delle relazioni con le giovani palestinesi, scoperte da Cecilia nel Forum delle Donne a Gaza e incontrate anche negli anni precedenti, nelle carovane del collettivo Gaza Free Style.
Scegliere di essere straniere in territori “difficili” è un’impresa non facile, una sfida costante alla possibilità di fare narrazioni veritiere e rendere conto di difficili interazioni. Le italiane che hanno raccolto le interviste come quelle che hanno accettato di raccontare la loro scelta di “andare là”, sono o sono state impegnate in progetti condivisi con gruppi di donne, anche per poter raccontare e condividere l’esperienza delle “altre”. Questo ci sembra il cuore e la mente di una politica transnazionale che non si accontenta delle formule istituzionali, che “abbatte” governi ed eserciti perché in primo piano ci siano le persone, i corpi. Il nostro augurio è che questo, che chiamiamo approccio femminista, sia in grado di contribuire all’affermarsi di una strada di giustizia, senza la quale non si potrà mai costruire la pace.

L’appuntamento: il libro Palestina Israele, parole di donne sarà presentato il 13 giugno alla Casa internazionale delle donne a Roma alle 18, con le autrici intervengono Luisa Morgantini e Chiara Ingrao, modera Simona Maggiorelli, Left

 

Le autrici: Alessandra Mecozzi, attivista ed ex sindacalista, Gabriella Rossetti, già docente di antropologia all’università di Milano e Ferrara

Nello spostamento a destra dell’Unione l’Italia di Meloni è un laboratorio politico

L’ultradestra aumenta di peso politico più che di peso parlamentare
La composizione del nuovo Parlamento europeo ricalcherà grossomodo quella uscente. Tanto rumore per nulla? Non proprio. Perché non conta solo quanti voti e seggi prendi, ma anche dove e come.
L’ultradestra è la prima forza in due Paesi chiave come Francia e Italia, intorno al 30% dei voti validi (intorno al 40% se sommiamo i voti di Zemmour e della Lega). In Germania i quasi-nazisti di AfD, ritenuti eccessivi addirittura da Le Pen e da Salvini-X MAS Vannacci, sono il secondo partito, il primo in tutta la vecchia Germania orientale.

Osservando i più grandi Stati Ue, in 3 su 4 perdono i partiti al governo. L’unico che tiene – perdendo rispetto alle ultime politiche in voti assoluti, ma guadagnando in termini percentuali – è l’ultradestra di Fratelli d’Italia guidata da Giorgia Meloni. In Francia crollano i liberal-bellicisti di Macron, in Germania i social-bellicisti di Scholz, in Spagna tiene il Psoe di Sànchez (che già alle politiche di luglio 2023 era dietro ai popolari), sebbene aumenti leggermente il distacco dalla destra tradizionale del PP.
Insomma, l’ultradestra avanza nei Paesi chiave dell’Ue e accresce il proprio peso politico-ideologico prima ancora che quello parlamentare.

Il problema non sono solo Le Pen, Meloni e Afd, ma lo spostamento a destra di tutto l’asse politico europeo
Per valutare il successo dell’ultradestra vanno pesati non solo i voti e i seggi, ma anche – e soprattutto – lo spostamento dell’intero quadro politico europeo.
Oggi le destre tradizionali sono spesso indistinguibili dai cugini “più estremi”. Assistiamo a una continua “normalizzazione” dell’ultradestra, allo sdoganamento di idee e slogan.
«Prima gli italiani», «blocco navale», «difesa dei confini», «lotta ai parassiti», erano parte dell’armamentario ideologico di formazioni suprematiste e fasciste; oggi sono invece patrimonio comune a buona parte delle restanti forze politiche.
Destre tradizionali, liberali, verdi e socialdemocratici inseguono l’ultradestra sul suo terreno. E tra la copia e l’originale alla lunga vince sempre l’originale.

L’Italia è laboratorio politico continentale
Altro che retroguardia. L’Italia è oggi laboratorio politico a scala continentale. Il modello è quello di un’ultradestra perfettamente integrabile e integrata nei meccanismi di potere perché, come ha ammesso il presidente del Consiglio europeo, il liberal-bellicista Charles Michel: «c’erano dubbi e preoccupazioni…poi abbiamo visto che era possibile lavorare con i governi anche se nella coalizione c’era un partito di estrema destra», perché «la cosa che conta davvero sono le politiche, la sostanza».
L’ultradestra può tranquillamente governare purché rispetti due vincoli: subalternità assoluta alla Nato e politiche contro lavoratori e lavoratrici.
Su questa base il laboratorio italiano offre lezioni anche a Marine Le Pen che, infatti, da mesi è impegnata nel difficoltoso traghettamento del suo Rassemblement National su posizioni che le permettano di guadagnare il nulla osta a governare il secondo Paese Ue.
Per le classi dominanti la scelta non è fascismo sì o fascismo no, ma fascismo pro-Nato sì, fascismo anti-Nato no. La condizione essenziale per accettazione/marginalizzazione non è l’esser fascisti, ma l’esser filoNato e liberisti.

Il principale cleavage politico è oggi pace vs guerra
Il principale cleavage (linea di faglia) è pace vs. guerra, anche se non necessariamente questo si traduce in una linea di faglia elettorale.
La cornice è quella di un avanzamento verso un regime di guerra. All’esterno invio di armi all’Ucraina e sostegno al genocidio a Gaza per mano di quell’altro Occidente che è Israele (ma anche missione Aspides nel Mar Rosso, guerra a bassa intensità contro la Cina e silenzio su Congo, Sudan, Sahel, ecc.). All’interno è preminenza della spesa militare a danno di quella sociale, con tanto di conversione di produzione civile in produzione bellica, nonché riduzione degli spazi di democrazia e di dissenso.
A pochi giorni dalle elezioni tanto Von der Leyen quanto Borrell si sono fatti intervistare in scenari bellici: in un bunker antiaereo finlandese la leader “popolare”; circondato da carriarmati il leader “socialista”. Immagini con cui vogliono indicarci il futuro che ci attende.
Il nuovo-vecchio Parlamento europeo mantiene un’ampia maggioranza favorevole a questo tipo di regime: troviamo insieme popolari, socialisti, verdi, liberali e anche pezzi dell’ultradestra, a partire da FdI di Meloni.
Per dirla con  Joseph Borrell, il “ministro” degli Esteri Ue, c’è un ampio consenso politico sulla necessità di difendere il “giardino europeo” dalla “giungla” che lo circonda.

