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Uscire dalla pazzia della guerra, In Palestina e ovunque

Non si può trattare la guerra come un’emergenza intermittente, alla quale guardare di volta in volta con orrore sui diversi scenari, perché è ormai un dato permanente e globale del nostro tempo che si va intensificando anno dopo anno. Siamo all’interno di una guerra mondiale a pezzetti che si vanno, ma mano, rinsaldando; ce lo dice il Conflict data program dell’Università di Uppsala: ci sono sul pianeta 170 conflitti armati e, tra questi, decine di guerre vere e proprie.

La guerra tra Russia ed Ucraina andava avanti dal 2014, con 13mila morti, ma noi ce ne siamo accorti solo il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dei territori ucraini. L’occupazione di Israele dei territori palestinesi va avanti almeno dal 1967, ma negli ultimi anni questo conflitto è stato completamente cancellato dall’attenzione dei media, e la condizione di oppressione strutturale e militare del popolo di Palestina non vista, fino alla brutale esplosione di violenza da parte di Hamas dello scorso 7 ottobre. Con la prevedibile e brutale ritorsione violenta da parte di Israele. Eppure solo negli ultimi 15 anni, fino al settembre 2023, si contavano 6.407 morti tra i palestinesi e 308 tra gli israeliani.
Nel conflitto israelo-palestinese non si può stare con Hamas, organizzazione terroristica la cui leadership violenta è una sciagura per il popolo palestinese, e non si può stare con il governo di Israele la cui violenza militare e militarista è una sciagura per il popolo israeliano: “tra un’ondata e l’altra di violenza, rendiamo la vita impossibile ai cittadini di Gaza e poi ci sorprendiamo quando la situazione esplode”, scrivono sulla loro pagina facebook i veterani di guerra israeliani dell’associazione Breaking the silence. Non si può che stare con le vittime di entrambe le parti, consapevoli che nessuna soluzione del conflitto possa venire dall’aggiungere violenza a violenza: i crimini di guerra non sanano i crimini di terrorismo, ma raddoppiano i crimini e moltiplicano le vittime. L’unica via d’uscita è lo spezzare la catene della violenza, interrompere la sua riproduzione all’infinito.
Che cosa possiamo fare a questo scopo?
Possiamo, in primi luogo, sostenere le componenti pacifiste e nonviolente presenti in entrambe le parti, che le violenze mettono nell’angolo. Così come il movimento Nonviolento italiano sostiene gli obiettori di coscienza e i pacifisti russi e ucraini, vanno sostenuti i costruttori di ponti israeliani e palestinesi, come i giovani refusnik israeliani che rifiutano il servizio militare nei territori occupati e per questo subiscono il carcere; come i movimenti palestinesi che nella Prima Intifada hanno raggiunto con la lotta nonviolenta gli accordi di Oslo tra Rabin (non a caso ucciso da un estremista israeliano) e Arafat: l’unica “vittoria”, per quanto parziale, è stata conquistata con la nonviolenza, ossia con una lotta che attira a se l’empatia e la solidarietà dell’avversario, anziché l’odio. Non a caso in quel periodo fiorirono in Israele le organizzazioni pacifiste Peace Now, Donne in nero, Parent circle.
E poi dobbiamo incalzare le organizzazioni internazionali, dalle Nazioni Unite all’Unione Europea, affinché svolgano il ruolo attivo di mediazione invece di soffiare sul fuoco. Senza doppi standard morali e lessicali. Se, come disse Ursula von der Leyen il 19 ottobre 2022, “Gli attacchi della Russia contro le infrastrutture civili, in particolare l’elettricità, sono crimini di guerra. Privare uomini, donne e bambini di acqua, elettricità e riscaldamento con l’arrivo dell’inverno: questi sono atti di puro terrore. E dobbiamo chiamarlo così.” Allora, un anno dopo, bisogna chiamare “puro terrore” anche quello di Israele contro la popolazione civile della striscia di Gaza, condannandolo, non sostenendolo. Anche perché ogni casa abbattuta a Gaza, ogni strage sotto le macerie, non riduce ma moltiplica il numero dei palestinesi disposti a prendere le armi. Ed è impossibile e incredibile che il governo israeliano non lo comprenda e che nessun governo amico lo suggerisca. Occhio per occhio il mondo diventa cieco, diceva Gandhi.
Invece, in un impazzimento generale, a tutte le latitudini la guerra è tornata ad essere un valore, le spese militari globali a schizzare sempre più in alto un anno dopo l’altro, guerra dopo guerra; politicamente e mediaticamente l’opinione pubblica viene aizzata a schierarsi in una propaganda di guerra continua e martellante, in cui le posizioni pacifiste che provano a indicare la ragionevolezza delle vie d’uscita sono considerate alleate del “nemico”. Siamo dentro, anche e soprattutto nel nostro Paese, ad uno spaventoso arretramento civile e culturale: mentre fino a poco tempo fa si elogiava e diventava punto di riferimento chi
abbandonava la lotta armata e la logica di vendetta, scegliendo strade alternative, da Nelson Mandela a Yasser Arafat, oggi si esalta chi promuove la lotta armata di Stato senza quartiere.
È necessario, dunque, sia costruire strumenti di intervento nei conflitti, prima che degenerino in guerre, in coerenza con l’articolo 11 della Costituzione italiana: mezzi che, ripudiando la guerra, possano svolgere attività di interposizione e riconciliazione tra le parti in conflitto, per esempio i Corpi civili di pace. Sia ricostruire una cultura di pace e di
nonviolenza a tutti i livelli, per cui così com’è condannata senza appello – sempre e comunque – la “soluzione” dei conflitti interpersonali con la violenza, sia condannata senza appello – sempre e comunque – anche la “soluzione” dei conflitti internazionali con la violenza. Perché la guerre non risolvono davvero nessun conflitto, ma lo perpetuano e lo radicalizzano. È l’insegnamento che alla televisione israeliana ha dato, piangendo, Jacob Argamani, papà di Noa una delle ragazze rapite brutalmente da Hamas durante la barbarica incursione al rave ai confini di Gaza: “Facciamo pace con i nostri vicini, in ogni modo possibile. Voglio che ci sia pace; voglio che mia figlia torni. Basta guerre. Anche loro hanno vittime, anche loro hanno prigionieri e madri che piangono. Siamo due popoli per un solo padre. Facciamo una pace vera.” Non ci sono alternative. In Palestina, in Ucraina ed ovunque.

pasqualepugliese.wordpress.com

associazione Movimento noviolento

L’Ucraina come la Corea: una guerra prolungata a oltranza

La guerra continua da oltre un anno e mezzo senza neanche un giorno di tregua. La controffensiva che avrebbe dovuto portare l’Ucraina alla vittoria è iniziata da più di tre mesi, senza produrre nessuno spostamento significativo del fronte. È in corso una orribile guerra di attrito che ci ricorda quella delle prime undici battaglie dell’Isonzo combattute da giugno 1915 a agosto 1917. Battaglie combattute praticamente senza spostamenti significativi del fronte, ma con centinaia di migliaia di morti da entrambe le parti. «La realtà, da un lato e dall’altro, è una guerra di trincea – ha scritto il generale Antonio Li Gobbi su Analisi difesa – che pensavamo fosse relegata con le sue brutture nella nostra preistoria. Combattimenti senza gloria condotti in fetide trincee dove le lacrime si mischiano al sudore, il sangue agli escrementi, il fango ai cadaveri che non possono trovare tempestiva sepoltura». I numeri di questa carneficina, fatti trapelare dal colonnello Douglas Macgregor (cfr Mini, il Fatto quotidiano, 13/9/2023), già consigliere del Pentagono, sono impressionanti. «Valutiamo che gli ucraini abbiano avuto 400 mila morti in combattimento. Nell’ultimo mese di questa presunta controffensiva che avrebbe dovuto spazzare il campo di battaglia, hanno avuto almeno 40.000 morti. Non sappiamo quanti siano i feriti, ma sappiamo che probabilmente tra i 40 e i 50.000 soldati hanno subito amputazioni, che gli ospedali sono pieni».

Gli esperti militari avevano avvertito i responsabili politici che la “vittoria” sul campo dell’Ucraina era un obiettivo impossibile. In particolare, il Capo di Stato maggiore dell’esercito americano, gen. Mark Milley, aveva avvisato: «Né l’Ucraina né la Russia sono in grado di vincere la guerra che, invece, può solo concludersi ad un tavolo negoziale». Le scelte degli Usa e della Nato, invece, puntano ad istigare Zelensky alla guerra ad oltranza. Da ultimo il segretario di Stato Antony Blinken si è recato a Kiev, il 6/7 settembre, portando aiuti per un miliardo di dollari. Gli aiuti statunitensi – ha detto Blinken – consentiranno alla controffensiva ucraina di “acquisire slancio”. L’orientamento degli architetti della politica internazionale dell’Occidente di proseguire la guerra ad oltranza (promettendo a Zelensky una vittoria impossibile) comporta il prolungamento di un massacro senza senso e senza nessuno sbocco, come fu la guerra di Corea, che si concluse con un armistizio lasciando inalterata la linea del fronte, dopo aver provocato quasi tre milioni di morti. L’armistizio, firmato il 27 luglio del 1953, pose fine ai combattimenti ma non allo stato di guerra poiché dopo settant’anni non è stato ancora stipulato un Trattato di pace.

Mentre continua il coro, intonato da politici e mass media sulle note di Biden e Stoltenberg, che invoca la vittoria e promette la continuazione del massacro, nessuna Cancelleria, nessuna forza politica è capace di aprire una finestra sul futuro. Nessuno è in grado di azzardare un progetto per il futuro, anche perché gli eventi che hanno provocato la guerra e che determinano la sua continuazione ad oltranza, annunziano un futuro oscuro del quale è meglio non parlare. È stato uno dei principali interpreti della prima guerra fredda, Henry Kissinger (in un intervista al Corriere della Sera del 28 giugno 2022) ad avvertirci che bisogna guardare come porre fine al conflitto: «Stiamo arrivando a un momento – afferma – in cui bisogna affrontare la questione della fine della guerra in termini di obiettivi politici altrettanto che militari: non si può semplicemente continuare a combattere senza un obiettivo».

Per Kissinger l’unico obiettivo realistico che può garantire la pace è di reintegrare la Russia nell’Europa, non certo spingerla ad est nelle braccia della Cina. Perché questo è il punto centrale del suo ragionamento: va sconfitta l’invasione dell’Ucraina, «non la Russia come Stato e come entità storica». E dunque, quando le armi alla fine taceranno, «la questione del rapporto fra Russia ed Europa andrà presa molto seriamente». Il presupposto, sottolinea Kissinger, è che la Russia è stata parte della storia europea per cinquecento anni, è stata coinvolta in tutte le grandi crisi e «in alcuni dei grandi trionfi della storia europea»: e pertanto «dovrebbe essere la missione della diplomazia occidentale e di quella russa di tornare al corso storico per cui la Russia è parte del sistema europeo. La Russia deve svolgere un ruolo importante».

Senonchè l’obiettivo di reintegrare la Russia nel sistema europeo è diametralmente opposto agli obiettivi perseguiti da una politica che, attraverso l’allargamento ad est della Nato e la svolta russofoba dell’Ucraina dopo il golpe di Maidan, ha identificato la Russia come nuovo nemico da sostituire alla dissolta Unione Sovietica, scavando un solco per dividere per sempre la Russia dal resto dell’Europa. Questo solco adesso si è trasformato in una cortina di ferro fondata sul sangue e sull’odio. Una cortina invalicabile perché alimentata dall’odio generato da 500.000 morti, milioni di profughi e distruzioni incommensurabili.
Il conflitto in corso rischia di essere una guerra costituente su cui si decideranno gli equilibri geopolitici internazionali, la posta in gioco è il futuro del mondo. Un mondo nel quale, alla collaborazione fra le principali potenze posta a base del progetto di pace delle Nazioni Unite, si sostituirebbe la logica della contrapposizione inevitabile e del confronto politico-militare fra l’Occidente collettivo a guida Usa e la Cina, in un crescendo di tensioni e di corsa al riarmo. Questo vale soprattutto per Europa dove – qualora si dovesse giungere ad una tregua di tipo coreano – la guerra proseguirebbe con altri mezzi. Resterebbero in piedi le sanzioni, la separazione economica e l’apartheid nei confronti della società e della cultura russa. Resterebbe in piedi l’accumulo delle minacce militari e la corsa al riarmo, a danno delle spese sociali. Una cappa di terrore e di odio, graverebbe sul continente avvelenando la vita delle nazioni.

Non bisogna rassegnarsi al futuro orribile che il conflitto in corso lascia intravedere. Se è indifferibile un’azione politica per fermare la prosecuzione della guerra, a cominciare dal blocco della fornitura di armi, è altrettanto urgente pensare a come uscire dalla guerra e dalle cause che l’hanno generata.
In realtà è proprio durante la guerra che è più forte l’esigenza di pensare la pace, di delineare un progetto che consenta di superare le cause che hanno provocato la guerra per ristabilire la convivenza pacifica fra le nazioni. Come fecero quei visionari che nel 1941 misero mano al Manifesto di Ventotene. Come ci ha ricordato Pasqualina Napoletano (CRS:Pensare la pace sotto le bombe): «quel gruppo di visionari, riuscì a concepire un progetto capace di andare oltre l’odio, con l’intento di riappacificare popoli e nazioni, responsabili di due Guerre Mondiali. Un progetto coraggioso, che non si fondasse sull’umiliazione e sulla vendetta ma sulla integrazione economica e politica: gli Stati Uniti d’Europa». Quale progetto per la riappacificazione e la convivenza pacifica, o quanto meno per la sicurezza collettiva in Europa abbiamo articolato? Quale progetto abbiamo in mente per prosciugare l’oceano di odio che la guerra ha creato fra due popoli fratelli e ripudiare il conflitto tribale fomentato dai nazionalismi, l’un contro l’altro armati? Se si oscurano le cause che hanno portato alla scoppio del conflitto, ivi compreso il fatto che per oltre 25 anni gli Usa hanno praticato una nuova guerra fredda per umiliare ed isolare la Russia, come si fa a rimediare agli errori commessi per impostare un nuovo criterio di convivenza pacifica?

La visione del futuro può nascere solo da una revisione critica del passato, dal ripudio di una politica orientata a costruire l’ostilità nei rapporti fra le nazioni, a perseguire la “sicurezza” di una parte (la nostra) a danno dell’altra parte, incrementando le minacce militari e l’assedio geopolitico al “nemico”. Bisogna costruire un percorso a ritroso, riprendendo la strada che portò alla Conferenza sulla Sicurezza e cooperazione in Europa, conclusasi nel 1975 con l’Atto finale di Helsinki. I principi della Conferenza, condensati nell’Atto finale sono serviti a favorire la distensione fra i contrapposti blocchi militari in un’epoca in cui erano ancora presenti tutte le insidie della guerra fredda, ed hanno configurato la sicurezza in Europa come sicurezza collettiva fondata sul disarmo. Questi principi sono stati calpestati da una politica che ha privilegiato la contrapposizione al posto della cooperazione, l’emarginazione al posto del dialogo, il riarmo unilaterale al posto del disarmo negoziato, la costruzione dell’ostilità al posto dell’amicizia fra i popoli.

Per prima cosa occorre ripudiare la pretesa di costruire la pace attraverso la “vittoria”, cioè l’umiliazione della Russia e la negazione dei suoi interessi. Questa pretesa esclude ogni possibilità di negoziato, la mediazione non contempla vittorie, ma è, per antonomasia, la conciliazione di interessi geopolitici contrapposti, a cui si deve dare identica legittimità .
Bisogna pensare ad un futuro “disarmato”, in cui la sicurezza per i singoli Stati e per l’Europa nel suo complesso non sia fondata sul riarmo e l’estensione della minaccia militare, bensì sul disarmo negoziato e sulla riduzione della pressione militare. La Nato deve cessare di “abbaiare” ai confini della Russia e l’Ucraina non può essere la lancia della Nato nel costato della Russia. Deve essere restaurata la convivenza pacifica fra i due popoli dell’Ucraina e fra l’Ucraina e la Russia. Il baratro di dolore che la guerra ha scavato fra i due popoli può essere colmato solo col negoziato e non con le armi o la vendetta. Un negoziato sotto l’egida dell’Onu che dia la parola alle popolazioni interessate, perché se le frontiere sono inviolabili, ancora più inviolabili sono gli esseri umani, che non possono essere sacrificati dai loro governi per tracciare i confini con i coltelli.