L’ultradestra oggi: dal regime reazionario di massa al regime di passivizzazione di massa
Se Togliatti definiva il fascismo come «regime reazionario di massa», la situazione attuale sembra più quella di un “regime di passivizzazione di massa”.
Non si regge su “adunate” e organizzazione e mobilitazione costante di ampi settori della società, come avvenne nel Ventennio mussoliniano; bensì sulla “passivizzazione” delle masse e si manifesta come disillusione, rassegnazione, disimpegno, tutti “sentimenti” apparentemente basati sul senso comune del “tanto non cambia niente”.
Il laboratorio italiano può offrire spunti interessanti. Queste elezioni restituiscono un dato storico: per la prima volta in Italia la maggioranza assoluta a un’elezione nazionale è degli astensionisti. Il tasso di affluenza si è fermato al 49,6% degli aventi diritto. La diminuzione della partecipazione elettorale è un trend che avanza da decenni e che è indice di una più complessiva diminuzione della partecipazione politica. Urne vuote non significa, purtroppo, piazze piene.
Se di fronte abbiamo “regimi di passivizzazione di massa” la risposta messa in campo da La France Insoumise dopo la vittoria di Marine Le Pen – la convocazione di manifestazioni di piazza che affianchino il percorso verso le elezioni legislative anticipate del 30 giugno – è il percorso da e su cui costruire.

In Italia si rafforza il bipolarismo filo-Nato e liberista
In Italia, come al solito, esultano quasi tutti. A eccezione di Carlo Calenda e Matteo Renzi, i cui risultati dimostrano che il “Terzo polo” vive in Tv e nella redazione de Il Foglio, ma non esiste nella vita reale, tutti cantano vittoria.
I risultati sono lo specchio di una stabilizzazione di FdI, di un rafforzamento dell’ala “moderata” delle destre – Forza Italia – e di una difficoltà di una Lega sempre più spostata alla destra di Meloni e che rischia fratture dovute alle contraddizioni interne tra i diversi mondi rappresentati dagli Zaia e dai Vannacci.
Nelle opposizioni, alla crescita del Pd e al successo di Avs – e qui arriva la buona notizia dell’elezione dell’antifascista Ilaria Salis (di cui sono contento, abbiamo contribuito come Potere al Popolo) – fa da contraltrare il crollo del M5s, al 9,99%.
Si rafforza, nel complesso, il bipolarismo filo-Nato e liberista, con due partiti guida che sono i partiti più saldamente bellicisti e filo-Nato.

All’interno di questi due campi non c’è alternativa di sistema possibile. Il rischio è la continuazione del circolo vizioso per cui l’insoddisfazione da parte delle classi popolari per l’operato di governi di centro-sinistra porta alla crescita e poi alla vittoria di partiti sempre più a destra che poi, alla prova del nove deludono anch’essi e si torna al punto di partenza, ma con un quadro politico che ogni volta è più spostato a destra.

La poli-crisi morderà ancora e il bipolarismo filo-Nato e liberista non ha soluzioni
Le elezioni non si porteranno via le manifestazioni della crisi economica e sociale, di quella bellica o di quella climatica.
Il bipolarismo filo-Nato e liberista non ha soluzioni da offrire. Il 2025 potrebbe aprirsi con nuove politiche di austerità, dovute anche all’entrata in vigore del nuovo Patto di stabilità che per un Paese come l’Italia significherà 13 nuovi miliardi di tagli all’anno per 7 anni.
Se teniamo in conto che i soldi per le armi li faranno comunque uscir fuori, si prospetta una macelleria sociale e ambientale.

Che significa in termini di prospettiva politica?
Le elezioni segnano un passaggio importante, perché aiutano ad avere una fotografia dei consensi che si registrano nelle nostre società, ma il tempo elettorale non è il tempo della politica.
La temporalità della trasformazione non è quella delle campagne elettorali né tantomeno delle giornate ai seggi. Inseguire l’“immediatismo” può produrre qualche influencer, ma non cambiamenti profondi.

Per combattere l’ultradestra occorre battersi contro ogni tentativo di sua “normalizzazione” operata da settori conservatori, liberali, socialdemocratici. Abbiamo cioè di fronte una battaglia delle idee in cui non bisogna arretrare di un cm: in Palestina non c’è una guerra, ma un genocidio; il diritto al dissenso è sale della democrazia; contestare non è “censurare”; i/le migranti non sono un problema, ma alleati perché lavoratori e lavoratrici in questo Paese. E così via.

Nell’immediato serve contrastare il regime di guerra. Lo si fa non tanto con slogan e l’invocazione di trattative e negoziati, che rischia di rimanere una sorta di gemito di disperazione, ma intervendo sulle sue manifestazioni concrete.
Se più guerra significa meno democrazia (il dissenso è ammesso in tempi di pace, in guerra sei traditore e quinta colonna del nemico), bisogna mettersi alla testa delle battaglie democratiche, per contrastare il restringimento degli spazi di libertà. Lo si fa praticando il diritto al dissenso, non semplicemente rivendicandolo a parole. Da questo punto di vista è preoccupante l’unanimità della condanna delle contestazioni universitarie a sostenitori del genocidio a Gaza, che è andata da Mattarella a Fratoianni.
Se più guerra significa meno salari, va declinato lo slogan “giù le armi, su i salari!”. Non solo i salari diretti (con la centralità della campagna per un salario minimo di 10€ l’ora), ma anche quello indiretto. Perché ogni euro in più per armi e munizioni è un euro in meno per ospedali, scuole, cultura, sport.