È questo il momento di definire un progetto che superi non solo il conflitto in armi, ma quel sistema di dominio e di contrapposizione politica e militare che ha generato la guerra e sta distruggendo l’Europa. È il momento di pensare che un altro mondo è possibile e di progettarlo, come fecero quegli intellettuali cattolici che scrissero fra il 18 e il 24 luglio del 1943, prima della caduta del fascismo e nella fase più drammatica della guerra, il “codice dei Camaldoli”, prefigurando un nuovo ordinamento che trovò inveramento, grazie al contributo fecondo di altre culture, nella Costituzione della Repubblica italiana.
Bisogna pensare a come reintegrare la Russia nell’Europa, ad un negoziato che punti a ristabilire il dialogo, il confronto, la fiducia, gli scambi culturali con il popolo russo, in modo che la Russia non sia più avvertita come una minaccia per l’Europa e l’Europa non sia più avvertita come una minaccia per la Russia. Bisogna ripensare all’Europa recuperando l’impostazione originaria dei padri fondatori che hanno messo la costruzione della pace a fondamento del progetto europeo.
Il mondo che verrà sarà orribile se non saremo capaci di ripudiare le scelte che hanno aperto la strada al ritorno della guerra in Europa e nel resto del mondo. Questo è il momento di progettare un altro mondo per non andare tutti all’altro mondo.

L’autore: Il magistrato Domenico Gallo è stato presidente di sezione della Corte di Cassazione. Già senatore della Repubblica, fa parte del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Ha scritto il libro Il mondo che verrà (Deltra3edizioni)

 

 

Lo squadrismo e Roberto Saviano

La condanna di un giornalista in un processo per un reato di opinione intentato da una presidente del Consiglio è già, di per sé, qualcosa che profuma di autarchia. Poiché Roberto Saviano è Roberto Saviano qui in Italia ci siamo concessi il lusso di non sottolineare la sproporzione spostando la vicenda sul piano dello scontro politico. Questa sete di vendetta ormai pacificamente normalizzata nel nostro Paese sarà la stessa rabbia impaurita che farà crollare prima o poi questo governo che la alimenta.

Una condanna con attenuanti per “motivi di particolare valore morale” smentisce in toto l’architettura della propaganda. No, non erano offese, anche se oggi qualche stralunato editorialista finge di non averlo capito. Nel discorso di Saviano, anche dentro quel “bastardi” indirizzato al governo, c’è un giudizio politico nei confronti di chi accumula potere attraverso la mendacia strutturale della sua propaganda sulla pelle degli altri. Si tratta di un modo canagliesco di fare politica che lucra sulle sofferenze dei fragili e sulle paure degli altri. È il giudizio di Roberto Saviano ma è anche il giudizio di centinaia di giornalisti, migliaia di attivisti, milioni di italiani.

Il processo comunque ha raggiunto lo scopo. La condanna è simbolica perché come un tetro simbolo campeggia sulle teste di chi da ieri sa che criticare il governo costerà caro: costerà processi, costerà esposizione alla ferocia pubblica. E quando ci si accorgerà che non è una questione “contro Saviano” ma è un metodo sarà sempre troppo tardi.

Buon venerdì. 

Ritratto di Roberto Saviano. Fonte: Di International Journalism Festival from Perugia, Italia – Flickr, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17246727

Quei bambini chiusi in trappola a Gaza. Il racconto di Ruba Salih

«Mai come in queste ore a Gaza il senso di appartenere a una comune “umanita” si sta mostrando più vuoto di senso. La responsabilità di questo è del governo israeliano», dice  Ruba Salih antropologa dell’università di Bologna che abbiamo intervistato mentre cresce la preoccupazione per la spirale di violenza che colpisce la popolazione civile palestinese e israeliana.

Quali sono state le sue prime reazioni, sentimenti, pensieri di fronte all’attacco di Hamas e poi all’annuncio dell’assedio di Gaza messo in atto dal governo israeliano?

Il 7 ottobre la prima reazione è stata di incredulità alla vista della recinzione metallica di Gaza sfondata, e alla vista dei palestinesi che volavano con i parapendii presagendo una sorta di fine dell’assedio. Ho avuto la sensazione di assistere a qualcosa che non aveva precedenti nella storia recente. Come era possibile che l’esercito più potente del mondo potesse essere sfidato e colto così alla sprovvista? In seguito, ho cominciato a chiamare amici e parenti, in Cisgiordania, Gaza, Stati Uniti, Giordania. Fino ad allora si aveva solo la notizia della cattura di un numero imprecisato di soldati israeliani. Ho pensato che fosse una tattica per fare uno scambio di prigionieri. Ci sono più di 5000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e 1200 in detenzione amministrativa, senza processo o accusa. Poi sono cominciate da domenica ad arrivare le notizie di uccisioni e morti di civili israeliani, a cui è seguito l’annuncio di ‘guerra totale’ del governo di Netanyahu. Da allora il sentimento è cambiato. Ora grande tristezza per la quantità di vittime, dell’una e dell’altra parte, e preoccupazione e angoscia senza precedenti per le sorti della popolazione civile di Gaza, che in queste ore sta vivendo le ore piu’ drammatiche che si possano ricordare.

E quando ha visto quello che succedeva, con tantissime vittime israeliane, violenze terribili, immagini di distruzione, minacce di radere al suolo Gaza?

Colleghi e amici israeliani hanno cominciato a postare immagini di amici e amiche uccisi – anche attivisti contro l’occupazione- e ho cominciato dolorosamente a mandare condoglianze. Contemporaneamente giungevano terribili parole del ministro della Difesa israeliano Gallant che definiva i palestinesi “animali umani”, dichiarando di voler annientare la striscia di Gaza e ridurla a “deserto”. Ho cominciato a chiamare amici di Gaza per sapere delle loro famiglie nella speranza che fossero ancora tutti vivi. Piano piano ho cominciato a cercare di mettere insieme i pezzi e dare una cornice di senso a quello che stava succedendo.

Cosa può dirci di Gaza che già prima dell’attacco di Hamas era una prigione a cielo aperto? 

Si, Gaza è una prigione. A Gaza la maggior parte della popolazione è molto giovane, e in pochi hanno visto il mondo oltre il muro di recinzione. Due terzi della popolazione è composto da famiglie di rifugiati del 1948. Il loro vissuto è per lo più quello di una lunga storia di violenza coloniale e di un durissimo assedio negli ultimi 15 anni. Possiamo cercare di immaginare cosa significa vivere questo trauma che si protrae da generazioni. Gli abitanti di Gaza nati prima del 1948 vivevano in 247 villaggi nel sud della Palestina, il 50% del paese. Sono stati costretti a riparare in campi profughi a seguito della distruzione o occupazione dei loro villaggi. Ora vivono in un’area che rappresenta l’1.3% della Palestina storica con una densità di 7000 persone per chilometro quadrato e le loro terre originarie si trovano a pochi metri di là dal muro di assedio, abitate da israeliani.

E oggi?

Chi vive a Gaza si descrive come in una morte lenta, in una privazione del presente e della capacità di immaginare il futuro. Il 90% dell’acqua non è potabile, il 60% della popolazione è senza lavoro, l’80% riceve aiuti umanitari per sopravvivere e il 40% vive al di sotto della soglia di povertà: tutto questo a causa dell’ occupazione e dell’assedio degli ultimi 15 anni. Non c’è quasi famiglia che non abbia avuto vittime, i bombardamenti hanno raso al suolo interi quartieri della striscia almeno quattro volte nel giro di una decina di anni. Non credo ci sia una situazione analoga in nessun altro posto del mondo. Una situazione che sarebbe risolta se Israele rispettasse il diritto internazionale, né più né meno.

Prima di questa escalation di violenza c’era voglia di reagire, di vivere, di creare, di fare musica...

Certo, anche in condizioni di privazione della liberta’ c’e’ una straordinaria capacità di sopravvivenza, creatività, amore per la propria gente. Tra l’altro ricordo di avere letto nei diari di Marek Edelman sul Ghetto di Varsavia che durante l’assedio del Ghetto ci si innamorava intensamente come antidoto alla disperazione. A questo proposito, consilgio a tutti di leggere The Ghetto Fights di Edelman. Aiuta molto a capire cosa è Gaza in questo momento, senza trascurare gli ovvi distinguo storici.

Puoi spiegarci meglio?

Come sapete il ghetto era chiuso al mondo esterno, il cibo entrava in quantità ridottissime e la morte per fame era la fine di molti. Oggi lo scenario di Gaza, mentre parliamo, è che non c’è elettricità, il cibo sta per finire, centinaia di malati e neonati attaccati alle macchine mediche hanno forse qualche ora di sopravvivenza. Il governo israeliano sta bombardando interi palazzi, le vittime sono per più della metà bambini. In queste ultime ore la popolazione si trova a dovere decidere se morire sotto le bombe in casa o sotto le bombe in strada, dato che il governo israeliano ha intimato a un milione e centomila abitanti di andarsene. Andare dove? E come nel ghetto la popolazione di Gaza è definita criminale e terrorista.

Anche Franz Fanon, lei suggerisce, aiuta a capire cosa è Gaza.

Certamente, come ho scritto recentemente, Fanon ci viene in aiuto con la forza della sua analisi della ferita della violenza coloniale come menomazione psichica oltre che fisica, e come privazione della dimensione di interezza del soggetto umano libero, che si manifesta come un trauma, anche intergenerazionale. La violenza prolungata penetra nelle menti e nei corpi, crea una sospensione delle cornici di senso e delle sensibilità che sono prerogativa di chi vive in contesti di pace e benessere. Immaginiamoci ora un luogo, come Gaza, dove come un rapporto di Save the Children ha riportato, come conseguenza di 15 anni di assedio e blocco, 4 bambini su 5 riportano un vissuto di depressione, paura e lutto. Il rapporto ci dice che vi è stato un aumento vertiginoso di bambini che pensano al suicidio (il 50%) o che praticano forme di autolesionismo. Tuttavia, tutto questo e’ ieri. Domani non so come ci sveglieremo, noi che abbiamo il privilegio di poterci risvegliare, da questo incubo. Cosa resterà della popolazione civile di Gaza, donne, uomini bambini.

Come legge il sostegno incondizionato al governo israeliano di cui sono pieni i giornali occidentali e dell’invio di armi ( in primis dagli Usa), in un’ottica di vittoria sconfitta che abbiamo già visto all’opera per la guerra Russia-Ucraina?

A Gaza si sta consumando un crimine contro l’umanità di dimensioni e proporzioni enormi mentre i media continuano a gettare benzina sul fuoco pubblicando notizie in prima pagina di decapitazioni e stupri, peraltro non confermate neanche dallo stesso esercito israeliano. Tuttavia, non utilizzerei definizioni statiche e omogeneizzanti come quelle di ‘Occidente’ che in realtà appiattiscono i movimenti e le società civili sulle politiche dei governi, che in questo periodo sono per lo più a destra, nazionalisti xenofobi e populisti. Non è sempre stato così.

Va distinto il livello istituzionale, dei governi e dei partiti o dei media mainstream, da quello delle società civili e dei movimenti sociali?

Ci sono una miriade di manifestazioni di solidarietà ovunque nel mondo, che a fianco del lutto per le vittime civili sia israeliane che palestinesi, non smettono di invocare la fine della occupazione, come unica via per ristabilire qualcosa che si possa chiamare diritto (e diritti umani) in Palestina e Israele. Gli stessi media mainstream sono in diversi contesti molto più indipendenti che non in Italia. Per esempio, Bcc non ha accettato di piegarsi alle pressioni del governo rivendicando la sua indipendenza rifiutandosi di usare la parola ‘terrorismo’, considerata di parte, preferendo riferirsi a quei palestinesi che hanno sferrato gli attacchi come ‘combattenti’. Se sono stati commessi crimini contro l’umanità parti lo stabiliranno poi le inchieste dei tribunali penali internazionali. In Italia, la complicità dei media è invece particolarmente grave e allarmante. Alcune delle (rare) voci critiche verso la politica del governo israeliano che per esempio esistono perfino sulla stampa liberal israeliana, come Haaretz, sarebbero in Italia accusate di anti-semitismo o incitamento al terrorismo! Ci tengo a sottolineare tuttavia che il fatto che ci sia un certo grado di libertà di pensiero e di stampa in Israele non significa che Israele sia una ‘democrazia’ o perlomeno non lo è certo nei confronti della popolazione palestinese. Che Israele pratichi un regime di apartheid nei confronti dei palestinesi è ormai riconosciuto da organizzazioni come Amnesty International  e Human Rights Watch, nonché sottolineato a più riprese dalla Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.

Dunque non è una novità degli ultimi giorni che venga interamente sposata la retorica israeliana?

Ma non è una novità degli ultimi giorni che venga interamente sposata la narrativa israeliana. Sono anni che i palestinesi sono disumanizzati, resi invisibili e travisati. Il paradosso è che mentre Israele sta violando il diritto e le convenzioni internazionali e agisce in totale impunità da decenni, tutte le forme di resistenza: non violente, civili, dimostrative, simboliche, legali dei palestinesi fino a questo momento sono state inascoltate, anzi la situazione sul terreno è sempre più invivibile. Persino organizzazioni che mappano la violazione dei diritti umani sono demonizzate e catalogate come ‘terroristiche’. Anche le indagini e le commissioni per valutare le violazioni delle regole di ingaggio dell’esercito sono condotte internamente col risultato che divengono solo esercizi procedurali vuoti di sostanza (come per l’assassinio della reporter Shereen AbuHakleh, rimasto impunito come quello degli altri 55 giornalisti uccisi dall’esercito israeliano). Ci dobbiamo seriamente domandare: che cosa rimane del senso vero delle parole e del diritto internazionale?

Il discorso pubblico è intriso di militarismo, di richiami alla guerra, all’arruolamento…

Personalmente non metterei sullo stesso piano la resistenza di un popolo colonizzato con il militarismo come progetto nazionalistico di espansione e profitto. Possiamo avere diversi orientamenti e non condividere le stesse strategie o tattiche ma la lotta anticoloniale non è la stessa cosa del militarismo legato a fini di affermazione di supremazia e dominio di altri popoli. Quella dei palestinesi è una lotta che si inscrive nella scia delle lotte di liberazione coloniali, non di espansione militare. La lotta palestinese si collega oggi alle lotte di giustizia razziale e di riconoscimento dei nativi americani e degli afro-americani contro società che oggi si definiscono liberali ma che sono nate da genocidi, schiavitù e oppressione razziale. Le faccio un esempio significativo: la prima bambina Lakota nata a Standing Rock durante le lunghe proteste contro la costruzione degli olelodotti in North Dakota, che stanno espropriando e distruggendo i terre dei nativi e inquinando le acque del Missouri, era avvolta nella Kuffyah palestinese. Peraltro, il nazionalismo non è più il solo quadro di riferimento. In Palestina si lotta per la propria casa, per la propria terra, per la liberazione dalla sopraffazione dell’occupazione, dalla prigionia, per l’autodeterminazione che per molti è immaginata o orientata verso la forma di uno stato laico binazionale, almeno fino agli eventi recenti. Domani non so come emergeremo da tutto questo.