Nella temporalità di lungo periodo necessaria alla trasformazione politica gioca un ruolo chiave l’organizzazione, la capacità di essere radicati nelle classi popolari, la costruzione di solidarietà e la tessitura quotidiana di legami laddove regna una frammentazione che è sociale prima ancora che politica. Presenza, costanza e lavoro quotidiano sono fattori chiave per una forza che sia credibile. Certo, non basta. Serve l’incursione in spazi – anche comunicativi – di massa, perché se non esisti non sei credibile. Organizzazione e comunicazione se viaggiano disgiunti portano a vicoli ciechi che inibiscono la trasformazione sociale.

L’autore: Giuliano Granato è portavoce di Potere al popolo!

Nella foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Consiglio europeo, 21 marzo 2024 (governo.it)

Il sindaco torna a casa

Mimmo Lucano è stato eletto sindaco di Riace. Sì, sì, Mimmo Lucano è anche un nuovo europarlamentare nelle liste di Alleanze verdi sinistra, 190 mila preferenze sparse per l’Italia che sono una sberla in faccia all’Italia che abbraccia gli autocrati per appaltare le esecuzioni nel Mediterraneo e su terraferma. Ma Mimmo Lucano è tornato sindaco nella sua Riace, quella terra martoriata da sei anni in cui l’ex sindaco era il cadavere da esporre per distruggere un’idea di accoglienza che smutandava l’Europa e i carnefici di destra e di sinistra che si sono avvicendati al Viminale. 

Mimmo Lucano ha sconfitto le calunnie che non gli hanno scalfito lo spirito, Riace ha battuto il refrain assassino che la raccontava come borgo a disposizione dei traffici del suo sindaco. L’ex sindaco Tonino Tripoli, ex salviniano che ha abbandonato la nave per rifugiarsi in Forza Italia, è stato superato di 83 voti. 83 voti che vengono dopo i processi strampalati smontati pezzo per pezzo. 83 voti che vengono dopo un conato di giornalisti che banchettavano sui cadaveri. 83 voti che hanno dovuto superare un’Unione europea mortifera e indifferente. 

Riace ha votato Mimmo Lucano perché quel modello di stare insieme non è il prodotto della vanità di un sindaco ma è un benefico modello di comunità. «La mia Europa si chiama Riace», ha detto Mimmo mentre commosso leggeva i numeri del trionfo. Portare Riace in Europa è l’obiettivo politico. La marea nera non si ferma solo con la denuncia, l’Europa torva si supera con un modello contrario che preferisca il calcolo umano al calcolo politico. Hanno provato a demolirlo, non ci sono riusciti. Ben tornato a casa sindaco.  

Buon martedì. 

Nella foto: Mimmo Lucano, frame del video

Europee in Italia: il governo perde oltre un milione di voti, esiste un fronte pacifista che avanza

Il risultato delle elezioni europee conferma una tendenza generale: metà dell’elettorato purtroppo non va a votare. Ma come al solito tutti hanno vinto, secondo il principio che basta guardare i dati che si vogliono guardare e, soprattutto, non guardare i voti che si sono presi, che sono lo specchio reale ed obiettivo del consenso che si ha.

Così, mentre i commenti mainstream si soffermano sulle percentuali (che nascondono con abilità e nonchalance la realtà dei fatti) le persone serie e posate dovrebbero andare a leggere i voti. Per farlo sembra ragionevole confrontare i dati delle recenti elezioni con le politiche, in particolare con le elezioni della camera dei deputati del 2022.

Fratelli d’Italia perde voti: Insieme al Movimento 5 stelle, Fratelli d’Italia è il partito che ha perso più voti, esattamente 600mila; è il primo partito ma l’entusiasmo immediatamente manifestato da Giorgia Meloni non è giustificato. Per giunta la nuova alleanza tra Forza Italia e Noi Moderati ha perso 200mila voti e la Lega ne ha presi 350mila circa in meno. In totale il governo che sta cantando vittoria ha perso oltre un milione di voti.

Partito Democratico, avanti piano: anche qui a guardare le percentuali sembra un grande successo, a guardare il numero di voti si scopre che il PD ha preso solo 250mila voti in più. Elly Shlein che ha cautamente portato il partito su alcune posizioni più di sinistra può essere contenta.

Movimento 5 stelle, continua a scendere: 2 milioni tondi di discesa nelle preferenze degli elettori: il ritorno ad alcuni temi classici degli inizi e la scritta “pace” dentro il simbolo non hanno impedito agli elettori di punire un movimento anti-sistema che quando è stato al governo non ha realizzato la maggior parte delle promesse elettorali.

Avanzano i pacifisti: nonostante i movimenti pacifisti non siano riusciti ad esprimere una lista comune come molti pacifisti italiani si aspettavano ma si siano divisi in varie liste, l’avanzata dell’Alleanza Verdi Sinistra è stata di oltre mezzo milione di voti mentre la lista Pace Terra Dignità, esclusa dagli eletti per l’incomprensibile soglia di sbarramento, ha preso almeno centomila voti in più di quelli che aveva preso alla Camera la lista di Unione Popolare, e questo nonostante l’assoluta assenza dalle reti televisive e radiofoniche. A questi voti vanno aggiunti anche quelli delle altre liste che facevano proposte chiaramente pacifiste (Libertà e Democrazia Sovrana e Popolare in totale altri 300mila voti). Se in questo conto volessimo considerare anche i voti assegnati alM5S potremmo dire che il pacifismo ha ottenuto circa 5 milioni di voti.

Astensionismo: ancora una volta la percentuale di chi non vota è salita, segno evidente che la sfiducia nella politica non ha freno. La propaganda sottile verso il non voto, dietro ai proclami retorici alla “partecipazione democratica” ha vinto una volta di più. Ma dietro l’astensionismo ci sono fenomeni molto diversi, dalla motivazione politica, alla disillusione, al menefreghismo, alla convinzione profonda dello scippo che altri poteri hanno fatto alla politica, in primis le grandi lobby finanziarie. Quello che resta è il fatto che meno gente vota (e non vota per i rompiscatole) e più per i potenti è facile comprare eletti già “addomesticati”. Si spende meno…

In collaborazione con Pressenza. Articolo pubblicato qui

 

Il fascista Foschi, lo squadrismo e i dati di fatto: la presa di distanza mancante

Italo Foschi

Stanca tornare sempre sulle stesse questioni, ci si vorrebbe occupare di altro, perché viviamo in un momento carico di problemi e sfide, anche sul piano socio-culturale. Ma tutto sta a chi ci governa e ai loro sodali: fra chi è stato eletto alle europee abbiamo chi inneggia alla Decima Mas.
Se in consiglio comunale un esponente del Pd usa l’espressione «Costituzione antifascista» in un discorso, riceve insulti e richiami dal capo della giunta di FdI; c’è il presidente di una fondazione intitolata a Giorgio Almirante (chiediamoci se in Germania potrebbero esistere fondazioni intitolate a gerarchi nazisti…) che va in televisione e si dichiara apertamente fascista, dice che lo sterminio degli ebrei fu un’atrocità (ci mancherebbe altro!), ma afferma di non concordare sulla collaborazione dei fascisti a questo crimine, negando così una fatto storicamente inconfutabile.
Ecco, rispetto all’ultimo punto almeno, la presidente del Consiglio si dimostra più posata, perché non ha negato i dati di fatto: «Oggi siamo qui a commemorare un uomo libero e coraggioso ucciso da squadristi fascisti per le sue idee», ha detto la presidente nelle commemorazioni del 30 maggio scorso (così come il 25 aprile aveva detto che la fine – quasi fosse stata automatica e naturale – del fascismo segnò l’inizio della Repubblica).

Intanto, proseguiva la sua nota insistendo sulla lezione di Matteotti: la «libertà di parola e di pensiero contro chi vorrebbe arrogarsi il diritto di stabilire cosa è consentito dire e pensare e cosa no». Giusta lezione, peccato che lei se ne stia appropriando per rivolgere un’accusa alle opposizioni, e a tutta quella parte di elettorato che nelle opposizioni si riconosce, attribuendo loro atteggiamenti che limitano le libertà, così come nei mesi scorsi hanno cercato di far passare chi manifesta per i diritti civili e umanitari come uno squadrista, in un continuo capovolgimento della realtà. E tutto questo nel momento in cui Meloni – forte dell’investitura anche alle europee ricevuta in realtà da una minoranza di tutti gli effettivi cittadini con diritto di voto – guida un governo convinto di dover cambiare la narrazione del Paese, rimuovere e cancellare quanto esistito fino ad ora, per dire finalmente la sua; un governo che vuole affermare la libertà, ma quella delle sue idee contro le altre; un governo che invece di voler essere di tutto il Paese si presenta come il governo di una parte, che ha il potere di seguire la sua linea fregandosene degli altri, anzi additandoli come nemici, che dovranno alla fine farsi una ragione di come stanno le cose ora. Ecco la strana libertà che viene proposta di questi tempi, che però non ci piace e vogliamo rifiutare.

Ma c’è un altro punto che non va nelle parole della presidente del Consiglio, un punto più sottile, proprio perché funzionale alla manipolazione del linguaggio: «squadrismo fascista». Continua l’operazione su questa parola, iniziata anni fa proprio da Giorgia Meloni. La sua è una precisazione capziosa: si ricorre ad un aggettivo per specificare il sostantivo che si sta usando, e dunque per isolarne una caratteristica particolare, una qualità o modo d’essere che lo distingue da alternative possibili. La presidente del Consiglio lascia così intendere che, se il deputato socialista fu vittima dello squadrismo di tipo fascista possono poi esistere altri squadrismi. Trascurando di dire che a uccidere Mussolini fu la polizia segreta e che il mandante dichiarato fu Mussolini. Quella operata da Meloni può sembrare una scelta innocente e innocua ma nei fatti si pone in continuità con le operazioni in corso sulla memoria storica – per rifunzionalizzarla ai propri scopi di propaganda – e poco alla volta alterarla: si pensi addirittura al francobollo di recente dedicato a Italo Foschi, gerarca fascista che nel 1927 su mandato di Mussolini fondò la squadra della Roma, e squadrista, che apprezzò l’omicidio Matteotti. Se si vuole qualificare lo squadrismo, gli si possono legare molti attributi, pregnanti per comunicare una posizione ideologica sul tema: atroce, criminale, terribile… Ribadiamo che lo squadrismo è solo ed esclusivamente fascista, con buona pace delle credenze contrarie di Meloni &co. Quello che Giorgia Meloni avrebbe il dovere di dire al Paese è ciò che pensa delle profonde idee (socialiste) dell’onorevole Matteotti, e ciò che pensa del regime che lo uccise (ben prima delle leggi razziali e della guerra), anzi cosa pensa di Mussolini, perché a dare l’ordine alla Ceka fu il capo del fascismo.

Ciò che si dice conta quanto ciò si sceglie di non dire, e oggi chi governa continua a non dire molte cose fondamentali.

Matteo Cazzato è dottore in filologia, Università di Trento

Ma dai, il mondo là fuori è diverso da quello che si legge

Ilaria Salis, frame video

Ma dai. In un momento storico in cui la destra si mette a fare la destra nell’accezione più becera la sinistra funziona. Che sorpresa. Mentre Giorgia Meloni accumula voti degli arrabbiati, dei mussoliniani nostalgici, di quelli che godono perché finalmente un uomo forte anche se donna i risultati delle elezioni europee scandiscono un concetto basilare: la politica si fa per prendere posizione e non per guadagnare posizioni. 