Emerge di nuovo questa cultura patriarcale della guerra, a cui come femministe ci siamo sempre opposte…

Con i distinguo che ho appena fatto e che ribadisco – ossia che non si può mettere sullo stesso piano occupanti e occupati, colonialismo e anticolonialismo -mi sento comunque di dire che una mobilitazione trasversale che aneli alla fine della occupazione deve essere possibile. Nel passato, il movimento femminista internazionalista tentava di costruire ponti tra donne palestinesi e israeliane mobilitando il lutto di madri, sorelle e figlie delle vittime della violenza. Si pensava che questo fosse un legame primario che univa nella sofferenza, attraversando le differenze. Ci si appellava alla capacità delle donne di politicizzare la vulnerabilità, convinte che nella morte e nel lutto si fosse tutte uguali. La realtà è che la disumanizzazione dei palestinesi, rafforzata dalla continua e sempre più violenta repressione israeliana, rende impossibile il superamento delle divisioni in nome di una comune umanità. Mentre i morti israeliani vengono pubblicamente compianti e sono degni di lutto per il mondo intero, i palestinesi – definiti ‘terroristi’ (anche quando hanno praticato forme non-violente di resistenza), scudi-umani, animali (e non da oggi), sono già morti -privati della qualità di umani- prima ancora di morire, e inscritti in una diversa classe di vulnerabilità, di non essenza, di disumanità.

Antropologa dell’università di Bologna Ruba Salih si interessa di antropologia politica con particolare attenzione a migrazioni e diaspore postcoloniali, rifugiati, violenza e trauma coloniale, genere corpo e memoria. Più recentemente si è occupata di decolonizzazione del sapere e Antropocene e di politiche di intersezionalità nei movimenti di protesta anti e de-coloniali. Ha ricoperto vari ruoli istituzionali tra cui membro eletto del Board of Trustees del Arab Council for the Social Sciences, dal 2015 al 2019. È stata visiting professor presso varie istituzioni tra cui Brown University, University of Cambridge e Università di Venezia, Ca’ Foscari.

 

 

È inaccettabile questa narrazione tossica sul conflitto

Di fronte a quello che sta succedendo nel territorio che fino a prima del 1948 si chiamava Palestina, ogni persona informata e con questo intendo che abbia approfondito la “questione Palestinese” e che ha visitato i Territori, che ne abbia studiato la storia e che ha visto la situazione della popolazione a Gaza e in Cisgiordania oggi, penso abbia difficoltà, come me, a trovare le parole giuste per parlare di questo conflitto. Una guerra vede sempre due eserciti contrapposti, uomini in armi che hanno, almeno a parole, ma ovviamente sui fatti lo stesso diritto a difendersi. In questo caso come fa notare giustamente Pier Giorgio Ardeni su Left del 10 ottobre 2023 e ugualmente Luigi Ferrajoli sul manifesto  «a un atto di guerra – quale soltanto gli Stati e i loro eserciti regolari… possono compiere – si risponde con la guerra. A un crimine, sia pure gravissimo, si risponde con il diritto, cioè con l’identificazione dei colpevoli»

Questi due punti sono imprescindibili: un conflitto richiede le due parti armate più o meno adeguatamente e se invece una delle due parti è soltanto un gruppo più o meno nutrito di volontari com’è «Hamas, che non ha un esercito e per quanto sia un’organizzazione armata il suo non è l’apparato militare di uno Stato. Certo, viene finanziata dall’Iran e da altri, ma essa è comunque un’organizzazione che recluta volontari, animata da un’ideologia fondamentalista ma, in ogni caso, essa non è il corpo armato di uno Stato legittimo» ecco che viene a mancare la ragione che giustifica una guerra e soprattutto una guerra che colpisce una popolazione inerme di 2,2 milioni di persone che, per chi conosce la situazione, vive da moltissimi anni sotto un brutale assedio da parte di Israele. Nulla giustifica l’operato di Hamas, anche se in qualche modo ci dovremmo anche chiedere come mai questa organizzazione fondamentalista stia prendendo sempre più piede e raccolga sempre maggiori adesioni, soprattutto nel territorio di Gaza, che fingiamo di non saperlo, ma è un carcere a cielo aperto, controllato dall’esercito che si narra sia il più etico, di un Paese che si dice essere il più democratico del Medioriente.

Nulla passa i valichi che Israele non voglia, nessun bene primario, acqua, elettricità, carburante, medicinali, macchinari o materiale da costruzione, e questo da sempre. Nessun palestinese esce dal valico verso Israele o dal famoso valico verso l’Egitto che viene aperto e chiuso a seconda delle alternanti contingenze politiche e speculative che questo Paese impone. Certamente qualcosa passa per i tunnel, che continuano ad essere tollerati in quanto sono fonti di proventi per i Paesi che li “ospitano”. Ora si spargono colate di cemento a chiudere i passaggi, un po’ come chiudere la stalla dopo che i buoi sono fuggiti. Colate che continuano a dimostrare che Gaza è sotto assedio e che o in un modo o nell’altro si cancellerà dalla carta geografica.

Per l’attività che ho per molti anni espletato, ossia organizzare un progetto culturale sul cinema, legato alla Palestina, ossia il Nazra Palestine short film festival, che tende ad aprire un dibattito, attraverso questa arte, sulla situazione in Palestina, coinvolgendo giovani registi con molte idee e cose da dire, ma molto spesso con poche possibilità di produrre ed esportare le proprie opere, mi sono trovata nella difficoltà e imprevedibilità di ottenere i visti (non facili da ottenere malgrado tutte le garanzie che cerchiamo di presentare al nostro consolato) per far uscire da Gaza alcuni registi per farli assistere al festival e alle premiazioni, e trovarli bloccati a Rafah per giorni e giorni, cosa che potrebbero evitare se pagassero una gabella di migliaia di euro, alla parte aguzzina egiziana.

La narrazione che passa è che la popolazione di Gaza se l’è cercata, che fare combutta con i terroristi di Hamas ti fa diventare terrorista e vieni trattato alla stregua di “animali umani”» (così il ministro israeliano della Difesa Yoav Gallant li definisce) e pertanto non è un problema se Israele, per la sua sicurezza, si permette di assetare, affamare e far morire di stenti un’intera popolazione prigioniera di uno Stato che considera uomini, donne e bambini palestinesi, alla stregua di animali o di subumani. Solo l’Onu lancia, con flebile voce, un vago monito, che resta ovviamente inascoltato.

A sentire tutti gli esperti, i giornalisti, i capi di Stato che in questi giorni si prodigano in dichiarazioni ipocrite e superficiali, tutte allineate al sostegno di Israele e ai diritti di difesa del suo territorio, si dimenticano o fingono di dimenticare che quel territorio ad onor del vero non era proprio di questo Stato e che nei campi profughi (che non so in quale altro Paese si possano trovare così numerosi e affollati) siano ospitati, all’interno del loro stesso territorio. Pure Gaza è un grande campo profughi, con la differenza che in questo caso è un carcere con nessuna possibilità di comunicare con l’esterno. In tutti questi campi ci sono palestinesi espulsi dalle loro terre e dalle loro case, di cui conservano ancora gli atti di proprietà e le chiavi di ferro ormai arrugginito. Da 80 anni la ferita suppura, il bubbone cresce, e la possibilità di raggiungere una pace giusta non potrà mai sussistere. Inutile ripetere la storiella dei due popoli e due Stati perché chiaramente a causa degli insediamenti che crescono (illegalmente) nel territorio della Cisgiordania, lo Stato di Palestina, se mai esisterà, non avrà nessuna continuità territoriale oltre al fatto che Israele
protrarrà l’occupazione militare continuando a terrorizzare e molto spesso uccidere con la buona scusa di proteggere i propri coloni.

Non riempiamoci ancora la bocca con vecchi slogan ormai talmente obsoleti e dannosi che forse nemmeno più la propaganda più costosa del mondo foraggia ancora, ci sono ben altre logiche, ben altre opportunità per lasciare i palestinesi senza voce e credibilità. D’altra parte i palestinesi non hanno una leadership politica credibile sia che si pensi ad Hamas oppure all’Anp, già molto compromessa per tante ragioni che sarebbe lungo enumerare, forse i leader più credibili sono morti oppure in carcere, ma certamente non sono in grado di coagulare le forze più integre e costruttive della popolazione palestinese in una lotta di
liberazione che dovrebbe avere uguale diritto e giustificazione di altre realtà. L’idea più praticabile sarebbe una resistenza (pacifica?) che avrebbe maggior possibilità di essere praticata in tempi lunghi e che potrebbe conquistare l’opinione pubblica internazionale ad una causa del tutto legittima in una situazione di disparità di potenza economica, militare e propagandistica.