Così Alleanza verdi e sinistra che molti giornali e molti commentatori politici imbiancati hanno sempre trattato come una pittoresca combriccola di idealisti incassa un risultato che è la somma dei cosiddetti liberali che occupano paginate di pensosi analisti. Le catene di Ilaria Salis che qualcuno considerava  un argomento laterale hanno ottenuto un riscontro elettorale prevedibile in un Paese (il nostro) in cui le catene non sono d’acciaio ma stringono i polsi dell’informazione. Il modello di accoglienza che stava a Riace dimenticato e calpestato da certi giornalisti è presente e vivo.

Il Partito democratico che per qualcuno avrebbe dovuto liquefarsi sotto la guida di Elly Schlein ha guadagnato voti di persone che non avrebbero mai pensato di poterlo votare, spinti da candidature come quella di Cecilia Strada che sovvertono il paradigma del dibattito pubblico in questo Paese, parlando di vite in mezzo a quelli che sciorinano numeri, ricordando che i diritti umani andrebbero rispettati anche quando vengono appaltati. 

Ma dai, la pace non interessa solo a coloro che la intendono come restituzione politica agli ex amici tiranni ma anche a chi la considera un’urgenza più dell’armarsi. Una cosa queste elezioni europee ce la dicono chiaramente: i cosiddetti liberali interventisti che non vedono l’ora di infiammare l’escalation escono malamente sconfitti con l’atavico vizio di aiutare le destre. 

Buon lunedì. 

Bai Ming e la millenaria storia dell’arte cinese. In mostra a Roma

allestimento della nostra di Bai Ming

La prima personale italiana dell’artista cinese contemporaneo Bai Ming, a cura di Jean Louis Andral, direttore del Musée Picasso di Antibes, dopo la tappa al Cernuschi, (il museo parigino dedicato alle arti dell’estremo oriente), a Cannes e, più di recente, alla Kwai Fung Hin Art gallery di Hong Kong (la fondazione Kwai Fung figura tra gli organizzatori della presente mostra) approda fino al 30 giugno, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Nato a Yugan, nella provincia di Jiangxi, nel 1965, Bai Ming è un artista contemporaneo che ha messo al centro della sua creazione artistica la ceramica. Le opere di questo artista dialogano con le antiche tradizioni della ceramica cinese ma, allo stesso tempo, offrono una visione del mondo e un linguaggio originali e personali, che si sono conquistati col tempo una visibilità e rinomanza in patria e all’estero (Bai Ming è direttore del dipartimento di arte ceramica presso l’Accademia di Arte e Design della Tsinghua University di Pechino). A giudicare dalle opere esposte in questa mostra, quello di Bai Ming è un linguaggio comprensibile e diretto, in grado di incantare il visitatore “a prima vista”. Anche se i nessi con l’arte tradizionale cinese appaiono evidenti, per entrare nel suo mondo non è necessaria alcuna conoscenza specifica.

Bai Ming

La scelta della ceramica come principale (ma non il solo) mezzo espressivo rappresenta il punto di partenza della ricerca del proprio segno, un cammino verso l’astrazione che però non può prescindere dagli elementi (la terra, il fuoco e l’acqua) né dalla manualità. L’artefatto è un risultato di un processo creativo nel quale la tecnica necessariamente occupa un ruolo imprescindibile. Per questo il ceramista necessariamente è anche un artigiano, deve possedere anche specifiche conoscenze tecniche (la cottura, la qualità delle argille e dei pigmenti), che poi metterà al servizio della propria espressione artistica. Ma a giudicare da questa mostra, ciò non costituisce affatto un limite, semmai, sembra suggerire Bai Ming, un’opportunità per esplorare un nuovo campo della creazione artistica, o meglio, per reinterpretare antiche tecniche, come quelle legate alla ceramica, in modo completamente originale.
La scelta della ceramica come principale mezzo di espressione per un artista contemporaneo non è cosa frequente né comune e già ciò costituisce un elemento di particolare interesse. Bai Ming è un artista essenzialmente materico, che dà forma al proprio mondo, ma, a differenza dei pittori della recente mostra di Rovereto “Global painting. La nuova pittura cinese”, non passa attraverso la figurazione. Le opere di Bai Ming non appaiono legate al frastuono del mondo contemporaneo. Al contrario, sembrano voler suggerire un percorso verso un segno essenziale prossimo al silenzio (nella direzione esattamente opposta rispetto ai pittori esposti a Rovereto, a testimoniare la pluralità di indirizzi nell’arte contemporanea cinese). Per questo spesso la critica ha sottolineato punti di contatto tra la ricerca artistica di Bai Ming e la filosofia zen. Al pari dei ceramisti della grande tradizione cinese, anche per Bai Ming la contemplazione della natura rappresenta la fonte principale di ispirazione. Lui stesso ha spesso ricordato nelle sue interviste il suo legame con il paesaggio della città natale, non lontana dalle rive del lago Poyang, il più grande specchio d’acqua dolce della Cina (che tra l’altro a causa della siccità oggi ha perso il 90% delle sue acque), celebre fin dall’antichità per i suoi paesaggi da fiaba (d’inverno vi vengono a svernare le gru siberiane).


Le oltre cento diverse tazze da té create dall’artista nel corso di trent’anni (nella mostra ne sono esposte 124) rappresentano anch’esse un omaggio alla tradizione della cerimonia del tè, a cui lo sfortunato imperatore-poeta della dinastia Song Hui Zong (1082-1135) aveva dedicato nel 1107 un celebre trattato. Da notare anche l’uso del tè come materiale per i pigmenti per gli inchiostri che fanno parte del ciclo intitolato Il nuovo libro dei monti e dei mari. Il titolo di questa serie si rifà a un antico trattato cinese che risale, secondo gli studiosi, almeno al secondo secolo avanti Cristo, basato su una visione della geografia in larga parte fantastica. Allo stesso modo Bai Ming, in questi inchiostri, crea dei paesaggi immaginari rappresentati da una prospettiva “a volo d’uccello” utilizzando lacche e inchiostri mescolati al tè. Il risultato è una sorprendente rappresentazione nella quale le pratiche dell’action painting si fondono con un’estetica e un gusto spiccatamente “orientali”.
Nel ciclo Perfezione con difetti, costituito da una serie di grandi ciotole dai bordi deformati, che contengono interventi dell’artista, Bai Ming, crea un mondo al confine tra scultura e pittura, tra serialità e unicità, tra simmetria e asimmetria, tra stabilità e fragilità, che sembra ricollegarsi ancora una volta al pensiero dei grandi maestri zen e al loro culto del paradosso come unico mezzo per cogliere il senso del mondo.
Nella serie Tra ceramica e pietra l’artista si ispira in modo evidente alle pietre taihu, un particolare tipo di rocce calcaree caratterizzate da un’elevata porosità. La loro particolare struttura, caratterizzata dalle numerose cavità e dall’alternanza di pieni e di vuoti, le ha rese celebri e molto utilizzate nelle decorazioni del “giardino cinese”, ispirato, nei suoi concetti fondamentali, ancora una volta ai principi del taoismo, al pari delle sculture in ceramica di questo ciclo.
Il dialogo tra modernità e tradizione rappresenta in definitiva il punto centrale dell’opera di questo artista che si sta guadagnando una crescente e meritata visibilità. Possiamo dire che grazie a Bai Ming la tradizione cinese comincia a entrare nel mondo dell’arte contemporanea. O, se volete, che l’arte contemporanea entra nel mondo della tradizione cinese. In ogni caso si tratta di un compenetrazione feconda e stimolante (che il sottotitolo della mostra “at the crossroad of Words” vuole sottolineare), che incuriosisce e affascina, un’occasione unica per conoscere meglio un mondo, come quello dell’arte cinese, in grado di proporre prospettive e visioni nuove e stimolanti. Ma ciò che offre questa mostra al visitatore, non è tanto, né solo, la conoscenza dell’opera di un’artista ancora poco noto, quanto un’esperienza estetica: le opere di questo artista sono in grado di ispirare un senso di pace e armonia utile, forse anche necessario, per ripensare al nostro rapporto con il mondo che ci circonda.

L’autore: Lorenzo Pompeo è slavista, traduttore e scrittore

 

Il creativo lessico famigliare di Giartosio

Autobiogrammatica è il nuovo libro di Tommaso Giartosio ( Minimum Fax, finalista al premio Strega). Quasi incredibilmente il titolo, così criptico, corrisponde in maniera esatta a questo libro, e lo descrive. Si tratta infatti di autobiografia, ma la grammatica costituisce il vero filo conduttore, anzi l’intreccio determinante della vita narrata. Ho detto “la grammatica”, ma avrei dovuto dire i grammata, cioè i segni e gli ur-segni alfabetici o para-alfabetici, i glifi, i geroglifici, i monogrammi, gli ideogrammi, i calligrammi, i caratteri che formano le parole, sempre al confine con i disegni (che non a caso, autografi, figurano nel libro); sono cruciali, e molto belli, i tre capitoli dedicati all’alfabeto, frutto dell’intreccio fra un’erudizione vasta e una vera passione. Così il problema di “Cos’è una A?”, che cosa essa è veramente (pp. 296, 351 et passim), può ispirare e percorrere larghe parti del nostro libro.
Il gioco che Giartosio compie fra le diverse lingue moderne da lui possedute non è poi tanto diverso dal gioco di inventare lingue e parole, insomma codici che servono a escludere più che a comunicare (a comunicare un segreto?), anche se questi giochi sono sempre temperati dall’auto-ironia: “il potere di isolamento dell’inglese – la paradossale forza segregante di una forma di comunicazione! – si manifestò in pieno. Entrai in clandestinità.” (p. 26).
Prima di ogni significazione c’è solo la recherche  del linguaggio perduto, un linguaggio puro e meraviglioso (e impossibile), “Come talvolta i baci, come l’òla [il saluto del padre rientrante in casa, NdR]. Anche come i pugni di quello che mena…” (p.404).