Culturalmente la Palestina non è seconda a nessuno, ci sono forze vitali artistiche e intellettuali invidiabili, che però emergono meglio nella diaspora, dove è più facile evidenziare le eccellenze. Oggi questo territorio vive di economia d’occupazione, di compromessi con l’occupante e di sogni senza possibilità di realizzazione, non conosce la libertà di movimento e l’isolamento di cui il muro e i checkpoint fissi o mobili e i valichi posti da Israele ne sono l’odioso esempio, ne danneggiano l’ossatura portante, in pratica rendono il bubbone sempre più purulento. Quel che dice Edward Said in Orientalismo, parlando di violenza che comunque fa parte di noi è che il problema non è saldare una profonda spaccatura aperta fra i popoli, ma di tessere le maglie per una comprensione che ha bisogno ancora di molto tempo in un momento storico in cui il tempo sembra non esserci. Dove la violenza sembra l’unica risposta dell’umano all’umana insofferenza.

L’autrice: Franca Bastianello è direttrice artistica del Nazra Palestine short film festival

Nella foto: locandina del film Gaza di Garry Keane e Andrew McConnell presentato al Nazra Palestine short film festival

Leggi anche: “Palestina, luci su un popolo invisibile”, Left del 21 maggio 2021

Poveri avvoltoi sulla testa di Mimmo Lucano

Eh, no, Mimmo Lucano non era un delinquente. La Corte d’Appello di Reggio Calabria ha smontato la ridicola sentenza di primo grado del Tribunale di Locri che aveva aizzato una masnada di razzisti, di salvinisti-meloniani, di giornalisti con più bile che cultura giuridica, di liberali pelosi, di riformisti con il minnitismo conficcato dentro il petto e di giornalacci garantisti solo con gli amici degli amici. Quei 13 anni e 2 mesi di carcere per associazione per delinquere, truffa, peculato, falso e abuso d’ufficio sono diventati un anno e sei mesi di reclusione per un reato bagatellare amministrativo (abuso d’ufficio per la determina sindacale del 5 settembre del 2017) con pena sospesa.

Crollano tutti quelli che aspettavano con il sangue tra i denti che a cadere fosse Mimmo Lucano. Crollano le penne bavose di chi colpiva Lucano per colpire l’accoglienza. Il “business criminale” nel sistema di accoglienza di Riace non sta a Riace. Era facile: bastava seguire i soldi, come suggerivano Falcone e Borsellino: di soldi in questa storia non ce ne sono mai stati nelle tasche di Lucano.

È vero però che su Mimmo Lucano hanno lucrato le copie vendute di qualcuno, ha lucrato lo share di qualche mendace trasmissione. Riace sta lì, ben piantata con i piedi per terra, a schiaffeggiare gli incapaci di immaginare l’accoglienza e l’integrazione. Ora, vedrete, i manettari sculetteranno da garantisti.

Resta una domanda interessante? Chi furono i ministri che pasteggiarono con le ispezioni a Mimmo Lucano? Chi era il Prefetto a Reggio Calabria che montò un disegno inesistente? Che carriera hanno avuto?

Buon giovedì. 

Nella foto: Mimmo Lucano nella piazzetta di Riace (Carlo Troiano Wikipedia), 15 agosto 2018

Crollano le gravi accuse contro Mimmo Lucano. Così Riace ha vissuto l’attesa della sentenza

Cadono le accuse pesanti contro l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano e viene completamente stravolta la sentenza di primo grado del Tribunale di Locri che lo aveva condannato a oltre 13 anni per reati gravi tra cui associazione per delinquere, truffa, peculato. La Corte d’appello di Reggio Calabria ha condannato Lucano a 1 anno e 6 mesi, con pena sospesa: un decimo di quanto chiedeva la procura. Assolti tutti gli altri imputati. Oggi, 11 ottobre, nelle ore in cui è arrivata la notizia della sentenza d’appello, vi proponiamo il reportage integrale di Amedeo Ciaccheri da Riace, uscito nel numero di settembre 2023 di Left. 

Battuta dal vento Riace aspetta sulla collina. Un piccolo borgo immerso nella Locride calabrese che ha conquistato l’attenzione del mondo intero per ben due volte negli ultimi cinquant’anni, a vederlo oggi sembra davvero che dorma impassibile di fronte alla storia e in attesa di un destino già scritto. Come tanti altri borghi su queste stesse colline, come potrebbe dirsi di tanti altri luoghi delle cosiddette aree interne, Riace sa che in questo modello di sviluppo non ha futuro. Lo avrà forse la Marina del paese, che ambisce a trovare il suo posto almeno per qualche mese l’anno nell’industria del turismo. Qualche anziano nei bar, poche luci accese nel paese. Rimangono aperte le botteghe di un altro mondo possibile, il vasaio di Kabul, le sarte, gli artisti, e attendono, anche se non ci sono passeggiatori pronti a entrare. Un sonno inquieto dove non c’è pace e rassegnazione mista a rabbia si contendono il campo. Il 20 settembre Domenico Lucano, detto Mimmo, detto Mimì Capatosta, tornerà sul banco degli imputati per essere nuovamente giudicato sulla sua condotta da sindaco prima che una piccola restaurazione tornasse a conquistare questo piccolo borgo che ha tentato la rivoluzione.
In questa estate torrida un mese di eventi e incontri ha animato il Villaggio globale di Riace sfidando il senso di sconfitta e la ragionevolezza. Un appuntamento per rinsaldare alleanze e rilanciare.

Non è difficile raggiungere Riace: in aereo fino a Reggio o Lamezia, qualche ora di macchina, qualche ora di treno. Eppure c’è chi ha lavorato per rendere Riace irraggiungibile tentando di farne un ricordo. Non è difficile raggiungere Riace ma chi la mette sul banco degli imputati qua non c’è mai stato. Probabilmente proverebbe vergogna. Anche la Fattoria sociale non si è fermata. Rinata negli ultimi mesi grazie all’utilizzo di una parte minimale del fondo di solidarietà mosso dalla campagna che Luigi Manconi e tanti altri hanno sostenuto in giro per l’Italia, la Fattoria sociale resiste aggrappata alla montagna. I suoi asinelli, le galline, le papere possono continuare a contare sul lavoro dell’associazione Città futura e di altre complicità solidali, come i ragazzi di Alex Zanotelli. In tempi di dibattito sulla conversione ecologica, la Fattoria sociale non vale solo come esperienza di inserimento lavorativo ma trae la sua importanza nell’aver messo in sicurezza il costone di un monte, recuperato il corso storico di un fiume e frenato così il dissesto idrogeologico. In tempi di alluvioni e frane, pensare a questo qualche anno fa, sembra eccezionale ma non lo è. È solo giusto.Tanti, tantissimi, a cominciare da Left hanno parlato in questi anni di Riace per il modello di accoglienza integrata che Domenico Lucano ha saputo costruire o raccontare le pratiche di comunità che Mimmo ha saputo valorizzare, esercitando la forza di un ideale in contro tempo. Mentre la globalizzazione concentra valori e persone nelle grandi città. Mimmo ha tolto la polvere dalle radici di un ideale antico di giustizia sociale per fare poche cose semplici. Riace è stato per questo un laboratorio politico, un esperimento di democrazia integrale, di riappropriazione della decisione, un problema per la sinistra che cerca nel nuovo millennio una nuova costituzione materiale e che possa reimmaginare ancora una volta il suo rapporto con il potere.

Un agosto militante, davvero sarebbe da dire, quello appena trascorso a Riace, per l’ostinazione di voler raccogliere insieme una geografia solidale, da Luigi Ferrajoli a Wim Wenders, da Eugenio Bennato a Mario Oliverio, da Nichelino in Piemonte alla Garbatella romana. A vedere quanti in questi anni hanno speso dichiarazioni su Riace, può sembrare poca cosa ma non è così. C’è chi è importante che ci sia per tenere insieme iniziativa politica e scenari giuridici, la musica e il dibattito, i laboratori e le cene a tarda notte, il mondo e il borgo.

Mimmo Lucano non è più sindaco e affronta questa battaglia da militante così come ha cominciato nei collettivi diversi decenni fa ma venire a Riace può aiutare chi segue da lontano le vicende di questo Davide che affronta Golia, per sfatare un mito. Mimmo non è un uomo solo. Questo racconto della solitudine di Lucano ha svolto fino a oggi la sua opportuna funzione nel dibattito pubblico: il povero cristo, l’utopista, il disgraziato, in qualche modo è stato fatto pagare a Riace di essere divenuta un simbolo della Liberazione dei nostri tempi, quella di Tonino Bello ad esempio, dove umanità e critica sistemica si tengono insieme. Ma attraversare Riace in questa calda estate italiana dove si fatica a costruire le battaglie dell’autunno su povertà e autonomia differenziata, e mentre la guerra continua, consumando la credibilità della politica europea, si può credere che qua la sinistra potrebbe ritrovare sé stessa. Non un uomo, ma un progetto, intanto antirazzista, e poi radicale, che usa il linguaggio di tutti, e non quello delle élite ma rivoluziona la qualità della vita e le prospettive di futuro. Un progetto che non poteva andare avanti tranquillo.
Mimmo non vuole essere un martire. È tosto, e all’opportunismo di diventare un personaggio non ha ceduto. Una novità per la sinistra dei nostri tempi, ammalata di tatticismo, che ha tentato negli ultimi anni la scorciatoia dell’album di figurine dove incasellare tutti, generalesse e generali senza esercito, al massimo con un liquido pubblico di follower.

Riace perciò resiste a modo suo, come una comunità, sotto schiaffo certo, ma una comunità: i migranti, gli attivisti della prima ora, i ragazzi che non vogliono vedere morire il borgo dei propri genitori e per questo sentono dentro la forza di una militanza necessaria, gli avvocati, i sindaci vicini e quelli lontani, gli artisti, i giornalisti. Riace si è fatta porta d’Europa in questi anni e se condivide le sue buone pratiche con tante altre esperienze a lei vicine e lontane, Riace per prima, così com’è stata con Lucano sindaco ed è ancora ostinatamente oggi, ha colto la forza politica di una sfida valoriale in questo tempo e della critica a questo modello di sviluppo. Non solo accoglienza ma democrazia, ecologia, lavoro, futuro, diritti.

Da una sfida contro la morte della sua comunità Lucano ha tratto forza, parole e motivazione per inventare un mondo che prima non esisteva. Un mondo giusto e possibile, non facile ma possibile. Questo mondo andrà a processo il 20 settembre per l’appello alla condanna di questa storia. Le accuse di peculato e abuso d’ufficio sono uno scandalo per chi conosce questo borgo ma l’ostacolo ormai è obbligato.
Che venga riconosciuta l’innocenza di Lucano e degli altri imputati non è importante solo per liberarli da una ingiusta gogna ed eliminare la scure economica che pesa su di loro come un macigno ma per tornare ad affrontare la sfida politica di Riace. Che Lucano possa essere di nuovo sindaco o ancora di più, militante per una Europa di pace, sarebbe una bella battaglia da combattere, non per lui ma per la sinistra che meritiamo. Una sfida collettiva, non numeri primi ma moltiplicatori generativi, come è Mimmo, per cui il potere è un oggetto da distribuire, potenza di trasformare, battaglia e non solo testimonianza.
Una cosa possiamo fare: aprire ambasciate di Riace in ogni città. Anti nazionaliste, municipaliste, ambasciate di umanità e complicità per sostenere questa esperienza e la sua battaglia.
Perché quando Lucano dice rifarei tutto, senza rimpianti, senza rancore, non fa solo una affermazione, ma ci fa una domanda: rifarei tutto, saremo insieme? Ecco una domanda giusta per la sinistra del nostro tempo.

L’autore: Amedeo Ciaccheri è presidente del Municipio VIII di Roma

Nella foto: Amedeo Ciaccheri e Mimmo Lucano

Smontati pezzo per pezzo: c’è un altro giudice, questa volta a Torino

C’è un altro giudice, questa volta a Torino, che smonta l’inefficace azione politica di un governo che vorrebbe occuparsi di migrazioni senza conoscere il quadro normativo e la situazione internazionale. Ne dà notizia Melting Pot Europa.

Il Tribunale di Torino, previa sospensione cautelare dell’efficacia esecutiva del provvedimento impugnato per la sussistenza di “ragioni tali da giustificare l’accoglimento dell’istanza” (7.3.2023), ha accolto nel merito il ricorso ed ha riconosciuto al cittadino tunisino la protezione speciale.

In data 21 ottobre 2022 il ricorrente sbarcava sulle coste siciliane e veniva immediatamente raggiunto da un decreto di respingimento emesso dal Questore della Provincia di Trapani. Egli raggiungeva successivamente un parente in provincia di Cuneo, ove formalizzava l’istanza di protezione internazionale. A seguito dell’audizione, la Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Torino non riconosceva al richiedente alcuna forma di protezione per manifesta infondatezza.

Nel merito, il Tribunale di Torino ha riconosciuto al richiedente la protezione speciale in ragione della copiosa documentazione prodotta, attestante la veridicità di quanto affermato e non documentato in sede di audizione e l’integrazione sotto il profilo lavorativo e sociale, dando altresì atto del deterioramento delle condizioni politiche e sociali della Tunisia.

Che la Tunisia sia un dittatura de facto lo sanno tutti coloro che sfogliano un giornale internazionale. Resta da capire se si tratti di ignoranza, di malafede, o di un’ignorante malafede.

Buon mercoledì. 

Il terrore a Gaza e in Israele e le amnesie dell’Occidente

Di fronte alle drammatiche vicende in queste ore in Israele a Palestina non si può che essere sgomenti: un attacco dei militanti di Hamas partito da Gaza su suolo israeliano che provoca centinaia di vittime civili, una risposta del governo di Tel Aviv che sta già provocando morte e distruzione nell’enclave palestinese. Eppure, ciò che colpisce dei commenti e delle reazioni di politici e governi sono la sproporzione e l’ipocrisia, che cela una colpevole mancanza di memoria.

La sproporzione si evidenzia nell’errato uso delle parole. Le parole sono importanti, tanto più quando si tratta di conflitto. Che l’attacco di Hamas sia “terroristico” è indubbio – come altrimenti definire il colpire civili inermi? Ma Hamas non ha un esercito e per quanto sia un’organizzazione armata il suo non è l’apparato militare di uno Stato. Certo, viene finanziata dall’Iran e da altri, ma essa è comunque un’organizzazione che recluta volontari, animata da un’ideologia fondamentalista ma, in ogni caso, essa non è il corpo armato di uno Stato legittimo. E non si può definire quella di Hamas un’invasione né un’occupazione militare al pari di quella russa in Ucraina, perché sono due cose oggettivamente diverse. Certo, Hamas è arrivata ad avere migliaia di combattenti, militanti che si sono arruolati, per lo più spinti dalla disperazione sulla quale è cresciuto il fanatismo. Reclutati nel chiuso di una città di 2,2 milioni di abitanti circondata da filo spinato, nella quale sono stati deportati o sono confluiti migliaia di palestinesi nel corso degli anni. Ci si dovrebbe chiedere perché Hamas abbia saputo reclutare così tanti militanti pronti a morire per una causa che è l’annientamento di Israele.

Come giustamente ricorda Luigi Ferrajoli sul manifesto di oggi, 10 ottobre 2023, «a un atto di guerra – quale soltanto gli Stati e i loro eserciti regolari […] possono compiere – si risponde con la guerra. A un crimine, sia pure gravissimo, si risponde con il diritto, cioè con l’identificazione dei colpevoli». Un atto terroristico, ancorché esteso e gravissimo, è un crimine e, per quanto compiuto da un’organizzazione con una vasta base, e ad esso si dovrebbe rispondere identificando colpevoli e mandanti. Non si può continuare ad agire nella «logica dell’11 settembre» quando, per rispondere all’efferato attacco alle torri gemelle si colpì un intero Paese, l’Afghanistan, colpevole di aver fatto da base ai terroristi. Perché quella logica, come abbiamo visto, non porta a nulla (più poté, forse, l’aver colpito i capi di quella organizzazione). E cosa si pensa di fare, ora: forse distruggere Gaza per colpire Hamas? Con i suoi milioni di abitanti?