Così la quête di Giartosio non muove dall’area del significante verso la significazione, dai segni verso le cose, al contrario sembra indulgere sui segni proprio per impedirsi di accedere al mondo delle cose, cioè ai nomi e soprattutto alle persone. Anche quando finalmente le persone compaiono esse sono come respinte sullo sfondo: è la consueta dialettica fra evocazione e dimenticanza che caratterizza le scritture autobiografiche ma che qui è come drammatizzata da una sorta di trattenimento che forse è una fuga. Deriva da questo movimento l’autoimposta frigidità che percorre le pagine di questo libro, nonostante che esso contenga anche brani strazianti. Come se alla base di tutta l’opera ci fosse uno sforzo, intelligente e colto, di nascondimento, un “non dicendo, dire”.
L’entità che l’autore chiama “papaemmamma” (“i miei continuavano, implacabili, a volere il mio bene”: p.357) è forse il vero centro di questo nascondimento.
Chi ha letto la raccolta di poesie di Giartosio Come sarei felice (Einaudi 2019) sa già tutto quello che c’è da sapere del padre dell’Autore; certo si tratta dell’unico ufficiale di Marina, anche un po’ reazionario, che susciti affettuosa simpatia nel lettore, per la sua dolente e dignitosa compostezza. L’ultimo rappresentante di una classe di cui abbiamo perfino scordato il nome (forse la borghesia?), una classe che, ogni giorno di più, siamo tentati di rimpiangere a fronte della poltiglia infame che ne ha preso il posto (e che – comunque – proprio come Mussolini: “Non sa stare a tavola”). Più nascosta (dunque più presente) è naturalmente la figura materna. Tuttavia è da una linea ereditaria femminile, una nonna, che proviene a Giartosio il dono di un libro di Ezra Pound “con sguardo complice” (p.401), per i diciott’anni!, come un’iniziazione attesa e inevitabile.
La nonna è un’anglista, due lauree e tre o quattro libri pubblicati, che si inginocchia davanti al televisore per ricevere la benedizione di Pio XII. Costei aveva anche intrattenuto una confidente corrispondenza personale con Pound nel ’37-’41, proponendosi di stendere una voce sulle sue opere per il Dizionario letterario Bompiani.
Se le autobiografie hanno un intreccio, l’incontro con Pound è come uno scioglimento che prelude all’epilogo. Il linguaggio della “poesia pura” di Pound, “integralmente vero, autentico, autorevole, assoluto, senza possibilità di menzogna, vergogna, passione, finzione” è la vera, e ultima, tentazione di Giartosio che lo attira e – al tempo stesso – lo terrorizza (“avevo sempre temuto un linguaggio simile. Mi spaventava a morte. Era ciò da cui mi proteggevo con mille scherzi, schemi, schermi”). Questo incontro con Pound e i Cantos pisani sospinge l’autore verso ls lingus cinese, “uno sterminato campionario di caratteri composti, in cui l’elemento rappresentativo, la raffigurazione, si stempera fin quasi a scomparire” (p.405). Così la ricerca che il nostro libro racconta, partita dall’alfabeto di chiuderebbe, come in un cerchio, su un non-alfabeto ideogrammatico misterioso e potentissimo, “caratteri reali e non nominali”. Finalmente fuori dalla significazione storica e inter-umana.
Sull’orlo di questa conclusione (di questo abisso?) Giartosio è trattenuto, non dal fascismo di Pound (“non era un problema”) ma dal disgusto per il fascismo del suo pubblico di ammiratori, che gli si manifesta in una conferenza romana :”Ha concluso: ‘Perché, ricordiamolo, Pound fu un grande fascista!’. Un applauso. Mi sono guardato intorno, incredulo. Tutti quei signori dall’aria serena, con i loro sorrisi e gli sguardi velati da circolo parrocchiale, erano passati in un attimo dal guardare al menare (…) Come in certi romanzi o film di fantascienza il protagonista realizza con orrore di essere circondato di alieni dall’aspetto umano (…)” (p.426-7). La nausea che la beneducata ferocia di questi alieni provoca in Giartosio è sufficiente per interdirgli la – chiamiamola così – “strada Pound”, la strada dell’assoluto cercato/trovato nella poesia pura e irrelata.
Nel Bildungsroman di Giartosio si verifica allora una imprevista quanto decisiva rivincita della storia, anzi addirittura della politica. Questi elementi, che erano stati rigorosamente esclusi dalla vicenda della formazione e dalla vita dell’autore, vi rientrano proprio nel momento conclusivo, e decisivo. Come se la storia e la politica, per quanto denegate, avessero la forza di pervadere tutto, rientrando non da una finestra chiusa male ma da una semplice minima fessura imprevista. “Finiva il tempo degli alfabeti. Ma intanto iniziava il tempo dei nomi” (p.435) cioè delle umane persone e dei loro volti.

 

Frame video di Tommaso Giartosio, scrittore e conduttore del programma di Rai RadioTre Fahrenheit

 

L’antifascismo di Carlo e Nello Rosselli. Una lezione per il presente

Il 9 giugno 1937 vennero assassinati in Francia i due fratelli Carlo e Nello Rosselli,  fondatori di Giustizia e Libertà e tra i principali esponenti del movimento antifascista. Valdo Spini ne ha ricostruito la vita e il pensiero in Carlo e Nello Rosselli. Testimoni di Giustizia e Libertà, il libro di Left di giugno, ripubblicato in collaborazione con la Fondazione Circolo Rosselli. Eccone un estratto.

Bagnoles de l’Orne è cambiata. E non solo per l’inevitabile scorrere del tempo. È una cittadina della Bassa Normandia di circa 2.600 abitanti, distante più o meno 200 km da Parigi, nei cui dintorni Carlo e Nello Rosselli furono assassinati dalla Cagoule, organizzazione terroristica di estrema destra francese, su mandato del governo fascista italiano. È sempre un’importante località termale e turistica (Carlo Rosselli era venuto a curarvi la sua flebite), solo che per le nuove disposizioni normative la maggior parte dei suoi alberghi, a cominciare dal glorioso Grand Hotel, è chiusa o diventata residenza. Così sia l’Hotel Cordier un edificio di foggia tradizionale normanna in cui erano scesi Carlo e sua moglie Marion, raggiunti poi da Nello – sia il più imponente Bel Air – che lo fronteggiava e da dove componenti della Cagoule ne sorvegliavano i movimenti ci sono sempre, ma non sono più attivi. Li abbiamo fotografati, con i loro nomi ben visibili scritti sui rispettivi edifici, perché ne rimanga traccia. E fu proprio dall’Hotel Cordier che i due fratelli uscirono, la mattina del 9 giugno 1937, con la Ford scassata usata da Carlo nella guerra di Spagna. Dopo aver lasciato Marion alla stazione ferroviaria per farla rientrare a Parigi in tempo per festeggiare il compleanno del primogenito John, si diressero ad Alençon, sempre costantemente sorvegliati dalla Cagoule, che aveva pianificato il sanguinoso agguato sulla via del ritorno.
Nel pomeriggio i due fratelli percorrono la strada per tornare a Bagnoles. Verso le 19:30 la Peugeot con a bordo il primo commando di quattro uomini della Cagoule si ferma poco oltre la biforcazione della strada n. 816, a quattro chilometri dal centro di Bagnoles, fingendo un guasto al motore. La macchina dei Rosselli si ferma a sua volta. Sopraggiunge una seconda macchina della Cagoule con a bordo altri tre uomini.
I Rosselli sono in trappola. Vengono barbaramente uccisi a colpi di rivoltella e di pugnale. Pochi giorni dopo, per concludere l’opera e dare conferma dell’avvenuto delitto, tre esponenti della Cagoule si recano il 13 giugno a Torino per consegnare una copia dei documenti sottratti a Carlo Rosselli al «dottor Nobile» (in realtà era l’ufficiale Roberto Navale, comandante del Centro Controspionaggio di Torino del Sim, il servizio segreto militare italiano posto alle dirette dipendenze del Ministero degli Esteri), che teneva i contatti con l’organizzazione. Ministro degli Esteri era all’epoca Galeazzo Ciano. Cagoule in francese significa «cappuccio», un nome che indicava il copricapo con cui questi criminali usavano mascherarsi nelle loro sanguinose imprese.
Oggi a Bagnoles nessuna indicazione, nessun cartello attira l’attenzione sulla presenza di un monumento commemorativo posto sul luogo di quel delitto. Ma la memoria rimane, almeno nei più anziani. Ci sono andato nello scorso agosto (2015) per cercarlo. Sapevo che doveva essere tra Bagnoles e Couterne. Entrato, con i miei familiari, in una boulangerie di Couterne, ho chiesto indicazioni per il monumento. Una signora che aspettava il suo turno per comprare il pane ci disse: «Ah, le monument aux italiens», e ci indicò come arrivare. E un cliente del negozio di fiori dove avevamo comprato le rose per deporle ai piedi del monumento sapeva dell’assassinio, ma non ricordava il luogo.
Anche il corposo volume venduto nella principale libreria del paese a chi vuole documentarsi sulla storia del territorio de l’Orne parla, con qualche inesattezza ma con netta solidarietà, della vicenda del delitto. Tuttavia non bisogna farsi illusioni: il tempo può far svanire questi ricordi se non ne riattiviamo la conoscenza.
Così abbiamo ripercorso la strada, oggi asfaltata, nella stessa direzione di quella seguita dai fratelli Rosselli in quel fatidico viaggio di ritorno e, a pochi chilometri da Bagnoles, abbiamo incontrato il bosco scelto dalla Cagoule come teatro dell’azione criminale. Come dicevo prima, nessun cartello annuncia la presenza del monumento, che è però ben tenuto: una siepe sempreverde, alta poco più di un metro, a forma di ferro di cavallo, aperta verso la strada, circonda un’area pavimentata con un ghiaino colorato, al cui centro è posto il monumento, opera dello scultore Carlo Sergio Signori (1949). Una doppia stele in marmo, formata da due elementi alti e massicci che appaiono come integrati in un solo blocco. In una testimonianza l’artista spiega di aver voluto ritrarre non le sembianze esteriori dei Rosselli, quanto i loro caratteri: «Non la loro fisionomia corporea, ma il carattere morale, e per questo aveva fatto Nello come un pensatore, quindi simile a una colonna, e aveva invece riservato a Carlo l’aspetto di un secondo corpo staccato dal primo in uno stacco dinamico, a voler significare che Carlo era dei due l’uomo di azione». Una testimonianza artisticamente interessante e insolita nei monumenti commemorativi dei primi anni del dopoguerra. Vale la pena ricordare come nelle fila di Giustizia e Libertà, il movimento antifascista fondato e guidato da Carlo Rosselli, vi fosse anche un grande storico dell’arte, Lionello Venturi, padre dello storico Franco (anche lui di Gl). Fu sotto il suo impulso che fu scelta una forma d’arte astratta e non figurativa – un fatto coraggioso per l’epoca. Si voleva sottolineare una dimensione non retorica del ricordo che si protrae oltre la stessa immagine delle vittime. Il monumento fu scolpito a Carrara nello studio Nicòli, e di lì, salutato dalle autorità locali e da antichi compagni dei Rosselli, partì alla volta della Francia. Fu inaugurato a Bagnoles de l’Orne il 19 giugno 1949, in presenza dell’ex presidente del Consiglio Ferruccio Parri e di numerose personalità italiane e francesi.
Un monumento potente e, tutto sommato, ben conservato. Ai suoi piedi due coroncine simboleggiano l’omaggio ai due martiri. Conoscevo la storia dell’opera e avevo visto il bozzetto del monumento quando, grazie a Francesca Nicòli, era stato esposto allo Spazio dei Quaderni del Circolo Rosselli il 9 giugno 2014, in occasione del settantasettesimo anniversario dell’assassinio. Ma un monumento va visto nel suo contesto, nel suo posizionamento e le due alte steli rappresentano in qualche modo qualcosa di ancor più duraturo delle stesse figure, mentre il bosco rievoca la cornice dell’agguato criminale invitando al raccoglimento, alla meditazione, alla presa di coscienza. Una tremenda impressione, viva, ancora palpitante. La materia ha retto bene al tempo.
(Recentemente abbiamo restaurato la lapide. A questa prima visita dell’agosto 2015, è seguita l’inaugurazione del restauro del monumento il 4 giugno 2016, eseguito in collaborazione con lo Studio Nicoli di Carrara e con la municipalità di Bagnoles de l’Orne e la solenne celebrazione dell’ottantesimo dell’assassinio il 9 giugno 2017. Ringraziamo la municipalità di Bagnoles de l’Orne che ha sempre collaborato con grande impegno alle manifestazioni rosselliane. Queste si sono sempre concluse con un ricevimento al vicino castello di Couterne, ospiti del Marchese Monsieur Edouard de Frotte, purtroppo recentemente scomparso).
L’iscrizione è posta in cima alla stele più alta, quella che simboleggia Carlo. Essa suona così:

Carlo et Nello Rosselli
tombès ici pour la justice et la liberté
sous le poignard de la cagoule par ordre
du regime fasciste italien

Parole che non hanno bisogno di alcun commento e a cui possiamo accostare, in logica e coerente sequenza, quelle che Piero Calamandrei scrisse per la loro tomba nel cimitero di Trespiano (Firenze): Carlo e Nello Rosselli/giustizia e libertà/ per questo vissero/per questo morirono. Giustizia e Libertà sono le parole che ricorrono nel ricordo dei Rosselli: sono le parole chiave della democrazia. Non c’è vera libertà senza giustizia, non c’è giustizia se non è vissuta in un regime di libertà. Sembra un accostamento banale, ma ogni volta che questo binomio è perduto o incrinato ci accorgiamo di quanto invece sia assolutamente fondamentale.

(estratto dal libro Carlo e Nello Rosselli. Testimoni di Giustizia e Libertà a cura di Valdo Spini, pubblicato da Left in collaborazione con la Fondazione Circolo Rosselli)

Il libro si può acquistare qui