La sproporzione è accentuata dall’equiparare l’attacco di Hamas all’invasione dell’Ucraina, compiuta dall’esercito di una potenza atomica. Perché, se anche Hamas ha mostrato una capacità militare notevole, si tratta comunque di un’organizzazione armata clandestina, ben lungi dall’avere dotazioni e mezzi come quelli di un esercito. In una situazione totalmente diversa e “squilibrata”. Se c’è uno Stato “invasore”, qui, è Israele che dal 1967 almeno occupa illegalmente territori che, come hanno certificato le risoluzioni Onu, non sono mai state riconosciute. I Palestinesi, ancorché privi di uno Stato legittimo, hanno una loro Autorità che siede all’Assemblea delle Nazioni Unite, ma non hanno un “esercito”, né lo è Hamas che, peraltro, sappiamo essere in aperto contrasto con la stessa Anp. Non si può equiparare Hamas all’esercito russo né a nessun altro esercito legittimo.

Il fatto, però, è anche che Israele non può tollerare un attacco di questa portata senza reagire. Ma qui è Israele che si è infilato in un cul de sac. L’occupare militarmente i territori al di fuori dei confini riconosciuti dagli accordi internazionali per decenni ha fomentato la reazione. Illegittima quando degenera in terrorismo, ma “comprensibile” (non giustificabile). Per quanti errori possano aver fatto i Palestinesi, dall’iniziale non voler riconoscere l’esistenza di Israele al non accettarne le legittime aspirazioni a vivere “in pace” e finanche a non accettare che Israele possa sentire sua parte di Gerusalemme – luogo santo per ebrei, cristiani e musulmani – il non aver voluto riconoscere l’Anp, il non avere voluto prendere mai sul serio il riconoscimento di uno Stato o di un territorio autogovernato dai Palestinesi, non ha fatto che dare fiato alle spinte estremistiche, tanto più inconciliabili quando fomentate da estremismo religioso. Israele si è sempre comportato come occupante, con brutalità e disumanità. I Palestinesi vivono ghettizzati, in una situazione di apartheid (come evidenziato dal rapporto di Amnesty International), circondati da muri. Con i coloni israeliani che continuano ad occupare terre, espropriandole, con la connivenza del loro governo. Districarsi ora, reagire “in punta di diritto” è chiaramente difficile. Ma solo la cecità dei governi che si sono succeduti dopo l’assassinio di Rabin, con la complicità degli Stati Uniti e dell’Europa, ha potuto far succedere questo.

Da anni ormai assistiamo allo stillicidio di ammazzamenti e distruzioni da parte di Israele, compiuti dall’esercito e dai cecchini, dai militari come dai coloni. Ci sono state le intifada, i lanci di pietre dei ragazzi palestinesi, e le conseguenti spedizioni punitive per colpire quartieri e abitazioni. Di fronte a questi, mai la reazione di Stati Uniti ed Europa è stata ferma, di univoca condanna. Ha ben ragione Tommaso Di Francesco, sul manifesto di oggi, a ricordare la prima pagina del manifesto del 7 aprile 2018 che titolava «poligono di tiro» la situazione di palestinesi che bruciano copertoni per impedire la visuale ai tiratori scelti israeliani.

Elly Schlein si è schierata con i tanti per esprimere «condanna per l’attacco terroristico di Hamas contro i civili israeliani». Avrei voluto leggere simili parole anche in altre circostanze, ma si sa, lo stillicidio di morti giornaliere di uomini, donne, ragazzi e finanche bambini, non fa notizia, tanto più quando è compiuta da regolari dell’esercito.  Non possiamo limitarci a condannare, accodarci al coro “filo-israeliano”. La sinistra deve esprimere una posizione diversa, che vada ben oltre la condanna «per riprendere il processo di pace» (Landini) che non è mai stato fermo come negli ultimi anni. Non c’è più un processo di pace, Israele, l’Anp e tutti i sostenitori parte in causa sono chiamati ora a un’iniziativa diversa. È questo che dobbiamo sostenere, più che la risposta militare per annientare Hamas (e un’intera città).

Come ricorda Mustafa Barghouti, leader della Palestinian National Initiative (un movimento in aperto conflitto con Hamas, con base in Cisgiordania), in un’intervista a Fareen Zakaria della Cnn, c’erano tutte le ragioni per aspettarsi una reazione da parte di una popolazione afflitta da decenni di occupazione brutale: «Abbiamo, noi, il diritto di lottare per la libertà?», chiede Barghouti. «Israele non può imprigionare due milioni di Palestinesi a Gaza pensando che non pagherà un prezzo», sostiene Gideon Levy su Haaretz.
Per quanto Hamas sia un’organizzazione fondamentalista e il suo sia un attacco terroristico, su vasta scala, esecrabile, inaccettabile, terribile, da condannare, è su questo che ha trovato consenso e giustificazione tra i Palestinesi. Migliaia di militanti, combattenti strappati alla loro condizione di oppressi, sono pronti ad immolarsi. Avrebbero potuto combattere per una causa giusta, non con le armi, se le condizioni fossero maturate per dar loro una speranza e una voce. Ciò non è stato e oggi noi piangiamo le vittime di entrambe le parti e condanniamo la violenza. Senza esserci opposti per anni a che questa maturasse. Colpiti da amnesia, appoggiamo Israele e l’azione violenta di chi propone, ora, «di togliere acqua, luce e cibo a milioni di “animali umani”» (così il ministro israeliano della Difesa Yoav Gallant) per rispondere alla violenza subita. Mostrando ancora una volta il colpevole disinteresse di decenni di accettazione dello stato di fatto di uno Stato che continua ad annettere territori – pensando che la sua arroganza possa continuare impunita – e di un popolo che di un suo Stato e un suo territorio viene costantemente privato.

L’autore: Pier Giorgio Ardeni è professore ordinario di Economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna

Nella foto: frame di un video sull’attacco israeliano a Gaza

La Tunisia, il “Paese sicuro”

Quando Giorgia Meloni infiocchettò l’accordo che finora non ha mai funzionato con la Tunisia puntava evidentemente sulla superficialità emotiva dei suoi elettori. Disse, tra le altre cose, che il presidente Kaïs Saïed era “amico dell’Italia e amico dell’Europa”, tentando di normalizzare un Paese a cui appaltare le frontiere europee ricreando un avamposto di lager per bloccare le partenze.

La Tunisia “amica” di Giorgia Meloni in queste ore è l’opposto dell’Italia nella questione medio orientale: Saïed ha espresso il suo sostegno totale e incondizionato al popolo palestinese ricordando che la striscia di Gaza «è un territorio palestinese sotto occupazione sionista da decenni e che il popolo palestinese (…) ha il diritto di recuperare e di riprendere tutta la terra di Palestina come il diritto a creare il suo stato indipendente con Gerusalemme capitale». Ieri la bandiera palestinese sventolava su tutti gli istituti scolastici.

Nel frattempo Saïed continua a sfornare leggi per comprimere i diritti e le libertà dei suoi cittadini. Il 6 ottobre è stata arrestata Abir Moussi, avvocata e leader del Partito desturiano libero, considerata dai sondaggi l’unica candidata in grado di battere Saïed nelle elezioni presidenziali previste nel 2024. Da febbraio sono una trentina gli oppositori politici, i giornalisti e gli intellettuali arrestati con accuse gravissime. 

Intanto il presidente tunisino continua a ribadire il suo fermo no alle riforme richieste dal Fondo monetario internazionale per ottenere il prestito di 1,9 miliardi di dollari promesso da Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen definendoli “diktat stranieri”. 

«È un paese sicuro e amico, la Tunisia», dicono. Sì, come no.

Buon martedì. 

Nella foto: Giorgia Meloni e Kaïs Saïed, Tunisi, 6 giugno 2023 (governo.it)